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La nonviolenza e' in cammino. 1367



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1367 del 25 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Fernando Rossi: No alla guerra e no alle menzogne
2. Peppe Sini: Il cavaliere, la morte e il diavolo
3. Tavola della pace: Tre si' alla pace
4. Franco Restaino: Una notizia biografica su Hannah Arendt
5. Maria Vittoria Vittori presenta "Vera" di Elizabeth von Arnim
6. Quando, quando, quando, quando
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. DOCUMENTAZIONE. FERNANDO ROSSI: NO ALLA GUERRA E NO ALLE MENZOGNE
[Dalla mailing list "Pace" di Peacelink (www.peacelink.it) riprendiamo il
seguente intervento di Fernando Rossi (per contatti:
rossi_f at posta.senato.it). Fernando Rossi, senatore del Partito dei comunisti
italiani, e' uno dei parlamentari impegnati contro la guerra e in difesa
della Costituzione della Repubblica Italiana]

Nel programma dell'Unione non c'e' scritto nessun impegno a continuare la
guerra in Afghanistan.
Tuttavia, ogni giorno, qualcuno attacca i parlamentari contro la guerra
sostenendo che non c'e' scritto nemmeno il contrario e quindi si puo'
continuare a farla.
Nel programma dell'Unione c'e' invece scritto, a pag. 98 (ultimi due
capoversi) che il nuovo governo, nell'applicazione rigorosa dell'art.11
della Costituzione partecipera' solo a: missioni di sicurezza collettiva
come previsto dall'art. VII della Carta delle Nazioni Unite; distinguendo le
funzioni di polizia internazionale dalla guerra; (missioni, ndr) "di natura
tale da garantire la terzieta' rispetto al paese (in cui si entra, ndr) e
agli interessi in campo; la congruita' dei mezzi rispetto ai fini
perseguiti".
A pag. 99, il primo capoverso recita: "Crediamo che il Parlamento debba
autorizzare le spese relative ad un'eventuale partecipazione dell'Italia con
votazione separata per ogni singola missione".
A pag. 109, primo capoverso: "Noi pensiamo, per l'oggi e per il domani, che
non sia possibile un impegno delle Forze Armate italiane fuori dai confini
nazionali senza mandato diretto e preciso delle Nazioni Unite e della Unione
Europea".
L'ultimo capoverso di pag. 109 recita: "L'Unione si impegna, nell'ambito
della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la
riduzione delle spese per armamenti".
Il Decreto che ci e' stato sottoposto non rispetta nessuna di tali
condizioni.
*
La missione Isaf non e' piu', se mai lo e' realmente stata, una "missione
multilaterale Onu di pace" ma si e' fusa con "Enduring Freedom" (missione
unilaterale di guerra decisa e voluta dalle gerarchie militari e dal
presidente degli Stati Uniti).
Nell'agosto 2003 la missione Isaf si trasforma da missione Onu a missione a
comando Nato: alleanza militare formalmente in guerra a fianco degli Usa, in
virtu' di un improprio richiamo all'art.5 del Trattato dell'Alleanza del
Nord Atlantico.
Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione Kfor
in Kosovo) le forze Isaf, nel 2005 e nel 2006, si sono trovate impegnate a
fianco, ed al posto delle forze Usa, in operazioni di "bonifica", ovvero
nella guerra ai talebani.
Nei primi sei mesi del 2006, la "missione di pace" ha prodotto 2500 morti
afgani e 84 militari Nato e Usa, ed e' a tutti noto che, per coprire il
fallimento militare (e morale) della loro guerra, hanno gia' deciso una
escalation (aumentarne  l'ampiezza e la potenza distruttiva).
*
Chi era contrario alla guerra all'Afghanistan fatta dal governo Berlusconi,
perche' dovrebbe sostenerla se la stessa guerra viene proposta dal governo
dell'Unione, che ora non puo' nemmeno avvalersi delle vecchie bugie sul
presunto ruolo umanitario?
Noi "disobbedienti contro la guerra", secondo chi parla a nome del futuro
partito democratico (Ds, Margherita, Idv e Rosa nel pugno) dovremmo
dimetterci perche' avremmo tradito il mandato elettorale...
Suggerirei di dare un'occhiata al sondaggio del "Corriere della sera"
(subito occultato) dove e' emerso che un'ampia maggioranza di italiani e'
contro la nostra partecipazione alla guerra afgana.
Chi onora il proprio dovere di rappresentante del popolo non dovrebbe essere
aggredito da "ragionatori" che si richiamano ad un programma elettorale che
forse non hanno nemmeno letto o ad una disciplina di partito che e' il
contrario della democrazia parlamentare (sono decisamente contrario ad un
parlamento "bulgaro", fatto da 13 segretari nazionali di partito o da
centinaia di loro cloni).
*
Nessuno nega al governo di avanzare proposte non contemplate nel programma,
ma in tal caso un confronto ed un coinvolgimento di partiti e parlamentari
della maggioranza e' un percorso democratico obbligatorio.
Quindi i guardiani del nulla si mettano tranquilli: non esistono teste calde
e teste fredde, esistono idee diverse sulla inderogabile necessita' di non
deludere gli Stati Uniti. Tali diverse idee andrebbero sempre e comunque
messe a confronto. Se c'e' chi pensa che un pre-accordo "democratico" possa
imporre al parlamento una guerra (ma anche una legge finanziaria) dovra'
ricredersi, almeno al Senato.
*
Il resto delle polemiche e' solo propaganda per salvarsi l'anima, poiche':
- "Voi volete  far cadere Prodi", e' una inutile intimidazione poiche' non
e' vero e' perche' anche i piu' creduloni giovedi' sera vedranno che la
montagna non avra' nemmeno partorito il topolino;
- "Sarete voi a favorire l'allargamento al centro dell'Unione e delle sue
scelte sociali" e' un argomento fasullo. Basti vedere le numerose aperture
pre-Decreto guerra o la campagna promossa da alcuni grandi giornali
nazionali (che e' cominciata il giorno dopo il voto, avendo a modello la
Grosse Koalition tedesca) per rendersene conto.

2. EDITORIALE. PEPPE SINI: IL CAVALIERE, LA MORTE E IL DIAVOLO

1. Lo stato delle cose
Il governo in carica (espressione della coalizione cosiddetta di
centrosinistra) ha deliberato un decreto che conferma l'illegale e criminale
partecipazione militare italiana alla guerra afgana. Alla Camera dei
Deputati tale decisione e' stata approvata con il voto di tutte le forze
politiche, essendosi riconosciuta nel decreto anche tutta la coalizione
cosiddetta di centrodestra; solo quattro deputati hanno votato no alla
guerra e alla violazione della legalita' costituzionale.
La partecipazione militare italiana alla guerra afgana e' in esplicito e
totale contrasto con l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana,
che non solo "ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli
altri popoli", ma la ripudia altresi' "come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali" (sapevano bene, i costituenti, che tutti gli
aggressori e tutti gli assassini amano presentarsi come "pacificatori"); il
ripudio della guerra e' talmente forte che l'Italia consente anche "alle
limitazioni di sovranita' necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace
e la giustizia fra le Nazioni" e "promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo" (lo ricordiamo perche' alcuni
mascalzoni - ed alcuni sprovveduti da loro ingannati - hanno pensato di
poter citare la seconda parte dell'art. 11 sostenendo che significasse
l'esatto contrario della prima parte, mentre come e' ovvio ne e' estensione
e conseguenza).
Indipendentemente da ogni altra considerazione basterebbe questo semplice
riferimento alla lettera della Costituzione della Repubblica Italiana a
rendere superflua ogni discussione ulteriore. La partecipazione italiana
alla guerra afgana e' proibita dalla Costituzione: ed il fatto che una
maggioranza parlamentare eversiva negli anni scorsi abbia reiteratamente
violato la Costituzione non autorizza a proseguire nel delitto. Punto.
Basterebbe gia' questo, ma e' sempre meglio saperne anche di piu': e allora
sara' opportuno leggere le testimonianze dall'Afghanistan per sapere cosa
li' stia veramente accadendo (in particolare i volontari di Emergency si
sono molto impegnati a tal fine - ed alcuni loro interventi abbiamo
riprodotto nei giorni scorsi anche su questo foglio): come continuino la
guerra e le morti, e come la presenza militare italiana sia parte della
macchina della guerra, della coalizione che fa la guerra, e quanto
necessario sia invece impegnarsi per la cessazione della guerra, per il
disarmo di tutte le parti, per recare soccorso a tutte le vittime, per
sostenere chi lotta senza armi e senza violenza contro i poteri criminali,
per i diritti umani e la democrazia.
La macchina propagandistica bellica ha cercato ancora una volta in queste
settimane di ingannare l'opinione pubblica italiana, occultando la realta'
della guerra e addirittura pretendendo di far credere che il rifinanziamento
della partecipazione militare italiana alla guerra afgana fosse una scelta
di pace.
Non solo: vi e' stato altresi' il tentativo (infame tentativo, e peraltro
largamente riuscito) di nascondere la realta' della gravissima violazione
della legalita' costituzionale.
Ed infine si e' cercato di intimidire - con diffamazioni persino umoristiche
nella loro scellerata protervia - i parlamentari che hanno annunciato la
volonta' di opporsi alla guerra e di difendere la Costituzione (addirittura
accusandoli di "fare il gioco del nemico" e simili scempiaggini, che del
resto sono le medesime scempiaggini che ogni potere autoritario diffonde
contro chi non accetta di adeguarsi alla sua violenza - e la scelta della
guerra e' sempre la scelta della violenza).
Questa e' la realta' dei fatti.
*
2. Paralipomena
E non ci interessa aggiungere qui molto altro. Che pure si potrebbe
aggiungere.
Ad esempio alcuni hanno messo in rilievo come da un sondaggio condotto da un
autorevole istituto di ricerca per conto di uno dei piu' prestigiosi
quotidiani italiani si evincerebbe che la maggioranza del popolo italiano
sia contro la guerra e a favore della cessazione della partecipazione
militare italiana a quella in corso in Afghanistan. Ci conforta, certo, ma
anche se l'intero popolo italiano fosse stato a favore della guerra afgana,
la partecipazione italiana ad essa sarebbe restata illegale e criminale; ed
anche se una sola persona si fosse opposta alla guerra avrebbe avuto ragione
quella sola persona: ed e' per questo che l'Italia e' una repubblica fondata
sulle leggi: perche' anche se l'intero popolo venisse ubriacato, ingannato
ed abbrutito, la Costituzione resterebbe presidio di verita' e di giustizia,
e quel popolo - pur ubriacato, ingannato ed abbrutito - preserverebbe
comunque dal precipitare nel baratro (certo, se la Costituzione venisse
rispettata e fatta valere).
E tuttavia il fatto che sia ragionevole supporre che la maggioranza del
popolo italiano sia per la pace e per la cessazione della partecipazione
italiana alla guerra afgana, ebbene, la dice lunga almeno sul fatto che le
decisioni scellerate assunte da ristrette oligarchie (i vertici dei partiti
che tutti - da An al Prc - hanno imposto alla Camera il voto a favore della
guerra in violazione della Costituzione) potranno pur trovare una
complicita' pressoche' totalitaria in un parlamento umiliato e sopraffatto,
ma non nel popolo italiano.
E ancora: ha detto bene il senatore Fernando Rossi nel testo sopra riportato
che  "la missione Isaf non e' piu', se mai lo e' realmente stata, una
'missione multilaterale Onu di pace' ma si e' fusa con 'Enduring Freedom'
(missione unilaterale di guerra decisa e voluta dalle gerarchie militari e
dal presidente degli Stati Uniti)", poiche' "nell'agosto 2003 la missione
Isaf si trasforma da missione Onu a missione a comando Nato: alleanza
militare formalmente in guerra a fianco degli Usa, in virtu' di un improprio
richiamo all'art. 5 del Trattato dell'Alleanza del Nord Atlantico"; e
giustamente ricorda che "come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex
comandante della missione Kfor in Kosovo) le forze Isaf, nel 2005 e nel
2006, si sono trovate impegnate a fianco, ed al posto delle forze Usa, in
operazioni di 'bonifica', ovvero nella guerra ai talebani", e che "nei primi
sei mesi del 2006, la 'missione di pace' ha prodotto 2500 morti afgani e 84
militari Nato e Usa, ed e' a tutti noto che, per coprire il fallimento
militare (e morale) della loro guerra, hanno gia' deciso una escalation
(aumentarne  l'ampiezza e la potenza distruttiva)".
E quanto alla bubbola che chi si oppone alla guerra e difende la
Costituzione e' un complice della destra golpista, suvvia: Berlusconi e
tutta la sua coalizione hanno votato alla Camera dei Deputati a favore del
decreto, puntigliosamente ed orgogliosamente  rivendicando la continuita' di
esso con la loro politica bellica (e per quanto possa suonare davvero
incredibile, almeno per una volta dicevano la verita').
E del resto nessun governo puo' pensare che gli sia lecito violare la
Costituzione.
Se il governo espressione della maggioranza parlamentare del cosiddetto
centrosinistra vuole essere fedele al giuramento di fedelta' alla
Costituzione effettuato da ciascuno dei suoi ministri nelle mani del
Presidente della Repubblica all'atto di assumere l'incarico, disponga che
l'Italia cessi di partecipare alla guerra afgana e ritorni nell'alveo della
legalita'.
*
3. La guerra porta il fascismo (anche in camicia arcobaleno)
Tra la scelta della guerra e il dispiegarsi dell'autoritarismo e fin del
totalitarismo vi e' un nesso evidente: le persone che sostengono la guerra
non sopportano che possano esistere persone che alla guerra si oppongono: e'
per questo che secondo i guerrafondai e i loro complici coloro che si
oppongono alla guerra devono essere marchiati d'infamia, giacche' se si
oppongono alla guerra devono avere inconfessabili motivi, abominevoli
mandanti, colpe mostruose.
La rappresentazione di questo spettacolo abbiamo visto darsi anche in queste
settimane: invece di chiedere conto del loro agire ai ministri e ai
parlamentari che hanno decretato e sostenuto la scelta della guerra e della
violazione della legalita' costituzionale, la macchina della propaganda ha
cercato di accusare di inauditi quanto immaginari misfatti quei parlamentari
che alla guerra si oppongono e che al dettato costituzionale si tengono
fedeli (e che sono almeno in questo in sintonia col sentire di tanta parte -
probabilmente l'assoluta maggioranza, come sostiene quel sondaggio - del
popolo italiano che e' stanco di vedere il nostro paese trascinato in guerre
sciagurate, ed e' ancora piu' stanco di vedere cittadini italiani in divisa
tornare a casa chiusi nelle bare).
In un ordinamento giuridico fondato sul riconoscimento dei diritti e della
dignita' delle persone vi e' un nesso tra pace, democrazia, legalita': la
guerra travolge la democrazia e precipita nell'illegalita'. E senza
legalita', senza democrazia, senza pace cessa la civile convivenza, e solo
la barbarie prevale, e la morte. La guerra e' sempre nemica dell'umanita'.
*
4. Da un breve corso di diritto pubblico
E per farla finita con una scempiggine propalata troppo a lungo dai
propagandisti della guerra ricordiamo anche quanto segue.
In Italia il governo e' espressione di una maggioranza parlamentare (le
elezioni politiche in Italia eleggono il parlamento, non il governo):
l'attuale maggioranza parlamentare e' frutto della vittoria elettorale di
una coalizione che si e' caratterizzata sia come contrapposta
all'illegalitarismo della destra eversiva, sia per aver lungamente sostenuto
di essere in sintonia con l'impegno per la pace e contro la guerra (ed
infatti almeno alcune delle forze politiche presenti nell'attuale
maggioranza parlamentare negli anni scorsi si sono costantemente espresse -
ed hanno costantemente votato - contro il periodico rifinanziamento della
partecipazione militare italiana alla guerra afgana).
Chi sta venendo meno agli impegni assunti con l'elettorato?
E' chi difende la Costituzione e si oppone all'eversione, o e' chi viola la
Costituzione e si fa complice dell'illegalitarismo della destra eversiva?
E' chi si oppone alla guerra e alle stragi oggi come ieri, o e' chi decreta
la prosecuzione della partecipazione alla guerra e alle stragi?
Non solo: i ministri che hanno giurato fedelta' alla Costituzione, come
conciliano quel loro giuramento con la violazione della Costituzione
commessa all'atto dell'approvazione del decreto che dispone la prosecuzione
di una guerra illegale e criminale?
E infine: come e' ammissibile che un Presidente della Repubblica intervenga
ripetutamente per condizionare il Parlamento affinche' si esprima a favore
della guerra e contro la Costituzione?
*
5. I diritti umani presi sul serio
Il primo diritto umano e' quello di non essere uccisi. La guerra ne e' la
piu' flagrante e feroce violazione. Deliberare la prosecuzione della
partecipazione alla guerra significa far morire degli esseri umani.
Altro occorre fare per la popolazione afgana: occore recare solidarieta'
alle vittime della guerra: innanzitutto cessando di partecipare alla guerra
ed impegnandosi per la pace. Cessando di finanziare la guerra e finanziando
invece interventi umanitari: quanti ospedali come quelli di Emergency era
possibile realizzare con i soldi spesi per finanziare la partecipazione
militare italiana alla guerra?
C'e' bisogno di aggiungere altro?
*
6. L'aggiunta nonviolenta
Tutto quanto precede naturalmente prescinde da ogni riferimento alla
nonviolenza.
Non c'e' infatti bisogno di essere persone amiche della nonviolenza per
ritenere che la pace sia un bene e la guerra sia un male, che la
Costituzione sia cosa  buona e la sua violazione sia cosa cattiva, per
preferir salvare le vite umane anziche' sopprimerle, per preferire le leggi
alla violenza assassina.
Per le persone amiche della nonviolenza le cose sono piu' semplici ancora,
essendo uno dei convincimenti fondamentali di esse che la guerra sia sempre
un male e che ad essa sempre occorra opporsi.
Sono infiniti i luoghi in cui tutte le maestre e tutti i maestri della
riflessione e dell'azione nonviolenta ribadiscono questa tesi fondamentale,
e del resto essa e' nota anche al piu' sprovveduto degli orecchianti: la
nonviolenza si oppone alla violenza; la nonviolenza si oppone alle
uccisioni; la nonviolenza si oppone alla guerra.
Scrive Aldo Capitini nel documento fondativo del Movimento Nonviolento che
la prima delle "fondamentali direttrici d'azione del Movimento Nonviolento"
e' "l'opposizione integrale alla guerra".
In Afghanistan e' in corso una guerra cui l'Italia sta illegalmente
partecipando; la nonviolenza si oppone alla guerra, ergo si oppone anche
alla illegale partecipazione italiana ad essa. E davvero non c'e' nulla da
aggiungere. Quando le cose sono semplici non c'e' bisogno di complicarle,
come sapeva quel barbiere Guglielmo che teneva bottega in Occam.
*
7. Perche' certo e' un gran perche'
"Il cavaliere, la morte e il diavolo" e' uno dei capolavori (degli
innumerevoli capolavori) di Albrecht Duerer. E' un'opera che non ha mai
cessato d'interrogarmi, e nella mia gioventu' ne ho posseduto una
riproduzione ed ho passato ore e notti a compulsarne ogni dettaglio con una
lente d'ingrandimento (poi in uno dei miei traslochi ho perso sia quella
riproduzione che la lente d'ingrandimento, pazienza; ma ho conservato la
monografia di Panofsky, e l'Apocalypsis cum figuris). Cosa significa quel
cavaliere? Cosa significa quella morte? Cosa quel diavolo? Cosa quel cane,
cosa quel cavallo, quella citta' lontana sul monte, sullo sfondo oltre la
selva selvaggia ed aspra e forte? Cosa ci dice, cosa ci chiede l'umanista
che ha inciso questa immagine in cui ti specchi in sgomento e in orrore, in
dolore e in tensione, in orgoglio e umilta'? A quale fermezza, a quale
ripulsa, a quale accettazione, a quale rivendicazione, a quale coscienza
"sofferta con anima e corpo" ti  convoca ancora?

3. DOCUMENTAZIONE. TAVOLA DELLA PACE: TRE SI' ALLA PACE
[Dalla Tavola della Pace (per contatti: tel. 0755736890, fax: 0755739337,
e-mail: segreteria at perlapace.it) riceviamo e diffondiamo. Ovviamente alcune
tesi ed alcune espressioni di questo appello possono essere anche alquanto
discutibili da piu' punti di vista; ci sembra comunque utile farlo conoscere
(p. s.). La Tavola della pace e' la principale rete pacifista italiana]

Alla  vigilia del vertice di Roma la Tavola della pace lancia un nuovo
appello: dite tre si' alla pace.
Si' al cessate il fuoco.
Si' ad una forza di pace dell'Unione Europea.
Si' al negoziato politico con tutti.
*
L'incontro di Roma e' un fatto importante, segno tangibile dell'avvio di una
nuova politica estera dell'Italia. Non sara' la pace ma deve essere almeno
un passo nella direzione giusta.
L'Italia deve continuare ad agire, insieme all'Onu e al resto della
comunita' internazionale per imporre alle parti l'immediato cessate il
fuoco.
Questo e' e resta il primo e piu' urgente obiettivo.
Tutto il mondo lo chiede. Solo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna continuano
a sostenere la continuazione della guerra impedendo all'Onu di imporre alle
parti l'immediato cessate il fuoco e l'invio nella striscia di Gaza e nel
sud del Libano di una propria forza di interposizione. L'Italia deve agire
con fermezza e determinazione per impedire la paralisi delle Nazioni Unite e
della comunita' internazionale. Non possiamo tollerare che si ripeta la
vergogna dei Balcani e del Ruanda.
*
Perche' sia realmente una "Forza di pace", la forza di interposizione e di
stabilizzazione dell'Onu deve essere autenticamente "sopranazionale". Il
comando sul campo, sempre sotto diretta autorita' delle Nazioni Unite, deve
essere assicurato dall'Unione Europea e non dalla Nato. L"Unione Europea e'
a cio' legittimata dal Trattato sull'UE e dagli accordi sottoscritti con le
Nazioni Unite e ha strutture e capacita' operative idonee per assolvere a
questo compito.
L'aiuto umanitario e' indispensabile ma non basta a coprire l'inazione
politica. L'Italia e l'Europa devono assumersi la responsabilita' di agire
in modo incisivo con un proprio piano di pace, globale e lungimirante.
*
L'incontro di Roma deve aprire la strada al negoziato politico con tutte le
parti coinvolte, inclusa la Siria e l'Iran. Solo un negoziato serio e
credibile, basato sul rispetto e l'applicazione di tutte le risoluzioni
dell'Onu, della legalita' e del diritto internazionale dei diritti umani,
contro la prassi devastante dei due pesi e delle due misure puo' costruire
le basi del rispetto reciproco e della convivenza in Medio Oriente.
L'incontro di Roma non deve dimenticare la guerra in corso a Gaza e nella
Cisgiordania. Sarebbe un gravissimo errore.

4. PROFILI. FRANCO RESTAINO: UNA NOTIZIA BIOGRAFICA SU HANNAH ARENDT
[Nuovamente riproponiamo il seguente sintetico profilo biografico di Hannah
Arendt estratto dal primo paragrafo (paragrafo 1079. Formazione, interessi,
opere) del capitolo di Franco Restaino ad Hannah Arendt dedicato (capitolo
XVII. Hannah Arendt: "vita activa" e "vita contemplativa"), nella Storia
della filosofia fondata da Nicola Abbagnano, nel quarto volume, tomo secondo
dell'edizione Utet, Torino 1994; ora piu' agevolmente nel volume IX (terzo
de La filosofia contemporanea) dell'edizione economica Tea, Milano 1996, pp.
63-66.
Franco Restaino, nato ad Alghero (Sassari) nel 1938, docente universitario
prima a Cagliari e poi a Roma; "i suoi interessi di ricerca hanno riguardato
prevalentemente le filosofie inglese, scozzese, francese e statunitense
degli ultimi tre secoli. Ha intrapreso anche studi sull'estetica (avendola
insegnata per dieci anni) e negli ultimi anni ha ripreso ed esteso le sue
ricerche (iniziate negli anni Sessanta su Vailati) sull'area italiana,
occupandosi degli sviluppi del positivismo. Attualmente continua le sue
ricerche sulla recente filosofia inglese e statunitense, sui rapporti tra
filosofia di lingua inglese e filosofie europeo-continentali e sul pensiero
femminista". Tra le opere di Franco Restaino: La fortuna di Comte in Gran
Bretagna. I. Comte sansimoniano, in "Rivista critica di storia della
filosofia", XXIII, 1968, 2; II. Comte scienziato, ibidem, XXIII, 1968, 4;
III. Comte filosofo, ibidem, XXIV, 1969, 2; IV. Comte pontefice, ibidem,
XXIV, 1969, 4; J. S. Mill e la cultura filosofica britannica, La Nuova
Italia, Firenze 1968;Scetticismo e senso comune. La filosofia scozzese da
Hume a Reid, Laterza, Roma-Bari 1974; Note sul positivismo italiano
(1865-1908). Gli inizi (1865-1880), in "Giornale critico della filosofia
italiana", LXIV, 1985, 1; Il successo (1881-1891), ibidem, LXIV, 1985, 2; Il
declino (1892-1908), ibidem, LXIV, 1985, 3; David Hume, Editori Riuniti,
Roma 1986; Filosofia e postfilosofia in America. Rorty, Bernstein,
MacIntyre, Angeli, Milano 1990; Storia dell'estetica moderna, Utet, Torino
1991; Storia della filosofia, fondata da N. Abbagnano, in collaborazione con
G. Fornero e D. Antiseri, vol. IV, tomo II, La filosofia contemporanea,
Utet, Torino 1994, poi Tea, Milano 1996; "Esthetique et poetique au XVIIIe
siecle en Angleterre", in Histoire des Poetiques, a cura di J. Bessiere, E.
Kushner, R. Mortier, J. Weisberger, Presses Universitaires de France, Paris
1997; "La filosofia anglo-americana", in La filosofia della seconda meta'
del Novecento, a cura di G. Paganini, Piccin-Vallardi, Padova 1998; in
collaborazione con A. Cavarero, Le filosofie femministe, Paravia
Scriptorium, Torino 1999; Storia della filosofia, 4 voll., Utet Libreria,
Torino 1999; La rivoluzione moderna. Vicende della cultura tra Otto e
Novecento, Salerno Editrice, Roma 2001.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli,
Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie
divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang
Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg
Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Hannah Arendt (1906-1975) ha avuto una vita e un destino abbastanza
singolari. Nata da famiglia ebrea benestante con lunga tradizione mercantile
a Koenigsberg, formatasi filosoficamente tra Berlino, Marburgo, Friburgo e
Heidelberg negli anni Venti (tra i suoi maestri Heidegger, col quale ha
anche una relazione sentimentale, Husserl e Jaspers), e' costretta alla fuga
dalla Germania per motivi politici nel 1933. Rifugiatasi in Francia, e'
apolide dal 1933; nel 1941 si trasferisce in maniera definitiva negli Stati
Uniti, e dal 1951 diventa cittadina americana a tutti gli effetti. Negli
Stati Uniti scrive su riviste ebraiche, tiene conferenze, insegna in diverse
Universita', riceve riconoscimenti sempre piu' importanti, fino alla morte
che la coglie mentre sta per scrivere l'ultima parte della Vita della mente,
l'opera con cui conclude il suo complesso itinerario filosofico.
Hannah Arendt, ebrea emancipata e libera fin da ragazza, filosoficamente ha
i suoi debiti maggiori nei confronti di Heidegger, che frequenta dal 1925, e
con il quale concorda poi una tesi di dottorato, svolta tenendosi in
contatto con Jaspers, sul concetto di amore in Sant'Agostino. La tesi viene
pubblicata nel 1929, ma in ambito puramente accademico, quindi senza alcuna
risonanza esterna.
Alcuni motivi presenti nella tesi di dottorato ricompariranno in maniera
ricorrente nelle successive riflessioni della Arendt, fino all'opera
conclusiva. In particolare il motivo della temporalita', tema fortemente
incisivo sia in Agostino sia in Heidegger, viene sviluppato in relazione al
concetto chiave della tesi, quello dell'amore. L'autrice distingue due tipi
di amore in Agostino, l'appetitus o cupiditas, e la caritas. Il primo, che
nasce dal desiderio per gli oggetti e per la nostra sopravvivenza, si
costituisce come amore di una vita senza paura, e ha come orizzonte finale
la morte, che ne segna i limiti ferrei. Il secondo tipo di amore e'
anch'esso fondato su un desiderio, questa volta della vita eterna, ed e'
quel tipo di amore che ci mette in contatto con Dio. Il primo tipo di amore,
la cupiditas, ha a che fare con il tempo (nascita, vita, morte), il secondo,
la caritas, ha a che fare con l'eternita'. Altri temi presenti nella tesi
sono quelli della liberta' e della volonta' umana, temi che ricorreranno
nella successiva riflessione della Arendt.
Dopo la tesi di dottorato vi e' una prima svolta negli interessi di ricerca
della Arendt. Dal mondo cristiano, studiato in uno dei suoi massimi
protagonisti, passa al mondo ebraico, studiato in una delle sue piu'
sconosciute rappresentanti. Si tratta dello studio su una intellettuale
ebrea vissuta a Berlino tra fine Settecento e primo Ottocento, Rahel
Varnhagen: una donna che cerca di evitare sia la ghettizzazione nel mondo
ebraico separato dal mondo tedesco cristiano circostante sia la
integrazione, con perdita della propria identita' ebraica, in questo mondo
cristiano-borghese. Nella sua mansarda berlinese si riunivano fra gli altri
Schlegel, Tieck, Schleiermacher e Novalis, cioe' la prima intellettualita'
romantica tedesca. Attraverso l'esame delle lettere e della documentazione
diretta e indiretta su questa figura di intellettuale da lei sentita cosi'
vicina, la Arendt trae ispirazione non solo per la composizione di un libro,
terminato nel 1933 (e molto apprezzato da Benjamin) e pubblicato molti anni
dopo (nel 1957, con il parere non molto favorevole di Jaspers), ma per la
conferma di una scelta di vita abbastanza simile a quella di questa figura.
E' la scelta in seguito alla quale Hannah Arendt non si sentira' mai a suo
agio ne' tra gli ebrei sionisti, con i quali rimarra' in contatto per
decenni ma in un rapporto molto tormentato, ne' tra quelli integrati
compiutamente nel mondo borghese o comunista di quei decenni. Una autonomia
assoluta rispetto a queste posizioni caratterizzera' sia la biografia sia la
produzione politica e filosofica della Arendt.
Da queste prime opere intorno al 1930 all'opera che la lancera' presso il
pubblico non solo statunitense ma mondiale passano vent'anni. I primi dieci,
trascorsi soprattutto a Parigi, vedono la Arendt in contatto con gli
antinazisti, ebrei e comunisti (nel 1936 conosce Heinrich Bluecher,
comunista tedesco che sposera' prima di partire per l'America, col quale
vivra' in un rapporto di collaborazione e affinita' intellettuali molto
strette), impegnata nella produzione pubblicistica semiclandestina, fino
all'internamento dal quale uscira' fortunatamente per raggiungere gli Stati
Uniti. Nella nuova patria (dove consegna ad Adorno la valigia di manoscritti
lasciati a lei da Benjamin prima di morire) collabora frequentemente alla
pubblicistica ebraica, ma non condivide molte delle posizioni degli ebrei
americani, in particolare quella che porta alla decisione di costituire lo
Stato di Israele nel 1948.
Nel 1951 pubblica l'opera che la rende famosa in tutto il mondo, Le origini
del totalitarismo, frutto di diversi anni di lavoro e di collaborazione con
il marito. La Arendt non si considera una filosofa ma una teorica della
politica. La filosofia in senso largo pero', dopo la pubblicazione di
quest'opera, la sollecita a riprendere le tematiche, legate all'insegnamento
di Heidegger e di Jaspers, abbandonate dopo il 1930. Frutto di questo
rinnovato interesse per temi filosofici connessi ai dibattiti
esistenzialistici sono alcuni scritti (in particolare quello del 1954 su
L'interesse per la politica nel recente pensiero filosofico europeo nel
quale prende posizione sugli esistenzialisti francesi e tedeschi) e
soprattutto l'opera del 1958 su La condizione umana, titolo dato
dall'editore, mentre la Arendt preferiva il titolo Vita activa.
E' questa l'opera filosofica piu' nota della Arendt; un'opera che non
suscito' grande interesse quando apparve, ma che negli anni Settanta e
Ottanta avrebbe avuto una nuova vita, in quanto vicina agli interessi
teorici allora affermatisi in Europa e in America per la filosofia della
pratica, anticipati di oltre un decennio dalla Arendt.
Dopo la pubblicazione de La condizione umana c'e' nella vita della Arendt
l'episodio piu' noto e piu' discusso nel mondo ebraico: quello della
partecipazione come osservatrice, a Gerusalemme, al processo contro Adolf
Eichmann, il "burocrate" nazista che aveva mandato al forno crematorio
centinaia di migliaia di ebrei. Le corrispondenze della Arendt, e poi il
volume del 1963 La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, scatenano un
putiferio tra gli ebrei, che vedono negli scritti della Arendt quasi
un'assoluzione per Eichmann e quasi un'accusa agli ebrei per la loro
complicita', in qualche modo, nel massacro nazista del loro popolo. La
Arendt non intendeva affatto assolvere Eichmann, ma voleva sottolineare il
fatto, tremendo, che per fare il male (mandare propri simili al forno
crematorio) non e' necessario essere malvagi. Un buon padre di famiglia, un
burocrate ordinato e meticoloso, una persona normale, "banale" puo' fare il
male, fa il male, se sta dentro un meccanismo politico-sociale, o fa parte
di un apparato amministrativo e poliziesco, che lo spingono ad agire "senza
pensare".
E' questo agire con assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi,
quello che spinge la Arendt ad affrontare, nell'ultimo decennio della sua
vita, la tematica di che cosa significa pensare. E' un tema che la riporta
in contatto con l'insegnamento dei suoi maestri (Heidegger, Jaspers), con le
tesi di Agostino, e piu' in la' di Platone e Aristotele, oltre che con le
tesi di alcuni grandi scolastici (da Tommaso a Scoto) e soprattutto con
quelle di Kant. A Kant, infatti, si ispira l'ultima riflessione della
Arendt. A Kant e alla sua tripartizione delle funzioni della ragione nel
pensare, volere e giudicare (oggetti rispettivi delle tre Critiche).
L'opera nella quale la Arendt consegna le ultime sue riflessioni e' in
sostanza il contraltare, come vedremo, della Vita activa del 1958. Ora e' la
Vita contemplativa, o, come dice il titolo dell'opera, La vita della mente
l'oggetto delle riflessioni dell'autrice. La grande opera conclusiva della
sua vita comprende le prime due parti, sul pensare e sul volere; la terza
parte, sul giudicare, era appena cominciata quando la morte sorprese
l'autrice nel dicembre del 1975.
La Arendt gode da qualche anno di grandissima fortuna in Italia. Lanciata
nel 1964 con la pubblicazione presso Feltrinelli del libro su Eichmann e
presso Bompiani dell'opera del 1958 col titolo italiano Vita activa (ma
quest'opera cadde allora pressoche' nel silenzio), la Arendt ricompare con
la traduzione presso Comunita', nel 1967, de Le origini del totalitarismo,
l'opera allora piu' nota. La sua fortuna reale, pero', e' successiva, e puo'
datarsi alla seconda meta' degli anni Settanta, quando le sue tematiche sul
problema dell'agire politico, e quelle delle sue ultime riflessioni,
circolano ampiamente, vengono studiate, commentate e discusse, in un
crescendo di interesse che ha raggiunto i momenti piu' alti alla fine degli
anni Ottanta, con la pubblicazione della sua ultima opera e di molti altri
scritti precedentemente poco noti.

5. LIBRI. MARIA VITTORIA VITTORI PRESENTA "VERA" DI ELIZABETH VON ARNIM
[Dal quotidiano "Liberazione" del 21 luglio 2006.
Maria Vittoria Vittori e' critica letteraria, giornalista culturale,
saggista, collaboratrice di varie testate tra cui "Leggendaria".
"Elizabeth von Arnim (Mary Annette Beauchamp) nasce a Sydney, in Australia,
nel 1866, ma trascorre l'infanzia e la giovinezza in Inghilterra. Nel 1890
sposa il conte Henning August von Arnim-Schlagenthin, figlio adottivo di
Cosima Wagner, e si trasferisce con lui a Berlino e dopo qualche anno nella
loro proprieta' di Nassenheide in Pomerania. Quando, nel 1908, il conte von
Arnim e' costretto a vendere la tenuta per debiti, la famiglia si
trasferisce a Londra. Dopo la morte del marito Elizabeth e' in Svizzera,
dove ha una relazione con Herbert George Wells. Tornata in Inghilterra allo
scoppio della guerra, sposa Francis Russell, fratello di Bertrand Russell,
ma il matrimonio fallisce dopo appena un anno. Conduce da allora vita
errabonda, tra Stati Uniti, Svizzera, Inghilterra e Francia. Muore nel 1941
negli Stati Uniti, dove si era trasferita allo scoppio della seconda guerra
mondiale. Cugina di Katherine Mansfield, amica di Edward Morgan Forster e di
Hugh Walpole, e' descritta da Wells come 'la donna piu' intelligente della
sua epoca'" (da una notzia biografica nel sito della casa editrice Bollati
Boringhieri). Opere di Elizabeth von Arnim: Amore; Cristoforo e Colombo;
Elizabeth a Ruegen; I cani della mia vita; Il giardino di Elizabeth; La
memorabile vacanza del barone Otto; La moglie del pastore; Mr Skeffington;
Un incantevole aprile; Un'estate da sola; Vera; tutte presso Bollati
Boringhieri, Torino]

Se non la conoscete ancora, questo e' il momento giusto. Si puo' partire da
Vera, edito da Bollati Boringhieri (traduzione di Mia Peluso, pp. 242, euro
17) che da alcuni anni sta meritoriamente pubblicando tutti i romanzi di
Elizabeth von Arnim.
Che nasce a Sidney nel 1866 come Mary Annette Beauchamp - nomi vezzosi che
non le si addicono - si stabilisce in Inghilterra finche' si sposa con un
nobile prussiano, il von Arnim per l'appunto, e va a vivere in Pomerania,
ambiente gelidamente conformista che piu' volte fara' da sfondo alle sue
opere. Ma non finisce qui perche' rimasta vedova, ha una relazione con
Herbert G. Wells che la definisce, in un suo scritto, "la donna piu'
intelligente dalla sua epoca"; sposa il fratello di Bertrand Russell e
riscattando i diciotto anni di Pomerania si sposta continuamente tra
l'Inghilterra, la Svizzera e la Francia. Muore nel 1941, negli Stati Uniti.
*
La cosa piu' interessante e' che questa donna scrive, tra la fine
dell'Ottocento e il primo ventennio del Novecento, romanzi assolutamente
singolari: per la limpidezza dello sguardo che sa rintracciare i piu'
piccoli significativi dettagli, per l'acutezza del giudizio che recide alla
base pregiudizi e convenzioni, per la luminosa, affilata ironia che modella
espressioni e vicende.
Protagonista e' sempre una donna che un po' le assomiglia, in bilico tra la
polverosa ma confortante Inghilterra e la piu' ruvida Germania, una donna
attiva, curiosa, eccentrica, fermamente convinta come la Rose-Marie
protagonista di Lettere di una donna indipendente, "che e' davvero
incredibile il modo in cui le donne sprecano la vita". Ma questa creatura
cosi' anticonformista sovente sceglie di collocarsi, anche per il gusto
della sfida, in situazioni potenzialmente pericolose per la propria
indipendenza.
Come accade ne La moglie del pastore a Ingeborg Bullimant che per sfuggire
all'oppressivo padre made in England (e vescovo, per giunta), non trova
niente di meglio da fare che sposarsi con un pastore luterano della
Pomerania: estremamente dura, in questo caso, la lotta per la sopravvivenza.
O come accade ne Il giardino di Elizabeth alla protagonista che, andata in
sposa ad un uomo ombroso e suscettibile da lei denominato l'Uomo della
Collera, riesce a ritagliarsi uno spazio di decompressione e di respiro, nel
suo amatissimo giardino.
*
Ancor piu' a rischio appare la giovane e remissiva Lucy Entwhistle,
protagonista di Vera, romanzo del 1921. La Vera del titolo non compare mai
nelle vicende narrate in quanto morta, misteriosamente, prima che suo marito
divenuto vedovo incontri Lucy; permane pero' come un fantasma, febbrile e
inquietante, di un'indipendenza riconquistata a un prezzo troppo alto.
Pienamente convinto di meritarsi ben altro che infelicita', il fresco vedovo
Wemyss, benpasciuto che diventera' grasso, benpensante che non ha mai
pensato, s'imbatte per caso in Lucy, appena rimasta orfana. Lucy era
abituata ai fuochi d'artificio intellettuali del padre e dei suoi amici:
ingegni acuti, brillanti, sofisticati. Forse un po' troppo per l'inesperta
ragazza, che trova molto piu' accessibile il metodo Wemyss: "le nette
divisioni di Everard di ogni cosa in due categorie, bianco neve e nero
profondo, erano riposanti come la chiesa cattolica". Indottrinata e cullata
dal suo Everard, Lucy verra' condotta dalla sagace ironia della von Arnim
attraverso tutte le fasi dell'amore: dalla felice quanto breve stagione di
un innamoramento cieco e senza dubbi, in cui i giochi e gli spiragli sono
ancora aperti, e gli effetti tossici dell'amore non sono ancora percepibili,
fino alla stanza del matrimonio che, se perfettamente sigillata, garantisce
un infallibile avvelenamento. Vivendo insieme a lui, osservando il modo con
cui riduce le persone al suo servizio e chi gli sta vicino in geometrici e
ordinati pezzettini, Lucy inizia a capire qualcosa di piu' della misteriosa
Vera.
Vera che non voleva piu' suonare il pianoforte perche' il benaccorto marito
glielo aveva imbozzolato in una coperta di lana con mille bottoni da
riallacciare accuratamente; Vera che non poteva piu' entrare in biblioteca
perche' aveva lo spiacevole difetto di voler leggere i sontuosi libri fatti
rilegare dal premuroso marito; Vera che, confinata nella sua stanza,
dipingeva ariosi paesaggi inondati dalla luce.
Quell'aria e quella luce che gia' cominciano a mancare, dopo pochi giorni,
alla sconcertata Lucy. La domanda che, col procedere della convivenza,
acquista un timbro sempre piu' acuto, riguarda la sua sorte: riuscira' a
salvarsi? Con un'innegabile dose di perfidia la von Arnim non ce lo rivela:
ma quello che davvero conta in questa storia non e' il finale. E' tutto
quello che c'e' prima, la lucidissima, sferzante parabola di un amore
fittizio che puo' diventare modalita' di sicura asfissia.

6. LE ULTIME COSE. QUANDO, QUANDO, QUANDO, QUANDO

Quando la guerra la fanno i palestinesi, sono terroristi.
Quando la guerra la fa lo stato di Israele, e' terrorista.
Quando la guerra la fanno i ceceni, sono terroristi.
Quando la guerra la fa la Russia, e' terrorista.
Quando la fanno gli Usa, la Nato e l'Italia, allora e' civilta' e
democrazia.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1367 del 25 luglio 2006

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