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La nonviolenza e' in cammino. 1368



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1368 del 26 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Prima di tutto la pace
2. Nouhad Moawad: Raggiungersi attraverso il caos
3. Convocazione e programma del convegno di Pisa dell'8-11 settembre 2006
4. Rachel Scheier: Il club delle madri
5. Brunetto Salvarani: Religioni in dialogo
6. Maria Vittoria Vittori intervista Joyce Carol Oates
7. Elena Loewenthal presenta il "Commento al Deuteronomio" di Rashi di
Troyes
8. Charlie Chaplin: Verdoux in tribunale
9. Charlie Chaplin: Verdoux in attesa dell'esecuzione
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PRIMA DI TUTTO LA PACE

Perche' sempre la guerra uccide esseri umani.

2. TESTIMONIANZE. NOUHAD MOAWAD: RAGGIUNGERSI ATTRAVERSO IL CAOS
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione il seguente testo. Nouhad Moawad, laureanda
traduttrice all'Universita' di Beirut, dal 2 luglio e fino al prossimo 5
settembre lavora a New York in un progetto seminariale di "We News"]

18 luglio 2006
Stamani, mentre andavo al lavoro, sono stata raggiunta al telefono da una
delle mie migliori amiche. Mi ha detto che sabato ha lasciato la propria
residenza a Beirut per trasferirsi in una casa fra le montagne. La sua voce
rivelava tutta la sua paura e la sua ansia. "E' sempre la solita vecchia
storia", ha detto, "Distruzione ovunque. Le parti in conflitto se ne fregano
egoisticamente delle persone. Sono disperata. Non possiamo fare altro che
guardare le notizie in televisione, e' deprimente. Mi sembra di non aver
piu' energia per pensare ad un domani. L'unica cosa che voglio e' non vedere
piu' sofferenza. Voglio la pace".
La mia amica lavorava come clown, rallegrava le feste di compleanno, ma ora
e' senza lavoro, ovviamente: cosa c'e' da festeggiare?
"Qualche volta mi sembra di poter sopravvivere alla situazione, ma mi basta
andare al supermercato e vedere gli scaffali vuoti, o la gente in fila per
comprare cibo, e so che non c'e' nulla di normale in questo, che la
situazione e' miserabile, che la morte ci sta minacciando tutti".
Al lavoro, ricevo una e-mail da un'altra amica, attivista nella societa'
civile libanese, che vive nel centro di Beirut: "Mi rifiuto di arrendermi
alla partita fra nazioni giocata in Libano. Il Libano continuera' ad
esistere, qualsiasi cosa facciano". In allegato, quattro petizioni che
chiedono aiuti umanitari per il popolo libanese e donazioni alle banche del
sangue.
La mia sorella piu' giovane, che ha vent'anni, mi ha invece scritto una
lettera sulla situazione della nostra citta' natale, nel nord. Mi assicura
che la nostra famiglia sta bene, e che conserva la determinazione ad aiutare
il paese a vivere come una nazione indipendente: "Ne' Israele ne' Hezbollah
hanno creato il Libano, e nessuno dei due lo eliminera'".
I libanesi stanno soffrendo la fame, la sete ed il terrore. In sette giorni
sono state uccise 220 persone, e solo tre appartenevano ad Hezbollah; 850
sono i feriti, e mezzo milione coloro che hanno dovuto lasciare le proprie
case. Molti luoghi non esistono piu'. La comunita' internazionale ha a cuore
queste persone innocenti? Cos'hanno fatto i libanesi, che meriti una
punizione simile?
*
19 luglio 2006
Oggi a raggiungermi via e-mail e' un amico. Mi ha raccontato delle ventitre'
persone, donne e bambini, uccise un paio di giorni fa a Merwaheen, nel sud
del Libano. "Cercavano di sfuggire ai bombardamenti e di rifugiarsi nel
centro dell'Onu. Ma il centro ha rifiutato loro l'accesso, temendo un altro
genocidio tipo quello di Qana dell'aprile 1996. I poveri abitanti del
villaggio sono rimasti fuori. Sono rimontati sulle auto ed hanno tentato di
tornare alle loro case, ed hanno incontrato un missile israeliano. Tutti
morti".
Il riferimento del mio amico a Qana riguarda un'offensiva israeliana che si
chiamava "Grappoli di collera" e comincio' il 12 aprile del 1996. Sei giorni
piu' tardi, centoquaranta civili si rifugiarono alla base Onu a Qana e
vennero uccisi da un missile. Un bambino senza testa fu ritrovato dopo
l'attacco. Nessuno e' stato chiamato a rispondere di questo.
Il mio amico continua: "Vengono usate bombe al fosforo, armi bandite a
livello internazionale. In questa guerra nessuna convenzione sui diritti
umani viene rispettata. I bambini sono terrorizzati, perdono i genitori e i
parenti, muoiono di fame. Il popolo libanese e' stato privato anche del
diritto all'assistenza medica. Oggi un camion degli Emirati carico di
medicinali e' stato bombardato mentre era per strada, a Bekaa. L'ospedale di
Hadath (zona nord di Beirut) e' stato colpito la scorsa notte. Sono senza
parole, a causa delle immagini dei bambini feriti e uccisi che vengono
trasmesse dalle televisioni e pubblicate sui giornali. Mi domando perche'
paghiamo il prezzo di una decisione che non abbiamo preso".
E veramente le parole vengono meno, se si guardano le immagini. E' cosi'
duro per me, che avevo lasciato il mio paese sulla via del progresso e del
miglioramento dopo una lunga occupazione, pensare che vi tornero' per
trovarlo bruciato e distrutto.
*
22 luglio 2006
"La morte cammina per le strade del nostro paese. Riesci ad immaginarlo? Ci
sono persone bloccate nelle proprie case ad aspettare la morte. Cosa c'e' di
piu' crudele del sapere che da un momento all'altro per te puo' essere
finita?". E' la mia amica che lavorava come clown, a scrivermi oggi.
Riferendosi alle cifre dei morti, mi dice che anche membri dell'esercito
libanese entrano nel conto, nonostante non stiano partecipando agli scontri
e non abbiano attaccato Israele.
"Regioni cristiane e regioni musulmane, civili e militari, chiese e moschee,
uomini e donne e bambini: gli attacchi non fanno distinzioni. Mi piacerebbe
svegliarmi domattina e scoprire che e' stato tutto un incubo. Vorrei poter
smettere di pensare, piu' penso piu' sono stanca e depressa. Non so se
riusciremo mai a vivere in pace e dignita' in quest'area. Non so se avremo
di nuovo il diritto di sorridere".
Sempre stamattina ho ricevuto un messaggio da una compagna d'universita',
che dice piu' o meno le stesse cose: "Non so se condivideremo ancora le aule
e le lezioni. Non so se riusciremo mai ad avere un futuro in questo paese.
Non so se vedremo mai la pace in Libano".
La capisco. Potremmo non tornare mai piu' all'universita'. Potremmo non
incontrarci mai piu'. E' triste essere privati del diritto di mangiare, del
diritto di bere acqua, e del diritto di imparare. Questi diritti
fondamentali rappresentano forse una minaccia alla pace?
Mi domando se tutte le parti internazionali e locali coinvolte nel conflitto
sappiano che nulla, su questa terra, durera' per sempre, tranne l'animo
umano. Ricordano che la civilta' dei faraoni, quella dei maya, i romani e i
greci, i fenici e gli ottomani, e molte altre civilta', ora sono storia?
Abbiate pieta' degli innocenti, dei bambini terrorizzati e feriti e uccisi,
forzati a lasciare le loro case. Non permettete che la storia si ripeta come
nel 1982, quando ventimila persone morirono durante l'invasione israeliana.
Vi chiedo di riflettere sul fatto che ogni atto violento non fara' che
alimentare l'odio in Medio Oriente, e si tradurra' in guerre senza fine.
Unisco la mia voce alla richiesta urgente di pace, e spero che qualcuno
degli individui coinvolti in questa crisi la ascolti.

3. INCONTRI. CONVOCAZIONE E PROGRAMMA DEL CONVEGNO DI PISA DELL'8-11
SETTEMBRE 2006
[Nuovamente diffondiamo il seguente invito, e nuovamente ringraziamo Rocco
Altieri (per contatti: roccoaltieri at interfree.it) per aver promosso insieme
al Centro Gandhi di Pisa e alla redazione tutta di "Quaderni Satyagraha"
questa importante iniziativa. Rocco Altieri e' nato a Monteleone di Puglia,
studi di sociologia, lettere moderne e scienze religiose presso
l'Universita' di Napoli, promotore degli studi sulla pace e la
trasformazione nonviolenta dei conflitti  presso l'Universita' di Pisa,
docente di Teoria e prassi della nonviolenza all'Universita' di Pisa, dirige
la rivista "Quaderni satyagraha". Tra le opere di Rocco Altieri segnaliamo
particolarmente La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale
di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998]

L'11 settembre 1906 si svolgeva nel vecchio Teatro Imperiale di
Johannesburg, convocata dal giovane avvocato Gandhi, una grande assemblea
degli Indiani immigrati in Sud Africa. Essi decidevano di intraprendere una
campagna di lotta e di disobbedienza civile contro leggi discriminatorie ed
umilianti. Successivamente il Mahatma Gandhi riconobbe in quell'evento
l'atto di nascita del Satyagraha, cioe' di un modo nuovo di lottare che
sostituisce alla forza fisica il ricorso a una Forza piu' grande, che nasce
dall'amore per gli altri e per la Verita'.
Nell'avvicinarsi del centenario di quello storico evento, il Centro Gandhi
di Pisa e i "Quaderni Satyagraha" vogliono avviare una riflessione e una
ricerca comune che indichino i percorsi attuali e ininterrotti del
Satyagraha di Gandhi. Di fronte alla grande confusione semantica e politica,
all'uso spesso strumentale del termine "nonviolenza" e della stessa immagine
di Gandhi, vogliamo ribadire che la sua nonviolenza non e' passivita',
negativita', o scelta del male minore; e' invece obiezione di coscienza alle
strutture di dominio e scelta rivoluzionaria di trasformazione sociale per
costruire il potere di tutti (l'"omnicrazia" di Aldo Capitini) a partire dai
piccoli gruppi.
Il mondo della politica sembra oggi ipnotizzato, incapace di rompere gli
schemi retorici che tengono prigioniere le menti. L'abbattimento del muro di
Berlino e la riunificazione europea attraverso l'azione nonviolenta dei
popoli non e' servita a immaginare un ruolo per l'Europa al di fuori delle
ambizioni di "grande" potenza economica e militare. Adottando pratiche
discriminatorie verso i migranti e accodandosi al richiamo di una "guerra di
civilta'" il nostro sistema politico nasconde in realta' un'aggressione
neocoloniale di sfruttamento dei paesi del Sud del mondo.
Su tutte le questioni cruciali della pace e della guerra, la lotta
Satyagraha indica una via di uscita radicale e globale, che va cioe' alla
radice dei problemi angoscianti e dei conflitti apparentemente irrisolvibili
della modernita', rovesciando i modelli politici ed economici dominanti,
costruendo alternative realistiche all'imperialismo economico e alla
politica di aggressione militare, scegliendo nuovi stili di vita e un nuovo
modello di sviluppo. Questo percorso non puo' prescindere dalla cooperazione
con i movimenti indigeni degli altri continenti, che ci suggeriscono la
possibilita' di cambiare il mondo senza ricreare strutture di dominio,
tessendo reti internazionali di cittadinanza attiva che valorizzino le
identita' locali.
Durante tre giorni di studio con tavole rotonde e intense discussioni, dalla
sera dell'8 settembre all'11 settembre 2006, vogliamo ricordare un evento
che non ha dato inizio alla strategia del terrore e della guerra preventiva,
ma a un metodo rivoluzionario e nonviolento di liberazione sociale. Al
termine del laboratorio di discussione, che si terra' in una struttura
residenziale sul mare, ci sposteremo il giorno 11 settembre a Pisa per un
evento pubblico di celebrazione del centenario e presentazione della via
gandhiana alla pace e alla giustizia.
A tal fine convochiamo le amiche e gli amici italiani della nonviolenza, i
lettori e gli abbonati ai "Quaderni Satyagraha", per ridefinire un programma
attuale per la rivoluzione nonviolenta sui temi cruciali dell'organizzazione
del potere dal basso, dell'economia solidale e della parsimonia, della
ridefinizione del rapporto pace-giustizia, del servizio civile e della
difesa popolare nonviolenta, degli interventi civili e non-armati nelle
situazioni di crisi, del disarmo atomico, della critica alla scienza
dominante, della definizione di una bioetica, della laicita' e della riforma
di religione.
Attraverso un percorso di maggiore consapevolezza e di mutua chiarificazione
vogliamo costruire una rete capace di agire in senso culturale e politico
per far crescere l'alternativa nonviolenta.
Il Centro Gandhi e la redazione di "Quaderni Satyagraha".
*
Programma del convegno internazionale "Il potere della nonviolenza" che si
svolgera' a Pisa l'8-11 settembre 2006 in occasione del centenario della
nascita del satyagraha (11 settembre 1906).
*
Venerdi' 8 settembre
Ore 19-21: arrivo dei partecipanti, momenti di incontro e di socializzazione
*
Sabato 9 settembre
Ore 8,30-9: Leila D'Angelo; presidente del Centro Gandhi: Benvenuto alle e
ai partecipanti; Fulvio Cesare Manara: Introduzione storica agli eventi
dell'11 settembre 1906.
Ore 9-10,30: tavola rotonda su "Bioetica e nonviolenza". Relatori: Silvana
Borgognini, Marcello Buiatti, Nanni Salio. Coordina: Antonino Drago.
Ore 10,30-11: pausa.
Ore 11-12,30: tavola rotonda su "Difesa popolare nonviolenta, servizio
civile e corpi civili di pace". Relatori: Carla Biavati, Gianni D'Elia,
Antonino Drago, Alberto L'Abate. Coordina: Maria Francesca Zini.
Ore 12,30-14,30: pausa pranzo.
Ore 14,30-16: tavola rotonda su "La nonviolenza delle donne". Interverranno:
Valeria Ando', Cecilia Brighi, Federica Curzi, Luisa Del Turco, Angela
Dogliotti Marasso, Ada Donno, Luana Pistone, Giovanna Providenti. Coordina:
Meri Ciuti.
Ore 16-16,30: pausa.
Ore 16,30-18: gruppi di discussione sui temi delle tavole rotonde.
Contemporaneamente il laboratorio maieutico su "Scienza tecnologia e
nonviolenza", coordinatore: Francesco Cappello.
Ore 18-18,30: pausa.
Ore 18,30-19,30: dibattito sui temi delle tavole rotonde.
Ore 19,30-20: sessione di meditazione con Meri Ciuti.
*
Domenica 10 settembre
Ore 9-10,30: tavola rotonda su "L'organizzazione del potere dal basso e
l'economia solidale". Relatori: Martina Pignatti Morano, Nanni Salio, Aldo
Zanchetta. Coordina: Francesco Cappello.
Ore 10,30-11: pausa.
Ore 11-12,30: tavola rotonda su "Nonviolenza e riforma di religione".
Relatori: Rocco Altieri, Franz Amato, Enrico Fasana, Enrico Peyretti, Alex
Zanotelli. Coordina: Federica Curzi.
Ore 12,:30-14,30: pausa pranzo.
Ore 14,30-16: tavola rotonda su "Giustizia, pace e verita'. Relatori:
Antonino Drago, Roberto Mancini, Enzo Mazzi, Enrico Peyretti, Massimo
Toschi. Coordina: Rocco Altieri.
Ore 16-16,30; pausa.
Ore 16,30-18: gruppi di discussione sui temi delle tavole rotonde.
Ore 18-18,30: pausa.
Ore 18,30-19,30: dibattito sui temi delle tavole rotonde.
Ore 19,30-20: sessione di meditazione  con Meri Ciuti.
Dalle ore 20: cena e intrattenimenti teatrali e musicali.
*
Lunedi' 11 settembre
Ore 9-13: sintesi del convegno ed eventuale redazione di un documento
finale. Discussione aperta su "I 'Quaderni Satyagraha' per costruire una
rete di amici della nonviolenza".
Ore 13-17: pranzo e trasferimento a Pisa.
Ore 17-20: Auditorium Centro Maccarrone, via Silvio Pellico 6, Pisa:
Centenario del satyagraha: "Il potere della nonviolenza. L'attualita' di un
satyagraha per la messa al bando delle armi atomiche". Interventi di:
Alberto L'Abate, Lidia Menapace, Nanni Salio, Massimo Toschi, Alex
Zanotelli. Interverra' anche padre Anthony Elenjittman, discepolo di
Mohandas K. Gandhi.
*
Il convegno si svolgera' presso il Regina Mundi (www.cifpisa.com), viale del
Tirreno 62, a Calambrone, Pisa. Si tratta di una struttura alberghiera
affacciata sulla pineta e la spiaggia, dove i partecipanti ed i loro
accompagnatori potranno alloggiare e consumare i pasti (abbiamo chiesto alla
direzione di prepararci pranzi vegetariani).  Vi aspettiamo per la sera
dell'8 settembre e vorremmo che restaste fino alla tavola rotonda dell'11
settembre che si svolgera' a Pisa e potra' concludersi con una cena in
centro.
*
Iscrizioni entro il 31 luglio: compilare il modulo disponibile nel sito del
Centro Gandhi (www.centrogandhi.it) e inviarlo all'indirizzo e-mail:
11settembre.nonviolenza at centrogandhi.it  oppure tramite fax al 1782205126
(per i ritardatari, dopo il 31 luglio contattare Leila al 3355861242).

4. MONDO. RACHEL SCHEIER: IL CLUB DELLE MADRI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Rachel Scheier e' una giornalista indipendente, corrispondente dall'Uganda
per "We News"]

Kampala, Uganda. Grace Tumuhirwe fu infettata dal virus dell'aids a dodici
anni, quando suo zio la violento'. Alcuni anni piu' tardi, quando i sintomi
si fecero evidenti, la sua famiglia la caccio' di casa, e Grace affitto' una
stanza nella baraccopoli di Kampala. Trovo' un compagno, che l'aiutava anche
economicamente, e presto rimase incinta. Oggi e' madre di un bambino
sieropositivo di un anno.
Robinah Kaimbombo fu sposata a forza, adolescente, ad un uomo molto piu'
anziano. Suo marito mori' di aids dieci anni piu' tardi, lasciandola con
quattro bambini e infettata dal virus. Fu sollevata quando un altro uomo le
si avvicino', offrendosi di sposarla. Con lui insisteva per usare
preservativi, ma una notte torno' a casa ubriaco, la stupro', e Robinah
resto' incinta di nuovo. Quando la sua bimba nacque sieropositiva, suo
marito scomparve dalla circolazione.
Anche Fatumah Namata e' stata contagiata dal marito. Quando gliene chiese
ragione, lui rispose che non c'entrava nulla e l'abbandono' con cinque figli
da mantenere. Due di loro sono sieropositivi.
*
Queste donne sono membri del Mama Club, un gruppo che in Uganda offre
sostegno psicologico e sociale e madri e donne incinte sieropositive.
Due volte al mese, le donne si incontrano in una stanza messa a disposizione
da Taso, la piu' vecchia e numerosa organizzazione di sostegno alle persone
con hiv/aids del paese. Le donne bevono te' con il latte e discutono di come
guadagnare qualche soldo, allevando pollame o vendendo manufatti. Imparano
come prendersi cura di infanti sieropositivi. Quelle incinte apprendono di
aver bisogno di antiretrovirali da assumere durante la gravidanza, e che non
devono allattare piu' i loro piccoli dopo i primi tre mesi, per non
trasmettere loro il virus.
Le donne condividono le loro storie di emarginazione e discriminazione. Ma,
principalmente, stando insieme sedute a parlare, si ricordano l'un l'altra
che non sono sole. "La maggior parte di queste donne sono vedove, single, o
sono state cacciate dalle loro famiglie perche' sieropositive", racconta
Lydia Mungherera una medica che, lavorando nella clinica di Taso durante gli
anni '90, divenne conscia dell'intero blocco di problemi non strettamente
medici che le madri e le donne incinte sieropositive dovevano affrontare.
"L'idea principale era di dar inizio ad un forum, in cui si potesse parlare
di queste situazioni".
Nel 2004, valorizzando piccole donazioni da parte di privati, Mungherera
fondo' il gruppo con una manciata di clienti della clinica. Due anni piu'
tardi, il Mama Club ha cinquanta membri ed una nutrita lista d'attesa. Il
gruppo accetta donne contagiate che siano in stato di gravidanza o madri di
bambini d'eta' inferiore ai tre anni. Durante questi primi anni, dice Lydia
Mungherera, i bambini sono maggiormente soggetti a sviluppare problemi di
salute, e le madri imparano a gestire la doppia sfida del crescere un bimbo
sapendolo sieropositivo.
Con gli antiretrovirali e le cure appropriate, il rischio della trasmissione
del virus hiv da madre a figlio puo' calare sino all'1%. Ma nei paesi in via
di sviluppo il numero di infanti che nascono sieropositivi e' ancora alto in
modo inaccettabile, secondo l'ultimo rapporto dell'Organizzazione mondiale
della sanita' del marzo 2006. Il documento riporta che meno del 10% delle
donne sieropositive ha avuto accesso, dal 2003 al 2006, ai medicinali che
prevengono la trasmissione da madre a figlio. Il risultato e' che nascono
ogni giorno 1.800 bambini contagiati da hiv, e 570.000 fanciulli sotto i 15
anni muoiono ogni anno di aids, avendo per la maggior parte contratto il
virus dalle loro madri. I sistemi sanitari fragili e l'inadeguata
disponibilita' di medicine contribuiscono al problema.
*
Mungherera e le donne del Mama Club sostengono che anche l'ignoranza e il
pregiudizio fanno la loro parte. In Uganda, e ovunque, molte donne
apprendono di essere state contagiate quando sono incinte. E' quello il
momento in cui vanno in ospedale per i controlli, e vengono incoraggiate a
fare il test. Le donne che risultano positive ricevono il consiglio di non
avere altri figli e di usare il preservativo. E' piu' presto detto che
fatto, notano le donne del Mama Club. "Nel nostro paese, una donna non ha il
diritto di dire no al sesso o all'avere bambini", dice Pross Kevin,
quarantottenne, "L'uomo e' quello che conta. Se vuole fare sesso, protetto o
no, e' una decisione solo sua". In Uganda, come in numerosi paesi africani,
le donne si trovano ad affrontare una forte pressione culturale al divenire
madri. Una relazione affettiva e' tradizionalmente considerata non legittima
sino a che non produce un bambino.
Un altro problema, raccontano al Mama Club, e' la discriminazione che le
donne sieropositive subiscono dai lavoratori della sanita'. Queste donne
sono andate ad incontrare un gruppo locale che lavora per i diritti umani
con le loro testimonianze, documentando i casi per portare su di essi
l'attenzione pubblica. Hanno per esempio descritto come infermiere ed
ostetriche al reparto maternita' del Mulago Hospital, la clinica pubblica
piu' grande di Kampala, abbiano insultato le pazienti dopo aver saputo che
erano sieropositive, ed abbiano negato loro le cure. Una donna ha creduto
che il suo bambino fosse sieropositivo perche' l'infermiera si rifiuto' di
toccare entrambi durante il parto. Un'altra, alla richiesta di aiuto, si e'
sentita domandare dall'infermiera come aveva avuto la pensata di restare
incinta, prima di tutto. Queste storie sono finite sulla stampa locale. Al
Mama Club non hanno statistiche ufficiali, ma dicono che le discriminazioni
sono un po' diminuite dopo la protesta.
Recentemente, rappresentanti di un gruppo di avvocate ugandesi hanno
visitato il club ed hanno tenuto incontri con le donne per informarle sui
loro diritti legali rispetto alle proprieta' matrimoniali ed al trattamento
medico negli ospedali pubblici. Il direttore di Taso, Alex Coutinho, ha
tenuto una conferenza pubblica sulla necessita' che gli uomini sieropositivi
siano piu' collaborativi con le loro partner, ed ha lanciato l'idea di un
"Tata Club", un gruppo di padri.
Il Mama Club sopravvive con le occasionali donazioni da parte di privati e
con i rimasugli della sottoscrizione pubblica tenuta lo scorso anno. Pross
Kevin dice che con i soldi o senza soldi, le madri continueranno ad
incontrarsi due volte al mese: "Se restiamo insieme, almeno possiamo darci
una mano l'un l'altra".
*
Per maggiori informazioni:
The Aids Support Organization (Taso): www.tasouganda.org
World Health Organization: Mother to Child Transmission of Hiv/Aids:
www.who.int/hiv/pub/mtct
Unaids: www.unaids.org

5. RIFLESSIONE. BRUNETTO SALVARANI: RELIGIONI IN DIALOGO
[Ringraziamo Brunetto Salvarani (per contatti: brunetto at carpinet.biz) per
averci messo a disposizione questo suo intervento comparso su "Jesus" di
luglio 2006, per la rubrica "Verso Verona 2006". Brunetto Salvarani, teologo
ed educatore, da tempo si occupa di dialogo ecumenico e interreligioso,
avendo fondato nel 1985 la rivista di studi ebraico-cristiani "Qol"; ha
diretto dal 1987 al 1995 il Centro studi religiosi della Fondazione San
Carlo di Modena; saggista, scrittore e giornalista pubblicista, collabora
con varie testate, dirige "Cem-Mondialita'", fa parte del Comitato "Bibbia
cultura scuola", che si propone di favorire la presenza del testo sacro alla
tradizione ebraico-cristiana nel curriculum delle nostre istituzioni
scolastiche; e' direttore della "Fondazione ex campo Fossoli",
vicepresidente dell'Associazione italiana degli "Amici di Neve' Shalom -
Waahat as-Salaam", il "villaggio della pace" fondato in Israele da padre
Bruno Hussar; e' tra i promotori dell'appello per la giornata del dialogo
cristiano-islamico. Ha pubblicato vari libri presso gli editori Morcelliana,
Emi, Tempi di Fraternita', Marietti, Paoline]

A Palermo, nel terzo convegno ecclesiale del '95, erano gia' visibili le
avvisaglie di un processo che negli anni seguenti avrebbe registrato
un'accelerazione straordinaria quanto attesa. Nell'occasione, infatti, si
scelse di riservare uno spazio significativo alle esigenze dell'ecumenismo e
al dialogo interreligioso, nella preghiera e nelle meditazioni mattutine,
con inviti mirati e simbolici a rappresentanti delle chiese evangeliche ed
ortodosse, dell'ebraismo e dell'islam.
E' diventato persino un luogo comune il fatto che, da allora, il
protagonismo di chiese e religioni altre sia esponenzialmente aumentato
sotto il cielo del belpaese, in maniera tale da non poter essere piu'
sottovalutato: i talk-show discutono (spesso un tanto al braccio) della
rivincita di Dio, l'11 settembre e' stato letto come un'epifania delle
patologie connesse al discorso religioso, e i sociologi fotografano
l'avvento di una societa' postsecolare... occorre continuare?
Da una parte, appare evidente che non possiamo non fare i conti col
pluralismo religioso e con le contaminazioni fra i diversi sentieri del
divino, e che tutte le culture e le religioni hanno bisogno le une delle
altre per restare fedeli alla parte migliore di se stesse; dall'altra,
pero', tale situazione, ancora largamente in progress, non sta producendo,
salvo eccezioni a confermare la regola, un kairos nella consapevolezza di
cosa significhi testimoniare il vangelo in una societa' in cui perdura la
secolarizzazione ma affiorano confusamente ansie mistiche e bisogni
spirituali. In una reale assunzione di responsabilita' sul tema cruciale del
dialogo, ecumenico, interreligioso e interculturale. In un investimento, nel
vissuto quotidiano, sull'educazione all'alterita': un'alterita' che non ci
sta solo di fronte o di fianco, col musulmano o il sikh della porta accanto,
ma che ci abita, attraversando le nostre stesse comunita', sempre piu'
plurali, diversificate e affaticate nella ricerca di un linguaggio comune
per dire Dio.
*
E' questo lo scenario complesso in cui ci stiamo preparando all'ormai
prossimo convegno di Verona, chiamato a ridisegnare con coraggio e profezia
le strategie di una chiesa profondamente mutata dai tempi di Palermo.
Non sara' facile, per svariate ragioni. Fra le quali il fatto che dialogo e'
un termine indispensabile che pero' oggi rischia, purtroppo, di non
comunicare piu' alcunche' per l'estenuazione del suo uso. Per la facilita'
eccessiva con cui vi si ricorre, senza elaborarlo appieno. Si noti:
paradossalmente, perche' al dialogo, in realta' - come ci hanno insegnato il
Concilio e Paolo VI, la pedagogia dei gesti di Giovanni Paolo II e lo stesso
Benedetto XVI - non esiste alternativa. E perche' il dialogo non va posto in
contrapposizione, come talvolta si afferma, con la missione e con
l'annuncio: anzi. La questione, semmai, dovrebbe riguardare le modalita'
pratiche per tracciare adeguati cammini di educazione a dialogare, a partire
dalle chiese locali.
E' viva, in effetti, la sensazione che ci sia nell'aria un diffuso bisogno
di dialogo, umano e concreto, che non sempre le istituzioni ecclesiali
riescono ad intercettare. Di un incontro interreligioso che andrebbe
finalmente considerato come segnale, sia pur contraddittorio, di speranza
per il domani: perche' sarebbe fuorviante se il pesante clima
politico-culturale odierno e l'intransigenza generalizzata quanto pervasiva
ci impedissero di cogliere che tra i cristiani e gli altri non si danno solo
diffidenze o scontri, ma pure esperienze d'apertura e fiducia reciproca...
Alcune buone pratiche in tal senso, fortunatamente, non mancano. Gia' oggi
si stanno narrando storie di fraternita' che si ripetono con una certa
frequenza, i cui protagonisti sono gruppi, movimenti e parrocchie. Penso, ad
esempio, alle tante realta' che, in meno di un lustro, hanno concorso alla
creazione di una piccola tradizione nazionale, celebrando la Giornata
ecumenica del dialogo cristiano-islamico l'ultimo venerdi' di Ramadan. Che
hanno colto come sia vitale il passaggio dal dialogo delle buone maniere e
dei salamelecchi al dialogo nella verita' e nella franchezza, anche se le
loro esperienze risultano spesso, come si usa dire, "poco notiziabili"...
E' importante raccontare il positivo esistente, che rischia di annegare
nell'informazione allarmistica e tutta urlata per slogan cui siamo ormai
rassegnati: anche perche' il dialogo fornisce ai credenti un'opportunita'
per esaminare assieme l'universale tendenza umana all'esclusivismo, allo
sciovinismo, alla violenza, che possono infettare il comportamento e
l'identita' religiosa.
*
Si', mi pare davvero doveroso domandarci: favorira' l'appuntamento veronese
quel salto di qualita' che porterebbe a leggere il dialogo non piu' come una
sfumatura marginale nel paesaggio dell'essere chiesa, ma piuttosto il caso
serio del cristianesimo odierno, segno dei tempi e ancoraggio reale al
vangelo, contro ogni ricorrente predicazione di sventura?
Per Louis Massignon, l'ospitalita' e' la strada della verita'. Qui,
verosimilmente, risiede la scommessa su cui si sta giocando buona parte
della credibilita' di una chiesa capace di futuro, che metta al cuore della
propria pastorale la virtu' bambina della speranza.

6. RIFLESSIONE. MARIA VITTORIA VITTORI INTERVISTA JOYCE CAROL OATES
[Dal quotidiano "Liberazione" del 12 luglio 2006.
Maria Vittoria Vittori e' critica letteraria, giornalista culturale,
saggista, collaboratrice di varie testate tra cui "Leggendaria".
Joyce Carol Oates (Lockport, New York, 1938), e' una delle maggiori
scritrici nordamericane viventi, autrice di oltre 70 volumi, insegna nel
dipartimento di scrittura creativa all'Universita' di Princeton. Tra le
opere di Joyce Carol Oates dipsonibili in italiano: Un'educazione
sentimentale, e/o, 1989; Marya, e/o, 1990; Figli randagi, e/o, 1994;
Notturno, e/o, 1996; Zombie, Tropea, 1996; Perche' sono uomini, Tropea,
1998; Nel buio dell'America, Sellerio, 1999; Blonde, Bompiani, 2000; La
ballata di John Reddy Heart, Tropea, 2001; Acqua nera, Net, 2002; Bruttona &
la lingua lunga, Mondadori, 2002; Bestie, Mondadori, 2002; Una famiglia
americana, Tropea, 2003; Figlie e mari, tropea, 2003; L'eta' di mezzo,
Mondadori, 2003; Misfatti. Racconti di trasgressione, Bompiani, 2003;
Stupro. Una storia d'amore, Bompiani, 2004; Ragazze cattive, Net, 2004; Un
giorno ti portero' laggiu', Mondadori, 2004; Storie americane, Tropea, 2005;
Occhi di tempesta. Vuoi davvero conoscere la verita'?, Mondadori, 2005; Le
cascate, Mondadori, 2006]

Piu' volte si e' ricorso all'aggettivo "prolifica" per definire la
scrittrice Joyce Carol Oates, nata nel 1938 a Lockport nello stato di New
York, piu' volte candidata al Nobel. Davvero imponente il numero di opere
prodotte: piu' di settanta, tra romanzi, raccolte di racconti, saggi, libri
per bambini. Ma mai come in questo caso, la quantita' - goffamente
sottolineata da quel "prolifica" - e' strettamente alleata alla qualita',
all'intensita' di una scrittura che non perde colpi. Infallibile, qualunque
sia l'oggetto di attenzione, di analisi, di scavo. Sia un quartiere
privilegiato o un posto alla fine del mondo, un raffinato ambiente culturale
o una famiglia lacerata dai conflitti, un'insoddisfatta mezza eta' o
un'aggressiva adolescenza, la scrittura della Oates e' sempre duttile,
mobilissima: non esclude alcuna risorsa di timbro e di stile pur di arrivare
a stanare - a ricreare - il cuore delle cose. Mantiene sempre una forte
attenzione al sociale, soprattutto perche' e' su questo terreno di smisurata
esposizione che ognuno di noi gioca la partita piu' difficile per la propria
interiorita'.
Tra le opere piu' recenti appena uscite da noi, il racconto dall'emblematico
titolo Vittima sacrificale nella collana Deviazioni della casa editrice
Sonzogno e Tu non mi conosci (Mondadori, pp. 360, euro 8,40), una collezione
di storie rapide e folgoranti - la Oates e' autentica maestra del racconto,
consacrata anche dal prestigioso National Book Award - collocate in famiglie
disturbate, in scuole per adulti, in paesini sonnolenti dove i pochi eventi
che accadono hanno il sapore della violenza.
Spesso, in questi racconti, e' nell'acqua di un lago o di un fiume che si
riflettono le vicende e l'interiorita' dei personaggi. Ed e' proprio la
misteriosa potenza dell'acqua - ricordiamo, sul tema, Acqua nera (Net, pp.
153, euro 6,80) il libro ispirato alla tragedia di Chappadiwick in cui perse
la vita la segretaria di Ted Kennedy - la protagonista del suo ultimo
romanzo Le cascate (Mondadori, pp. 510, euro 19). Le "fantastiche" cascate
del Niagara, luogo di potente attrazione per i turisti e in pari modo per i
suicidi: consiste, la loro seduzione, in quella promessa d'annientamento che
e' l'unico possibile antidoto alla disperazione.
Un versante oscuro che la Oates ha esplorato fin dall'inizio della sua
attivita' letteraria e di cui e' stata chiamata a dar testimonianza qui a
Milano, dove la incontriamo, alla settima edizione della Milanesiana,
rassegna culturale ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi e dedicata,
quest'anno, ai "Mondi oscuri".
"Nel racconto inedito che leggo, La cantina, il personaggio femminile
percepisce nella figura del padre alcuni elementi che possono far pensare
alla pazzia ma che non viene mai dichiarata apertamente. Talvolta anche la
cosiddetta pazzia puo' essere una questione d'interpretazione" dichiara la
scrittrice che ha letto il suo testo al Teatro Dal Verme, nel corso di una
serata dedicata a "Donne e follia" con la partecipazione della scrittrice
libanese Hoda Barakat, della giornalista Carmen Lasorella e della soprano
Anna Caterina Antonacci che ha eseguito celebri arie ispirate alla follia.
"Suggestivo l'argomento - osserva ironicamente la Oates - ma non
necessariamente tocca alle donne essere folli".
*
- Maria Vittoria Vittori: Nel suo ultimo romanzo Le cascate troviamo una
rappresentazione molto efficace della societa' americana degli anni
Cinquanta. Quanto e' elevata la percentuale di realismo?
- Joyce Carol Oates: Molto elevata. Il libro riflette in modo accurato la
realta' di quel periodo. Un periodo che e' stato contrassegnato dal
maccartismo, dal moralismo, ma anche da gravi episodi di inquinamento del
suolo e del sottosuolo. Il caso di Love Canal, dapprima un fosso a cielo
aperto, poi discarica di prodotti chimici e scorie radioattive, e' avvenuto
nella realta' e ho voluto raccontarlo proprio perche' in quegli anni
Cinquanta ha rappresentato un simbolo di tutto cio' che accadeva negli Stati
Uniti. Quello che disturbava, e che disturba ancora oggi, sono i tentativi
dei politici di coprire quanto accade e di depistare le indagini.
*
- Maria Vittoria Vittori: Tanto e' vero che l'avvocato Dick Burnaby, che
aveva denunciato il caso in tribunale, fara' una brutta fine. Ma veniamo a
un altro personaggio con un destino tragico, che non compare in questo libro
se non come un fantasma cinematografico: Marilyn Monroe, protagonista del
film Niagara.
- Joyce Carol Oates: Le ho dedicato diversi racconti e un intero romanzo,
Blonde. Ero particolarmente interessata a Norma Jeane Baker, la persona che
divenne Marilyn Monroe. Volevo capire perche' e' diventata Marilyn, quali
sono state le forze, evidenti e nascoste, che hanno prodotto il personaggio.
In fondo Marilyn rappresenta tutte le donne nello sforzo di creare un se'
fittizio per conquistare un uomo, un posto di lavoro interessante, per
vendersi in altri modi. E poi e' morta a 36 anni: un'autentica tragedia.
*
- Maria Vittoria Vittori: Spesso nei suoi romanzi protagoniste sono le
periferie. Una periferia che non e' solo geografica e sociale ma anche
interiore.
- Joyce Carol Oates: Bisogna considerare che spesso negli Stati Uniti i
sobborghi sono la parte piu' ricca della citta': a Princeton, dove vivo, e'
cosi'. Anche Beverly Hills e' un sobborgo di Los Angeles. Poi, e' vero, ci
sono anche le periferie delle metropoli, povere e degradate, ma io mi sono
interessata a tutti gli ambienti, ho scritto su tutto: sulla campagna, sulla
citta', sul presente, sugli anni Cinquanta e sugli anni Settanta, su diversi
periodi. Tant'e' vero che il mio prossimo romanzo, Black girl, white girl e'
collocato negli anni Trenta, in uno scenario di campagna.
*
- Maria Vittoria Vittori: C'e' un dramma latente o in fase di esplosione in
quasi tutte le storie di famiglia che racconta. Come mai la vita familiare
e' diventata cosi' difficile?
- Joyce Carol Oates: Come tanti altri scrittori, non scrivo di persone
felici. Non mi interessano. Ma non mi sono mai occupata di guerre come
invece fanno tanti autori, soprattutto di sesso maschile. Io mi sono spesso
occupata e continuo ad occuparmi della vita familiare, ma la situazione non
e' poi cosi' diversa: in entrambi i casi, il conflitto e' elemento
essenziale e costitutivo. Non era cosi' negli anni Trenta e Quaranta, il
periodo della mia infanzia. E' a partire dagli anni Sessanta che questo
contrasto tra generazioni ha assunto un carattere sociale: da quando i
giovani si sono rifiutati di partire per il Vietnam, di combattere quella
guerra. E' da quel momento che il concetto di famiglia e' cambiato e si e'
modificato sempre piu' rapidamente fino ad esprimere, attualmente, un
contesto pieno di conflitti.

7. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA IL "COMMENTO AL DEUTERONOMIO" DI RASHI
DI TROYES
[Da "Tuttolibri" del  22 luglio 2006 riprendiamo la seguente recensione di
Rashi di Troyes, Commento al Deuteronomio, introduzione e traduzione di
Luigi Cattani, Marietti, pp. 300, euro 28.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Rashi di Troyes - rabbi Shelomoh ben Yishaq - (Troyes 1040-1105), illustre
commentatore della Torah e del Talmud, nacque a Troyes, capitale del ducato
di Champagne, centro agricolo e commerciale, intorno al 1040; studio' nelle
prestigiose scuole renane di Worms e Magonza, dove aveva insegnato Gershom
ben Yehudah; tornato a Troyes vi fondo' una scuola e scrisse i suoi
commenti; mori' nel 1105. Tra le opere di Rashi di Troyes: Commento alla
Genesi, Marietti, 1985; Commento all'Esodo, Marietti, 1988; Commento al
Cantico dei cantici, Qiqajon, 1997; Commento alla Genesi, Marietti, 1999;
Commento al Deuteronomio, Marietti, 2006]

La tradizione rabbinica e', per autodefinizione, un mare magnum (yam in
ebraico) sconfinato. Ma niente affatto pacifico, se guardiamo all'immagine
convenzionale del dotto ebreo cosi' come e' stata tramandata: un vecchio
curvo sui libri intento a spaccare il capello in quattro. Otto. Sedici. E
via cosi', in una progressione geometrica fatta di questioni che si mordono
la coda, cavilli insolubili, viziosi giri di parole. Come se il gusto della
discussione venisse sopra e prima di ogni altra cosa.
Non si puo' negare che una fetta della tradizione esegetica d'Israele sia
compiaciuta di se', con qualche propensione alla sofistica. Ma gran parte
dei commenti e delle dispute rabbiniche che costituiscono il corpus del
pensiero ebraico ha una natura diversa: coinvolta nel profondo, sofferta. E
se vogliamo guardare a un'opera che, nella sua chiarezza - senza escludere,
anzi, l'intensita' - e' proprio il contrario del cavillo, del capello
squarciato in mille pezzi, giunge a proposito il grande Rashi.
Vissuto nell'XI secolo (mori' nel 1105) fra Troyes, Worms e Magonza, Rashi
e' l'esegeta per eccellenza. Il suoi commenti (alla Torah e al Talmud) sono
ormai imprescindibili, sono entrati nel vero senso della parola dentro il
corpo del testo originale. Questo grande maestro dice del proprio lavoro che
si limita al primo livello esegetico, il peshat, cioe' la ricerca del senso
primo, "facile" (questo significato evoca la parola ebraica). Niente
allegorie, allusioni o segreti. Il suo commento e' pura e semplice, ma
indispensabile spiegazione. Cosi' ad esempio Rashi ragiona intorno a
Deuteronomio 6, 5, l'imposizione d'amore contenuta nello Shema, l'atto di
fede ebraico: "Ascolta Israele: il Signore, il nostro Dio, il Signore e'
uno: significa che il Signore, che ora e' il nostro Dio e non il Dio delle
genti, sara' in futuro il solo Signore... tu amerai il Signore tuo Dio con
tutto il tuo cuore: significa, metti in pratica le sue parole per amore!".
Il commento al Deuteronomio di Rashi e' ora disponibile nella versione
italiana di Luigi Cattani che ha gia' curato, sempre per Marietti, quelli a
Genesi e all'Esodo. Questo progetto ha ambizioni interconfessionali, parte
cioe' dall'assunto che proprio le opere di Rashi hanno "costituito nel corso
dei secoli un luogo fecondo di incontro con l'esegesi e con il pensiero
stesso d'Israele". La traduzione dall'ebraico e' puntuale, chiara la
disposizione del testo. Del resto e' Rashi stesso, con la sua prosa lucida e
le sue puntualizzazioni brevi, a esigere un approccio diretto, "semplice".
Non di rado le sue note a margine del testo son glosse in loaz, cioe' in
quella lingua volgare (francese) con cui avevano familiarita' i suoi primi
lettori: "Triturandolo (Deut. 9, 21) - La forma verbale indica un'azione
continuativa; significa 'continuando a distruggerlo'. In lingua locale:
moulant".
Attraverso il commento, che segue passo a passo il testo biblico, emerge
piu' che mai quella dinamica che rende spessore al codice di leggi e norme
pratiche. Il Deuteronomio e', certo, un insieme a volte pedante di regole.
Ma tutto s'inscrive nel meccanismo d'amore, tradimento, rimprovero,
ravvedimento che lega Israele al cielo, in una faticosa ma anche esaltante,
progressiva agnizione di se'. Rashi si destreggia fra le porzioni halakiche,
cioe' legislative, e quelle haggadiche, cioe' narrative, del tessuto
biblico. Con una dimestichezza e una devozione al testo per cui non esiste
nessun versetto che sia piu' degno di altri d'essere commentato, nessun
passo che valga saltare a pie' pari: tutto racconta in egual misura
l'inimitabile storia sacra.

8. DOCUMENTI. CHARLIE CHAPLIN: VERDOUX IN TRIBUNALE
[Dalla sceneggiatura originale di Monsieur Verdoux - il film di Chaplin del
1947, ovviamente un capolavoro - riportiamo la dichiarazione di Verdoux dal
banco degli imputati. Il testo lo riprendiamo da David Robinson, Chaplin. La
vita e l'arte, Marsilio, Venezia 1987, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma
2006, p. 597. Charlie Chaplin (1889-1977) e' uno dei geni del cinema, e
dell'arte tout court. Opere di Charlie Chaplin: qui segnaliamo
particolarmente Tempi moderni (1936), Il grande dittatore (1940), Monsieur
Verdoux (1947). Ma tutto Chaplin va visto, e pressoche' tutti i suoi film
sono capolavori. Opere su Charlie Chaplin: per una prima introduzione cfr.
Giorgio Cremonini, Charlie Chaplin, Il Castoro Cinema, Milano; David
Robinson, Chaplin. La vita e l'arte, Marsilio, Venezia; ma la bibliografia
su Chaplin e' infinita]

- Giudice (a Verdoux): Ha qualcosa da dire prima che la sentenza sia
pronunciata?
- Verdoux (alzandosi): Si', vostro onore... Anche se il pubblico ministero
non e' stato prodigo di complimenti con me, ha ammesso comunque che ho un
cervello. (Volgendosi al pubblico ministero) Grazie, signore, e' vero. E per
trent'anni l'ho usato onestamente, ma in seguito nessuno l'ha piu' voluto,
cosi' sono stato costretto a mettermi in proprio. Ma le assicuro che non e'
stata una vita facile. Ho lavorato duro per quello che ho guadagnato, e
molto ho dato per avere in cambio ben poco... Quanto a essere un assassino
all'ingrosso, non e' proprio questa la professione che il mondo incoraggia
di piu'? Non si stanno forse costruendo armi sempre piu' perfezionate per
sterminare i popoli su scala sempre piu' vasta? Non si sono gia' fatti a
pezzi donne e bambini, e in modo altamente scientifico? Come assassino, in
confronto io non sono che un dilettante... Scandalizzarsi per la natura dei
miei crimini e' vera e propria ipocrisia. Voi vi compiacete del delitto, lo
legalizzate e lo adornate con ghirlande d'oro; voi lo celebrate con trionfi
e fanfare! L'assassinio e' l'attivita' imprenditoriale su cui prospera il
vostro sistema e si afferma rigogliosa la vostra industria. In ogni caso,
perche' dovrei perdere la calma se fra poco dovro' perdere la testa? Prima
di lasciare questa scintilla residua di vita terrena, volevo comunque dirvi
questo: avro' presto il piacere di rivedervi.

9. DOCUMENTI. CHARLIE CHAPLIN: VERDOUX IN ATTESA DELL'ESECUZIONE
[Ibidem. Sono le parole di Verdoux a un giornalista, mentre e' in attesa
dell'esecuzione]

- Verdoux: ... Se si ammazza una persona si e' un criminale. Se se ne
ammazzano milioni si e' un eroe. Le grandi cifre santificano tutto, amico
mio.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1368 del 26 luglio 2006

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