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La nonviolenza e' in cammino. 1369



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1369 del 27 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Benito D'Ippolito: Di buon cuore gli assassini
2. Peppe Sini: L'ora della nonviolenza giuriscostituente
3. Enrico Piovesana: In Afghanistan occorre solidarieta', non guerra
4. Maso Notarianni: Il 73% degli elettori del centrosinistra vuole il ritiro
delle truppe italiane dall'Afghanistan
5. Hans Kung: Religioni universali, pace mondiale, etica mondiale
6. Letture: Nunzia Penelope, Seveso 1976-2006
7. Letture: Francesco Pistolato (a cura di), Per un'idea di pace
8. Riedizioni: David Ricardo, Principi di economia politica e dell'imposta
9. Osvaldo Caffianchi: Orsu' gioiscano gli assassinati afgani
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. BENITO D'IPPOLITO: DI BUON CUORE GLI ASSASSINI

Di buon cuore gli assassini
fanno guerre umanitarie
per salvare i piu' meschini
dalle idee totalitarie.

I governi piu' sapienti
sanno quel che occorre e vale:
romper ossa, spezzar denti
all'indigeno permale.

E per fare meglio e prima
bombe e mine fanno all'uopo:
con i morti si concima
e il raccolto verra' dopo.

Se lo stolido innocente
va a ficcarsi sotto il fuoco
sua e' la colpa, l'insipiente
non capisce il grande gioco.

Ah, la guerra sola igiene
per un mondo stanco e lercio
a cui inietta nelle vene
morte e libero commercio.

Di buon grado gli assassini
fan le stragi umanitarie:
sterminando anche i bambini
aboliscon la barbarie.

2. EDITORIALE. PEPPE SINI: L'ORA DELLA NONVIOLENZA GIURISCOSTITUENTE

La guerra che sta infiammando il Medio Oriente deve essere fermata al piu'
presto, ed al piu' presto occorre recare soccorso alle vittime, a tutte le
vittime.
Il cessate il fuoco e' il primo, indispensabile passo. Il fondamentale
diritto a non essere uccisi va riconosciuto a tutti gli esseri umani. Per
questo obiettivo ciascuno si adoperi con azioni coerenti: ovvero che si
basino sulla consapevolezza che fini di pace e di convivenza non si possono
raggiungere con atti di guerra e di morte.
*
Il fallimento di un'operazione meramente propagandistica come quella della
conferenza di Roma era implicito nelle sue stesse premesse: l'ipocrisia di
governi e di organismi internazionali - come il governo Usa e quello
italiano, come il segretario generale dell'Onu che negli ultimi decenni ha
avallato crimini inenarrabili quando a commetterli erano i piu' potenti tra
i potenti - non poteva che mostrare la corda: non possono pretendere di dar
lezioni di pace coloro che commettono o avallano guerre e stragi.
Occorre un'azione di pace con mezzi di pace, che abbia credibilita' e
ingeneri fiducia: e' evidente che gli Usa - e i loro alleati e scudieri -
non possono essere soggetto promotore e protagonista di un'azione di pace
credibile mentre stanno continuando a massacrare iracheni ed afgani.
*
Sono anni che questo foglio sostiene la tesi che occorre che la nonviolenza
entri e pienamente si dispieghi nelle istituzioni e nella politica statuale
ed internazionale; che divenga fondamento della legislazione e
dell'organizzazione degli ordinamenti giuridici, e chiave di volta delle
relazioni tra gli stati e tra i popoli, cardine delle agende poltiche
internazionali.
Del resto la nonviolenza e' sempre stata eminentemente lotta politica e
principio giuriscostituente: Gandhi e' innanzitutto un leader politico e in
decisive fasi della lotta per l'indipendenza dell'India finanche un capo di
partito.
Esperienze di nonviolenza giuriscostituente sono ormai realta' in varie
parti del mondo: l'esperienza sudafricana della Commissione per la verita' e
la riconciliazione dmostra che persino nel campo del diritto penale la
nonviolenza puo' e deve farsi principio-guida legislativo ed operativo.
Il lavoro in corso da anni in Europa e in italia per i Corpi civili di pace
e per la Difesa popolare nonviolenta (come gia', a suo tempo, le lotte che
portarono al riconoscimento dell'obiezione di coscienza al militare, e le
esperienze di servizio civile alternativo - quelle valide, poiche' come
tutti sappiamo si sono date anche tante pratiche discutibili e fin
ignobili), costituiscono percorsi di lavoro su cui occorre ancor piu'
procedere e premere.
*
Chi - come certi dirigenti politici e certi ministri guerrafondai che
trovano addirittura talora ascolto in accademici troppo segnati dalla loro
subalternita' a partiti politici che li hanno a suo tempo reclutati come
fiori all'occhiello nelle istituzioni - continua a predicare che la
nonviolenza deve stare alla larga dalla politica e dalle istituzioni
democratiche, non sa quel che si dice, o forse lo sa fin troppo bene.
*
Oggi o la nonviolenza si fa proposta politica, progetto giuriscostituente,
principio informatore delle politiche internazionali come di quelle statuali
e locali, o svanisce nel nulla.

3. RIFLESSIONE. ENRICO PIOVESANA: IN AFGHANISTAN OCCORRE SOLIDARIETA', NON
GUERRA
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo di Enrico Piovesana del 18 luglio 2006. Enrico Piovesana,
giornalista, lavora a "Peacereporter.net", per cui segue la zona dell'Asia
centrale e del Caucaso; nel maggio 2004 e' stato in Afghanistan in qualita'
di inviato]

Approda in Parlamento il decreto sul proroga della partecipazione italiana
alla missione militare della Nato in Afghanistan: Isaf.
Alle critiche di chi la definisce una missione di guerra travestita da
missione di pace, il governo risponde rivendicandone lo scopo umanitario,
dichiarando che essa contribuisce alla ricostruzione del Paese: direttamente
con le Squadre di Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la
protezione garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul
territorio.
Ma le stesse Ong italiane, da anni impegnate in Afghanistan, insorgono
contro quella che giudicano una strumentalizzazione politica e una
confusione di ruoli che finisce con l'ostacolare e rendere pericoloso,
invece che facilitare, il lavoro di cooperazione e assistenza umanitaria.
Coopi, Alisei, Cesvi, Aispo, Medici Senza Frontiere e Terres des Hommes,
Caritas, interpellate da "PeaceReporter", chiedono al governo di non usare
la scusa dell'umanitarismo per giustificare agli occhi dell'opinione
pubblica decisioni di politica estera che nulla hanno a che vedere con il
bene della popolazione irachena, e di valutare seriamente l'opportunita' di
continuare a partecipare a una missione "di pace" ormai indistinguibile
dall'operazione di guerra Enduring Freedom. E alcune Ong, non piu' solo
Emergency, chiedono esplicitamente il ritiro dei nostri soldati
dall'Afghanistan.
Stanche di essere strumentalizzate ma inascoltate, le Ong italiane che
operano in teatri di guerra (Afghanistan e Iraq) hanno deciso la scorsa
settimana di cerare un coordinamento per far valere le proprie posizione di
fronte ai politici ed ai militari.
*
Nino Sergi, segretario generale di Intersos: "I Prt vengono spacciati per
strutture miste civili-militari, ma in realta' operano sotto il comando dei
militari e consistono in squadre di militari che svolgono attivita'
umanitaria in maniera strumentale a obiettivi militari che prescindono dalle
reali esigenze della popolazione locale. Questo non solo contrasta con la
regola etica fondante dell'aiuto umanitario, la neutralita'. Ma mette in
pericolo il nostro lavoro in quelle zone, costringendoci addirittura a
sloggiare dalle aree in cui operano i Prt. Perche' laddove i militari fanno
lo stesso lavoro che facciamo noi, la popolazione non distingue piu' tra noi
e loro, ci identifica con i militari e scarica anche su di noi l'ostilita'
che ha nei confronti delle truppe straniere, soprattutto ora che la missione
di pace Isaf e l'operazione bellica Enduring Freedom si sono sovrapposte e
confuse diventando praticamente indistinguibili".
"Lo stesso discorso - prosegue Sergi - vale per la protezione delle Ong da
parte dei militari. Essere protetti dai soldati vuol dire essere associati a
loro agli occhi della gente, e abbiamo capito sulla nostra pelle quanto
questo sia rischioso. Altro che protezione! Ha fatto bene il dottor Gino
Strada a rispondere al ministro della Difesa, Arturo Parisi: non e' certo
grazie alla protezione dei militari che noi possiamo lavorare in
Afghanistan. Non solo per il dato evidente che molte Ong, come la nostra,
sono li' da ben prima che arrivassero i militari. Ma soprattutto perche'
quello che rende possibile operare in aree anche difficili e isolate e' il
rapporto di fiducia che stabiliamo con la popolazione locale la quale,
sapendo che siamo li' solo per dar loro aiuto, ci offrono la loro tutela.
Quella e' la migliore protezione che possiamo avere, l'unica che vogliamo
avere".
*
Stefano Savi, direttore generale di Msf Italia: "La nostra Ong e' stata
costretta nel 2004 a lasciare l'Afghanistan, dopo l'uccisione da parte dei
talebani di cinque nostri operatori che lavoravano in una zona dove le forze
Usa della Coalizione svolgevano azioni umanitarie in cambio di informazioni
sui talebani. Allora denunciammo, come organizzazione, che era stata anche
questa confusione tra aiuti e azioni militari a mettere a rischio la
sicurezza dei nostri operatori".
"L'attivita' delle Ong - continua Savi - e' altamente compromessa in
contesti in cui sono presenti anche forze armate straniere che combattono e
allo stesso tempo svolgono, in maniera interessata, attivita' di
ricostruzione o di aiuto alla popolazione: la confusione tra operazioni
militari e operazioni umanitarie fa solo aumentare l'ostilita' delle
popolazioni locali e quindi il rischio di lavorare".
"E poi - afferma il direttore di Msf - il governo la deve smettere di usare
l'aggettivo 'umanitario' per mischiare le carte in tavola, per indorare la
pillola da far ingoiare all'opinione pubblica quando si tratta di andare in
guerra. Deve smetterla di usare le Ong e il nostro lavoro come specchietto
per le allodole per attirare consensi su scelte politiche che con
l'umanitarismo non hanno nulla a che spartire".
*
Carla Ricci, direttrice di Coopi: "Non vogliamo piu' essere usati come la
copertura del governo per scelte politiche che non hanno nulla a che fare
con l'aiuto alla popolazione afgana. Noi e i militari abbiamo scopi diversi.
Confondere i due piani e' pericoloso per il nostro personale e deleterio per
il nostro lavoro e quindi per il benessere della popolazione. Quello di cui
l'Afghanistan ha bisogno adesso sono seri progetti di cooperazione gestiti
da civili, non dai militari, che chiaramente hanno obiettivi e agende
incompatibili con le nostre. Dire che in questo momento i nostri soldati
sono in Afghanistan per scopi umanitari e per proteggere le Ong e' un modo
per coprire scelte dettate da scopi ben diversi. Dal nostro punto di vista,
la presenza militare italiana in Afghanistan non ha alcun senso umanitario.
Per questo chiediamo l'immediato ritiro del nostro contingente".
*
Ruggiero Tozzo, direttore di Alisei: "Noi operavamo nell'ovest
dell'Afghanistan, nella zona di Herat, fin dal 2000, ben prima dell'arrivo
degli eserciti stranieri nel paese. Abbiamo lavorato bene fino a circa un
anno fa, quando in quella zona sono arrivati i soldati italiani della
missione Isaf. Pur non avendo un'opposizione pregiudiziale e ideologica alla
collaborazione con i militari, con l'apertura del Prt di Herat abbiamo
iniziato ad avere problemi. La sovrapposizione dei ruoli e la confusione
delle competenze ci hanno creato problemi non solo operativi ma anche e
soprattutto di sicurezza, perche' la gente del posto, che fino a quel
momento ci aveva accolti senza problemi, ha iniziato a guardarci male, a
identificarci con i soldati. Alla fine, la situazione e' diventata cosi'
difficoltosa e pesante che abbiamo deciso di andarcene in attesa di tempi
migliori".
"La cooperazione - prosegue Tozzo - non si puo' fare sotto scorta armata
militare. E se poi c'e' la guerra, come c'e' in Afghanistan, non ci puo'
essere cooperazione. In queste condizioni di conflittualita' e confusione di
ruoli, civili delle Ong e militari non possono operare fianco a fianco. Uno
dei due si deve fare da parte. Per ora ci siamo fatti da parte noi.
Aspettiamo di poter tornare al lavoro il prima possibile, perche' ce n'e' un
disperato bisogno".
*
Stefano Piziali, responsabile policy del Cesvi: "Le Ong non possono lavorare
fianco a fianco con i militari in un posto dove questi ultimi si alternano
tra operazioni umanitarie e operazioni di guerra. Cosa puo' pensare la
popolazione afgana che di giorno vede elicotteri con le insegne Isaf che
scaricano sacchi di farina e di notte vede gli stessi elicotteri che
scaricano bombe e missili sui loro villaggi? La missione della Nato, Isaf,
dovrebbe garantire sicurezza alla popolazione e invece sta facendo la guerra
con gli americani, attirandosi l'odio della popolazione, che ormai non
distingue piu' tra una missione e l'altra. Per questo non possiamo operare
dove sono presenti i soldati Isaf. Siamo molto piu' al sicuro dove loro non
ci sono!".
*
Raffaele Salinari, Terres des Hommes: "Le imprescindibili linee guida del
nostro lavoro, come Ong, sono quelle stabilite dalla Convenzione di Ginevra
in riferimento all'operato della Croce Rossa: la neutralita' e
l'imparzialita' dell'intervento umanitario, senza distinzioni tra 'amici' e
'nemici', e la sua autonomia e completa indipendenza dalle strutture
militari. In questo momento, in Afghanistan, queste regole sono violate
perche' le operazioni umanitarie militarizzate, quelle dei Prt, e quelle
civili che si svolgono con la copertura e protezione dei militari, sono
tutt'altro che neutrali e imparziali. Le Ong non possono, non devono avere a
che fare con i militari! Soprattutto ora che la missione miliatre Isaf si e'
trasformata in una missione di guerra. Per questo noi chiediamo il ritiro
del contingente militare italiano, perche' esso costituisce un ostacolo alle
operazioni umanitarie e alla ricostruzione del Paese, che potranno essere
efficaci e reali solo quando i soldati se ne saranno andati. Solo allora noi
torneremo a lavorare in Afghanistan: non vogliamo prestarci a fare da
copertura alle scelte di guerra del nostro governo!".
*
Renato Corrado, direttore di Aispo: "Lavorare con i militari per noi e'
diventato un problema perche' la loro logica e le loro valutazioni
differiscono profondamente dalle nostre, e quindi, se dipendiamo da loro,
l'agilita' e l'efficacia del nostro operato ne risentono fortemente. Ma non
e' solo un problema di efficacia operativa. La confusione di ruoli tra
militari e civili mette a rischio gli operatori delle Ong perche' vengono
confusi e identificati con i soldati Isaf che, oltre che a fare la guerra,
si occupano anche di attivita' umanitarie, cooperazione e ricostruzione. Il
nostro governo dovrebbe richiedere, in sede Nato, una seria e approfondita
valutazione dell'operazione Isaf: obiettivi, strategie, modalita' operative,
sovrapposizioni con Enduring Freedom, esigendo chiarezza cosi' da poter
assumere decisioni coerenti sulla continuazione o meno della partecipazione
italiana all'operazione Isaf".
*
Paolo Beccegato, responsabile area internazionale Caritas Italiana: "Il
nostro organismo pastorale sostiene moltissime Ong afgane da prima del 2001
e dell'arrivo degli eserciti stranieri. Come ha ribadito un recente
documento di Caritas Internationalis, noi abbiamo sempre criticato la
confusione e la sovrapposizione di operazioni umanitarie e operazioni
militari, la militarizzazione dell'aiuto umanitario, perche' pensiamo che
questo mini l'imparzialita' e l'indipendenza del nostro lavoro e lo esponga
anche a rischi inutili".
"Per noi che siamo cristiani e ci presentiamo alla gente con il simbolo
della croce - spiega Beccegato - lavorare in Afghanistan e' molto difficile
a causa della presenza militare, perche' veniamo automaticamente associati
con le truppe dell'Occidente cristiano. Come Caritas Italiana non vogliamo
entrare nella polemica sul ritiro o meno delle truppe italiane
dall'Afghanistan. Ma quando questa guerra comincio', nel 2001, noi
esprimemmo chiaramente la nostra opposizione a questo come a qualsiasi altro
intervento militare".

4. RIFLESSIONE. MASO NOTARIANNI: IL 73% DEGLI ELETTORI DEL CENTROSINISTRA
VUOLE IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALL'AFGHANISTAN
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo di Maso Notarianni del 24 luglio 2006. Maso Notarianni,
giornalista, e' impegnato in Emergency e dirige "Peacereporter"]

"Nessuna riduzione di uomini in Afghanistan". La frase del ministro della
Difesa italiano Arturo Parisi stava su tutti i giornali all'inizio di
luglio. Per "uomini" si intende, ovviamente, militari.
Ma a sentire i giornali, e le dichiarazioni di politici e commentatori, la
missione italiana sarebbe nelle intenzioni del governo ridotta, e questa
sarebbe stata la concessione fatta ai pacifisti assoluti o confusi. Ma e'
vero?
Fino a giugno 2006 i militari italiani impegnati nella guerra in Afghanistan
(meglio sarebbe chiamarla la guerra "contro" gli afgani, viste le cifre e i
risultati ottenuti in cinque anni: 97% di vittime civili e il terrorismo che
si doveva combattere sempre piu' attivo) erano 1370. Al 23 luglio si contano
impegnati 1938 "uomini" (c'e' anche qualche donna, per la verita'). Una
aggiunta di 568 militari in meno di due mesi, e due navi da guerra che non
sono fatte per trasportare farinacei ma per tirare missili a lunga gittata.
"Il 60% del nostro elettorato vorrebbe il ritiro dall'Afghanistan, ma il 90%
e' assolutamente contrario a far cadere il governo Prodi". Lo ha dichiarato
il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio.
Straordinarie alchimie della politica. Un sondaggio del "Corriere della
sera", conferma: il 61% degli italiani (non degli elettori del governo
Prodi) sarebbero per il ritiro.
Il Corriere non fornisce il dato disaggregato, e cioe' quanti sono gli
elettori di questo governo a volere il ritiro dall'Afghanistan.
E l'autore del sondaggio, il professor Renato Mannheimer, spiega cosi' a
"PeaceReporter" quel 61% degli italiani che vogliono il ritiro delle truppe:
"questo risultato non e' il frutto di consapevolezza sulla situazione di
quel paese o della nostra presenza in quel paese. Questo risultato indica
una grande ignoranza su questo tema, una grande confusione degli italiani
sull'Afghanistan e sull'Iraq, e la ovvia scelta tra pace e guerra a favore
della prima. Non e' una vittoria del movimento pacifista, ma della
confusione".
Le stesse cose pero' suonano diverse se dette in questo modo: la gente vuole
la pace. E pensa che sia un bene a prescindere da qualsiasi motivazione,
cavillo, arzigogolo lessicale venga usato per scegliere invece la guerra. La
gente non distingue tra Iraq e Afghanistan, tra "missioni umanitarie" e
"missioni di guerra al terrorismo" proprio perche' il risultato di entrambe
e' il medesimo. Morti. Distruzione. Che colpiscono civili, donne, bambini.
In Libano come in Afghanistan, in Israele come in Iraq. E allora detta cosi'
sembra una vittoria del banale buonsenso. Che troppo spesso e' sacrificato
all'ideologia o all'interesse privato.
Peraltro, non dovrebbe essere grande motivo di vanto - tantomeno una
indicazione di politica estera - il constatare che a due mesi dalle elezioni
nove su dieci di coloro che hanno votato per questo governo vorrebbero che
stesse in piedi. Questo e' normale.
Quello che non e' normale, e che il "Corriere della sera" non dice ma che
l'Ispo, l'istituto del professor Mannheimer, ha detto a "PeaceReporter", e'
che il 72,8% degli elettori del centrosinistra vuole che le nostre truppe
tornino a casa. E solo l'8,8% degli elettori dell'attuale governo chiede che
i soldati vadano via dall'Iraq ma restino in Afghanistan. I pochi "ribelli",
dunque, rappresentano la stragrande maggioranza degli elettori del governo.
Ma di questo nessuno parla.

5. RIFLESSIONE. HANS KUNG: RELIGIONI UNIVERSALI, PACE MONDIALE, ETICA
MONDIALE
[Dal sito del dipartimento di filosofia dell'Universita' di Genova
(www.dif.unige.it) riprendiamo la sintesi della conferenza tenuta nell'aula
magna dell'Universita' degli Studi di Genova il 28 novembre 2001 e
organizzata dal Dipartimento di filosofia in collaborazione con l'Istituto
italiano per gli studi filosofici e il Consolato svizzero. Il testo
integrale della conferenza, a cura del prof. Giovanni Moretto, sara'
pubblicato all'interno della serie di testi e studi "Ethos e Poiesis" presso
l'editore Il melangolo. La presente sintesi e' curata da Alberto Pirni. Per
un approfondimento delle tematiche qui presentate e per un'informazione
completa circa le attivita' del Centro di ricerca diretto e coordinato da
Hans Kueng si veda il sito www.weltethos.org Segnaliamo che nel riprodurre
il testo sul nostro notiziario - conformandolo alle peculiarita' grafiche
richieste dalla trasmissione per posta elettronica a computer con sistemi
operativi diversi - abbiamo usato la grafia Kueng anziche' Kung per
segnalare/sciogliere l'umlaut sulla vocale u (ma nel titolo abbiamo
preferito la grafia semplificata): i lettori e le lettrici che hanno
contezza dei problemi posti da internet in materia di segni diacritici e
peculiarita' grafiche delle diverse lingue comprenderanno e, come si diceva
quando si parlava un italiano gentile come nelle commedie goldoniane,
compatiranno. Hans Kueng, teologo nato nel 1928 in Svizzera, sacerdote
cattolico, nel '62 fu nominato da Giovanni XXIII consulente teologico del
Concilio, docente a Tubinga. Tra le opere di Hans Kueng: Essere cristiani
(1974); 20 tesi sull'essere cristiani - 16 tesi sulla donna nella Chiesa
(1975-'76); Dio esiste? (1978); Teologia in cammino (1978); (con J. Ching),
Cristianesimo e religiosita' cinese (1988); Conservare la speranza (1990);
Progetto per un'etica mondiale (1990); Ebraismo (1991); (a cura di, con K.
J. Kueschel), Per un'etica mondiale (1993); Islam (2005). Opere su Hans
Kueng: cfr. il sintetico profilo in AA. VV., Etiche della mondialita',
Cittadella, Assisi 1996. Si veda anche H. Haering, K. J. Kueschel (a cura
di), Hans Küng: itinerario e opera, Queriniana, Brescia 1978. Dalla
Wikipedia riprendiamo la seguente scheda biografica "Il teologo svizzero
Hans Kueng (Sursee, Cantone di Lucerna, 19 marzo 1928) dopo gli studi
liceali compiuti a Lucerna, viene ammesso al Pontificium Collegium
Germanicum et Hungaricum di Roma e studia filosofia e teologia presso la
pontificia Universita' Gregoriana. Viene ordinato sacerdote a Roma nel 1954
e celebra la sua prima messa nella basilica di San Pietro, davanti a un
gruppo di Guardie Svizzere. Prosegue gli studi a Parigi, dove consegue il
Dottorato in teologia presso l'Institut Catholique difendendo una tesi sulla
dottrina della Giustificazione del teologo riformato Karl Barth. A soli 32
anni, nel 1960, viene nominato professore presso la Facolta' di Teologia
cattolica all'Universita' di Tubinga, in Germania, dove fondera' anche
l'Istituto per la ricerca ecumenica. Tra il 1962 e il 1965 partecipa al
Concilio Vaticano II in qualita' di esperto, nominato da papa Giovanni
XXIII: in questa occasione conosce Joseph Ratzinger, che prende parte al
Concilio come teologo consigliere del vescovo di Colonia. Tornato a Tubinga,
invita l'universita' ad assumere Ratzinger come professore di teologia
dogmatica: la cooperazione tra i due termina nel 1968 quando, a seguito
delle manifestazioni studentesche, Ratzinger si sposta su posizioni piu'
conservatrici. Nel 1970 pubblica il libro Infallibile? Una domanda: e' il
primo teologo cattolico di spicco a mettere in dubbio la dottrina
dell'infallibilita' papale dallo scisma dei Vecchi Cattolici del 1871. In
conseguenza di cio', la Congregazione per la dottrina della fede (di cui
intanto Joseph Ratzinger e' diventato Prefetto) il 18 dicembre 1979 gli ha
revocato la missio canonica (l'autorizzazione all'insegnamento della
teologia cattolica). Kueng conserva comunque la cattedra presso il suo
Istituto (che viene pero' separato dalla facolta' cattolica). Ha lasciato
l'insegnamento nel 1996 per raggiunti limiti di eta'. Rimane il principale
contestatore dell'autorita' papale (che insiste nell'affermare essere
un'invenzione umana) e del culto mariano; continua la sua lotta perche' la
chiesa cattolica (sulla scia del Concilio Vaticano II) si apra al presente,
ammetta le donne a ogni ministero, favorisca la partecipazione dei laici
alla vita religiosa, incentivi il dialogo ecumenico e interreligioso e si
apra al mondo, abbandonando l'eurocentrismo. Nel 1993 ha creato la
fondazione Weltethos (Etica globale), impegnata a sviluppare e rafforzare la
cooperazione tra le religioni mediante il riconoscimento dei valori comuni e
a disegnare un codice di regole di comportamento universalmente accettabili.
Weltethos ha preparato il documento 'Towards a Global Ethic: An Initial
Declaration' (Verso un'etica globale: Una dichiarazione iniziale) che e'
stato sottoscritto nel 1993 a Chicago dal Council for a Parliament of the
World's Religions. Il 26 settembre 2005, Kueng e' stato ricevuto a Castel
Gandolfo dal vecchio amico e collega Ratzinger ora papa Benedetto XVI, col
quale ha avuto un cordiale colloquio di cui entrambi si sono detti
soddisfatti". Tra le molte  opere di Hans Kueng disponibili in italiano: Le
strutture della Chiesa, Borla, 1965; Riforma della Chiesa e unita' dei
cristiani, Borla, 1965; Veracita'. Per il futuro della Chiesa, Queriniana,
1969; Chiesa, Queriniana, 1972; Incarnazione di Dio. Introduzione al
pensiero teologico di Hegel, prolegomeni ad una futura cristologia,
Queriniana, 1972; Che cosa deve rimanere nella Chiesa, Queriniana, 1974;
(con Yves Congar e Piet Schoonenberg), L'esperienza dello Spirito. In onore
di Edward Schillebeeckx, Queriniana, 1974; Che cosa e' la confermazione?,
Queriniana, 1976; L'infallibilita', Mondadori, 1977; Andare a messa.
Perche'?, Queriniana, 1979; La giustificazione, Queriniana, 1979; (con
Edward Schillebeeckx e J. Baptist Metz),  Verso la Chiesa del terzo
millennio, Queriniana, 1979; (con Pinchas Lapide), Gesu' segno di
contraddizione. Un dialogo ebraico-cristiano, Queriniana, 1980; Dio esiste?,
Mondadori, 1980; Ventiquattro tesi sul problema di Dio, Mondadori, 1980;
Vita eterna?, Mondadori, 1983; Cristianesimo e religioni universali.
Introduzione al dialogo con islamismo, induismo e buddhismo, Mondadori,
1986;. Teologia in cammino. Un'autobiografia spirituale, Mondadori, 1987;
(con Norbert Greinacher), Contro il tradimento del Concilio. Dove va la
Chiesa cattolica, Claudiana, 1987; Perche' sono ancora cristiano, Marietti,
1988; Arte e problema del senso, Queriniana, 1988; (con Walter Jens), Poesia
e religione, Marietti, 1989; Maestri di umanita', Rizzoli, 1989;  (con Julia
Ching), Cristianesimo e religiosita' cinese, Mondadori, 1989; Venti tesi
sull'essere cristiani. Sedici tesi sulla donna nella Chiesa, Mondadori,
1990; Conservare la speranza, Rizzoli, 1990; Perche' sono ancora cristiano,
Tea, 1991; Progetto per un'etica mondiale, Rizzoli, 1991; La Chiesa,
Queriniana, 1992; Verso l'Europa. Considerazioni sul futuro della Svizzera,
Casagrande-Fidia-Sapiens, 1992; Mozart. Tracce della trascendenza,
Queriniana, 1992; Ebraismo. Passato, presente e futuro, Rizzoli, 1993;
Credo. La fede, la Chiesa e l'uomo, Rizzoli, 1994; Credo. La fede, la Chiesa
e l'uomo contemporaneo, Rizzoli, 1996; Della dignita' del morire. Una difesa
della libera scelta, Rizzoli, 1996; Ebraismo. Passato, presente, futuro,
Rizzoli, 1995; (con Karl-Josef Kuschel), Per un'etica mondiale. La
dichiarazione del parlamento delle religioni mondiali, Rizzoli, 1995; (con
Leonardo Boff e Norbert Greinacher), Il grido degli ultimi. La Chiesa dei
poveri tra il nord e il sud del mondo, Datanews, 1997; Vita eterna?,
Rizzoli, 1998; Grandi pensatori cristiani, Rizzoli, 1999; Cristianesimo,
Rizzoli, 1999; Ebraismo, Rizzoli, 1999; La Chiesa cattolica. Una breve
storia, Rizzoli, 2001; Etica mondiale per la politica e l'economia,
Queriniana, 2002; Credo. La fede, la chiesa e l'uomo contemporaneo, Rizzoli,
2003; Ricerca delle tracce. Le religioni universali in cammino, Queriniana,
2003; Religioni mondiali, pace mondiale, etica mondiale, Queriniana, 2004;
(con Juergen Hoeren), Perche' un'etica mondiale? Religione ed etica in tempi
di globalizzazione. Intervista, Queriniana, 2004; Scontro di civilta' ed
etica globale. Globalizzazione, religioni, valori universali, pace,
Datanews, 2005; Islam. Passato, presente e futuro, Rizzoli, 2005;
L'intellettuale nell'Islam, Diabasis, 2005; La donna nel cristianesimo,
Queriniana, 2005]

1. L'anno internazionale del dialogo tra le civilta'
Tra le rea1izzazioni piu' notevoli di questo secolo vanno annoverati
l'ammissione della necessita' e dell'importanza del dialogo e il rifiuto
della forza, la promozione della comprensione in campo culturale, economico
e politico, e il consolidamento delle fondamenta della liberta', della
giustizia e dei diritti umani. L'instaurazione e il miglioramento della
civilta', sia a livello nazionale che a livello internazionale, dipendono
dal dialogo tra societa' e civilta' rappresentanti vedute, inclinazioni e
approcci diversi.
Gli orribili avvenimenti dell'11 settembre hanno manifestato in un modo
crudele che il pensiero e l'azione politica oggi devono prendere in seria
considerazione certi aspetti politici, economici, culturali e religiosi. I
terroristi non hanno attaccato luoghi simbolici della cristianita' o di
un'altra religione, bensi' edifici che sono simbolo del potere economico e
militare degli Stati Uniti. Per combattere il terrorismo non basta
bombardare un paese povero come l'Afghanistan. Si dovrebbe riflettere di
piu' sulle radici del terrorismo: sulla lunga storia del colonialismo e
dell'imperialismo occidentali; sul problema della Palestina e sulla presenza
delle truppe americane sui luoghi santi dell'Arabia. Ma non abbiamo a questo
proposito a che fare con un conflitto di civilta'?
*
2. Guerra di civilta'?
Samuel P. Huntington, direttore dell'Institute of Strategic Studies della
Harvard University, ha ragione quando nel suo importante saggio del 1993
"The Clash of Civilizations?" afferma che delle contese territoriali, degli
interessi politici e della concorrenza economica le rivalita'
etnico-religiose costituiscono le strutture sotterranee, continuamente
presenti, da cui i conflitti politico-economico-militari possono sempre
venire giustificati, ispirati e inaspriti. Concordo nel ritenere che esse
costituiscono la dimensione culturale profonda, continuamente presente in
tutti gli antagonismi e conflitti dei popoli e percio' non devono in nessun
caso venire trascurate.
In breve, Huntington ha ragione su due punti decisivi: a) alle religioni va
attribuito un ruolo fondamentale; b) le religioni non tendono verso un'unica
religione, ma piuttosto a mantenere il loro potenziale conflittuale.
Ma, una volta riconosciuti i meriti di Huntington, devo ora formulare il mio
dissenso di fondo che si articola fondamentalmente in tre punti:
I. la "clash theory" e' troppo semplicistica: tematizza solo i conflitti fra
civilta' e non tiene conto dei conflitti interni alle singole civilta';
II. la "clash theory" favorisce un pensiero in blocchi: delimita le
"civilta'" come se fossero dei monoliti e non ci fossero in molte situazioni
delle sovrapposizioni, degli intermezzi e persino delle fusioni tra le
diverse culture;
III. la "clash theory", infine, non prende in considerazione gli elementi
comuni: ovunque egli sottolinea gli antagonismi tra le culture senza
riflettere sugli elementi comuni, come ad esempio gli elementi comuni
esistenti nella cristianita', nell'ebraismo e nell'Islam.
*
3. L'alternativa: dialogo e pace tra le religioni
Se tali conflitti tra civilta' e religioni fossero realmente inevitabili,
l'avvenire dell'umanita' non potrebbe che presentarsi estremamente fosco: se
in futuro i conflitti dovranno essere primariamente conflitti tra civilta',
allora essi si presenteranno come dati naturali, e percio' anche
inevitabili: in questo caso l'avvenire dell'umanita' dovrebbe essere
costantemente e senza fine la guerra.
E' necessario pensare un'alternativa. I conflitti di civilta' possono e
devono essere evitati. E' da questo punto di vista necessario sviluppare una
piu' profonda comprensione dei presupposti religiosi e filosofici che stanno
alla base delle altre civilta' e delle vie per cui un popolo individua il
proprio interesse in tali civilta'. Ho posto le fondamenta teoriche di
questa alternativa gia' nel mio libro del 1984 Cristianesimo e religioni
universali (trad. it. di G. Moretto, Milano 1984) con lo slogan "No world
peace without religious peace". Per oltre un decennio il mio punto di
partenza e' stato: "Non c'e' pace tra le nazioni senza pace tra le
religioni. Non c'e' pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni".
Proprio tre religioni come l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam, che
storicamente si sono di continuo confrontate tra loro, hanno nondimeno in
comune numerosi aspetti di fede e ancor piu' di etica.
*
4. Mancanza di orientamento, un problema mondiale
In senso generale si lamenta spesso un vuoto di orientamento: nonostante, e
in parte anche a causa della globalizzazione, viviamo in un tempo lacerato
dal punto di vista politico-religioso, pieno di guerre e conflitti e insieme
povero di orientamento; in un tempo in cui molte autorita' morali hanno
perduto credibilita'; in un tempo in cui molte istituzioni sono cadute nel
vortice di una profonda crisi di identita'; in un tempo in cui molti criteri
e norme hanno incominciato a vacillare, cosi' che molti, anche giovani, non
sanno piu' che cosa sia bene e male nei diversi campi della vita.
Questa e' la nostra fondamentale indicazione per questo passaggio epocale:
c'e' bisogno di un'etica elementare, comune a tutti gli uomini, un'etica
dell'umanita' che pervada la cultura, un'etica mondiale (Weltethos). Cio'
vale sia nel piccolo che nel grande: se vogliamo che abbia successo la
convivenza delle nazioni, abbiamo bisogno di una nuova politica della
responsabilita': al di la' sia dell'immorale Realpolitik che della
moraleggiante Idealpolitik. Una politica della responsabilita' presuppone
una disposizione etica, ma s'interroga sulle possibilita' e sulle
conseguenze dell'agire politico.
Ma con questo e' anche gia' manifesto che l'espressione "etica mondiale" non
denota, in realta', una nuova ideologia mondiale, una nuova cultura
dell'unita' mondiale, tanto meno il tentativo di una uniforme religione
dell'umanita'.
L'etica mondiale e' piuttosto un elementare consenso di fondo su alcuni
valori vincolanti, criteri irrevocabili e atteggiamenti di fondo personali,
che vengono affermati da tutte le tradizioni religiose ed etiche
dell'umanita' e devono essere condivisi di comune accordo da credenti e non
credenti, da persone religiose e non religiose.
E nessuno puo' oggi dubitare che proprio nell'epoca della globalizzazione
sia assolutamente necessaria un'etica globale. Infatti una globalizzazione
dell'economia, della tecnologia e della comunicazione comporta anche una
globalizzazione dei problemi che, a livello mondiale, minacciano di
travolgerci. Cio' non vale soltanto per i problemi globalizzati
dell'ecologia, ma anche per quelli del crimine globalizzato, del commercio
globalizzato della droga - per non parlare qui di complessi ambiti
problematici come la tecnologia genetica o la tecnologia atomica. In una
simile epoca e' urgentemente necessario che la globalizzazione di economia,
tecnologia e comunicazione venga sostenuta da una globalizzazione
dell'etica.
*
5. Verso un'etica mondiale vincolante
Ma, in fondo, e' possibile elaborare e formulare un'etica globale? Le norme
etiche delle diverse nazioni, culture e religioni non sono tra loro
incompatibili? Naturalmente esse differiscono tra loro su molti punti
concreti. D'altra parte ho scoperto che alla base di tutte le grandi
tradizioni etiche e religiose dell'umanita' si possono trovare molti
elementi comuni.
Esistono tre documenti molto importanti, che testimoniano una sensibilita' e
una convergenza internazionali su questo punto: la "Dichiarazione per
un'etica mondiale" (Chicago, 1993); la "Dichiarazione universale delle
responsabilita' umane" (1997); l'"Appello alle nostre istituzioni
direttrici" (Citta' del Capo, 1999).
*
6. Un nuovo paradigma di relazioni internazionali
Ad onta di tutte le difficolta' e guerre che hanno caratterizzato l'ultimo
secolo, non possiamo trascurare il lato positivo del XX secolo: non soltanto
nell'Unione Europea, ma nell'intera Oecd (Organization of Economic
Cooperation and Development) non c'e' stata per mezzo secolo una sola guerra
nella vasta area che va da Berlino e Londra a Tokyo e Sydney. Qui e' gia'
visibile quello che chiamiamo un nuovo paradigma di relazioni
internazionali.
Questa nuova globale costellazione politica richiede un cambiamento di
mentalita', che ovviamente raggiunge livelli piu' profondi di quelli della
politica del giorno per giorno. Non si deve continuare a vedere le
differenze nazionali, etniche e religiose come una minaccia, vanno viste
piuttosto come possibilita' di arricchimento. Mentre il vecchio paradigma
pensa in termini di avversari, il nuovo paradigma non ha piu' bisogno del
nemico: esso vede invece nell'altro un partner, un competitore, o - nel
peggiore dei casi - un oppositore in una comune situazione di gioco a somma
positiva, nel quale tutti sono vincitori.
Naturalmente tale nuovo paradigma richiede un consenso sociale su valori,
diritti e doveri fondamentali. Questo consenso fondamentale deve essere
ripartito tra tutti gli elementi della societa', tra credenti e non
credenti, tra gli aderenti di tutte le religioni, filosofie e ideologie che
si trovano nella societa'. L'etica globale non e' pero' orientata verso una
responsabilita' collettiva che diminuisca la responsabilita' individuale.
L'etica globale rivolge la responsabilita' individuale di ogni membro della
societa' verso il suo posto concreto in quella societa'; in particolare,
naturalmente, essa dirige la responsabilita' personale dei leaders politici.
Ma non si deve parlare soltanto dei nostri leaders politici: questa e'
facilmente una scusa per evitare la responsabilita' individuale di ciascuno.
Ovviamente, il libero riconoscimento personale di una tale etica comune non
esclude, bensi' include la possibilita' di un supporto giuridico nelle
applicazioni particolari - di qui la creazione di diritti rivendicabili
giuridicamente. L'attuazione dell'etica globale non dipende dalle
organizzazioni o dai leaders, dipende invece da ciascuno. Ciascuno puo'
cercare di realizzare la regola aurea in famiglia, in una comunita', in un
istituto, in un posto di lavoro, in una nazione, tra gruppi etnici.
*
7. L'etica mondiale all'Onu
Cio' che conclusivamente mi preme sottolineare e' che, ai nostri giorni, le
religioni tornano a presentarsi come attori nella politica mondiale. E'
vero, nel corso della storia le religioni hanno spesso mostrato il loro
volto distruttivo. Esse hanno provocato e legittimato l'odio, l'ostilita',
la violenza, anzi, le guerre. Ma in molti casi hanno provocato e legittimato
l'intesa, la riconciliazione, la collaborazione e la pace. Negli ultimi
decenni sono nate di continuo e si sono consolidate nel mondo iniziative di
dialogo interreligioso e di collaborazione tra le religioni. In questo
dialogo le religioni del mondo hanno riscoperto le loro proprie asserzioni
etiche fondamentali: hanno sostenuto e approfondito quei valori etici
secolari che sono contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti
umani.
Nel Parlamento delle religioni universali di Chicago del 1993 oltre duecento
rappresentanti di tutte le religioni del mondo hanno dichiarato per la prima
volta nella storia il loro consenso su alcuni valori, modelli e
comportamenti comuni come base di un'etica mondiale, che poi vennero
raccolti nel rapporto stilato dal gruppo di cui anch'io faccio parte -
insieme, fra gli altri, a Richard von Weizsaecker, Jacques Delors, Hanan
Ashrawi, Nadine Gordimer, Javad Zarif, Amartya Sen - per il Segretario
generale e per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Quale allora la base per un'etica mondiale, che gli uomini possono
condividere alla luce di tutte le grandi religioni e tradizioni etiche?
Anzitutto e fondamentalmente il principio dell'umanita': "Ogni uomo -
maschio o femmina, bianco o di colore, ricco o povero, giovane o vecchio -
deve venire trattato umanamente". Cio' e' espresso piu' chiaramente nella
"regola aurea" della reciprocita': "Quello che non vuoi che sia fatto a te,
non farlo ad altri".
Questi principi vengono sviluppati in quattro ambiti centrali della vita e
invitano ogni uomo, ogni istituzione, ogni nazione ad assumere la propria
responsabilita':
- per una cultura della nonviolenza e del rispetto di ogni vita;
- per una cultura della solidarieta' e di un giusto ordine economico;
- per una cultura della tolleranza e di una vita nella veracita';
- per una cultura della parita' dei diritti e della solidarieta' tra uomo e
donna.
Proprio nell'epoca della globalizzazione e' assolutamente necessario un tale
ethos globale. Infatti la globalizzazione dell'economia, della tecnologia e
della comunicazione implica anche una globalizzazione dei problemi del mondo
intero, problemi che minacciano di sopraffarci. La globalizzazione ha dunque
bisogno di un ethos globale, non come peso supplementare, bensi' come
fondamento e aiuto per gli uomini e per l'intera societa' civile.

6. LETTURE. NUNZIA PENELOPE: SEVESO 1976-2006
Nunzia Penelope, Seveso 1976-2006, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006,
pp. 112, suppl. gratuito al quotidiano "L'Unita'". La tragedia del 10 luglio
1976 - e quel che ne segui' - raccontata in una serie di interviste a Carlo
Ghezzi, Carlo Smuraglia, Rino Pavanello, Ermete Realacci, Giorgio Ruffolo,
Umberto Saccone; con prefazione di Guglielmo Epifani.

7. LETTURE. FRANCESCO PISTOLATO (A CURA DI): PER UN'IDEA DI PACE
Francesco Pistolato (a cura di), Per un'idea di pace, Cleup, Padova 2006,
pp. 288, euro 14. Il volume raccoglie i materiali del convegno
internazionale svoltosi dal 13 al 15 aprile 2005 presso l'Universita' di
Udine, con testi, interventi e contributi di Giovanni Frau, Francesco
Pistolato, Roberto Gusmani, Maurizio Pagano, Luigi Reitani, Paolo De
Stefani, Silvo Devetak, Francesco Milanese, Maurizio Maresca, Fulvio
Salimbeni, Mariolina Meiorin, Heiner Bielefeldt, Werner Wintersteiner,
Daniele Novara, Roberto Albarea, Davide Zoletto, Nanni Salio, Antonino
Drago, Rocco Altieri, Enrico Peyretti, Tina Bahovec, Neva Slibar, Verdiana
Grossi, Anna Paola Peratoner, Maria Carminati, Valentina Romita, Nicola
Strizzolo, Gorazd Bajc. Per contatti con il curatore: fpistolato at yahoo.it;
per richieste alla casa editrice: www.cleup.it

8. RIEDIZIONI. DAVID RICARDO: PRINCIPI DI ECONOMIA POLITICA E DELL'IMPOSTA
David Ricardo, Principi di economia politica e dell'imposta, Utet, Torino
1986, 2005, Istituto geogafico De Agostini - Milano Finanza Editori,
Novara-Milano 2006, pp. 584, euro 12,90 (in suppl. a "Milano finanza"). A
cura di Pier Luigi Porta, e con la classica introduzione di Piero Sraffa, un
classico che non tramonta.

9. LE ULTIME COSE. OSVALDO CAFFIANCHI: ORSU' GIOISCANO GLI ASSASSINATI
AFGANI

Orsu' gioiscano gli assassinati afgani
che non e' vano il loro sacrificio
giacche' in Italia consolida il governo.

Non piangano le madri i figli uccisi
inorgogliscano anzi, che l'italico
governo gode di salda fiducia
a cosi' poco prezzo.

Plaudano anzi, plaudano i superstiti
e siano grati: questa e' civilta',
questa e' democrazia.
E abbiamo pure vinto i mondiali.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1369 del 27 luglio 2006

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