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La domenica della nonviolenza. 87



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 87 del 20 agosto 2006

In questo numero:
1. Murray Bookchin: Presentazione di "Comment" (1979)
2. Murray Bookchin: Lettera aperta al movimento ecologista (1980)

1. MAESTRI E COMPAGNI. MURRAY BOOKCHIN: PRESENTAZIONE DI "COMMENT" (1979)
[Da "A. rivista anarchica", n. 75, maggio 1979 (disponibile anche nel sito:
www.arivista.org); in quel fascicolo della prestigiosa rivista italiana il
testo veniva cosi' presentato dalla redazione: "Autore del volume
Post-scarcity anarchism, un saggio del quale abbiamo pubblicato qualche anno
fa sulla rivista, Murray Bookchin e' certamente una delle menti piu' lucide
ed originali del pensiero libertario contemporaneo. Pubblichiamo in queste
pagine il documento programmatico del nuovo periodico 'Comment' del quale
Bookchin e' il promotore". Murray Bookchin, pensatore e militante libertario
americano, e' stato tra i principali punti di riferimento della "ecologia
sociale"; nato a New York nel 1921, figlio di emigrati russi (la nonna
materna era una rivoluzionaria populista), ha fatto l'operaio
metalmeccanico, il sindacalista, lo scrittore, il docente universitario; e'
deceduto sul finire di luglio 2006. Tra le opere di Murray Bookchin: I
limiti della citta', Feltrinelli, Milano 1975; Post-scarcity anarchism, La
Salamandra, Milano 1979; L'ecologia della liberta', Eleuthera, Milano 1988
(terza edizione); Per una societa' ecologica, Eleuthera, Milano 1989;
Filosofia dell'ecologia sociale, Ila Palma, Palermo 1993; Democrazia
diretta, Eleuthera, Milano 1993]

"Comment" costituisce la ripresa di un mio progetto personale, che inaugurai
nell'inverno del 1964-'65 con la pubblicazione di un foglio d'informazione a
carattere saggistico e di grandi dimensioni. Il primo numero fu occupato da
Ecology and Revolutionary Thought (Ecologia e pensiero rivoluzionario); il
secondo da Toward a Liberatory Technology (verso una tecnologia
liberatoria). In seguito il foglio d'informazione, se cosi' possiamo
definirlo, subi' notevoli trasformazioni e, con la formazione di un
collettivo redazionale, si muto' nella rivista "Anarchos" - che usci'
sporadicamente e scomparve verso la fine degli anni '60. I miei articoli su
"Anarchos" sono stati pubblicati in forma piu' ampia in un libro intitolato
Post-scarcity anarchism (Ramparts Press), ristampato in sei edizioni e
tradotto in diverse lingue anche in Europa [di prossima pubblicazione in
Italia con il titolo L'anarchismo nella societa' del benessere - Ndt].
Quella di battezzare questa nuova rivista con lo stesso nome della
precedente e' stata una scelta precisa. Il nome "Comment" fu adottato, in
origine, per evitare uno dei soliti titoli di carattere esortativo che
spesso vengono affibbiati alle pubblicazione della sinistra - anche se poi
fanno a pugni con il contenuto della rivista. "Comment" non ha mai preteso
di essere una pubblicazione "militante", e tanto meno la "sentinella" di
un'"avanguardia". Anzi, essa sperava di contribuire alla rimozione di quella
mistica militante, della pretenziosita' e dell'ipocrisia che ancora oggi
caratterizzano le organizzazioni e le sette politiche radicali. Inoltre, mi
e' sembrato che un titolo sobrio fosse piu' consono al contenuto saggistico
del periodico, che spero possa essere non tanto un organo di informazione,
quanto uno stimolante strumento di riflessione.
Cio' che mi preme mettere in risalto e' che la mia scelta ha anche un valore
sociale. "Comment" fu pubblicata nella prima meta' degli anni '60 e tento'
di esprimere con il maggior grado possibile di consapevolezza il progetto
storico varato in quel decennio. A mio modo di vedere, quel progetto
consisteva soprattutto in una tendenza operante a livello intuitivo in
milioni di giovani e tesa alla creazione di una cultura ricca, multiforme,
umanistica e libertaria - percio', non di un semplice "movimento" - che si
ponesse in contrasto con la cultura superficiale, povera, disumanizzante e
gerarchica che caratterizzava la societa' di allora. Quella controcultura
possedeva implicitamente un carattere piu' rivoluzionario ed emancipatorio
di qualsiasi movimento politico radicale del nostro tempo. Per quanto
ingenuamente la controcultura degli anni '60 rivendicasse una maggiore
coscienza, una nuova sensibilita', una nuova concezione dell'amore, della
vita comunitaria, della semplicita' materiale e rapporti umani piu' aperti,
diretti, disinibiti, resta il fatto che queste idee rappresentano ancora
oggi, per noi, l'incarnazione dei concetti di liberta' e di solidarieta'
umana.
Che la controcultura degli anni '60 affondasse le proprie radici in
un'immagine della realta' sociale tragicamente semplicistica e che fosse
destinata ad essere spietatamente sfruttata dai mass-media e da una sordida
masnada di profittatori - non solo commerciali, ma anche politici - non
toglie che essa abbia trasferito il problema della trasformazione e della
riedificazione sociale e individuale su un piano qualitativamente migliore.
Ma questa dimensione e', ancora oggi, vaga, non chiaramente delimitata.
Percio', a mio avviso, la controcultura degli anni '60 non ha mai "fallito"
lo scopo; semplicemente, non e' riuscita a portare a conclusione il suo
progetto. Dichiararne il fallimento significa intonare una marcia funebre
per qualsiasi forma di societa' libera e, addirittura, per le stesse idee
utopiche e libertarie espresse da Charles Fourier e da William Morris.
Significa negare la possibilita' di una societa' futura libera dalla
gerarchia e dalla dominazione.
*
"Comment" e' soprattutto un tentativo sincero - inizialmente ad opera di un
singolo individuo, ma si spera anche di molti altri negli anni a venire -
per dimostrare che non e' lecito esprimere un simile giudizio sul futuro
dell'umanita'. Essa cerchera' di affermare la necessita' di una nuova
sensibilita' che superera' la concezione ingenua ma intrinsecamente
emancipatoria dell'ultimo decennio, infondendovi una nuova coscienza, una
nuova consistenza e un impegno per la trasformazione radicale della
societa'. Lungi dal rinnegare la necessita' di una controcultura, cerchera'
di conferirle il rigore intellettuale che deriva dalla critica sociale,
dall'analisi razionale, dal rispetto di certi principi morali e
dall'idealismo rivoluzionario.
Di conseguenza, "Comment" cerchera' di dare una risposta ai seguenti
quesiti:
- Che significato ha, oggi, un progetto rivoluzionario? Quali ne sono gli
obiettivi e le forme in quest'epoca, che e' forse l'ultima della storia -
un'epoca nella quale l'umanita' si trova a dover scegliere tra l'utopia o il
sacrificio estremo e totale?
- Il progetto rivoluzionario puo' risolversi nella formazione di movimenti
"di massa" che mirano a trasformazioni parcellizzate della societa', come
vanno affermando coloro che oggi si definiscono "radicali", come Tom Hayden
e David Harris? Oppure il progetto rivoluzionario deve farsi carico di un
obiettivo a lunga scadenza, cioe' della distruzione non solo del
capitalismo, delle classi e del sistema di sfruttamento, ma anche e
soprattutto di ogni minima traccia di oppressione che l'umanita' ha
ereditato da tutte le societa' gerarchiche del passato, cioe' tutti i tipi
di famiglia, tutti i sistemi educativi, i legami sessuali, le entita'
urbane, in breve ogni forma di dominazione e di gerarchia che sopravvive
nella sfera inconscia della psiche umana?
- Che tipo di cultura e di movimento sociale puo' istituirsi come centro
focale alternativo alla societa' attuale e alla sua carica disumanizzante? E
quali forme strutturali, organizzative e comunitarie puo' sperare di creare?
- Chi sono le persone che si dedicano a questi compiti e a questi ideali?
Chi sono, per usare il gergo marxista, i "soggetti rivoluzionari" che
cercheranno di attuare questo radicale sconvolgimento? I lavoratori? Le
classi medie? I popoli del terzo mondo? Le donne? I giovani? O dobbiamo
forse modificare radicalmente la nostra visione del problema e chiederci
invece se la crisi universale e generalizzata della societa' gerarchica e la
moltitudine di conflitti che essa ha prodotto in tutti gli aspetti della
vita, dal rapporto dell'uomo con la natura ai rapporti tra i sessi, da un
sempre maggiore svuotamento di significato del lavoro alla brutale
atomizzazione dell'individuo, non abbiano attribuito un significato del
tutto nuovo al concetto amorfo di "popolo", degli innumerevoli individui che
non hanno alcuna possibilita' di controllare la propria vita e il proprio
destino e che nutrono un muto odio verso tutti i sistemi di dominazione e di
gerarchia?
Infine, dobbiamo chiederci quali sono i "problemi" che possono elevare il
livello di coscienza del nostro potenziale "soggetto rivoluzionario" e
spingerlo all'azione. Forse lo sfruttamento nelle fabbriche? O la
dominazione sessuale? L'oppressione razziale? Il dissesto ecologico? Il
deterioramento urbano? L'isolamento sociale dell'individuo e lo
sgretolamento della comunita'? Gli ideali e gli obiettivi libertari sono
sufficienti a spingere il popolo all'azione o dobbiamo far conto sulle
"inesorabili leggi sociali" e sulle "irresistibili forze storiche" quali le
crisi economiche, la guerra, lo sfruttamento economico e l'impoverimento
perche' gli oppressi siano "spinti" ad agire per la trasformazione della
societa'? In breve, come possiamo muoverci dal "qui" della gerarchia, della
dominazione, della centralizzazione, della proprieta' privata,
dell'isolamento e del depauperamento psichico per spingerci altrove, verso
il "la'" di una societa' veramente egualitaria, decentralizzata, comunista e
comunitaria che consenta di realizzare le potenzialita' di tutti gli esseri
umani?
*
Tutti questi problemi furono presenti negli anni '60, ma non furono mai
oggetto di un'analisi veramente lucida e cosciente. L'elaborazione teorica
fu spesso ostacolata e bloccata proprio da quei singoli problemi - la guerra
nel Vietnam, la discriminazione razziale e, piu' tardi, un'anemica filosofia
del riciclaggio che veniva impropriamente definita ecologia - che
offuscarono in quel decennio ogni possibilita' di un vero arricchimento di
coscienza. Perche' accadde tutto questo? Come hanno potuto gli anni '60,
ricchi di tante promesse, precipitare nel sensazionalismo orchestrato dai
mass-media degli anni '70, un sensazionalismo che non puo' certo essere
nobilitato col termine sensuale di "decadenza"? Per quanto repellenti siano
i connotati reali di questa parola, vediamo di farne un uso corretto. I
romani del tempo di Caligola avevano le qualita' necessarie per dar luogo a
una decadenza; gli americani degli anni '70, invece, hanno al piu' quelle
per inscenare una festa in maschera.
Dobbiamo percio' chiederci seriamente che cosa abbiano realmente significato
gli anni '60, a che cosa abbiano portato, e dobbiamo infine esorcizzare il
mistero che pende oggi sul capo di tutti coloro che riflettono: come siamo
potuti precipitare in un simile abisso? Certo non si puo' tornare al mondo
ingenuo, ascetico, "appartato" e lacrimoso che nel frattempo e' stato
colonizzato da uno Steve Gasken e da "The Farm" (La fattoria). La
coscienza - sia politica che morale, sia rigorosa che idealista - deve
infondere sensibilita' e deve essere inflessibilmente critica, oltre che
costruttiva. Deve dissipare la falsita', l'ipocrisia e l'eclettismo in
virtu' dei quali concetti assolutamente inconsistenti possono
tranquillamente convivere gli uni accanto agli altri. Il libro di Mark
Satin, New Age Politics, non ha nulla di eccezionale: offre un ciliegino a
tutti. Nella sua nauseante dolcezza, e' sintetico quanto il marxismo e il
liberalismo che pretende di trascendere. Ma c'e' ben altri che Satin. A
dispetto del compianto Fritz Schumacher, una societa' libera
decentralizzata, fondata sull'"economia buddista", e' del tutto
incompatibile con la proprieta' privata e con le corporazioni
multinazionali. E checche' ne dica Bucky Fuller, l'utopia ecologica e' del
tutto incompatibile con la costruzione di una cupola di plastica sopra
Manhattan e con le astronavi spaziali. Infine, per quanto ne dica Barry
Commoner, un mondo libero dall'energia nucleare e dai veleni che inquinano
l'ambiente e' del tutto incompatibile con il razionalismo industriale del
socialismo marxista. Si potrebbe compilare un lungo elenco di opere
inconsistenti, nelle quali il concetto rivoluzionario dell'azione diretta
coesiste con futili "strategie" di riforma elettorale, il controllo popolare
dei processi sociali convive con i partiti politici gerarchici, un modo di
vita piu' semplice e ricco di significato convive con la propaganda per la
"semplicita' volontaria" operata dallo Stanford Research Institute al fine
di sfruttare uno dei "mercati" del futuro in piu' rapida espansione.
Questo miscuglio ideologico acritico, cosi' diffuso nella nostra epoca,
riflette pateticamente una condizione di sradicamento presente non solo
nelle realta' esistenziali della vita quotidiana, ma anche nello spirito e
nella psiche dell'individuo, che s'impoverisce sempre piu' in conseguenza
del continuo depauperamento della vita sociale.
*
Dobbiamo liberarci dal vincolo dell'adattamento, che attanaglia oggi la
nostra vita e il nostro pensiero, dal miraggio del successo e del potere,
che finisce per farci deporre cinicamente gli ideali piu' preziosi; dalla
volonta' pragmatica di ottenere un effimero consenso rispetto ad obiettivi
specifici mentre, di fatto, quelli piu' importanti e di piu' vasta portata
non vengono minimamente compresi. Questo terrore regressivo
dell'"isolamento" porta a "vittorie" immediate che nutrono, a lunga
scadenza, il germe della sconfitta. La piu' grave di queste sconfitte e' lo
sconvolgimento degli stessi principi e degli obiettivi radicali. Che cosa
hanno conquistato quegli idealisti che dirigono gli uffici e le commissioni
governative e che si fanno beffe dei propri ideali? L'apertura di un
"Ufficio di programmazione tecnologica" o di un altro equivalente, significa
forse che il governo ha fatto proprie le implicazioni sociali e culturali
della tecnologia alternativa o non significa, invece, che la tecnologia
viene 'programmata' in funzione di obiettivi cinicamente manipolatori? La
storia dell'amministrazione Carter a Washington e dell'amministrazione Brown
a Sacramento dimostra come individui dotati e bene intenzionati abbiano
appreso le "tecniche" della manipolazione - o siano stati irrimediabilmente
corrotti con l'inganno.
Cio' che vale per i singoli individui vale ancor piu' per i movimenti. Il
movimento "antinucleare" sta lentamente disgregandosi ad opera di quegli
artisti del "successo" la cui innata ostilita' nei confronti dell'azione
diretta conduce migliaia di attivisti ad impastoiarsi nella politica
ambientale di tipo piu' convenzionale, cosi' come molte organizzazioni
comunitarie tendono a dimenticare che le loro azioni devono essere
finalizzate all'organizzazione delle strutture comunitarie ed educative, e
non all'accaparramento dei voti per le elezioni municipali. Viviamo in un
mondo di "politica rapida", assai simile a quello alimentare della "cucina
rapida". Un rapido morso, un boccone deglutito in fretta, un rutto e siamo
momentaneamente "soddisfatti" - e tutto cio' a discapito della nutrizione,
che richiede cure, attenzioni, preparazioni laboriose, ma ci fornisce
sostanze vitali ed energiche preziose. Ci sono gia' abbastanza persone - i
Ralph Nadar, i Michael Harrington, gli Irving Howes e, ancor piu' tremendi,
i Ted Kennedy e i Jerry Brown - che si battono per la riforma dello status
quo e fanno sembrare razionale una societa' irrazionale. I truccatori - che
imbellettano e profumano questa societa' di "Vogue" - abbondano ovunque. E'
ora che si alzino voci capaci di colpire nel cuore stesso
dell'irrazionalita' e che chiedano di sostituire ad essa una societa', una
comunita', una personalita' e una sensibilita' del tutto nuove.
*
Quando mai la storia ha detto che nei periodi non rivoluzionari i
rivoluzionari devono abdicare dalla funzione di contribuire allo sviluppo
delle coscienze? O che le loro "strategie" e le loro "tattiche" sono
"fallimentari" perche' mancano di ampi consensi da parte degli schieramenti
amorfi e riformisti impreparati a sostenere un processo radicale di
trasformazione sociale? Chiunque si definisce rivoluzionario e valuta poi il
proprio successo in termini di tecniche, di forme politiche e di "strategie"
per l'accesso a schieramenti del tutto alieni dimostra di aver tradito i
propri ideali in favore della manipolazione, gli obiettivi di ampia portata
in favore di un successo momentaneo, la critica radicale in favore
dell'accomodamento e comunque, sempre, la causa rivoluzionaria. Non possiamo
permettere che le rivendicazioni libertarie siano zittite dai clamori di
conquiste immediate e di effimeri successi - a meno di non voler zittire
anche l'ultima voce in favore dell'emancipazione dello spirito umano.
Non c'e' pensiero piu' traditore di un pensiero incompleto, cosi' come non
c'e' rivoluzione piu' pericolosa di una rivoluzione incompleta. "Comment"
cerchera' di seguire fino in fondo la logica di tutti i problemi proposti,
cosi' come cerchera' di seguirne gli agganci e le connessioni con tutti gli
altri problemi del nostro tempo. Soprattutto, cerchera' di essere coerente,
di individuare un punto focale comune che consenta di stabilire un rapporto
unico tra ecologia e dominazione, tra dominazione e gerarchia, tra gerarchia
e sessismo, tra sessismo e individualita', tra individualita' e liberta'
basata sull'autogoverno, sull'autodeterminazione, sullo sviluppo autonomo
dell'individuo. A questo aggiungerei subito il rapporto esistente tra
problemi economici e valori culturali, tra coscienza di classe e coscienza
rivoluzionaria, tra sfruttamento economico e oppressione spirituale, tra
tecnologia industriale e tecnologia alternativa.
"Comment" cerchera' di scoprire cio' che unisce tutti questi fili,
apparentemente diversi e incompatibili, in un tutto omogeneo, cio' che li
solidifica in un aggregato rivoluzionario che conferisce significato agli
avvenimenti e ai problemi. Un grande rivoluzionario, Josef Weber, affermo'
una volta che ora si puo' giungere al centro partendo da qualsiasi
direzione. E' questo centro che "Comment" analizzera' ed esplorera', finche'
la dedizione agli ideali rivoluzionari cessera' di essere intuitiva e
istintiva, ma si imporra' con la forza di una piena coscienza, di una chiara
prospettiva e, perche' no, di una capacita' artistica. "Comment" non
cessera' mai di occuparsi del problema della degradazione della rivoluzione
in riformismo, della liberta' in giustizia, dell'organizzazione in
gerarchia, dell'anarchismo in sindacalismo, del comunismo in marxismo,
dell'ecologia in ambientalismo, della comunita' in urbanesimo, dell'utopia
in fantascienza. Certo molti di questi concetti richiedono chiarimenti ed
una nuova definizione; a molti lettori potranno parere abbastanza
compatibili gli uni con gli altri, addirittura congruenti come termini e
come obiettivi. Questo fara' parte dell'avventura ideologica che vivremo
insieme nei prossimi numeri di "Comment", del processo comune di evoluzione
della rivista e dei suoi lettori, nel corso del quale ciascuno completera' e
definira' i concetti che nell'altro sono vaghi e incompleti e portera' a un
livello di maggiore comprensione reciproca quelli che gia' sono definiti e
completi.
"Comment" non cerca un pubblico "di massa". Credo che nessun periodico
rivoluzionario possa piu' accettare il concetto di "massa", cosi' come una
vera e profonda rivoluzione non puo' essere intrapresa da persone che
manchino di individualita'. Se "Comment" crescera', se riempira' il vuoto
creato nella stampa radicale dalla scomparsa di "Ramparts", di "Liberation"
e, recentemente di "New Times", sara' perche' puntera' sulla qualita' dei
contenuti e non sulla quantita' dei lettori; perche' non si limitera' ad
esporre dei fatti, ma li analizzera', perche' offrira' una solida unita' di
pensiero, e non una speciosa "arena" che consenta a idee diametralmente
opposte di trovar posto, fianco a fianco e in tutta tranquillita', sullo
stesso numero. Naturalmente, rifuggira' da qualsiasi forma di giornalismo
predigerito, che intrattiene piu' che informare. A questo compito educativo
"Comment" e' chiamata non per scopi retorici, ma per convinzione e in virtu'
del suo intrinseco anarchismo e delle sue idee libertarie.
*
A rischio di sembrare monotono, vorrei ribadire che e' tempo di prendere
possesso di noi stessi - perche' non e' solo la societa' ad essere in
pericolo di disfacimento, ma l'uomo stesso come individuo. Per
l'intellighenzia americana gli anni '70 sono stati un periodo di riflusso
mascherato da progresso, di indifferenza camuffata da tolleranza, di piccoli
piaceri contrabbandati come edonismo, di insicurezza spacciata per cinismo.
Il profondo senso di paura che pervade i "figli" degli anni '60 deriva dalla
realta' tangibile della coercizione e della sorveglianza esercitate dallo
stato organizzato, una realta' contro la quale gia' dieci anni fa avevo
messo in guardia nell'editoriale redatto per "Anarchos". Per la maggior
parte del popolo americano, gli anni '70 sono stati un periodo di frustrante
impotenza dissimulata come apatia. Questo popolo non ha "tradito" nessuno -
ne' la "nuova sinistra", che ha trasformato la rivoluzione in un'opera buffa
cercando di conquistare il potere senza l'appoggio popolare, ne' i "figli
dei fiori", che ingenuamente si aspettavano che i soldati della Guardia
Nazionale, a Kent, ornassero di rose i loro fucili.
Tuttavia, c'e' ancora troppo in cui sperare, perche' possiamo sentirci
abbandonati dalla storia. Le speranze suscitate dalla tecnologia moderna,
che potrebbe liberare l'umanita' intera dalla poverta' materiale e dalla
schiavitu' del lavoro, sono ancora vive e reali, sia che decidiamo di
mantenere questa stessa tecnologia, sia che decidiamo di sostituirla con una
tecnologia piu' ecologica. Resta comunque il fatto che la storia ci concede
il lusso di decidere - un lusso che nessuna epoca prima della nostra ha
potuto godere, poiche' la storia si costruiva sopra la testa degli schiavi e
dei servi. La razionalita', il fervore e la speranza di un futuro utopico
sono ancora latenti in noi e riemergono ad ogni nuova generazione, ad ogni
nuovo ciclo naturale e vitale. Nel caso che vi sembri troppo severo, troppo
critico, permettetemi di concludere queste note con un brano tratto
dall'editoriale con il quale inaugurai "Anarchos". Anche se furono scritte
negli anni '60, queste parole restano, a mio avviso, valide ancora oggi:
"Crediamo che i movimenti rivoluzionari non possano piu' limitare la propria
azione stimolatrice delle coscienze ad una semplice critica della societa'.
La critica deve ormai comprendere anche la visione della ricostruzione
globale di una civilta' non repressiva, dello sviluppo utopico basato sulle
possibilita' oggettive, materiali. Il futuro deve vivere, palpabilmente, nel
presente. Percio', i movimenti rivoluzionari non possono piu' criticare la
miseria dei ghetti e dell'urbanesimo moderno senza offrire la visione
liberatoria di una comunita' libera e di una nuova polis. Non potranno piu'
criticare lo spettacolo di una falsa esistenza - l'asservimento degli esseri
umani ai beni di consumo, dei rapporti umani ai rapporti gerarchici - senza
evocare una nuova prospettiva di esperienza quotidiana e di solidarieta'
sociale. Non possono piu' criticare il carattere repressivo della vita
privata - la famiglia patriarcale, la socializzazione autoritaria dei
giovani, la sostituzione del condizionamento all'istruzione - senza offrire
una nuova visione di libera associazione tra i sessi, tra le diverse
generazioni, e di pieno autogoverno della vita individuale come di quella
sociale (...). L'intensita' delle possibilita' future suscita pari reazioni
da parte dell'ordine costituito in difesa del passato. Come la situazione si
evolve oggi in senso rivoluzionario verso una civilta' liberata e non
repressiva, cosi' essa rischia ad ogni momento di precipitare verso la
barbarie piu' selvaggia e totalitaria. Il movimento rivoluzionario deve
riconoscere la necessita' di elevare la coscienza sociale al massimo grado
di ogni situazione e la sua attivita' deve svolgersi all'insegna della
massima sensibilita'. Mai come d'ora si e' reso necessario coordinare la
pratica quotidiana con un'analisi accurata e continua della situazione;
anticipare gli sviluppi (...) e, soprattutto, acquisire chiaramente la
consapevolezza della direzione in cui muoversi - nella teoria come nella
pratica - negli eventi futuri. E' questo il compito che ci assumiamo (...) e
per il quale chiediamo il vostro aiuto e la vostra partecipazione".

2. MAESTRI E COMPAGNI. MURRAY BOOKCHIN: LETTERA APERTA AL MOVIMENTO
ECOLOGISTA (1980)
[Da "A. rivista anarchica", n. 85, giugno 1980 (disponibile anche nel sito:
www.arivista.org); in quel fascicolo della prestigiosa rivista italiana il
testo veniva cosi' presentato dalla redazione: "Originariamente pubblicata
su 'Comment' e subito ripresa da 'Open Road' (Canada) e 'Peace News'
(Inghilterra), questa 'lettera aperta al movimento ecologista' di Murray
Bookchin appare qui per la prima volta in italiano. Ci teniamo a precisare
che in questo, come in altri saggi tradotti dall'inglese su 'A' abbiamo
ritenuto di tradurre il termine 'radical' con 'rivoluzionario', per evitare
gli equivoci che una traduzione piu' meccanica con il termine 'radicale'
avrebbe comportato"]

Gli anni '80 saranno un periodo estremamente critico per il movimento
ecologico, sia negli Stati Uniti, sia in Europa. Il pericolo e' quello di
una crisi di identita' e di obiettivi, ed e' in gioco la capacita' del
movimento di adempiere alle fertili aspettative di soluzioni progressiste in
alternativa alla sensibilita' dominante, alle istituzioni gerarchiche
politiche ed economiche e alle strategie manipolatorie per la trasformazione
sociale, che hanno provocato una frattura catastrofica tra l'uomo e la
natura.
Per dirla senza mezzi termini: e' probabile che nel prossimo decennio si
decida definitivamente quale sara' il ruolo futuro del movimento ecologico:
semplice appendice decorativa di una societa' intrinsecamente malate e
antiecologica, perennemente dilaniata dal conflitto tra la natura e
un'incontrollabile bisogno di dominazione, di controllo e di sfruttamento;
oppure, come speriamo, campo sempre piu' vasto di esperienza e di
apprendimento per una nuova societa' ecologica fondata sulla collaborazione
reciproca, sulle comunita' decentralizzate, sulla tecnologia popolare e su
rapporti non-gerarchici, libertari, che realizzino una nuova armonia non
solo tra gli uomini, ma anche tra l'uomo e la natura.
Potra' forse sembrare presuntuoso che io, singolo individuo, rivolga un
appello a quell'ormai vasto gruppo di persone le cui attivita' sono ispirate
da un impegno in campo ecologico. Tuttavia, le mie preoccupazioni circa il
futuro del movimento ecologico non sono impersonali, ne' effimere. Per quasi
trent'anni ho affrontato nei miei scritti i problemi delle degenerazioni
antiecologiche in tutti i settori della vita del nostro paese. Inoltre, mi
sono battuto attivamente fin dal 1952 contro l'uso crescente degli
insetticidi e degli additivi alimentari; nel 1954 ho denunciato il rischio
del fallout nucleare dopo l'esplosione sperimentale della prima bomba
all'idrogeno nel Pacifico; nel 1956 ho denunciato il rischio di inquinamento
radioattivo dopo l'"incidente" al reattore nucleare della centrale di
Windscale; nel 1963 mi sono battuto contro il progetto di Con Edison per la
costruzione della piu' grande centrale atomica del mondo nel centro della
citta' di New York. In seguito ho fatto parte di gruppi antinucleari come
quello di Clamshell e Shad e come Ecology Action East, suo immediato
predecessore (del quale nel 1969 scrissi anche il manifesto: The Power to
Destroy, The Power to Create), oltre che del Citizens Committee on Radiation
Information, che nel 1963 fu uno dei protagonisti dell'azione di protesta
che porto' alla cessazione dell'attivita' del reattore nucleare di
Ravenswood. Credo, percio', che il movimento ecologico possa considerarmi
qualcosa di piu' che un intruso o un novellino. Le osservazioni contenute in
questa lettera sono il frutto di una vasta esperienza personale e di una
giustificata preoccupazione per la sorte delle idee alle quali per decenni
ho dedicato grande attenzione.
Sono convinto che il mio lavoro e la mia esperienza in tutti i campi
dell'impegno ecologico avrebbero scarso significato, se si limitassero ai
problemi in se', per quanto ciascuno di essi sia importante. Dire "no" al
nucleare, o agli additivi alimentari, all'industrializzazione
dell'agricoltura, alla bomba atomica non e' sufficiente, se limitiamo il
nostro orizzonte affrontando isolatamente ciascun problema. E' ugualmente
importante individuare e svelare le cause sociali, i valori e i rapporti
inumani che hanno portato alla creazione di un pianeta gia' profondamente
intriso di veleni.
Ho sempre pensato che ecologia fosse sinonimo di ecologia sociale e percio'
ho sempre nutrito la convinzione che la stessa idea di dominare la natura
derivi dalla dominazione dell'uomo sull'uomo, o dell'uomo sulla donna, del
vecchio sul giovane, di un gruppo etnico su un altro, dello stato sulla
societa', della burocrazia sull'individuo, cosi' come di una classe
economica su un'altra e dei colonizzatori sui colonizzati. A mio avviso,
l'ecologia sociale deve iniziare la lotta per la liberta' non solo in
fabbrica, ma anche nella famiglia; non solo nell'economia, ma anche nella
psiche; non solo nelle condizioni materiali di vita, ma anche in quelle
spirituali. Se non interverremo modificando anche i rapporti molecolari
all'interno della societa' - e cioe' quelli tra uomo e donna, tra adulti e
bambini, tra gruppi razziali diversi, tra etero ed omosessuali (l'elenco
potrebbe continuare a lungo) - il problema della dominazione restera'
immutato anche in una forma sociale "senza classi" e "senza sfruttamento". E
la societa' sarebbe intrisa di gerarchismo anche se celebrasse i dubbi
valori della "democrazia popolare", del "socialismo" e della "proprieta'
collettiva" delle "risorse naturali". Finche' durera' la gerarchia e finche'
la dominazione organizzera' l'umanita' in un sistema elitario, l'obiettivo
del dominio sulla natura non verra' mai abbandonato e condurra'
inevitabilmente il pianeta all'estinzione ecologica.
Il nuovo movimento delle donne, ancor piu' della controcultura, della
crociata per una tecnologia "appropriata" e del movimento antinucleare (dal
quale escluderei pero' la frangia dell'"Earth Day", con le sue sortite
repulistiche) mira al cuore della dominazione gerarchica che alimenta la
nostra crisi ecologica. Il movimento ecologico potra' realizzare tutta la
sua ricca e multiforme potenzialita' di trasformazione della societa'
antiecologica e dei suoi valori solo se la controcultura, il movimento per
una tecnologia alternativa e il movimento antinucleare si fonderanno sulla
sensibilita' e sulle strutture non-gerarchiche che risultano soprattutto
evidenti nelle tendenze veramente rivoluzionarie del femminismo. Infine, il
movimento ecologico potra' conservare intatta la sua funzione di espressione
di un nuovo equilibrio tra uomo e natura e il suo obiettivo di una societa'
veramente ecologica solo se coltivera' coscientemente una sensibilita', una
struttura e una strategia per la trasformazione sociale non-gerarchica e
aliene dal concetto di dominazione.
Oggi questa funzione e questo obiettivo sono seriamente minacciati.
L'ecologia e' diventata una disciplina alla moda, direi quasi bizzarra, e la
frivola popolarita' di cui gode ha fatto nascere un nuovo tipo di maniaco
dell'ambiente. Da una prospettiva e da un movimento che perlomeno facevano
sperare nella possibilita' di una lotta contro la gerarchia e la dominazione
e' nata una forma di ambientalismo fondato non sulla volonta' di modificare
le istituzioni, i rapporti sociali, le tecnologie e i valori esistenti,
bensi' sulla volonta' di rabberciarli alla meglio. In questo senso uso il
termine "ambientalismo" per significare un fenomeno in contrasto con
l'ecologia, e in particolare con l'ecologia sociale. Mentre l'ecologia
sociale mira all'eliminazione del concetto della dominazione dell'uomo sulla
natura attraverso l'eliminazione della dominazione dell'uomo sull'uomo,
l'ambientalismo e' il riflesso di una sensibilita' "strumentale" o tecnica,
che considera la natura un semplice habitat passivo, un agglomerato di forze
e di oggetti esterni, e si pone il fine di renderla piu' "utile" all'uomo,
senza curarsi troppo di quale uso egli intenda farne. Di fatto,
l'ambientalismo si riduce a mera ingegneria ambientale, e non affronta il
problema cruciale della societa' in cui viviamo: la volonta' dell'uomo di
dominare la natura. Al contrario, mira a rendere piu' facile questa
dominazione eliminando i rischi che essa potrebbe comportare. Gli stessi
concetti di gerarchia e di dominazione sfumano dinanzi all'enfasi
tecnicistica posta sulla ricerca di fonti energetiche "alternative", cioe'
sui progetti strutturali per il "risparmio" di energia; dinanzi ai modi di
vita "semplici" che si identificano con i "limiti alla crescita" e che
rappresentano ormai a buon diritto un'industria enormemente crescente;
infine, naturalmente, dinanzi al proliferare dei candidati "ecologisti" alle
elezioni politiche e addirittura dei partiti "ecologici", il cui scopo non
e' solo quello di dominare la natura, ma anche quello di indirizzare
l'opinione pubblica sui binari di un atteggiamento accomodante nei confronti
del sistema sociale esistente.
*
La moda dell'ecologia
Il satellite solare "ecologico" di 24 miglia quadrate di Nathan Glazer, le
astronavi "ecologiche" di O'Neill e i giganteschi mulini a vento "ecologici"
del Doe (tanto per citare gli esempi piu' macroscopici della mentalita'
ambientalista) non sono in realta' piu' "ecologici" delle centrali nucleari
o dell'industrializzazione dell'agricoltura. Anzi, le loro pretese
"ecologiche" sono piu' dannose, perche' ingannano e disorientano la gente.
Le ciance su una nuova "era della terra", o del sole o del vento, cosi' come
la futile retorica dei produttori di pannelli solari e degli inventori
"ecologici" alla frenetica ricerca di un brevetto, riescono solo a
nascondere la realta' dei fatti: e cioe' che l'energia solare o eolica,
l'agricoltura organica, il culto della salubrita' e le conversioni alla
"semplicita'" modificheranno in modo quasi impercettibile lo squilibrio tra
l'uomo e la natura, se continueranno a esistere la famiglia patriarcale, le
multinazionali, le strutture politiche burocratiche e centralizzate, il
sistema della proprieta' privata e la razionalita' tecnocratica che oggi
prevalgono ovunque. L'energia solare, l'energia eolica, il metano, l'energia
geotermica resteranno sempre e soltanto fonti di energia, finche' i mezzi
per utilizzarle saranno inutilmente complessi, controllati in modo
burocratico, proprieta' di monopolio o centralizzati in forme istituzionali.
Certo, il danno che provocheranno alla salute degli esseri umani sara' assai
minore di quello prodotto potenzialmente dalle centrali nucleari e dai
combustibili fossili; tuttavia, la salute spirituale, morale e sociale
dell'umanita' subira' ugualmente un danno se le si considerera' semplici
tecniche, incapaci di generare nuovi rapporti tra l'uomo e la natura e
nell'ambito stesso della societa'. Il progettista, il burocrate, il
dirigente aziendale e il politico di carriera non arricchiscono la societa'
e la nostra sensibilita' verso la natura in senso ecologico perche' seguono
una via energetica "dolce"; come tutti i "tecnocritici" (per usare un
appellativo che Amory Lovins adotto' per definire se stesso in una
conversazione con il sottoscritto), costoro tentano semplicemente di
sminuire o di occultare i pericoli per la biosfera e per la vita umana
costringendo le tecnologie ecologiche nella camicia di forza dei valori
gerarchici, invece di criticare i valori e le istituzioni di cui sono
rappresentanti.
*
Gerarchia e dominazione
Alla stessa stregua, anche la decentralizzazione perde ogni significato, se
non presuppone una dimensione piu' umana e fa invece propri i concetti
dell'accumulazione logistica delle scorte e del riciclaggio. Se il nostro
obiettivo per la decentralizzazione sociale (o, come amano dire gli
"ecologi" politici, per la ricerca di un equilibrio tra centralizzazione e
decentralizzazione) consiste nell'approvvigionamento di "alimenti freschi" e
nella possibilita' di "riciclare i rifiuti", nel ridurre i "costi di
trasporto" o nell'"incrementare" il controllo popolare totale e completo)
sulla vita sociale, allora il concetto stesso di decentralizzazione perde il
significato ecologico e libertario che la caratterizza come creazione di una
rete di comunita' libere e naturalmente equilibrate, fondate sulla
democrazia diretta e sulla piena realizzazione dell'individuo, cioe' sulla
possibilita' di gestirsi ed agire in quella piena e totale autonomia che e'
una componente vitale nella realizzazione di una societa' ecologica. Come la
tecnologia alternativa, anche la decentralizzazione si riduce a mero
artificio tecnico finalizzato all'occultamento della gerarchia e della
dominazione. Gli ideali "ecologici" di un "controllo municipale del potere",
di una "nazionalizzazione dell'industria", per non parlare di concetti vaghi
come quello di "democrazia economica", sembrano porre in forse il sistema
dei profitti e delle corporazioni industriali, ma in realta' non scalfiscono
il sistema di controllo sociale. Infatti, una struttura corporativa
nazionalizzata resta pur sempre una struttura burocratica e gerarchica.
Come individuo che per decenni si e' interessato, impegnato e battuto per i
problemi ecologici, mi rivolgo agli ecologi piu' seri e consapevoli nella
speranza di sensibilizzarli a un grave problema che affligge il movimento.
Per esprimere le mie preoccupazioni nel modo piu' esplicito e diretto
possibile: temo il diffondersi di una mentalita' tecnocratica e di un
opportunismo politico che minacciano di sostituire all'ecologia sociale una
nuova forma di ingegneria sociale. Per un certo periodo il movimento e'
parso ben avviato verso la realizzazione del suo potenziale libertario e
non-gerarchico. Rinvigorito dalle nuove tendenze progressiste del movimento
femminista, omosessuale, comunitario e rivoluzionario, il movimento
ecologico sembrava finalmente pronto a concentrare le proprie forze nel
tentativo di trasformare le strutture basilari della societa'
anti-ecologica, e non semplicemente nel tentativo di trovare nuove tecniche
piu' allettanti per perpetuarla o nuovi cosmetici istituzionali per
occultarne le piaghe inguaribili. La nascita e lo sviluppo dei gruppi
antinucleari, di una rete decentralizzata di gruppi di affinita' la cui
attivita' si fondava su processi decisionali direttamente democratici,
sembro' alimentare questa speranza. Il problema del movimento sembrava
essere principalmente un problema di autoformazione e di educazione
sociale - la necessita' di comprendere a fondo il significato della
struttura dei gruppi di affinita' come forma durevole e "familiare", il
significato della democrazia diretta e del concetto di azione diretta come
qualcosa di piu' che una "strategia": una sensibilita' profonda,
l'espressione del diritto che tutti hanno di controllare in modo diretto la
propria vita.
*
Il nuovo opportunismo
Per colmo d'ironia, gli anni '80, cosi' promettenti nel senso di una
trasformazione radicale dei valori e della consapevolezza, hanno visto
nascere anche una nuova forma di opportunismo, che minaccia di ridurre il
movimento ecologico a una patina di belletto sul volto della societa'. Molti
dei piu' intraprendenti "fondatori" dei gruppi antinucleari (e pensiamo
soprattutto alla Clamshell Alliance) si sono trasformati in quelli che
Andrew Kopkind ha definito " rivoluzionari manageriali" - manipolatori di un
consenso politico che opera all'interno del sistema nonostante affermi di
opporvisi.
Il "rivoluzionario manageriale" non e' un fenomeno nuovo. Jerry Brown
(attuale governatore democratico della California - n.d.r.), cosi' come la
dinastia dei Kennedy, ha praticato quest'arte in politica per anni. Cio' che
colpisce nell'ultima leva e' l'elevata percentuale di provenienza dai piu'
importanti movimenti rivoluzionari degli anni '60 e, fatto ancor piu'
significativo, dal movimento ecologico degli anni '70. Ai rivoluzionari e
agli idealisti degli anni '30 sono occorsi decenni per maturare quel cinismo
da mezza eta' che li ha portati a cedere le armi, e in ogni caso hanno avuto
l'onesta' di ammetterlo pubblicamente. I membri della Sds (Students for
Democratic Society) e dei gruppi di azione ecologici hanno capitolato nella
tarda giovinezza o nei primi anni della maturita' e all'eta' di 25, 30, 35
anni hanno scritto autobiografie "amareggiate", cercando di giustificare
razionalmente la resa allo status quo. Per quel che riguarda Tom Hayden (uno
dei leader del movimento pacifista, attuale marito di Jane Fonda - n.d.r.),
il suo discorso di quest'autunno a Seabrook contro l'azione diretta non ha
bisogno di ulteriori commenti, e mi risparmia il compito di criticarlo.
Peggio ancora, forse, sono le nuove organizzazioni come il "Citizen's Party"
di Barry Commoner, o le istituzioni finanziarie come la Muse (Musician
United for Safe Energy), cosi' come la celebrazione della "Semplicita'
Volontaria" ad opera di una societa' dualistica formata da una parte dalle
elites intellettuali in blue-jeans delle classi medie e dall'altra dai
poveri cristi in abbigliamento convenzionale delle classi lavoratrici e
consumatrici; una societa' dualistica partorita dai cervelloni dello
Stanford Research Institute, finanziato dalle corporazioni industriali.
*
I rivoluzionari manageriali
In tutti questi casi, i connotati radicali di una societa' decentralizzata
fondata sull'uso di tecnologie alternative e su un saldo tessuto comunitario
vengono cinicamente e astutamente asserviti alla sensibilita' tecnocratica
dei "rivoluzionari manageriali" e degli opportunisti che mirano alla
carriera politica. Il pericolo piu' grave e' rappresentato dall'incapacita'
di molti idealisti di affrontare i grandi problemi sociali nei termini che
sono loro propri - di riconoscere l'evidente incompatibilita' di obiettivi
in profondo contrasto gli uni con gli altri, di obiettivi che non possono
necessariamente coesistere senza consegnare il movimento ecologico nelle
mani dei suoi peggiori nemici. Spesso, purtroppo, questi nemici sono quei
"leaders" e quei "fondatori" del movimento, i quali hanno cercato di
manipolarlo per renderlo conforme a quel sistema e a quelle ideologie che
impediscono ogni forma di riconciliazione sociale o ecologica nella forma di
una societa' ecologica.
Il fascino dell'"influenza", della "politica istituzionale",
dell'"efficacia" dimostra in modo lampante la mancanza di coerenza e di
consapevolezza che affligge il movimento ecologico dei giorni nostri. I
gruppi di affinita', la democrazia diretta e l'azione diretta potranno
difficilmente essere allettanti - o, se e' per questo, neppure
comprensibili - ai milioni di individui che passano la vita in solitudine
nei bar e nelle discoteche. Quel che e' tragico e' che questi milioni di
individui hanno delegato il loro potere sociale, anzi hanno ceduto la loro
personalita', a politicanti e burocrati che vivono in una dimensione di
obbedienza e di comando nella quale loro, gli individui, sono normalmente
tenuti a giocare un ruolo subordinato. Eppure e' proprio questa la causa
piu' immediata della crisi ecologica che affligge il nostro tempo - una
causa che ha la sua origine storica nella societa' mercantile che ci
sommerge. Chiedere a coloro che sono privi di potere di riconquistare il
controllo sulla loro esistenza e' anche piu' importante che installare un
collettore solare, complicato, costoso e spesso incomprensibile, sul tetto
della casa in cui abitano. Finche' costoro non riacquisteranno un senso di
potere sulla vita, finche' non creeranno un sistema autonomo di gestione in
contrapposizione a quello gerarchico attuale, finche' non troveranno nuovi
valori ecologici con i quali sostituire i valori sociali del sistema
dominante - un processo, questo, che i collettori solari, i mulini a vento e
l'orticoltura possono facilitare, ma non rimpiazzare - nessuna
trasformazione sociale potra' instaurare un nuovo equilibrio con il mondo
naturale.
Ovviamente, coloro che sono privi di potere non saranno propensi ad
accettare, in situazioni normali, i gruppi di affinita', la democrazia
diretta e l'azione diretta. Tuttavia, il fatto che essi nutrano impulsi
basilari tali da determinare una elevata suscettibilita' nei confronti di
queste forme e di queste attivita' - fatto che non manca mai di sorprendere
i "rivoluzionari manageriali" in periodi di crisi e di conflitto - esprime
una potenzialita' che deve ancora essere pienamente valutata, compresa e
resa intellettualmente coerente mediante un paziente lavoro di educazione e
con un continuo ricorso all'esemplificazione. Ed e' precisamente questa
educazione e questa esemplificazione che certi gruppi femministi e
antinucleari hanno cominciato a fornire.
Il carattere piu' sorprendentemente reazionario del tecnicismo e della
politica elettorale dei tecnocrati ambientalisti e dei "rivoluzionari
manageriali" di oggi e' insito nel tentativo di ricreare, nel nome di una
via "dolce" all'energia, di una "decentralizzazione" del tutto speciosa e di
strutture partitiche intrinsecamente gerarchiche, le forme e le abitudini
peggiori che incrementano nell'opinione pubblica americana la passivita',
l'obbedienza e la vulnerabilita' nei confronti dei mass-media. La politica
pubblicistica di Brown, di Hayden, di Commoner e dei "fondatori" della
Clamshell come Wasserman e Lovejoy, cosi' come le recenti, enormi
manifestazioni a Washington e a New York, non educano cittadini: allevano
masse. Le masse, infatti, sono sempre l'oggetto manipolato dai mass-media,
sia quando li usa la Exxon, sia quando li usano la Ced (Campaign for
Economic Democracy), il Citizen's Party o la Muse. L'ecologia viene usata
contro ogni sensibilita' ecologica, contro ogni forma di organizzazione o
pratica ecologica per "conquistare" gruppi sempre piu' vasti, non per
educare. Il terrore dell'"isolamento", della "futilita'", dell'"inefficacia"
genera una nuova forma di isolamento, di futilita' e di inefficacia:
l'abdicazione dagli ideali, dagli obiettivi basilari e fondamentali. Il
prezzo della conquista del "potere" e' la perdita dell'unico potere del
quale realmente disponiamo per trasformare questa societa' folle e malata:
quello della nostra integrita', dei nostri principi, dei nostri ideali.
Tutto cio' potra' fare la fortuna di chi usa i problemi ecologici per dare
la scalata al prestigio e al potere, ma potra' essere la tomba di un
movimento che coltivava l'ideale di un mondo nuovo, nel quale le masse si
tramutino in individui, nel quale le risorse naturali si tramutino in natura
e nel quale entrambe queste entita' godano del rispetto dovuto alla loro
unicita' e spiritualita'.
*
L'ecologia sociale
Un nuovo movimento femminista orientato in senso ecologico sta nascendo e i
gruppi antinucleari non sono ancora scomparsi. La fusione di entrambi con
altri movimenti che probabilmente emergeranno dalle svariate crisi che
funestano la nostra epoca potra' inaugurare uno dei decenni piu' esaltanti e
libertari del secolo. Il problema ecologico non deve essere separato dal
sessismo, dal problema degli anziani, dall'oppressione razziale, dalla
"crisi energetica", dal problema del potere delle corporazioni, dalla
medicina tradizionale, dalla manipolazione burocratica, dalla coscrizione,
dal militarismo, dalla degradazione urbana, dal centralismo politico. I
denominatori comuni di tutti questi problemi, e il bersaglio principale di
una ecologia sociale radicale, sono la gerarchia e la dominazione.
Credo sia necessario che tutti coloro che militano nel movimento ecologico
decidano una volta per tutte: gli anni '80 saranno ancora vissuti
all'insegna dell'ideale visionario di un futuro ecologico fondato
sull'impegno libertario verso la decentralizzazione, la tecnologia
alternativa, i gruppi di affinita', la democrazia diretta, l'azione diretta,
oppure saranno contrassegnati da un angoscioso regresso nell'oscurantismo
ideologico e nella "politica istituzionale", che mira al "potere" e
all'"efficacia" conservando quelle stesse istituzioni che dovrebbe
distruggere? Il movimento cerchera' di aggregare "vasti gruppi" del tutto
fittizi, imitando quelle stesse forme di manipolazione di massa e usando
quegli stessi mass-media e quella stessa cultura di massa che dichiarava di
aborrire? Le due vie sono incompatibili.
Il nostro uso dei "media", le nostre azioni e mobilitazioni devono stimolare
la mente e lo spirito, non fondarsi su riflessi condizionati e su tattiche
d'urto che non lasciano spazio alla ragione e all'umanita'. In ogni caso, e'
giunto il momento di scegliere, e bisogna farlo ora, prima che il movimento
assuma il carattere di un'istituzione e diventi una semplice appendice del
sistema la cui struttura e i cui metodi vuole contrastare. E la scelta
dev'essere definitiva e consapevole, altrimenti non solo questo decennio, ma
tutto il secolo sara' perduto.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 87 del 20 agosto 2006

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