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La nonviolenza e' in cammino. 1395



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1395 del 22 agosto 2006

Sommario di questo numero:
1. Omero Cajami: Una quartina a Marienbad
2. Maria G. Di Rienzo: Cresce negli Stati Uniti l'opposizione alla guerra
3. Enrico Peyretti: La bibbia di tutti e' il cuore dell'uomo. Un ricordo di
Michele Do (parte seconda e conclusiva)
4. Augusto Cavadi colloquia con Serge Latouche
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. OMERO CAJAMI: UNA QUARTINA A MARIENBAD
[Ringraziamo il nostro amico Omero Cajami per averci messo a disposizione
questa quartina scritta - ci informa - l'anno scorso, se la memoria non lo
inganna]

Senza opposizione alla guerra non c'e' nonviolenza.
Senza opposizione agli eserciti non c'e' nonviolenza.
Senza opposizione alle armi non c'e' nonviolenza.
Essa e' la lotta contro tutte le guerre, gli eserciti, le armi.

2. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: CRESCE NEGLI STATI UNITI L'OPPOSIZIONE ALLA
GUERRA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha
svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del
Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sydney (Australia); e'
impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze
di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza.
Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne
disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura
di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2005]

Il 20 agosto ad Austin, Texas, all'Hotel Renaissance Karl Rove, consigliere
del presidente Bush, ha organizzato un ricevimento allo scopo di raccogliere
fondi per il partito repubblicano. I biglietti per partecipare vanno dai 200
dollari in su e nella hall si affollano persone in eleganti abiti da
cerimonia.
Gia' dal primo mattino, settanta dimostranti ed uno striscione campeggiano
davanti all'albergo. Sono arrivati direttamente da Crawford, per la
precisione da Camp Casey. Fra i dimostranti vi sono infatti Cindy Sheehan e
l'ex diplomatica Usa Ann Wright (che rassegno' le dimissioni nel 2003 per
protesta contro la guerra in Iraq). Lo striscione dice: "Rove, colpevole di
crimini contro l'umanita'". I pacifisti vengono dapprima fatti spostare su
un prato adiacente. Uno degli ufficiali di polizia presenti chiede a Cindy
cosa vuole. "Voglio che Rove venga arrestato. Ha pianificato la guerra che
ha ucciso mio figlio".
E' il momento dell'aperitivo quando cinquanta dimostranti decidono di
entrare nell'hotel, tenendo bandiere americane e cartelli con la scritta
"Consultate la vostra coscienza": la polizia non puo' impedirglielo, perche'
alcuni di loro hanno prenotato stanze nell'albergo stesso. Tuttavia, nella
confusione all'ingresso, una donna viene arrestata. Cindy e gli altri
sfilano invece fra i sostenitori repubblicani (Karl Rove non e' presente)
cantando "Processate Rove per tradimento". L'unica reazione, fra sguardi
allucinati e calici un po' tremanti, e' quella di un uomo che urla "Andate
da Bush, noi che c'entriamo?".
*
La protesta contro la guerra continuera' a Crawford sino a primi di
settembre, quando si spostera' a Washington per chiedere l'impeachment del
presidente degli Stati Uniti. Il nuovo raduno, che iniziera' il 5 settembre
e durera' per tutto il mese, si chiamera' "Camp Democracy: Fermiamo le
guerre in casa e fuori e portiamo la democrazia a Washington" (per
informazioni: www.campdemocracy.org).
La lista di promotori, organizzatori e sostenitori/partecipanti e' gia'
notevole: United for Peace and Justice, Volunteer for change, Gold Star
Families for Peace, Global Exchange, The World Can't Wait, Association of
Community Organizations for Reform Now (Acorn), New Orleans Voices for
Peace, Cities for Peace, Backbone Campaign, Hip Hop Caucus, U. S. Labor
Against the War, San Juan Peace Network, Texans for Peace, Buddhist Peace
Fellowship, Campus Antiwar Network, Cedar Valley United for Peace and
Justice (Iowa), One Global Community, Bake Sales for Body Armor, Iraq
Veterans Against the War, Crawford Peace House, Declaration of Peace,
Vietnam Veterans Against the War, Traprock Peace Center, Consumers for
Peace, Democrats.com, Codepink, National Immigrant Solidarity Network,
National Organization for Women, Focus on Democracy, National Democracy
Rising, Progressive Democrats of America, Velvet Revolution, Justice Through
Music Project, International Socialist Organization, After Downing Street,
Veterans for Peace, Voters for Peace, U. S. Labor Against the War, National
Lawyers Guild, Democracy Cell Project, Op Ed News, Stop the War Coalition
(Gb), Dc Labor for Peace and Justice, Charlottesville Center for Peace and
Justice, The Enviro Show, The Crisis Papers, Dc Anti-War Network (Dawn).
*
Le udienze preliminari del processo al tenente obiettore Watada sono state
un primo successo: il tenente colonnello Keith ha permesso, nonostante le
frequenti proteste dell'accusa, che la difesa di Watada producesse documenti
e testimoni come prova dell'illegalita' dell'intervento in Iraq, e cosi' la
guerra e' finita alla sbarra. Nei prossimi giorni si conoscera' la decisione
di questo giudice militare, ovvero se Watada dovra' o no comparire davanti
alla corte marziale. Se si', il processo si terra' dalle 6 alle 12 settimane
dopo l'annuncio.

3. MEMORIA. ENRICO PEYRETTI: LA BIBBIA DI TUTTI E' IL CUORE DELL'UOMO. UN
RICORDO DI MICHELE DO (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione la sua relazione svolta al convegno in memoria di don
Michele Do tenutosi a St Jacques il 12-14 agosto 2006. La prima parte e'
apparsa nel notiziario di ieri.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha
insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e
diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora
regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno
Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e'
membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace
delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista
"Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Su Michele Do riportiamo alcuni frammenti da un piu' ampio ricordo scritto
da Enrico Peyretti che abbiamo pubblicato nel n. 1118 di questo foglio: "E'
morto sabato 12 novembre 2005 ad Aosta, don Michele Do, un uomo autentico,
un prete cristiano, un testimone dell'umana sete di Dio. Nato a Canale,
presso Alba (provincia di Cuneo), il 13 aprile 1918, abbandono'
l'insegnamento in seminario nel 1945, ritirandosi nella frazione di St.
Jacques di Champoluc (Aosta), allora senza strada, villaggio di alta
montagna, nel quale don Michele cercava la vita ritirata, pensosa. E' stato
rettore di quella piccola chiesa fino a quando, nella vecchiaia, si e'
ritirato nella Casa Favre, sulla pendice del monte, sopra il villaggio, una
pensione-fraternita', luogo di amicizia e spiritualita' aperta. Il suo
maggiore riferimento, nella linea del modernismo piu' spirituale - il cuore
umano come primo luogo della sete religiosa e dell'evangelo universale - fu
don Primo Mazzolari, insieme a tanti altri spiriti ardenti della chiesa e di
ogni focolare religioso. I suoi maggiori amici e fratelli di cammino furono
David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, padre Acchiappati, Ernesto Balducci,
sorella Maria dell'eremo di Campello e, tramite lei, Ernesto Buonaiuti,
padre Rogers e sua moglie (anglicani) e tanti, tanti altri, non solo
credenti, ma tutti assetati e commensali di verita' e autenticita' vissuta.
Appartato, ma senza polemiche superficiali, rispetto alle strutture
ecclesiastiche, e' stato un centro vivissimo di aperte amicizie e
accoglienze, che ha attirato una quantita' di cuori vivi in ricerca, da
tutte le condizioni umane. E' stato una grande anima, uno spirito acceso dal
fuoco vivo dello Spirito. Un cercatore instancabile di Dio. Fremeva e
cercava, in ogni colloquio e incontro, l'aiuto e l'ascolto nostro per una
rilettura essenziale del cristianesimo e di tutta la ricerca spirituale
umana, e comunicava tracce preziose di luce...". Un testo di Michele Do e'
nel n. 1133, ed alcune sue parole dette in una conversazione nel n. 1134 di
questo foglio]

11. La bibbia delle madri
Pier Cesare Bori indica alcuni convincimenti morali fondamentali, "che la
parte migliore dell'umanita' ha posto a base del suo vivere in societa', ha
espresso in una straordinaria varieta' di culture popolari tra loro non
isolate e ha trasmesso soprattutto attraverso la sapienza della donna, sino
al momento presente: il diritto non si attua senza il sentimento
dell'obbligo verso ogni essere umano; il rispetto, privilegio e onore
riconosciuti ai deboli; la superiorita' di chi sa non rispondere al male col
male, ma con la forza persuasiva della parola indifesa; il valore dell'agire
secondo coscienza, a prescindere dai frutti; l'idea che occorra saper
governare se stessi e la propria casa per governare anche gli altri; l'idea
che la maggior guerra sia quella contro se stessi; l'esistenza assunta come
somma di benefici che occorre restituire; il rispetto e la pieta' per ogni
vivente; la vita che si acquista perdendola; la tranquillita' e la pace che
vengono dalla certezza di una giustizia non affidata alla storia" (Per un
consenso etico fra culture, Marietti, 1995, p. 106-108).
Questi sono principi morali universali, in qualunque modo siano detti, e
sono stati fino ad oggi trasmessi da una generazione umana all'altra, si',
tramite i libri sacri, tramite maestri riconosciuti, tramite tradizioni e
costumi, ma soprattutto, nella vita quotidiana nelle case, comunicate ai
bambini col latte materno, tramite la sapienza di vita delle madri. Percio'
parlerei di una "bibbia delle madri", piu' ancora che dei padri - compresi i
"padri della chiesa" e i ministeri ecclesiali, tutti maschili (eccetto le
chiese evangeliche) - che insegnano piu' con le parole che con gli atti
continui della vita.
C'e' la voce interiore alle coscienze - quella "legge non scritta" che
Antigone, come ogni obiettore di fronte al potere, opponeva all'arbitrio di
Creonte; il "demone" di Socrate; la "piccola voce" di Gandhi; il "cuore di
carne" che Ezechiele (cap. 36) vede trapiantato in noi in luogo del "cuore
di pietra"; la legge che Geremia profetizza posta nell'animo e scritta nel
cuore (cap. 31, 33); lo Spirito, legge interiore che ci libera dalla legge
del peccato (Romani 8, 2); la sapienza di vita in tanti modi nominata nelle
diverse culture e tradizioni spirituali - e c'e', a conferma e sostegno
delle coscienze, l'esempio quotidiano, umile e concreto, delle vite buone e
giuste, esempio incancellabile e fondamentale (che pone le fondamenta
dell'esistenza), pur in mezzo ai tanti mali e difetti umani.
*
12. Per una collocazione storica di Michele Do
Ricordo una battuta di don Michele su Michele Pellegrino, grande vescovo di
Torino: "E' ancora troppo 'teologo'". (Si veda, sulla teologia, la citazione
di Guardini a p. 147 di Codp). Pellegrino non era un teologo speculativo,
aveva il senso storico, perche' conosceva il pensiero della chiesa delle
origini, aveva una grande apertura ai tempi, era un uomo spirituale, eppure
a don Michele appariva ancora troppo legato alla chiesa struttura giuridica.
Anche Montini era un uomo spirituale, ma molto timoroso di scostarsi dal
ripetere la tradizione (il Credo di Paolo VI, compreso l'inferno, che era
oggetto di scandalo per don Michele; la Humanae vitae) e di toccare la
struttura (la sua resistenza alla collegialita' episcopale).
Gli uomini di chiesa sentiti piu' vicini da don Michele erano altri. Se
vogliamo collocarlo storicamente (ripeto ora alcune cose dette qui due anni
fa per Umberto Vivarelli), lo vediamo in quella linea storica di cristiani,
preti e laici, risalente al movimento del modernismo, represso
poliziescamente da Pio X (anche Angelo Roncalli fu tra i sospettati), ma
proseguito come fiume carsico, emerso serenamente nel Concilio di 40 anni
fa. Don Michele osserva con piacere che termini centrali del Concilio -
comunione, mistero, sacramento - erano tre parole al centro della
meditazione di Giorgio Tyrrell, nell'opera postuma Cristianesimo al bivio,
del 1910, subito messa all'Indice (Codp 172). Altri autori suoi, in questa
linea, furono Loisy, von Huegel, Berdiaev, da cui coglieva doni spirituali
con gratitudine pari allo spirito critico.
Attraverso Mazzolari, padre Acchiappati, e vari altri spiriti vivi, don
Michele Do, come altri della sua generazione, attingeva a radici antiche e
recenti, purche' ben vive. Maurilio Guasco e' uno degli storici che hanno
meglio lavorato su questa storia della spiritualita' in Italia (a cura sua e
di Rasello e' uscito nel 2004 Mazzolari e la spiritualita' del clero
diocesano, Morcelliana).
Un mantello di Elia e' passato sulle spalle di vari Elisei. Don Michele,
tramite sorella Maria dell'eremo di Campello - della quale egli possedeva
preziosa viva memoria e documenti, che prima o poi sara' bene che siano
messi a disposizione degli storici della spiritualita', perche' appartengono
a tutti - riceveva e ritrasmetteva, in dialogo fervente, lo spirito e la
passione di Ernesto Buonaiuti, del quale parlava con profonda gratitudine,
anche se di lui non apprezzava tutto allo stesso modo.
Il modernismo non era solo reazione alla decadenza teologica dell'Ottocento,
al giuridicismo e razionalismo esasperato del Concilio Vaticano I, al totale
assorbimento della chiesa nel papa, al temporalismo papale, all'annullamento
del laicato nel clero, ma aveva obiettivi piu' alti e vasti. Per cercare un
rinnovamento della chiesa e uno svecchiamento della cultura ecclesiastica,
che potessero incontrare e parlare al mondo contemporaneo, era portato a
cercare e ripensare le fonti del cristianesimo. Settori piu' critici e
radicali, piuttosto aristocratici ed elitari, furono anche spericolati nella
dottrina e generarono allarme e condanna sommaria e sproporzionata, in quel
clima cattolico chiuso e statico, stretto in difesa impaurita e tutto
riassunto nella figura sovrana e sovrumana del papa. Ma altri settori,
specialmente italiani, si dedicavano a rinnovare gli studi biblici, la
predicazione, la pastorale, con sensibilita' piu' religiosa e sociale, piu'
spirituale, e non soltanto scientifica. Percio' investivano cerchie piu'
larghe nella chiesa (e forse per questo preoccuparono la gerarchia),
privilegiando l'esperienza liturgica, coltivando una ecclesiologia
mistico-sacramentale piu' che giuridico-istituzionale, ritornando alla
Bibbia, impegnandosi nell'azione caritativa-assistenziale, ed anche
anticipando aperture ecumeniche e soprattutto, direi, la svolta
antropologica della filosofia e della teologia nel Novecento. Molti di
questi motivi saranno finalmente assunti dal Concilio Vaticano II. Mi pare
che questo modernismo piu' profondamente spirituale sia la tradizione
spirituale e operativa, nel suo sviluppo storico, a cui Michele Do, come
Umberto Vivarelli, come gli altri suoi amici e compagni di cammino, attinge
e liberamente appartiene.
Don Michele, piu' che i problemi della conciliazione con la modernita'
(scienza, diritti, socialita', politica, tecniche) sentiva fortemente il
bisogno di ri-leggere e ri-esprimere le fonti e la scaturigine profonda
dell'essere cristiano, perche' la forma corrente, divulgata, istituita, di
presentazione del cristianesimo non rispondeva davvero al meglio del cuore
umano.
Questa sua ricerca - di cui ci lascia in eredita' la traccia e lo schema
condensato nei famosi "otto punti" - non parte da un concetto di Dio, dalla
teologia, non pretende di discendere da quell'altezza a noi, ma parte da una
profonda lettura interrogativa dell'essere umano, nel cui nucleo inamovibile
e perenne, centrale e profondo, vario ma comune e universalmente
caratteristico della sostanza umana di ognuno, vede la parola appellante di
Dio: parola deposta nel terreno umano, come il seme, secondo la sua continua
parabola della zolla e della luce, attirato a crescere fino alla piena
fioritura di bellezza.
Se questo e' modernismo - parola che credo lui non usasse affatto - , non e'
assolutamente nel senso di inseguimento dell'ultima "moda", di una volubile
svolta dei gusti, ne' di adattamento tattico per farsi meglio accettare, ne'
di avanguardia elitaria culturale. Possiamo forse usare noi la parola
modernismo per fare riferimento a quel filone ecclesiale, nel suo versante
piu' seriamente spirituale, e per dire la perenne attualita' (modernita', in
questo senso) delle domande sull'uomo che don Michele poneva a se stesso e a
noi, nel cercare la traccia di Dio nel profondo umano.
*
13. Chiesa dell'amicizia
Un ripensamento a fondo del cristianesimo puo' avvenire con diversi
atteggiamenti verso la tradizione ecclesiale. Don Michele lo ha fatto senza
alcun disprezzo della religione tradizionale, e senza alcun sussiego
intellettuale. Egli dice che Mazzolari "non ha messo in discussione la
tradizione" (Codp 138), e cosi' e' di lui. Con le parole di Mazzolari dice
che la chiesa reale "ci ha dato Cristo e ci ha conservato il suo Vangelo,
anche se si sente flagellata dall'evangelo stesso che custodisce" (Codp
143). Abbiamo tutti l'esperienza, nelle nostre famiglie, che quella
religione, colta nell'essenziale, pur con le sue scorie accidentali e le sue
chiusure, ha aiutato a vivere con giustizia e a morire con coraggio e
fiducia tante generazioni, fino ai nostri cari che abbiamo visto precederci
nel vivere e nel morire in modi che ancora ci ammaestrano. Anche nella
chiesa stretta non e' mai mancato un filo forte di vero vangelo.
Nella giornata del 29 luglio, Mario Demarchi diceva che don Michele, nella
sua dialettica con l'autorita', e' stato, nonostante tutto, "debitore a
questa istituzione che ha trasmesso la memoria"; non ha chiesto imprimatur
ne' ha cercato l'isolamento.
A questo riguardo, io scrivevo, nel farne la prima memoria: "Appartato, ma
senza polemiche superficiali, rispetto alle strutture ecclesiastiche, e'
stato un centro vivissimo di aperte amicizie e accoglienze, che ha attirato
una quantita' di cuori vivi in ricerca, da tutte le condizioni umane. E'
stato (...) un cercatore instancabile di Dio" ("il foglio" n. 326, novembre
2005), e come tale e' stato un vero centro di chiesa, focolare acceso col
minimo di struttura esterna, ma con la calda e forte struttura dei volti,
del colloquio, dell'amicizia, dell'ospitalita' a Casa Favre, dell'ascolto e
della preghiera. Non ha fatto chiese alternative, ne' rivendicazionismi - lo
dico senza giudicare queste esperienze - ma ha fatto chiesa con la novita' e
l'innovazione forte, persino rivoluzionaria, che sempre si realizza quando
si va, o si ritorna, all'essenziale.
Ha fatto la chiesa dell'amicizia, che e' la fraternita' piu' larga e piu'
calda e attenta. Non certo la chiesuola delle simpatie, non l'amicizia del
compiacimento, ma dell'accoglienza, del rispetto, dal valore di tutti,
dell'elevazione reciproca.
Diceva che l'amicizia e' l'ottavo sacramento. Forse David Turoldo diceva
ancora meglio: l'amicizia e' il sacramento dei sacramenti, e' la sostanza di
tutti i sacramenti.
Amicizia, anche nella fatica condivisa: nell'accogliere i tribolati,
aiutarli a sollevare lo sguardo. Quando troviamo una simile
"intel-ligenza" - il dono di leggere dentro, in profondita', senza
intrusione, ma con rispetto e vicinanza - troviamo la chiesa, ci sentiamo
riuniti (ek-klesia) in una amicizia-pace, che anticipa la realizzazione del
Regno di Dio.
Il cuore umano e' bibbia, libro sacro, perche' in esso c'e' sia l'attesa
umana, sia l'appello e risposta di Dio. Ma e' bibbia per noi - rivelazione,
promessa, consolazione, speranza - specialmente quel cuore umano che sa
regalare agli altri il dono dell'amicizia, forma concreta dell'amore di Dio
circolante tra noi.
*
14. Testimoni non mediatori
Specialmente (se non sbaglio) nell'ultimo periodo don Michele usava una
espressione significativa: "testimoni, non mediatori". Credo che fosse una
critica essenziale e diretta alla concezione cattolica del sacerdozio. Egli
chiede: "Qual e' il significato della mediazione della chiesa e del
sacerdozio cristiano?". Quindi distingue "una mediazione che e' essenziale
alla esperienza religiosa", perche' "Dio si esprime e manifesta attraverso
il segno", da una "visione giuridica ed estrinseca" nella quale "la realta'
mediatrice si configura come una realta' che si interpone, che sta in mezzo,
che riceve e trasmette" Interponendosi cosi', "la chiesa sta tra Cristo e il
fedele". La realta' mediatrice "e' un involucro che contiene e custodisce
realta' di grazia; e' un segno del tutto estrinseco che indica la realta'
santa. Indica ma non manifesta" (Codp 164).
Ricordo quando, incontrandoci a Casa Favre in preparazione di quel convegno
di Sotto il Monte su Mazzolari, egli trovo' la parola "interposizione",
soddisfatto perche' esprimeva bene cio' che voleva dire della chiesa nella
visione giuridica ed estrinseca: "Cio' che e' simbolo si trasforma in una
realta' conchiusa in se' e su di se'. Una realta' che si interpone, che
prende il posto della realta' divina, in nome della quale opera e agisce, in
prima persona" (Codp 169).
E invece "il segno religioso per essere vero e pieno deve avere la sua forza
di segno, deve avere una trasparenza, come nell'opera d'arte. Se no, non e'
un segno. (...) Tutto il valore del segno e' nella sua trasparenza: e' la
visibilita' dell'invisibile" (Codp 164). Dunque: testimoni, non mediatori.
Scrive ancora: "Gesu' e' mediatore e sacerdote sommo e unico, ma non il
solo. Ogni battezzato nello Spirito e' mediatore e sacerdote nella misura
della sua trasfigurazione interiore. L'essenziale del sacerdozio non e' nel
potere di amministrare e distribuire sacramenti, ma nel diventare
sacramento, (...) attraverso la luminosita' dell'essere trasfigurato in Dio.
Se cosi' e', dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del
sacerdozio: non e' il sacerdozio universale dei battezzati che e'
all'interno del sacerdozio ministeriale, ma il sacerdozio ministeriale che
e' all'interno del sacerdozio universale". "Il sacerdozio dei fedeli e' la
radice del sacerdozio ministeriale", e non viceversa, come solitamente
appare (Codp 165-166).
Problema: se il sacerdozio dei battezzati e' nel "diventare sacramento",
nella "luminosita' dell'essere trasfigurato in Dio", e' forse possibile
sospettare qui un'inclinazione donatista, l'eresia antica della chiesa fatta
di soli santi, dei sacramenti invalidi se amministrati da peccatori? Non
credo. Michele sa bene che la chiesa e' anche casa di poveri mendicanti
dello Spirito, e che chi opera e' lo Spirito e non la nostra virta'.
Piuttosto, egli riprendeva qui una chiarificazione assolutamente importante
compiuta nei concetti e nel linguaggio del Concilio, ma poi lasciata cadere
successivamente, a favore del giuridicismo dei "duo genera christianorum"
del monaco medievale Graziano (fondatore del diritto canonico tra 1139 e
1150): visione che divide la chiesa in classi separate e sovrapposte, che
definisce negativamente il laicato, cioe' il popolo, che allontana Cristo
dai fedeli, e lo sequestra nelle mani della classe sacerdotale.
Col Concilio abbiamo riscoperto nelle origini cristiane i ministeri non
sacralizzati, non separati dal popolo credente. Nel Nuovo Testamento, la
bibbia cristiana, il termine "iereus", sacerdote, e' detto in senso nuovo
solo di Cristo e del popolo, e, nel vecchio significato, dei sacerdoti che
non credono in Gesu' e lo condannano. I primi fratelli incaricati di un
servizio nella chiesa sono denominati, nel Nuovo Testamento, con termini
profani, laici: inviati (apostoli), supervisori (episcopi), anziani
(presbiteri), servitori (diaconi). Nella chiesa, tutti sono sacerdoti per la
partecipazione al sacerdozio di Cristo, e nessuno e' piu' sacerdote e piu'
sacro degli altri. Severino Dianich parla di "sacerdozio esistenziale". Cio'
non toglie affatto che nella chiesa siano utili e necessari specifici ruoli
e ministeri riconosciuti, senza una differenza essenziale nelle persone.
Il Concilio era tornato, quasi in tutti i suoi documenti, al linguaggio
neotestamentario, ma poi e' prevalsa la ri-sacralizzazione  dei concetti e
del linguaggio. Don Michele e' preciso: "testimoni non mediatori", non
"interposizione" sacerdotale tra l'umanita' e Dio, perche' Dio e' venuto
nell'umanita', Dio scrive la sua parola e la sua vicinanza nel cuore di ogni
uomo. "Testimoni, non mediatori. Il concetto di mediazione e redenzione e'
pagano" (dai miei appunti dell'11 luglio 2005).
*
15. Le altre vie
Don Michele parla, nel testo del 1985, di "sacerdozio universale dei
battezzati", ma noi ci chiediamo, e lui stesso si e' chiesto in seguito,
almeno implicitamente: soltanto dei battezzati? e di quale battesimo?
nell'acqua o nel fuoco dello Spirito?
Oggi abbiamo la necessita' e l'opportunita' di interrogarci sulle altre
religioni, di conoscerle come vie di rivelazione e di salvezza. Il problema,
nella teologia cristiana, "non e' ancora giunto a maturazione", scrive Carlo
Molari ("Rocca", 15 agosto - primo settembre 2006, p. 54), ma certo abbiamo
compreso che i "semina Verbi" e l'effusione dello Spirito di Dio vanno ben
al di la', nell'umanita' intera, della conoscenza del messaggio di Gesu' di
Nazareth e dell'incontro con lui. Qualcuno dice che lo Spirito e' "il
non-detto dopo il detto", dopo il Logos. Don Michele si riferisce spesso al
Logos, la  Parola in cui Dio si  esprime, ma sa che questa Parola continua e
si allarga nella effusione dello Spirito: "Ancora molte cose ho da dirvi, ma
non le potete portare ora. Quando verra' lo Spirito di verita', egli vi
guidera' in tutta la verita'" (Giovanni 16, 12-13).
Gandhi distingue tra le religioni storiche, positive, e la "vera religione"
che le trascende e le comprende tutte. "Come un albero ha un solo tronco, ma
molti rami e molte foglie, cosi' vi e' un'unica vera e perfetta religione,
la quale, passando  attraverso lo strumento dell'uomo, si diversifica in
molte" (Gandhi, nel 1935, citato da Giuliano Pontara nella Introduzione a
Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996, p. CXLI).
Gandhi passa dal dire "Dio e' la verita'" (ma ci sono diversi concetti di
Dio), al dire "la verita' e' Dio": la verita' che tutti attira e trascende,
e nessuno puo' impugnare come propria e de-finire, inquadrare
definitivamente, nessuno puo' nominare in modo perfetto ed esclusivo. Forse
potremmo dire, analogamente a Gandhi, ascoltando don Michele: la vita e'
Dio; la presenza che pulsa nel piu' intimo di ogni cuore umano, che non si
identifica e non si riduce all'uomo biologico e psichico, ma lo chiama oltre
immedesimandosi in esso, come la luce fa col fiore: questa presenza piu'
sperimentabile che definibile, e' Dio. Il quale non e' chissa' dove, nei
cieli o nei templi, ma nella vita. Gia' nel Deuteronomio (30, 13-14): la sua
parola non e' in cielo, dove non puoi salire, non e' al di la' del mare, ma
"ti e' molto vicina: e' nella tua bocca e nel tuo cuore, perche' tu la metta
in pratica".
Non possiamo piu' opporre religione vera e religioni false - almeno tra le
religioni non inventate ora, ma vissute nella sincera esperienza di tante
generazioni - perche', come ha scritto Arturo Paoli su "Rocca", questa
contrapposizione e' "una dichiarazione di guerra". Piuttosto, l'espressione
"religione vera" deve evocare in noi l'opposizione, dai profeti fino al
Nuovo Testamento (bastino Isaia 58; Matteo 15, 1-9; Marco 12, 33; Giacomo 1,
27), tra formalismo cultuale ipocrita e vita giusta in soccorso al prossimo
bisognoso.
Ci sono tanti libri sacri dell'umanita', depositi densi di sapienza e sempre
fecondi di nuove luci, perche' "la Scrittura cresce con chi la legge" (idea
centrale in Gregorio Magno, raccolta dal Concilio nella Dei Verbum, n. 8,
per la gioia esultante di padre Calati). Tanti sono i libri, parole,
tradizioni, esperienze, linguaggi, ma un libro aperto e vivo, dalle tante
pagine quanti sono i volti umani, e' il cuore profondo che, con analoga sete
e tensione, pulsa e scruta il mistero in ogni persona che coltiva lo spazio
interiore. Come Gandhi, don Michele ritiene che, salvo necessita' spirituale
assoluta, nessuno debba abbandonare la via religiosa che sta percorrendo, ma
approfondirla e, nel profondo, incontrare i pellegrini delle altre vie.
Il cuore umano e' il libro sacro di tutte le religioni, di tutte le ricerche
di vita serie, anche non religiose, il libro dei credenti e dei
"diversamente credenti", il libro dei persuasi e dei perplessi (come si
riconoscevano reciprocamente Capitini e Bobbio); il libro che abbiamo tutti
insieme da leggere e capire, da interpretare senza fine nel colloquio teso
alla verita' della vita. Il cuore umano legge in modo vivo le antiche varie
sapienze sacre, perche' in esse si riconosce e si specchia.
Il libro scritto, posato nello scaffale, e' come lampada spenta che attende
la corrente viva del cuore illuminato per emettere luce. Il libro scritto e'
come le ossa morte e silenziose che, scosse dallo spirito, riprendono carne
e nervi (Ezechiele 37): cosi' avviene quando un cuore vivo legge, interroga
e ascolta il libro, lo comprende e assimila. I grandi libri prendono voce
nei cuori che li scrutano. La Scrittura vive e cresce con chi la legge.
Il cuore umano e' il crocevia sul quale le diverse vie religiose
dell'umanita' si incontrano, si riconoscono, si salutano, percorrono insieme
qualche tratto di strada, si istruiscono reciprocamente sull'orientamento,
proseguono anche per diversi cammini verso lo stesso orizzonte, che e' la
vita vera e buona.
Il dialogo tra le religioni, necessario alla pace e alla vita dell'umanita',
procedera' se si porra' a questi livelli interiori, e non sul solo piano
della diplomazia di chiese o del dibattito dottrinale. Come e' stata
impostata, da Hans Kueng e da alcuni altri autori, la ricerca sull'etica
universale, cosi' lo spunto che stiamo raccogliendo da Michele Do - il cuore
di ogni uomo come luogo dell'appello di Dio - puo' impostare il senso
unitario, non certo nella fusione o nella supremazia, delle religioni
dell'umanita'.
*
16. Religentem oportet
Nel linguaggio di Michele Do, denso e sempre legato all'esperienza profonda,
"religione" ha un significato positivo e ricco. Non e' sminuito
nell'opposizione a "fede", come fa il filone teologico barthiano. Supera
d'un balzo i sospetti psicanalitici e sociologici, perche' e' tutt'altro che
una cosa rigida e piatta, obbligante e repressiva, non e' obbedienza nel
senso deteriore (Codp 132). Religione per lui e' ascolto, sensibilita',
interrogativo, relazione, vibrazione, profondo contatto con una presenza che
chiama avanti, verso la luce. Nello slancio, egli non si lascia invischiare
nei significati negativi e riduttivi.
Mi aiuta spesso un antico verso riferito da Aulo Gellio, nelle Noctes
Atticae (XX, 4, 9), con il quale credo che si possa interpretare il senso di
"religione" per don Michele: "Religentem esse oportet, religiosus nefas": e'
cosa nefasta essere "religioso", cioe' ritenere di rapportarsi, in senso
dipendente e passivo, ad un originario resosi ormai disponibile, come ad un
oggetto, una cosa; ma bisogna essere "religente", cioe' di quelli che
attivamente sempre di nuovo, in atto, si collegano all'originario, e cosi'
anche collegano, congiungono le cose e gli esseri (cfr. Maria Cristina
Bartolomei, Intersezioni tra scrittura e interpretazione: la Bibbia,
Libreria Cuem, Milano 1990, p. 85-86).
Dunque, una religione che sempre ritorna alla scaturigine piu' genuina, dove
si libera e si autentica, e la' trova anche il punto d'incontro
dell'amicizia universale profonda, nel cuore di Dio.
Cose simili, con uso diverso dei termini fede, credenze, religioni, diceva
proprio qui a St Jacques, Raimon Panikkar, nell'ottobre 1992 (dai miei
appunti, pubblicati col titolo Dopo il cristianesimo, Cristo, in "il foglio"
n. 195, dicembre 1992): "La fede e' la costitutiva apertura dell'uomo verso
la trascendenza. E' la consapevolezza di essere in/finito, non/gia'/finito,
e dunque di poter crescere. Ogni uomo e' aperto a questo 'piu''. E'
un'apertura esistenziale, di cui ogni uomo e' capace. L'atto di fede, che
salva, e' l'atto con cui l'uomo si riconosce non/finito, non perfetto. Ogni
uomo, poi, cerca di far cristallizzare questa visione in proposizioni, in
formulazioni. Queste sono le credenze, diverse dalla fede, anche se la fede
che non si esprime in credenze puo' restare vaga, inefficace".
*
17. Ma quale cuore?
Ma quale cuore  umano e' il libro universale in cui Dio scrive e parla? Il
cuore dell'uomo e' un "guazzabuglio", dice Manzoni. "Un baratro e' l'uomo e
il suo cuore un abisso" (Salmo 64, 7, traduzione Lancellotti). Lo stesso
versetto nella traduzione di Turoldo: "E' l'interno dell'uomo un enigma, e'
un abisso insondabile il cuore".
Nel cuore dell'uomo c'e' il bene come il male. Ci sono cuori in cui vediamo
prevalere il lato rozzo, violento, duro.
Possiamo dire che Michele Do non pone in primo piano nel suo pensiero e
nella sua comunicazione il problema morale, del male da togliere, del bene
da fare, della giustizia, del dovere, dell'azione nella storia. Non si
sofferma sul grave interrogativo del male, che tormenta Giobbe: il male non
si risolve, lo si attraversa con la forza dell'anima. Non da' precetti e
regole di vita e di azione. Egli vede, rivela e incoraggia la tensione a Dio
del cuore umano, pur debole e fallace, peccatore, e l'attrazione profonda di
Dio che si avvicina e si immedesima all'uomo. La vita buona e l'azione
giusta sara' il frutto dell'unione con Dio, della trasparenza alla sua luce,
che produce comunione e amicizia tra noi. Suoi amici come Balducci, come
Turoldo, entreranno di piu', con lo stesso spirito, nell'agone storico,
nella lotta per l'umanita' e per la pace. Ad ognuno il suo compito, ad
ognuno di noi la sua parte di eredita' da questi fratelli e maestri.
Certo, il male c'e'. Anche nella bibbia-libro c'e' la violenza e la
malvagita' dell'uomo, e c'e' anche una concezione violenta di Dio. Non si
puo' leggerla senza discernimento spirituale, alla luce del cammino che Dio
ha fatto e sta facendo insieme all'umanita', e del suo paziente rivelarsi.
La luce di Dio illumina anche il male, ne attenua la minaccia scura, gli
oppone la tenace speranza, lo abbraccia nella vita liberata.
La bibbia, ogni bibbia, da' luce, se comprendiamo che sorge da cuori umani
toccati da Dio e dalla sua ricerca, e se la decodifichiamo sciogliendola,
come lievito nel pane, o zucchero nel latte, negli atti vissuti della nostra
esistenza.
La lezione di don Michele demitizza la bibbia, non ne perde certamente
alcuna ricchezza, ma si libera e ci libera dal biblicismo angusto: quello
che venera il libro, lo percorre continuamente, nella lettera e nello
spirito, ma senza vederne bene e indicarne gli sbocchi sulla vita, in
entrata e in uscita. Un giorno, alla tavola di don Michele, un teologo
ospite disse: "Vale a volte per i biblisti quello che Gesu' disse degli
scribi: fanno una siepe intorno alla bibbia, non ne escono e non lasciano
entrare".
*
18. Ripartire dalla sorgente
Il primo degli otto punti per ripensare il cristianesimo, chiede: "Da  dove
parte il cammino religioso dell'uomo? a quali profondita' si accende la
domanda religiosa?".
Don Michele proponeva, con inesausta nostalgia di aperto e profondo
colloquio con gli amici, di incontrarsi, di dare ciascuno la propria
risposta personale, di interrogare i grandi testi significativi, e questo
"sempre solo sul filo dell'amicizia", e tutto secondo il "principio
ispiratore", che e' "il partire dalle persone, non da sistemi di verita'".
Quelle sue otto domande sono consegnate a noi, sono lavoro continuo da fare.
Ma sono anche indicazioni, direzioni di ricerca: cammino, profondita',
domanda.
La religione e' "un cammino". L'attesa religiosa si accende nella
"profondita'" dell'uomo, non al margine della vita, non dove l'uomo viene
meno e si aggrappa a un dio tappabuchi. La ricerca e' una "domanda", cioe'
l'apertura di un colloquio, orizzontale e ascendente, percio' l'apertura ad
accogliere una risposta.
Allora, qui mi ricordo quelle parole di Norberto Bobbio, che il cardinale
Martini citava condividendole con ammirazione: "Non e' tanto importante la
differenza tra credenti e non credenti, quanto tra coloro che si interrogano
sui grandi problemi della vita, e coloro che non si fanno domande". Ecco, la
"domanda", come momento sorgivo. Nessuna paura delle domande! Sono porte e
finestre nei muri, ponti audaci sugli abissi.
La "profondita'" umana e' il cuore dell'uomo. Non luogo di sentimenti
tremuli, ma il centro, la sostanza di cio' che siamo, l'abisso che
conteniamo, che ci puo' inghiottire nell'assurdo, oppure puo' rivelarsi un
passaggio a scoprire il mistero vivo e presente, altro da noi, verita' di
noi. Il nostro centro profondo ci porta oltre noi stessi. L'uomo sorpassa se
stesso, "l'homme depasse l'homme".
Nell'omelia della festa di Tutti i santi, primo novembre 1993, don Michele
si chiedeva: "Chi e' il santo?", e, poco oltre, diceva: "L'uomo e' il solo
sacramento di Dio. L'uomo, quando ha trasfigurato e interiorizzato Dio, e'
l'unica, sola, alta e grande parola di Dio". Proprio "unica" parola di Dio?
Sappiamo che don Michele leggeva l'opera fecondante di Dio sul mondo nella
parabola sua tipica della zolla, del fiore e della luce. Ma l'uomo e' la
zolla piu' fonda che riceve la luce piu' intima e puo' germinare nel fiore
piu' bello: in questo senso unica parola di Dio.
Prosegue quell'omelia: "Vedete come e' universale il senso religioso, alto:
ovunque si trovano questi momenti fondamentali dell'esperienza religiosa; e
allora, reverenti, come gli indu' che portando le mani dal capo al cuore,
nell'inchino dicono la parola sacra "namaste", diciamo anche noi questa
sacra parola: 'Saluto reverente il Dio che e' in te'".
(Parte seconda - Fine)

4. INCONTRI. AUGUSTO CAVADI COLLOQUIA CON SERGE LATOUCHE
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at alice.it) per averci
messo a disposizione questa sua intervista a Serge Latouche apparsa
nell'edizione palermitana del quotidiano "La repubblica" del 17 agosto 2006.
Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e'
impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a
Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di
problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia.
Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della
consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a
questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo,
Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad.
portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera,
Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad.
portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico,
ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa
puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova
edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la
lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A
scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze
didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza
cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain
fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo.
Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce
"Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie,
Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici.
Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000;
Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato
in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente
bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla
mafia, DG Editore, Trapani 2005; E, per passione, la filosofia, DG Editore,
Trapani 2006. Vari suoi contributi sono apparsi sulle migliori riviste
antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa).
Serge Latouche, docente universitario a Parigi, sociologo dell'economia ed
epistemologo delle scienze umane, esperto di rapporti economici e culturali
Nord/Sud, e' una delle figure piu' significative dell'odierno impegno per i
diritti dell'umanita'. Opere di Serge Latouche: L'occidentalizzazione del
mondo, Il pianeta dei naufraghi, La megamacchina, L'altra Africa, La sfida
di Minerva, Giustizia senza limiti, Come sopravvivere allo sviluppo, tutti
presso Bollati Boringhieri, Torino; Il mondo ridotto a mercato, Edizioni
Lavoro, Roma; I profeti sconfessati, La meridana, Molfetta. Cfr. anche il
libro intervista curato da Antonio Torrenzano, Immaginare il nuovo,
L'Harmattan Italia, Torino 2000]

Serge Latouche, economista francese ("un marinaio bretone", ama precisare
orgoglioso del suo inseparabile berretto bleu) di ampia notorieta'
internazionale, ma eretico. E non su questo o quell'altro dettaglio di
dottrina, ma su una questione centrale: la necessita' di superare l'ottica
economica (che sta accompagnando il pianeta alla catastrofe) per leggere la
storia, presente e soprattutto imminente, da una prospettiva piu' ampia. Che
includa la politica, la cultura, l'etica e, soprattutto, la dimensione
sociale dei rapporti interpersonali. Forse proprio questo e' tanto richiesto
nei convegni in cui si prova a disegnare un mondo alternativo. E' in
Sicilia, ospite della Scuola di formazione etico-politica "Giovanni
Falcone': lo incontriamo per cercare di capire se le sue teorie
"antisviluppiste" possano interessare la nostra regione.
*
- Augusto Cavadi: Nella sua interpretazione, l'Occidente e' stato dannoso
prima per il Terzo mondo, adesso anche per se stesso. Esso infatti e'
fondato sull'idea dello "sviluppo": ma e' proprio questa categoria,
diventata quasi un idolo, a minacciare il futuro della Terra. Da qui la
necessita' di de-occidentalizzare il mondo. Ma questo puo' valere anche per
la Sicilia? Si puo' uscire dall'ottica occidentale del Primo mondo quando
ancora non vi si e' entrati del tutto?
- Serge Latouche: La Sicilia e' un caso a parte. Forse tutti i casi sono
particolari, ma la Sicilia puo' risultare - almeno ai siciliani -
particolarmente particolare. La questione meridionale, antica di piu' di un
secolo, attesta che la contraddizione fra il Nord e il Sud del mondo passa
anche attraverso l'Italia. Ma e' poi vero che la Sicilia non sia al centro
dell'Occidente? Dal punto di vista della storia, lo e' stata. Non cosi' dal
punto di vista economico: da questa angolazione e' infatti, per dirla col
Wallerstein, periferia o semiperiferia. E' come se essa avesse conservato il
peggio del Terzo mondo, senza aver ottenuto tutti i vantaggi del Primo
mondo.
*
- Augusto Cavadi: Lei ha partecipato in questi giorni ad Erice ad un
seminario incentrato sulle sue tesi circa la necessita' di invertire la
marcia trionfale verso il progresso. Data la condizione di ambiguita' della
Sicilia, in che modo pensa che possa valere anche per essa la sua "teoria
della decrescita"?
- Serge Latouche: Imboccare la strada della decrescita in Sicilia e'
importante proprio perche' essa possiede ancora un patrimonio da
salvaguardare non solo naturalistico, ma anche artistico, culturale e anche
economico. Vi sono infatti mestieri, sia contadini che artigianali, che
sarebbe un delitto abbandonare per sempre. Ma al medesimo tempo si capisce
che e' piu' difficile che in altre regioni industrializzate perche' il
desiderio di partecipare alla societa' dei consumi e' piu' forte: si deve
oltrepassare la colonizzazione dell'immaginario. Due i suoi vantaggi
principali, peraltro legati fra loro: e' geograficamente un'isola e possiede
una forte identita' culturale.
*
- Augusto Cavadi: Non si tratta allora, come insinua qualche suo critico, di
tornare indietro nel tempo, agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando
nel Meridione scarseggiavano cibo e vestiario...
- Serge Latouche:  ... Ma per niente! Si tratta di costruire una vera
post-modernita' traendo le lezioni della civilta' industriale e, nel
medesimo tempo, preservando gli aspetti positivi della tradizione. Una
societa' della decrescita significa, prima di tutto, una societa' che
ritrova il senso del limite e ripudia una logica di tracotanza (la hybris
condannata dai greci che in questa vostra terra hanno lasciato tante tracce
rilevanti). Significa una societa' ecologicamente sostenibile, meno
consumista ma al medesimo tempo meno ingiusta, piu' ricca dal punto di vista
delle relazioni umane: meno spreco, piu' riciclaggio e riutilizzo dei
prodotti usati, piu' tempo libero e piu' occupazione per tutti. Per
realizzare questo si deve non solo rilocalizzare le attivita' produttive
(agricoltura, artigianato, industrie...) ma, soprattutto, ritrovare il senso
del vivere localmente anche se con uno spirito aperto sul mondo.
*
- Augusto Cavadi: Anche recentemente in Sicilia sono apparsi dei movimenti
politici che, scimmiottando la Lega Nord di Bossi, propugnano un'autonomia
amministrativa ed economica molto piu' accentuata di adesso. Del resto, e'
una vecchia aspirazione delle associazioni mafiose fare della nostra isola
uno Stato separato dal resto del Paese...
- Serge Latouche: C'e' sempre la possibilita' di strumentalizzare le
aspirazioni legittime di un popolo all'autogoverno. Bisogna essere chiari
sul progetto di societa' post-moderna che vogliamo costruire. Il localismo
da me auspicato non e' un ripiegamento aggressivo contro gli altri ma la
volonta' di partecipare alla costruzione di un futuro sostenibile per il
pianeta. Insomma: si tratta di articolare le diverse esperienze di
autogestione locale in modo da interconnetterle, come in Italia cerca di
fare la "rete dei nuovi municipi".

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1395 del 22 agosto 2006

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