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La nonviolenza e' in cammino. 1396



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1396 del 23 agosto 2006

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: La terza guerra del governo Prodi, anzi la quarta
2. Adonis: La scelta della convivenza, la scelta dell'umanita'
3. Giulio Vittorangeli: Il riarmo, la tortura
4. Shirin Ebadi: "Di sicuro non vengono per me"
5. Marinella Correggia: Gli indigeni salveranno il mondo
6. Un convegno a Viterbo
7. Paolo Boringhieri
8. Enrico Peyretti presenta "L'arte di invecchiare" di Arthur Schopenhauer
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LA TERZA GUERRA DEL GOVERNO PRODI, ANZI LA QUARTA

E cosi', mentre ancora non e' stato definitivamente effettuato neppure il
tanto sbandierato ritiro del contingente militare italiano dall'Iraq, mentre
prosegue la partecipazione militare italiana alla guerra afgana, il governo
italiano decide di rischiare di gettare le truppe italiane nella fornace di
un terzo conflitto: sapendo bene che un intervento militare internazionale
in Libano non solo non sara' di alcuna utilita' per affrontare le cause
profonde del conflitto mediorientale, non solo e' di per se' pernicioso e
pericolosissimo, ma internazionalizzera' ed espandera' ulteriormente la
guerra e il terrorismo.
In piena continuita' con il governo precedente, una politica internazionale
militarista, guerrafondaia, razzista e di potenza: una politica folle e
criminale, una politica che totalmente confligge con la Costituzione della
Repubblica.
Tre guerre. E a dirsela tutta non sarebbero solo tre, c'e' anche la quarta:
la guerra ai migranti, appaltati alle mafie schiaviste, deportati nei campi
di concentramento, assassinati nel "mare nostrum" dalla politica razzista e
stragista europea e italiana.
*
Occorre opporsi a tutte le guerre.
Occorre una politica internazionale finalmente antimilitarista e disarmista:
perche' la pace si costruisce solo con mezzi di pace.
Occorrono i corpi civili di pace per fare un'efficace opera di
interposizione nonviolenta nelle aree di conflitto.
Occorre recare aiuti umanitari a tutte le vittime: le armi e gli armigeri
non servono, le armi e gli armigeri uccidono.
Ed occorre opporsi a tutti i razzismi, occorre riconoscere tutti i diritti
umani a tutti gli esseri umani.
Occorre la scelta della nonviolenza.

2. RIFLESSIONE. ADONIS: LA SCELTA DELLA CONVIVENZA, LA SCELTA DELL'UMANITA'
[Dal quotidiano "Liberazione" del 17-18 agosto 2006. La traduzione e' di
Francesca Corrao. Adonis (nome d'arte di Ali Ahmad Sa'id Isbir), nato a
Qassabin in Siria nel 1930, studi a Damasco e a Beirut, lunghi soggiorni a
Parigi, testimone della guerra civile libanese, e' uno dei maggiori poeti
viventi. Vari suoi volumi di liriche e di saggi sono stati tradotti in
italiano, tra essi: Libro delle metamorfosi, Fondazione Piazzolla, Roma
1987; Introduzione alla poetica araba, Marietti, Genova 1996; Un desiderio
che avanza sulle mappe della materia, S. Marco dei Giustiniani, Genova 1997;
Memoria del vento, Guanda, Parma 1998; Siggil, Interlinea, Lugano 2000;
Scritti sulla poesia araba, Guanda, Parma 2001; Cento poesie d'amore,
Guanda, Parma 2002; La preghiera e la spada, Guanda, Parma 2002. Su Adonis
cfr. lo studio di Francesca M. Corrao, Adonis. Nella pietra e nel vento,
Mesogea, Messina 1999]

Non identifico gli ebrei con il sistema politico israeliano, cosi' come non
identifico gli arabi con i loro sistemi politici. Parlo pertanto del sistema
israeliano, non degli ebrei, e del sistema arabo e non degli arabi.
Dico cio' poiche' sono consapevole del fatto che guardare ad un sistema
indipendentemente dal popolo che rappresenta, richiede una discussione molto
articolata.
*
Per il Libano questa guerra ha molti significati, e sono diversi da quelli
che assumono per gli altri sistemi arabi.
Questa guerra e' stata dichiarata per la necessita' di combattere il
terrorismo, rappresentato, in questo caso da Hezbollah.
Ne e' risultato un conflitto contro il Libano e non contro quel partito.
Hanno distrutto gli aeroporti, i porti, le strade, i ponti, migliaia di
palazzi e molte infrastrutture agricole, turistiche e industriali libanesi.
Ha anche causato l'esodo di un milione di cittadini, la morte, la
dispersione e la mutilazione di centinaia di persone.
Senonche' questa distruzione materiale del Libano non ha prodotto, come si
credeva, la dispersione nel senso letterale e politico del partito, e quindi
il frazionamento e il moltiplicarsi di conflitti interni anticipatori di una
nuova guerra civile. Tutto al contrario, l'unita' e la solidarieta' tra i
libanesi e' cresciuta come pure la consapevolezza che il sistema israeliano
e' disumano, indifferente nei confronti degli esseri umani e dei loro
diritti, ed e' anche insensibile verso tutto cio' che e' civilta'. Si e'
pertanto accresciuto l'odio e l'ostilita' contro questo sistema. Un solido e
forte ostacolo si e' venuto a creare tra questo e l'idea della pace, spiace
molto ma il sistema israeliano ne e' la causa.
A cio' si aggiunge il sentimento concreto e fiero per l'eroismo dimostrato
dai libanesi nel resistere all'invasione israeliana, nel contrastarla
dissipando la certezza dell'"invincibile esercito israeliano".
Il senso piu' profondo di quanto e' successo e' che questa invasione ha
radicato nei libanesi la volonta' di essere uniti in un esempio unico di
democrazia nel Medio oriente arabo. Ha confermato questo modello fondato
sulla pluralita' culturale, sulle differenze umane, aperto verso l'altro,
diversamente da cio' che vediamo in Israele e nella maggior parte dei Paesi
arabi.
A cio' aggiungo che la violenza della distruzione e il coraggio della
resistenza ha commosso gli arabi, in particolare l'ambiente culturale che e'
stato vicino e solidale con il Libano; si e' cosi' rivelato l'ampio distacco
esistente tra questo ambiente e i sistemi politici arabi che hanno
dimostrato di essere strutture vuote, prive di alcun rapporto con la vita,
la cultura, la storia presente e futura della gente.
*
Voglio poi sottolineare l'importante risveglio culturale e politico
nell'Occidente europeo, negli Stati Uniti, nell'America latina e in molti
stati asiatici - che ha condannato questa guerra devastante condotta per due
soldati che sarebbe stato possibile liberare attraverso trattative, come e'
avvenuto in precedenza, e come operativamente accadra' adesso.
Se accostiamo questo risveglio critico nei confronti di Israele con quanto
detto prima, ci appare chiaro l'orrore dell'operazione disumana fatta dal
sistema israeliano contro il popolo libanese; allo stesso modo appare chiaro
che aumenta la sua violenza e la barbarie, e che la sua politica si
allontana dalla sensibilita' dei popoli del mondo.
*
Quanto al significato di questa guerra per gli altri sistemi arabi, e'
palese che gli Stati Uniti ne hanno convinto alcuni a credere che era contro
il terrorismo e quindi serviva ad aiutarli. In tal modo questi sistemi si
sono allineati con il sistema israeliano nei contenuti.
Ne risultano due questioni: la prima e' che questi sistemi arabi e quello
israeliano non sono capaci di combattere il terrorismo se non con un altro
terrorismo.
L'oscurantismo non si combatte con un altro oscurantismo, la forza delle
armi non puo' dissolvere la forza della fede, indipendentemente da quello
che ne e' il contenuto o lo scopo.
Questo vuol dire che la violenza non si vince con la violenza, come fa la
politica americana e dei suoi alleati. Significa anche che la lotta al
terrorismo con questi mezzi americani non fa altro che potenziarlo e
consolidarlo, rafforzando le condizioni per la sua diffusione e crescita.
La seconda questione e' che per combattere una malattia dobbiamo conoscerne
le cause. Allora quale e' la causa del terrorismo? Gli Stati Uniti e i loro
alleati non vogliono porsi questa domanda ne' vogliono ascoltarla.
Invero l'obiettivo diretto degli americani oggi e' la lotta al "terrorismo
arabo-islamico", ma l'arma potente ed efficace per realizzarlo e' un'altra,
anzi due: la prima e' riconoscere di fatto e concretamente i diritti dei
palestinesi e permettere loro materialmente di costruire uno Stato
indipendente; la seconda e' smettere di ostacolare la creazione di sistemi
arabi veramente democratici.
*
Sin dalla fondazione dello Stato i leader israeliani hanno dimostrato, e
continuano a dimostrare nei fatti e nelle opinioni, di non volere vivere una
pace giusta e stabile ne' con i palestinesi ne' con gli arabi. E questo
malgrado le sofferenze patite dai palestinesi da oltre mezzo secolo nella
loro terra e in esilio, per difendere i loro legittimi diritti; e nonostante
il riconoscimento di Israele da parte di molti regimi arabi, o in accordo
con la dichiarazione delle Nazioni Unite, o per stabilire relazioni
diplomatiche e commerciali, o per entrambe le ragioni. Tutto cio' e'
sembrato un dovere degli arabi, dovuto per amore o per forza.
Cosi' per mezzo secolo i leader israeliani non hanno guardato gli arabi in
modo realistico ma attraverso la rappresentazione che ne hanno di loro, o
come un patrimonio che va controllato o di cui bisogna privarli. Oppure come
territorio strategico da governare poiche' loro non ne sono capaci. O ancora
come persone che in un modo o in un altro bisogna usare: operai, agenti,
servi. Tutto questo perche' il sistema israeliano non considera che gli
arabi abbiano una dimensione umana ne' civile.
*
Sappiamo tutti che la memoria occupa il primo posto nella vita, nella storia
e nella cultura degli ebrei; la cosa strana e' che il sistema israeliano
cancella da questa memoria tutto cio' che lo lega agli arabi. Non ricorda la
storia degli avi da cui discendono che ad ogni livello sociale hanno
convissuto con i fratelli arabi a Sana', Mecca, Medina, Damasco, Bagdad,
Beirut, Cairo, come nel Maghreb arabo e in Andalusia. E quando gli arabi
sono stati scacciati via dall'Andalusia anche gli ebrei sono stati mandati
via, come se fossero un solo popolo. E' vero che hanno avuto dei contrasti,
che si sono battuti e si sono sfidati, ma cio' e' accaduto cosi' come capita
all'interno di una stessa famiglia o di un unico clan, o tra diversi clan
arabi. Conducevano la vita in comune. Nessuno chiedeva l'espulsione o la
soppressione dell'altro, cosi' come, ad esempio, oggi il sistema israeliano
fa con i suoi vicini arabi in Palestina.
*
La cosa piu' strana e' che i Paesi occidentali che sostengono Israele non si
interrogano per niente sul comportamento del sistema israeliano verso gli
arabi. Non si chiedono, di conseguenza, quale ruolo abbia il sistema
israeliano, con i suoi atti barbari prevaricatori e persecutori, nel
provocare le reazioni che si generano tra gli arabi a cominciare dalla
delusione e dal distacco per arrivare all'odio, al rifiuto di fare la pace
con un sistema che li umilia, e infine alla violenza e alla rigidita'
fondamentalista, con tutte le sue varianti ideologiche e violente,
terroristiche.
Ed ecco che questi Paesi guardano al terrorismo come se si fosse
autogenerato, o come se fosse un punto casuale, o come se si trattasse di
uno degli aspetti dell'esistenza metafisica senza causa ne' origine. Oppure
tutte queste motivazioni insieme nella volonta' gratuita di distruggere
l'Occidente e l'alleato sistema israeliano. Quanto a come sia nata questa
"volonta'" e quali ragioni nasconda lo sanno soltanto gli Stati Uniti,
Israele e forse Dio! Questo approccio continua in modo folle, stupido e
ingiusto a mettere insieme il terrorismo con la liberazione e il desiderio
di indipendenza della Palestina.
La verita' e' che noi oggi abbiamo paura che una critica, ad esempio alla
cultura israeliana o allí'spetto religioso o sociale, sia considerata come
una forma di terrorismo o di antisemitismo.
*
No, il sistema israeliano non potra' vincere gli arabi, ne' convincerli con
la sua capacita' di seminare cadaveri per le strade della Palestina e del
Libano (o altrove - chi sa?) e neanche con la sua forza di distruggere
esseri umani, aeroporti, porti, strade eccetera.
No, l'uomo non puo' cambiare ne' cambia il suo nemico, a meno che non
trasformi il proprio se' a partire da se stesso. E il sistema israeliano e
quello arabo non possono stabilire un dialogo sincero e costruttivo se
entrambi non si liberano dalla distruzione interiore che ne colma la mente e
il corpo; e allo stesso modo non si liberano dei cadaveri e delle mine
seminati nel loro profondo dalla memoria, dalla storia e dagli eventi.
In questo clima creato dal sistema israeliano, ogni cosa da' agli arabi
l'occasione di interrogarsi sul loro destino umano e civile. Un clima di
guerra - disumano e incivile, di cui abbiamo visto (fino adesso) l'esempio
piu' palese in Libano. E non parliamo di Palestina, ne' dell'orribile muro
di separazione, ne' della continua distruzione della vita in Palestina.
Come si puo' parlare della convivenza arabo-israeliana in questo clima? E'
la stessa realta' a dare la risposta: i sostenitori di questa convivenza -
la pace tra gli ebrei e gli arabi - sono soltanto una piccola minoranza che
va riducendosi. Ed e' una minoranza prevalentemente emarginata e talvolta
rifiutata.
*
Forse Israele puo' vincere, temporaneamente, ma non puo' convincere nessuno
della sincerita' della sua pretesa. E la sua incapacita' di convincere
aumenta con la sua capacita' di vincere. Solo che la vittoria, come ho
detto, e' temporanea: essa e' da una parte ostile e da un'altra parte e'
tecnica. Israele e i suoi sostenitori devono ricordarsi che anche lo schiavo
si ribella e che la vittoria finale non e' della tecnica ma dell'uomo.

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: IL RIARMO, LA TORTURA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

In un brevissimo manoscritto autografo, Tom Benetollo parlava dello strano
mestiere di "lampadieri", della loro capacita' di fare luce.
"In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, e' come quei
lampadieri che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro,
appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Cosi' il lampadiere vede poco
davanti a se', ma consente ai viaggiatori di camminare piu' sicuri. Qualcuno
ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte
buona della vita".
Cosi' la luce del lampadiere illumina le cifre reali del dramma in cui
viviamo: 50 milioni di persone all'anno muoiono di fame; contemporaneamente
si spendono mille miliardi in armi.
*
Secondo il Sipri (www.sipri.org) la riduzione delle spese militari,
successiva alla fine della guerra fredda, e' da tempo terminata e la
tendenza si e' invertita, tento che, nel decennio 1995-2004 si e' registrato
un incremento annuo pari al 2,4% in termini reali. Determinante appare il
ruolo degli Stati Uniti, che esprimono ben il 47% del totale mondiale. La
necessita' di combattere il terrorismo ha costituito la principale
motivazione della corsa al riarmo, pari negli anni 2003-2005 a circa 238
miliardi di dollari. Tale incremento e' principalmente dovuto al
finanziamento delle missioni militari all'estero.
Secondo il Rapporto del Sipri le spese militari sono state nel 2004 pari a
975 miliardi di dollari, corrispondenti al 2,6% del prodotto lordo mondiale
e a 162 dollari per ogni abitante del pianeta.
Ha scritto, lucidamente e sinteticamente, Eduardo Galeano: "Siamo l'unica
specie animale specializzata nello sterminio reciproco. Destiniamo duemila e
cinquecento milioni di dollari, ogni giorno, alle spese militari. La miseria
e la guerra sono figlie dello stesso padre: come qualche dio crudele, mangia
i vivi e anche i morti. Fino a quando continueremo ad accettare che questo
mondo innamorato della morte e' il nostro unico mondo possibile?".
In effetti la lotta per la pace non puo' prescindere da una seria presa di
posizione sul problema delle spese militari; tema, purtroppo, quasi
completamente assente, nell'impegno per il ritiro dei nostri soldati
dall'Afghanistan e dall'Iraq, oggi diventati una sanguinosa melma nella
quale sono rimasti impantanati tutti coloro che hanno contrabbandato le due
spedizioni come una virtuosa crociata per bonificare il mondo dall'"asse del
male".
In realta', in Italia, il problema si e' posto (anche se solo come
reperimento di fondi) davanti alla possibilita' della nuova missione
militare in Libano, che dovrebbe costare piu' o meno quanto quella in
Afghanistan, circa 600 milioni di euro all'anno. La strada prospettata e'
quella solita dei tagli di sanita', scuola, pensioni, per coprire l'aumento
del bilancio della Difesa.
*
Ma anche altre cose ci inquietano e profondamente. Sul "Corriere della sera"
(il piu' importante quotidiano del paese) abbiamo assistito alla
legittimazione del ritorno alla tortura, alla messa in discussione dello
Stato di diritto che puo' funzionare in situazione di normalita', non certo
in condizioni di emergenza come quella in cui ci troviamo. Il succo del
discorso proposto dalle pagine del quotidiano e' che siamo coinvolti nello
"scontro di civilta'", in una guerra all'ultimo sangue, per di piu' nuova e
piu' insidiosa delle precedenti, minacciati da un nemico "assoluto", siamo
in "stato di eccezione", e per tutto questo si deve mettere da parte la
legalita' costituzionale e si devono varare leggi speciali. E' un discorso
non solo agghiacciante, ma anche terribilmente pericoloso, che portato
all'estremo riecheggia le leggi di sicurezza nazionale che sono state alla
base della repressione e degli orrori atroci delle dittature militari
dell'America latina negli anni '70 e '80. Secondo questa logica sarebbe in
atto una guerra totale fra la cultura cristiana e occidentale e le forze del
male assoluto; e per vincere questa guerra e' necessario non combattere
soltanto il nemico "esterno" ma anche ogni sovversione "interna", ad ogni
costo, in tutti i modi possibili: e se la democrazia vuole salvarsi dai suoi
nemici, i terroristi, deve accettare qualche "temporanea" limitazione;
qualche "temporaneo" sacrifico del diritto e della Costituzione; se lo Stato
e' in pericolo, per il bene dello Stato e' necessario eliminare quel
pericolo: estorcere la verita' a chi rifiuta di collaborare e dunque usare
la tortura "per il bene di tutti"; e' necessario farla finita con le fisime
dei magistrati che difendono la legalita'.
La dottrina della "sicurezza nazionale" che legittima ogni abuso da parte
dei detentori del potere infetta oggi gli Stati Uniti, ma rischia anche di
infettare l'Europa, ed i suoi passi si avvicinano drammaticamente. "Vengono
dalla Cecenia o da Abu Ghraib o dagli alberghi di lusso milanesi in cui
agenti stranieri organizzano il rapimento di supposti terroristi, il suono
di quei passi mi inquieta." (Ettore Masina, dal "Notiziario della Rete
Radie' Resch", n. 73, settembre 2006).

4. TESTIMONIANZE. SHIRIN EBADI: "DI SICURO NON VENGONO PER ME"
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente brano estratto
dal libro Il risveglio dell'Iran: un memoriale della rivoluzione e della
speranza, di Shirin Ebadi e Azadeh Moaveni, The Random House Publishing
Group, 2006; scrive la traduttrice in una nota di presentazione: "In
un'intervista alla Bbc del 1999, la futura premio Nobel per la pace disse:
'Ogni persona che lavori per i diritti umani in Iran deve vivere con la
paura dalla nascita alla morte, ma io ho imparato a sconfiggere la mia
paura'; in questo estratto dal terzo capitolo del libro citato, Ebadi
racconta come lentamente comprese che i nuovi leader della rivoluzione
l'avrebbero estromessa dal suo impiego in magistratura".
Shirin Ebadi, giurista iraniana, gia' magistrata, impegnata nella difesa dei
diritti umani, premio Nobel per la pace nel 2003. Riportiamo di seguito
alcun stralci da un articolo di Sara Sesti gia' riprodotto su questo foglio:
"Il 9 ottobre 2003 e' stato assegnato ad Oslo il Nobel per la pace
all'iraniana Shirin Ebadi, 56 anni, avvocata, madre di due figlie. Il premio
le e' stato conferito "per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a
favore della democrazia. Si e' concentrata specialmente sulla battaglia per
i diritti delle donne e dei bambini". Ebadi e' l'undicesima donna a vincere
il Nobel per la pace, da quando il riconoscimento e' stato istituito nel
1903, ed e' la prima musulmana. Shirin Ebadi, nata nel 1947, e' stata la
prima donna nominata giudice prima della rivoluzione. Laureata in legge nel
1969 all'Universita' di Teheran, e' stata nominata presidente del tribunale
dal 1975, ma dopo la rivoluzione del 1979 e' stata costretta a dimettersi
per le leggi che limitarono autonomia e diritti civili delle donne iraniane.
Con l'avvento di Khomeini al potere infatti venne decretato che le donne
sono troppo emotive per poter amministrare la giustizia. Avvocato, ha difeso
le famiglie di alcuni scrittori e intellettuali uccisi tra il 1998 e il
1999. E' stata tra i fondatori dell'Associazione per la protezione dei
diritti dei bambini in Iran, di cui e' ancora una dirigente. Nel 1997 ha
avuto un ruolo chiave nell'elezione del presidente riformista Khatami. E'
stata avvocato di parte civile nel processo ad alcuni agenti dei servizi
segreti, poi condannati per aver ucciso, nel 1998, il dissidente Dariush
Forouhar e sua moglie. Nel 2000 ha partecipato ad una conferenza a Berlino
sul processo di democratizzazione in Iran, organizzata da una fondazione
vicina ai Verdi tedeschi, che provoco' grande clamore e la pronta reazione
dei poteri conservatori a Teheran, che arrestarono diversi dei partecipanti
al loro ritorno in Iran. Perseguitata a causa delle indagini che stava
svolgendo, nel 2000 e' stata sottoposta a un processo segreto per aver
prodotto e diffuso una videocassetta sulla repressione anti-studentesca del
luglio 1999, materiale che secondo l'accusa 'disturbava l'opinione
pubblica'. Arrestata, ha subito 22 giorni di carcere. Il Comitato del Nobel
e' lieto di premiare 'una donna che fa parte del mondo musulmano', si legge
nella motivazione del premio che sottolinea come Ebadi 'non veda conflitto
fra Islam e i diritti umani fondamentali'. 'Per lei e' importante che il
dialogo fra culture e religioni differenti del mondo possa partire da valori
condivisi', prosegue il comitato, la cui scelta appare particolarmente
mirata in un contesto storico di tensioni fra Islam e Occidente. 'La sua
arena principale e' la battaglia per i diritti umani fondamentali, e nessuna
societa' merita di essere definita civilizzata, se i diritti delle donne e
dei bambini non vengono rispettati' prosegue la nota. 'E' un piacere per il
comitato norvegese per il Nobel assegnare il premio per la pace a una donna
che e' parte del mondo musulmano, e di cui questo mondo puo' essere fiero,
insieme con tutti coloro che combattono per i diritti umani, dovunque
vivano'". Su Shirin Ebadi cfr. anche i profili scritti da Giuliana Sgrena e
Marina Forti apparsi nei nn. 701 e 756 di questo foglio.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Il cosiddetto "invito" a mettere la sciarpa in testa fu la prima avvisaglia
del fatto che la rivoluzione poteva divorare le proprie sorelle, il che era
quanto le donne si dicevano l'una l'altra mentre tutto era in tumultuoso
movimento per il rovesciamento dello Scia'.
Immaginate la scena, pochi giorni dopo la vittoria della rivoluzione. Un
uomo chiamato Fathollah Bani-Sadr ebbe l'incarico provvisorio al Ministero
della Giustizia. Ancora colmi d'orgoglio, in gruppo, scegliemmo un chiaro e
ventoso pomeriggio per andare a congratularci con lui, nel suo ufficio.
Molti saluti affettuosi e fioriti complimenti furono scambiati. Poi gli
occhi di Bani-Sadr si posarono su di me. Mi aspettavo che mi ringraziasse,
oppure che esprimesse cosa aveva significato, per lui, il fatto che
un'impegnata giudice donna come me avesse appoggiato la rivoluzione. Invece
disse: "Non pensi che in nome del rispetto per il nostro amato imam
Khomeini, che ha benedetto l'Iran con il suo ritorno, sarebbe meglio se tu
ti coprissi la testa?".
Ero sconvolta. Eccoci la', nel Ministero della Giustizia, dopo che una
grande rivolta popolare aveva rimpiazzato un'antica monarchia con una
repubblica moderna, ed il nuovo incaricato per la giustizia parlava di
capelli. Capelli!
"Non ho mai indossato una sciarpa per la testa in vita mia", gli risposi, "E
sarebbe ipocrita cominciare ora".
"Allora non essere ipocrita, e indossala con convinzione!", disse lui, come
se avesse appena risolto un mio problema.
"Guarda, non essere volubile", replicai, "Io non dovrei essere costretta ad
indossare un velo, e se in esso non credo, non intendo indossarlo".
"Non capisci come si sta evolvendo la situazione?", chiese, alzando la voce.
"Si', lo capisco, ma non fingero' di essere qualcosa che non sono", dissi
io, e lasciai la stanza.
*
Non volevo sentire, ed anzi non volevo neppure pensare, al tipo di realta',
alla "situazione" che era in serbo per noi. Ero distratta da problemi piu'
intimi e personali. Quella primavera, dopo che l'anno prima avevo abortito
spontaneamente due volte, mio marito Javad ed io avevamo programmato un
viaggio a New York, dove intendevamo interpellare uno specialista di
problemi della fertilita'. L'appuntamento era stato preso da lungo tempo,
prima del massiccio rivolgimento dell'ordine sociale, ed ora viaggiare era
quasi impossibile. Ogni iraniano, per decreto, era "mamnoo ol-khorooj",
ovvero gli si proibiva di lasciare il suo paese.
Mi appellai ad Abbas Amir-Entezam, il vice-primoministro, con una speciale
richiesta da parte dell'ufficio del giudice capo. Amir-Entezam, che poco
dopo fu arrestato e che e' detenuto ancora oggi, ci diede il permesso, ed in
aprile volammo negli Usa. L'aeroporto Mehrabab di Teheran, di solito
affollato di passeggeri diretti in Europa, sembrava una via di mezzo fra una
citta' fantasma ed una base militare. I nostri bagagli furono minuziosamente
perquisiti, temendo che in essi vi fossero oggetti d'arte o soldi illeciti
del precedente governo, e infine salimmo a bordo del Boeing assieme ad altri
quindici passeggeri. Mentre ci stiracchiavamo nelle file di sedili vuoti,
guardai dal finestrino Teheran che scompariva sotto di noi, e mi chiesi che
sorta di Iran avremmo trovato al nostro ritorno.
Gli specialisti di New York mi mostrarono empatia. E, forse, in quei giorni
erano piu' franchi rispetto a cio' che l'avanzata scienza medica poteva fare
per una donna sulla trentina che voleva concepire un figlio. C'era un
ginecologo iraniano, nel team della clinica di Long Island, e mi spiego' la
faccenda nel classico modo persiano, con una metafora sulla fioritura: "Un
melo puo' gettare un centinaio di boccioli, ma non tutti diventano mele.
Riusciamo a spiegare perche', in presenza della stessa quantita' d'acqua e
dello stesso clima, alcuni dei boccioli cadono, ed altri diventano frutti?
Certamente no". Mi disse che i medici semplicemente non possono risalire
alle cause di alcuni aborti, e che io avrei dovuto combattere la mia
depressione, e continuare a tentare.
*
Il giorno dopo il nostro ritorno a Teheran, me ne andai diretta al lavoro.
Eravamo stati via meno di un mese, ma era gia' una citta differente. Le vie
che attraversano Teheran, lunghi boulevard intitolati ad Eisenhower,
Roosevelt, la Regina Elisabetta ed il Trono del Pavone, erano stati
ribattezzate con i nomi di imam sciiti, di religiosi martiri e di eroi della
lotta antimperialista del terzo mondo. Durante la nostra breve assenza, la
gente aveva cominciato ad "indossare" il suo sostegno alla rivoluzione,
letteralmente.
Mentre il mio taxi oltrepassava lentamente gli edifici governativi nella
periferia di Teheran, notai che l'usuale fila di auto ministeriali era
svanita, ed al suo posto era apparsa una lunga linea di motociclette. Quando
giunsi in tribunale passai da stanza a stanza, occhieggiando incredula in
svariati uffici. Gli uomini non vestivano piu' giacche, pantaloni e
cravatte, ma camicie sciolte senza collo, in maggioranza non stirate, e
alcune persino sporche. Persino il mio naso percepi' la differenza. L'odore
di colonia che aleggiava nei corridoi, specialmente al mattino, era
scomparso. Incontrando una collega in corridoio, le sussurrai il mio
sconcerto per la subitanea trasformazione, mi sembrava che lo staff del
ministero si fosse travestito per dare una recita sulla poverta' urbana.
In qualche momento, durante la mia breve assenza, apparentemente si era
smesso di prestare attenzione ai fatti concreti, e ci si era invece
preoccupati di mettere fuorilegge la cravatta all'interno delle proprieta'
governative. I mullah radicali avevano a lungo disprezzato i "tecnocrati
occidentalizzati" chiamandoli "fokoli" dal termine francese "faux-col", o
nodo di cravatta, ed ora la cravatta era considerata un simbolo dei mali
occidentali, il profumare di colonia segnalava tendenze
controrivoluzionarie, e guidare l'auto ministeriale era l'evidenza di un
privilegio di classe. Nella nuova atmosfera, ognuno aspirava ad apparire
povero, ed indossare abiti sporchi era divenuto un marchio di integrita'
politica, il segnale della simpatia per gli spossessati.
*
"Cosa sono queste sedie!". Questo fu il famoso urlo dell'ayatollah
Taleghani, uno dei principali religiosi rivoluzionari, quando arrivo' per
riscrivere la Costituzione al palazzo del senato, e trovo' una stanza piena
di eleganti sedie rivestite di broccato. "Erano gia' qui', gli risposero i
suoi collabratori, sulla difensiva, "Non e' che siamo andati a comperarle, o
cose del genere". Per alcuni giorni, l'ayatollah e la sua assemblea
vergarono la Costituzione sedendo a gambe incrociate sul pavimento, fino a c
he non ce la fecero piu' e si sistemarono sulle sedie corrotte.
C'era veramente un'aria di teatro, in quei tempi, ma io ero distratta dalle
notizie che correvano negli ambienti giudiziari, notizie cosi' sconcertanti
che ad ogni loro nuova ripetizione dovevo ingoiare l'aria in singulti, per
cacciare indietro la mia disperazione.
Si diceva infatti che l'Islam bandiva le donne dalla professione di giudice.
Io tentai di riderci sopra. Contavo molti eminenti rivoluzionari fra i miei
amici, e mi dicevo che i miei legami erano sicuri. Devo dire, per far capire
cosa la mia potenziale rimozione avrebbe significato, che ero la giudice
piu' nota del tribunale di Teheran. Gli articoli che avevo pubblicato mi
avevano messa in vista, e oltre a cio' avevo le credenziali del mio
sostegno, il sostegno di una giudice donna, alla rivoluzione. "Di sicuro",
continuavo a pensare, "non verranno a prendere me". Se fossero arrivati a
me, avrebbe significato che tutto era perduto per tutte le donne, nel
sistema giudiziario, e forse anche nel governo.
Per parecchi mesi, durante i quali rimasi incinta, mantenni la mia
posizione. Un giorno, il Ministro della Giustizia provvisorio Bani-Sadr,
quello dell'invito a mettere la sciarpa in testa, mi convoco' nel suo
ufficio e suggeri' di trasferirmi all'ufficio investigativo del Ministero.
Sarebbe stato un incarico prestigioso ma mi preoccupava il fatto che, se
avessi rassegnato volontariamente le dimissioni, qualcuno potesse presumere
che i ranghi dei giudici erano preclusi alle donne. Dissi di no. Bani-Sadr
mi avviso' che un "comitato di purificazione" stava per essere formato, e
che io avrei potuto essere declassata al rango di assistente. "Ma io non
daro' le dimissioni volontariamente", gli risposi.

5. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: GLI INDIGENI SALVERANNO IL MONDO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 agosto 2006. Marinella Correggia e'
una giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, della pace,
dei diritti umani, della solidarieta', della nonviolenza. Tra le sue
pubblicazioni: Manuale pratico di ecologia quotidiana, Mondadori, Milano
2000, 2002]

Contro i disastri causati dagli esseri umani non puo' aiutare, ma nella
gestione delle emergenze piu' o meno naturali si'. E' la conoscenza
sviluppata dalle popolazioni indigene. La si e' vista in azione durante lo
tsunami, quando gli abitanti di un'isola riuscirono a salvarsi tutti sulle
alture accorgendosi dal comportamento degli animali che l'onda anomala stava
arrivando.
In occasione del 9 agosto, giornata mondiale delle popolazioni indigene, il
Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) ha annunciato un
progetto speciale che utilizza proprio l'expertise autoctona di gente
abituata a far fronte a situazioni estreme. Il partner nell'iniziativa e'
l'Associazione russa delle popolazioni indigene del Nord (Raipon:
www.raipon.org/ikdm) che nelle regioni della Federazione russa Nenets
Autonomous Okrug (Nao) e Kamchatka sta documentando come i singoli e le
comunita' riescano a cogliere con sistemi di "allerta rapida" i disastri
naturali e gli eventi atmosferici estremi, e poi a fronteggiarli
nell'immediato e in seguito, mitigandone gli impatti di lungo periodo
sull'ambiente e sulla biodiversita'.
Lo studio mostra che i popoli indigeni della Russia settentrionale hanno
conservato e continuano ad applicare la conoscenza tradizionale. Le
informazioni dalle due regioni, raccolte presso i membri delle comunita',
hanno evidenziato intanto quali sono gli eventi piu' minacciosi da quelle
parti. Nella regione Nao, tempeste di neve e forti venti sono considerati
disastri comuni; tempeste, inondazioni e ghiacciate sono stati identificati
come i disastri piu' gravi. Nella regione Kamchatka, disastri comuni sono
considerati le tempeste di neve, gli incendi e le inondazioni, e di questi
gli incendi sono considerati i piu' pericolosi. I raccoglitori, pastori e
cacciatori intervistati nel corso dello studio hanno spiegato come l'attenta
osservazione dei comportamenti degli animali, o anche i colori e l'aspetto
del cielo, delle nuvole, della luna permettono di dare l'allarme per tempo.
E' qualcosa che tutti i popoli conoscevano in passato, ma la modernita' ha
fatto diventare questo patrimonio universale una conoscenza per pochi eletti
indigeni.
Quando i cani si rotolano nella neve sulla schiena e i corvi volano in
cerchio e poi si nascondono, sta arrivando una tempesta. Quando le renne
corrono nella sera, e' un altro brutto segno; come se stessero provando le
proprie zampe prima del pericolo, come ha spiegato un allevatore del Nenets.
Un altro, della Kamchatka, ha detto agli intervistatori: "L'anno scorso gli
uccelli ci hanno avvertiti dell'eruzione di un vulcano, la cui cenere e'
pericolosa per gli animali. L'uccello piu' intelligente e' il corvo. Un
corvo viene da me e mi dice: stai attento".
Le strategie descritte per minimizzare gli impatti negativi di un disastro
naturale comprendono: mantenere uno stato di costante allerta (il contrario
dell'allarmismo); trovare punti sicuri dove rifugiarsi, anche "copiando"
dagli animali; ma anche evitare o almeno mitigare i disastri regolando le
dimensioni delle greggi di renne e gestendo in modo saggio l'uso dei
pascoli.
La conservazione dell'ambiente e la gestione dei disastri naturali sono
importanti nella stessa sopravvivenza delle popolazioni autoctone che spesso
vivono in aree quantomeno ardue e in millenni di esperienza hanno costruito
un rapporto intimo con l'ambiente, anche quando infuria. Con l'archiviazione
degli stili di vita tradizionali, e' pero' una sfida trasferire la
conoscenza tradizionale da una generazione all'altra. E l'altra sfida e'
disseminare queste informazioni indigene presso altri gruppi di popolazione
in Russia e oltre. Bisogna ad esempio inserire le tecniche nei curricula
scolastici. L'Unep sta realizzando simili progetti in Kenya, Tanzania,
Sudafrica e Swaziland, sviluppando materiali formativi da utilizzare nelle
scuole primarie, secondarie e superiori.
La giornata mondiale delle popolazioni indigene e' stata decisa nel 1994
dall'Onu per celebrare il primo decennio internazionale delle popolazioni
indigene; nel 2004 e' stato proclamato l'inizio del secondo decennio. Il
nuovo programma contiene raccomandazioni precise circa la suddivisione equa
dei benefici derivanti dalle risorse genetiche, il rispetto delle terre e
delle acque delle comunita' locali, la piena partecipazione di quelle
popolazioni ai programmi e progetti realizzati sui loro territori e infine
il rispetto anche giuridico delle persone indigene che lottano per la
protezione del proprio ambiente.

6. INCONTRI. UN CONVEGNO A VITERBO

Si svolgera' a Viterbo dal 24 al 29 agosto 9 il XLV convegno nazionale del
"Cem-mondialita'" sul tema "Tra bene e male? Il conflitto negli immaginari
dell'educazione".
*
Giovedi' 24 agosto 2006. Dalle ore 9: accoglienza convegnisti. Ore 17:
apertura del convegno, introduzione di Antonio Nanni, presentazione dei
laboratori (Rita Vittori). Ore 21,30: serata.
Venerdi' 25 agosto 2006. Ore 9,30 relazione sul tema: Annamaria Rivera,
introduzione di Adel Jabbar. Ore 15: laboratori. Ore 21,30, serata.
Sabato 26 agosto 2006. Ore 9: laboratori. Ore 15: laboratori. Ore 21,30:
spettacolo teatrale "Bambole. Storie silenziose di donne" di e con
Candelaria Romero, con il patrocinio di Amnesty International.
Domenica 27 agosto 2006. Ore 9: laboratori. Pomeriggio libero. Ore 21,30:
serata dello spirito: Islam tra conflitto e dialogo, Gabriele Mandel Khan.
Lunedi' 28 agosto 2006. Ore 9: laboratori. Ore 15: laboratori. Ore 21,30:
serata.
Martedi' 29 agosto 2006. Ore 9,30: incontro con Aluisi Tosolini.
Conclusione.
*
Per informazioni si veda nel sito: www.saveriani.bs.it/cem

7. LUTTI. PAOLO BORINGHIERI

Basterebbe l'impresa delle edizioni di Freud e di Jung a rendere l'editore
del cielo stellato uno dei benemeriti maggiori della cultura in lingua
italiana. Ma la sua casa editrice e' stata anche quella di fondamentali
opere della cultura scientifica, dell'antropologia, ed anche delle culture
orientali. E se il cappotto di Gogol' da cui tutti siamo usciti - noi
lettori in italiano nel Novecento vissuti - e' stato cucito soprattutto
nelle sartorie di Laterza e di Einaudi, senza casa Boringhieri (oggi Bollati
Boringhieri, ma questa e' ormai gia' un'altra storia) non avremmo avuto un
nutrimento essenziale, e - se ci e' concesso piccino un calembour - il
nostro mondo sarebbe meno magico.

8. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "L'ARTE DI INVECCHIARE" DI ARTHUR
SCHOPENHAUER
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questa
recensione. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

"Nie kann man ohne Kenntnisse ein Philosoph werden; aber nie machen
Kenntnisse allein einen Philosophen aus" (Immanuel Kant, Vorlesungen ueber
Metaphisik und Rationaltheologie, Gesammelte Schriften, De Gruyter, Berlin,
1868-1972, vol. II, p. 534)
"Alla nostra eta', contano piu' gli affetti dei concetti" (Norberto Bobbio
dopo gli ottant'anni)
"Man muss nur huebsch alt werden; da giebt sich Alles" (Arthur Schopenhauer,
Gesammelte Briefe, p. 238)

Questa raccolta di 135 aforismi e note varie del filosofo del pessimismo
(Arthur Schopenhauer, L'arte di invecchiare, Adelphi, Milano 2006, pp. 111,
euro 8) non e' tutta, come promette il titolo, un'istruzione ad invecchiare
bene. Soprattutto, nulla e' piu' lontano da un manuale americano, a domanda
e risposta, problema e soluzione. Sono pensieri del tempo compiuto, quando
Schopenhauer, contro i "professori di filosofia", ebbe anche la
soddisfazione di vedere riconosciuta la propria originale visione
filosofica. Egli scrisse questo quaderno (qui in prima traduzione italiana),
col titolo Senilia, negli ultimi otto anni di vita (mori' a 73 anni, nel
1860). Il titolo italiano (in serie con altri) mira a catturare i lettori
che intendono imparare quell'arte necessaria.
Nell'introduzione, Franco Volpi, richiamati i maggiori classici sul tema,
integra bene il quaderno di Schopenhauer con diciassette testi propriamente
sulla vecchiaia, tratti da Parerga e Paralipomena: "Soltanto chi diventa
vecchio acquista una rappresentazione concreta e pertinente della vita". La
calma, caratteristica della vecchiaia, e' "una parte importante della
felicita', e propriamente la sua condizione e il suo elemento essenziale".
Solo verso la meta' del libretto il tema della vecchiaia e della morte
diventa esplicito, ma resta raro. "Chi ritiene che la sua esistenza sia
limitata alla sua vita attuale si considera un nulla vivente". L'Antico
Testamento, e anche Erodoto, fissano la durata naturale della vita a
settant'anni, ma le Upanisad a cento anni: e infatti, solo tra i novanta e i
cento si muore non di malattia, ma di vecchiaia, ed e' la eutanasia
naturale. Non si muore per un motivo fisico, ma metafisico: per sbarazzarci
di questo mondo apparente e raggiungere, se lo meritiamo, qualcos'altro che
si nasconde dietro di esso. Il che non e' affatto la "mitologia ebraica" e
cristiana, che Schopenhauer rifiuta.
Ha una certa considerazione di se': "Buddha, Eckhart e io insegniamo nella
sostanza la stessa cosa. (...) Io ho raggiunto la chiarezza completa". Si
vanta di avere scritto "sempre solo quando aveva qualcosa da dire", e di
essere un oligografo: tutto il suo pensiero sta in cinque volumi. Intanto
pero' aggiunge quaderni come questo, per nostra fortuna e diletto.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1396 del 23 agosto 2006

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