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Nonviolenza. Femminile plurale. 78



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 78 del 24 agosto 2006

In questo numero:
1. Zulma Paggi: La pena in piu'
2. Renata Sarfati ricorda Zulma Paggi

1. RIFLESSIONE. ZULMA PAGGI: LA PENA IN PIU'
[Dalla rivista "Una citta'" n. 128, aprile 2005. Zulma Paggi, intellettuale,
militante della sinistra critica, femminista; cosi' la ricordava in un
commosso necrologio la redazione della rivista "Una citta'" nel n. 125 del
dicembre 2004 - gennaio 2005: "Zulma Paggi aveva attraversato molte fasi
politiche, sociali e culturali. Aveva fatto politica in prima persona negli
anni migliori del socialismo milanese, nel Partito radicale e nel movimento
femminista milanese legato alla Libreria delle donne di via Dogana, luogo
fondamentale di incontro negli anni '70. Come ricorda il figlio Marco,
"parlava inglese, francese e soprattutto tedesco perfettamente, con quella
cultura classica delle generazioni di un tempo. Ebbe un grande interesse per
la psicanalisi. Era anche una donna simpatica e ironica. Cucinava malissimo.
Era forse l'unica in Italia a chiamarsi Zulma, un nome turco che viene da
Zulema, e che era il nome di sua nonna paterna morta giovanissima nei primi
anni del Novecento". Da anni Zulma era impegnata a San Vittore con i
detenuti"]

Come ho fatto ad avvicinarmi al carcere? Ho fatto un percorso. Ho cominciato
facendo un po' di volontariato in una cooperativa presso la quale lavorava
anche un detenuto in semiliberta', non ricordo se un ex Br o Prima Linea. Di
giorno lavorava e la sera rientrava in carcere, la solita storia. E quando
il lavoro con questa cooperativa e' finito, ho deciso di presentare la
domanda per fare volontariato in carcere. Mi hanno fatto un colloquio,
dopodiche' e' passato quasi un anno in cui non ho saputo piu' nulla. Poi,
quando ormai non ci pensavo neanche piu', e' arrivata la convocazione, e con
questa la tessera. E credo che in questo lasso di tempo, dal parroco alla
polizia, abbiano fatto indagini anche sul mio bisnonno; d'altronde e'
giusto, e anche comprensibile, che ci sia un filtro. Perche' poi la tessera
che mi hanno concesso, in base all'art. 378, mi permetteva di vedere
chiunque. Ci sono due formule per fare volontariato in carcere, una prevede
che tu entri per fare dei corsi, ed e' un permesso che va rinnovato ogni
anno - ha la cadenza dell'anno scolastico - e ti permette di vedere solo i
detenuti che partecipano a tali corsi. Il mio tipo di permesso, invece, mi
permetteva di avere colloqui con chiunque ne facesse richiesta, era
sufficiente che il detenuto facesse una domanda scritta, la classica
"domandina", che poteva essere nominativa o generica, a seconda se voleva
vedere un volontario in particolare o chiedeva genericamente di parlare con
qualcuno.
*
Ecco, ci sono arrivata cosi', e all'inizio e' stato molto pesante. Uscivo e
andavo in pasticceria, tornavo a casa e sfogliavo dei giornali femminili,
"Elle", robe del genere. Dopo subentra l'adattamento, pero' quella montagna
di sofferenza e d'ingiustizia era veramente qualche cosa di spaventoso...
gli errori giudiziari, i fascicoli che si perdevano, le visite
specialistiche che non arrivavano mai... Quello e' stato lo choc.
*
Io avevo il mio elenco di nomi, quelli da cui bisognava andare subito,
quelli che invece andavano chiamati ogni quindici giorni; e le richieste
erano dettate soprattutto da necessita' pratiche, contingenti, "per
cortesia, ho bisogno di una tuta", oppure "devo rifare gli occhiali perche'
mi si sono rotti". Pero' spesso questi erano anche motivi di "copertura",
che in realta' nascondevano semplicemente il bisogno di parlare. L'aspetto
"quotidiano" del lavoro comunque non va sottovalutato, se ti si rompono gli
occhiali come fai? Sei allo sbaraglio.
Allora, si cominciava cosi', che magari gli facevi rifare gli occhiali,
ovviamente tutto in regola, seguendo l'iter, chiedendo il permesso, ecc.
(poi noi come associazione avevamo un po' di soldi - pochi in verita' - per
cui magari gli occhiali nuovi li facevamo avere gratis) dopodiche' su quello
si cominciava a costruire un rapporto. Che non e' sempre facile, anche
perche' i trasferimenti sono continui, San Vittore e' un posteggio, un
andirivieni continuo, per cui magari tu segui una persona, fai un lavoro con
lei, stabilisci un rapporto, la chiami regolarmente, dopodiche' vieni a
sapere che l'hanno trasferita. Invece per costruire qualcosa occorre tempo.
Il pomeriggio, poi, c'erano da fare le telefonate, all'avvocato d'ufficio
perche' andasse a visitare il detenuto, alla madre che erano anni che non
andava a trovare il figlio... Ogni tanto mi pigliavo due giorni e non volevo
saperne piu' niente, dovevo liberarmi la testa.
*
La regolarita' e' importantissima: se dici a una persona che al 10 del mese
lo chiamerai a colloquio, lo devi fare assolutamente, perche' poi il
detenuto si mette in attesa. Magari al primo colloquio si presenta
malvestito, sporco, con la barba lunga, poi pero', alla fine chiede:
"Signora, quando torna?". E dalla seconda volta e' gia' piu' pulito,
comincia a prepararsi con cura, a lavarsi, a radersi, a vestirsi bene,
quello e' il segno che aspetta il colloquio, che si e' stabilito il
rapporto. I motivi tu non riesci a decifrarli perfettamente, pero' e'
successo. E questo gli serve anche per avere un motivo per farsi una doccia
o mettersi un indumento pulito anche se non ne ha voglia. Lo vedi da queste
cose: se si e' fatto la barba, vuol dire che e' andata bene.
Una cosa che non si domanda mai direttamente (almeno io non l'ho mai
chiesta), ma che e' importante sapere, e' che tipo di reato hanno compiuto,
se uno deve scontare tre mesi o trent'anni, perche' in quel caso cambia
completamente il tipo di intervento. Se uno ha una pena lunga cio' che
bisogna fare e' dare senso alla sua vita in carcere, ad esempio fornirgli la
possibilita' di svolgere qualche attivita', un lavoro interno, perche' poi
la questione del lavoro e' cruciale, c'e' un sacco di gente che lavorerebbe
anche gratis, pulirebbe i pavimenti, qualsiasi cosa, pur di uscire di cella.
Bisogna poi fare molta attenzione ai propri comportamenti perche' la
carcerazione, specie se lunga, rende ipersensibili, soprattutto a causa
dello spazio ristretto e della mancanza di stimoli. Ad esempio un gesto, che
a te puo' essere sfuggito, per loro diventa invece estremamente
significativo; se io parlo con te e nel frattempo mi volto un attimo
dall'altra parte, ecco per loro questo diventa un messaggio negativo.
Ancora: e' molto importante dare del lei e non del tu. Al tu magari ci
arrivi dopo, soprattutto con una persona giovane.
Ci vuole molto rispetto. E poi occorre un'altra qualita', che pero' si forma
da sola, col tempo, ed e' l'attenzione. Un'attenzione fortissima alla
persona che hai davanti, che corrisponde in genere all'attenzione che ha lui
verso di te. Ed e' un'attenzione non solo alla parola ma soprattutto al
linguaggio del corpo, alla gestualita', al tono di voce.
E ricordo che certe volte, uscendo e parlando coi miei amici io mi riposavo.
Rispetto alla tensione che avevo accumulato la' dentro, all'attenzione che
prestavo alla persona che avevo di fronte, stare fuori e parlare con gli
altri era una gioia, una festa, una cosa molto lieve.
*
In carcere gli orologi sono tutti fermi. Ce n'e' uno grande, a muro, proprio
all'entrata di San Vittore, rotto da anni ma nessuno lo fa aggiustare. E
cosi' in ogni raggio, c'e' sempre un orologio a muro regolarmente rotto. E
questo, secondo me, parla, manda un messaggio molto preciso, dice qui il
tempo e' fermo, sospeso... Il carcere e' veramente un mondo a parte, il
luogo dell'assurdo, dove neanche gli orologi funzionano piu'...
Ed e' nello stesso tempo un luogo totalmente mondano, perche' contiene tutte
le contraddizioni del mondo. Una volta un agente mi disse: "Ma signora,
perche' non va all'ospedale ad aiutare i malati? Cosa viene a fare qua?". In
realta' io non andrei mai a fare volontariato in ospedale, perche' non
riesco ad agire il faccia a faccia con la malattia, con la morte, con la
natura. Li' invece il faccia a faccia e' col mondo e con le sue
contraddizioni. E' un luogo insieme politico e mondano, stracarico di
realta', di cui costituisce in qualche modo l'altra faccia.
Pero' quella dell'agente era una domanda ammissibile. Perche' il carcere,
effettivamente, e' molto duro da sostenere, piu' duro che non appunto
l'ospedale, dove puoi sempre accettare le regole della natura, del destino.
Col tempo, poi, ti accorgi che la realta' del reato non corrisponde alla
realta' della persona. C'e' in mezzo un gap, un vuoto, ed e' proprio in quel
gap che tu puoi lavorare, stabilire un'alleanza. E direi che, tranne in casi
estremi di patologia criminale vera e propria, c'e' per tutti questa
possibilita'.
Inoltre c'e' un altro elemento che ti spinge a restare, ed e' il lavoro di
opposizione alla struttura carceraria. Tu finisci per sentirti in una
posizione un po' bizzarra: in fondo hai la tessera e il permesso del
Ministero, pero', nello stesso tempo, non ne fai parte e il lavoro, tranne
poche eccezioni, e' un lavoro di opposizione all'istituzione, ai danni che
produce. (Considerando anche il fatto che poi, in realta', a San Vittore
c'e' un ottimo direttore).
*
San Vittore non e' un carcere, e' tante carceri insieme. C'e' ad esempio il
primo raggio, comunemente denominato il penale, dove ci sono tutti detenuti
con condanne definitive e pene abbastanza lunghe, e li' effettivamente non
c'e' quasi niente da criticare, le celle sono spaziose, dotate di armadi,
sedie, tavolini, un bagno decente, tende alle finestre. Al massimo si e' in
due, e c'e' la possibilita' di farsi da mangiare in modo degno. Certo che
c'e' la reclusione, pero' le celle di giorno sono aperte, nel corridoio ci
sono tavoli per giocare a carte, e fuori c'e' un campetto per giocare a
calcio e una specie di piccolo tennis. E' qualche cosa di umano.
Poi ci sono i raggi non ristrutturati, cioe' la maggior parte, dove si sta
in quattro-cinque in nove metri quadrati, cesso e cucina compresi, con i
letti a castello, una specie di tavolinetto con uno sgabello, dove devi
sedere a turno, e nient'altro. E uno spazio laterale dove si trova il
lavandino, il cesso (ovvero la turca, magari intasata, o comunque da dove di
notte escono i topi e gli scarafaggi) e il fornello. Ed e' in queste
condizioni igieniche schifose, dove sei costretto a far amicizia con i topi
e magari a prenderti la scabbia (o a ringraziare Iddio se non te la sei
presa), che questa povera gente si deve far da mangiare. Ecco, se la turca
e' accanto al fornello, e' fatta, si e' compiuta la distruzione della
persona. Perche' e' un segno di indegnita', di mancanza di rispetto, sono
quelle che vengono definite "pene aggiuntive", che nella sentenza di
condanna non ci sono, ma distruggono da dentro, sono dei passi verso la
rovina. E secondo me costituiscono il primo gradino per avere delle
recidive, perche' a un certo punto ti viene un tale odio verso il mondo che
deve trovare un agito da qualche parte.
Per non parlare della mancanza di rispetto nei confronti dei parenti.
Difficolta' che raggiungono il massimo quando si deve portare un pacco (che
tra l'altro non deve essere piu' di cinque chili e deve essere confezionato
in un certo modo). A me e' capitato di farlo, col permesso della direzione,
per delle madri che, ormai vecchie, non ce la facevano piu': ore di fila in
piedi per consegnarlo all'ufficio pacchi, dove deve essere esaminato e
controllato, con code che a volte arrivano anche fuori dall'ufficio. Da
svenire, da sentirsi male. E i colloqui, anche li' ore in piedi e attese
lunghissime.
*
Questo e' un lavoro in cui non devi assolutamente aspettarti nulla, non devi
andare la' sperando di salvare qualcuno. E devi assolutamente evitare di
cadere nel tranello della crisi di onnipotenza: vado li' e lo redimo. Invece
non redimi nessuno. E se quello esce e fa un'altra rapina non devi stupirti,
non e' un tuo fallimento. Bisogna accettarlo, altrimenti diventi matto.
Magari puo' accadere qualcosa, ma tu non te lo devi aspettare. Perche' forse
succedera' tra cinque anni che una cosa detta o fatta da te, quel rapporto c
he sei riuscita a instaurare, sortisca il suo effetto, fiorisca, ma tu non
lo saprai mai. Perche' poi quel detenuto verra' trasferito e tu non lo
vedrai piu', non ne saprai piu' niente.
Un'altra cosa importante e' non fare mai le prediche. Perche' e' inutile, ne
hanno avute tante. Mentre si puo' dare, anche in modo molto indiretto, la
sensazione che esiste un altro modo di vivere. Che esiste una vita piu'
tranquilla. Una vita buona. Oppure che e' possibile stabilire un rapporto
con una persona che non appartiene alla malavita, puo' bastare questo.
Le cose contro cui combatti sono talmente importanti, forti, sono storie di
anni, che non puoi pensare che arrivi tu con la tua buona volonta' e metti
tutto a posto. Bisogna accettare il limite, altrimenti non ce la puoi fare.
Perche' vedi una persona una volta poi la rivedi, dopodiche' questa inizia
un'escalation criminale, che spesso e' dovuta proprio alla carcerazione.
Per me non e' stata un'esperienza di servizio, nel senso che io non ho
sentito quest'idea del servizio. E' stato piu' uno scambio, anche se
piuttosto asimmetrico. Perche' poi queste persone, che sono cosi' diverse,
cosi' lontane, forse proprio per questo diventano anche degli interlocutori.
*
Una grande differenza, rispetto al modo di vivere la carcerazione, e'
costituita dalla possibilita' di seguire dei corsi e di lavorare. In questo
caso il detenuto sta nella sezione dei lavoranti, che e' un po' piu'
decente, guadagna qualche lira e, soprattutto, esce di cella. Infatti io ho
ricevuto molte richieste per lavorare gratis, ovvero quella che viene
chiamata ergoterapia, che consiste in tutti quei lavoretti interni al
carcere, come spazzare o distribuire il cibo. Ma il lavoro interno e' per
pochi, talmente pochi che si fa a rotazione, due mesi per uno. Immaginiamo
che miseria che e'.
A proposito del lavoro ci sarebbe un altro discorso da fare, che riguarda i
sindacati: da tempo il lavoro esterno non entra piu', e questo da quando i
sindacati hanno avuto una pensata secondo me malefica: hanno richiesto
l'applicazione severa dei minimi sindacali, mentre prima si poteva scendere,
mi pare, di un 20%. A quel punto il lavoro e' sparito. A mio parere e' stata
veramente una stupidaggine, prima di tutto perche' il lavoro che viene
svolto li' ha delle imperfezioni, magari uno ha avuto il processo che gli e'
andato male, e' stato condannato, e quel giorno mette il bottone
all'incontrario. Poi perche' il datore di lavoro ha delle difficolta' in
piu': il lavoro va portato a domicilio, e si perde tempo perche' va
controllato minuziosamente sia in entrata che in uscita. Invece i sindacati
hanno visto soltanto la questione denaro, non hanno capito che l'importanza
dell'esperienza andava oltre. Perche', si', il denaro e' fondamentale, ma
ancora di piu' lo e' uscire di cella e fare qualcosa.
Un altro progetto molto bello e' quello della "Nave", un raggio
ristrutturato in cui ci sono trenta-quaranta persone, con le quali si e'
introdotta l'idea della contrattualita'. Le celle sono accoglienti, tutti
fanno delle cose, ci sono un sacco di attivita', ma il tutto secondo un
contratto che viene definito: devi saperci stare. Il limite di queste
operazioni - a San Vittore come in tutti gli altri carceri italiani - e' il
fatto che costituiscono sempre delle operazioni sperimentali che riguardano
una percentuale quasi irrilevante di persone.
L'esperimento, per definizione, dovrebbe essere un momento che in seguito,
se funziona, viene allargato a una percentuale piu' ampia di persone, invece
in carcere tutto si ferma a questa fase. Quindi non e' che manchi il
pensiero, e' che poi si realizza in una forma eternamente sperimentale.
*
In carcere ho incontrato anche delle persone di valore, per cui certe
recidive inutili non sono mai riuscita a spiegarmele. Perche' se una persona
fa una rapina da un miliardo dico che e' un disgraziato, che sbaglia
prospettiva, ma non certo che e' pazzo, perche' c'e' un rapporto tra fini e
mezzi. Ma quando vedi uno che, dopo aver trovato lavoro ed essersi quasi
sistemato, butta tutto all'aria per la rapinetta da cinquecento euro, allora
capisci che sotto c'e' qualcosa d'altro, c'e' un'autodistruzione, una sorta
di scelta di campo che definire asociale non basta. Forse e'
"controsociale", e' contro tutti, anche contro le persone care, perche' poi,
alla fine, sono le mogli che diventano matte.
In realta', il carcere funziona perfettamente, basta capovolgere lo scopo.
Perche' cosi' com'e', e' solo criminogeno. Se diciamo che il carcere non
serve a redimere le persone ma a rovinarle, allora e' perfetto. Cosi' come
esistono le scuole per fabbri e carpentieri, quella e' una scuola criminale.
E c'e' una sordita' totale da parte di quelli che avrebbero il compito di
sviluppare un pensiero al proposito. Tutti i direttori lo sanno che il tempo
passato la' dentro non porta assolutamente a nulla. Puo' portare al
suicidio, o al tentato suicidio - il che e' piuttosto frequente - oppure ai
cosiddetti "atti anticonservativi" (cosi' definiti dalla formula ufficiale),
ovvero ai fenomeni di autolesionismo, piuttosto frequenti in carcere anche
se poco risaputi. Vedi questi ragazzi che si tagliano con la lametta, che si
fanno del male... Molti tentativi vengono sventati dagli agenti, e qui
bisogna dire che da parte loro c'e' una certa attenzione: quando vedono che
una persona sta male, cercano di dargli un occhio in piu'.
Pero', anche il personale... Io per gli agenti ho il massimo rispetto,
tranne qualche figuro, che c'e', perche' se uno ha una tendenza sadica, va
la' e la soddisfa. Ma tutti gli altri, sono ragazzi meridionali che nella
loro citta' non trovano lavoro, magari sono anche laureati, allora fanno
domanda e vengono catapultati a Milano, in un'istituzione che li sconvolge,
li spaventa, e oltretutto guadagnano anche poco.
Ad esempio, in un corridoio del sesto raggio c'e' un cartello che dice: "Per
fare questo lavoro non occorre essere matti ma aiuta". L'hanno messo gli
agenti. In quel raggio c'e' di tutto, ci sono i detenuti che hanno parlato,
per cui non possono stare con gli altri, oppure hanno fatto del male a un ba
mbino, e per certi reati c'e' il linciaggio. Poi ci sono i travestiti, altro
mondo particolarissimo, queste donne stupende che vanno in giro mezze nude,
sculettando, e magari ti si strofinano contro e ti urlano qualsiasi insulto.
E li', nel corridoio, sotto questo cartello, c'e' un tavolo dove stanno gli
agenti, con una pazienza infinita. Beh, quel cartello ti aiuta a capire
quanto possa essere contraddittorio il loro rapporto con l'istituzione.
Perche' anche loro, in fondo, si sentono fregati.
Poi ci sono i matti, e il rumore, gli urli, sono quasi continui, di giorno e
di notte. Non e' un luogo silenzioso il carcere.
*
Da tutto questo che cosa possiamo dedurre? Che bisogna assolutamente
metterci le mani. Io non sono contro l'abolizione del carcere, perche' ho
incontrato anche persone di altissima pericolosita' sociale, ma sono poche,
credo che arriviamo a fatica a un 10%, ovvero 5.000 persone in tutta Italia.
E le altre? Poi c'e' anche il costo di questa struttura, perche' il discorso
economico e' rivelatore, ti fa vedere le assurdita'. Un detenuto costa allo
Stato circa duecento euro al giorno, considerando l'organizzazione
carceraria nella sua globalita'. E tu pensi che con quella cifra dovrebbero
almeno mangiare bene, avere un letto vero. Invece stanno malissimo, allora
dove vanno questi soldi? Chiediamocelo! Certo, c'e' il personale ma non
basta a spiegare l'entita' della cifra. Senza tener conto di quello che
costa costruire nuovi carceri. Perche' adesso tutti continuano a chiedere
nuovi carceri, ma io so che ogni nuovo posto letto costa 200.000 euro.
Quindi i soldi che girano sono moltissimi, e sono assolutamente a fondo
perduto. Allora mi chiedo: in una societa' avanzata, con tutti gli psicologi
e i criminologi a disposizione, con tutta la struttura di sapere che
abbiamo, e' ammissibile, e accettabile, spendere tanti soldi per niente?
Quante cose potremmo farci con quei soldi? Ad esempio potremmo lavorare sul
reinserimento, per fare in modo che quando escono non siano allo sbando, ma
abbiano un posto dove andare a dormire e un posto di lavoro.
E poi rivediamo le formule, anche sotto il profilo giuridico, facciamole
piu' flessibili, meno rigide. Non e' possibile che non esista altro tipo di
intervento al di fuori del carcere. Parlo soprattutto per i piccoli reati,
quelli definiti "bagattellari", ovvero quelli che contemplano pene inferiori
a tre anni, e sono piu' del 90%. Di cui, poi, una percentuale consistente e'
addirittura sotto l'anno di pena. Sono tutti piccoli reati di "disagio" -
adesso viene definito cosi' - causati soprattutto dalla tossicodipendenza.
Almeno un 30% di detenuti e' dentro per reati connessi alla droga; di questi
almeno il 25% e' costituito da tossicodipendenti che fanno anche piccolo
spaccio, cioe' tutti quelli che vengono presi con il grammo di eroina, che
poi va a sapere se era per spaccio o per uso personale. Percio', secondo me,
bisogna rivedere la legislazione sull'uso di droghe.
Adesso, l'unica soluzione alternativa al carcere e' la comunita', sulla
quale nutro molti dubbi. Tra l'altro ho letto i risultati di uno studio
compiuto negli Usa, dai quali emergeva che la percentuale di persone uscite
dalla droga grazie alla comunita', verificata a distanza di cinque anni, e'
uguale a quella per remissione spontanea, ovvero a tutte quelle persone che
ad un certo punto della loro vita, magari perche' gli e' capitato qualcosa
di positivo, decidono spontaneamente di uscire dalla droga e ce la fanno con
le loro forze. In Italia invece non abbiamo nessun studio in proposito, le
comunita' si limitano a dire che uno ha compiuto il programma terapeutico ma
non fanno verifiche a distanza di tempo.
Insomma, la comunita' va bene perche' non c'e' altro ma e' un posteggio.
Anch'io ho fatto in modo che delle persone potessero andarci, talvolta pero'
mi sono anche tornate indietro, hanno preferito il carcere. E mi hanno fatto
dei racconti allucinanti sui metodi impiegati, che sfioravano forme di
sadismo: bisognava finire la pasta, non potevi lasciare niente nel piatto,
oppure dovevi contare i sassolini. Fai una montagna di sassi, li conti -
secondo loro questo forgia il carattere - e poi quando hai finito, ricominci
con un'altra montagna. E alla fine sai che i sassi sono 17.348.
E, poi, secondo la mia esperienza, le condanne dei tossici spesso sono
assolutamente casuali: il fatto che una persona abbia collezionato
nell'insieme tre anni di condanne o cinque e mezzo e' un caso, non vuole
dire assolutamente niente rispetto alla sua mentalita' delinquenziale. Cosi'
com'e' casuale che una volta vengano presi e un'altra no, che il reato sia
valutato in un modo oppure in un altro. Parlo dei piccoli spacciatori: se
tirassimo a sorte le loro sentenze non saremmo ne' piu' giusti ne' piu'
ingiusti, perche' quello che succede e' assolutamente aleatorio.
Io mi ricordo di un ragazzo tossicodipendente al quale ero piuttosto
affezionata (che poi e' morto di overdose), che rubava le biciclette. E si
faceva prendere con una certa facilita'. Subi' una serie di processi, di
condanne, venti giorni, trenta giorni, col risultato che mancava il tempo
necessario per predisporre un percorso: arrivava e usciva. Se invece delle
biciclette avesse portato via automobili o fosse andato a rubare in un
appartamento, forse, chissa', a quest'ora sarebbe ancora vivo. Invece,
proprio l'esiguita' delle condanne - chissa', probabilmente l'avvocato non
se ne e' preso cura - ha fatto si' che non si potesse attuare un vero
intervento da parte dell'istituzione carceraria.
*
Sull'altro versante, quando invece la pena e' stata un po' lunga, cinque o
sei anni, e' importante intervenire sul momento dell'uscita, perche' e' un
momento delicatissimo.
Escono e non capiscono piu' niente, hanno alterazioni della percezione
spazio-temporale, fanno fatica a salire sul tram, non riconoscono piu' il
denaro perche' per tanto tempo non l'hanno maneggiato - chissa' cosa
succedera' adesso con l'euro. Quindi un'azione di "accompagnamento" e'
assolutamente necessaria. Ad esempio, se non hanno piu' famiglia sarebbe
importante prevedere un volontario che li vada a prendere, li accompagni in
una struttura tipo casa-famiglia, dove stare un po' di tempo, li aiuti a
trovare un lavoro. Anche perche' poi, con il problema dei trasferimenti, un
sardo puo' essere dismesso a Milano, dove non conosce nessuno. Invece c'e'
una forte sensazione di abbandono, di rifiuto di occuparsene (o di far finta
di occuparsene, il che e' ancora peggio): in carcere ci sono degli esseri
umani completamente abbandonati, molto spesso colpevoli, a volte anche
innocenti.
Con gli immigrati e' ancora peggio. Non hanno famiglia, hanno difficolta'
con la lingua, i consolati sono dei muri di gomma... A me e' capitato di
dovermici rivolgere per una verifica di identita' e ho trovato appunto
questo muro. Sembrerebbe la cosa piu' semplice di questo mondo, col computer
si fa in dieci minuti, verifichi se la tal persona ha la residenza nella tal
citta' (ed era Fez, non una citta' sperduta del Bangladesh) perche' il
computer ormai c'e' dappertutto, anche a Fez. Ebbene, la questione e' andata
avanti per dei mesi. E cosi' il detenuto, che secondo la legge dovendo
scontare una pena piccola aveva diritto a essere estradato nel suo paese di
origine, ha dovuto attendere inutilmente. Ecco, li' veramente si batte la
testa contro l'assurdo: cose che dovrebbero essere semplici, normali,
consuete, improvvisamente diventano difficilissime da superare.
Una situazione di abbandono totale e assoluto l'ho vista con le persone
dell'Africa subsahariana. Sono i piu' disperati, non capiscono niente di
quello che sta succedendo, spesso non hanno nemmeno un riferimento ai
concetti di Stato, di legge, perche' vengono da una cultura in cui le leggi
sono clanistiche, di gruppo, e non riescono a capire il concetto di codice
penale: "Vendevo una polverina bianca che a voi bianchi piace tanto. Che
cosa c'e' di male?". E poi magari si pigliano dieci anni perche' la
polverina era tanta. Spesso non possono nemmeno scrivere a casa, perche' non
vogliono far capire che sono in carcere. Dobbiamo tener conto che rispetto
alle famiglie, quando partono, partono per una vittoria. Casomai hanno
ricevuto i soldi da tutto il clan e vanno a vincere qualche cosa. Mi e'
capitato di vedere persone che provavano a scrivere a casa mentendo,
continuando a sostenere fino alla fine quest'idea della vittoria. Ecco, li'
c'e' una montagna di dolore, una disperazione assoluta, per lenire la quale
tu non riesci a fare altro che prendere la mano, cercare di dare una
presenza fisica...
Gli immigrati, poi, hanno un problema grossissimo con gli avvocati, perche'
non e' contemplato l'interprete durante i colloqui, per cui l'avvocato non
capisce niente. E non e' contemplato perche' costa. Non solo, la mia
associazione qualche volta si e' offerta di intervenire per coprire la spesa
ma non c'e' stato niente da fare, la cosa e' piuttosto macchinosa: gli
interpreti devono essere tutti iscritti a particolari elenchi verificati dal
Ministero. Cosi', di fatto, la persona immigrata non ha nessun colloquio con
l'avvocato, e il risultato e' che al processo l'avvocato finisce quasi
sempre per chiedere il patteggiamento. Allora il Pm chiede tre anni,
l'avvocato difensore, con l'accordo del giudice, dice uno, e alla fine la
pena diventa un anno e mezzo e non se ne parla piu'. E magari qualcuno e'
innocente. O perlomeno non colpevole in quella misura. Perche' poi,
attenzione, l'innocenza tout court e' abbastanza rara, e' invece molto
diffusa una sorta di "innocenza relativa" che consiste nel fatto che il
reato che hai commesso e' inferiore a quello per il quale ti hanno
condannato. Io, quando ho incominciato, mi sono presa lo sfizio di andare in
tribunale per vedere come funzionava. Ebbene, e' stata una cosa
agghiacciante. Il processo e' un rito autoreferenziale dove quello che conta
e' essere in accordo col pensiero giuridico. Pero' tu hai davanti delle
persone vive, col loro corpo, non hai delle metafore. Perche' con questo
tipo di situazione carceraria, cosa significa una pena di sei anni? Quanta
sofferenza costa? In teoria tu per sei anni perdi la liberta', nella realta'
puo' significare che per sei anni non ti potrai lavare i denti o i capelli
perche' non hai i soldi per lo shampoo o il dentifricio, o non potrai pulire
la cella perche' i detersivi te li devi pagare. Allora, cos'e' una pena e
cos'e' una condanna? Dovremmo chiedercelo. Perche' in carcere ci sono delle
pene gravissime, come quella di stare seduti a turno, perche' non c'e' lo
spazio o c'e' un solo sgabello. Ebbene, questo nella sentenza non c'e'
scritto, ma e' questo che fa la qualita' della pena. Per cui se la pena
fosse modulata rispetto alla sofferenza inflitta, potremmo dire che sei anni
al primo raggio equivalgono a un anno al sesto raggio, secondo piano. Allora
diciamo a chiare lettere che il carcere e' punitivo in quanto infligge
sofferenza.
*
Il mio sentimento piu' forte in tutti questi anni e' stata la rabbia. Una
rabbia e una vergogna, proprio come cittadina: l'istituzione - anzi le
istituzioni, perche' ad un certo punto ti viene una diffidenza generale
verso tutte le istituzioni - ha perso la maschera. Solo che questa maschera
mi e' caduta addosso e mi ha fatto male. Non e' stata una sofferenza da poco
vedere le tue ultime fiducie illuministe andare a farsi friggere. E non solo
per quello che riguarda il carcere ma anche per il tribunale, visto come
luogo dell'arbitrio totale. Mi viene in mente quel genio di Tocqueville che
quando si reco' in America ando' a visitare le carceri perche' riteneva che
il trattamento riservato ai detenuti fosse una misura della democrazia e
della civilta' di un paese. Ecco, secondo me noi non passeremmo l'esame. La
finzione e' illuminante: e' come se l'umiliazione a cui queste persone sono
continuamente sottoposte potesse in qualche modo redimerle. Ma l'umiliazione
non redime nessuno, anzi, crea rabbia, aumenta la difficolta', il disagio
(questo termine inadeguato che si usa adesso), che queste persone hanno nei
confronti del mondo. Ho finito per capire chi nutrisse sentimenti di
vendetta contro la societa': si era fatto di tutto affinche' questo
accadesse.
*
Ho smesso nel '99, quando ho cominciato ad aver problemi di salute. La
rottura ha coinciso con l'arrivo a San Vittore di una fiumana di slavi. Io
con gli slavi non funzionavo, non sopportavo il loro tipo di reato, lo
sfruttamento delle donne, dei bambini, e anche il loro comportamento verso
di me, la loro l'arroganza, il disprezzo, la strumentalizzazione. Sono
problemi di cui non mi vanto, forse c'e' anche qualcosa di sbagliato in me,
forse una persona cattolica praticante non avrebbe queste remore, pero' io
non sopportavo il loro tipo di delinquenza. E di dieci domandine che trovavo
nella cartella, cinque erano di slavi. Chiedevano sempre aiuti di ogni tipo,
qualche volta anche in modo sgangherato, irritante, sembrava volessero
veramente farti fessa. "Signora, domani telefoni a Tirana!". E si
arrabbiavano se tu non lo facevi. Ma anche in questo tipo di relazione ci
dev'essere un minimo di simpatia. A me e' capitato di rifiutare delle
persone, al massimo tre o quattro in otto anni, passandole gentilmente a
un'altra volontaria con una scusa. Le persone cattoliche invece non hanno
questi problemi, perche' fanno riferimento a qualche cosa di piu' grande. Io
invece si'. Un'altra categoria di detenuti che non sopportavo erano gli
usurai, quelli che vanno a minacciare la vecchietta col piccolo negozio di
salumeria, e la fanno chiudere. Ne ho incontrati solo due ma li ho trovati
rivoltanti. Perche' li' la questione del denaro non ha nessuna mediazione:
"Mo' ti frego io, adesso mi paghi". Tutti ricciolini, una cura del corpo e
dell'immagine assolutamente insopportabile. E una cattiveria nei confronti
degli altri detenuti: mai che offrissero una sigaretta al compagno di cella,
nonostante avessero abbastanza soldi, perche' qualcuno glieli mandava da
fuori.
Pero' anche con i serbi ci sono state delle eccezioni, soprattutto quando ho
avuto il tempo necessario a conoscerli. Perche' coi serbi era il solito
mordi e fuggi, li vedevo due volte poi venivano trasferiti, quindi saltava
fuori il peggio. E quella volta e' stato veramente un lavoro a due, in cui
lui un po' per volta ha allentato la sua arroganza e io la mia diffidenza.
In un certo senso ci siamo aiutati. Tra l'altro il processo gli e' andato
male e ha avuto una depressione. Perche' poi queste figure cosi' arroganti,
cosi' sicure, quando vanno in depressione possono anche tentare il suicidio.
Pero', a parte gli slavi, che hanno un atteggiamento culturale autoritario
nei confronti della donna, essere donna aiuta. Mentre nei reparti femminili
forse e' meglio che vada un uomo. Io, poi, ho scelto di lavorare in una
sezione maschile non solo perche' c'era molto piu' bisogno, ma perche' altre
situazioni mi facevano male. Alcune volte mi sono trovata per caso nella
sezione femminile e ho visto che con le donne soffrivo, scattavano dei
processi di identificazione. Ti puo' capitare di parlare con una donna che
ha commesso dei reati familiari, che ha cercato di ammazzare il marito che
la picchiava, e ha dei bambini, e questo ti crea dei turbamenti che non hai
col ladro d'appartamenti. Io mi sentivo troppo coinvolta. Lei mi chiedeva:
"Hai dei bambini? Parlami di loro". E io cosa le avrei dovuto rispondere,
che mio figlio stava bene ed era sempre vissuto con me?
Ecco, con gli uomini c'e' un distacco in piu', che aiuta a non
identificarsi. Con una donna, una storia, qualche piccolo particolare che ti
unisce a lei, li ritrovi sempre.
*
In questi otto anni ho vissuto, si puo' dire, in maniera schizofrenica, ho
visto quasi seicento persone, alcune a fondo, altre superficialmente, con
alcune di loro ho fatto un lavoro, ho conosciuto le loro famiglie, e pero'
non riuscivo a parlare di questo mondo con nessuno. I miei amici non ne
volevano sapere. C'era un disinteresse, una rimozione, un rifiuto totali. E
parlo di gente di sinistra, anche impegnata. Per fortuna avevo altre persone
con cui parlare, spesso generose di consigli, in primis gli altri volontari,
talvolta anche degli agenti, perche' ci sono anche - non sono molti - degli
agenti intelligenti e bravi. E poi gli educatori e le educatrici, persone
spesso molto valide e interessanti, e che secondo me rappresentano il nuovo
proletariato. Perche' e' un servizio malpagato, di nessuna rilevanza
sociale, valutato pochissimo e fatto soprattutto da donne, malpagate e coi
nervi a pezzi. E pero' con una responsabilita' enorme, perche' devono dare i
pareri su cui poi ci si basa per concedere, ad esempio, le pene alternative.
E tu sei schiacciato da questa responsabilita', perche' non puoi prevedere
tutto, magari quello esce e fa una strage. Il margine di imprevedibilita' e'
abbastanza alto e va accettato, solo che i nervi saltano. Invece qualche
difficolta' l'ho avuta con le assistenti sociali. Le assistenti sociali
secondo me sono una genia particolare, che meriterebbe un poco di
attenzione, perche' siamo nella pseudoscienza, vale a dire che i loro pareri
hanno valore scientifico, magari non vincolante, ma di cui tiene conto anche
il magistrato. E secondo me, in genere, sono impreparate - poi, ovvio, ci
sono anche quelle brave - con una grande spocchia e con una mentalita'
burocratica molto accentuata, anche nel linguaggio, nel modo di esprimersi.
E poi c'e' stata la mia maestra, una suora con una grande esperienza, di
grandissima intelligenza e con una grande capacita' di capire la mentalita'
criminale. Lei mi ha trasmesso la consapevolezza che il messaggio
evangelico, che le persone possono cambiare, e' da cogliere a piene mani.
*
Il volontariato in carcere e' una cosa che non consiglierei assolutamente a
una persona troppo giovane. Secondo me e' un lavoro che si puo' fare dai
quarant'anni in avanti, non prima. Non solo perche' si puo' rimanere
turbati, ma anche perche' occorre aver fatto molto, letto molto, e
viaggiato. Si', il fatto di avere viaggiato in Medioriente, in Tunisia,
Egitto, Palestina e Israele, per me e' stato di grandissimo aiuto. E poi il
fatto di aver letto tanti romanzi nel corso della vita. Una volta ho
incontrato uno che sembrava l'incarnazione di Michael Kohlhaas, il
protagonista dell'omonimo bellissimo romanzo di Von Kleist. Era una persona
che aveva subito un torto, era stato licenziato ingiustamente, e in nome di
un'esigenza di giustizia ne aveva combinate di tutti i colori, cosi' come a
Michael Kohlhaas rubano i cavalli e va a finire che diventa un brigante e
viene condannato a morte. Perche' la giustizia, come qualsiasi altro
principio, se portato all'estremo, ti rovina. In fondo, fa parte dell'umano
anche subire il torto, senza pensare di mettere a posto tutto in nome di un
luogo perfetto. E questa persona, in nome di un luogo che doveva essere
perfetto, ha rovinato se' e la sua famiglia. In fondo, leggere e' vivere
altre vite...

2. MEMORIA. RENATA SARFATI RICORDA ZULMA PAGGI
[Dal sito di "Una citta'" (www.unacitta.it). Renata Sarfati vive a Milano,
dove lavora presso uno studio di traduzioni]

Conobbi Zulma agli inizi del movimento delle donne a Milano, in un gruppo di
autocoscienza, il Demau. Mi colpi' subito per il suo fascino, la sua
eleganza raffinata, essenziale, e una certa aria misteriosa, accentuata dal
suo nome che rimandava a qualche origine esotica. Impressione che fu subito
mitigata dal suo sorriso ridente e luminoso e da un fondo d'ironia nello
sguardo.
Diventammo amiche nel comune impegno nella Liberia delle donne di Milano,
fondata nel 1975 dopo un lungo lavoro di definizione del progetto. Per Zulma
l'impegno politico era importante. Aveva militato nel partito socialista, ma
gia' in quell'anno se n'era allontanata anche perche' la forza prorompente
del movimento delle donne apriva alla politica spazi ben piu' coinvolgenti.
La Libreria le era molto congeniale, perche' in questo contesto poteva unire
la passione politica a quella per la letteratura e la filosofia. Era infatti
una lettrice attenta e assidua, e il suo fu un contributo importante nelle
riunioni, nei turni in libreria.
Fu un periodo di grande ricchezza per tutte noi, nel quale nacquero legami
forti e duraturi attraverso la pratica delle relazioni e l'attenzione per la
letteratura, la poesia, la filosofia. Zulma ogni tanto spariva, portata dal
suo bisogno di ricerca a fare volontariato nelle carceri, a impegnarsi in un
centro sociale nelle attivita' per anziani, e altro.
Ripresi a rivederla con regolarita' nel lungo periodo della sua malattia. E'
difficile descrivere il coraggio e la forza d'animo con cui affronto' questa
prova. Andare a trovarla era un piacere, talvolta avevo l'impressione di
essere io a trarre forza dal suo amore per la vita, dalla vitalita' e dalla
molteplicita' dei suoi interessi. Sempre sorridente, raccontava con
semplicita' e senza mai lamentarsi del decorso della sua malattia e poi
passava subito a chiedere notizie di noi amiche e a commentare la politica.
Essendo costretta a casa, aveva imparato a navigare su internet e seguiva la
politica internazionale su quotidiani e riviste di tutto il mondo, in
inglese, in tedesco e in francese.
Aveva una particolare attenzione per il Medio Oriente e questo ci univa. Il
suo sguardo sul conflitto israelo-palestinese era molto attento e lucido
dimostrando una grande sensibilita' per la complessita' della vicenda.
Spesso mi segnalava articoli particolarmente interessanti ai quali non sarei
mai arrivata, registrava video scovati in qualche lontana rete televisiva. E
fu lei a farmi conoscere "Una citta'", regalandomi un abbonamento.
Mi manchera' Zulma, e non potro' dimenticarla.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 78 del 24 agosto 2006

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