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La nonviolenza e' in cammino. 1401



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1401 del 28 agosto 2006

Sommario di questo numero:
1. L'uomo nel coccodrillo
2. Cindy Sheehan: La mia ricerca di pace
3. Murray Bookchin: Una sintesi di "Tecnologia e rivoluzione libertaria"
(1971)
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. L'UOMO NEL COCCODRILLO

Solo il delirio militarista e razzista diffuso dai gruppi dirigenti e dai
mass-media occidentali (le idee dominanti sono le idee della classe
dominante, come scrisse quell'antico esule) puo' stupidamente ignorare o
subdolamente occultare quale sia l'interpretazione che della guerra libanese
di questa estate e' stata data dai regimi, dai media e dalle popolazioni
arabe e/o musulmane (e queste non solo per averla ricevuta dai regimi e dai
media ivi dominanti, o per prolungato indottrinamento, ma anche per proprio
intimo convincimento) di tutti i paesi del Medio Oriente che non siano
Israele: che Hezbollah ha vinto una guerra di resistenza contro Israele, che
Israele e' un regime stragista, che l'occidente colonialista, razzista,
imperialista e guerrafondaio e' complice di Israele (ovvero che di quella
sua politica Israele e' avamposto), e che il mondo arabo e islamico (le due
cose non coincidono, ovviamente, ma la tendenza indotta prima dal crollo
dell'Urss e poi dal sempre piu' feroce ed esplicito razzismo guerrafondaio
occidentale e' in qualche modo a sommarle al di la' di tutte le differenze,
complessita' e contraddizioni) dopo aver subito una serie inenarrabile di
sconfitte militari e di umiliazioni politiche, di massacri e di rapine di
terre e diritti, ed insieme di errori, di orrori e di vilta' commessi da
autocratici gruppi dirigenti statali, politici e politico-militari la cui
corruzione e il cui cinismo sono ormai proverbiali, ha trovato nella
resistenza di Hezbollah alla guerra stragista israeliana un simbolo
vittorioso in cui riconoscersi. Ovviamente cancellando del tutto la realta'
del ruolo della Siria nella lunga guerra civile libanese, ovviamente
cancellando del tutto lo stillicidio di attacchi missilistici terroristici
di Hezbollah contro la popolazione civile israeliana, ovviamente cancellando
del tutto la causa occasionale dell'inizio della guerra attualmente nella
fase del cessate il fuoco dopo un mese di devastazioni ed eccidi
apocalittici, ovviamente cancellando del tutto tutto cio' che questa
percezione ipersemplificata e per cosi' dire intimamente risarcitoria
complessifica o contraddice (in termini di epistemologia fallibilista:
falsifica): dopo un secolo di ricerche psicoanalitiche e fenomenologiche (e
dopo l'esperienza dei totalitarismi novecenteschi) sappiamo tutti bene come
funzionino - e con quanta potenza - certi meccansmi, a livello individuale e
collettivo.
*
Questa e' la percezione di gran lunga piu' diffusa nel mondo arabo e
musulmano mediorientale.
Dinanzi a cio', che truppe occidentali (e di paesi come l'Italia che gia'
partecipa con piena criminale corresponsabilita' con propri contingenti
militari alle guerre stragiste e razziste dell'Iraq e dell'Afghanistan)
occupino il Libano meridionale con un mandato che, al di la' dell'uso
talleyrandiano delle parole per occultare il pensiero, e' inteso di fatto in
primo luogo a contrastare la possibile prosecuzione dell'azione terroristica
di Hezbollah (la cui smilitarizzazione e il cui disarmo possono essere
ottenuti solo con un negoziato politico interno libanese e con un'azione di
polizia anch'essa interna libanese; ma sia il disarmo che la
smilitarizzazione di Hezbollah sono resi assai piu' improbabili dal fatto
che secondo la percezione piu' diffusa Hezbollah e' uscito dalla prova di
questa estate come vincitore militare, politico e morale e come
rappresentativo dei diritti e della dignita' del mondo arabo e musulmano, e
possa quindi ragionevolmente aspirare a, anzi: tout court prevedere un suo
consistente rafforzamento nel quadro politico-istituzionale libanese - ergo:
un futuro ruolo egemone nel parlamento e nel governo di Beirut, ancor piu'
consistenti aiuti diretti dai regimi suoi tradizionali patrocinatori, ed una
"capitalizzazione" in termini politici, elettorali, finanziari ed
organizzativi dell'attuale vastissima simpatia popolare in Libano e
nell'intero mondo arabo e musulmano); ebbene, sic stantibus rebus questa
occupazione militare del Libano meridionale da parte di truppe occidentali
puo' agevolmente essere presentata dai propagandisti fondamentalisti e
percepita dalle popolazioni vittime della guerra come complicita' con lo
stato di Israele e con i crimini di guerra e contro l'umanita' dall'esercito
israeliano effettualmente compiuti: non un'interposizione contro la guerra,
ma un'occupazione militare a fini di controllo e oppressione al posto e per
conto delle truppe dell'Idf.
Questa spedizione militare e' un crimine e una follia. In se stessa e
perche' impedisce di realizzare gli interventi che realmente occorrerebbero.
*
Altro e' infatti l'intervento internazionale che occorre.
Un intervento non armato e nonviolento: con Corpi civili di pace.
Un intervento non armato e nonviolento: che rechi soccorsi a tutte le
vittime; che rispetti l'integrita' territoriale e la sovranita' popolare
libanese; che favorisca processi di smilitarizzazione e disarmo con
incentivi positivi; che agevoli processi di riconoscimento, di dialogo, di
riconciliazione, di convivenza.
Un intervento non armato e nonviolento che sostenga i vari e complessi
negoziati che devono sostituire il conflitto militare spostandolo sul piano
politico e diplomatico; un intervento nonviolento di
interposizione-mediazione che apra spazi alle societa' civili, spazi di
democrazia, spazi di affermazione dei diritti umani, spazi di ascolto
reciproco, spazi di comunicazione non eterodiretta e non sussunta alla
propaganda, spazi che possono essere aperti solo recando del tutto
gratuitamente aiuti umanitari e beni e servizi infrastrutturali che
consentano a tutti i superstiti vite dignitose e una ragionevole sicurezza.
Un intervento non armato e nonviolento che sia consapevole che il processo
di democratizzazione libanese e' ancora fragile e che la vicenda bellica ha
inferto ad esso un colpo tremendo.
Un intervento nonviolento che sia consapevole che restano inoltre i due nodi
politici decisivi dell'area, senza una gestione e risoluzione negoziale,
politica e nonviolenta dei quali non vi sara' ne' pace ne' giustizia ne'
convivenza: il primo, la necessita' che Israele cessi di occupare i
territori palestinesi (con tutte le pratiche fin efferate all'occupazione
connesse: tra cui le reiterate stragi che costituiscono evidenti crimini
contro l'umanita'), e che al piu' presto sorga lo stato di Palestina; il
secondo, la necessita' che cessino gli attentati terroristici e la costante
minaccia di genocidio contro la popolazione israeliana di origine ebraica,
ovvero che vi siano atti politici e diplomatici ufficiali ed espliciti
negoziati fin minuziosissimamente da parte di tutti i governi e le forze
politiche legali dei paesi dell'area di riconoscimento dello stato di
Israele e di cessazione di ogni complicita' diretta e indiiretta con il
terrorismo e con la propaganda antiebraica e fin esplicitamente genocidaria
che lo alimenta.
Solo un percorso nonviolento, solo una scelta nonviolenta, puo' portare alla
risoluzione di questi due nodi. Gli interventi armati non solo non servono,
ma hanno come esito principale di alimentare paura e incomunicabilita', odio
e violenza, disprezzo e chiusura, devastazioni ed eccidi.
*
Che in italia di tutto cio' non si voglia avere alcuna contezza; che in
Italia si menta spudoratamente sulle tragiche ambiguita' e sugli immani
rischi di una missione militare, armata e di guerra spacciandola per il suo
contrario; che in italia non si percepisca quale e quanto grave
responsabilita' abbia anche il nostro paese nelle guerre in corso e nel
razzismo contro le vittime delle guerre e di un ordine iniquo del mondo che
condanna le popolazioni di interi continenti alla rapina neocoloniale delle
loro risorse, alle dittature, alle guerre e alla fame; che in Italia non si
veda come le politiche correnti facciano crescere il cancro del razzismo sia
antiebraico, sia antiarabo, sia antimusulmano; tutto cio' ci persuade ancor
piu'  della necessita' che le persone amiche della nonviolenza dispieghino
ogni loro capacita' di impegno per far luce sulla tragica distretta
dell'ora, e per costruire qui e adesso un'alternativa nonviolenta nella
politica internazionale, un'alternativa nonviolenta concreta e urgente.
Un'alternativa fondata sul riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti
gli esseri umani; una politica fondata sull'opposizione a tutte le guerre e
tutti i terrorismi; una politica fondata sul contrastare in modo netto,
concreto e intransigente ogni oppressione: totalitaria, imperialista,
coloniale, razzista, classista, patriarcale.
Abbandonando hic et nunc, qui, in italia, ogni subalternita', ogni
ambiguita', ogni delega, ogni illusione, ogni rassegnazione: occorre una
politica della nonviolenza, che e' l'unico modo per inverare nel nostro
paese e nell'azione internazionale del nostro paese la legalita'
costituzionale, il portato e il valore del pensiero giuridico che fonda la
convivenza temprato al vaglio dell'esperienza storica cosi' come si e'
strutturato nei principi fondamentali di quel monumento civile che e' la
Costituzione della Repubblica Italiana.

2. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: LA MIA RICERCA DI PACE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Cindy Sheehan. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey nella guerra in Iraq;
per tutto il mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch
in cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di
parlargli per chiedergli conto della morte di suo figlio; intorno alla sua
figura e alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio
movimento contro la guerra; e' stato recentemente pubblicato il suo libro
Not One More Mother's Child (Non un altro figlio di madre), disponibile nel
sito www.koabooks.com]

L'unica cosa che ho voluto essere in vita mia era essere una madre. Non ho
mai pensato ad avere una carriera, perche' volevo occuparmi dei miei
bambini. La mia famiglia d'origine mostro' di avere parecchi problemi mentre
io crescevo, cosi' per me ho voluto una famiglia mia da amare e nutrire.
Quando mio marito Pat ed io sapemmo di aspettare Casey, il nostro primo
figlio, andammo in estasi. Eravamo sposati da piu' di un anno quando
decidemmo di provarci e ci eravamo riusciti al primo mese.
Casey nacque nel "Giorno della memoria", il 29 maggio 1979. Non potevo
distogliere gli occhi dal mio caro figlio appena nato. Era cosi' sveglio, e
i suoi occhi sembravano penetrare la mia anima; pareva quasi che sapesse
sempre cosa stavo pensando. Era un bimbo tranquillo, sebbene gli piacesse
stare alzato sino a tardi. Casey ed io ci siamo guardati un bel mucchio di
vecchi film in bianco e nero, mentre stavamo insieme sulla sedia a dondolo
regalataci da nonno Miller.
Casey non aveva neppure un anno quando restai incinta di Carly. Dopo la
nascita di Casey, mio marito ed io decidemmo che gli altri figli li avremmo
avuti a casa, cosi' non avrei dovuto lasciare Casey per andare in ospedale e
le nascite saremmo stati noi a gestirle. Mentre ero in travaglio per la
nascita di Carly, Casey entro' nella stanza con la sua macchina fotografica
giocattolo e disse "Sorridi, mamma". Convinto di aver preso la mia
fotografia ando' a farsi vezzeggiare da varie nonne, zie, e altri amici e
parenti che si erano radunati da noi per la nascita della nostra bellissima
bambina.
Amavo Casey cosi' tanto che, mentre ero incinta di Carly, mi domandavo se il
mio cuore potesse trovare altrettanto amore per un altro bambino. Dopo che
lei fu nata, scoprii che il cuore umano non ha limiti nel carico d'amore che
puo' portare. Quando nacquero Andrew, e poi Janey, i nostri cuori si
espansero in proporzione e alla fine eravamo completi: mamma, papa', due
ragazzi e due ragazze, e facevamo ogni cosa insieme ed eravamo una famiglia
molto unita.
*
Quando Casey mori' nella malconcepita guerra di George per il profitto, la
nostra famiglia fu lacerata. Molte persone, in buona fede, mi diranno: "Ma
almeno hai ancora gli altri tre figli". Tecnicamente e' corretto, ma non e'
di grande aiuto. Qualcuno va mai da chi ha subito un'amputazione a dirgli:
"Ebbene, hai perso il braccio, ma almeno hai ancora le altre membra?".
Certo sono molto fortunata ad avere una famiglia grande e meravigliosa.
Conosco numerose madri che hanno perso l'unico figlio grazie a Bush e
compagnia, e alla loro avidita' di danaro e potere, ma io sono madre di
quattro figli, non di tre. Carly, Andrew e Janey avevano un fratello
maggiore, che era parte delle loro vite, e che e' stato ucciso dalle bugie.
Non pensavo certo di avere altri bambini, i miei sono sulla ventina e io
sono sul crinale dei cinquant'anni, ma la rimozione chirurgica dell'utero
che ho subito nei giorni scorsi e' stata lo stesso traumatica: ci ho portato
e nutrito i quattro amori della mia vita ed era parte di me. Ma mi
riprendero'. Tuttavia, ne' i dolori del parto ne' quelli che soffro ora
possono essere paragonati a quello che ho provato il 4 aprile del 2004,
quando ho saputo che al mio figlio maggiore avevano sparato in testa in
un'imboscata.
Non mi riprendero' mai dal dolore della morte di mio figlio. Sulle ferite
crescono cicatrici, le incisioni guariscono, le ossa rotte si saldano, ma un
cuore fatto a pezzi dalla morte di un figlio non riesce facilmente, se mai
lo fa, a rimettersi insieme.
*
Sono ancora qui in Texas e mi sto riprendendo dagli interventi chirurgici e
spero di essere salda sui piedi la prossima settimana, per andare a
protestare contro George e il sindaco Rocky a Salt Lake City, e di stare
abbastanza bene per quando lui tornera' a Crawford nel week-end del Labor
Day. Apparentemente George Bush e' uno di quelli che incontrano gli elettori
del suo collegio, cosi' visto che ora lo sono anch'io non vedo l'ora di
avere quell'incontro che gli sto chiedendo da un anno intero.
Voglio un incontro per mettere George di fronte alle sue frodi: deve dirmi
perche' lui e gli altri avidi neoconservatori hanno sostenuto che Saddam
aveva ordinato l'11 settembre, che aveva armi di distruzione di massa e che
stava tentando di comprare uranio dal Niger. Voglio l'incontro per poter
esprimere a George in termini molto umani quanto faccia male seppellire una
parte di se stessi. Non e' di solito ne' naturale ne' normale seppellire un
figlio. Voglio incontrarmi con George per chiedergli di portare fuori gli
altri nostri figli dall'incubo iracheno, mentre so che i guerrafondai stanno
attivando ancora piu' marines da mandare in Medio Oriente e stanno bloccando
in Iraq altri reparti che vorrebbero solo tornare a casa.
Voglio l'incontro perche' non voglio che un'altra madre provi questo dolore
non necessario e infinito. Sebbene alcune persone tentino di demonizzarmi e
di attribuire oscuri motivi alla mia ricerca di pace, questo e' sempre stato
il mio scopo principale: non uno di piu'.

3. MAESTRI E COMPAGNI. MURRAY BOOKCHIN: UNA SINTESI DI "TECNOLOGIA E
RIVOLUZIONE LIBERTARIA" (1971)
[Da "A. rivista anarchica", n. 31, giugno 1974 (disponibile anche nel sito
www.arivista.org). Il testo e' preceduto dalla seguente nota introduttiva
redazionale: "Riportiamo qui un condensato del saggio 'Tecnologia e
rivoluzione libertaria', di Murray Bookchin, pubblicato nel volume 'Post
Scarcity Anarchism' uscito negli Stati Uniti nel 1971. L'autore, che puo'
essere giustamente considerato come uno dei piu' interessanti interpreti
attuali delle idee libertarie, sostiene in questo scritto la tesi della
piena realizzabilita' di rapporti diretti e non gerarchici tra gli uomini,
in una societa' che sappia sfruttare libertariamente le possibilita' offerte
dalla moderna tecnologia. Quest'ultima infatti, ha oggi raggiunto un tale
grado di perfezione qualitativa da poter essere utilizzata per poter
liberare completamente l'uomo dal lavoro manuale, e comunque da ogni
attivita' ripetitiva umiliante e non creativa, la cui presenza e necessita',
sostiene Bookchin, costituisce l'ostacolo principale all'istaurazione
dell'uguaglianza e all'esercizio della solidarieta'. Se cio' non viene
attuato, non e' per deficienza di mezzi materiali ma perche' non esiste la
volonta' di farlo: la societa' divisa in classi non e' in grado di
sviluppare le proprie potenzialita' tecnologiche per fini diversi
dall'oppressione e dallo sfruttamento. Al contrario, se i rapporti umani
fossero svincolati dai negativi condizionamenti del profitto, del
privilegio, del potere, la tecnologia di cui disponiamo potrebbe fin d'ora
fornire gli strumenti per attuare quei rapporti che gli anarchici vanno
teorizzando da sempre: comunita' sufficientemente ristrette per prendere
decisioni assembleari e non delegate, ricche energeticamente eppure in
equilibrio ecologico con la natura, autosufficienti, o quasi, ma liberate
dalla schiavitu' del lavoro e della fatica. La tesi, nelle sue linee
fondamentali, non e' nuova in campo anarchico, e a qualcuno potra' sembrar
riecheggiare certe utopie scientiste dell'800. Ma qui le possibili
applicazione libertarie della tecnologia sono esposte con una serieta', una
ricchezza di documentazione e una competenza tale da farli apparire non la
semplice estensione di un'aspirazione ideale, ma un punto di partenza
concreto per lo studio di una societa' 'fatta a misura d'uomo', una societa'
sufficientemente accessibile da rappresentare un vero e proprio obiettivo.
Nel contempo, questo scritto costituisce una autorevole risposta a quanti
sostengono, in buona o mala fede, che rapporti veramente paritetici tra gli
individui possono esistere in una societa' estremamente semplificata sul
piano tecnologico, ridotta ad una economia di mera sopravvivenza. Al
contrario, Bookchin afferma che non e' il progresso tecnico a postulare la
divisione del lavoro e quindi la disuguaglianza, appunto, che impedisce oggi
alla tecnologia di estrinsecare tutta la potenzialita' liberatoria". Murray
Bookchin, pensatore e militante libertario americano, e' stato tra i
principali punti di riferimento della "ecologia sociale"; nato a New York
nel 1921, figlio di emigrati russi (la nonna materna era una rivoluzionaria
populista), ha fatto l'operaio metalmeccanico, il sindacalista, lo
scrittore, il docente universitario; e' deceduto sul finire di luglio 2006.
Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 agosto 2006 riprendiamo il seguente
necrologio scritto dall'assessore del Comune di Venezia Beppe Caccia: "La
traiettoria biografica di Murray Bookchin - che, nato nel Bronx nel 1921 da
una coppia di immigrati russi rivoluzionari (la madre attivista wobbly), si
e' spento il 30 luglio scorso a Burlington nel Vermont - ha attraversato
l'intero Novecento, ma i suoi prolifici (oltre una ventina i titoli,
centinaia gli articoli pubblicati) e generosi contributi teorici hanno
cercato di accompagnare le piu' diverse correnti del pensiero radicale del
diciannovesimo e ventesimo secolo dritte nel ventunesimo. L'intera sua opera
puo' essere definita, con le parole utilizzate dallo stesso Bookchin, come
una sorta di Aufhebung militante, di progressiva 'assunzione, sussunzione e
superamento' dei contenuti del marxismo come dell'anarchismo, della scuola
di Francoforte come dell'antropologia culturale, dell'urbanesimo utopistico
di Lewis Mumford come dell'etica della responsabilita' di Hans Jonas. Uno
sforzo che a taluni e' apparso come un patchwork un po' naif, ma sempre
compiuto nel segno dell'anticipazione, talvolta profetica, e del desiderio
collettivo di liberta'. Questo operaio autodidatta, tra i protagonisti del
grande sciopero della General Motors del 1946, pubblica nel 1952, sotto lo
pseudonimo di Lewis Herber per sfuggire alla caccia alle streghe
maccartista, un articolo dal titolo 'The Problems of Chemicals in Food'; e
dodici anni piu' tardi il libro dedicato ad Our Synthetic Environment, che
precede di sei mesi il ben piu' noto Primavera silenziosa di Rachel Carson:
scrive profeticamente nel 1964 degli effetti della chimica di sintesi sulla
salute umana, grazie all'ingresso dei pesticidi nella catena alimentare,
della diffusione del cancro come malattia tipica di quel 'cancro sociale'
rappresentato dal capitalismo e perfino dell'obesita' come disturbo
caratteristico di un'affluent society. Espulso giovanissimo dalle fila del
Partito comunista, dai primi anni Cinquanta si orienta verso un socialismo
libertario. Negli anni Sessanta, rivolto alle dinamiche gruppettare che
stavano affermandosi nella nuova sinistra americana, pubblica Listen
Marxist!, dove sostiene un 'anarchismo della post scarsita''. 'Il problema -
scrive - non e' quello di abbandonare il marxismo o di cancellarlo... in uno
stadio piu' avanzato di sviluppo del capitale rispetto a quello con cui Marx
aveva a che fare un secolo fa, in una fase piu' avanzata di sviluppo
tecnologico rispetto a quanto lo stesso Marx potesse aver previsto, e'
necessaria una nuova critica, che porti a nuove forme di lotta, di
organizzazione, di propaganda, di stili di vita'. Arrivato con questo
informalissimo curriculum all'insegnamento universitario, nel 1971 Bookchin
fonda con altri l''Istituto per l'Ecologia Sociale' a Plainfield, Vermont,
che continua ad essere un importante punto di riferimento internazionale per
le sue ricerche nel campo della teoria sociale, dell'eco-filosofia e delle
tecnologie alternative. E' a questo punto del suo percorso che Bookchin si
definisce, mettendo in guardia verso i rischi che comporta qualsiasi gabbia
ideologica, 'un ecologista sociale e un municipalista libertario'. Nel 1982
pubblica quella che puo' a ragione essere ritenuta la prima sintesi del suo
impegno teorico e militante, Ecologia della liberta' (tradotto in Italia,
insieme a Per una societa' ecologica e Democrazia diretta, da Eleuthera):
'il dominio dell'uomo sulla natura e' originariamente causato dal dominio
reale dell'uomo sull'uomo. La soluzione a lungo termine della crisi ecologic
a dipendera' da una trasformazione fondamentale di come organizziamo la
societa', una nuova politica basata sulla democrazia face-to-face, su
assemblee di vicinato e sulla dissoluzione delle gerarchie'. Tra i promotori
del Green Left Network, ma anche critico acuto e feroce del suo programma,
tiene particolarmente alla distinzione politica tra l''ecologia sociale',
finalizzata alla radicale trasformazione dei rapporti sociali, e
l''ambientalismo' come tentativo di intervenire sugli impatti piu'
devastanti dell'economia capitalistica: 'Parlare di "limiti dello sviluppo"
nel mercato capitalistico - scriveva nel 1990 in 'Remaking society' rivolto
soprattutto agli analisti del Club di Roma e ad autori come Lester Brown o
Rifkin - e' privo di significato; e' come parlare di porre limiti alla
guerra in una societa' guerriera. La compassione morale a cui danno voce
oggi molti ambientalisti benpensanti e' cosi' naif come la compassione
morale delle multinazionali e' manipolativa. Il capitalismo non puo' essere
piu' "convinto" a porre dei limiti al proprio sviluppo di quanto un essere
umano possa essere "convinto" a smettere di respirare'. Allo stesso tempo
conduce una battaglia durissima contro i sostenitori della deep ecology,
denunciandone gli aspetti piu' spiritualisti e reazionari. Ma e' infine la
sua proposta 'comunalista', nel tentativo di 'andare oltre le tendenze del
secolo passato', a restare il contributo di maggiore originalita' per i
movimenti del XXI secolo. Una proposta articolata con grande chiarezza in
From Urbanization to Cities (1987), in grado, a vent'anni di distanza, di
continuare a far pulizia di tanta retorica debole della 'partecipazione' e
di altrettanto furbesco ambientalismo, 'eco-compatibile' soprattutto con le
contemporanee forme del dominio. 'L'immediato obiettivo dell'agenda del
municipalismo libertario e' quello di riaprire la sfera pubblica in
opposizione ad ogni statalismo, di permettere il massimo di democrazia nel
senso letterale del termine, di creare istituti che in forma embrionale
possano dare potenza alla gente'; 'Non vi puo' essere politica senza
comunita'. E per comunita' intendo una libera associazione di cittadini su
base municipale, rinforzata nella propria autonoma capacita' economica dai
propri organismi di base e il sostegno confederativo di altre comunita',
organizzate in reti territoriali'. Una radicalita' ricca d'innovazione, che
spiega forse l'incontro mancato con Bookchin di tanta parte della
discussione italiana ed europea". Tra le opere di Murray Bookchin: I limiti
della citta', Feltrinelli, Milano 1975; Post-scarcity anarchism, La
Salamandra, Milano 1979; L'ecologia della liberta', Eleuthera, Milano 1988
(terza edizione); Per una societa' ecologica, Eleuthera, Milano 1989;
Filosofia dell'ecologia sociale, Ila Palma, Palermo 1993; Democrazia
diretta, Eleuthera, Milano 1993. Alcuni saggi di Murray Bookchin abbiamo
riproposto ne "La domenica della nonviolenza" nn. 87 e 88]

Di fatto, il problema reale da affrontare oggi non e' se questa nuova
tecnologia puo' provvedere o meno ai mezzi per vivere in una societa'
liberata dalla fatica, ma se puo' aiutarci a umanizzare la societa', se puo'
contribuire alla creazione di rapporti del tutto nuovi tra uomo e uomo. La
richiesta di un reddito annuo garantito e' ancora legata alle promesse
quantitative della tecnologia - alla possibilita' di soddisfare senza fatica
le esigenze materiali. Questo approccio quantitativo e' gia' superato dagli
sviluppi tecnologici che portano con se' una nuova promessa qualitativa - la
promessa di uno stile di vita decentrato, comunitario; o di cio' che
preferisco chiamare le forme ecologiche di associazione umana.
Sto ponendo una domanda del tutto diversa da cio' che ci si chiede di solito
di fronte alla tecnologia moderna. Questa tecnologia sta forse definendo una
nuova dimensione della liberta' umana e della liberazione dell'uomo? Oltre a
liberare l'uomo dal bisogno e dal lavoro puo' anche condurlo a una libera,
armoniosa ed equilibrata comunita' umana - un'ecocomunita', capace di
promuovere l'illimitato sviluppo delle sue potenzialita'? Infine, puo'
portare l'uomo oltre il regno delle liberta' nel regno della vita e del
desiderio?
Con l'avvento degli elaboratori entriamo in una dimensione completamente
nuova dei sistemi di controllo industriali. L'elaboratore e' in grado di
svolgere tutti i compiti di routine che gravavano di solito sulla mente
dell'operaio di circa una generazione fa. Sostanzialmente, il moderno
elaboratore digitale e' un elaboratore elettronico capace di eseguire
operazioni aritmetiche a una velocita' enormemente superiore a quella del
cervello umano. La velocita' costituisce il fattore cruciale: l'enorme
rapidita' delle operazioni dell'elaboratore - una superiorita' quantitativa
rispetto ai calcoli umani - ha una profonda importanza qualitativa. Grazie
alla sua rapidita' l'elaboratore puo' eseguire operazioni matematiche e
logiche molto raffinate. Sostenuto da unita' di memoria che immagazzinano
milioni di bit di informazioni, e usando l'aritmetica binaria (la
sostituzione dei tasti da 0 a 9 con i tasti 0 e 1) un elaboratore ben
programmato puo' eseguire operazioni che si avvicinano a molte attivita'
logiche altamente sviluppate della mente. Si puo' discutere se
l'"intelligenza" dell'elaboratore sia, o sara' mai, creativa o innovativa
(benche' ogni pochi anni si verifichino dei cambiamenti radicali nella
tecnologia degli elaboratori); non si puo' tuttavia dubitare che
l'elaboratore digitale sia in grado di assumersi tutti i compiti mentali
pesanti e chiaramente non creativi svolti dall'uomo (nell'industria, nella
scienza e nella tecnica) nel reperimento delle informazioni e nei trasporti.
L'uomo moderno, in effetti, ha prodotto una "mente" elettronica per
coordinare, costruire e valutare gran parte delle sue operazioni industriali
di routine. Usati correttamente, entro la sfera di competenza per la quale
sono stati progettati, gli elaboratori sono piu' veloci ed efficienti
dell'uomo stesso.
Qual e' l'importanza reale di questa nuova rivoluzione industriale? Quali
sono le sue applicazioni immediate e prevedibili nei confronti del lavoro?
Vediamo di delineare l'impatto di questa nuova tecnologia sul processo
lavorativo esaminando le sue applicazioni alla fabbricazione dei motori
d'automobile nello stabilimento della Ford di Cleveland. Questo esempio
singolo di raffinatezza tecnologica ci aiutera' a valutare il potenziale
liberatorio della nuova tecnologia in tutte le industrie manifatturiere.
Prima che la cibernetica fosse introdotta nell'industria automobilistica, lo
stabilimento Ford aveva bisogno di circa 300 operai che usavano una grande
varieta' di utensili e di macchine per trasformare un blocco in un motore.
Il processo dalla colata fino al motore completamente rifinito prendeva
molte ore-uomo di esecuzione. Con lo sviluppo di quello che chiamiamo
normalmente un sistema di macchine "automatizzato", il tempo richiesto per
trasformare la colata in motore fu ridotto a meno di 15 minuti. Tolti pochi
addetti per sorvegliare il pannello di controllo automatico, le 300 unita'
lavorative originarie vennero eliminate. Piu' tardi fu aggiunto un
elaboratore al sistema di macchine, il quale divenne un sistema cibernetico
realmente chiuso. L'elaboratore regola l'intero processo di lavorazione
operando attraverso un impulso elettronico che cicla con una frequenza di
decimi di milionesimo di secondo.
*
Non c'e' ragione che vieti ai principi tecnologici posti alla base delle
applicazioni cibernetiche alla produzione dei motori d'automobile di essere
applicati praticamente in ogni area della manifattura di massa,
dall'industria metallurgica a quella alimentare, da quella elettronica a
quella dei giocattoli, dalla fabbricazione di ponti prefabbricati a quella
di case prefabbricate. Molte fasi della produzione dell'acciaio, di utensili
e stampi, di apparecchiature elettroniche e nella chimica industriale sono
ora parzialmente e largamente automatizzate. Quello che tende a frenare
l'avanzamento della completa automazione in ogni fase dell'industria moderna
e' l'enorme costo necessario per sostituire le attrezzature industriali
esistenti con quelle nuove e piu' raffinate, oltre all'innato
conservatorismo di molte grandi societa'. Infine, come ho detto prima, per
molte industrie e' ancora meno costoso usare il lavoro che le macchine.
Certo, ogni industria ha i suoi problemi particolari e l'applicazione di una
tecnologia che liberi dalla fatica a un impianto specifico farebbe emergere
senza dubbio una quantita' di problemi che richiederebbero accurate
soluzioni. In molte industrie sarebbe necessario alterare la forma del
prodotto e la disposizione degli impianti in modo che il processo di
fabbricazione possa prestarsi alle tecniche automatizzate. Sostenere
tuttavia in base a cio' che e' impossibile applicare una tecnologia
completamente automatizzata a un'industria specifica e' altrettanto assurdo
quanto sarebbe stato assurdo ottant'anni fa sostenere che il volo era
impossibile perche' l'elica di un aeroplano sperimentale non girava
abbastanza velocemente o perche' il telaio era troppo fragile per poter
resistere al vento. Non c'e' praticamente alcuna industria che non possa
essere completamente automatizzata se ci si propone di riprogettare il
prodotto, gli impianti, le procedure di lavorazione e i metodi di
trattamento. In effetti, e' difficile poter dire come, dove e quando, una
data industria sara' automatizzata, e cio' non per i problemi particolari
che si possono incontrare ma invece per gli enormi balzi che si verificano
ogni pochi anni nella tecnologia moderna. Quasi ogni rapporto
sull'automazione applicata deve essere considerato oggi come provvisorio:
non appena un'industria automatizzata e stata descritta, i progressi
tecnologici rendono questa descrizione obsoleta.
*
E' facile prevedere un tempo, per niente lontano, nel quale l'economia
organizzata razionalmente potrebbe fabbricare automaticamente piccole
fabbriche "in scatola" senza lavoro umano; le parti potrebbero essere
prodotte con cosi' poco sforzo che il lavoro di manutenzione si ridurrebbe
per lo piu' alla semplice azione di togliere il pezzo difficoltoso da una
macchina e sostituirlo con un altro - un compito non piu' difficile di
quello di strappare un foglio e buttarlo nel cestino. Le macchine farebbero
e riparerebbero gran parte delle macchine necessarie per tenere in piedi
questa economia altamente industrializzata. Una tecnologia come questa,
orientata interamente verso i bisogni umani e liberata da ogni
considerazione di profitto e perdita, eliminerebbe la sofferenza del bisogno
e della fatica - la condanna, inflitta sotto forma di rifiuto, sofferenza e
inumanita', imposta da una societa' basata sulla scarsita' del lavoro.
Le possibilita' create da una tecnologia cibernetica non si limiterebbero
piu' a soddisfare semplicemente i bisogni materiali. Saremmo liberi di
cercare come la macchina, la fabbrica e la miniera possano essere usate per
incoraggiare la solidarieta' umana e per creare un rapporto equilibrato con
la natura e con una ecocomunita' realmente organica. Dovrebbe forse questa
nostra nuova tecnologia essere basata sulla stessa divisione nazionale del
lavoro che esiste oggi? Il tipo corrente di organizzazione industriale -
un'estensione, di fatto, delle forme industriali create dalla rivoluzione
industriale - favorisce l'accentramento industriale (anche se un sistema di
organizzazione dei lavoratori basato sulla fabbrica singola e sulla
comunita' locale starebbe procedendo verso l'eliminazione di questa
caratteristica).
Oppure la nuova tecnologia tende di per se' verso un sistema di produzione a
scala ridotta, basato su una economia regionale e strutturato fisicamente su
scala umana? Questo tipo di organizzazione industriale pone tutte le
decisioni economiche nelle mani della comunita' locale. Nella misura in cui
la produzione materiale viene decentrata e resa locale, si assicura il
primato della comunita' sulle istituzioni nazionali - ponendo che qualcuna
di queste istituzioni naturali raggiunga delle dimensioni significative. In
queste circostanze l'assemblea popolare della comunita' locale, riunita in
una democrazia basata sui rapporti diretti, si assume la piena direzione
della vita sociale. Il problema e' se la societa' futura sara' organizzata
attorno alla tecnologia, oppure se la tecnologia e' ora sufficientemente
malleabile per poter essere organizzata attorno alla societa'. Per
rispondere a questa domanda dobbiamo ancora esaminare alcuni tratti della
nuova tecnologia.
*
La nuova tecnologia non ha prodotto soltanto componenti elettronici
altamente miniaturizzati e attrezzature produttive piu' piccole, ma anche
macchine molto versatili e multifunzionali. Per piu' di un secolo, nel campo
della progettazione delle macchine, si e' andati sempre piu' verso la
specializzazione tecnologica e verso quegli strumenti monofunzionali sui
quali si basava la divisione intensiva del lavoro richiesta dal nuovo
sistema di fabbrica. Le operazioni industriali erano subordinate
completamente al prodotto. Col tempo, questo limitato approccio
programmatico ha "allontanato l'industria da una linea razionale di sviluppo
nel campo dei macchinari per la produzione", osservano Eric W. Leaver e John
J. Brown; "si e' andati verso una specializzazione sempre piu'
antieconomica... specializzare le macchine in base al prodotto finale
significa buttarle via quando il prodotto non e' piu' richiesto. Invece il
lavoro per le macchine per la produzione puo' essere ridotto a una serie di
funzioni fondamentali - modellare, tenere, tagliare e cosi' via - e queste
funzioni, se correttamente analizzate, possono essere messe a punto e usate
per agire su un pezzo nel modo voluto".
In linea di principio, un trapano del tipo immaginato da Leaver e Brown
potrebbe fare un buco abbastanza piccolo da far passare un filo sottile o
abbastanza grande da far passare un tubo. Le macchine con questo raggio di
operazione erano un tempo considerate economicamente proibitive. Dalla meta'
degli anni '50, tuttavia, sono state progettate e adoperate diverse di
queste macchine. Nel 1954, per esempio, venne costruita in Svizzera una
alesatrice orizzontale per il River Rouge Plant della Ford a Dearborn nel
Michigan. Questa alesatrice ha proprio le qualita' di una macchina di Leaver
e Brown. Dotata di cinque calibri illuminati come un microscopio ottico,
puo' lavorare dei fori piu' piccoli della cruna di un ago o piu' grandi di
un pugno. I fori sono precisi al decimillesimo di pollice.
L'importanza di una macchina dotata di questa ampiezza di campo operativo
puo' difficilmente essere sopravvalutata. Essa consente di fare una grande
varieta' di prodotti in un unico impianto. Una comunita' piccola o di
modeste dimensioni, usando macchine multifunzionali, potrebbe soddisfare
molte delle sue limitate esigenze industriali, senza essere gravata da
attrezzature industriali sottoutilizzate. Vi sarebbero meno perdite in
utensili di scarto e meno bisogno di impianti monofunzionali: l'economia
della comunita' sarebbe piu' compatta e versatile, piu' completa e piu'
contenuta in se stessa, di quella di qualsiasi comunita' esistente oggi nei
paesi industrialmente avanzati. Lo sforzo da impiegarsi per riadattare le
macchine ai nuovi prodotti sarebbe enormemente ridotto: riadattare vorrebbe
dire cambiare le dimensioni e non il disegno. Infine, le macchine
multifunzionali con un ampio raggio di operazioni sono relativamente facili
da automatizzare. I mutamenti richiesti per utilizzare queste macchine in un
impianto industriale reso cibernetico riguarderebbero in generale i circuiti
e i programmi piuttosto che la forma e la struttura delle macchine.
Le macchine monofunzionali continuerebbero naturalmente ad esistere e
sarebbero ancora usate per la produzione di massa di una grande varieta' di
beni. Oggi molte macchine monofunzionali, altamente automatizzate,
potrebbero essere impiegate con piccolissime modifiche dalle comunita'
decentrate. Le macchine per imbottigliare e inscatolare, ad esempio, sono
installazioni compatte, automatiche, e altamente razionalizzate. Potremmo
attenderci di vedere macchine automatiche tessili, per i trattamenti chimici
e dei prodotti alimentari di dimensioni piu' ridotte. Se si passasse dalla
automobili, autobus e autocarri tradizionali, ai veicoli elettrici si
avrebbero senza dubbio delle attrezzature industriali molto piu' piccole
rispetto agli attuali stabilimenti automobilistici. Molte delle altre
attrezzature centralizzate potrebbero essere decentrate in modo efficiente
semplicemente rimpicciolendole al massimo e distribuendo la loro
utilizzazione tra diverse comunita'.
Non pretendo che tutte le attivita' economiche umane possano essere
completamente decentrate, ma la maggioranza di esse puo' essere certamente
ridotta a dimensioni umane e comunitarie. Questo e' certo: possiamo
trasferire il centro del potere economico a un livello locale, e da forme
burocratiche accentrate alle assemblee popolari locali. Questo trasferimento
costituirebbe un mutamento rivoluzionario di vaste proporzioni, poiche'
creerebbe le potenti basi economiche della sovranita' e dell'autonomia della
comunita' locale.
*
E' forse la societa' cosi' "complessa" da porre in contraddizione una
societa' industriale avanzata con una decentrata tecnologia per la vita? La
mia risposta a questa domanda e' un categorico no. Molta della
"complessita'" sociale del nostro tempo ha la sua origine negli scritti,
nell'amministrazione, nella manipolazione e nel costante sperpero
dell'impresa capitalistica. Il piccolo borghese resta a bocca aperta davanti
al sistema borghese di archiviazione e documentazione - file di armadi pieni
di fatture, libri cantabili, atti assicurativi, moduli fiscali e gli
inevitabili dossiers; e' incantato dall'"esperienza" di dirigenti
industriali, tecnici, inventori di linee, manipolatori finanziari e degli
architetti del consenso di mercato; e' totalmente mistificato dallo stato,
polizia, tribunali, prigioni, uffici, segretariati, da tutto il puzzolente e
nauseante complesso per la coercizione, il controllo e il dominio. La
societa' moderna e' incredibilmente complessa, complessa anche oltre l'umana
comprensione, se accettiamo le sue premesse: proprieta', produzione per la
produzione, concorrenza, accumulazione di capitale, sfruttamento, finanza,
accentramento, coercizione, burocrazia e dominio dell'uomo sull'uomo. Per
ognuna di queste premesse vi sono le istituzioni che le realizzano - uffici,
"personale" a milioni, moduli, immense quantita' di carta, scrivanie,
macchine da scrivere, telefoni e, naturalmente, file e file di archivi. Come
nei romanzi di Kafka, questi oggetti sono reali ma stranamente onirici, e
anche indefinibili nel paesaggio sociale. L'economia ha una maggiore realta'
ed e' facilmente dominabile dalla mente e dai sensi, ma anch'essa e' molto
intricata - solo pero' se accettiamo che i bottoni devono avere migliaia di
forme diverse, che i tessuti debbano variare continuamente in qualita' e
forma per cercare un'illusione di varieta' e di innovazione, che i bagni
debbano traboccare per una pazzesca varieta' di prodotti farmaceutici e di
bellezza, e che le cucine siano ingombrate da un numero infinito di stupidi
apparecchi. Se scegliamo tra questi detestabili rifiuti uno o due beni di
alta qualita' appartenenti alle categorie piu' utili e se eliminiamo
l'economia monetaria, il potere dello stato, il sistema creditizio, le carte
e la polizia necessarie per tenere la societa' in uno stato forzato di
bisogno, insicurezza e dominio, allora la societa' non solo diventerebbe
ragionevolmente umana, ma anche abbastanza semplice.
Non voglio minimizzare il fatto che dietro un solo yard di filo elettrico di
alta qualita' c'e' una miniera di rame, le macchine necessarie per
lavorarlo, uno stabilimento per produrre materiale isolante, un complesso
per fondere e forgiare il rame, un sistema di trasporti per distribuire il
filo - e dietro ciascuno di questi complessi ci sono altre miniere,
impianti, fabbriche di macchinari, e cos' via. Le miniere di rame, del tipo
che possa essere sfruttato dai macchinari esistenti, non si trovano
dovunque, anche se si puo' recuperare dai rifiuti della nostra societa'
attuale abbastanza rame e altri metalli utili da rifornire le future
generazioni di tutto cio' che servira' loro. Ammettiamo comunque che il rame
appartenga a quella ampia categoria di materiali che possono essere forniti
soltanto da un sistema di distribuzione a scala nazionale: in che senso
sarebbe necessaria una divisione del lavoro nel senso corrente del termine?
Non ce ne sarebbe affatto bisogno. Primo, il rame puo' essere distribuito,
assieme ad altri beni, tra le libere autonome comunita' indipendentemente
dal fatto che queste lo estraggano o lo richiedano: questo sistema di
distribuzione non ha bisogno della mediazione di istituzioni burocratiche
accentrate. Secondo, e forse piu' importante, una comunita' che vive in una
regione con ampie risorse di rame non sarebbe una vera comunita' mineraria.
L'estrazione del rame sarebbe una delle molte attivita' economiche alle
quali si dedicherebbe - una parte del piu' ampio, completo e organico spazio
economico. Lo stesso avverrebbe nel caso di comunita' il cui clima fosse il
piu' adatto per coltivare prodotti alimentari specializzati o le cui risorse
fossero rare e valide esclusivamente per la societa' nel suo complesso. Ogni
comunita' si avvicinerebbe a un'autarchia locale o regionale e cercherebbe
di raggiungere la totalita', perche' la totalita' produce uomini completi,
maturi, che vivono in relazione simbiotica con il loro ambiente. Anche se
una porzione sostanziale dell'economia ricadesse nella sfera della divisione
nazionale del lavoro, il peso economico generale della societa' resterebbe
ancora nella comunita'; e se non c'e' una distorsione della comunita', non
verra' sacrificata alcuna porzione di umanita' agli interessi dell'umanita'
nel suo insieme.
Un senso basilare di decenza, simpatia e aiuto reciproco sta nel fondo del
comportamento umano. Persino in questa abietta societa' borghese non
troviamo strano che degli adulti salvino dei bambini da un pericolo anche se
quest'atto puo' mettere in pericolo loro stessi; non troviamo strano che dei
minatori, per esempio, rischino la vita per salvare dei loro compagni di
lavoro rimasti sotto una frana, o che dei soldati striscino sotto il fuoco
avversario per salvare un compagno ferito. Ci possono colpire invece quei
casi in cui l'aiuto e' negato - quando le grida di una ragazza che e' stata
accoltellata e sta per essere uccisa vengono ignorate in un quartiere
residenziale della classe media.
Tuttavia, non c'e' niente in questa societa' che sembri garantire un minimo
di solidarieta'. La solidarieta' che vediamo esiste malgrado la societa',
contro tutte le sue realta', come una lotta interminabile tra l'innata
decenza dell'uomo e l'innata indecenza della societa'. Possiamo immaginare
come agirebbero gli uomini se questa indecenza se ne andasse del tutto, se
la societa' si guadagnasse il rispetto, persino l'amore, degli individui?
Noi siamo il frutto di una violenta, insanguinata ed ignobile storia - i
prodotti finali del dominio dell'uomo sull'uomo. Questa condizione di
dominio puo' forse non finire: il futuro puo' far crollare noi e la nostra
civilta' in un wagneriano Goetterdaemmerung. Come sarebbe idiota tutto
questo! Possiamo pero' forse porre fine al dominio dell'uomo sull'uomo,
possiamo riuscire finalmente a spezzare la catena che ci lega al passato e
guadagnare una societa' umanistica e anarchica. Non sarebbe il colmo
dell'assurdita', anzi dell'imprudenza, se noi giudicassimo il comportamento
delle future generazioni con quei criteri che disprezziamo nel nostro tempo?
Degli uomini liberi non saranno ingordi, una comunita' liberata non
cerchera' di dominarne un'altra perche' ha un monopolio potenziale del rame,
gli "esperti" in elaboratori non cercheranno di rendere schiave delle grosse
scimmie e i romanzi sentimentali su languenti vergini tubercolotiche non
saranno piu' scritti. Noi possiamo chiedere una sola cosa agli uomini e
donne liberi del futuro: di perdonarci se ci volle tanto tempo e un cosi'
duro sforzo. Come Brecht, possiamo credere che cerchino di pensare a noi non
troppo severamente e che ci diano la loro simpatia e comprensione perche'
siamo vissuti nel profondo di un inferno sociale.
Ma allora sapranno certamente cosa pensare senza che glielo diciamo noi.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1401 del 28 agosto 2006

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