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La nonviolenza e' in cammino. 1403



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1403 del 30 agosto 2006

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Le scaglie sugli occhi
2. Giulio Vittorangeli: Empatia
3. Antonio Mazzei: La non-cultura della sicurezza
4. Adriana Zarri: Rigore e pieta'. Un ricordo di Mario Gozzini
5. Ali Rashid: Il Medio Oriente oggi
6. Cecilia Zecchinelli intervista Vandana Shiva
7. Elena Loewenthal presenta "Letteratura ebraico-americana dalle origini
alla Shoa'" di Elena Mortara
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LE SCAGLIE SUGLI OCCHI

Le immense risorse che verranno sperperate per finanziare la missione
militare nel Libano meridionale sono risorse sottratte agli aiuti umanitari
alle vittime della guerra, sono risorse sottratte all'umanita' sofferente,
sono risorse sottratte alla politica internazionale che costruisce la pace
con mezzi di pace, sono risorse sottratte all'alternativa nonviolenta
necessaria e urgente.
Gia' solo questo alimenta la guerra, alimenta il terrorismo, alimenta la
rapina dei ricchi sui poveri, dei barbari armati sui civili disarmati,
alimenta ulteriore paura, ulteriore odio, ulteriore disprezzo, ulteriore
disumanita'.
Gia' solo questo e' razzismo, e' razzismo assassino.
*
Chi non vuole vederlo continui pure a pavoneggiarsi, sanguinario demente,
carnefice insensato, danzando cieco sull'orlo dell'abisso.
Ma non pretenda la nostra complicita'.

2. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: EMPATIA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

C'e' un aspetto fondamentale oggigiorno messo alla prova da uno stato di
guerra permanente e dal ritorno dell'idea, terrificante, della "normalita'"
della guerra, per cui i corpi che soffrono vengono sentiti sempre meno come
un appello alla pieta' e all'aiuto.
Osservava Bertolt Brecht che l'uomo non si ferma sul dolore altrui se non
puo' essere d'aiuto, e solo in questo caso, aggiungeva, e' lecito guardare
gli altri dall'alto al basso: per aiutarli ad alzarsi. O come scriveva Luigi
Pintor: "Non c'e' in un'intera vita cosa piu' importante da fare che
chinarsi perche' un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". La realta'
purtroppo e' ben diversa.
A tutti noi capita troppo spesso di proseguire il nostro cammino ponendoci
metaforicamente una mano davanti agli occhi, per non vedere le situazioni di
dolore.
Cosi' la nostra vita quotidiana e' diventata sempre piu' all'insegna del
menefreghismo e dell'indifferenza. Il continuo correre a gara, l'eterno
gioco delle miserabili passioncelle, dell'avidita', il mettersi
vicendevolmente bastoni tra i piedi, i pettegolezzi, le chiacchiere, i
reciproci dispetti. Il centro intorno al quale ci muoviamo non c'e', non
esiste, non c'e' nulla di profondo che possa toccarci nel vivo. Dove e'
andato a finire l'essere umano? Dov'e' la sua interezza? Dove si e'
nascosto? In quali superficialita' e sciocchezze si e' sminuzzato?
Abbiamo smarrito, in guerra e in pace, l'empatia; l'esperienza che e' alla
base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro. La
capacita' di mettersi al posto dell'altro per capirne i sentimenti;
integrando in un'unica concezione le due dimensioni di condivisione emotiva
(componente affettiva) e di comprensione del vissuto dell'altro (componente
cognitiva).
Se cosi' non fosse, non sarebbe drammaticamente dilagante, nel senso comune
di tante persone, la xenofobia e il razzismo verso gli immigrati. In
particolare gli africani che tentano di arrivare clandestinamente in Europa,
aiutati da trafficanti che sfruttano il loro sogno di un futuro migliore.
Certo un ruolo fortemente negativo lo svolgono i grandi mezzi d'informazione
che continuamente parlano di "invasione", invece di analizzare le vere cause
che stanno dietro al fenomeno dell'immigrazione; e se solo si fosse meno
eurocentrici ci accorgeremmo di come questo fenomeno riguarda anche altre
aree del mondo, prima di tutti Stati Uniti e Messico, dove reprimere ed
innalzare muri non serve a niente. "I paese di destinazione, l'Italia tra
essi, devono essere sensibili al tragico dilemma dei giovani africani: una
vita consumata nella poverta' piu' assoluta a casa, oppure mettere a rischio
la vita cerando un'alternativa al Nord. L'immigrazione ha sempre
rappresentato un arricchimento per tutti. Ma del traffico di persone
beneficiano solo i criminali: non lasciamo che siano loro a definire la
migrazione, attribuendole solo una connotazione negativa" (Antonio Maria
Costa, direttore esecutivo e'll'ufficio dell'Onu contro la droga e il
crimine - Unodc).
Fondamentale e' quindi il riconoscimento dell'altro come persona; rendersi
conto che un altro, un'altra, e' soggetto di esperienza come lo siamo noi,
con i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue emozioni.
Capire quel che sente, vuole e pensa l'altro e' l'elemento essenziale della
convivenza umana nei suoi aspetti sociali, politici e morali. E' la prova
che la condizione umana e' una condizione di pluralita': non "l'uomo", ma
uomini e donne abitano la Terra. E' questo il fondamento originario del
nostro esistere insieme agli altri. Fuori da questo c'e' solo la legge della
giungla, del piu' forte che opprime il debole.
Non a caso, l'empatia e' considerata una delle caratteristiche essenziali
della persona nonviolenta. "La capacita' di empatia e', con tutta evidenza,
una componente di base della personalita' nonviolenta; da li' nasce il suo
agire, che sara', certamente, nel senso di far cessare la sofferenza, di
prevenirla in ogni modo, anche il piu' impegnativo, perche' non vi puo'
essere limite accettabile in tale attivita'. Cosi' come abbiamo sofferto con
chi soffre, vorremmo gioire con chi gioisce, perche' in una societa' senza
amore non ci vogliamo stare, senza un'apertura infinita dell'uno verso
l'altro, senza una unione al di sopra di tante differenze e tanto soffrire.
Questo e' il varco attuale della storia" (Luciano Capitini, L'empatia, in
"Azione nonviolenta", aprile 2005).

3. RIFLESSIONE. ANTONIO MAZZEI: LA NON-CULTURA DELLA SICUREZZA
[Ringraziamo Antonio Mazzei (per contatti: a.mazzei at libero.it) per questo
intervento. Antonio Mazzei, rigorosissimo studioso ed autorevole esperto
delle istituzioni militari e di polizia, e' nato a Taranto il 27 marzo 1961;
laureatosi nel 1985 in Storia all'Universita' di Bologna, e nel 1992 in
Scienze Politiche sempre all'Universita' di Bologna, nello stesso anno entra
nell'Amministrazione civile dell'Interno, attualmente servizio presso la
prefettura di Verona nell'area V (Diritti civili, Cittadinanza, Condizione
giuridica dello straniero, Immigrazione e Diritto d'asilo); giornalista
pubblicista dal 1991, collabora al settimanale "Verona fedele" e a diverse
testate e riviste specialistiche quali "Nuova Rassegna", "Rivista giuridica
di Polizia", "Il vigile urbano"; e' tra i fondatori, nel 1987, del "Centro
nazionale di studi e ricerche sulla Polizia" di Brescia; ricopre attualmente
l'incarico di coordinatore Cisl-Fps-Ministero dell'Interno per la provincia
di Verona. Attualmente sta lavorando ad un progetto riguardante la redazione
di una Carta dei servizi per le forze dell'ordine italiane. Tra le opere di
Antonio Mazzei: (con Maurizio Marinelli), Polizia nuova domani, Edizioni del
Moretto, Brescia 1986; (con Maurizio Marinelli), Temi e problemi della
Polizia. Orientamenti bibliografici 1970-1986, Comitato promotore del Centro
studi sulla Polizia, Brescia 1987; (con Maurizio Marinelli, Antonio Sannino,
Roberto Sgalla), Siulp: oltre il sindacato. L'impegno del lavoratore della
Polizia di Stato, Comitato promotore del Centro studi sulla Polizia, Brescia
1987; AA. VV., Bibliografia italiana di storia e studi militari. 1960-1984,
Angeli, Milano 1987; (con Maurizio Marinelli), Temi e problemi della
Polizia. Orientamenti bibliografici 1967-1987, Centro nazionale di studi e
ricerche sulla Polizia, Brescia 1988; La polizia ambientale, Centro
Editoriale Giuridico, Verona 1989; (con Pasquale Marchetto), Cittadini e
polizia. Rapporti tra "consumatori" e "fornitori" di sicurezza (supplemento
al n. 11/2002 del periodico "PM");  (con Pasquale Marchetto), Pagine di
storia della Polizia italiana, Neos Edizioni, Torino 2004]

"Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere
sorvegliati da uomini col fucile". Queste parole, tratte dal monologo di
Jack Nicholson, il colonnello Nathan R. Jessep in "Codice d'onore", un film
del 1992 diretto da Rob Reiner, ci sono tornate alla mente quando a Padova,
prima delle festivita' di ferragosto, e' stato innalzato in via Anelli, alle
spalle del simulacro delle officine Stanga, un muro. Si tratta di una
recinzione in acciaio di 3 metri per 84 che separa il retro del fatiscente
condominio Serenissima (sei palazzine color verde marcio di 287 piccoli
appartamenti costruiti per gli studenti universitari) dalla vicina via De
Besi. Completato da tre check point (uno costituito da blocchi di cemento
armato piazzati all'angolo con via Grassi e presidiato dai carabinieri, il
secondo dall'altra parte della strada sorvegliato dai poliziotti del reparto
mobile di Padova, e l'ultimo vicino alla concessionaria della Opel), questa
recinzione costringe chi abita dentro il condominio a guadagnare - a piedi -
l'unico cancello rimasto aperto.
Il muro e' stato voluto dalla giunta guidata dal sindaco diessino Flavio
Zanonato (il quale, per tale iniziativa, si e' addirittura beccato l'accusa
di autoritarismo da parte del prosindaco leghista di Treviso Gentilini),
dopo che nella notte tra il 26 ed il 27 luglio il "bronx di Padova" ha
rischiato di far saltare in aria l'intero Veneto. Magrebini contro
nigeriani, in mezzo le forze dell'ordine, centinaia di arresti (compreso uno
spacciatore che vendeva cocaina con tanto di biglietto da visita), denunce,
espulsioni, sequestri di stupefacenti. Gia', gli stupefacenti, quelli che
arrivano soprattutto dall'Albania e dall'Olanda. E' dagli inizi degli anni
Novanta che via Anelli e' un supermercato della droga, per tutte le tasche e
per ogni esigenza delle migliaia di clienti del ricco Nord Est, dai giovani
ben forniti e ben vestiti con seconda e terza casa a Cortina o sul lago di
Garda, agli sbandati italiani e stranieri che sopravvivono di espedienti.
E' dagli inizi degli anni Novanta, dunque, che via Anelli, con la guerra tra
spacciatori nigeriani e magrebini (gli stessi che avevano sloggiato le
prostitute venete che avevano occupato gli alloggi dove prima vivevano gli
studenti universitari), e' cosi', e adesso, con i riflettori dei media, gli
amministratori decidono di perimetrare con il muro la zona "infetta",
ennesima dimostrazione (che proprio non occorreva) della carenza di cultura
della sicurezza esistente nel nostro Paese. Lo si e' visto in altre
occasioni. Dall'inizio del nuovo millennio, in Italia abbiamo avuto, solo
per citare qualche esempio, la legge 128 del 26 marzo 2001 sul "pacchetto
sicurezza", quella che ha ridisciplinato l'uso delle armi in caso di
legittima difesa (legge 59 del 13 febbraio 2006), qualche richiesta di
taglia sulle teste dei delinquenti e, da ultimo, la proposta del capogruppo
dei Ds in consiglio comunale a Padova di creare un corpo di agenti
extracomunitari per il controllo dei propri connazionali.
*
La carenza di cultura della sicurezza ha fatto si' (e continua a far si')
che, non appena si verifica una recrudescenza della criminalita' (nostrana o
straniera), il legislatore italiano interviene sulle norme penali (da quelle
del codice di rito alle penitenziarie), ignorando (nel senso piu' deteriore
che si puo' dare a questo verbo) che la principale arma per contrastare la
delinquenza consiste nell'intervento preventivo, volto a ridurne la
capacita' di reclutamento. Il pachiderma criminale affonda la sua proboscide
in un bacino in cui sono immissari degrado civile e materiale,
disoccupazione, miseria, servizi pubblici poco efficienti ed ancor meno
trasparenti: se non vengono prosciugati gli affluenti, c'e' poco da
illudersi (e da illudere) con muri o rimedi di tipo militare. Un'opinione,
questa, che chi opera nel sistema penale condivide, se solo si pensa a
quanto affermato dal primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli nella
tradizionale relazione sull'attivita' giudiziaria nel 2005 pronunciata il 27
gennaio 2006: "La politica dell'accoglienza deve poter offrire, al posto di
solenni e ripetitivi proclami, adeguate strutture, perche' tutte le volte in
cui gli immigrati sono abbandonati in condizioni di marginalita' e di forte
disagio si offrono le occasioni per l'incentivazione alla criminalita'".
Resta pur vero, pero', che non si puo' agire solo sulle cause del fenomeno
criminale, dovendosi comunque pensare ad una fase repressiva e di contrasto.
E qui la non-cultura della e sulla sicurezza e', per certi versi, ancora
piu' drammatica. La prima richiesta che i politici, a tutti i livelli,
avanzano e' sempre quella del potenziamento delle risorse umane e
strumentali delle forze dell'ordine. Ora, passi per i mezzi (la situazione
del parco macchine della Polizia di Stato, ad esempio, da ormai un
quinquennio e' particolarmente grave a causa della scarsita' dei fondi
finanziari che non consente di provvedere alle riparazioni), ma per quel che
riguarda gli organici non solo il nostro Paese vanta il maggior numero di
tutori della legge nell'Unione Europea (oltre 365.000 tra donne e uomini
della Polizia di Stato, dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza,
delle Capitanerie di porto, della Polizia penitenziaria, del Corpo forestale
e delle Polizie locali, con un rapporto di un operatore ogni 154 abitanti;
semmai, come denunciato piu' volte dai sindacati di polizia, occorrerebbe
rivedere le attuali pianti organiche fissate da un decreto ministeriale del
1989, cosa che permetterebbe una corretta ripartizione del personale e, di
conseguenza, una maggiore efficienza ed efficacia del servizio), ma gli
stessi confermano che un aumento delle risorse umane non porta
necessariamente ad una riduzione del numero dei reati. Se, ad esempio, si
analizza quanto avvenuto in Italia dalla fine del secondo conflitto bellico
al 2005, si puo' notare che nel  periodo 1946/1970 si ha un modesto aumento
delle forze dell'ordine, una flessione del numero delle rapine ed un
incremento di quello dei furti, nel decennio 1971/1980 un contenuto aumento
degli organici ed un'impennata dei furti e delle rapine ed infine, negli
ultimi cinque lustri (quelli, per intenderci, caratterizzati dalle leggi di
riforma della Pubblica sicurezza del 1981, della Polizia penitenziaria del
1990 e dell'Arma dei carabinieri del 2000), una notevole espansione degli
organici delle forze dell'ordine (soprattutto della Polizia di Stato e della
Benemerita), un leggero incremento dei furti ed una sostanziale stabilita'
delle rapine. Ha dunque ragione David H. Bayley, docente presso la Scuola di
giustizia criminale dell'Universita' di New York, nell'affermare che la
polizia sostiene continuamente "che se le fossero assegnate maggiori
risorse, in particolare di persone, essa sarebbe in grado di proteggere la
comunita' dalla criminalita'. Ma questo e' un mito".
Tale mito comporta "che in Italia il costo della funzione di polizia tende
rapidamente verso livelli dell'ordine di grandezza del costo della funzione
della difesa, il che e' del tutto anomalo nell'esperienza internazionale".
Sono parole, queste ultime, tratte dal discorso tenuto da Beniamino
Andreatta, all'epoca ministro della Difesa, in occasione della festa
dell'Arma dei carabinieri svoltasi il 5 giugno 1998.
Il 29 marzo di due anni dopo il Senato approvava definitivamente (e non
senza polemiche) la legge che elevava i carabinieri al rango di forza armata
autonoma, la quinta, dopo le tre Armi "classiche" (Esercito, Marina ed
Aviazione) e la Guardia di finanza.
*
E qui subentra un'altra anomalia della sicurezza italiana, quella della
"militarita' diffusa" delle forze dell'ordine. Intendiamoci: cosi' come
altri Paesi influenzati dall'esperienza napoleonica, l'Italia vanta, accanto
a strutture civili, corpi militari. In Francia opera la Gendarmerie, in
Spagna la Guardia civil, in Olanda la Koninklijke Marechaussee (mentre in
Belgio la Gendarmerie e' stata prima, con la legge del 18 luglio 1991,
smilitarizzata e poi, con la legge di riforma del 7 dicembre 1998, disciolta
e trasferita in parte alle polizie comunali ed in parte a quella federale,
entrambe strutture civili). In Italia, pero', sino alla fine degli anni
Sessanta, le uniche forze ad ordinamento civile erano il Corpo forestale e
le Polizie locali, essendo stati smilitarizzati i Vigili del fuoco nel 1961,
con la legge 469 del 13 maggio, i controllori di volo nel 1980 (legge 242
del 23 maggio), il personale del disciolto Corpo delle Guardie di p. s. nel
1981 (legge 121 del primo aprile) e quello dell'allora Corpo degli Agenti di
custodia nel 1990 (legge 395 del 15 dicembre).
Come si vede, la non-cultura della sicurezza ha portato l'Italia, nel corso
della sua storia unitaria, a militarizzare diversi settori della pubblica
amministrazione (come i ferrovieri nel 1898 e nel 1902 ed i postelegrafonici
nel 1898), a far si' che sino al 2000 la prima Arma dell'Esercito svolgesse
funzioni permanenti di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza, a mantenere
le stellette sulle divise della Guardia di finanza, a dotare di un armamento
militare tutte le polizie statali, comprese le tre civili (c'e' infatti da
ricordare che le armi della Polizia di Stato, dei carabinieri, delle Fiamme
gialle, della Penitenziaria e del Corpo forestale sono definite "da guerra"
in virtu' del loro armamento individuale e di reparto, composto da pistole
semiautomatiche, mitragliatrici e fucili il cui calibro e' 9 Nato, 5,56 e
7,62 Nato. Senza entrare nel dettaglio, la Beretta 92 FS, l'arma attualmente
in dotazione alla maggior parte degli operatori di polizia, fa uso di una
cartuccia blindata ad alta velocita' e, per tale motivo, efficacemente
impiegata nelle azioni belliche) e, da ultimo, a stabilire che chiunque
desideri partecipare ai concorsi per l'accesso alle carriere iniziali nelle
forze dell'ordine deve aver prestato almeno un anno quale volontario in una
delle tre Armi (art. 16 della legge 226 del 23 agosto 2004).
*
Ma c'e' di piu'. La non-cultura della sicurezza ha fatto si' che si
accreditasse una "polivalenza" delle Forze armate e di polizia non solo
strutturale, ma pure funzionale. Ed ecco allora le tre Armi (in particolare
l'Esercito) venire accreditate in compiti civili in Patria ed all'estero
(come spiegare, altrimenti, che pure per la missione dell'Onu in Libano si
continua a parlare di "ruolo di polizia"; quanto c'e' di poliziesco negli
interventi denominati, a seconda dei casi, "peace-making", "peace-keeping",
"peace- building" e "combat operations"?), mentre i carabinieri, in virtu'
della doppia dipendenza ministero dell'Interno - ministero della Difesa,
passano con una certa disinvoltura dalle intercettazioni telefoniche
ordinate dai magistrati alla presenza in teatri bellici, dall'Afghanistan
alla Bosnia.
*
In quest'ultimo caso, la non-cultura della sicurezza si sposa con
l'incompetenza e la malafede di quanti fingono di dimenticare che il
pluralismo degli stati nazionali, nato nel 1648 con la pace di Westfalia, al
termine della guerra dei Trent'anni, si fonda sulla sovranita'. La
sovranita' si esprime sia all'interno, come suprema potestas e cioe' come
esclusivo potere di comando da parte degli organi statali nei confronti dei
cittadini, sia verso l'esterno, come assoluta indipendenza internazionale
dalle altre Nazioni (superiorem non reconoscens). In ultima istanza,
sovranita' vuol dire capacita' di difendersi, anche solo simbolicamente, con
la forza (pure la Citta' del Vaticano ha le sue Guardie svizzere) e finche'
esisteranno stati sovrani esisteranno pure forze armate.
La crisi che ha pero' colpito il mondo delle relazioni interstatali ispirato
al "modello Westfalia"  (una crisi iniziata nel 1999 con il conflitto nella
ex Jugoslavia, dove gli Stati Uniti hanno preteso di esercitare, attraverso
la Nato, il monopolio della forza nei confronti degli altri popoli e degli
altri Paesi del mondo), la globalizzazione del terrore e l'esplosione di
quelli che, tecnicamente, vengono chiamati "conflitti asimmetrici", ha fatto
si' che, soprattutto in Italia, si accentuasse quella polivalenza delle
Forze armate e di polizia prima accennata, ma criticata da taluni addetti ai
lavori. E' il caso, ad esempio, di Oronzo Cosi, segretario generale
riconfermato del Siulp, il maggiore dei sindacati della Polizia di Stato, il
quale ha recentemente scritto "che l'intima essenza del nostro mestiere e
cioe' la mediazione del conflitto sociale, ci ha sempre obbligato ad essere
integrati con la societa' civile, con il mondo del lavoro e con quello
istituzionale. La differenza con i colleghi dei corpi di polizia a status
militare consiste proprio in questo: loro, secondo l'opinione corrente, si
'infiltrano' nella societa'; noi ci integriamo"; ma e' soprattutto il caso
dell'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu che, in occasione dell'ultima
Festa della Polizia, ha affermato che la militarizzazione "puo' si' appagare
richieste emotive, ma non incide sulla radice dei problemi e, a ben vedere,
neppure sulla percezione di sicurezza dei cittadini.
*
L'esperienza di questi anni ha confermato che il binomio
militarizzazione-sicurezza e' soprattutto una antitesi. Il binomio in cui
crediamo e' invece 'sicurezza e liberta'': su entrambe occorre vigilare ogni
giorno, in modo che garantire la prima non significhi mai rinunciare alla
seconda. Sarebbe il piu' pericoloso dei baratti, pericoloso per la stessa
democrazia".
Non sappiamo se il muro di via Anelli si dimostrera', alla lunga, pericoloso
per la nostra democrazia (e', in ogni caso, di questo fine agosto la
richiesta avanzata dalla comunita' macedone che vive nella struttura di Tor
de' Cenci, uno dei dieci campi nomadi ufficiali del comune capitolino, di
una recinzione che la divida dalla comunita' bosniaca con la quale vi sono
violenti e numerosi scontri); di sicuro, pero', nonostante l'aspetto
colorato offerto dai dipinti del pittore padovano Gioacchino Bragato,
contribuisce a quel citato "mondo pieno di muri" al quale l'Italia ha
iniziato a dare il suo contributo negli anni '30, quando il vicegovernatore
della Cirenaica Rodolfo Graziani fece erigere un reticolato di 270
chilometri lungo il confine libico-egiziano allo scopo di far cessare il
contrabbando e per circoscrivere i movimenti dei guerriglieri di Omar
al-Muukhatr, catturato e poi impiccato nel settembre del 1931.

4. MEMORIA. ADRIANA ZARRI: RIGORE E PIETA'. UN RICORDO DI MARIO GOZZINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 agosto 2006.
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919, e' teologa e saggista.
Tra le sue opere segnaliamo almeno: Nostro Signore del deserto, Cittadella,
Assisi; Erba della mia erba, Cittadella, Assisi; Dodici lune, Camunia,
Milano; Il figlio perduto, La Piccola, Celleno.
Mario Gozzini, nato a Firenze nel 1920 e scomparso all'inizio del 1999, e'
stato insegnante, saggista, consulente editoriale, autorevole collaboratore
di riviste e quotidiani, parlamentare; grande promotore di dialogo e
cultura, di una cultura che era incivilimento e umanita'; e legislatore e
riformatore sociale di altissimo sentire e di concreto, effettuale impegno
umanitario (porta il suo nome la riforma penitenziaria del 1986). Opere di
Mario Gozzini: segnaliamo almeno Rischio e fedelta', 1951; Pazienza della
verita', 1959; Concilio aperto, 1962; Il dialogo alla prova, 1964; La fede
piu' difficile, 1968; Carcere perche' carcere come, 1988; Oltre gli
steccati, 1994; La giustizia in galera?, 1997]

Mario Gozzini passera' alla storia per la legge che porta il suo nome e che
e' un esempio di equilibrio, di comprensione e di pieta'.
Di Mario io fui grande amica e posso attestare la sua profonda dirittura
morale. Cristiano (e cattolico) vero, lungi da ogni laicismo come da ogni
clericalismo - la sua azione politica fu ispirata da veri ideali umani e
cristiani. Mai fu alla ricerca di voti e di favori ma solo di onesta' e di
clemenza per quei carcerati per i quali si spese, guadagnandosi affetto e,
da parte delle destre, disprezzo. Fama e infamia insieme, in quest'Italia
divisa tra rigore e pieta'. Il suo funerale fu una grande celebrazione
cittadina. Tutta Firenze (estrema destra esclusa) lo onoro', e una
rappresentanza di carcerati lo pianse.
Perche' oggi lo ricordo? Non c'e' una speciale ricorrenza ma il costante
ripetersi di offese, da parte degli affezionati alla severita': pena di
morte, ergastolo e via dicendo. E quasi non passa giorno che la sua cultura
e la sua legge, con nome o senza nome, vengano calpestate nei fatti, nelle
parole e negli animi sempre meno clementi.

5. RIFLESSIONE. ALI RASHID: IL MEDIO ORIENTE OGGI
[Dal quotidiano "Liberazione" del 18 agosto 2006 riportiamo un ampio
stralcio del seguente articolo (abbiamo omesso la parte conclusiva che
conteneva indicazioni di linea politica per i militanti del partito politico
italiano di cui l'autore e' attualmente rappresentante in parlamento).
Si possono condividere o meno alcune valutazioni date in questo articolo, ma
certo e' che Ali Rashid descrive con la sua consueta obiettivita' e con il
suo consueto impegno intellettuale, morale e civile la situazione: una
situazione in cui, a seguito dei crimini di guerra e contro l'umanita'
compiuti dal governo israeliano nell'insensata illusione di poter cosi'
contrastare le azioni terroristiche di Hezbollah, nella popolazione libanese
ed in generale delle popolazioni arabe del Medio Oriente e' immensamente
cresciuto il prestigio di Hezbollah e l'odio contro lo stato di Israele:
esito di un mese di stragi che piu' catastrofico non poteva essere: tante
vite distrutte, tantissimi superstiti che hanno perso i loro cari ed ogni
avere, case e infrastrutture rase al suolo, e trionfo del terrorismo, e
dilagare dell'odio contro Israele. E' evidente che occorre al piu' presto
un'azione internazionale di pace con mezzi di pace, di aiuto a tutte le
vittime, di riaffermazione del diritto internazionale, di costruzione di
rapporti di riconoscimento, di fiducia, di riconciliazione. E' evidente che
un intervento armato internazionale di occupazione del Libano meridionale da
parte di eserciti europei non puo' essere di alcuna effettiva utilita':
occorrono aiuti umanitari; occorre interposizione e mediazione disarmata e
nonviolenta; occorrono negoziati; occorre la smilitarizzazione dei
conflitti. Ed occorrono due processi convergenti: il primo: che cessi
l'occupazione israeliana dei territori palestinesi, che cessino gli omicidi
e i sequestri di persona da parte dell'esercito israeliano, che nasca lo
stato di Palestina; il secondo: che cessino gli attentati terroristici
contro la popolazione di israele, e che tutti i regimi e i movimenti
politici legali del Medio Oriente riconoscano l'esistenza dello stato di
Israele e il suo diritto ad esistere in sicurezza: occorrono passi in questa
direzione: anche unilaterali: occorre il coraggio della nonviolenza. La foza
delle armi non potra' risolvere i problemi politici, le armi possono solo
uccidere; occorre la forza della nonviolenza, che salva le vite, e che sa
che vi e' una sola umanita' (p. s.).
Ali Rashid e' stato a lungo il primo segretario della delegazione
palestinese in Italia; e' oggi membro del parlamento italiano, eletto alla
Camera dei Deputati nelle elezioni dell'aprile 2006. Fine intellettuale di
profonda cultura, conoscitore minuzioso degli aspetti storici, politici,
economici e culturali della situazione nell'area mediorientale, esperto di
questioni internazionali, acuto osservatore della cultura e della societa'
italiana e protagonista dell'impegno civile e della cultura democratica nel
nostro paese. E' figura di grande autorevolezza per rigore intellettuale e
morale, ed e' una delle piu' qualificate voci della grande tradizione
culturale laica palestinese. Suoi scritti appaiono sovente nel nostro paese
sui principali quotidiani democratici e sulle maggiori riviste di cultura e
politica]

Le immagini che scorrono nei servizi delle televisioni arabe ci portano nel
cuore dei villaggi distrutti e ci inchiodano davanti ai gesti semplici e
dolorosi, a volte senza parole, dei sopravvissuti che tornano a casa e,
nell'80% dei casi, non trovano nulla di cio' che hanno lasciato. I bambini
seduti sulle macerie e le donne che si aggirano tra i resti delle case
piangendo silenziosamente riportano alla memoria altre devastazioni, solo
qualche centinaio di chilometri piu' a sud, dove le vittime sono ancora
civili innocenti, dove la potenza distruttrice e' sempre l'esercito
israeliano.
Colpisce l'immensita' della distruzione, sembra impossibile che tutto questo
possa essere accaduto in un solo mese, e' lecito chiedersi perche' tutto
questo e' durato un intero mese. Una distruzione implacabile che e' partita
immediatamente al di la' del confine tra Israele e Libano e ha travolto
case, campi coltivati, alberi e animali lungo la costa, fino alla periferia
sud di Beirut e a est, verso le valli della Bekaa.
Per gli abitanti di queste zone, in maggioranza sciiti, i primi soccorsi
sono stati quelli dei volontari che hanno risposto all'appello di Nasrallah,
il leader di Hezbollah che in tanti chiamano amichevolmente "il signor
Hassan", e spesso sono arrivati prima della Croce Rossa, trovando uno
scenario drammatico.
Le testimonianze di chi e' rimasto sotto lla ferocia della macchina da
guerra israeliana fanno accapponare la pelle.
*
Insieme alla disperazione, emerge un'altra parte della storia, non meno
importante, e cioe' la capacita' di resistenza che hanno dimostrato pochi
uomini con pochi mezzi contro quella formidabile macchina da guerra. C'e'
dell'incredibile in entrambe le storie, quella della distruzione e quella
della resistenza.
Anche in Israele gli esperti, militari e civili, piu' autorevoli non sono
riusciti a spiegarne la genesi, non hanno capito che ad opporsi allo
strapotere di un congegno militare sofisticato, ambito e irraggiungibile per
la maggior parte di coloro che non si sentono parte attiva nell'universo
americano, e' la potenza della fede, un misto di rabbia e di orgoglio. Da un
lato c'e' la rabbia per tutte quelle vite perdute, per la gratuita' della
distruzione e l'inconsistenza delle motivazioni che l'hanno sostenuta, per
il semplice messaggio con il quale l'aggressore dimostra con arroganza di
poter fare quello che vuole, senza alcuna pieta'. Dall'altro lato c'e'
l'orgoglio della certezza di non essere vinti.
La distruzione, il pianto, la morte, le lacrime ma anche la determinazione
vengono trasmessi 24 ore su 24 da Al Manar, la televisione di Hezbollah, e
da Al Jazeera, rendendo omogenei i sentimenti e le sensazioni di decine di
milioni di donne e uomini.
Sono le stesse donne e gli stessi uomini con i quali Israele, dopo
sessant'anni dalla sua creazione, non riesce a stabilire una comunicazione
se non attraverso una forza propagandata come invincibile, ma che oggi non
ha vinto. Non ha vinto, nonostante le bombe, nonostante i massacri che
ancora una volta, come accadde durante la distruzione del campo profughi di
Jenin nel 2002, alcuni giornalisti il cui cinismo e' talmente grossolano da
sembrare inconsapevole rifiutano di considerare tali perche' il numero dei
morti non e' abbastanza elevato.
*
A una settimana dall'inizio dell'inferno che per un mese ha travolto,
articolato in molteplici forme di crimini di guerra, il Libano e la sua
popolazione, nel corso della sua unica visita a Beirut, Condoleeza Rice si
era opposta alla convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
per arrivare a un immediato cessate il fuoco. In quella visita aveva
incontrato un capo di governo in lacrime, per ribadirgli il suo no al
cessate il fuoco, e in un pranzo di lavoro gli esponenti del cosiddetto
nuovo Libano democratico.
Le immagini di quel pranzo sono state trasmesse ripetutamente dalla
televisione libanese e tutti, libanesi e non, hanno potuto vedere i
commensali gustare piatti raffinati e scherzare tra loro mentre era in atto
la devastazione del paese. Oggi la maggioranza dei libanesi ritiene
inaccettabile un simile comportamento e chiede elezioni anticipate per
cambiare un governo di cui si vergogna.
Lo stesso sentimento si diffonde anche in molti paesi arabi, cosiddetti
moderati, dove comunque non esiste la possibilita' di elezioni e dove la
gente vorrebbe ricorrere a qualsiasi mezzo per liberarsi di governi
detestabili e imbarazzanti, che hanno criticato Hezbollah e la sua scelta
antagonista contro Israele. La frattura e' irreparabile.
Nasrallah, leader del movimento sciita Hezbollah, e' diventato il leader
incontestato di tutte le masse, persino in un paese come l'Egitto, i cui
abitanti sono tutti sunniti. La cultura della resistenza e' dominante e non
tardera' a dare i primi segni di cambiamento.
Nel momento piu' doloroso della distruzione, della morte, dello stupore per
cio' che stava accadendo per effetto di migliaia di missili e bombe via
terra, mare e cielo, Condoleeza Rice ha visto in tutto questo, dichiarandolo
da Beirut, il "travaglio" per la nascita del nuovo Medio Oriente. In realta'
il progetto e' definitivamente tramontato e se e' vero che e' in gestazione
un nuovo Medio Oriente, il suo assetto sara' dominato dalla cultura della
resistenza e dalla totale incomunicabilita' con un certo occidente fedele, o
comunque non alternativo, all'universo americano.
*
Le vittime di questa guerra sono accomunate dalla stessa distruzione, dallo
stesso dolore e da un'unica ricostruzione, che parte dai nuovi cimiteri,
dalle nuove fosse comuni, scavate a decine nei villaggi libanesi e in
particolare a Beirut, dove nei quartieri sciiti a sud, si aggiungono alle
fosse di vecchia data, a partire da quelle di Sabra e Chatila.
Ancora una volta l'opinione pubblica riflette sull'utilita' delle Nazioni
Unite e delle sue risoluzioni e su come, anche questa volta, si pretenda di
dare a questa risoluzione l'interpretazione di sempre, ossia quella dei
vincitori.
Pero' questa volta i soliti vincitori non hanno vinto e i presunti vinti non
si sentono sconfitti, anzi hanno scoperto che la loro forza e' in aumento,
vedono il futuro come un processo di ricostruzione di quella forza, a
differenza di quanto accade tuttora in Iraq o in Afghanistan. Questa volta
c'e' il danno ma non c'e' la beffa, la frustrazione lascia il posto
all'indignazione, allo stupore e a una totale svalutazione dell'Onu. E anche
questa e' una frattura difficile da sanare.
Cosi' come e' difficile dissipare una latente sensazione di sfiducia nei
confronti di quella parte dell'occidente che in passato ha sempre cercato di
mantenere un comportamento accettabile rispetto alle linee di condotta e che
ora e' assente, come la Francia e come il governo Prodi, dal quale ci si
aspettava di piu'.
*
Oggi in Libano e' in atto intorno all'asse di Hezbollah una nuova coalizione
di forze, soprattutto di sinistra, di fatto politicamente dominante.
Questione di pochi mesi e sara' formalmente dominante.
La popolazione del sud e' gia' tornata rendendo impossibile il disarmo di
Hezbollah e le forze multinazionali, secondo l'interpretazione libanese,
dovranno agire sotto il comando dell'esercito del Libano, un esercito che
vuole liberarsi al piu' presto delle umiliazioni subite e adeguarsi al
sentimento diffuso della popolazione, che non si sente affatto sconfitta.
Questo esercito non dipendera' piu' da un governo collaborazionista,
sostenuto da un'amicizia screditata come quella degli Stati Uniti e che,
come altri stati arabi, non e' stato ascoltato quando invocava il cessate il
fuoco. E' piu' che una sensazione, ormai diffusa in tutto il mondo arabo, la
percezione dell'inizio di una fase nuova, la riprogettazione di un nuovo
Medio Oriente...

6. RIFLESSIONE. CECILIA ZECCHINELLI INTERVISTA VANDANA SHIVA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso sul "Corriere della sera" del 21
agosto 2006.
Cecilia Zecchinelli e' una nota e apprezzata giornalista.
Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti
istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni
Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa
dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di
riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli,
di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia
di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti
pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo,
Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino
1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze,
DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta
di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano
2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della
globalizzazione, Utet, Torino 2005]

Fisica quantistica, economista, ecofemminista, ecologa sociale, guru del
movimento no global, fondatrice dell'attivissima Research Foundation for
Science, Technology and Ecology e di altre organizzazioni. Vandana Shiva,
nata nella regione himalayana 54 anni fa, studi nelle universita' inglesi e
americane, e' la figura piu' nota dell'"altra India", anche se nel suo
lunghissimo curriculum non mancano consulenze per il governo di New Delhi e
riconoscimenti istituzionali. Da 25 anni si batte per la difesa della natura
e dell'agricoltura del suo Paese, ovviamente per mettere fine all'ondata di
suicidi dei contadini. L'abbiamo incontrata nel primo "caffe' slow food"
dell'India che tra le altre mille cose e' riuscita a fondare, l'anno scorso,
in una casa della capitale.
*
- Cecilia Zecchinelli: Parliamo dei suicidi: il governo li imputa a disastri
naturali. E' cosi'?
- Vandana Shiva: Assolutamente no: per cinquemila anni la terra e' stata il
datore di lavoro piu' generoso dell'India, mentre oggi i contadini sono "a
rischio di estinzione". I suicidi sono tutti dovuti ai debiti, causati
dall'imposizione dei semi delle multinazionali americane. Non a caso esiste
una "fascia dei suicidi" che corrisponde alla maggior presenza della
Monsanto e della Cargill. E' soprattutto li' che i contadini s'indebitano
per comprare ogni anno i semi di cotone modificati geneticamente e poi non
riescono nemmeno a recuperare quei soldi al momento del raccolto, perche' i
prezzi internazionali crollano. E' tutto documentato: nel rapporto Seeds of
suicides che abbiamo appena aggiornato c''e' tutto.
*
- Cecilia Zecchinelli: Con il governo di sinistra di Singh le cose non sono
migliorate?
- Vandana Shiva: No, anzi. I rapporti con gli Stati Uniti oggi sono ancora
piu' stretti, e insieme all'antiterrorismo l'agricoltura e' il cardine delle
relazioni bilaterali. Un esempio: siamo diventati importatori di grano dagli
Usa, mentre non ne avremmo bisogno. Washington vuole dominare il nostro
mercato, mentre continua a sovvenzionare le sue esportazioni agricole.
*
- Cecilia Zecchinelli: Cosa si puo' fare?
- Vandana Shiva: Tante cose. Ad esempio abbiamo creato una banca per i semi.
Chiediamo ai contadini, e ormai trecentomila sono legati a noi, di
conservare parte del raccolto per poi riseminarla, come si faceva una volta.
Cosi' si resiste all'invasione delle multinazionali, si riducono le spese,
si usano meno pesticidi, si salvano varieta' importanti. Dopo lo tsunami,
nello stato dell'Orissa abbiamo seminato un riso tradizionale in grado di
resistere alla salsedine. Una varieta' che sarebbe scomparsa senza la nostra
banca.
*
- Cecilia Zecchinelli: E a livello internazionale?
- Vandana Shiva: Il nostro modello e' proprio l'Italia: voi proteggete la
diversita' culturale dei prodotti agricoli tradizionali, difendete le
piccole aziende. Per questo caffe' slow food abbiamo creato un'alleanza con
Carlo Petrini. Ora vorrei che l'India lanciasse un'iniziativa ufficiale
comune con l'Italia.

7. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "LETTERATURA EBRAICO-AMERICANA DALLE
ORIGINI ALLA SHOA'" DI ELENA MORTARA
[Dal supplemento del quotidiano "La stampa" "Tuttolibri" del 19 agosto 2006.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Elena Mortara e' docente di letteratura angloamericana presso l'Universita'
di Roma "Tor Vergata", saggista, traduttrice, autrice altresi' di rilevanti
studi sulla cultura e la letteratura ebraica e yiddish]

Per la storia degli ebrei nel Nuovo Mondo il 1800 e' senza dubbio una data
importante. Segna un fatto certo nel suo piccolo capitale. Quell'anno,
infatti, a New York il discorso inaugurale dell'anno accademico della
Columbia University fu tenuto in ebraico. E fin qui, si fa per dire, niente
di speciale: capito' in tutto il Settecento e anche ai primi dell'Ottocento.
Pero', in questo caso, l'orazione dedicata ai "caratteri storici degli
ebrei, dal loro primo stanziamento in Nord America" era stata scritta dal
rabbino Gershom Mendes Seixas.
Gli ebrei del Nuovo Mondo sono a quell'epoca ancora una presenza sparuta.
Hanno un territorio linguistico vasto quasi quanto i nuovi orizzonti che si
aprono verso Occidente: yiddish, ebraico, tedesco, inglese. A poco a poco si
trovano uno spazio nella vita di questa nuova realta'.
Ne e' testimone, ad esempio, la prima ebrea femminista, Ernestine Rose nata
Potovsky nel 1810, immigrata nel 1836 in America - era di origine polacca e
veniva da un ambiente ortodosso. Prima ancora, nel 1730, era sorta a New
York la prima sinagoga del Paese, di rito sefardita. Benche' ancora nel
1776, all'epoca della dichiarazione d'indipendenza, negli Stati Uniti
vivessero meno di duemila anime di fede ebraica.
E' infatti il periodo compreso fra il 1880 e il 1920 a segnare una
immigrazione massiccia, quale mai s'era vista fra le fila del popolo
ebraico: due milioni di figli d'Israele in fuga dai pogrom e dalle tristezze
dell'Est Europa passano in quei quarant'anni per Ellis Island. Molti di loro
si fermeranno a Manhattan, nel Lower East Side.
All'inizio degli anni Venti gli ebrei sono il ventinove per cento della
popolazione di New York: il maggiore gruppo etnico. Nel Bronx sono
addirittura il trentotto per cento del totale. Di qui prende la mosse la
vera e propria "letteratura ebraico-americana" cui Elena Mortara, studiosa e
traduttrice di fama, dedica ora un interessante profilo storico (Elena
Mortara, Letteratura ebraico-americana dalle origini alla Shoa'. Profilo
storico-letterario e saggi, Edizioni Litos, pp. 346, euro 15, per richieste
alla casa editrice: litos at litos.it).
E' una letteratura questa difficile da "confinare" entro generi, figure,
persino la lingua. Basti pensare al fatto, tanto simbolico quanto personale,
che nei primi anni Venti si stabilisce a Manhattan Sholem Aleichem, il
maggior scrittore yiddish della modernita'. La sua traversata dell'Oceano e'
in fondo il guado di tutta una letteratura e un mondo, appena prima che
venga la catastrofe.
Elena Mortara offre al lettore un percorso storico lineare che passa per
Abraham Cahan, Michael Gold, Meyer Levin, Leo Rosten e tanti altri - fino
alla Shoah. Va indietro nel tempo - come a quel 1880 in cui venne fondata la
Jewish Publication Society, un'istituzione fondamentale nel suo ruolo di
tramite fra la cultura ebraica tradizionale e la modernita'.
La parte successiva del volume presenta dei saggi monografici, tutti legati
al terreno storico sul quale il lettore si e' addentrato insieme alla sua
guida. Da "la shoa' come cesura" al ruolo di Emma Lazarus - pioniera della
letteratura ebraica americana - al senso della cultura yiddish oggi.
E' in sostanza un ottimo vademecum - e approfondimento - per quel lettore
italiano che e' arrivato al mondo ebraico proprio tramite questa
letteratura, da Singer a Bellow, da Malamud a Henry (ma anche Philip) Roth.
Uno sguardo retrospettivo e una finestra letteraria dalla vastita' inattesa,
ancora da scoprire.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1403 del 30 agosto 2006

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