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La nonviolenza e' in cammino. 1423



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1423 del 19 settembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Fermare la guerra afgana: un nostro dovere
2. La violenza contro le donne ci riguarda. Un appello
3. Agnes Heller: Tutti
4. Tammy Rahr e Sparo Akira Otis-Vigil: La cintura della pace
5. Elena Loewenthal presenta "La genesi spiegata da mia figlia" di Haim
Baharier
6. Sandro Mezzadra presenta "Politiche del quotidiano" di Stuart Hall
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. FERMARE LA GUERRA AFGANA: UN NOSTRO DOVERE

Cessi immediatamente l'Italia di partecipare alla guerra afgana.
Si adoperi per un'iniziativa nonviolenta di pace, di disarmo, di aiuto a
tutte le vittime, di sostegno umanitario materiale e coerente - gratuito e
risarcitorio - all'affermazione di tutti i diritti umani per tutti gli
esseri umani, di opposizione rigorosa a tutti i terrorismi e tutti i poteri
criminali e assassini, di promozione di negoziati, di dialogo, di
riconciliazione tra i popoli e le persone.
La guerra e' gia' terrorismo, la guerra alimenta il terrorismo, tutti i
terrorismi. La guerra afgana, che si prolunga ininterrottamente da decenni,
e' uno dei vulcani che eruttano morte in tutto il mondo. Occorre far cessare
la guerra: e' l'unico modo per contrastare il terrorismo, e' l'unico modo
per contrastare la catastrofe che minaccia l'umanita' intera.
*
E' indispensabile ed urgente che l'Italia ritiri subito i propri militari
attualmente coinvolti in quella guerra illegale e criminale, che l'Italia si
impegni per la cessazione immediata delle operazioni belliche stragiste
della Nato, che l'Italia rientri nell'alveo della propria legalita'
costituzionale fin qui reiteratamente scelleratamente violata.
*
E' necessario e urgente smilitarizzare i conflitti.
E' necessario e urgente il disarmo.
E' necessario e urgente salvare le vite in pericolo: vi e' una sola
umanita', su un unico pianeta che e' la casa comune di tutte le persone.
La nonviolenza e' la via, la nonviolenza e' la politica vera ed efficace.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. INIZIATIVE. LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE CI RIGUARDA. UN APPELLO
[Da Jones Mannino (per contatti: alfagamma71 at yahoo.it) e da varie altre
persone amiche riceviamo e diffondiamo. Per adesioni all'appello:
appellouomini at libero.it; per ulteriori informazioni e contatti: tel.
3385243829, 3477999900]

La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle
donne. Con dati allarmanti anche nei paesi "evoluti" dell'Occidente
democratico. Violenze che vanno dalle forme piu' barbare dell'omicidio e
dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della
liberta' negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del
corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d'Europa afferma che
l'aggressivita' maschile e' la prima causa di morte violenta e di
invalidita' permanente per le donne in tutto il mondo. E tale violenza si
consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure
a un aumento delle denunce da parte delle donne?
Resta il fatto che esiste ormai un'opinione pubblica e un senso comune, che
non tollera piu' queste manifestazioni estreme della sessualita' e della
prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi
una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti
maschi, piu' inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti,
individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una
indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli
uomini che richiedono una nuova capacita' di riflessione, di autocoscienza,
una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualita' e sulla
natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda meta' del
secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo.
Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari,
l'amicizia e l'amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli.
Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della
nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L'affermarsi della liberta' femminile non e' una realta' delle sole societa'
occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si e'
esteso, con molte forme,  modalita' e sensibilita' diverse, in tutto il
mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo
"scontro di civilta'" che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la
logica della guerra e dello "scontro di civilta'" puo' essere vinta solo con
un "cambio di civilta'" fondato in tutto il mondo su una nuova qualita' del
rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una
larga e violenta "reazione" contraria al mutamento prodotto dalla
rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne puo' essere
interpretata in termini di continuita', osservando il permanere di un'antica
attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una
critica sociale cosi' alta, ma anche in termini di novita', come una
"risposta" nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante e' il proliferare di mentalita' e comportamenti
ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica,
che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista
del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono pero' attualmente
sottoposte a una critica sempre piu' vasta, soprattutto - ma non
esclusivamente - da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti
che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente
femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva dall'amante, che non vuole
affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella,
rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato
pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perche' non
segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunita'. In alcune
citta' si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma
anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza
lesbica a Torre del Lago. Italiano l'assassino che a Parma ha ucciso con
otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo
caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia
da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di
lasciarli.
Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte
reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di
continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica
e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di
immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e
sessuale e' stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla
nostra.
Molte voci pero' hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra
societa' occidentale non e' stata e non e' a tutt'oggi immune da questo tipo
di violenza. E' anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla
violenza sessuale che viene dallo "straniero" risponda a un meccanismo
inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all'esistenza di questo
stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei
comportamenti di noi maschi occidentali.
Si e' parlato dell'esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni
pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e
dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si e' persino messo
sotto accusa un ipotetico "silenzio del femminismo" di fronte alla
moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa
di parola pubblica e di assunzione di responsabilita' da parte maschile. In
questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno
cercato di riflettere sulla crisi dell'ordine patriarcale.
Ma oggi e' necessario un salto di qualita', una presa di coscienza
collettiva.
La violenza e' l'emergenza piu' drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini
potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle citta'
manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra
loro ma riconducibili alla sempre piu' insopportabile resistenza con cui la
parte maschile della societa' reagisce alla volonta' che le donne hanno di
decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova
liberta'.
Il corpo femminile e' negato con la violenza.
Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha
dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini
di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.).
Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica,
nell'accademia,  nell'informazione, nell'impresa.
Lo sguardo maschile - pensiamo anche alle organizzazioni sindacali - non
vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre societa'
prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato
del lavoro.
Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini,
nelle famiglie, nelle scuole e nelle universita', nei luoghi della politica
e dell'informazione, nel mondo del lavoro.
Una riflessione comune capace di determinare una sempre piu' riconoscibile
svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.
*
Primi firmatari: Alberto Leiss, Marco Deriu, Stefano Ciccone, Jones Mannino,
Massimo Michele Greco, Sandro Bellassai, Claudio Vedovati.
Adesioni: Davide Rossi, Umberto Varischio, Gianfranco Proietti, Luca
Proietti, Giuseppe Colosi, Lino Giaccone, Diego Bortolameotti, Francesco
Lauria, Beppe Pavan, Daniele Barbieri, Roberto Poggi, Massimiliano Luppino,
Andrea Baglioni, Luigi Zoja, Fausto Perozzi, Alessio Surian, Gianluca
Borghi, Mattia Toscani, Eugenio Caggiati, Marcello Acquarone, Attilio
Mangano, Roberto Illario, Daniele Bouchard, Luciano Sartirana, Corrado
Roncaglia, Franco Toscani, Giacomo Mambriani, Marco Cazzaniga, Gianni
Ferronato, Livio Dal Corso, Carlo Marchiori, Marco Sacco, Vanni Bertolini,
Francesco Camattini, Luciano Marmocchia, Giuseppe De Nigris, Marco Cervino,
Gianni Caligaris, Domenico Matarozzo, Sandro Mezzadra, Stefano Sarfati
Nahmad, Alberto Moreni, Enrico Ottolini, Vittorio Cotesta, Alessandro Bosi,
Franco Caldera, Ettore Lo Maglio Silvestri, Goffredo Fofi, Cesare Del Frate,
Daniele Licheni, Nicola Sinopoli, Enrico Euli, Roberto Verdolini, Antonio
D'Andrea, Silvano Cogo, Christian Carmosino, Sandro Coccoi, Giacomo
Truffelli, Gianfausto De Dominicis, Michele Citoni, Franco Insalaco, Gigi
Malaroda, Andrea Rigon, Nicola Negretti, Nicola Ricci, Mario Gritti,
Gianfranco Neri, Osvaldo Pieroni, Andrea Lavagnoli, Antonio Cinquantini,
Paolo Scatena, Antonio Canova, Michele Poli, Domenico Rizzo, Stefano
Montali, Fernando Lelario, Alessio Miceli, Alessandro Quintino, Gabriele
Galbiati, Renato Sebastiani, Giuliano Dalle Mura, Stefano Vinti, Pietro
Craighero, Rino Genovese, Giampiero Bernard, Lorenzo Di Santo.
*
Le ragioni di questo appello
L'appello che diffondiamo in questi giorni reca le firme di uomini
provenienti dai piu' disparati percorsi politici, culturali, religiosi, e
dei diversi orientamenti sessuali, che hanno deciso di reagire in qualche
modo ai terribili fatti di violenza alle donne che le cronache hanno
riportato alla nostra attenzione negli ultimi mesi. Alcuni vengono da
esperienze politiche tradizionali, altri vengono da movimenti studenteschi,
pacifisti e ambientalisti, altri ancora hanno cominciato a riflettere su
questi temi a partire da relazioni affettive o di amicizia o da scambi con
il movimento delle donne.
Si tratta di percorsi semplicemente individuali. Ma anche di esperienze,
spesso informali, di gruppi di autocoscienza e di discussione su diverse
questioni (stupro, guerra, prostituzione, pedofilia, omosessualita').
Esistono attualmente in Italia gruppi di uomini di questo genere in diverse
citta': "Uomini in cammino" di Pinerolo, "Maschile plurale" di Roma,
"Maschile plurale" di Bologna, il "Gruppo uomini" di Verona, il "Gruppo
uomini" di Viareggio, il "Gruppo uomini" di Torino, il "Gruppo uomini di
Agape", "Il cerchio degli uomini" di Torino, l'"Associazione uomini
casalinghi" di Pietrasanta, a cui si aggiungono gruppi misti di uomini e
donne: "Identita' e differenza" di Spinea, "La merlettaia" di Foggia, il
"Circolo della differenza" di Parma, il "Gruppo sui generis" di Anghiari, il
"Gruppo sul patriarcato" di Roma promosso dal "Forum Donne Prc".
Queste occasioni di riflessione hanno dato vita a un'ampia produzione di
articoli, libri, incontri, convegni, sui temi della maschilita' e dei
rapporti tra i sessi (anche se finora con scarsa attenzione da parte dei
media). Negli ultimi anni si sono infittite le occasioni di incontro e
confronto a livello nazionale tra uomini e anche tra uomini e donne con
alcuni appuntamenti oramai riconosciuti (ad Agape, Asolo, Anghiari fra gli
altri).
Gli uomini che hanno attraversato queste esperienze non rivendicano
estraneita' rispetto alla storia a cui appartengono e non cercano rivincite
riesumando vecchi trofei e valori patriarcali. Assumono la liberta'
conquistata dalle donne grazie al loro pensiero e alla loro pratica, come
occasione per interrogarsi e scoprire cose nuove su di se'.
Ci auguriamo che questo appello non sia semplicemente un atto formale: ne
proporremo la lettura e la discussione agli uomini che operano nella
politica e nelle istituzioni, nelle universita' e nelle scuole, nei media,
nei sindacati, nell'associazionismo, nei servizi, nelle comunita' di
immigrati, nelle realta' religiose.
A tutti gli interessati diamo appuntamento per un incontro pubblico il 14
ottobre a Roma, per scambiare opinioni e elaborare ogni possibile ulteriore
iniziativa.
Intanto ci auguriamo che le adesioni continuino ad arrivare.
Chi volesse aggiungersi ai firmatari puo' scrivere all'indirizzo e-mail:
appellouomini at libero.it
Per contatti telefonici: 3385243829, 34/7999900.

3. MAESTRE. AGNES HELLER: TUTTI
[Da Agnes Heller, Teoria della storia, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 314.
Agnes Heller, illustre filosofa ungherese, nata a Budapest nel 1929,
sopravvissuta alla Shoah, allieva e collaboratrice di Lukacs, allontanata
dall'Ungheria, ha poi insegnato in Australia e in America. In Italia e'
particolarmente nota per la "teoria dei bisogni" su cui si ebbe nel nostro
paese un notevole dibattito anche con riferimento ai movimenti degli anni
'70. Su posizioni democratiche radicali, e' una interlocutrice preziosa
anche laddove non se ne condividessero alcuni impianti ed esiti teorici. Dal
sito della New school for social research di New York (www.newschool.edu)
presso cui attualmente insegna traduciamo questa breve notizia biografica
essenziale aggiornata al 2000: "Nata nel 1929 a Budapest. Sopravvissuta alla
Shoah, in cui ha perso la maggior parte dei suoi familiari morti in diversi
campi di concentramento. Allieva di Gyorgy Lukacs dal 1947 e successivamente
professoressa associata nel suo dipartimento. Prima curatrice della 'Rivista
ungherese di filosofia' nel dopoguerra (1955-'56). Destituita dai suoi
incarichi accademici insieme con Lukacs per motivi politici dopo la
rivoluzione ungherese. Trascorse molti anni ad insegnare in scuole
secondarie e le fu proibita ogni pubblicazione. Nel 1968 protesto' contro
l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, e subi' una nuova persecuzione
politica e poliziesca. Nel 1973, sulla base di un provvedimento ad personam
delle autorita' del partito, perse di nuovo tutti gli incarichi accademici.
'Disoccupata per motivi politici', tra il 1973 e il 1977 lavoro' come
traduttrice. Nel 1977 emigro' in Australia. A partire dall'enorme
cambiamento del 1989, attualmente trascorre parte dell'anno nella nativa
Ungheria dove e' stata designata membro dell'Accademia ungherese delle
scienze. Nel 1995 le sono stati conferiti il 'Szechenyi National Prize' in
Ungheria e l''Hannah Arendt Prize' a Brema; ha ricevuto la laurea ad honorem
dalla 'La Trobe University' di Melbourne nel 1996 e dall'Universita di
Buenos Aires nel 1997". Opere di Agnes Heller: nella sua vastissima ed
articolata produzione segnaliamo almeno: Per una teoria marxista del valore,
Editori Riuniti, Roma 1974; La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli,
Milano 1974, 1978; Sociologia della vita quotidiana, Editori Riuniti, Roma
1975; L'uomo del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze 1977; La teoria, la
prassi e i bisogni, Savelli, Roma 1978; Istinto e aggressivita'.
Introduzione a un'antropologia sociale marxista, Feltrinelli, Milano 1978;
(con Ferenc Feher), Le forme dell'uguaglianza, Edizioni aut aut, Milano
1978; Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979; La filosofia radicale, il
Saggiatore, Milano 1979; Per cambiare la vita, Editori Riuniti, Roma 1980;
Teoria dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma 1980, 1981; Teoria della
storia, Editori Riuniti, Roma 1982; (con F. Feher, G. Markus), La dittatura
sui bisogni. Analisi socio-politica della realta' est-europea, SugarCo,
Milano 1982; (con Ferenc Feher), Ungheria 1956, Sugarco, Milano 1983; Il
potere della vergogna. Saggi sulla razionalita', Editori Riuniti, Roma 1985;
Le condizioni della morale, Editori Riuniti, Roma, 1985; (con Ferenc Feher),
Apocalisse atomica. Il movimento antinucleare e il destino dell'Occidente,
Milano 1985; Oltre la giustizia, Il Mulino, Bologna, 1990; (con Ferenc
Feher), La condizione politica postmoderna, Marietti, Genova 1992; Etica
generale, Il Mulino, Bologna 1994; Filosofia morale, Il Mulino, Bologna,
1997; Dove siamo a casa. Pisan Lectures 1993-1998, Angeli, Milano 1999.
Opere su Agnes Heller: Nino Molinu, Heller e Lukacs. Amicus Plato sed magis
amica veritas: topica della moderna utopia, Montagnoli, Roma 1984; Giampiero
Stabile, Soggetti e bisogni. Saggi su Agnes Heller e la teoria dei bisogni,
La Nuova Italia, Firenze 1979; la rivista filosofica italiana "aut aut" ha
spesso ospitato e discusso la riflessione della Heller; cfr. in particolare
gli studi di Laura Boella]

Tutti hanno il potere di fare almeno qualcosa contro gli orrori del mondo. E
se tutti lo fanno possono avere un certo peso.

4. CULTURA. TAMMY RAHR E SPARO AKIRA OTIS-VIGIL: LA CINTURA DELLA PACE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo. "La
cintura Hiawatha registra il primo accordo fra nazioni indipendenti ad
unirsi in un unico governo che permette i costumi individuali e non cancella
i governi delle nazioni aderenti; e' conservata al Museo dello stato di New
York, ad Albany" (Maria G. Di Rienzo).
Tammy Rahr e' un'Irochese Cayuga, fa parte di un "cerchio di pace" di donne
native americane e ispaniche. E' una "tessitrice di perline" e i suoi lavori
sono conservati in numerosi musei. E' inoltre una curatrice tradizionale,
una cantastorie ed un'esperta di cucina e agricoltura nativo-americane.
Sparo Akira Otis-Vigil e' una Pueblo Tesque, compagna di vita e di lavoro di
Tammy Rahr; e' un'esperta in programmazione di computer e nell'arte e nella
cultura nativo-americane.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

I concetti di pace, democrazia e reciproco perdono sono stati a lungo gli
ideali della "legge" degli Haudenosaunee (la gente della casa lunga) o
Irochesi. Attualmente, essi risiedono negli stati di New York, Wisconsin,
Pennsylvania, Oklahoma ed in Canada.
Piu' di cinquecento anni fa, cinque nazioni si unirono: Seneca, Cayuga,
Onondaga, Oneida e Mohawk. Queste nazioni condividevano la lingua irochese
(sebbene con sfumature dialettali) e un sofisticato sistema di registrazione
tramite le cinture wampun, splendidamente tessute.
Ci piacerebbe darvi una breve spiegazione rispetto ad un importante
documento Haudenosaunee che ha le sue radici profonde nella democrazia. Le
nostre cinture wampun sono le registrazioni ufficiali, storiche, degli
eventi religiosi, sociali e politici significativi vissuti dagli
Haudenosaunee. Nessun trattato veniva considerato valido sino allo scambio
delle cinture wampun. Molte di esse sono andate perdute, distrutte, o sono
state rubate nel corso degli anni, ma molte sono ancora in uso oggi. Le
cinture sono fatte di perline tratte dalle conchiglie dell'oceano Atlantico
e spaziano fra i colori del bianco e del porpora a quelle completamente
nere. Le perline tubolari venivano modellate e forate a mano. Le cinture
potevano essere lette da chi aveva memorizzato il significato delle perline;
a volte le cinture recavano interi trattati parola per parola.
La prima cintura ad essere usata in questo senso fu quella che sanci' il
seppellimento delle armi, da parte dei guerrieri, sotto un albero sacro,
allo scopo di portare pace e prosperita' alle Cinque Nazioni. Il "Grande
Costruttore di Pace" ed il suo aiutante Hiawatha (o Ayonwatha) furono gli
ispiratori di questo gesto, che sanci' la nascita della Lega degli Irochesi
sotto una comune Costituzione cinquecento anni fa. La cintura e' oggi
chiamata "cintura Hiawatha", o "cintura dell'unita'", e significa
eguaglianza e comprensione fra singole nazioni e vincolo d'unione nel
rispetto e nei valori condivisi.
La "cintura Hiawatha" e' fatta di 6.574 perline di scrittura, 38 file per
173, ed ha 892 perline bianche e 5.682 perline porpora. Il porpora
rappresenta il cielo o l'universo che ci circonda, e il bianco rappresenta
la purezza e la "buona mente" (buoni pensieri, perdono reciproco,
comprensione). Nella cintura vi sono i simboli delle cinque nazioni
originarie a partire dall'est: Seneca (la gente della grande collina),
Cayuga (la gente della palude), Onondaga (i mantenitori del fuoco), Oneida
(la gente della pietra eretta) e Mohawk (la gente della selce). Ogni nazione
e' rappresentata da quadrati aperti di perline bianche, con una figura
centrale che significa "albero" o "cuore".
I quadrati aperti sono collegati da una banda bianca che non ha inizio ne'
fine, a rappresentare il tempo che e' ora e per sempre. La banda, tuttavia,
non attraversa il centro di ogni nazione, perche' ognuna di esse e'
sostenuta e unificata dal vincolo comune ma resta separata nella propria
identita' e nel proprio territorio. Il centro aperto dei quadrati significa
l'essere protetti da tutti i lati, ma aperti nel cuore e nella mente. La
raffigurazione dell'albero sta per la nazione Onondaga, capitale della Lega
e casa per il consiglio centrale del fuoco. Era stato sulle rive del lago
Onondaga che i messaggi di pace erano stati "piantati" e le asce sepolte. Da
questo albero, quattro radici bianche sporgono, portando il messaggio di
pace ed unita' nelle quattro direzioni.
Una buona attitudine mentale, e le nostre cinture, fin quanto indietro si
puo' risalire nella memoria degli Haudenosaunee, erano le premesse tramite
cui governare se stessi e le interazioni con gli altri.

5. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "LA GENESI SPIEGATA DA MIA FIGLIA" DI
HAIM BAHARIER
[Dal supplemento "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 16 settembre
2006.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Haim Baharier e' nato a Parigi nel 1947 da genitori ebrei di origine
polacca, entrambi passati attraverso l'orrore di Auschwitz; e' stato allievo
di Emmanuel Levinas, di Leon Askenazi e di Rabbi Israel di Gur; matematico e
psicoanalista, ma anche commerciante, consulente aziendale, formatore
manageriale, tiene da molti anni lezioni di ermeneutica ed esegesi biblica e
di pensiero ebraico, ha insegnato e insegna in Francia, Belgio e in Italia
sia nelle comunita' ebraiche che nelle universita'; interviene come visiting
professor in diverse facolta' italiane (scienze della formazione,
sociologia, arte); ha fondato e dirige il centro Binah per la formazione
manageriale. Opere di Haim Baharier: La Genesi spiegata da mia figlia,
Garzanti, Milano 2006]

"Noi lavoriamo su un testo e non sul Creatore", scrive Haim Baharier. Questa
e' un'evidenza, quasi un'ovvieta'. Eppure ha un effetto quasi dirompente,
trovandola scritta cosi' nero su bianco. E' in fondo una confessione: ci
dice che ogni teologia ebraica risulta impossibile, perche' tutto quel che
sappiamo di Dio ci arriva per l'interposta persona di un libro. Anche se il
libro in questione e' la Bibbia. Ma proviamo a ribaltare questo rapporto e
condurlo verso i lidi della nostra comune percezione: a volte, fra una
pagina e il suo autore, c'e' un abisso. Un mare di illusioni. Una palude di
equivoci. Il terreno biblico e' piu' minato che mai proprio in virtu' della
sua natura di testo sacro.
La teologia ebraica e' dunque impossibile, se non per un'approssimazione
estrema. Ci vuole molto coraggio e non meno sincerita' per ammettere che di
Dio non si puo' filosofare, perche' lo conosciamo soltanto attraverso le
parole che ha deciso di affidarci. Quanto al creato, e' piu' quel che tace
di quel che ci espone, in fatto di Dio. Eppure l'ebraismo non si arrende al
mistero. Anzi, lavora strenuamente su quelle parole che sono di Lui l'unica,
flebile traccia. Haim Baharier e' stato allievo di Levinas, ha studiato la
matematica e la psicanalisi. Fa il consulente aziendale e tiene a Milano
delle lezioni seguitissime. Ora, insieme a sua figlia Avigail, sara' a
"Torino Spiritualita'" (il 19 e 20 settembre). Ma il pubblico potra'
incontrarlo anche attraverso La Genesi spiegata da mia figlia, appena
pubblicato da Garzanti (Haim Baharier, La Genesi spiegata da mia figlia,
Garzanti, Milano 2006, pp. 94, euro 10).
Sono divagazioni intorno ai primi passi della Bibbia, condotte insieme a
questa secondogenita dall'"identita' claudicante". "Quel giorno in
ostetricia, nell'ospedale dove nacque mia figlia. Il dottore mi prese per un
braccio, mi disse che quel 'piu'' che aspettavo sarebbe stato un 'meno'".
Quel "meno" della sindrome di Down si trasforma qui, e negli incontri
biblici di Baharier, in un dialogo. Avigail desta domande. In fondo, anche
quel "meno" della Bibbia, che non ci parla di Dio se non attraverso il testo
e fra le righe ci suggerisce che qualunque teologia e' impossibile in
partenza, anche questa biblica sincerita' desta domande. E' la stessa
coscienza di privazione che funziona da stimolo al pensiero.
Ma, di fronte alle domande semplici, a volte spiazzanti, di sua figlia,
Baharier risponde con la propria testa. A volte va molto lontano, a volte si
avvita. Trae dal testo ebraico remote associazioni di parole. Fra parentesi,
qualcuna non la cogliamo: perche' ad esempio, yechidut - che significa
solitudine ma anche, e forse soprattutto, unicita' - dovrebbe venire da
pachad, che significa paura? E' un poco violenza, dover assistere
all'autodistruzione di una delle lettere della radice, la mite peh. Perche'
non osservare invece la beffarda combinazione di significati nella radice
yachad, che puo' significare "solitudine" ma anche "insieme"? Come a dirci
che non siamo mai esclusivamente in una di queste due opposte condizioni,
piuttosto sempre con un piede in una e un piede nell'altra... E cosi', dove
in Numeri 7, 89, Baharier legge che la voce divina "si parla", perche' non
pensare alla piu' comune accezione dativa - o meglio, "donativa" - del
pronome, e cioe' "parla a lui"? Anche se in fondo i due destinatari, il se
stesso (foss'anche del divino) e l'altro da se', sono sempre inevitabilmente
compresenti.
Tutt'altro che lineare, dunque. A volte impervio, a volte fonte di
perplessita', il percorso di Baharier e' un invito sincero alla riflessione.

6. LIBRI. SANDRO MEZZADRA PRESENTA "POLITICHE DEL QUOTIDIANO" DI STUART HALL
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 settembre 2006.
Sandro Mezzadra insegna storia del pensiero politico contemporaneo e studi
coloniali e postcoloniali al'Universita' di Bologna, e' membro della
redazione di "Filosofia politica" e di "Scienza & Politica"; i suoi
principali argomenti di ricerca sono la storia delle scienze dello Stato e
del diritto in Germania tra Otto e Novecento, la storia del marxismo, la
teoria critica della politica: globalizzazione, cittadinanza, movimenti
migratori, studi postcoloniali. Pubblicazioni principali: von Treitschke, La
liberta', Torino 1997 (cura e introduzione); La costituzione del sociale. Il
pensiero politico e giuridico di Hugo Preuss, Bologna 1999; Diritto di fuga.
Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona 2001; Marx, Antologia di
scritti politici, Roma 2002 (cura e introduzione, con Maurizio Ricciardi);
Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Roma-Bari 2002 (cura e
introduzione).
Su Stuart Hall dalla stessa fonte riprendiamo la seguente scheda: "Nato nel
1932 in Jamaica, Stuart Hall si e' trasferito giovanissimo in Inghilterra.
Terminati gli studi al Merton College di Oxford, comincia a lavorare come
ricercatore prima della Birmingham University per poi diventare direttore
del Birmingham Center for Cultural Studies. E' in questi anni che avviene
l'incontro con Edward P. Thompson e Raymond Williams. Tra i tre studiosi il
sodalizio intellettuale sfocera' nella fondazione di due riviste, 'The New
Reasoner' e 'New Left Review'. Quest'ultima diventa l'approdo di molti
intellettuali marxisti usciti dal partito comunista inglese dopo l'invasione
dell'Ungheria nel 1956. Studioso eclettico, spazia dalla 'teoria dei media'
agli studi poscoloniali. Tra i suoi libri vanno segnalati The Hard Road to
Renewal, Resistance Through Rituals, The Formation of Modernity, Questions
of Cultural Identity, Cultural Representations and Signifyng Practices"]

V'e' un che di misterioso nelle scelte che orientano l'editoria italiana in
materia di traduzione di opere saggistiche. Non si puo' dire che nel nostro
paese si traduca poco. Al contrario: viene da pensare, non di rado, che si
esageri. Capita tuttavia che autori il cui lavoro e' un punto di riferimento
essenziale nei dibattiti internazionali vengano sistematicamente ignorati
dall'editoria nostrana.
E' stato senz'altro il caso di Stuart Hall: tra i fondatori della nuova
sinistra inglese negli anni Cinquanta (nonche' primo direttore della "New
Left Review"), il suo nome e' legato indissolubilmente alle vicende dei
British Cultural Studies, di cui contribui' a definire le linee fondamentali
di ricerca insieme a Raymond Williams e a Richard Hoggart, in particolare
lavorando all'interno dell'ormai mitico "Centre for Contemporary Cultural
Studies" di Birmingham, che diresse dal 1968 al 1979. L'elenco dei temi su
cui il contributo di Stuart Hall e' riconosciuto come imprescindibile parla
da se': dalla rivoluzione nella comunicazione al postcolonialismo,
dall'"identita'" all'ideologia, dalle culture popolari al razzismo, solo per
menzionarne alcuni. E tuttavia, la ricezione italiana di Hall - se si
eccettua la traduzione nel lontano 1970 di un libro scritto con Paddy
Whannel nel 1964 (Arti per il popolo, Officina) - e' stata affidata per
molto tempo a qualche sparso saggio pubblicato in riviste e volumi
collettanei. A chi negli scorsi anni proponeva il suo nome a piu' o meno
prestigiose case editrici, capitava spesso di sentirsi rispondere che Hall
non aveva una chiara collocazione disciplinare, che non si capiva bene di
che cosa si occupasse.
*
Il canone rifiutato
Grande organizzatore culturale, Stuart Hall non e' in effetti un autore
sistematico. Alla forma del libro predilige quella del saggio, ma ha avuto
lungo l'intero arco della sua vita una capacita' rara di cogliere alcuni dei
problemi chiave del suo tempo, presentando posizioni che, anche quando
discutibili, hanno sempre agito in profondita' sulla discussione politica e
culturale, non di rado spiazzandone radicalmente l'ordinato svolgimento.
Alcuni dei suoi contributi piu' importanti sono ora finalmente riuniti in un
volume a cura di Giovanni Leghissa, Politiche del quotidiano. Culture,
identita' e senso comune, che esce per il Saggiatore come secondo titolo di
una nuova collana significativamente intitolata "Cultural Studies" (pp. 348,
euro 25, con doppia introduzione dello stesso Leghissa e di Giorgio
Baratta). E per l'inizio di novembre e' annunciato l'arrivo in libreria di
un'altra raccolta, in uscita da Meltemi per la cura di Miguel Mellino.
Questo doppio evento editoriale si inserisce in un clima di rinnovato
interesse in Italia per i cultural studies, attestato da una collana come
quella del Saggiatore, da nuove riviste e perfino dai curricula di molti
corsi di laurea sorti nell'ambito del nuovo ordinamento universitario. E' un
fenomeno su cui sara' bene ragionare anche su queste pagine in un prossimo
futuro. Cosi' come varra' la pena di avviare una riflessione sulle ragioni
del sospetto con cui i cultural studies sono stati guardati per molto tempo
dalla cultura nostrana: un sospetto che e' in buona misura all'origine della
scarsa fortuna editoriale di Hall nel nostro paese, e che e' tanto piu'
singolare quanto piu' si tengano presenti da una parte le linee di ricerca
che in Italia si sarebbero potute produttivamente intrecciare fin dagli anni
Sessanta con il lavoro di Hall e compagni (solo per fare qualche nome: da
Umberto Eco a Gianni Bosio, da Raniero Panzieri a Ernesto De Martino),
dall'altra il rilievo assolutamente fondamentale che, nella definizione del
progetto dei cultural studies britannici, ha avuto un certo Gramsci. L'ampio
saggio introduttivo di Leghissa alla raccolta di scritti di Hall (Tradurre
Stuart Hall) e' un primo contributo in questo senso, ricco di indicazioni da
raccogliere, sviluppare e discutere.
E' in ogni caso da auspicare che quella dei cultural studies non divenga una
semplice moda nel nostro paese (con un clamoroso ritardo storico sugli
sviluppi nel mondo anglosassone), e soprattutto che non si guardi a essi
come a un "canone" da importare nella ricerca e nell'accademia: per molti
aspetti, ammesso (e, proprio con Stuart Hall, non concesso) che sia esistito
un canone dei cultural studies, che si possa parlare di una "scuola di
Birmingham", quel canone e quella scuola sono esplosi da tempo. E questa
esplosione non e' avvenuta nel cielo della teoria: a determinarla sono stati
concreti movimenti e mutamenti sociali, e' stata l'irruzione della questione
della "razza" e del femminismo, che, come scrive Hall con efficace metafora,
e' "arrivato come un ladro di notte"; ha determinato un'interruzione, ha
fatto un baccano indecoroso, si e' impadronito dell'epoca, ha messo in
disordine il tavolo degli studi culturali.
Da questa ricca tradizione di ricerca britannica (nonche' dalla vicenda
della sua importazione nell'accademia statunitense, su cui andrebbe fatto un
discorso a parte, accennato in alcuni dei saggi di Hall), sarebbe bene a mio
parere riprendere piuttosto l'originaria insofferenza per i confini
disciplinari, il muoversi con disinvoltura attraverso sociologia,
antropologia, storia, teoria politica con l'occhio sempre rivolto ai
movimenti sociali e ai rapporti di potere: allo "sporco mondo di quaggiu'",
come dice Hall. Nonche' la tendenza a problematizzare il significato stesso
della "cultura", a rivendicare prima l'esigenza di studiare in modo nuovo la
"cultura popolare" per giungere subito dopo a decostruire "il popolare", a
scoprire una ricca trama di soggettivita' in movimento e di resistenze
laddove (nella "societa' dei consumi", ad esempio) sarebbe facile scorgere
soltanto conformismo. Stuart Hall, da questo punto di vista, e' davvero
l'autore giusto da cui cominciare (o ricominciare) un confronto con i
cultural studies.
*
Il nero della famiglia
Se un appunto si puo' fare al modo in cui il volume uscito dal Saggiatore e'
costruito, riguarda il fatto che non e' immediatamente riconoscibile un
criterio (cronologico o tematico) di organizzazione dei diversi contributi,
scritti in un arco di tempo che va dal 1979 al 1996. Consiglierei quindi di
cominciare la lettura con l'intervista a Hall di Huan-Hsing Cheng, La
formazione di un intellettuale diasporico. Si', perche' Hall (che al
concetto di diaspora ha dedicato riflessioni molto belle) e' fino in fondo
un "intellettuale diasporico". Il tema della "razza" diviene centrale
piuttosto tardi nel suo lavoro, nel corso degli anni Settanta: ma la sua
esperienza biografica ne e' segnata fin dall'origine. Nato e cresciuto in
Giamaica, "il piu' nero della famiglia", Hall ha vissuto intensamente
l'apogeo e la crisi dell'imperialismo britannico, condividendo le grandi
speranze destate dalle lotte anticoloniali e dalla stagione delle
indipendenze. Giunto a Oxford a diciannove anni, nel 1951, ha vissuto a
lungo negli ambienti della diaspora nera, in cui agiva il pensiero politico
radicale di intellettuali caraibici come C.L.R. James e George Padmore. E,
arrivato in Gran Bretagna quando "i soli neri presenti qui erano gli
studenti", ha seguito con trepidazione la grande migrazione di operai di
colore nel corso degli anni Cinquanta, l'arrivo (in gran parte proprio dai
Caraibi) di quella popolazione di "londinesi solitari", splendidamente
ritratta in un grande romanzo di Sam Selvon del 1953, che avrebbe modificato
in modo irreversibile la composizione della popolazione e della classe
operaia britannica, portando una sfida radicale alle tradizionali concezioni
della britishness. ´"Diaspora di una diaspora", la definisce Hall: "i
Caraibi sono gia' una diaspora dell'Africa, dell'Europa, della Cina,
dell'Asia, dell'India, e questa si e' ri-diasporizzata in Gran Bretagna".
Ora, si diceva che questi temi sono divenuti prioritari nell'agenda di
ricerca di Hall relativamente tardi. Ma la sua esperienza diasporica ha
introdotto una "distonia" nella sua formazione, che ha agito in profondita'
nel determinare la sua impostazione politica e intellettuale. Ne e' in
particolare derivato "uno strano rapporto con il movimento operaio
britannico e con le istituzioni del movimento laburista - il Partito
laburista e i sindacati con cui esso si identifica. Ne faccio parte -
aggiunge Hall - ma non culturalmente". Questo "strano rapporto", ad un tempo
di internita' e di esternita', e' certo stato all'origine delle tensioni con
intellettuali interamente formatisi all'interno di quel movimento, come ad
esempio Edward P. Thompson. Ma ha anche consentito a Hall di attraversare
gli anni della Nuova Sinistra, immergendosi completamente in esperienze come
quella della "educazione operaia" e mantenendo tuttavia uno sguardo critico
particolarmente vigile sui limiti delle culture politiche della sinistra
(vecchia e nuova) britannica. E giungendo a proporre, sul finire degli anni
Settanta, un'analisi provocatoria e originale del thatcherismo in formazione
e della "Nuova Epoca" di cui costituiva a suo giudizio il sintomo piu'
evidente.
E' questo un passaggio chiave nel percorso intellettuale di Hall, ben
documentato in Politiche del quotidiano. Riassumendo brutalmente la sua
argomentazione: nel thatcherismo, Stuart Hall individuava l'esito
(provvisoriamente vincente) di una lotta egemonica condotta dai conservatori
fin dalla grande rottura determinata dal Sessantotto e rilanciata negli anni
del governo Callaghan (1976-1979), quando fu lo stesso partito laburista -
di fronte alla crisi materiale del modello "corporatista" cresciuto
all'ombra delle politiche sociali post-belliche - ad avviare lo
smantellamento dello Stato sociale. Hall era ben lungi dal negare le
determinazioni economiche di questa crisi - egli fu anzi uno dei primi a
proporre un'analisi critica di quello che cominciava appena a essere
definito postfordismo: ma richiamava l'attenzione, appunto attraverso
un'originale reinterpretazione della categoria gramsciana di egemonia, sulla
relativa autonomia dello scontro su un terreno che, nei termini classici del
marxismo, andava definito come ideologico. Era su questo terreno, su cui
fondamentale era stato ad esempio il ruolo della stampa popolare, che la
specifica soluzione proposta da Thatcher, fondata sul connubio di stato
forte e libero mercato nonche' sul rilancio dei "valori" costitutivi della
britishness, aveva a suo giudizio sfondato, guadagnando consensi anche
all'interno della classe operaia.
*
Un marxismo senza garanzie
Nella filigrana degli interventi di Hall sul thatcherismo si possono leggere
sia le tracce dei suoi precedenti lavori sui consumi, sul cinema, sulla
letteratura e sulla televisione (fondamentale, a quest'ultimo proposito, il
saggio Codificazione/decodificazione, che continua a orientare molti studi
sugli stessi nuovi media), sia l'annuncio dei temi su cui si sarebbe
concentrata la sua ricerca negli anni Ottanta e Novanta: il confronto
intensissimo con Gramsci (documentato tra l'altro, nella raccolta a cura di
Leghissa, da L'importanza di Gramsci per lo studio della razza e
dell'etnicita', del 1986), Althusser e Foucault, la riflessione, alla
ricerca di un "marxismo senza garanzie", sul concetto di ideologia, le crisi
e le trasformazioni del multiculturalismo, la politica delle identita', il
razzismo postcoloniale e la globalizzazione. Su ciascuno di questi temi il
contributo di Hall e' stato ancora una volta originale e provocatorio, ha
innescato dibattiti di cui non e' certo possibile dar conto in questa sede -
cosi' come non si possono valutare nel dettaglio gli esiti e i limiti
(evidenti quanto i meriti) della sua riflessione. Si puo' soltanto auspicare
che la pubblicazione de Le politiche del quotidiano e la prossima uscita del
volume curato da Mellino pongano le condizioni perche' questo avvenga anche
in Italia.
Quel che vorrei conclusivamente sottolineare e' in ogni caso che il
confronto con Stuart Hall non e' un esercizio puramente accademico. I suoi
scritti, la riflessione di un intellettuale che (nonostante qualche
transitorio abbaglio sul "New Labour") non ha mai abdicato alla critica
dello stato di cose presente, ci interrogano in profondita' anche dal punto
di vista politico. Egli e' stato tra coloro, e sta qui il fascino del modo
in cui e' ad esempio intervenuto nel dibattito degli anni Ottanta sul
postmodernismo, che hanno con sicurezza individuato nella produzione di
soggettivita' (nella continua sollecitazione e valorizzazione delle
´"differenze") il carattere decisivo della Nuova Epoca che vedeva annunciata
dal thatcherismo. Nel tentativo di cartografare il paesaggio sociale e
culturale (una "nuova cultura che e' inesorabilmente materiale nelle
pratiche e nei modi di produzione") corrispondente a questo vero e proprio
mutamento di paradigma nel modo di produzione capitalistico, Stuart Hall ha
affidato interamente l'istanza critica a un discorso sul potere, "termine
che, rispetto a sfruttamento entra piu' comodamente nei discorsi culturali".
Ecco, per accennare in due parole a un problema immenso, si potrebbe cosi'
riassumere uno dei compiti cruciali di fronte a cui si trova oggi il
pensiero critico: ricostruire teoricamente il significato dello sfruttamento
nel nuovo scenario che Hall, tra gli altri, ha contribuito a descrivere.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1423 del 19 settembre 2006

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