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Nonviolenza. Femminile plurale. 82



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 82 del 21 settembre 2006

In questo numero:
1. Donna St. George: Storia di Suzanne
2. Constantinos Kavafis: Anna Dalassena
3. Serena Fuart: Ricamare una vita
4. Caterina Bori e Samuela Pagani: Nello specchio dello straniero

1. MONDO. DONNA ST. GEORGE: STORIA DI SUZANNE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Donna St. George apparso sul "Washington Post" del 19 settembre 2006.
"Al momento attuale la protagonista di questa storia, Suzanne Swift, e' al
centoduesimo giorno di 'stato d'arresto', in attesa della corte marziale, a
Fort Lewis. Nonostante sia una detenuta, l'esercito le sta facendo svolgere
un completo orario di lavoro. Sua madre, Sara Rich, riferisce che la salute
mentale della figlia si sta deteriorando. In questi centodue giorni le e'
stato concesso di vedere lo psicologo che l'ha in cura per sei volte. I
'Veterani dell'Iraq contro la guerra' e i 'Veterani per la pace' stanno
tenendo un sit-in da cinque giorni nell'ufficio del deputato competente per
territorio, Peter DeFazio, e non se ne andranno prima di aver raggiunto un
accordo con lui sulle azioni da prendere a favore della giovane donna
detenuta. Una petizione popolare in suo sostegno ha gia' raggiunto oltre
6.000 firme" (nota di Maria G. Di Rienzo).
Donna St. George e' giornalista del "Washington Post".
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Eugene, Oregon. Suzanne Swift ricorda il momento in cui si trovava nel
soggiorno della madre, a poche ore dal suo secondo invio in Iraq. Il suo
bagaglio militare era gia' stato spedito, assieme ai suoi dvd e libri, al
suo cuscino rosa, al suo pacchetto di semi di girasole. Aveva in mano le
chiavi dell'auto, pronta a guidare sino alla base militare. Di colpo, si
giro' verso sua madre: "Non posso farlo, non posso andare".
Suzanne, soldato specializzato, ora ventiduenne, ricorda il suo stomaco
stringersi, la sorpresa di sua madre. Di colpo, non poteva sopportare l'idea
di passare un altro anno come il primo. Era stata molestata sessualmente da
un superiore, e forzata a fare sesso con un altro. "Non volevo che
succedesse di nuovo".
Ora Suzanne Swift potrebbe comparire di fronte alla corte marziale.
Arrestata in giugno per essere diventata un'"assente senza permesso", ha
denunciato tre episodi di violenza sessuale agli ufficiali dell'esercito,
che hanno dato inizio agli accertamenti. Uno dei casi e' gia' stato
verificato, e il perpetratore punito. Ma venerdi' scorso l'esercito ha
deciso che gli altri due non sono sufficientemente provati. Ora decideranno
che azione disciplinare comminare a Suzanne per la sua assenza di cinque
mesi. Se giudicata colpevole di diserzione, la giovane donna dovra'
fronteggiare la prigione e il congedo con disonore.
Il caso di Suzanne Swift ha infiammato gli attivisti contrari alla guerra e
le organizzazioni delle donne, che hanno dato inizio ad una petizione ed
hanno dimostrato di fronte alla base di Fort Lewis, fuori Tacoma
(Washington).
*
Il suo caso solleva inquietanti questioni sul rapporto fra i sessi
nell'esercito. Molte veterane dicono che esso e' un crudo esempio della vita
militare quale e' realmente, che la maggior parte delle molestie non vengono
denunciate, che le donne giovani e dal grado basso sono le piu' vulnerabili
e che quando subiscono aggressioni sessuali temono di essere trattate ancora
peggio se ne parlano.
"E' molto piu' comune di quanto la gente pensi", dice Colleen Mussolino,
fondatrice del gruppo Donne veterane d'America, "Ci sono, letteralmente,
migliaia di donne che hanno sperimentato vicende simili". Il Pentagono parla
di 500 casi di violenze sessuali che coinvolgono le forze Usa in Iraq, ma
gli ufficiali ammettono che il problema e' piu' vasto, e che e' reso
maggiormente complicato dallo scenario di guerra.
Lory Manning, direttrice del progetto di ricerca "Donne nell'esercito" per
il "Women's Research and Education Institute", sottolinea che nell'ambito
militare le relazioni sessuali sono inserite nel concetto di "catena di
comando" e non sono viste come consensuali neppure se chi e' subordinato
acconsente. "La presunzione e' che il subordinato debba prenderlo come un
ordine, e temere castighi se si nega", spiga Manning, capitana della marina
militare in pensione, "Piu' giovane e' il subordinato, piu' e' difficile che
si rifiuti, nel timore delle conseguenze".
*
Suzanne Swift aveva 19 anni, ed era uno dei membri della sua unita' con
minore esperienza, quando fu inviata in Kuwait nel febbraio 2004. Aveva
completato l'addestramento al campo e fatto sei settimane di formazione sui
compiti della polizia militare. Era stata assegnata alla 66ma Military
Police Company. Suzanne firmo' per la polizia militare perche' pensava che
questo l'avrebbe tenuta lontana dall'Iraq, ma quando la sua unita' vi fu
destinata per un anno, parti'.
In Kuwait, racconta, un sergente di plotone che sino a quel momento era
stato amichevole nei suoi confronti, e che alla partenza aveva rassicurato
sua madre con un "Non si preoccupi, signora. Avremo cura di sua figlia", la
fermo' mentre si stava recando alle docce e disse: "Swift, perche' hai
l'aria di voler fare sesso con me?". Scioccata, Suzanne replico': "Devi
essere diventato matto". Il giorno seguente, sul convoglio, il sergente
insiste'. "No, amico", gli rispose la giovane parecchie volte.
Suzanne dice che non era preparata ad una situazione del genere, che nulla
di simile le era accaduto durante l'addestramento. Confido' quanto era
accaduto ad un soldato il cui compito era ricevere le lamentele riguardanti
le pari opportunita'. Egli sembro' ricettivo, e promise che ne avrebbe
parlato ad un capitano, ma non accadde nulla.
La sua unita' si mosse e raggiunse quindi Camp Lima a Karbala, in Iraq, a
sudovest di Baghdad. Il suo compito era essere di sostegno alla polizia
irachena. Suzanne noto' subito che lo strano comportamento del sergente
continuava. Egli persisteva nel metterla in guardia rispetto ai suoi
compagni: "Stai attenta a quel tipo, intende farsela con te". Nel contempo
prendeva da parte alcuni di essi e domandava perentoriamente "Come stanno le
cose tra te e Swift?". Presto i soldati cominciarono a stare distanti da
Suzanne. Privatamente, il sergente aveva fatto ore ed ore di domande alla
ragazza, sulla sua vita e le sue precedenti relazioni. Suzanne e' stata
cresciuta dalla sola madre, ha frequentato un liceo alternativo, ed e' stata
sposata per breve tempo.
Una notte, mentre stavano accanto ad un mezzo da trasporto a Camp Lima, il
sergente l'afferro' e la bacio'. "Non volevo avere una storia con lui, non
mi piaceva. Ma avevo paura. Si', avevo una scelta, ma era una scelta
obbligata". Da allora, capitava che le notti il sergente bussasse
rumorosamente alla sua porta, completamente ubriaco, insistendo per fare
sesso con lei.
Quando riusci' finalmente a respingerlo, il sergente si vendico'. Le ordino'
ad esempio di indossare un orologio da parete attorno al collo, e di fargli
rapporto in tenuta da combattimento ogni ora. I rapporti negativi sul
soldato Swift cominciarono a fioccare.
Zach Thompson, il suo caposquadra, che aveva sentito della faccenda
dell'orologio da altri militari, ha di Suzanne un'opinione del tutto diversa
e la giudica persona positiva ed affidabile. "Non avrei potuto chiedere un
soldato migliore", dice, "Era veramente intelligente e si inseriva con
facilita' nelle varie situazioni. Non mi ha mai detto degli abusi, mentre
eravamo in Iraq. Se lo avesse fatto, le avrei detto di denunciarli
formalmente". E aggiunge convinto: "Non mi ha mai mentito, percio' qualsiasi
cosa mi avesse detto io le avrei creduto".
Un'altra donna dell'unita' di Suzanne Swift, che non vuole essere
identificata per timore di ritorsione, racconta di aver ricevuto molestie
dallo stesso sergente durante il suo turno di servizio in Iraq, e non ha
dubbi che la storia di Swift sia vera. Sebbene non avesse denunciato
formalmente le molestie, Suzanne si confido' al telefono con sua madre, la
quale divenne cosi' preoccupata da rivolgersi nel novembre 2004 al deputato
della sua zona, il democratico Peter A. DeFazio. I membri dell'ufficio di
quest'ultimo le dissero che non potevano intervenire sino a quando sua
figlia non avesse intrapreso un'azione legale. Suzanne rifiuto' di farlo,
ricordando alla madre che era in Iraq, ancora sotto il comando di quel
particolare sergente (che ora non fa piu' parte dell'esercito).
*
Le denunce che ora la giovane donna ha fatto concernono anche il suo ritorno
dall'Iraq. Mente si trovava a Fort Lewis, un altro sergente suo superiore
diretto fece parecchi commenti spiacevoli su di lei. Il giorno in cui gli
chiese dove dovesse fargli rapporto le fu risposto: "Nel mio letto, nuda".
Successivamente, le chiese di fare sesso davanti ai commilitoni schierati e
lei gli rispose di chiudere la bocca e uso' un termine insultante. Le fu
ordinato di fare flessioni per punizione. Suzanne non tacque l'incidente ed
il sergente fu ammonito ed assegnato ad una diversa unita'. Nel descrivere
la vita militare come lei l'ha vissuta, Suzanne Swift dice che i commenti a
sfondo sessuale sono comuni, e che ne ha ricevuti e sentiti molti, ma che la
faccenda e' diversa quando vengono da un superiore: "Gli altri soldati non
hanno potere su di te".
*
Suzanne era casa da otto mesi quando le giunse notizia che doveva tornare in
Iraq.
Quando prese la decisione di non andare, sua madre la porto' a fare una
visita medica e le fu diagnosticato l'esaurimento collegato agli abusi
sessuali. L'esercito contesta anche questo: hanno detto a Suzanne che lei
mostra dei sintomi, ma che non ha una malattia vera e propria. Ingaggiato
dalla madre, un avvocato si e' recato a Fort Lewis per tentare di accordarsi
su un congedo, e gli fu risposto che "l'esercito non tratta con i
disertori".
Nel giugno scorso, la polizia di Eugene ha bussato alla porta di casa delle
due donne. Suzanne e' stata arrestata nel soggiorno di sua madre.

2. POESIA E VERITA'. CONSTANTINOS KAVAFIS: ANNA DALASSENA
[Da Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, Milano 1961, 1991, p. 171 (la
traduzione e' di Filippo Maria Pontani). Constantinos Kavafis (Alessandria
d'Egitto 1863-1933), e' una delle grandi voci della poesia novecentesca, e
della poesia classica. Opere di Constantinos Kavafis: Poiemata, Ikaros,
Atene 1983, 2 voll. (a cura di G. P. Savvidis); Poesie, Mondadori, Milano
1961, 1991 (cura e traduzione di Filippo Maria Pontani); Cinquantacinque
poesie, Einaudi, Torino 1968, 1984 (cura e traduzione di Margherita Dalmati
e Nelo Risi). Opere su Constantinos Kavafis: Paola M. Minucci, Costantino
Kavafis, Firenze 1979; M. Peri, Quattro saggi per Kavafis, Vita e pensiero,
Milano 1978; G. Lorando, L. Marcheselli, A. Gentilini, Lessico di Kavafis,
Liviana, Padova 1970; cfr. anche il bel saggio di Marguerite Yourcenar, in
Eadem, Con beneficio d'inventario, Bompiani 1985, 1993]

Alessio Comneno promulgo' una bolla d'oro
per rendere alla madre un alto onore,
alla saggissima sovrana, ad Anna Dalassena,
nei costume e nell'opere perfetta.
Vi sono elogi a iosa.
Riporto una preziosa
e bella frase: ne vale la pena:
"Il mio o il tuo: parola gelida: tra noi non fu mai detta".

3. INCONTRI. SERENA FUART: RICAMARE UNA VITA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo pressoche' integralmente la seguente relazione di Serena Fuart
dell'incontro del Circolo della Rosa svoltosi il primo aprile 2006 presso la
Libreria delle donne di Milano. Trattandosi di una trascrizione di sintesi
di interventi orali, ovviamente alcune espressioni possono essere imprecise,
alcune ricostruzioni frettolose e in taluni punti non condivisibili, ed
alcuni giudizi anche inadeguati e discutibili: chi legge ne tenga conto; con
questa avvertenza, si tratta di un resoconto assai utile di un'iniziative
assai apprezzabile (p. s.).
Serena Fuart e' una prestigiosa intellettuale femminista.
Adele Manzi, cofondatrice della ong "Najdeh", e' impegnata nella
solidarieta' col popolo palestinese ed ha trascorso parte della sua vita in
Libano fra le palestinesi profughe.
Luisa Muraro, una delle piu' influenti pensatrici viventi, ha insegnato
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di
"Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la
seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei
sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza),
in una regione allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita'
Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una
carriera accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare
nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia
dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba
Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista
dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al
femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della
differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva:
La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981,
ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La
Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti,
Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla
nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria
delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via
Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima
(1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero
della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della
maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel
1997".
Stefano Sarfati Nahmad, intellettuale milanese di forte impegno civile, e'
impegnato nella "Rete ebrei contro l'occupazione".
Manuela Dviri Vitali Norsa, nata a Padova nel 1949, dopo il matrimonio si e'
trasferita in Israele dedicandosi all'insegnamento; giornalista e
scrittrice, e' impegnata nel movimento pacifista israeliano; "Dal giorno
della morte in territorio libanese del figlio ventenne, Jonathan, durante il
servizio di leva, Manuela Dviri e' diventata una importante esponente del
movimento pacifista israeliano e tra i sostenitori del dialogo e la
collaborazione tra la societa' israeliana e palestinese. Giornalista e
scrittrice... e' stata tra le esponenti del gruppo delle 'quattro madri' per
il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di sicurezza libanese, poi
avvenuto nel 2000. Pubblica su vari giornali israeliani e sul 'Corriere
della Sera'" ("Il manifesto"). Opere di Manuela Dviri: La guerra negli
occhi, Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 2003; Vita nella terra di latte e
miele, Ponte alle grazie, Milano 2004.
Eitan Bronstein, impegnato per la memoria condivisa, la pace, il reciproco e
comune riconoscimento di umanita' e la riconciliazione, ha fondato
l'associazione "Zochrot".
Laura Minguzzi, di origini ravennati, insegna lingue straniere in licei
milanesi; femminista storica, ha promosso insieme ad altre una "Comunita' di
pratica e di riflessione pedagogica e di ricerca storica" che si ispira alla
pratica politica della Libreria delle donne di Milano, di cui fa parte; e'
autrice di varie pubblicazioni.
Vita Cosentino e' un'autorevole intellettuale femminista.
Federico Lastaria, docente al Politecnico di Milano, e' impegnato nella
solidarieta' col popolo palestinese.
Annamaria di Ciommo, artista e artigiana, e' socia del Circolo della Rosa di
Milano]

Dal 31 marzo al 2 aprile Il Circolo della Rosa ha ospitato una mostra di
artigianato palestinese (ricami e tessuti) organizzata da Adele Manzi, amica
di Stefano Sarfati Nahmad, la quale ha trascorso parte della sua vita in
Libano fra le palestinesi profughe.
Sabato primo aprile, Luisa Muraro e Stefano Sarfati Nahmad hanno dialogato
con Adele Manzi per parlare e ragionare sui problemi del popolo palestinese,
ponendo speciale attenzione alle donne.
Tra gli argomenti trattati, il delicato lavoro di mediazione in situazione
di conflitto; le figure mediatrici, protagoniste di questo delicato compito
che viene portato avanti valorizzando cultura e memoria. Si e' parlato di
ricamo naturalmente, una delle vie della mediazione, che favorisce
l'incontro tra le donne, lo scambio culturale, il ritorno alle origini.
*
E' Luisa Muraro a dare inizio alla discussione introducendo uno dei temi
della serata, la figura delle mediatrici, argomento su cui lei, a partire
dalla sua esperienza e in relazione alla vita e al lavoro di Adele Manzi, ha
riflettuto personalmente arrivando a delle considerazioni che toccano il suo
modo di sentire e la politica che fa.
"Ho capito qualcosa che mi riguarda, riguarda il mio modo di sentire e la
politica che faccio. Come ho spiegato ad Adele, non sono dedita alla causa
palestinese, sono concentrata qui, su noi e l'agire politico. Una delle
caratteristiche di queste figure mediatrici e' che lavorano spesso
nell'ombra, anche se non tutte, come il primo ministro svedese, Olof Palme,
ucciso in circostanze poco chiare.
"Per arrivare al punto, le mie riflessioni mi hanno portato a pensare che
queste persone non abbiano il cuore abitato essenzialmente dalla causa della
giustizia, dal proposito di farla. Il loro atteggiamento e' diverso, ci
hanno rinunciato. Sono rimasta colpita dal linguaggio di Ricamare una vita,
la dispensa che Adele mi ha fatto leggere, in cui racconta della catastrofe
del 1948, anno in cui il popolo palestinese ha dovuto lasciare
traumaticamente le sue terre, i villaggi, i campi. Quello che mi colpisce
nel linguaggio usato e' la totale assenza di parole di protesta.
"Penso a me che sono stata militante politica nel senso classico della
parola. Ricordo una serata alla Casa della cultura, in cui ho pronunciato
parole terribili in difesa del popolo palestinese, contro le decisioni, i
poteri e tutto quello che era stato fatto loro. Ricordo anche gli applausi
degli studenti siriani presenti. Quello che mi muoveva era la volonta' che
si facesse giustizia, che chi ha subito un torto avesse riparazione.
"Le figure mediatrici sono differenti - continua Luisa Muraro -. Queste
persone mettono innanzi qualcos'altro, a costo di mortificare la loro
volonta' di giustizia. I temi della giustizia sono questioni che sanno e che
sentono ma non proclamano, stando in una sorta di mortificazione, anche se
non so se mortificazione sia la parola appropriata.
"Ritengo che, in questo lavoro di mediazione, un ruolo molto importante lo
abbiano le parole. Parole che possono essere non necessariamente di mezzo,
cioe' dare un po' ragione all'uno e un po' all'altro. In questi conflitti
estremi e polarizzati e' necessario che ambo le parti facciano uno
spostamento".
A proposito del lavoro di Adele Manzi e, come del suo, quello di tanti
altri, Luisa Muraro continua il suo intervento sostenendo che "si tratta di
un impegno accompagnato sempre dalla fedelta' della memoria. Il ricordare,
il dire senza accuse, e' un atto dovuto a chi ha patito un torto, a chi a
sofferto.
"Il lavoro di Adele Manzi ha il principale scopo di far conoscere e
raccogliere le testimonianze delle donne palestinesi dei campi profughi nel
Libano".
Il suo impegno pero' e' anche culturale con la mediazione della bellezza,
continua Luisa facendo riferimento al lavoro del ricamo: "Queste produzioni
in se' belle, pacifiche, serene e festose, creano anch'esse una sorta di
mediazione, ci fanno vedere la bellezza di un'arte femminile. Questi lavori
in mezzo a noi questa sera portano traccia di colori e di festa in un Paese
e in un contesto completamente diversi. E' come spostare il mio, il nostro
pensiero, verso momenti, luoghi, sentimenti di festa, gioia, di
collaborazione. Questo secondo me e' opera di mediazione".
*
L'intervento successivo e' di Stefano Sarfati Nahmad che racconta d'aver
conosciuto Adele durante una manifestazione, rimanendo colpito dal fatto che
avesse lavorato per trent'anni accanto alle donne palestinesi.
"Conosco parecchie persone molto impegnate in politica, tuttavia incontrare
una donna dall'apparenza cosi' fragile ed esile che, con poche parole, mi ha
testimoniato un'intera esistenza a favore di un'idea che in quel momento
portava alle persone per strada sfilando, mi ha colpito parecchio. Ho
scoperto in seguito che conosceva Luisa Muraro e siamo arrivati
all'appuntamento di questa sera".
Riguardo quanto detto da Luisa Muraro sulla figura della mediazione, Stefano
cita un'altra donna: "per me - dice -, una persona di un certo calibro per
quanto riguarda la sua capacita' di mediazione e' Manuela Dviri Norsa. Si
tratta di una figura... contestata infatti da molti per il lavoro che fa. Il
suo progetto e' aiutare i bambini palestinesi che hanno subito dei traumi
fisici tramite un istituto ospedaliero israeliano. Il suo scopo e' quindi
convogliare soldi per questa causa, cosa contestata da molti genitori
palestinesi, i quali sostengono che i soldi non dovrebbero andare agli
israeliani i quali, "prima li ammazzano e dopo li aggiustano", accusa che io
non le muovo ma che ho sentito farle. Personalmente leggevo i suoi articoli
sul 'Corriere della sera'...".
Stefano racconta poi di averla conosciuta personalmente e intervistata.
"Un'esperienza molto interessante. In quell'occasione ha preso posizioni
nettissime, posizioni che ebrei e italiani considererebbero radicali,
addirittura 'antisemite'. Tra i suoi progetti quello di far ricamare camicie
fatte in Israele da donne palestinesi. Il suo scopo era mettere in contatto
le due genti, perche' secondo lei l'unica soluzione e' mettere in contatto i
popoli, favorire l'incontro. L'ho ricordata perche', anche lei, sul tema del
ricamo ha creato una mediazione.
"Io sono qui oggi in quanto ebreo che ha a cuore la causa dei palestinesi.
Questa dei palestinesi e' una questione che urla vendetta. Mi e' capitato
una sera di vedere la trasmissione di Giuliano Ferrara durante la quale e'
intervenuto un ebreo dalla Svizzera. Questi sosteneva che: "in fondo le
guerre israeliane sono state delle guerre costruttive. Alla televisione
passano invece notizie di fatti inaccettabili, indicibili. Quelle parole
pero' hanno un percorso: la vita in Palestina e' invivibile e inaccettabile,
e' una diaspora, nemesi storica per mano ebraica, ma in tv e'
strumentalizzata in maniera indegna. Questo si ritorcera' contro Israele.
"Quello che io vorrei raccontare questa sera e' qual e' il percorso umano di
un ebreo che appoggia i palestinesi, quando la triste realta' e' che la
maggior parte degli ebrei si identifica con Israele, nello Stato di Israele
difendendo l'indifendibile. Un paragone che viene spesso fatto a proposito
di questa questione e' quello di una madre che difende il figlio stupratore.
Il mio percorso e' stato quello di uscire dalla mera identita' ebraica e
dedicare semplice buon senso. Partecipando poi alla vita della Libreria
delle donne, parallelamente, ho fatto un altro percorso che mi porta a
giocare un po' fuori casa, ovvero quello di uomo che si interessa alle cause
delle donne. Concludo ritornando sulla figura delle medianti. Questi
percorsi si possono fare in presenza di alcune particolare persone che di
solito sono donne".
*
La parola passa poi ad Adele Manzi.
Adele e' una delle fondatrici di Najdeh (termine che significa "soccorso"),
un'associazione non governativa nata dopo la caduta di Tell el-Zatar, campo
di rifugiati palestinesi che si trovava nella zona del Libano cristiana
(l'altra e' musulmana). L'associazione opera in questi campi in Libano per
contribuire a soddisfare i bisogni piu' urgenti: scuole materne, centri di
formazione professionale, alfabetizzazione e sostegno scolastico, assistenza
alle famiglie, creazione di possibilita' di lavoro. All'interno di questa
sono nati laboratori di ricamo che non soltanto hanno un ruolo economico ma
consentono alle generazioni nate in esilio di riappropriarsi di uno degli
aspetti della cultura di origine. I loro prodotti sono recentemente entrati
nel circuito del commercio equo e solidale con l'etichetta Al Badia.
Adele Manzi inizia il suo intervento raccontando di quando nel 1975 ha preso
la decisione di lavorare con donne palestinesi rifugiate in Iran. "Lo volevo
da molto tempo ma l'ho deciso in quell'anno quando c'e' stata la caduta di
Tell el-Zatar. In quell'occasione la gente e' stata decimata, si e' trattato
di un massacro. Molti uomini sono stati trucidati e portati via mentre sono
state lasciate partire le donne e i bambini".
Adele Manzi spiega come si proceda in questo tipo di progetti: "Per creare
un gruppo che lavora nei campi palestinesi bisogna avere la protezione di un
partito palestinese. Noi siamo stati appoggiati da una fazione palestinese
che pero' non ha mai approvato gli attacchi al di fuori delle terre
conquistate".
Per dare un'idea della situazione, Adele Manzi fa due esempi.
"Per le attivita' di ricamo ci siamo appoggiati a dei cataloghi di ricami
palestinesi conservati nei vari musei del mondo, il primo e' stato,
paradossalmente, in America. Un'amica belga che lavorava a Betlemme ci ha
mandato un piccolo album stampato in Israele. Si trattava di una raccolta di
differenti motivi che cerchiamo di fare anche noi, creando un album che ha
circolato e che e' stato copiato dal suo. Ad un certo punto questo album e'
scomparso. Forse in quanto proveniente da Israele, in cui la parola
Palestina non compare. L'unica scritta che c'era era arabesque, anche se non
si trattava di questo".
Adele parla poi della responsabile generale di Najdeh, che in Francia ha
visitato due associazioni francesi, una protestante e una cattolica. Queste
due realta' l'hanno messa davanti a una scelta, che lei ha accettato, ovvero
incontrare due israeliani.
Il primo e' Eitan Bronstein, fondatore di un'associazione israeliana che si
chiama Zochrot (di cui si parla in seguito, ndr). Una delle condizioni di
questo incontro era indagare la sofferenza e i torti subiti da parte del
popolo palestinese. Questa associazione, tra le ultime nate dei numerosi
movimenti pacifisti israeliani, ha, tra gli scopi, quello di dare al
pubblico israeliano una conoscenza storica di quello che e' successo nel
'48. Il loro impegno e' visitare i luoghi, quali ad esempio un kibbutz, un
villaggio israeliano costruito sulle rovine di un villaggio palestinese, e
mettere delle lapidi che ricordino cosa c'era in quel luogo prima del '48.
Eitan Bronstein e' sostenitore dell'idea di non paragonare il ritorno degli
ebrei in Palestina con quello dei palestinesi in quanto il ritorno degli
ebrei e' stato realizzato con l'espulsione di una gran parte dei
palestinesi. La pace non e' possibile se gli israeliani non riconoscono
questa immensa ingiustizia.
L'altro israeliano, membro di Peace Now, su questo non era d'accordo. Si e'
discusso e la giovane palestinese responsabile dell'associazione ha
accettato di dialogare.
*
Ritornando al tema del ricamo, Luisa Muraro interviene chiedendo ad Adele se
nei ricami sia possibile identificare una sorta di linguaggio "Hai parlato
di questi ricami e di persone che hanno prodotto cataloghi e raccolte, anche
in America ed Europa. E' possibile che, in questi ricami, figure e motivi,
ci sia un linguaggio? E' possibile che chi ha la cultura di questi riconosca
le figure?".
Adele risponde che e' difficile parlare di linguaggio. Racconta che a
Damasco una signora tedesca, abile ricamatrice che fa lavorare le donne
palestinesi, ha scritto un articolo sull'origine dei questi ricami. "C'e'
una grossa quantita' di ricami - dice - e la loro origine e' molto
controversa. Una figura ricorrente comunque sono i cipressi". Dal nord al
sud della Palestina ci sono caratteristiche diverse, ha detto poi. "Bisogna
immaginare che la Palestina era un paese moderno: c'era una ferrovia che lo
attraversava interamente, era aperto all'occidente, e prima ancora con i
paesi arabi e con la Siria. C'e' stata una contaminazione con l'occidente.
Quando qualcuno mi porta un modello di un certo ricamo, a volte riconosco
che e' stato copiato. Il fatto di copiare e' avvenuto quando si e'
cominciato a ricevere dall'estero, assieme ai fili da ricamo, anche i
cataloghi".
"Quindi quella palestinese e' una cultura viva", continua Luisa Muraro:
"tutte le culture - dice - hanno una continua capacita' di contaminarsi
anche se e' vero che esiste parallelamente un lavoro di conservazione.
Nonostante questo pero' le persone sono liberamente esposte a sollecitazioni
da altre parti. Una cultura e' vera quando si apre ad acquisire".
Adele Manzi racconta allora a Luisa quanto sia interessante vedere sugli
antichi modelli da loro usati delle tracce di altre culture. "La Palestina -
dice - e' stata una paese di passaggio, di scambi culturali. Ci sono forme
di cipressi che sembrano copiati dalle maioliche iraniane. Ci sarebbe tutto
uno studio da fare...".
*
La parola passa poi ai numerosi partecipanti intervenuti.
Laura Minguzzi pone una questione sul linguaggio del ricamo: "I ricami sono
tutti fatti con la tecnica del punto croce: c'e' un particolare significato
simbolico legato all'uso di questa tecnica?".
Adele Manzi risponde che il punto croce non e' la sola tecnica usata anche
se comunque molto diffusa. "Il punto croce non ha nessun significato
simbolico, e' pero' la tecnica piu' facile da eseguire".
Adele parla anche di un altro punto, quello con il cordoncino fissato per
fare dei geroglifici. Questo punto permette di realizzare figure tonde e di
crearne molte altre.
*
Vita Cosentino chiede ulteriori informazioni sull'attivita' delle donne
nell'associazione. In particolare, in che modo si ritrovano insieme, se
discutono, come decidono le cose.
Adele risponde che l'associazione e' stata fondata con lo scopo di occuparsi
delle donne.
"Abbiamo chiesto alla popolazione interessata cosa desiderasse venisse
fatto. C'era bisogno in primo luogo delle scuole materne, luogo che protegga
i bambini dalla vita delle strade. Ed e' la prima cosa che abbiamo fatto,
occupandoci poi anche della formazione professionale delle adolescenti per
permetter loro di entrare successivamente nel mercato del lavoro.
"Abbiamo poi pensato di favorire la socialita' di queste donne facendole
lavorare insieme. Abbiamo quindi creato dei piccoli laboratori in cui loro
possono lavorare: c'e' una donna che distribuisce le consegne e insegna il
lavoro. Il fatto che le donne si raggruppino rende possibile l'emergere dei
problemi che possono cosi' essere discussi tra loro. Questo ha reso
possibile il crearsi di una socialita' tra loro. L'associazione si occupa
inoltre di dare una formazione culturale e anche politica".
*
Lucia, una delle partecipanti, racconta di aver conosciuto Adele in Libano
durante un viaggio in cui il loro scopo era cercare di capire la realta' dei
campi profughi palestinesi.
"Quello che mi e' sembrato di capire delle donne palestinesi e anche degli
uomini - dice Lucia - e' il fatto che vivano con il sogno del ritorno,
ritorno alla loro casa, terra, campi. Il ricamo e' anche un modo che hanno
per capire, prima di tutto, chi sono, qual e' la loro identita', da dove
vengono".
Quasi tutti i ricami richiamano abiti di donne, diversi a seconda dei
villaggi. Nei ricami ricostruiscono il luogo d'origine, trasmettendolo cosi'
anche alle giovani che non sono mai state in Palestina. Giovani che non la
conoscono e che la sognano secondo quello che vien loro trasmesso dalle
generazioni precedenti. La funzione del ricamo per loro non e' soltanto di
riunirle, ma anche di far conservare la propria identita'. E' importante
mantenere le tradizioni, capire da dove si viene. I ricami hanno questa
funzione indispensabile, ovvero mantenere la tradizione, cosa fondamentale
soprattutto per chi e' sradicato dalla sua terra e vive in un altro posto,
nelle condizioni dei campi profughi. Condizioni che comportano tutta una
serie di problemi, tra cui il fatto di non poter esercitare la propria
professione pur essendo pienamente qualificati, questione in cui il problema
dello sradicamento diviene particolarmente evidente.
"Quindi possiamo dire che il ricamo sia diventato un linguaggio del ritorno,
del radicamento in certi posti - conclude Luisa Muraro -. Si tratta quindi
di un richiamo, una forma poetica di collegamento di origini, ai luoghi di
provenienza, un modo di spostare il patimento dello sradicamento in qualcosa
che lo raffigura".
*
Nell'intervento del professor Federico Lastaria si e' parlato piu'
dettagliatamente dell'associazione Zochrot.
"Si tratta di un'associazione di israeliani che pone come prioritorario il
tema del ricordo. Ricordo della Nakba, cioe' dell'espulsione dei palestinesi
nel '48. La scelta del nome, Zochrot, ha anche un suo significato. Si tratta
di una parola ebraica che significa coloro che si ricordano, ed e' una
parola declinata al femminile. La scelta di un nome femminile, anche se
l'associazione e' composta sia da uomini che da donne, ha lo scopo di
colorare al femminile il ricordo della Nakba, dargli un senso non
militaristico, valorizzando aspetti quali l'accoglienza, caratteri questi,
piu' tipici dell'animo femminile che di quello maschile.
"L'associazione ha quattro anni, e' sorta nel 2002. Ad esempio nella citta'
di Miske che oggi si chiama Mischendorf/Pinkamiske, l'associazione si
impegna a giustapporre, non sostituire - precisa - i nomi delle vie attuali
con la denominazione araba che c'era prima del '48; o anche, sulle rovine di
villaggio arabo distrutto si mettono delle targhe indicanti quello che c'era
prima. Il tema della memoria e' importante perche' se non comprende la
questione dell'espulsione nel 1948, non si capisce molto dei palestinesi.
L'altro punto su cui si impegna l'associazione e' di ricordare in lingua
ebraica. Non e' la stessa cosa ricordare il dramma dei palestinese in
inglese o in ebraico, bisogna parlare al femminile e in ebraico perche' e'
la lingua che gli ebrei prediligono per riflettere".
*
In uno degli ultimi interventi Annamaria di Ciommo racconta come i temi
della serata le abbiano fatto ricordare la sua infanzia: "Mia mamma -
racconta - mi mandava dalle zie a ricamare e imparare il punto e croce. Era
il momento in cui tutte le zie giovani mi insegnavano la storia della
famiglia e insieme ai ricami imparavo l'arte della pazienza: scucire,
ricucire e fare le cose nel migliore dei modi. Attraverso le nostre
conversazioni e i loro racconti ho imparato la storia di tutti i miei
parenti. Si trattava di momenti ricchi, ero circondata da zie molto giovani.
Questo fatto comunque non credo fosse proprio solo della mia famiglia.
Vivevo ad Avello in provincia di Potenza. Queste esperienze sono forse
tipiche della cultura mediterranea".
*
Luisa Muraro conclude la serata con la considerazione che la pazienza e' la
virtu' principe delle figure mediatrici che lavorano nell'ombra: "In tutti i
grandi conflitti ci sono queste figure di persone che, tra le virtu',
sommano tenacia e pazienza".
Luisa Muraro ringrazia Laura Minguzzi per la cura e l'amore con cui ha
accolto al Circolo della Rosa la manifestazione e la mostra di Adele Manzi e
dell'associazione Najdeh.
*
Per chi fosse interessata/o e' disponibile in visione un cd-rom della mostra
"Ricamare una vita", realizzato da un'amica di Adele Manzi durante
l'esposizione dei tessuti ricamati.

4. RIFLESSIONE. CATERINA BORI E SAMUELA PAGANI: NELLO SPECCHIO DELLO
STRANIERO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 settembre 2006.
Caterina Bori e' teaching fellow di storia dell'islam alla School of
Oriental and African Studies dell'Universita' di Londra.
Samuela Pagani e' ricercatrice di lingua e letteratura araba all'Universita'
di Lecce]

"Un tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna
dall'interno": cosi' Benedetto XVI ha definito la sua lectio all'universita'
di Regensburg del 12 settembre scorso. Nella storia della ragione
occidentale, argomenta il papa, "l'ethos e la religione perdono la loro
forza di creare una comunita' e scadono nell'ambito della discrezionalita'
personale", per colpa in primo luogo della scienza sperimentale, una
"autolimitazione" della ragione che esclude il divino dal proprio dominio, e
dunque dal dominio dell'universalita' e pubblicita' della conoscenza.
Soluzione: tornare alla metafisica razionalista della filosofia scolastica,
che ci puo' dire ex cathedra - a noi, "comunita' europea" - da dove veniamo
e verso dove andiamo, e soprattutto e in primo luogo chi siamo: la perfetta
e universale sintesi del logos greco e della fede biblica, operata dal Verbo
incarnato.
Per affermare pienamente questa identita' europea in pericolo occorre
escludere: la ragione critica e il pensiero delle scienze naturali su cui si
basa il "concetto moderno della ragione"; le manifestazioni imperfette del
cristianesimo, come le chiese orientali ("Non e' sorprendente che il
cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante
nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in
Europa": e Bisanzio dov'era, in Asia o in Europa?); le tendenze
"deellenizzanti" (antimetafisiche) nate nel cristianesimo europeo.
Ma perche' lo spunto di questa "purificazione" dell'identita' europea
dall'interno viene proprio da una presa di posizione perentoria
(l'Imperatore Manuele II Paleologo e' "brusco" e "pesante", dice il papa)
contro l'islam? Perche' proprio l'islam e' scelto nell'ouverture come
esempio per eccellenza di cio' che e' "altro" da noi?
Forse perche' un'identita' assediata da ogni parte da nemici "interni", come
quella appena descritta, ha bisogno, per definirsi, di specchiarsi in un
"altro" assoluto. Ma anche perche' il papa sa bene che l'islam e'
attualmente piu' capace del cristianesimo di creare una comunita', o una
identita'. E in questo senso e' un potente rivale dell'universalismo
identitario da lui proposto. Manuele Paleologo e' un exemplum perche'
simboleggia un'identita' minacciata (Bisanzio assediata dagli Ottomani; come
l'Europa dalla Turchia?), e da questo punto di vista rinvia a una rivalita'
islamo-cristiana di natura essenzialmente politica. Ma la scelta di
veicolare il messaggio attraverso un frammento di controversia teologica
medievale serve anche a ribadire che le radici della contrapposizione con
l'islam sono, prima che politiche, teologiche, ossia essenziali e non
occasionali. Al tentativo di "critica della ragione moderna" si affianca
cosi' l'abbozzo di una "teologia dello scontro di civilta'". Questa
"cerniera teologica" fra l'obiettivo politico e l'obiettivo filosofico del
papa e' un aspetto centrale della sua argomentazione, come ha spiegato Ida
Dominijanni nella sua analisi sul "Manifesto" del 15 settembre.
Data la gravita' di una simile presa di posizione dottrinale, il papa si
circonda di cautele, giocando abilmente con le citazioni. Innanzitutto, lui
stesso ci avverte che il frammento prescelto "e' piuttosto marginale nella
struttura dell'intero dialogo" fra l'imperatore e il persiano). Si potrebbe
essere piu' precisi: la frase isolata dal papa non solo contrasta, per la
sua aggressivita', con il tono generale molto piu' pacato del dialogo, ma e'
in realta' a sua volta una citazione indiretta della Confutazione della
Legge dei Saraceni scritta alla fine del Duecento dal domenicano Ricoldo di
Montecroce (Silvia Ronchey ha spiegato sulla "Stampa" del 13 settembre come
questo testo si sia trasmesso dall'Occidente latino a Bisanzio). La tesi per
cui la religione islamica sarebbe "irragionevole" e "violenta" e' un
caposaldo della polemica di Ricoldo, a cui sono dedicati due interi capitoli
della Confutazione. Insomma: rinviando nella forma a un testo che appartiene
alla ricca e raffinata tradizione della controversia teologica fra le chiese
d'Oriente e l'islam, il papa recupera nella sostanza la libellistica
anti-islamica del cristianesimo latino, funzionale alla legittimazione delle
Crociate.
In questo contesto polemico militante, il rimprovero rivolto all'islam di
affermare la fede con la forza e' una parte irrinunciabile
dell'argomentazione: serve infatti a confutare la pretesa di "logicita'"
della religione rivale, la sua ambizione di rappresentare "l'universalita'
della ragione", contesa fra i due monoteismi universalisti. Quello che
veramente disturba il polemista cristiano non e' la radicale differenza
dell'islam, ma la sua somiglianza emulatrice (e la coscienza di questa
somiglianza affiora nella frase: "Mostrami pure cio' che Maometto ha portato
di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua
direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava":
il nuovo e' solo la violenza, il potere, la politica, e dunque il resto e'
solo una variante deviata del cristianesimo). Perche' posto che l'autentica
ragione universale e' quella teologica, questa puo' essere una sola. Il
fatto che "le culture profondamente religiose del mondo" (cioe' le religioni
extra-europee non cristiane) aspirino a essere incluse nella "universalita'
della ragione" non significa che tutte possano allo stesso titolo
rappresentarla: le loro aspirazioni confermano semmai che tutti gli uomini
hanno bisogno della verita', ma non che la possiedono, poiche' la loro
"teologia", non essendo greco-cristiana, ignora la vera natura del logos,
non e' veramente universale (dunque parliamoci per convertirli, e, se sono
cattivi, difendiamoci).
Escludere l'islam dalla salvezza del logos greco e' tanto piu' necessario,
per affermare la differenza occidentale, in quanto le somiglianze sono piu'
evidenti e fastidiose. La sintesi greco-biblica e' infatti il fondamento
della cultura politico-religiosa medievale tanto nel cristianesimo quanto
nell'islam: il califfo abbaside al-Ma'mun (m. 833) afferma la sua immagine
di legittimo erede della tradizione imperiale romana, contro l'imperatore di
Bisanzio, sognando Aristotele. Per rendere plausibile questa esclusione, il
papa ricorre all'astuzia dialettica di scegliere, come portavoce della
teologia musulmana, un autore molto originale: Ibn Hazm di Cordova, che
rappresenta, nella scolastica musulmana, una corrente critica altrettanto
minoritaria di quel volontarismo cristiano che il discorso del papa non
manca di condannare. Gli esegeti piu' concilianti potranno dire che il papa,
concentrandosi su un caso di letteralismo estremo, vuole rivolgersi contro
gli estremisti. Ma il ragionamento e' un po' tortuoso. L'intenzione piu'
evidente del suo discorso e' piuttosto quella di inchiodare la teologia
musulmana alla sua corrente piu' radicalmente deellenizzante, per mostrarne
la marginalita' culturale, ed eludere al tempo stesso il discorso
apologetico razionalista della corrente maggioritaria, di fronte al quale e'
molto piu' difficile sostenere una differenza radicale di atteggiamenti fra
islam e cristianesimo.
L'idea che la religione "vera" e autenticamente universale sia quella piu'
conforme alla ragione e dunque alla natura umana e' infatti condivisa dai
teologi ufficiali di entrambi i fronti. La teologia musulmana si chiama 'ilm
al-kalam ("scienza del discorso") proprio perche' si basa sull'idea che il
trionfo della fede debba essere effettuato attraverso la persuasione. Per i
teologi musulmani (come per i loro colleghi avversari), non e' certo la
violenza che assicura il trionfo della fede, ma piuttosto il suo intrinseco
valore di verita', che, nel caso dell'islam, si traduce nella piu' perfetta
corrispondenza di questa religione con la "disposizione naturale"
dell'uomo - anche se naturalmente il successo nelle armi non fa che
confermare il sostegno divino. Lo testimonia nel modo migliore
un'interpretazione tradizionale del versetto coranico citato dal papa,
secondo la quale le parole "non c'e' costrizione nella religione" (2, 256)
non esprimono un divieto, ma un'impossibilita': la fede, in quanto "atto del
cuore", non puo' essere imposta con la forza. Secondo la tradizione
musulmana, questo versetto, sia detto per inciso, risale al quarto anno
dell'Egira, o emigrazione, del Profeta a Medina (625 d. C.). Esso appartiene
cioe' al periodo in cui il Profeta si afferma anche come capo di una nuova
comunita', e non al "periodo iniziale", quando "era ancora senza potere e
minacciato".
Ma non e' un caso che l'Imperatore - e poi il papa - non si siano attardati
sui particolari. Il metodo delle controversie teologiche e' dialettico e non
dimostrativo, direbbe un vero interprete della ragione greca come Averroe'.
Quel che conta e' assestare un colpo efficace, anche a costo di omissioni e
approssimazioni, se non di vere e proprie mistificazioni, al destinatario
fittizio dell'apologia. Il desiderio di comprensione storica dell'Islam e'
ovviamente del tutto estraneo a questa impostazione, a-scientifica per
definizione. Dire che il papa esprime "la verita' storica" (Magdi Allam sul
"Corriere della sera") e' un po' come dire che la teoria del "disegno
intelligente" rappresenta la "verita' scientifica" nella storia naturale.
Del resto, il fatto stesso di brandire "la verita' storica" come un
manganello e' il segno della completa estraneita' alla mentalita'
scientifica degli epigoni "laici" del papa. Nelle scienze storiche, come
nelle scienze naturali e matematiche, non c'e' "verita'" che non possa
essere messa in discussione da nuovi dati e nuove interpretazioni. Gli atei
devoti teocon di oggi confermano, se fosse necessario, che il dogmatismo e
il fanatismo non hanno bisogno, per prosperare, di essere illuminati dalla
fede.
Nella citazione del papa, "il colto interlocutore persiano" dell'Imperatore
non ha la parola. "I suoi ragionamenti" non hanno posto nella lectio,
perche' la sua figura serve soltanto a evocare un'immagine di alterita' a
cui contrapporsi per riconoscersi. Ne e' prova eloquente la sua anonimia, e
la stessa vaghezza con cui e' definito. E' vero quindi che il papa, come
hanno detto i rappresentanti del Vaticano rispondendo alle reazioni di
sdegno del mondo islamico, non si e' voluto impegnare in una discussione
sull'islam, o il jihad, e ha evitato di pronunciare un giudizio diretto su
questa religione. Si e' limitato a farne il limite, il confine, della nostra
identita'. Un territorio straniero che dovrebbe restare tale.
L'equivalente contemporaneo del mutismo del "persiano", il destinatario
fittizio dell'apologia bizantina, e' lo sdegno di massa spettacolarizzato.
Largamente prevedibili, le reazioni di un mondo islamico veramente
(militarmente) in stato di assedio, servono magnificamente a dare corpo al
fantasma di una moltitudine "irragionevole" (senza logos), pronta a
cancellare cio' che siamo. Cosi', un breve accenno in apertura contro
"l'intolleranza" islamica e' riuscito a trasformare una polemica contro i
valori "interni" all'Occidente post-illuminista in un manifesto
dell'Occidente contro il nemico esterno, una bandiera dietro la quale anche
gli europei piu' riottosi sono invitati a schierarsi.

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 82 del 21 settembre 2006

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