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La nonviolenza e' in cammino. 1428



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1428 del 24 settembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Mao Valpiana: Incontriamoci a Verona
2. "La politica della nonviolenza", un seminario promosso dal Movimento
Nonviolento il 21-22 ottobre a Verona
3. Enrico Piovesana: Italiani in guerra
4. Enrico Piovesana: Un anno dopo
5. Alberto Burgio: Cosa aspettiamo in Afghanistan?
6. Emanuela Ceva: Giustizia procedurale e pluralismo dei valori (parte
seconda e conclusiva)
7. Riletture: Adriana Cavarero, Nonostante Platone
8. Riletture: Luce Irigaray, Speculum
9. Riletture: Julia Kristeva, Sole nero
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: INCONTRIAMOCI A VERONA
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per questo intervento. Mao (Massimo) Valpiana e' una
delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato
nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista;
fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e'
diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di
solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in
Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto con
grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

"Seminario" e' il luogo, fisico o spirituale, della semina. Selezionare le
sementi migliori, piantarle, innaffiarle, concimarle, vederle germogliare,
averne cura, farle diventare delle piante che a loro volta fruttificano,
producono e moltiplicano nuovi semi. Nei seminari si formano le persone
destinate a compiere una certa missione o a coltivare una determinata
disciplina. Nel nostro caso si tratta di una materia davvero speciale: la
nonviolenza.
L'obiettivo del seminario di Verona e' definire e verificare i fondamenti, i
fini e i mezzi, di una possibile strategia della nonviolenza in Italia.
L'appuntamento di ottobre 2006 e' una tappa del lungo cammino che abbiamo
intrapreso nel 2000 con la marcia nonviolenta Perugia-Assisi "Mai piu'
eserciti e guerre", proseguito nel 2004  con la camminata Assisi-Gubbio "In
cammino per la nonviolenza", poi nel 2004 con il Congresso "Nonviolenza e'
politica" e infine nel 2006 con il convegno di Firenze "Nonviolenza e
politica".
Il seminario e' aperto a tutte le amiche e gli amici della nonviolenza che
si sentono a disagio per quanto sta avvenendo in questi mesi nel movimento
per la pace, sia nella base che a livello istituzionale, dopo le vicende del
voto parlamentare sull'Afghanistan, dopo la missione militare in Libano,
dopo l'iniziativa della Tavola della pace ad Assisi, dopo la proposta di una
campagna per il disarmo atomico, dopo i tanti appelli lanciati ma troppo
spesso lasciati cadere...
Ci sembra che una seria riflessione di chi si riconosce nella nonviolenza
organizzata, sia a questo punto doverosa. Invitiamo tutti i singoli e le
associazioni che sentono la difficolta' del dibattito, l'urgenza del
confronto, e l'importanza dell'agire, a partecipare al seminario, portando
un contributo positivo.
Arrivederci a Verona.

2. INCONTRI. "LA POLITICA DELLA NONVIOLENZA", UN SEMINARIO PROMOSSO DAL
MOVIMENTO NONVIOLENTO IL 21-22 OTTOBRE A VERONA

Si svolgera' a Verona il 21 e 22 ottobre il seminario sul tema "La politica
della nonviolenza (alla prova della guerra)" promosso dal Movimento
Nonviolento.
*
Programma:
- Sabato 21 ottobre, ore 10: relazione introduttiva. Prima sessione "La
teoria della nonviolenza, sulla guerra" (mattina, ore 10-13). Seconda
sessione "La pratica della nonviolenza, nella politica" (pomeriggio, ore
15-19). Serata libera, con due proposte: a) visita guidata alla mostra
"Mantegna a Verona", b) laboratorio del "Teatro dell'oppresso" sui temi
discussi.
- Domenica 22 ottobre, ore 9. Terza sessione "La strategia della
nonviolenza, le iniziative" (mattina, ore 9-11). Conclusioni (ore 11-13).
Ogni sessione verra' sollecitata da una griglia di domande.
Il Seminario si svolgera' presso la Sala "Comboni" dei padri comboniani, in
vicolo Pozzo 1, Verona.
*
Per informazioni e prenotazioni: Casa per la nonviolenza, via Spagna 8,
37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org,
sito: www.nonviolenti.org

3. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: ITALIANI IN GUERRA
[Da www.peacereporter.net riprendiamo il seguente articolo del 20 settembre
2006 di Enrico Piovesana, "Italiani in guerra. Nuova offensiva anti-talebana
nell'ovest. Coinvolte forze del contingente italiano". Enrico Piovesana,
giornalista, lavora a "Peacereporter.net", per cui segue la zona dell'Asia
centrale e del Caucaso; nel maggio 2004 e' stato in Afghanistan in qualita'
di inviato]

I soldati italiani sono impiegati in un'operazione militare, avviata ieri
nella provincia occidentale di Farah "in risposta al crescente numero di
attacchi terroristici" verificatisi nella zona: la stessa dove l'8 settembre
quattro incursori della Marina Italiana (Comsubin) sono stati feriti in
un'imboscata dei talebani.
La notizia e' stata data oggi dal comandante Usa Michael Horan, capo delle
operazioni di Isaf nella provincia occidentale di Farah.
L'operazione, nome in codice "Wyconda Pincer" (Tenaglia Wyconda - localita'
del Missouri), interessa i distretti di Bala Baluk e Pusht-e Rod, e
coinvolge truppe italiane, statunitensi, spagnole e afgane in un numero che
non e' stato reso noto.
"Lo scopo di questa operazione - ha spiegato Horan - e' coinvolgere i leader
tribali locali allo scopo di migliorare la sicurezza nella provincia e
opporsi alle forze talebane qui coinvolte in attivita' criminali e in
attivita' di reclutamento".
Ma sara' proprio cosi'?
*
Un coinvolgimento limitato
Il capitano Giancarlo Ciaburro, addetto stampa del contingente italiano ad
Herat, non nasconde un certo imbarazzo. "La diffusione di questa notizia da
parte di Isaf e' stata un grave errore perche' da' luogo ad equivoci. Questa
operazione di guerra contro i talebani e i narcotrafficanti locali e'
condotta esclusivamente dalle forze di polizia e dell'esercito afgano. Le
forze Isaf si limitano ad attivita' di controllo e sorveglianza del
territorio e di contatto con i leader delle comunita' locali".
Sulla zona delle operazioni, Ciaburro rivela che essa "si svolge a cavallo
tra la zona di competenza del Comando Regionale Ovest, a guida italiana, e
quella che ricade sotto il Comando Regionale Sud, a guida britannica. In
pratica - spiega l'ufficiale - a cavallo delle province di Farah ed
Helmand". Quest'ultima e' da quattro mesi zona di guerra tra talebani e
forze Nato britanniche.
Sul numero dei militari italiani coinvolti nell'operazione, Ciaburro si
limita a parlare delle "solite pattuglie che, come avviene da quando Isaf ha
preso il comando delle operazioni nel sud, svolgono missioni di
perlustrazioni a lungo raggio per garantire la sicurezza dei principali assi
di comunicazione, in particolare della strada Kandahar-Herat".
*
Tagliare le vie di fuga ai talebani
Il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Nato in Kosovo, rincara
la dose.
"Questa operazione non e' una novita'. Non si differenzia dalle operazioni
che i militari italiani stanno svolgendo a Farah gia' da diverso tempo,
ovvero da quando e' iniziata l'offensiva anti-talebana nelle vicine province
di Helmand e Kandahar. Si tratta di operazioni di interdizione, ovvero di
pattugliamento del territorio allo scopo di impedire ai talebani, in fuga
dai bombardamenti, di scappare verso il confine iraniano. Cosa pensate che
stessero facendo l'8 settembre, proprio nel distretto di Bala Baluk, i
nostri incursori di Marina?".

4. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: UN ANNO DOPO
[Da www.peacereporter.net riprendiamo il seguente articolo del 19 settembre
2006 di Enrico Piovesana, "Afghanistan, un anno dopo le elezioni. La guerra
e' ricominciata, peggio che nel 2001. 'E durera' anni', ammette il
comandante di Isaf"]

Un anno fa, il 18 settembre 2005, veniva eletto il primo parlamento afgano
del dopoguerra. Per gli Stati Uniti era la prova del successo della
strategia di Washington in Afghanistan, la dimostrazione che la democrazia e
la pace si possono imporre con le bombe e l'occupazione militare. Il voto
come panacea di tutti i mali. Poco importava che il voto fosse stato
caratterizzato da brogli e irregolarita' di ogni genere, che gli eletti
fossero in maggioranza signori della guerra votati per denaro o per paura,
che la ricostruzione del Paese fosse completamente fallita, che la
produzione di oppio fosse tornata a livelli record e che i talebani si
stessero riorganizzando nel sud del Paese, completamente fuori dal controllo
del governo di carta di Hamid Karzai.
All'amministrazione Bush serviva un risultato eclatante per poter dire al
mondo, e ai suoi elettori, "missione compiuta" e giustificare cosi' il
disimpegno militare Usa da un fronte, quello afgano, che era sul punto di
esplodere, di trasformarsi in un nuovo - politicamente insostenibile - Iraq.
Le elezioni di un anno fa erano il trofeo perfetto da esibire a tutti.
*
Disimpegno Usa e intervento Nato
Finito il teatrino elettorale, Washington ha annunciato il ritiro di buona
parte delle sue truppe proprio da quel sud del paese dove si stavano
addensando i nuvoloni neri della resistenza talebana. La patata bollente
veniva lasciata nelle mani degli alleati della Nato, fermamente sollecitati
a inviare migliaia di soldati per prendere il controllo delle province
meridionali. Sapendo bene a cosa sarebbero andati incontro, i paesi
dell'alleanza hanno nicchiato. Solo i "fedelissimi" britannici e canadesi
hanno subito risposto alla chiamata alle armi, accettando di spartirsi le
due province piu' pericolose: Kandahar e Helmand. Il passaggio ufficiale
delle consegne venne fissato per il primo agosto 2006, giorno in cui il
comando delle operazioni nel sud dell'Afghanistan sarebbe passato dalla
missione Usa "Enduring Freedom" alla missione Nato Isaf, che cosi' si
trasformava da missione di pace a missione di guerra al terrorismo. Una
metamorfosi che ha suscitato accesi dibattiti in tutti i paesi Nato, tranne
in Italia, all'epoca in preda alla campagna elettorale.
*
Operazione "Avanzata Montana"
Con l'arrivo della primavera, migliaia di truppe britanniche e canadesi sono
iniziate ad affluire nel sud afgano. Il "benvenuto" dei talebani non si e'
fatto attendere e la loro preannunciata offensiva nel sud e' iniziata in
aprile, con un'intensita' che ha spaventato gli stati maggiori della Nato,
ancora alle prese con il cosiddetto "irrobustimento" delle regole d'ingaggio
che la missione Isaf, vista la sua nuova natura, avrebbe dovuto avere. Il
Pentagono - gia' impegnato nell'est con l'operazione "Leone di montagna" -
in maggio ha avviato nel sud una massiccia campagna di bombardamenti aerei e
in giugno ha sferrato la piu' massiccia operazione bellica dal 2001:
l'operazione "Mountain Thrust", Avanzata montana, che ha visto impegnati,
accanto a 2.300 soldati Usa, 3.300 militari britannici e 2.200 canadesi
(oltre a 3.500 soldati afgani), armati di artiglieria pesante, mezzi
corazzati e cacciabombardieri.
*
Operazione "Medusa"
Alla scadenza del primo agosto, dopo oltre un mese di feroci battaglie e
bombardamenti aerei sulle roccaforti talebane del sud, la resistenza
talebana sembrava ancora piu' forte di prima. I comandi Usa sostenevano di
aver ucciso almeno 1.100 combattenti, ma nella realta' gran parte di questi
erano civili morti sotto le bombe. Il risentimento popolare suscitato da
questi fatti ha aumentato il sostegno ai talebani e ingrossato le loro fila.
Gli attacchi contro le truppe Isaf sono infatti proseguiti a ritmo serrato
per tutto agosto. E alla fine del mese e' ripresa l'offensiva alleata sotto
il nuovo comando Nato: l'operazione "Medusa", condotta dalle truppe Isaf
britanniche, canadesi e statunitensi.
Seguendo l'esempio dell'aviazione israeliana in Libano, le forze Isaf hanno
lanciato migliaia di volantini sui villaggi dei distretti di Panjwayi e
Zhari, nel deserto a ovest di Kandahar, invitando i civili ad evacuare la
zona e affermando che chiunque fosse rimasto sarebbe stato considerato un
combattente. Migliaia di famiglie si sono affrettate a lasciare le proprie
case, accampandosi alla periferia di Kandahar: sfollati senza nessun tipo di
assistenza umanitaria. Molti hanno fatto in tempo a scappare (85.000 i
profughi fuggiti a Kandahar e Lashkargah). Molti altri no.
In due settimane di scontri e bombardamenti aerei (con bombe da 500 libre)
si sono contati piu' di 500 morti: tutti talebani secondo la Nato, in gran
parte civili secondo talebani e fonti locali. Autorita' governative locali,
ufficiali di polizia e fonti mediche del posto hanno riferito numerosi casi
di massacri di civili.
*
Operazione "Furia Montana"
Sabato scorso, il comando Isaf ha annunciato la conclusione dell'operazione
"Medusa". "L'operazione e' stata un successo - ha dichiarato il generale
canadese David Fraser - perche' abbiamo eliminato la presenza dei talebani
da questi distretti, riportando la sicurezza nella seconda citta' del paese,
Kandahar".
Due giorni dopo, quattro soldati canadesi sono morti a Kandahar in un
attentato suicida.
Domenica, il comando Usa - ancora in carico per le operazioni nell'est del
paese - ha annunciato l'inizio dell'operazione "Furia Montana", un'altra
imponente offensiva militare (3.000 soldati Usa e 4.000 soldati afgani)
nelle province meridionali di Khost, Paktia, Paktika e Ghazni: le uniche
rimaste finora immuni dalle offensive della Coalizione.
Lunedi', il comandante della missione Isaf, il generale britannico David
Richards, ha detto che per vincere la guerra contro i talebani ci vorranno
altri tre anni, forse cinque.
E quanti altri morti?

5. DOCUMENTAZIONE. ALBERTO BURGIO: COSA ASPETTIAMO IN AFGHANISTAN?
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 settembre 2006. Alberto Burgio,
docente universitario, saggista, e' uno dei quattro parlamentari che hanno
votato contro la prosecuzione della partecipazione italiana alla guerra
afgana. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosfiche
riprendiamo la seguente scheda: "Nato a Palermo nel 1955, Alberto Burgio si
e' laureato in lettere moderne a Pavia e in filosofia a Milano. Dal 1989 al
l993 ha svolto la propria attivita', in qualita' di Ricercatore, presso la
facolta' di magistero dell'Universita' di Urbino. Dal 1993 e' Professore di
Storia della filosofia moderna presso la facolta' di lettere e filosofia
dell'Universita' di Bologna. E' membro del Comitato editoriale di 'Studi
settecenteschi' e del Comitato di direzione di 'Marxismo oggi'. E' membro
del Praesidium della Internationale Gesellschaft fuer dialektische
Philosophie - Societas Hegeliana, nell'ambito della quale svolge, dal 1991,
le funzioni di segretario generale". Opere di Alberto Burgio: Eguaglianza
interesse unanimita'. La politica di Rousseau, Bibliopolis, Napoli 1988; (a
cura di, con Gianmario Cazzaniga e Domenico. Losurdo), Massa, folla,
individuo, Quattroventi, Urbino, 1992; (con Luciano Casali), Studi sul
razzismo italiano, Clueb, Bologna 1996; Tra Montesquieu e Robespierre.
Rousseau, la politica e la storia, Guerini e Associati, Milano 1996;
L'invenzione delle razze: studi su razzismo e revisionismo storico,
Manifestolibri, 1998; (a cura di, con Antonio Santucci), Gramsci e la
rivoluzione in Occidente, Editori Riuniti, Roma 1999; Modernita' del
conflitto, DeriveApprodi, 1999; Strutture e catastrofi. Kant Hegel Marx,
Editori Riuniti, Roma 2001; La guerra delle razze, Manifestolibri, Roma
2001; La forza e il diritto, DeriveApprodi, 2003; Gramsci storico, Laterza,
Roma-Bari 2003; Guerra, DeriveApprodi, 2004; (con Manlio Dinucci, Vladimiro
Giacche'), Escalation. Anatomia della guerra infinita, DeriveApprodi 2005;
Per un lessico critico del contrattualismo moderno, La Scuola di Pitagora,
2006. Ha curato, inoltre, l'edizione di testi di Hegel, Beccaria, Althusser,
Eric Weil, Antonio Banfi]

Se cercassimo la polemica, diremmo che il governo fa davvero poco per
rassicurare il popolo della pace. Ma rifuggiamo da inutili querelles. La
situazione e' talmente drammatica che quel che conta - anziche' litigare -
e' prendere le giuste decisioni. Le sole coerenti con le valutazioni degli
stessi governi. "La situazione e' perfino piu' difficile di quanto ci
aspettassimo", ha detto l'altroieri il ministro della difesa britannico Des
Browne. Ancor piu' esplicito era stato giorni fa il nostro ministro degli
esteri, parlando brutalmente di "fallimento".
Se non fosse chiaro, stiamo trattando dell'Afghanistan. Come i lettori del
"Manifesto" ricordano, lo scorso luglio la questione del rifinanziamento
della missione militare a Kabul fu materia di aspro confronto in seno
all'Unione. Alla fine il governo ottenne il via libera non solo perche' pose
la fiducia, ma anche perche' assunse solennemente alcuni impegni. Promise
che le regole d'ingaggio non sarebbero state modificate, che il contingente
italiano non sarebbe stato accresciuto, che i nostri soldati non avrebbero
varcato i confini della zona di competenza del Comando regionale Ovest (le
province di Herat e di Farah) e che un comitato parlamentare di monitoraggio
avrebbe vegliato sulla conformita' dell'azione delle nostre truppe agli
scopi pacifici di una missione finalizzata a sostenere la ricostruzione e la
"transizione democratica" del paese. Adesso, trascorsi due mesi di notizie
sempre piu' allarmanti dall'Afghanistan, occorre tentare un bilancio.
Cominciamo proprio dallo stato di cose sul terreno. Quest'estate, mentre la
coltivazione del papavero raggiungeva livelli record, corrispondenti al 92%
della produzione mondiale dell'eroina, la guerra, dapprima confinata nella
regione di Kandahar, e' venuta dilagando verso nord-ovest, coinvolgendo le
province di Helmand (sotto il controllo inglese) e di Farah (sotto controllo
italiano). Per un puro miracolo l'8 settembre scorso non c'e' scappato il
morto in una imboscata a danno dei militari italiani del Comsubin (gli
incursori della Marina). Nell'altalena tra attacchi della guerriglia e
rappresaglie Isaf si sono succeduti bombardamenti aerei pesanti e massicce
offensive di terra contro citta' e villaggi. Le stragi di civili sono
all'ordine del giorno. Il comandante della missione, il generale britannico
David Richards, ha messo le mani avanti, chiarendo che in una guerra come
questa "a volte non e' possibile evitare perdite tra i civili". Molto
ragionevole. Speriamo lo spieghi anche ai suoi soldati, che - come ha
documentato proprio ieri "Peacereporter" - hanno il vizio di mettere dei
fucili accanto ai cadaveri quando si accorgono di avere massacrato gente
inerme.
In questa situazione, che ne e' delle regole d'ingaggio? Ancora Richards:
dato il livello di pericolo, sono ormai "le piu' dure mai stabilite dalla
Nato" e tali da consentire "azioni militari preventive". Sono cambiate o no?
Del resto, come sarebbe possibile il contrario, se i nostri stessi servizi
segreti parlano senza mezzi termini di "irachizzazione" della guerra afgana?
E che ne e' del numero dei militari italiani in Isaf? In luglio erano 1.350,
adesso sono 1.938. Sono aumentati o no? Conosciamo la risposta: sono pur
sempre meno dei 2.400 stanziati in passato dal governo Berlusconi. Giudichi
il lettore la qualita' dell'argomento. Quanto alla zona di dislocazione
delle truppe, basti considerare che dal 6 agosto le forze italiane sono
inserite nel "Comando regionale della capitale", competente sull'87% del
territorio afghano. Infine, per quanto concerne il comitato di monitoraggio,
presentato come emblema di "discontinuita'", non se n'e' ancora vista
l'ombra.
Questo e' lo stato dell'arte. Ci chiediamo che cos'altro dovrebbe accadere,
a questo punto, perche' finalmente il governo riconosca la necessita' di
procedere in Afghanistan come in Iraq, portando via al piu' presto i nostri
soldati. Tanto piu' che nel frattempo ci si e' assunti l'impegno
dell'interposizione in Libano, alla cui credibilita' certo non giova il
fatto che altrove l'Italia continui a far la guerra. Un fatto ad ogni modo
e' certo. La discussione sulla missione Isaf deve riaprirsi al piu' presto,
anzi subito. Per evitare che sotto l'urgenza delle decisioni le differenze
si esasperino, rischiando di impedire il reciproco ascolto.

6. RIFLESSIONE. EMANUELA CEVA: GIUSTIZIA PROCEDURALE E PLURALISMO DEI VALORI
(PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito della Societa' italiana di filosofia politica (www.sifp.it)
riprendiamo il seguente saggio di Emanuela Ceva pubblicato originariamente
in M. Ricciardi, C. Del Bo' (a cura di), Pluralismo e liberta' fondamentali,
Milano, Giuffre', 2004 (la Societa' italiana di filosofia politica
"ringrazia la casa editrice Giuffre' per aver autorizzato la
pubblicazione"). Emanuela Ceva, studiosa di filosofia politica (laurea in
filosofia presso l'univerista' di pavia, master in filosofia politica presso
l'Universita' di York, dottorato (PhD) in teoria politica presso
l'Universita' di Manchester) lavora presso l'universita' di Bari; le sue
principali aree di interesse accademico sono la teoria e la filosofia
politica contemporanea; in particolare, la sua ricerca attuale si concentra
sull'idea di pluralismo e sulle teorie della giustizia procedurale; "Piu'
precisamente, sto al momento studiando la possibilita' di definire i tratti
essenziali caratterizzanti procedure giuste per la gestione di conflitti di
valore. Queste dovrebbero essere in grado di affrontare le sfide di
convivenza pacifica sollevate dal riconoscimento di una pluralita' di valori
e di concezioni del bene all'interno delle comunita' politiche
contemporanee". Autrice di vari saggi e contributi a lavori collettanei e
convegni, suoi scritti sono disponibili nella rete telematica (in questo
ambito collaboro con lo Swif - Sito web italiano per la filosofia, e fa
parte della segreteria di redazione del Bollettino telematico di filosofia
politica). Tra le opere di Emanuela Ceva: Liberal pluralism and pluralist
liberalism, in "Res Publica", vol.11, 2005; "The principle of adversary
argument. Justice between substance and procedures", in Mancept Working
Papers, Manchester Centre for Political Theory, University of Manchester,
2005; Impure procedural justice and the management of conflicts about
values", in Mancept Working Papers, Manchester Centre for Political Theory,
University of Manchester, 2005; "Giustizia procedurale e pluralismo dei
valori", in Ricciardi, M., Del Bo', C. (a cura di), Pluralismo e liberta'
fondamentali, Milano: Giuffre', 2004; Le molte facce del pluralismo. Un
approccio procedurale, in "Il Politico", LXIX (1), 2004; Verso una
definizione di pluralismo, in "Dissensi. Rivista Italiana di Scienze
Sociali", 3, 2003]

5. Modelli di giustizia procedurale
Alla luce di tali indicazioni generali, mi sembra interessante scendere nei
dettagli di alcuni modelli di giustizia procedurale. A tal fine, mi
concentrero' sui tre modelli di proceduralismo presentati da John Rawls in A
Theory of Justice. In particolare, cerchero' di introdurre questi modelli
evidenziandone i punti forti e le mancanze nella speranza di evidenziare,
tramite questo percorso, alcuni spunti di riflessione e possibili linee di
ricerca.
Come anticipato, Rawls analizza l'idea di giustizia procedurale introducendo
la descrizione di tre forme differenti che essa puo' prendere: quelle,
cioe', di proceduralismo (i) perfetto, (ii) imperfetto e (iii) puro.
(i) Nel caso del proceduralismo perfetto, un criterio per definire il giusto
risultato di una conversazione sulla giustizia e' dato precedentemente - e
indipendentemente da - la definizione e l'attuazione delle procedure che
dovrebbero condurre alla sua individuazione. Ne deriva che le procedure
verranno definite per raggiungere quel particolare risultato che e' gia'
previsto e ricercato in quanto giusto, e che offre, a ben vedere, una
giustificazione per la procedura stessa. Per illustrare questa concezione di
giustizia, Rawls costruisce questo esempio: "Un certo numero di uomini deve
dividere una torta: assumendo che una divisione in parti uguali e' equa, che
tipo di procedura puo' dare questo risultato? Lasciando da parte i
particolari tecnici, la soluzione piu' ovvia e' quella di far si' che un
uomo divida la torta e prenda l'ultima fetta, lasciando che gli altri la
scelgano prima di lui. Egli dividera' in parti eguali la torta, perche' in
questo modo puo' garantirsi la parte piu' grande possibile" (17).
(ii) Secondo una concezione imperfetta di giustizia procedurale, un criterio
indipendente per la definizione del giusto risultato viene ugualmente
adottato prima dell'inizio effettivo di ogni interazione, ma non vi sono
garanzie che una specifica procedura per il raggiungimento di un simile
risultato possa davvero essere costruita. Rawls esemplifica questa
concezione di giustizia facendo riferimento al processo penale: "Il
risultato desiderato e' che l'accusato sia dichiarato colpevole se e solo se
ha commesso il crimine di cui e' accusato. La procedura processuale e'
strutturata in modo da ricercare e stabilire la verita' al riguardo. Sembra
pero' impossibile concepire norme giuridiche in modo che esse forniscano
sempre un risultato corretto" (18).
(iii) All'interno di una concezione di giustizia procedurale pura (19),
invece, non ci sono ne' limiti sostantivi, ne' un criterio indipendente per
definire a priori la sostanza di un risultato giusto, in vista del quale la
procedura possa essere elaborata. In realta', le procedure devono essere
effettivamente applicate e portate avanti prima che un qualsiasi tratto
della sostanza dell'esito sia individuabile. Una simile concezione di
giustizia procedurale pura viene illustrata da Rawls tramite il riferimento
al gioco d'azzardo: "Se un certo numero di persone fanno una serie di
scommesse eque, la distribuzione del denaro dopo l'ultima scommessa risulta
equa, o almeno non iniqua, qualunque essa sia" (20).
Tali definizioni possono essere raggruppate in due famiglie distinte sulla
base delle differenti strategie offerte per la definizione e la
giustificazione delle procedure di giustizia. Da un lato, (a) possiamo porre
le concezioni di giustizia procedurale (i) perfetta e (ii) imperfetta quali
componenti della stessa famiglia di teorie per la quale le procedure di
giustizia vengono definite e fondate alla luce di un risultato desiderato
che viene previsto e sostenuto prima della definizione delle procedure e
indipendentemente da esse. Dall'altro lato, (b) possiamo porre, invece,
(iii) il proceduralismo puro, per il quale l'unico criterio di definizione
di un esito giusto e' la corretta applicazione di una procedura di
giustizia, definita indipendemente dal riferimento alla sostanza di un esito
desiderabile.
Possiamo, alla luce di queste considerazioni preliminari, procedere nel
vedere quali sono le caratteristiche essenziali di queste concezioni di
proceduralismo. Da un lato, (i) e (ii) offrono un contesto di discussione
stabile e ben strutturato, suggerendo principi sostantivi di giustizia
l'impegno nei confronti dei quali puo' motivare i soggetti a adottare le
procedure definite per il raggiungimento del risultato desiderato e
conformarsi alle loro regole. Dall'altro lato, invece, le concezioni di
proceduralismo perfetto e imperfetto sembrano troppo rigide nelle loro
assunzioni sulla sostanza del risultato finale e non lasciano alcuno spazio
aperto per ulteriori modifiche, o ridiscussioni relative agli specifici
contesti dove ha concretamente luogo l'interazione e alle differenti istanze
che possono emergere durante l'applicazione delle procedure. Questi due casi
di proceduralismo sembrano essere in realta' due casi di giustizia
sostantiva (secondo la definizione suggerita in precedenza). La discussione
procedurale stessa risulta essere notevolmente impoverita nel suo ruolo
all'interno della teoria: la definizione a priori della sostanza del
risultato finale rende l'interazione tra i differenti soggetti su differenti
istanze incapace di influenzarne attivamente la definizione.
Il proceduralismo puro (iii) suggerisce, invece, un modello di giustizia
molto aperto che sembra essere in grado di accomodare numerose posizioni
differenti, data l'assenza di limitazioni sostantive precedenti
all'applicazione delle procedure di interazione circa l'accettabilita' del
risultato finale della stessa. Di conseguenza, le procedure riacquistano qui
la propria funzione centrale nell'effettiva definizione della sostanza del
risultato dell'interazione. Sfortunatamente, una simile apertura non e' solo
la forza maggiore di un simile modello di proceduralismo, ma anche il suo
limite piu' grande. La definizione che Rawls da' del proceduralismo puro
nella situazione del gioco d'azzardo e' intenzionalmente molto vaga.
Seguendo alla lettera le indicazioni che ci vengono date da Rawls in questo
contesto, siamo portati a pensare che una qualsiasi procedura riconosciuta
come giusta (qualunque formulazione essa abbia) conduca a risultati giusti,
qualunque essi siano. Una simile caratterizzazione e' senza dubbio efficace
nel catturare uno degli aspetti essenziali di una teoria della giustizia
procedurale che voglia prendere le distanze da un impegno sostantivo nei
confronti della definizione di un esito giusto. Ma una caratterizzazione di
questo genere - se, ripeto, presa alla lettera - appare anche essere
altamente discutibile. Nell'esempio proposto, Rawls usa due volte
l'attributo "equo" per caratterizzare il tipo di procedure che devono
regolare le scommesse senza spiegare cosa un simile attributo implichi o
richieda. Seguendo questo ragionamento, Rawls avrebbe potuto usare al posto
di equo l'aggettivo blu e la sua descrizione sarebbe stata egualmente
corretta (21). Questo e' essenzialmente dovuto al fatto che la definizione
dell'attributo in se' sembra non essere importante per cio' che Rawls vuole
argomentare qui. Rawls pone l'accento sull'idea-chiave per cui, all'interno
di un modello di proceduralismo puro, e' la procedura a trasferire le
proprie qualita', qualunque esse siano, al risultato che originera' da essa.
Dunque, se (e sottolineo se) la teoria definira' procedure eque (o giuste),
il risultato a cui condurranno sara' equo (o giusto) indipendentemente dal
suo contenuto. Una simile caratterizzazione sembra suggerire che il modo in
cui la procedura viene definita e' del tutto contingente rispetto al
contesto di giustizia preso in esame. Portando questo ragionamento alle sue
conseguenze piu' estreme, sembra che la teoria qui abbia un ruolo assai
debole, in quanto i soggetti sono lasciati senza alcuna indicazione generale
su cio' che e' giusto, sia da un punto di vista procedurale, sia da un punto
di vista sostantivo. Per ritornare all'esempio proposto da Rawls,
sembrerebbe che agli scommettitori non venga dato nessun principio per
definire che cosa sia una giusta procedura fuori dal particolare contesto in
cui sono inseriti; una giusta procedura potrebbe essere una procedura che
massimizza il guadagno personale, o che minimizza le perdite collettive, o
un qualsiasi altro criterio che gli agenti vogliano adottare. Cio' che essi
sanno e' che qualsiasi procedura verra' adottata in quanto giusta, condurra'
a risultati giusti una volta messa in pratica. Un simile approccio sembra
essere troppo vago in quanto lascia troppi elementi (tra cui la
giustificazione della procedura stessa) alla valutazione contingente dei
singoli casi.
Una simile caratterizzazione del proceduralismo puro sembra essere,
tuttavia, la sola capace di catturare l'essenza della purezza delle
procedure, nell'assenza di un criterio esterno ad esse, normativamante
fissato, sia per la definizione dell'esito giusto, sia per l'elaborazione
della procedura. Ma a questo punto sembra essere legittimo chiedersi se una
simile definizione di proceduralismo sia soddisfacente e se, di riflesso,
sia proprio la definizione che Rawls ci voleva suggerire.
Per quanto riguarda la prima questione, ponendo l'accento sull'assenza di un
criterio indipendente per la definizione di un esito giusto, il
proceduralismo puro sembra far passare sotto silenzio il ruolo del
riferimento a un criterio di giustizia indipendente per la definizione di
una procedura giusta. Ma da una simile prospettiva non esistono, a mio modo
di vedere, procedure pure. Cio' che vorrei suggerire qui e' la necessita' di
fare riferimento ad un criterio di giustizia esterno alla procedura,
espresso in termini valoriali, che la fondi e la definisca come giusta. Una
procedura priva di riferimento a un criterio di giustizia esterno sarebbe
lasciata aperta alle contingenze: qualsiasi procedura fosse riconosciuta
come giusta in un dato contesto, sarebbe allora in grado di produrre
risultati giusti. In questo modo il ruolo normativo della teoria
risulterebbe drasticamente impoverito alla luce dello spazio che sembrerebbe
venire accordato, invece, alle contingenze. Di qui la necessita' per una
teoria della giustizia procedurale di mantenere la sua purezza rispetto
all'assenza di un criterio indipendente per la definizione di un esito
giusto, insieme pero' all'impegno nei confronti di un criterio indipendente,
che venga normativamente fissato dalla teoria, per la definizione di una
procedura giusta. A ben vedere, credo che questo fosse cio' che lo stesso
Rawls aveva in mente nella sua caratterizzazione del proceduralismo puro.
Cio' e' sicuramente visibile nella definizione normativa della sua proposta
di giustizia come equita' (al di la' del fatto che poi Rawls abbia piu' o
meno avuto successo nell'elaborazione della sua definizione di giustizia
procedurale); cosi' come appare essere evidente nell'esempio del gioco
d'azzardo, che sembra funzionare solo se pensiamo vi sia una definizione di
scommessa equa (possibilmente nei termini di scelta razionale), indipendente
dalla procedura, e alla luce della quale la procedura stessa viene definita.
Ma se accettiamo la necessita' della presenza di un criterio esterno alla
procedura per la definizione della procedura stessa, la caratterizzazione di
una teoria della giustizia procedurale come pura appare essere inesatta e
fuorviante. Non esistono procedure di giustizia pure, o almeno non del tutto
pure. Se sono pure in relazione alla definizione dell'esito di giustizia
(differenziandosi cosi' dal proceduralismo perfetto e imperfetto), esse non
lo possono essere quanto alla loro definizione, che sempre fa riferimento a
un qualche valore esterno alla procedura che ne qualifica la giustizia (sia
esso espresso nei termini di equita', di una qualche forma di eguaglianza,
imparzialita', o mutuo vantaggio). Solo in questi termini la teoria puo'
mantenere il proprio impegno normativo nella definizione di linee guida per
la formulazione di procedure di giustizia sottratte all'influenza delle
contingenze.
Ora, potremmo sicuramente continuare a chiamare "pura" una simile categoria
di giustizia procedurale, facendo attenzione a specificare l'estensione
limitata di una simile purezza, ma questo sarebbe inutilmente fuorviante e
creerebbe confusione interpretativa. Suggerisco, allora, di abbandonare una
simile terminologia e utilizzarne una nuova, piu' precisa. In altre parole,
vorrei suggerire qui la necessita' di concentrare gli sforzi di ricerca
nella direzione di un'integrazione del modello rawlsiano, ridefinendo la
caratterizzazione del proceduralismo puro in termini che rispecchino
maggiormente questo impegno normativo. Anche se questo saggio non ha la
presunzione di spingersi cosi' lontano nella definizione di un modello
cogente di proceduralismo, vorrei proporre, in conclusione, alcune
indicazioni promettenti che vanno in questa direzione. Suggerisco, allora,
di abbandonare la dicitura di proceduralismo puro, per sostituirla con la
piu' appropriata definizione di proceduralismo impuro, che e' cio' che si
avvicina di piu' all'idea di purezza che credo lo stesso Rawls avesse in
mente. Se si rimane fedeli alla purezza della procedura quanto all'assenza
di assunzioni sulla sostanza del risultato finale, questo non impedisce di
fare riferimento, invece, a un valore fondamentale (ed inclusivo) sulla base
del quale dare una definizione trans-contestuale (e tendente
all'universalita') di cosa rende una procedura giusta, al di la' degli esiti
contingenti ai quali la sua applicazione condurra'. La definizione di
proceduralismo impuro permette cosi' di sottrarsi all'ambiguita' linguistica
legata all'uso dell'attributo "puro", sottolineando esplicitamente il
carattere combinato di una teoria della giustizia procedurale di questo
genere; una teoria che e' impura perche' offre un criterio di giustizia
indipendente dalla, ed esterno alla, procedura, pur mantenendosi fedele
all'assenza di una determinazione della sostanza dell'esito finale
precedente all'applicazione della procedura stessa. Secondo questa versione
di proceduralismo, nessun criterio indipendente viene suggerito per
individuare cosa sia un risultato giusto prima della definizione e
applicazione della procedura di giustizia, ma alcune assunzioni di base
(espresse per mezzo di un criterio di giustizia valoriale) vengono elaborate
per definire in che cosa consista una procedura giusta. Cio' che distingue,
allora, il proceduralismo impuro da quello perfetto/imperfetto e' il fatto
che questo valore esterno alla procedura non definisce la sostanza
dell'esito giusto (lasciandola sempre aperta all'applicazione della
procedura stessa), ma la procedura, in modo trans-contestuale (22).
*
6. Conclusione
Non e' mia intenzione entrare qui nei dettagli di una simile proposta,
offrendo una particolare formulazione di simili assunzioni valoriali.
L'intento principale di questo saggio e' stato quello di offrire alcune
considerazione introduttive sulle problematiche che il riconoscimento della
pluralita' dei valori puo' portare per l'elaborazione di una teoria della
giustizia che voglia essere, nel contempo, sufficientemente strutturata ed
altamente inclusiva di fronte all'eterogeneita' che caratterizza le
comunita' politiche contemporanee. A questo fine, ho cercato di proporre una
definizione essenziale di pluralismo (come riconoscimento della presenza di
differenti soggetti portatori di valori e concezioni del bene differenti) e
di mostrare in quale senso esso possa rappresentare una circostanza di
giustizia significativa. Sulla base di queste considerazioni (dopo aver
illustrato i possibili problemi connessi alla formulazione di teorie della
giustizia sostantive) ho preso in esame differenti modelli di
proceduralismo, seguendo la classificazione rawlsiana di teorie della
giustizia procedurali perfette, imperfette e pure. Dopo aver suggerito i
possibili problemi legati a tali modelli, ho evidenziato la necessita' di
integrare la classificazione rawlsiana con una nuova formulazione della
terza categoria di proceduralismo, abbandonando la strada del proceduralismo
puro per abbracciare una definizione impura di proceduralismo. In altre
parole, il nuovo modello puo' essere posto a integrazione della seconda
famiglia di teorie dalla giustizia procedurali, in sostituzione del
proceduralismo puro (che ho cercato di mostrare essere fonte di
fraintendimenti e vaghezza argomentativa), in virtu' del comune rifiuto ad
adottare assunzioni sostantive circa la definizione (indipendente
dall'applicazione della procedura) di un risultato giusto. Il proceduralismo
impuro, pur astenendosi dal porre vincoli sostantivi sulle caratteristiche
del risultato finale, chiede alla teoria di fissare una definizione di
procedura giusta, in virtu' del riferimento normativo a un criterio di
giustizia esterno alla procedura, che possa essere posta, al di la' delle
differenti realta' contestuali, alla base di diversi discorsi di giustizia.
Una simile caratterizzazione fa del proceduralismo impuro una teoria che e'
piu' sottile (thin) ed aperta ai vari contesti e problematiche considerate
rispetto ai modelli di proceduralismo perfetto e imperfetto; ma comunque
ben strutturata, poiche', come abbiamo visto, anche se nessuna assunzione
sostantiva viene posta dalla teoria sull'accettabilita' dell'esito di un
discorso sulla giustizia, alcune assunzioni di base devono venire comunque
normativamente fissate dalla teoria prima dell'applicazione della procedura
di giustizia, come suo sostegno e fondamento. E' proprio verso
l'individuazione e la giustificazione di simili assunzioni, espresse nei
termini valoriali di un criterio di giustizia, che, credo, gli sforzi vanno
orientati al fine di elaborare una teoria della giustizia procedurale che
sia sensibile al pluralismo radicale dei valori e alle esigenze di
stabilita' e inclusione che esso porta con se'.
*
Riferimenti bibliografici
- Archard, D. (ed.), Philosophy and Pluralism, Cambridge, Cambridge
University Press, 1996.
- Berlin, I., Il legno storto dell'umanita'. Capitoli della storia delle
idee, Milano, Adelphi, 1994.
- Berlin, I., Williams, B., Pluralism and Liberalism: A Reply, "Political
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- Ceva, E., Verso una Definizione di Pluralismo, in "Dissensi. Rivista
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- Ceva, E., Le molte facce del pluralismo. Un approccio procedurale, in "Il
Politico", in corso di stampa.
- Galston, W. A., Liberal Pluralism, Cambridge, Cambridge University Press,
2002.
- Gray, J., Berlin, London, Fontana Press, 1995.
- Habermas, J., Between Facts and Norms, Rehg, W. (trans.), Cambridge,
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- Hampshire, S., Justice is Conflict, London, Duckworth, 1999.
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- O'Neill, S., Impartiality in Context, Albany, Suny, 1997.
- Rawls, J., Una teoria della giustizia, Milano, Feltrinelli, 1982.
- Rawls, J., Liberalismo politico, Milano, Edizioni di Comunita', 1999.
- Rehg, W., Bohman, J. (eds.), Pluralism and the Pragmatic Turn. The
Transformation of Critical Theory, Cambridge (Ma): Mit Press, 2001.
- Rescher, N., Pluralism. Against the Demand for Consensus, Oxford,
Clarendon Press, 1993.
- Stocker, M., Plural and Conflicting Values, Oxford, Clarendon Press, 1990.
- Veca, S., Dell'incertezza. Tre meditazioni filosofiche, Milano,
Feltrinelli, 1997.
- Veca, S., La filosofia politica, Roma-Bari, Laterza, 1998.
- Veca, S., La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull'idea di
giustizia, Milano, Feltrinelli, 2002.
*
Note
17. Rawls, Una teoria della giustizia cit., p. 85.
18. Rawls, op. cit., p. 85.
19. Per ragioni di semplificazione espositiva e argomentativa, prendero' qui
in considerazione, come caso di giustizia procedurale pura, solamente
l'esempio del gioco d'azzardo proposto da Rawls. In realta', Rawls porta
avanti l'argomento suggerendo che la procedura di giustizia da lui proposta
(la cui pietra miliare e' l'idea di posizione originaria) puo' essere
considerata come un esempio di proceduralismo puro. In questo saggio, il mio
interesse principale non e' quello di stabilire se la posizione originaria
possa davvero essere considerata come il fondamento di una procedura pura di
giustizia, come Rawls sembra invece voler sostenere. Basti qui suggerire che
la proposta rawlsiana sembra piu' propriamente rappresentare un caso di
giustizia procedurale perfetta, poiche' la sua elaborazione appare essere di
fatto uno strumento per giustificare a posteriori i due principi sostantivi
di giustizia che sono proposti e sostenuti dalla teoria nel suo insieme
(vedi Veca, La bellezza e gli oppressi cit., pp. 55-57). Ma, come gia'
accennato, non e' interesse di questo contributo l'entrare nei dettagli di
una simile questione.
20. Rawls, Una teoria della giustizia cit., p. 86.
21. Ringrazio Hillel Steiner per i suoi commenti su questo punto.
22. Per un'esposizione maggiormente dettagliata delle caratteristiche di
questo modello impuro di proceduralismo vedi Ceva, Le molte facce del
pluralismo. Un approccio procedurale cit.
(Parte seconda - Fine)

7. RILETTURE. ADRIANA CAVARERO: NONOSTANTE PLATONE
Adriana Cavarero, Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia
antica, Editori Riuniti, Roma 1990, 1991, pp. VI + 136, lire 22.000.
Penelope, la servetta di Tracia, Demetra, Diotima, nella lettura acuta e
appassionata di una profonda pensatrice.

8. RILETTURE. LUCE IRIGARAY: SPECULUM
Luce Irigaray, Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975, 1989, pp.
352, lire 19.000. Un libro che segno' un punto di svolta.

9. RILETTURE. JULIA KRISTEVA: SOLE NERO
Julia Kristeva, Sole nero. Depressione e melanconia, Feltrinelli, Milano
1988, 1989, pp. 216, lire 30.000. Dinanzi al dolore piu' oscuro, una
ricognizione che si avvale dei molteplici strumenti di cui l'autrice
dispone.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1428 del 24 settembre 2006

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