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La nonviolenza e' in cammino. 1431



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1431 del 27 settembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Mao Valpiana: Piangendo le vittime
2. Elif Shakaf: La verita' di casa mia
3. Michelangelo Bovero: La liberta' e i diritti di liberta' (parte prima)
4. Edoarda Masi: Lotte e coscienza di classe oggi in Cina
5. Riletture: Michael Moore, Ingannati e traditi
6. Ai signori ministri e ai signori parlamentari, in sei parole
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: PIANGENDO LE VITTIME
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per questo intervento. Mao (Massimo) Valpiana e' una
delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato
nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista;
fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e'
diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di
solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in
Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto con
grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

In guerra si uccide e si muore.
Gli eserciti fanno la guerra con le armi.
Le armi uccidono, gli uomini muoiono.
Essere contro la guerra significa lavorare per l'abolizione degli eserciti e
delle armi.
Questo vale in India come in America, in Italia come in Afghanistan.
E' la nonviolenza che ce l'ha insegnato.

2. TESTIMONIANZE. ELIF SHAKAF: LA VERITA' DI CASA MIA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente scritto di Elif
Shakaf. Elif Shafak e' una scrittrice turca, contro di lei era stato aperto
un procedimento penale per presunti "insulti alla turchita'" contenuti nei
suoi scritti; il 7 giugno scorso il tribunale dinanzi a cui era comparsa
aveva ritenuto che non vi fosse luogo a procedere; in luglio la decisione
era stata revocata dall'Alta Corte; pochi giorni fa, infine, la stampa
internazionale ha riferito che la scrittrice e' stata assolta. Da un
articolo di Carlo M. Miele apparso sul quotidiano "Liberazione" del 22
settembre 2006 riportiamo il seguente stralcio: "Come Orhan Pamuk e come
tanti altri romanzieri e giornalisti turchi. La giovane scrittrice Elif
Shafak e' finita sotto processo per 'offesa all'identita' turca', punita
dall'articolo 301, e infine assolta, ieri, per manifesta 'insufficienza di
prove'. Ma, a differenza dei suoi predecessori, l'ultima vittima del codice
penale turco non e' stata giudicata per opinioni ritenute lesive dello
spirito nazionale, bensi' per una frase contenuta nel suo ultimo romanzo
(Baba ve Pic, tradotto in inglese come The Bastard of Istanbul). Nel libro,
che in Turchia ha gia' venduto decine di migliaia di copie, una anziana
donna accusa i turchi per il genocidio degli armeni - avvenuto a cavallo
della Prima guerra mondiale - definendoli 'macellai'. Tanto e' bastato
all'avvocato Kemal Kerincsiz per denunciare il fatto e creare un caso
giuridico senza precedenti. 'Se l'articolo 301 sara' interpretato in questa
maniera - ha commentato la stessa Shafak - nessuno potra' piu' scrivere
storie sulla Turchia, ne' girare film. Le parole di un personaggio
potrebbero venire usate come prova contro l'autore o il regista'. A
preoccupare i liberali turchi e gli osservatori stranieri e' proprio la
famigerata norma dell'art. 301, in base alla quale chiunque puo' essere
condannato per opinioni non ortodosse. Facendo leva su di essa, Kerincsiz -
un nazionalista che sta cercando di sfruttare la recente notorieta' per
avviare una promettente carriera politica - ha sporto denuncia contro almeno
quaranta scrittori. In molti casi, gli accusati sono responsabili di aver
semplicemente nominato il genocidio armeno, una questione lontana nel tempo,
ma tuttora considerata tabu' in Turchia. Ma per rischiare fino a tre anni di
carcere, a un opinionista turco basta fare accenno alla rimossa questione
curda o mettere in discussione il ruolo dell'esercito. La tutela del diritto
di opinione viene cosi' affidata alla clemenza e alla liberta'
interpretativa di cui godono i giudici. Non tutti gli imputati, pero',
possono contare sullo scudo della notorieta', e sulla conseguente attenzione
dei media, come e' accaduto a Pamuk (assolto a gennaio dall'accusa di offesa
della 'turchita'') o alla stessa Shafak. (...) Shafak, ieri, ha espresso
felicita' per la propria vicenda personale, ma si e' detta preoccupata per
il futuro delle liberta' nel suo paese"]

"Puo' uscire? Voglio dire, puo' camminare per la strada senza timore di
essere assassinata, o di un'aggressione da parte dei nazionalisti turchi?",
mi ha chiesto il giornalista belga all'altro capo del telefono, "Lei e' al
sicuro in Turchia?".
Gia', sono al sicuro? Avrei voluto rispondergli: "Mi dica, la prego, lei e'
al sicuro in Belgio? E crede che siamo al sicuro su questo pianeta? Puo' uno
qualsiasi di noi, dovunque per ventura abbia le sue radici, rispondere senza
timore e tranquillamente in modo affermativo, e dire che si', certo, stiamo
bene e siamo al sicuro, e cosi' i nostri bambini?". Non penso proprio. Nel
mondo cosi' com'e' dopo l'11 settembre, in un mondo in cui il numero di
coloro che credono allo "scontro di civilta'" cresce giorno per giorno,
nessuno e' piu' al sicuro. E questo e' ugualmente vero, oggi, per chi vive
in un grazioso e quieto sobborgo degli Usa e per chi vive in Israele o in
Libano.
Con questo non voglio negare il fatto che alcuni luoghi del mondo sono assai
piu' pericolosi e meno pacifici di altri, ma quando si arriva alla sicurezza
personale, chi puo' garantire di essere al sicuro in un posto particolare o
in dato momento? Questo e' cio' che il mondo in cui stiamo vivendo ci
garantisce: persistente ambiguita ed angoscia. E sull'ambiguita' e
sull'angoscia prosperano precisamente gli ultranazionalisti turchi. Si
tratta del variegato grappolo di personaggi che si oppongono con fervore
all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea e che cercano di organizzare
reazioni di rigetto verso ogni sviluppo progressista in direzione di una
societa' aperta.
E' interessante e significativo notare che in Turchia l'opposizione al
processo di ingresso nell'Unione Europea non viene dal partito cosiddetto
"islamista" al potere, come molti in Occidente si sarebbero aspettati
qualche anno fa. Al contrario, la reazione piu' vasta e viscerale viene da
un gruppo misto di strani compagni di letto: i fedelissimi kemalisti, i
laicisti e le forze nazionaliste. Questi sono i piu' allarmati rispetto ad
un cambiamento radicale dello status quo all'interno dello stato-nazione
turco, e nel timore di perdere influenza si affannano ad incrementare e
produrre politiche di paura.
Tali politiche infine si giocano nelle mani dello "stato profondo", che
purtroppo e' uno di quei prodotti tipici turchi difficilissimi da tradurre
in altre lingue. Lo "stato profondo" e' uno stato "interno" allo stato
stesso. Gli analisti politici hanno da tempo sottolineato come questa rete
intricata si origini dall'era ottomana e si estenda su un vasto raggio di
professionisti, dalle forze di sicurezza ai funzionari della burocrazia e
dei tribunali. Cio' equivale a dire che non e' sempre il governo che detta
la politica in Turchia. Il governo e lo stato, qui, non sono sempre la
stessa cosa. Ci sono momenti in cui possono agire su due linee completamente
diverse. A determinare la politica dello stato in Turchia non sempre e' il
governo e la sua macchina amministrativa.
*
Ma l'art. 301, grazie al quale io sono stata portata in giudizio, non e'
stato dettato dallo "stato profondo". Ironicamente, e' stato prodotto dal
governo di Erdogan nel suo sforzo di compiacere piu' parti allo stesso
tempo: nazionalisti in Turchia e riformisti fuori e dentro il paese.
Rifiutandosi di riconoscere la difficolta', se non l'impossibilita', di un
simile scopo, il governo ha emendato il codice penale turco in fretta per
venire incontro alle date fissate dall'Unione Europea. Il risultato di tale
"giudiziosa fretta e delicato bilanciamento" (parole del governo) e' stato
l'art. 301, che commina tre anni di prigione a chiunque "insulti la
turchita'". Cosa cio' significhi esattamente nessuno lo sa. Ed e' proprio
questa elusivita' a causare problemi ricorrenti. "Insultare la turchita'" e'
una frase dalla formulazione talmente vaga da poter essere interpretata in
modo infiniti, e assai facilmente puo' essere interpretata male. Questa
indeterminatezza e' cio' che fornisce agli avvocati ultranazionalisti del
paese precisamente quel che cercavano: sfruttare i difetti del meccanismo
giudiziario per attaccare e aggredire le voci piu' aperte della nostra
societa'.
Gli ultranazionalisti persistono nel denunciare chiunque pronunci o scriva
parole che loro giudicano "offensive". Si raggruppano fuori dalle aule di
giustizia cantando slogan provocatori e, qualche volta, compiendo atti di
violenza. Scelgono i loro bersagli deliberatamente, sapendo alla perfezione
chi attaccare, e quando. Sino ad oggi hanno aggredito fisicamente piu' di
cinquanta persone: scrittori, giornalisti, attivisti per i diritti umani,
direttori di pubblicazioni, editori. Nella stragrande maggioranza dei casi i
bersagli degli ultranazionalisti erano cittadini turchi, sebbene se la siano
presa anche con il parlamentare europeo Joost Lagendijk.
*
In questa cornice turbolenta non c'e' nulla di "eccezionale" nel mio
processo. E' solo un altro dei casi della lunga serie prodotta dall'art.
301. Pero', allo stesso tempo, il mio processo ha dei tratti un po'
inusuali, se non assurdi. Questa volta e' stato un romanzo ad essere
accusato di "insulti alla turchita'". I personaggi armeni fittizi del mio
ultimo romanzo, "La bastarda di Istanbul", sono stati biasimati per aver
diffamato e denigrato la "turchita'". Percio', per esempio, un personaggio
che si chiama Zia Varsenig e' adesso nei guai per aver detto a pagina 57:
"Dimmi quanti turchi hanno mai imparato l'armeno. Nessuno! Perche' le nostre
madri hanno imparato la loro lingua e non viceversa? Non e' chiaro chi e' il
dominatore e chi e' il dominato? Solo una manciata di turchi che arrivano
dall'Asia Centrale, giusto, e poi la cosa successiva che sai e' che sono
dappertutto. Cos'e' accaduto ai milioni di armeni che erano gia' qui?
Assimilati. Massacrati. Resi orfani. Deportati. E poi dimenticati!".
Ugualmente, un altro personaggio dal nome di Dikran Stamboulian, e' in guai
grossi per aver detto cio' che segue: "Cosa dira' quest'agnellino innocente
ai suoi amici, quando sara' adulta? (...) Io sono la nipote dei
sopravvissuti al genocidio che hanno perduto tutti i loro parenti grazie ai
macellai turchi nel 1915, ma mi e' stato fatto il lavaggio del cervello
perche' sono stata cresciuta da un turco che si chiama Mustafa'. Che razza
di scherzo e' questo?".
Per quanto io possa credere alla loro vitalita', i miei personaggi fittizi
armeni non possono andare in tribunale a rispondere delle loro violazioni
all'art. 301. Al posto loro, andiamo il mio editore turco Semi Sokmen, ed
io. Sara' una lotta legale, lunga, e certamente un problema ed una causa di
stress. Ma noi, gli scrittori turchi, non siamo pietose vittime abbandonate
da tutti, incapaci di camminare per strada nel timore di un assalto
nazionalista. Dopo tutto sappiamo, forse piu' intuitivamente che
intellettualmente, che lo scontro di opinioni fra chi e' orientato in
maniera progressista e gli xenofobi e' in corso ovunque. E sappiamo che il
mondo non e' piu' un luogo sicuro per nessuno.

3. RIFLESSIONE. MICHELANGELO BOVERO: LA LIBERTA' E I DIRITTI DI LIBERTA'
(PARTE PRIMA)
[Dal sito della Societa' italiana di filosofia politica (www.sifp.it)
riprendiamo il seguente saggio di Michelangelo Bovero. Michelangelo Bovero
insegna filosofia della politica all'Universita' di Torino ed e' uno degli
studiosi piu' acuti della tradizione del pensiero liberalsocialista e
dell'antifascismo piu' nitido ed intransigente; discepolo, collaboratore e
studioso di Norberto Bobbio, ne prosegue la lezione di rigore intellettuale
ed impegno civile. Tra le opere recenti di Michelangelo Bovero: Contro il
governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia, Laterza, Roma-Bari
2000; Quale liberta'. Dizionario minimo contro i falsi liberali, Laterza,
Roma-Bari 2004; (a cura di, con Ermanno Vitale), Gli squilibri del terrore.
Pace, democrazia e diritti alla prova del XXI secolo, Rosenberg & Sellier,
Torino 2006]

1. La liberta' e' sempre un valore?
Ricordo in modo nitido e preciso un'affermazione dell'attuale presidente del
consiglio dei ministri della Repubblica italiana [del 2005, Silvio
Berlusconi - ndr]. A un interlocutore che evocava per l'ennesima volta il
problema del cosiddetto - riduttivamente detto - "conflitto di interessi" e
la necessita' di risolverlo mediante l'adozione di regole opportune,
l'interessato (!) replico': "Voi vi riempite la bocca di regole. Noi ci
riempiamo la bocca e il cuore di liberta'".
Questo appello retorico alla liberta' come valore mirava senz'altro a
distogliere l'attenzione dal problema specifico che era stato sollevato: ma
non semplicemente distraendo gli ascoltatori, bensi' tentando di capovolgere
i termini della questione. L'interessato, anziche' mostrarsi in imbarazzo
perche' colto in fallo - quante volte aveva promesso una soluzione normativa
soddisfacente, o per lo meno accettabile, del "conflitto"... -, presentava
se stesso come il difensore di un ideale indiscutibile, anzi dell'ideale
supremo, principio identificante della civilta' occidentale. E
giustificava - leggi: mascherava - la propria insofferenza e anzi ostilita'
all'introduzione di regole specifiche per risolvere la clamorosa anomalia da
lui stesso incarnata, insinuando che le regole in generale mortificano la
liberta', sono foriere di oppressione. Col dissolvere in un discorso
generico ciascun problema specifico, la retorica della liberta' serve a
occultare, e tende a far dimenticare, che non ogni e qualsiasi liberta' e'
un valore, come tale desiderabile e proponibile all'approvazione di tutti.
Quale liberta'? Liberta' di chi (nel senso soggettivo del genitivo: quale
soggetto diciamo che e' o deve essere libero)? Liberta' di che cosa (nel
senso oggettivo: quale tipo di condotta o di scelta di quel soggetto diciamo
che e' o deve essere libera)? Liberta' da chi o che cosa, rispetto a chi o
che cosa? La liberta' del lupo di azzannare l'agnello? O la liberta'
dell'agnello dalle zanne del lupo? O entrambe? Si puo' forse dire che siano
egualmente approvabili entrambe? Secondo i piu' comuni criteri di giudizio,
siamo portati a rispondere di no. E si puo' dire che siano entrambe
liberta'? A quest'ultima domanda, invece, si dovrebbe rispondere di si':
secondo una famiglia di regole d'uso corrente, non e' insensato designarle
entrambe "liberta'". Ma, appunto, cio' non significa che siano egualmente
approvabili: al contrario, dimostra che non tutte le situazioni di
(sensatamente designabili come) liberta' meritano lo stesso apprezzamento.
Chi si serve della retorica della liberta' punta a "capitalizzare il
significato emotivo" della parola (1); non di rado, fa scientemente un uso
truffaldino del linguaggio.
Moltissime parole del linguaggio politico sono cariche di significati
emotivi, e questi sono spesso fonti di equivoco e di inganno. Per non
esserne contaminati, e' opportuno provare a "depotenziare", se non
"neutralizzare" o addirittura "sterilizzare", quelle cariche emotive. In
questo modo si esprimeva Norberto Bobbio, alcuni decenni or sono, nel corso
di una discussione che verteva proprio sul concetto di liberta' e sulla
possibilita' di ridefinirlo in termini neutri (2). Non gia' che Bobbio
volesse negare ogni legittimita' ai significati valutativi tradizionalmente
connessi agli usi comuni e generici di "liberta'" come di altre
parole-chiave quali "eguaglianza", "giustizia", "pace", "democrazia", ecc.,
che nel linguaggio corrente vogliono esprimere quelli che si chiamano
"valori". Non avrebbe senso condannare, ne' peraltro sarebbe possibile
impedire, l'uso assiologico (e quindi retorico e ideologico) dei termini
politici.
Piuttosto, Bobbio invitava a tenere distinte "due operazioni", egualmente
necessarie: "quella di intendere qual e' la liberta' di cui si tratta",
ossia in quale senso descrittivo e' usato questo termine in un determinato
contesto; "e quella di intendere se la liberta' di cui si tratta e'
apprezzata", ossia qual e' il giudizio di valore, positivo o negativo, che
in quel contesto il parlante intende esprimere, ed eventualmente con quali
argomenti tale giudizio puo' essere difeso, oppure contestato. Ma prima di
accogliere o respingere, approvare o disapprovare un determinato
atteggiamento valutativo nei confronti di una certa situazione che venga
designata con il termine "liberta'" (o derivati), e' indispensabile
stabilire in che cosa consiste quella situazione, ovvero in quale
significato descrittivo il termine liberta' e' stato usato. "Un discorso
sulla liberta' tra persone ragionevoli, cioe' tra persone che vogliono
comprendersi e non ingannarsi a vicenda, ha senso soltanto se si appoggia su
un significato descrittivo ben determinato e ben delimitato del termine"
(3).
E' vero che molto spesso, almeno nella nostra cultura, chi parla di
liberta' - in generale o a proposito di certe situazioni determinate -
intende esprimere valutazione positiva, apprezzamento, raccomandazione; ma
proprio percio', insisteva Bobbio, e' anzitutto importante capire "che cosa
l'interlocutore desidera e raccomanda, dal momento che non puo'
evidentemente desiderare e raccomandare tutte le situazioni possibili cui
conviene il nome di 'libere' (anche la liberta' di uccidere o di stuprare?)"
(4). A queste due domande retoriche di Bobbio, oggi potremmo aggiungere:
anche la liberta' di acquisire un controllo sui mezzi di informazione tale
da condizionare pesantemente l'intera vita politica di un paese? anche la
liberta' di sottrarsi al giudizio della magistratura, o di modellare e
adattare le leggi in modo da assicurarsi comunque l'impunita' per i reati
comuni di cui si e' accusati?
Certo: chi potrebbe negare un senso all'affermazione che la liberta' e' il
primo valore della cultura politica occidentale? Ma, appunto, quel senso va
precisato e specificato. Come chiariva Bobbio: "la caratteristica dei regimi
democratici occidentali non e' genericamente la liberta', ma l'eguale
distribuzione di certe liberta'" (5).
Insomma, per premunirsi dalle insidie della comunicazione, dagli equivoci
involontari e da quelli intenzionalmente indotti (leggi: inganni), e'
anzitutto necessario distinguere le componenti valutative e quelle
descrittive dei vari significati attribuiti al termine liberta' nei diversi
contesti di discorso. Distinguere: e' questo propriamente il compito della
filosofia analitica (in ampio senso intesa) che mira alla definizione - o
ridefinizione - del concetto di liberta'. A un tentativo di ridefinizione di
questo concetto (6) dedichero' i paragrafi 2-4, per tornare a riflettere
sulle vicende e (dis)avventure attuali della liberta' - italiane ma non
solo - nei paragrafi 5 e 6.
*
2. Liberta' e potere
"Liberta'" e' un concetto estremamente controverso - anche se sono convinto
che non sia "essenzialmente contestabile" (7). O meglio: liberta' e' una
parola (un segno, un significante) che puo' avere diversi significati. Nel
linguaggio corrente, questa parola viene usata in riferimento a diverse
situazioni o "stati di cose", reali o possibili. Anzi, vengono comunemente
indicate col termine "liberta'", o termini derivati, molteplici dimensioni
differenti di varie situazioni, molteplici aspetti, analiticamente
distinguibili, che possono trovarsi congiunti o separati in vari stati di
cose. E' a questa pluralita' di aspetti, situazioni e stati di cose,
ricondotti nel parlare corrente a una indistinta nozione di liberta', che
conviene anzitutto guardare. Provero' qui di seguito ad abbozzare una specie
di mappa provvisoria dei principali referenti della parola "liberta'", o
meglio degli aspetti piu' rilevanti di quella famiglia di situazioni che
viene comunemente e confusamente evocata dal nome "liberta'".
E' convinzione diffusa tra i filosofi analitici che qualsiasi uso plausibile
(non "logicamente strano" o stravagante) di "liberta'" non possa non
contenere un riferimento - diretto o indiretto, esplicito o implicito - alla
mancanza di qualcosa. Dunque, la struttura logica del concetto di liberta'
pare anzitutto ed essenzialmente negativa: in un contesto qualsiasi, il
termine "liberta'" (o "libero") potrebbe (o dovrebbe poter) essere
sostituito, almeno in prima approssimazione, da "assenza di" (o "privo di")
(8). Di che cosa? In generale, di ostacoli o limiti o vincoli o
interferenze. In questa prima amplissima accezione, "liberta'" si applica
non solo alle persone, ma agli enti e ai fenomeni naturali in genere. Tutti
abbiamo in mente gli esempi del fiume libero di scorrere se non incontra
ostacoli, ma non libero di espandersi se limitato da argini; del cane libero
di muoversi se non e' vincolato alla catena o non e' chiuso nei limiti di un
recinto; del segnale libero di diffondersi nell'etere se non e' disturbato
da interferenze ecc. Quando e' specificamente riferita a individui umani, a
situazioni o status personali nel contesto di relazioni intersoggettive,
"liberta'" indica piu' propriamente l'assenza di impedimenti e di
costrizioni, di divieti e di obblighi, che derivino da una imposizione
altrui. In modo paradigmatico (e generico), libero e' appunto colui che non
subisce imposizioni, che non e' subordinato al potere (ai comandi e ai
divieti) di qualcuno che dispone di lui - come, al massimo grado, il signore
dispone di un servo o il padrone di uno schiavo. In questo senso, la
liberta' di un soggetto equivale alla (e' riducibile e risolvibile nella)
negazione di potere altrui: inteso (per ora) il potere nel suo significato
relazionale, anch'esso latissimo e sommamente impreciso, come "la capacita'
di un soggetto di influenzare, condizionare, determinare il comportamento di
un altro soggetto" (9).
In breve, un soggetto si dice libero in tutte le situazioni caratterizzate
dall'assenza di costrizioni e/o impedimenti, di obblighi e/o divieti imposti
dal potere di un altro soggetto (individuale o collettivo, per esempio dallo
Stato). Ma quelle medesime situazioni, o buona parte di esse, sono per lo
piu' descritte nel linguaggio ordinario come caratterizzate (anche) dalla
presenza di un potere proprio del soggetto che si dice libero. Della stessa
nozione di liberta' che, nella tradizione filosofica dell'ultimo mezzo
secolo, viene usualmente chiamata "negativa", in quanto e' ricondotta alla
negazione (in senso logico) di potere (altrui), non e' facilmente
formulabile una definizione senza istituire anche un rapporto positivo, non
di esclusione ma di inclusione o addirittura di coincidenza, con qualche
forma di potere (proprio) - inteso questa volta "potere" nei suoi
(molteplici) significati non relazionali, quelli cioe' che non riguardano
direttamente la relazione tra due soggetti. Cosi', un soggetto si dice
libero quando, non essendo ne' impedito ne' costretto da un potere altrui,
puo' (o ha il potere di) compiere una scelta o un'azione determinata. Gran
parte degli usi ordinari di "liberta'" soffrono, per cosi' dire, della
complessa relazione di opposizione e insieme di sovrapposizione a "potere"
(10).
Dobbiamo dunque considerare la negazione di potere altrui e l'affermazione
di potere proprio come due aspetti indisgiungibili della (nozione di)
liberta'? La risposta non e' semplice, e soprattutto non puo' essere
univoca, perche' deve fare i conti con la molteplicita' di significati e la
conseguente ambiguita' dei termini che appartengono alla famiglia di
"potere" ("possibile", "possibilita'", ecc.). Se conveniamo che un soggetto
si dice "libero" in quanto (e quando) nessun altro soggetto ha (o esercita)
potere su di lui, vincolando con obblighi e divieti le (o certe) sue scelte
e azioni, cio' implica forse immediatamente, ovvero induce necessariamente
ad affermare, che tale soggetto ha il potere di compiere quelle scelte o
azioni? Non in ogni caso; o meglio, non in ogni senso di "potere" (11).
Non sussiste alcun problema, e l'ambiguita' e' presto dissolta, tutte le
volte che il "potere di", o la "possibilita' di", in cui si fa consistere o
si risolve (positivamente) la liberta' (negativa) di un soggetto sia
chiaramente da intendersi nel significato di "liceita'", ossia indichi la
sfera di cio' che a quel soggetto e' "permesso". Potremmo quindi
identificare questa nozione con il nome di possibilita'-liceita' (o, con una
formula forse azzardata, possibilita' deontica). Giacche' il "permesso" (in
senso debole) (12) risulta dall'assenza di divieti, ovvero dalla non
imposizione di impedimenti, la negazione (o forse meglio, il non esercizio)
del potere altrui di vietare e impedire - negazione in cui consiste la prima
essenziale dimensione della liberta' (negativa) di un soggetto - implica
necessariamente, o meglio coincide con, la creazione di una sfera di
liceita' per quel medesimo soggetto. Si deve pero' sempre ricordare che la
possibilita'-liceita' inerente alla liberta' di un soggetto non deriva
soltanto dall'assenza di divieti e impedimenti, ma anche dalla mancanza di
costrizioni, dalla non imposizione di obblighi (13). Che un soggetto si dica
libero in quanto puo', nel senso che gli e' permesso, gli e' lecito,
compiere (o non compiere) una determinata scelta o azione non vuol dire
nulla di piu' o di diverso se non che quel soggetto, riguardo a quella
scelta o azione, non ha obblighi di alcun tipo, ne' negativi ne' positivi.
Parimenti riconducibile, seppure in modo meno diretto, a una dimensione
della nozione di liberta' (negativa) come negazione di potere altrui - come
assenza di impedimenti e costrizioni, divieti e obblighi imposti da un
potere altrui - e' la "possibilita'" che un soggetto ha di compiere una
scelta o un'azione, quando con tale possibilita' si intenda indicare la
presenza oggettiva di alternative egualmente disponibili a quel soggetto.
Potremmo distinguere questa nozione col nome di possibilita' oggettiva o,
come molti preferiscono dire, opportunita'. Affermare che un soggetto e' (o
e' stato) libero - in quanto esente da obblighi negativi o positivi, da
comandi o divieti - di compiere una certa scelta o una certa azione, ha
pienamente senso solo se esiste (o esisteva) almeno un'alternativa
oggettivamente praticabile a quella certa scelta o azione, un'alternativa
per la quale, appunto, il soggetto "puo'" (o potrebbe o avrebbe potuto)
optare (14).
Ma delle espressioni "potere di" o "possibilita' di" (o derivate, o simili)
si riscontrano molti altri usi, associati nel linguaggio ordinario agli usi
di "liberta'" (e derivati), che non sono equivalenti alla, ne' implicati
dalla, nozione di liberta' (negativa) come negazione (dell'esercizio) di
potere altrui, ne' sembrano a essa riconducibili in modo non problematico.
Potremmo raggruppare questa gamma di significati sotto la formula di
possibilita' soggettiva: sono le accezioni in cui "potere" (o "possibilita'"
ecc.) indica, ad esempio, "avere la capacita' (o essere in grado) di",
oppure "avere i mezzi (gli strumenti, le risorse) per", oppure "aver titolo
(o essere autorizzato, abilitato) a" compiere una certa scelta o azione. Si
osservi inoltre che tutte queste forme specifiche di "potere" o
"possibilita'" di un soggetto sono indipendenti tra loro (si puo' avere la
capacita' di scegliere o agire in un certo modo ma non i mezzi, o averne i
mezzi ma non il titolo ecc.).
*
Note
1. L'espressione e' di F. Knight, The Meaning of Freedom, in C. M. Perry (a
cura di), The Philosophy of American Democracy, University of Chicago Press,
Chicago 1943, p. 79. Trovo la citazione in F. E. Oppenheim, Dimensioni della
liberta', trad. it., Feltrinelli, Milano 1964, II ed. (da cui cito) 1982, p.
137.
2. Mi riferisco al dibattito intorno al libro di Oppenheim (cit. sopra) tra
Norberto Bobbio, Uberto Scarpelli, Alessandro Passerin d'Entreves e lo
stesso Oppenheim, pubblicato sulla "Rivista di filosofia", 3, 1965, e poi
riprodotto in A. Passerin d'Entreves (a cura di), La liberta' politica,
Edizioni di Comunita', Milano 1974, pp. 293-317, da cui traggo le citazioni
seguenti nel testo.
3. Passerin d'Entreves (a cura di), La liberta' politica cit., p. 296.
4. Ibidem.
5. Ibidem. Poco prima, Bobbio aveva ricordato che "gli antifascisti
democratici o liberali non combattevano per la liberta' sociale in senso
generico, ma per quelle tre o quattro liberta' sociali in senso specifico
che ai loro occhi costituivano un criterio sufficiente per distinguere un
governo buono da un governo cattivo" (p. 294).
6. I filosofi, e non solo gli analitici in senso stretto, sono impegnati da
sempre intorno a questo tema, e con particolare intensita' negli ultimi
cinquant'anni (v. infra, nota 17, in fine). Il contributo, appena abbozzato,
che propongo nelle pagine seguenti (e che riprende, corregge e sviluppa in
altra direzione quello compreso nel cap. IV del mio Contro il governo dei
peggiori. Una grammatica della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2000)
scaturisce anche da un senso di insoddisfazione verso gran parte della
letteratura recente, soprattutto anglosassone, sull'argomento.
7. Secondo una tesi formulata da W. B. Gallie (Essentially Contested
Concepts, in "Proceedings of the Aristotelian Society", 56, 1955-'56, pp.
167-98) e ricorrentemente ripresa da alcuni studiosi, i termini-chiave del
lessico politico sono essenzialmente equivoci, perche' i loro significati
dipendono inevitabilmente dalle differenti concezioni etiche a essi
connesse. Mi permetto di rinviare al mio Contro il governo dei peggiori
cit., pp. 63, 171. Cfr. anche R. Guastini, Teoria e dogmatica delle fonti,
Giuffre', Milano 1998, pp. 278-79.
8. Diceva W. V. O. Quine (Mathematical Logic, Cambridge University Press,
Cambridge, Mass. 1951, p. 47): "Definire un segno e' mostrare come se ne
possa fare a meno".
9. N. Bobbio, Teoria generale della politica, a cura di M. Bovero, Einaudi,
Torino 1999, p. 161.
10. Cfr. L. Ferrajoli, Tre concetti di liberta', in I. Dominijanni (a cura
di), Motivi della liberta', Franco Angeli, Milano 2001, p. 169.
11. L'ambiguita' e' particolarmente accentuata in quelle lingue, come
l'italiano, in cui il vocabolo "potere" e' usato come sostantivo e come
verbo, e in entrambi i ruoli corrisponde a una pluralita' di termini
differenti di altre lingue, dando origine a difficili e forse insolubili
problemi di traduzione. Si pensi, ad esempio, in tedesco ai sostantivi Macht
e Herrschaft, e in inglese ai verbi can, may e be able. Qui ribadisco il
suggerimento di mantenere ferma, come primo punto di orientamento nella
confusione degli usi linguistici italiani, la distinzione tra "potere su" e
"potere di". Senza dimenticare che di fatto un qualche tipo di "potere di"
puo' essere usato come strumento per esercitare un "potere su".
12. Sulla nozione di "permesso" e sulla distinzione tra permesso in senso
debole e permesso in senso forte, cfr. Guastini, Teoria e dogmatica delle
fonti cit., pp. 28 ss., 190, 248 ss.
13. Cfr. N. Bobbio, Eguaglianza e liberta', Einaudi, Torino 1995, p. 46: "la
situazione di liberta' denominata 'liberta' negativa' comprende tanto
l'assenza di impedimento, cioe' la possibilita' di fare, quanto l'assenza di
costrizione, cioe' la possibilita' di non fare". Onde "si puo' anche dire,
com'e' stato detto per lunga e autorevole tradizione, che la liberta' in
questo senso, cioe' la liberta' che un uso sempre piu' diffuso e frequente
chiama 'liberta' negativa', consista nel fare (o non fare) tutto cio' che le
leggi, intese le leggi in senso lato, e non solo in senso tecnico-giuridico,
permettono, ovvero non proibiscono (e in quanto tali permettono di non
fare)".
14. Cfr. Oppenheim, Dimensioni della liberta' cit., pp. 126-27: "spesso
diciamo in modo generico che siamo liberi di fare qualcosa quando intendiamo
che siamo liberi di farla o di non farla, per esempio che siamo liberi di
votare quando siamo liberi di votare o di astenerci". In questo senso,
contrariamente a quanto sosteneva Hobbes, il fiume non e' affatto libero di
scorrere. Ma nella nozione di "opportunita'", o "possibilita' oggettiva",
riconducibile al concetto di liberta' (negativa), c'e' qualcosa di piu'.
Quando diciamo, con espressione metaforica, che in un certo paese si tengono
"libere elezioni", non intendiamo soltanto che gli individui "possono"
votare o astenersi, ovvero che non viene loro impedito di votare ne' vengono
costretti a farlo - il che sarebbe semplicemente riconducibile alla
possibilita'-liceita', o possibilita' deontica, la quale abbraccia tanto il
permesso di fare, quanto il permesso di non fare -, ma intendiamo anche che
vi sono oggettivamente piu' partiti tra i quali gli individui "possono"
scegliere. Difficilmente ci sentiremmo di qualificare come "libere" le
elezioni che si tenessero in un regime a partito unico, anche se fosse
consentita agli individui l'alternativa tra votare e astenersi.
(Parte prima - Segue)

4. RIFLESSIONE. EDOARDA MASI: LOTTE E COSCIENZA DI CLASSE OGGI IN CINA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 settembre 2006. Edoarda Masi e' nata a
Roma nel 1927, intellettuale della sinistra critica, di straordinaria
lucidita', bibliotecaria nelle biblioteche nazionali di Firenze, Roma e
Milano, ha insegnato letteratura cinese nell'Istituto Universitario
Orientale di Napoli; ha vissuto a Pechino e a Shangai, dove ha insegnato
lingua italiana all'Istituto Universitario di Lingue Straniere. Ha
collaborato a numerose riviste, italiane e straniere, tra cui "Quaderni
rossi", "Quaderni piacentini", "Kursbuch", "Les temps modernes". Tra le
opere di Edoarda Masi: La contestazione cinese, Einaudi, Torino 1968; Per la
Cina, Mondadori, Milano 1978; Breve storia della Cina contemporanea,
Laterza, Bari 1979; Il libro da nascondere, Marietti, Casale Monferrato
1985; Cento trame di capolavori della letteratura cinese, Rizzoli, Milano
1991. Tra le sue traduzioni dal cinese in italiano: Cao Xuequin, Il sogno
della camera rossa, Utet, Torino 1964; una raccolta di saggi di Lu Xun, La
falsa liberta', Einaudi, Torino 1968; e Confucio, I dialoghi, Rizzoli,
Milano 1989]

"Compagni, parliamo dei rapporti di produzione". Con questa frase si
conclude un celebre intervento di Bertolt Brecht al congresso degli
scrittori antifascisti del 1935 a Parigi, che inauguro' pubblicamente la
politica dei fronti popolari, o fronti uniti. Un analogo atteggiamento
critico (se pure non di rigetto) nei confronti di quella politica manifesto'
allora in Cina Lu Xun. Era il tempo duro della "Lunga marcia", e Mao Zedong
non era in condizione di intervenire nel dibattito; tuttavia adotto' una
politica nella sostanza piu' vicina alle posizioni di Lu Xun e Brecht che a
quella ufficiale dei partiti comunisti di allora. In seguito enuncio' questo
suo orientamento con le parole "non dimenticare mai la lotta di classe" e vi
si attenne con coerenza. Credo sia il motivo di fondo per il quale Mao, e
quanti non ne rinnegano la memoria, vengono oggi esposti al pubblico
disprezzo e all'odio popolare da chi, ben lontano dal dimenticare la lotta
fra le classi, si colloca pero' dall'altro lato del fronte. E' opportuno per
costoro che nei lavoratori (di ogni tipo e settore e di ogni continente e
paese) il concetto stesso della lotta di classe sia cancellato. Non lo
comprendono quanti, accecati da pregiudizi dottrinari, dimenticano di
riferirsi a quella contraddizione primaria e fanno fede a testi
politicamente contrassegnati dall'anticomunismo (o peggio, da risentimenti
personali come quello della ex guardia rossa Chang Jung, recensito
negativamente dagli studiosi di tutto il mondo) anziche' valersi della ricca
messe di documentazione e di critica oggi disponibile sulla storia della
Cina prima e dopo la morte di Mao Zedong, a cominciare dai materiali sulla
rivoluzione culturale pubblicati dall'Universita' cinese di Hong Kong, dalle
opere di William Hinton e dai testi e filmati di Carma Hinton, dalle
indagini di tanti studiosi cinesi e non, e anche da quanto ci giunge
attraverso le voci della letteratura.
*
La "Monthly Review" negli ultimi tre numeri (vol. 58/2, 3, 4) sul tema della
lotta fra le classi - in Cina, negli Usa, nel mondo - ha messo un accento
particolare. Sul numero 58/2, e' comparso uno studio sulla Cina prima e dopo
gli anni '80, Conditions of the Working Classes in China firmato da Robert
Weil - autore di Red Cat, White Cat - leggibile nel web
(www.monthlyreview.org).
L'articolo si basa su una serie di incontri dell'autore e suoi collaboratori
con operai, contadini, organizzatori e attivisti di sinistra nell'estate
2004 principalmente a Pechino e dintorni, Zhengzhou e Kaifeng nel Henan
(provincia centrale), e nel Jilin (Nord-est). Scopo dell'inchiesta: rilevare
gli effetti delle trasformazioni radicali occorse nei tre decenni seguiti
alla morte di Mao. Con il ritorno alla "via capitalistica", le classi
lavoratrici si trovano in condizioni sempre piu' precarie; un'estrema
polarizzazione si impone in una delle societa' gia' fra le piu' egualitarie;
una corruzione rampante associa le autorita' del partito e dello stato ai
manager e ai nuovi imprenditori privati. Le classi lavoratrici subiscono uno
sfruttamento per oltre mezzo secolo sconosciuto. Fra gli operai intervistati
molti appartengono ai milioni di licenziati dalle imprese gia' di stato, con
la perdita di qualsiasi forma di sicurezza sociale di cui gia' godevano
(abitazione, istruzione, salute, pensione). I contadini, con lo scioglimento
delle comuni e l'introduzione del sistema di responsabilita' familiare
(contratto fra singole famiglie e villaggio per l'assegnazione della terra
in piccolissime unita': forma di transizione alla proprieta' privata della
terra, con esclusione pero' di alcuni vantaggi che la piena proprieta'
comporterebbe), sono esposti alla vendita, senza compenso adeguato, delle
terre loro assegnate (e sulle quali hanno fatto degli investimenti) da parte
dei burocrati locali associati a imprese di costruzione di vario tipo. Si e'
verificato cosi' l'esodo di massa dalle campagne dei contadini
impossibilitati a sopravvivere per l'esiguita' della terra loro assegnata o
da questa del tutto espulsi, e alla ricerca di un lavoro nelle citta',
soprattutto nel settore edilizio, pagati con salari di fame spesso in nero
(giacche' il loro trasferimento di residenza e' illegale), e sottoposti a
trattamenti semi-schiavistici.
*
La realta' cinesa non e' pero' segnata da rassegnazione o da una passivita'
operaia. Conflitti e rivolte sono infatti in aumento. Riconosciuti
dall'autorita', nel 2004, 74.000 "incidenti di massa, dimostrazioni e
rivolte" hanno coinvolto fino a decine di migliaia di persone - tanto da
allarmare il governo centrale, in cerca di misure per attenuare la crescente
instabilita' sociale. Anche le nuove classi medie urbane, che piu' hanno
beneficiato del nuovo regime per quel che concerne un piu' largo accesso ai
beni di consumo e alimentari, si trovano spesso in difficolta' a causa della
crescente gerarchizzazione fra le classi e gli alti costi di alcuni beni e
servizi - in particolare le spese per l'istruzione (ormai a costi proibitivi
la secondaria, gratuita durante il governo di Mao). Siamo all'inizio di un
periodo di grave instabilita' sociale.
Robert Weil riferisce di molti episodi di resistenza operaia alla
privatizzazione delle imprese di stato, ai licenziamenti in massa, alla
distruzione delle loro stesse condizioni di esistenza: occupazioni di
fabbriche, sottrazione delle macchine destinate alla distruzione,
solidarieta' fra lavoratori delle diverse imprese; attivita' di volontari
per favorire il collegamento e l'organizzazione dei lavoratori, nonostante
la dura repressione poliziesca e giudiziaria, e il frequente disinteresse
delle autorita' locali di fronte ai soprusi. Anche i contadini subiscono da
parte delle autorita' locali corrotte e della polizia soprusi, che restano
pero', al confronto, relativamente invisibili, tranne nei casi in cui la
scala della rivolta e della repressione sia troppo larga, come quando nel
corso di una protesta per la requisizione di terre nel dicembre 2005 a
Dongzhou nel Guangdong furono uccise venti persone.
Il carattere peculiare che si rileva nella resistenza dei lavoratori cinesi,
sottoposti a una pressione, per quanto estrema, analoga a quella di tanti
altri loro compagni nel mondo intero, e' il grado molto alto di coscienza di
quanto accade. Giacche', osserva Weil, fra i contadini, i migranti, e i
lavoratori urbani sono presenti uomini e donne politicizzati, che si sono
formati su testi di Marx e Mao e che sono molto avvertiti della differenza
tra il capitalismo attuale e il recente passato della Cina, segnato dal
tentativo di costruire il socialismo. Questa coscienza oggi non discende
piu' principalmente dai settori intellettuali ma sale dalle stesse classi
lavoratrici. Specialmente in alcune zone, come quella intorno a Zhengzhou,
ci si vale di una eredita' di lotte che risale agli anni Venti, arricchita
dallo scontro fra le "due linee" negli anni '60 e '70. Nel periodo del
"socialismo", e specialmente della rivoluzione culturale, gli operai stavano
acquistando un graduale controllo nella gestione della fabbrica, e
considerano la fabbrica stessa come un bene che appartiene a loro, come
proprieta' collettiva che oggi viene illecitamente sottratta. Un operaio di
Zhengzhou spiega all'intervistatore che il presente sistema di "capitale
burocratico" e' fondamentalmente un problema politico, non economico: "in
superficie sembra economico, ma in realta' si tratta di una lotta fra
socialismo e capitalismo".
Weil, mentre rileva i segni della formazione di una possibile nuova sinistra
che porti a collegare i lavoratori, osserva pure che si tratta di una fase
embrionale, che vi sono forti differenze fra lavoratori anziani e giovani, e
che se il movimento non si sviluppera' rapidamente, i lavoratori piu'
giovani, che non hanno memoria del passato, cadranno nella lotta economica
per "condizioni migliori" - influenzati anche dallo slogan di Deng Xiaoping:
"arricchirsi e' glorioso". Un'altra, piu' grave difficolta', e' la tensione
fra operai, contadini, migranti. "Sembrerebbe che il convergere delle
condizioni dei lavoratori urbani, dei migranti e dei contadini - e anche di
molti appartenenti alla nuova classe media - possa costituire la base per
una larga unita' di lotta contro quelli che li sfruttano. Ma - scrive Weil -
come dovunque nel mondo in condizioni simili, e' piu' facile concepire in
teoria che attuare in pratica l'unita' delle classi lavoratrici".
Difficolta' dovute, continua ancora Weil - non solo ai pregiudizi (per
esempio, dei lavoratori urbani nei confronti di contadini e migranti, e
viceversa), ma anche a forme effettive di competizione fra la massa di
migranti lavoratori di second'ordine e i lavoratori urbani da vecchia data,
cui si aggiungono politiche del divide et impera. Infatti, non sono mancati
episodi in cui, a reprimere gli operai in lotta, la polizia ha impiegato
centinaia di contadini, muniti di elmetto e manganello. Per non parlare
degli immigrati a basso salario che vengono assunti al posto di operai
licenziati dalla imprese statali: tutto cio' non puo' non provocare
risentimento.
*
Le minoranze che mirano a ravvivare la lotta per il socialismo, e l'unita'
fra i lavoratori divisi, operano in molti campi: la loro caratteristica e'
di non essere piu', come si e' detto, minoranze specificamente
intellettuali: al contrario, spesso sono gli studenti che volontariamente
ripetono una "discesa al popolo" (oggi osteggiata dalle autorita') per
superare i limiti ancora presenti nella loro rivolta nell'89, quando a
Tian'anmen non seppero comprendere l'importanza della solidarieta' popolare,
pur cosi' viva anche allora. La gerarchizzazione della societa' si
accompagna a una estesa proletarizzazione. Dibattiti si svolgono nelle sfere
accademiche, e anche in settori del partito, perfino sulla rivoluzione
culturale - argomento tabu' (al punto di rovinare la carriera di un
accademico che osasse trattarne esplicitamente). Il governo del
partito-stato ha un troppo preciso orientamento politico per mutare rotta,
ma non puo' non tenere conto della presenza, nel paese, di contraddizioni
gravissime, e del fatto che vengono largamente interpretate fruendo del
pensiero di Mao, che si sarebbe voluto imbalsamare. Il governo infine ha
abolito l'intollerabile tassa sulla terra; e nel marzo 2006 e' stato
costretto ad accantonare un proprio disegno di legge mirante a restaurare in
pieno i diritti della proprieta' privata. La legge verra' forse approvata in
seguito, ma e' evidente il peso che l'opposizione di fatto gia' ora
esercita, e potra' esercitare se riuscira' a svilupparsi.
Un episodio di "lotta culturale": in un parco di Zhengzhou le sere di festa
centinaia di persone, accompagnate da musicisti, si riuniscono per cantare i
i vecchi canti rivoluzionari. "Il significato politico di questi canti e'
mostrare la nostra opposizione al partito comunista - a quello che e'
diventato - e usare Mao per contestarlo e elevare la coscienza".

5. RILETTURE. MICHAEL MOORE: INGANNATI E TRADITI
Michael Moore, Ingannati e traditi. Lettere dal fronte, Mondadori, Milano
2005, pp. 240, euro 15. Michael Moore raccoglie e presenta in questo libro
le lettere ricevute dopo il suo discorso di ricezione dell'Oscar e
"Fahrenheit 9/11" da soldati e familiari di soldati che denunciano la follia
e l'orrore della guerra, e i criminali al governo che l'hanno voluta. Un
libro commovente che smaschera con la forza della testimonianza ogni
retorica assassina.

6. LE ULTIME COSE. AI SIGNORI MINISTRI E AI SIGNORI PARLAMENTARI, IN SEI
PAROLE

Quanti ancora ne vorrete far morire?

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1431 del 27 settembre 2006

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