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La nonviolenza e' in cammino. 1433



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1433 del 29 settembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Ripudia la guerra, costruisci la pace
2. Giuliana Sgrena: La morte afgana
3. Valeria Ando': La nonviolenza delle donne
4. Michelangelo Bovero: La liberta' e i diritti di liberta' (parte terza e
conclusiva)
5. Riletture: Alfonsina Storni, Irremediablemente
6. Riletture: Gabriela Mistral, Tala
7. Riletture: Violeta Parra, Canzoni
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. RIPUDIA LA GUERRA, COSTRUISCI LA PACE

Ripudia la guerra. Ripudiala tu. Ripudiala adesso.
Costruisci la pace. Costruiscila tu. Costruiscila adesso.
Smilitarizzazione, disarmo, solidarieta' con le vittime, salvare le vite.
La nonviolenza e' la via.

2. RIFLESSIONE. GIULIANA SGRENA: LA MORTE AFGANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 settembre 2006. Giuliana Sgrena,
giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche
alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005]

L'Afghanistan si sta irachizzando. Due soldati italiani morti in pochi
giorni a Kabul, l'ultimo ieri. Kamikaze, autobombe, rapimenti, bombe sulle
strade per far saltare i convogli militari, "collaborazionisti" uccisi -
come Safia Hama Jan, assassinata a Kandahar. Intanto l'ultima edizione di
"Newsweek" celebra con una copertina (diffusa in tutto il mondo, Usa
esclusi) la fine dell'Afghanistan e la nascita del Jihadistan, ovvero la
terra dei jihadisti (i combattenti per la "guerra santa") nelle zone tribali
al confine con il Pakistan.
Dopo l'ammissione da parte dell"intelligence Usa che la guerra in Iraq ha
alimentato il terrorismo, ora tocca all"Afghanistan. Un altro fallimento
finalmente ammesso. Ma gli Usa ne erano gia' coscienti quando hanno ceduto
il comando di Enduring freedom (la guerra al terrorismo) alla Nato. Quella
distinzione che aveva separato l'Isaf dalle truppe sotto comando Usa non
esiste piu'. Taleban e jihadisti si sono subito adeguati estendendo il loro
raggio di azione. I soldati britannici si sono schierati nella zona di
Helmand dove furono decimati nelle guerre dell'800. Ma gli italiani non
rischiano di meno.
La situazione e' ulteriormente peggiorata rispetto a due mesi fa quando e'
stata rifinanziata la missione: la decisione del ritiro non puo' piu' essere
rinviata. Chi si oppone al ritiro afferma che non possiamo abbandonare il
paese in questa situazione. Ma questa situazione l'abbiamo creata noi. Con i
signori della guerra che imperversano e fanno affari con l'eroina. Senza che
sia stata avviata la ricostruzione perche' la maggior parte dei
finanziamenti sono finiti ad alimentare la corruzione del governo di Kabul.
Gli Usa avevano detto ipocritamente che andavano a liberare le afghane dal
burqa: ma le donne continuano a essere assassinate ed e' rinato il Ministero
per la prevenzione del vizio e la promozione della virtu'. Si dice che i
taleban sono alle porte di Kabul, ignorando che sono al governo, con il
beneplacito di Bush. Grazie anche alle elezioni, che per gli Usa sono il
toccasana. Ma a fare la voce del padrone erano gia' un anno fa i signori
della guerra, responsabili dei peggiori massacri. Chi li ha denunciati non
ha avuto ascolto.
Questa e' la democrazia made in Usa che dovrebbe sconfiggere il terrorismo?
L'Italia nella ricostruzione dell'Afghanistan era incaricata del settore
della giustizia e oltre a formare giudici, che potranno applicare la pena di
morte e la sharia, ha ricostruito il carcere che dovrebbe diventare la nuova
Guantanamo.
In questa situazione non e' facile trovare soluzioni. Anche se alcune strade
erano state individuate, come la legalizzazione della produzione dell'oppio
e il parallelo finanziamento di coltivazioni alternative. Senza la droga
(l'Afghanistan ne e' il primo produttore mondiale) i signori della guerra
non avrebbero i soldi per pagare le loro milizie e se i giovani che ne fanno
parte avessero delle alternative il disarmo sarebbe percorribile. Ma per
avviare un nuovo percorso occorre una rottura netta, che puo' avvenire solo
con il ritiro di tutte le truppe. Il nostro governo che ci aveva illuso di
voler riprendere l'iniziativa in politica estera con il ritiro dall'Iraq,
ieri ci ha tolto ogni speranza. Accogliendo l'ordine del giorno della destra
che "apprezza lo spirito umanitario e di pace di tutte le missioni
internazionali", D'Alema e' tornato quello della guerra umanitaria in
Kosovo. Ci ripensi prima che sia troppo tardi.

3. RIFLESSIONE. VALERIA ANDO': LA NONVIOLENZA DELLE DONNE
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it) per averci messo a
disposizione il testo del suo intervento alla tavola rotonda su "La
nonviolenza delle donne" svoltasi nell'ambito del convegno tenutosi a Pisa
dall'8 all'11 settembre 2006 nel centenario della nascita del satyagraha, la
proposta di lotta nonviolenta gandhiana. Valeria Ando', docente di Cultura
greca all'Universita' di Palermo, e' tra le promotrici ed animatrici presso
quell'ateneo di un gruppo di riflessione e di pratica di nonviolenza di
genere; direttrice del Cisap (Centro interdipartimentale di ricerche sulle
forme di produzione e di trasmissione del sapere nelle societa' antiche e
moderne), tutor del laboratorio su "Pensiero femminile e nonviolenza di
genere", autrice di molti saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di
Ippocrate, Natura della donna, Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando':
(a cura di), Saperi bocciati. Riforma dell'istruzione, discipline e senso
degli studi, Carocci, Roma 2002; con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare
all'antica. A chi servono i filosofi?, Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse.
Saperi femminili nella Grecia antica, Carocci, Roma 2005]

"La nonviolenza delle donne" e' il titolo della nostra tavola rotonda.
Qual e' il senso di questa espressione e perche' inserire in un convegno di
nonviolenza uno specifico dibattito sulle donne?
Mi piace pensare, ed e' questa la mia proposta, che se c'e' una nonviolenza
delle donne della quale discutere, e' perche' la nonviolenza e' un percorso
di trasformazione di se', del mondo e di se' nel mondo che non e' e non puo'
essere neutro, ma che deve essere attraversato dalla differenza di genere.
Questa e' la prima idea attorno alla quale vorrei articolare il mio
discorso: mostrare cioe' la necessita', che sento urgente, che la
nonviolenza assuma un'ottica di genere e renda pertinente la differenza
sessuale all'interno del suo impianto strutturale teorico-pratico.
Sappiamo quanto il pensiero unico e universale, che si presentava come
neutro, in realta' abbia eliso la differenza femminile. L'assunzione di
un'ottica di genere, la valorizzazione della differenza sessuale preserva
dunque la nonviolenza dal rischio di cancellazione delle differenti
specificita'. Proprio perche' filosofia pratica, visione del mondo che si
traduce in lotta politica, attraversando la nostra mente, i nostri cuori e i
nostri corpi, la nonviolenza non puo' prescindere dalla differenza primaria
dalla quale tutti e tutte siamo attraversati. Questa differenza, che elabora
a livello culturale il dato biologico, comporta infatti specifici modi di
porsi in rapporto alla realta' esterna, di trasformare i vissuti
esperienziali, di vivere le relazioni e talora anche di agire politicamente.
Non parlo di una visione essenzialista, ma di tratti culturali che permeano
la costituzione di identita' di genere, intrecciando vissuti corporei e
rappresentazione sociale: elementi tutti che intervengono, e non puo' che
essere cosi', quando ci sforziamo di realizzare la nostra scelta di vita
nonviolenta, impegnando in essa, integralmente, la nostra persona, anima e
corpo.
Basti pensare all'ambito piu' proprio della nonviolenza, cioe' la
trasformazione creativa dei conflitti: le diverse modalita' di
comunicazione, la differente intelligenza e capacita' di messa in parola
delle emozioni devono essere tenute nel debito conto in quanto modificano i
modi di vivere e gestire i conflitti. Per non parlare poi della necessita'
di un approccio di genere nella gestione dei conflitti internazionali, su
cui si soffermera' Luisa Del Turco, a partire da esperienze concrete in
situazioni belliche e postbelliche.
In piu', come osserva opportunamente Lidia Menapace, il secolare conflitto
tra i sessi e' ben lungi dall'essere risolto: per questo, mettere a fuoco la
differenza di genere consente alla nonviolenza di portare alla luce questo
conflitto in tutte le numerose circostanze in cui ancora si manifesta, e
quindi dare un contributo costruttivo alla sua gestione consapevole e
all'avvio della sua soluzione.
*
C'e' ancora un motivo per cui mi sembra necessaria l'assunzione di un'ottica
di genere all'interno della nonviolenza. Il patriarcato, strumento di
dominio che per secoli ha discriminato e oppresso le donne, pur se in parte
ridimensionato dai movimenti femminili, che hanno rivendicato spazi di
autonomia e di liberta', sia in ambito privato e familiare sia nell'ambito
pubblico della politica e dei posti di lavoro, e' tuttavia ancora vivo e
pronto a manifestare il suo potere. Esso appare in forma vistosa negli
aspetti degenerati della sessualita', quali lo stupro, la pornografia, la
prostituzione, ma anche in forma nascosta e insidiosa, in quanto si annida
nelle abitudini mentali, nei comportamenti socialmente accettati, nelle
dinamiche delle relazioni uomo/donna. Mi pare cioe' che il patriarcato sia
uno strumento di violenza che si esplica nei tre modi di cui parla Johan
Galtung, cioe' diretta, strutturale e culturale. Proprio per questo,
pertinentizzare la differenza di genere consente alla nonviolenza di
focalizzare, con lenti appropriate, i modi di espressione del potere
maschile, senza nascondimenti ne' silenzi, in quanto, come osserva ancora
Galtung "la mancata percezione della realta' del patriarcato nella societa'
umana puo' forse essere interpretata nel modo migliore come un esempio di
violenza culturale in atto" (Pace con mezzi pacifici, Milano 2000, p. 74).
Se il dominio maschile sara' svelato e nominato, allora la lotta di
liberazione sara' compito di tutti gli amici e le amiche della nonviolenza,
e non solo, come finora e' accaduto, dei movimenti femminili.
Inoltre, individuare il genere della violenza, le sue matrici sessuali, a
livello storico e antropologico, consente di avere coscienza, per gli uomini
e per le donne, delle responsabilita' e delle complicita' del proprio genere
di appartenza, e vivere dunque con questa nuova consapevolezza il proprio
impegno per la costruzione di una cultura di pace. Per questo sarebbe
opportuna l'adozione di una prospettiva di genere nei percorsi di educazione
alla noviolenza, sia a livello scolastico sia nei corsi specialistici per
operatori di pace.
*
Il secondo punto che vorrei sviluppare nel mio breve intervento riguarda la
valorizzazione del pensiero femminile da parte della nonviolenza. Parlo di
pensiero, perche' le pratiche nonviolente delle donne in vari momenti della
storia sono gia' oggetto di studio e altre amiche della nostra tavola
rotonda le richiameranno, in particolare Angela Dogliotti Marasso.
Il pensiero femminile, sia delle grandi maestre sia delle filosofe
contemporanee, viene di solito trascurato dalle bibliografie della nonviolen
za, mentre invece altre forme di filosofia, per esempio la tradizione
orientale, il pensiero della complessita' o certi aspetti dell'economia
marxista, vengono considerati utile elemento di confronto. Il volume di
Jean-Marie Muller, L'esigenza della nonviolenza, Torino 1994,  ha fornito
una efficace lettura della riflessione di Simone Weil, individuando in essa
elementi di nonviolenza. Si puo' andare avanti lungo questa via, a mio
avviso, scoprendo tutta la ricchezza che la filosofia femminile puo' dare al
pensiero della nonviolenza. Per fare solo alcuni esempi: la nozione di amore
e di perdono in Simone Weil, la "scienza del cuore" di Maria Zambrano, il
rifiuto dell'odio e la comprensione umana verso i carnefici in Etty
Hillesum, la concezione del potere in quanto "poter fare" in Hannah Arendt;
e ancora: la riflessione femminile contemporanea sulla struttura relazionale
dell'essere, connessa alla nascita da corpo di donna, sull'etica del dono e
della cura, sulla parzialita' e carenza del soggetto, bisognoso
dell'alterita' per definire la propria identita' e dunque portato alla
"apertura al tu", secondo il linguaggio capitiniano. Ma gli esempi
potrebbero moltiplicarsi, e riguardare anche l'elaborazione condotta sulla
religiosita' delle mistiche medievali, sulla relazione pedagogica,
sull'epistemolgia e la trasmissione del sapere, oltre che naturalmente la
concezione della Politica Prima, come viene definita la politica delle
donne, intesa, potremmo dire, come "potere di tutti", attenta ai bisogni
reali e alle esigenze della vita, realizzata in pratiche di relazioni vive,
senza meccanismi di delega.
*
Proprio la pratica delle relazioni sperimentata all'interno della politica
femminile ha fatto emergere la potenziale conflittualita' tra donne, tanto
piu' forte nelle relazioni dispari: dal suo superamento, secondo modalita'
quali l'affidamento o il riconoscimento di autorita', ne e' derivata una
piu' generale competenza delle donne nella gestione della conflittualita',
utilizzabile e spendibile in spazi pubblici e politici piu' allargati.
Un'ultima precisazione: quello che mi muove non e' certamente uno spirito
competitivo, che cerca fratture e opposizioni. Anzi, al contrario, come le
altre amiche che partecipano a questa tavola rotonda, sono convinta che la
nonviolenza delle donne, se valorizzata nei termini che proponiamo, puo'
farsi strumento di una cultura del rispetto, della cooperazione e
dell'inclusione di tutte le differenze.
Concludo esprimendo il desiderio che nel prossimo futuro non ci sia piu'
bisogno di una specifica tavola rotonda sulle donne in un convegno di
nonviolenza, perche' il pensiero e la pratica femminili attraverseranno in
modo strutturale il pensiero e la pratica della nonviolenza.

4. RIFLESSIONE. MICHELANGELO BOVERO: LA LIBERTA' E I DIRITTI DI LIBERTA'
(PARTE TERZA E CONCLUSIVA)
[Dal sito della Societa' italiana di filosofia politica (www.sifp.it)
riprendiamo il seguente saggio di Michelangelo Bovero. Michelangelo Bovero
insegna filosofia della politica all'Universita' di Torino ed e' uno degli
studiosi piu' acuti della tradizione del pensiero liberalsocialista e
dell'antifascismo piu' nitido ed intransigente; discepolo, collaboratore e
studioso di Norberto Bobbio, ne prosegue la lezione di rigore intellettuale
ed impegno civile. Tra le opere recenti di Michelangelo Bovero: Contro il
governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia, Laterza, Roma-Bari
2000; Quale liberta'. Dizionario minimo contro i falsi liberali, Laterza,
Roma-Bari 2004; (a cura di, con Ermanno Vitale), Gli squilibri del terrore.
Pace, democrazia e diritti alla prova del XXI secolo, Rosenberg & Sellier,
Torino 2006]

5. I diritti di liberta' e i loro nemici
Dall'epoca delle prime Carte americane e francesi, il costituzionalismo dei
diritti ha conosciuto uno sviluppo straordinario, anche se le infinite
contraddizioni e gli orrori della storia degli ultimi due secoli non
consentono certo di rappresentarlo come un progresso lineare e costante. E'
invalso l'uso di descrivere il corso positivo di tale sviluppo scandendolo
in "generazioni" di diritti, via via apparse nelle Costituzioni statali e
poi anche in documenti internazionali, a partire dalla Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo del 1948. I diritti di liberta' vengono
abitualmente inclusi nella prima generazione insieme ai diritti politici,
anche se questi ultimi diventano propriamente diritti di autonomia
democratica, cessando di essere privilegio di una classe ristretta di
individui, solo con l'istituzione del suffragio universale maschile e
femminile, quasi dovunque recente e in ogni caso posteriore al
riconoscimento dei diritti di liberta'. La seconda generazione e' costituita
dai diritti sociali. Meno univoca da parte degli studiosi l'identificazione
della terza, quarta e anche quinta generazione, alle quali vengono
variamente assegnati il diritto allo sviluppo, alla pace, a un ambiente non
inquinato, alla qualita' della vita, all'integrita' del patrimonio genetico
ecc. (40), nonche' i cosiddetti diritti (il bisticcio e' inevitabile) delle
generazioni future. Al di la' delle incertezze e delle discussioni
dottrinali, non si dovrebbe comunque dimenticare che l'evoluzione dei
diritti si e' sviluppata non solo mediante il successivo riconoscimento di
nuovi tipi di pretese e rivendicazioni, ma anche attraverso il progressivo
arricchimento delle categorie piu' antiche. Anzitutto, come si e' appena
osservato, le stesse quattro grandi liberta' dei moderni hanno acquisito
dignita' di diritti fondamentali in tempi diversi; inoltre, l'area
costituzionalmente protetta di ciascuna di esse si e' via via ampliata e
articolata. Si pensi, per esempio, all'estensione che viene ad assumere il
diritto alla liberta' personale quando, per il moltiplicarsi di innovazioni
scientifiche e tecnologiche, "la persona si diffonde, occupa spazi ben piu'
ampi di quelli delimitati dalla sua fisicita'", e conseguentemente si
debbono escogitare nuovi mezzi per garantire a ciascuno la libera
disponibilita' di se stesso, e non solo del proprio corpo fisico ma anche
del "corpo elettronico", costituito dalle informazioni che vengono
accumulate nelle varie "banche dati" (41). Si pensi, ancora, alla
complessita' raggiunta dal diritto alla liberta' di manifestazione del
pensiero in funzione dei mezzi sempre piu' sofisticati, e sempre meno
accessibili, il cui uso e' necessario al suo efficace esercizio, e
conseguentemente al problema di garantirlo a tutti senza discriminazioni ne'
privilegi (42).
Insomma, i diritti sono in continuo sviluppo evolutivo: un'evoluzione, per
cosi' dire, "dialettica", frenata e insieme stimolata da sempre nuovi
ostacoli e difficolta'. Indipendentemente dai ricorrenti tentativi di
fondarli sulla "natura" o di dedurli da (presunti) principi "eterni", i
diritti "non nascono tutti in una volta. Nascono quando devono o possono
nascere. Nascono quando l'aumento del potere dell'uomo sull'uomo, che segue
inevitabilmente al progresso tecnico, cioe' al progresso della capacita'
dell'uomo di dominare la natura e gli altri uomini, o crea nuove minacce
alla liberta' dell'individuo oppure consente nuovi rimedi alla sua
indigenza: minacce cui si contravviene con richieste di limiti del potere;
rimedi cui si provvede con la richiesta allo stesso potere di interventi
protettivi" (43).
Ma cosi' come nascono, i diritti possono anche morire. Possono essere
contestati e screditati, o semplicemente elusi e calpestati. Possono essere
direttamente attaccati e annullati, o indeboliti al limite del soffocamento,
o snaturati e svuotati. I diritti delle generazioni piu' recenti sono in
gran parte investiti da profonde controversie interpretative, frutto della
contrapposizione radicale di concezioni ideali o dello scontro di interessi
difficilmente conciliabili (44). Sui diritti sociali e' in corso, fin quasi
dalla loro prima nascita positiva, che si fa risalire alla Costituzione di
Weimar del 1919, una polemica (non solo teorica, bensi' con evidenti
ricadute pratiche) tra coloro che ne difendono il valore di norme precettive
e quanti invece tendono a interpretarli come norme programmatiche, la cui at
tuazione sarebbe variamente condizionata al verificarsi di contingenze
favorevoli di natura economica, e che dunque sarebbero di fatto riducibili,
secondo i tempi e i luoghi, a generiche indicazioni non vincolanti o a
utopistiche speranze di un futuro migliore. Ma il pericolo piu' grave per i
diritti sociali viene dal partito dei loro oppositori irriducibili, da
sempre agguerriti e oggi piu' che mai numerosi e poderosi, che ne contestano
esplicitamente il valore ideale e mirano a sostituirli con i principi
"universal-globali" della competitivita' e della flessibilita'.
Si potrebbe pensare che almeno i diritti di liberta', se non altro nella
parte di mondo che li ha fatti nascere, siano al sicuro. Il riconoscimento,
il rispetto e la garanzia delle quattro grandi liberta' dei moderni e dei
diritti specifici a esse riconducibili parrebbero una conquista consolidata
degli ordinamenti costituzionali liberal-democratici e della coscienza
civile occidentale. Inviterei a non esserne piu' tanto certi. Da qualche
tempo i fondamenti della "societa' libera" - i principi di quella che Bobbio
ha chiamato "ideologia europea", che si e' via via estesa e ha preteso di
divenire universale, appunto l'"ideologia della liberta'" (45) - mostrano
inquietanti segni di erosione. A cominciare dalla liberta' piu' basilare,
presupposto e precondizione di tutte le altre: la liberta' personale,
l'immunita' da arresti arbitrari e da torture, attraverso cui passa il
confine tra Stato di diritto e Stato di polizia. Dopo il trauma degli
attentati dell'11 settembre 2001, con un Executive Order il presidente degli
Stati Uniti George W. Bush "ha cancellato ogni garanzia processuale per
quegli stranieri che egli stesso qualifica come responsabili di atti
terroristici" (46). La discriminazione cosi' instaurata apre una frattura
nella civilta' dei diritti che puo' trasformarsi in un baratro: puo' portare
a espellere dal novero delle persone ogni potenziale individuo "sospetto";
puo' indurre a praticare la tortura senza neppure preoccuparsi troppo di
nasconderla, e anche a sostenerne la legittimita', come purtroppo e' gia'
accaduto negli Stati Uniti; può spingere fasce piu' o meno ampie di opinione
pubblica (non solo negli Stati Uniti) a "scambiare liberta' contro
sicurezza" (47), ad accettare un diffuso regime di sorveglianza e di censura
e ad acclimatarsi in esso, a tollerare l'arbitrio e il sopruso come prassi
normale (specie se a subirla sono gli stranieri, i diversi) (48), a fare a
meno dei diritti fondamentali, a lasciarli morire. In un circolo vizioso di
effetti perversi, corpi di pubblica sicurezza o meglio frange di essi
possono sentirsi legittimati anche dal consenso popolare (vero o presunto,
piu' o meno fomentato, enfatizzato o addirittura creato dai media; e ancora
una volta, non solo negli Stati Uniti) a tenere comportamenti illegali e
violenti.
A mio avviso, sarebbe quanto meno limitativo ritenere che simili fenomeni e
tendenze aberranti, e comunque ingiustificabili, siano interamente ed
esclusivamente da imputarsi al clima di tensione globale - terribile ma
contingente, ancorche' perdurante in un tempo indefinito - determinato dagli
attacchi terroristici e dalla deprecabile reazione bellica che ne e'
seguita, e siano pertanto destinati a esaurirsi, prima o poi, insieme a
esso. Le radici dell'aberrazione, della crisi della civilta' dei diritti,
sono molteplici e non (tutte) contingenti. Non si deve dimenticare,
anzitutto, che i fatti del G8 di Genova sono anteriori a quel fatale 11
settembre. E a Genova - come precedentemente a Napoli - furono violate
insieme la liberta' personale, la liberta' di riunione e la liberta' di
manifestazione pacifica del dissenso (49). Del resto, soprattutto in Italia
(ma non solo) e' impossibile non vedere quanto sia avanzata in modo
sistematico e multiforme - su altri piani e con mezzi diversi - l'opera di
erosione dei principi e diritti specifici di liberta' stabiliti nella
Costituzione. Il principio di laicita' dello Stato, su cui si fonda la
liberta' di religione, gia' per lungo tempo eluso e svigorito, quando non
contraddetto nei fatti e ridotto a un principio "di carta", e' ora
apertamente insidiato dal diffondersi di schemi mentali (leggi: pregiudizi)
che inducono a identificare e discriminare le persone in base alla
(presunta) appartenenza etnico-religiosa, e che purtroppo assecondano
l'autoavverarsi della sciagurata profezia dello "scontro di civilta'" (50).
Un riflesso di questo fenomeno ideologico si proietta anche sulle politiche
per la scuola (ma sarebbe meglio chiamarle politiche contro la scuola
pubblica e laica); le quali peraltro sembrano frutto di una paradossale
mescolanza tra (filo)confessionalismo tradizionale e spregiudicatezza
aziendalistica ipermoderna, fattori a prima vista eterogenei dalla cui
connivenza la liberta' di insegnamento rischia di essere snaturata e
travolta (51). Ancora peggiore, se possibile, il destino della liberta' di
informazione, ormai trasformata da diritto di tutti in privilegio di pochi,
anzi propriamente in un potere oligarchico (52).
*
6. La societa' aperta ai poteri selvaggi
Uno degli aspetti piu' complessi e allarmanti del processo di erosione e
svuotamento della civilta' dei diritti e' proprio questo. Per un verso,
alcuni diritti di liberta', alcune (sfere determinate di) liceita' o
facolta' di scelta e azione che le Costituzioni attribuiscono - come
permessi in senso forte - a tutti in quanto persone o cittadini, e che
dovrebbero essere a tutti garantiti contro qualunque interferenza,
impedimento o costrizione, cioe' contro ogni potere, a causa della crescente
ineguaglianza nella distribuzione oggettiva dei mezzi piu' efficaci per la
loro fruizione tendono a trasformarsi in privilegi; per l'altro verso,
l'esercizio di tali liberta', di fatto privilegiato grazie alla
concentrazione di mezzi, cioe' di poteri, nelle mani di alcuni individui (o
gruppi), si traduce nella limitazione e nel condizionamento delle liberta'
di fatto e di diritto di molti altri individui. Il potere inteso come
possibilita' soggettiva di (possesso dei mezzi per) esercitare un certo
diritto di liberta', ossia il "potere di" fare cio' che e' permesso fare,
reso privilegio di pochi, diventa potere di restringere le liberta' altrui,
ossia diventa "potere su" altri soggetti, in quanto ne condiziona e ne
indirizza scelte e comportamenti di ogni tipo (53). Gli effetti di questo
squilibrio tra l'eguaglianza nei diritti e la diseguaglianza nei poteri
ricadono su tutto il sistema delle liberta'. Per dirlo in modo sintetico,
impreciso ma intuitivo: certe liberta' si trasformano in poteri (di alcuni)
che limitano le liberta' (di molti). Ma non solo: questi poteri si
presentano semplicemente come liberta', occultando l'effetto di restrizione
delle liberta' altrui che consegue dal loro esercizio, e come tali si
appellano alla protezione costituzionale per non subire limitazioni
normative (54). Cio' vale in tutta evidenza per molte dimensioni della
liberta' di manifestazione del pensiero, ma vale in forma ancor piu'
evidente per le cosiddette liberta' economiche, per la liberta' di impresa,
in generale per la (le) liberta' di mercato. Al fine di mettere a fuoco il
problema, ricercarne le cause e delinearne possibili rimedi, sarebbe
opportuno riconsiderare in una prospettiva diversa la storia del
costituzionalismo e del liberalismo. In questa sede non posso che limitarmi
ad alcune note inevitabilmente brevi.
Il costituzionalismo liberale, al cui successo dobbiamo la conquista e il
progressivo arricchimento delle liberta' dei moderni, aveva in origine come
scopo eminente quello di limitare l'estensione del potere politico, far
"arretrare" lo Stato dalla societa' fino a ridurlo ai minimi termini,
liberando le azioni e interazioni individuali da vincoli, imposizioni,
interferenze della volonta' collettiva. Abbandonata ogni pretesa di
esercitare un'auctoritas spirituale e un dominium materiale, nella sua pura
forma residuale di monopolio della forza lo Stato avrebbe avuto il solo
compito di mantenere libere, mediante l'imperium della legge, ovvero con
norme generali di condotta, le attivita' individuali e le relazioni
intersoggettive: libere da violenze, sopraffazioni, torti. Cioe' il compito
di impedire a chiunque di impedire la liberta' spirituale e materiale di
ciascuno. Per ottenere lo scopo occorreva non solo abolire vecchie
imposizioni dello Stato sugli individui, ossia creare spazi di silentium
legis, e al tempo stesso proteggere con leggi coattive le sfere di liberta'
cosi' istituite per ogni individuo da arbitrarie lesioni di altri individui,
ma anche imporre nuovi limiti allo Stato medesimo. I primi e principali
limiti al potere dello Stato, proclamati nelle Dichiarazioni che hanno
inaugurato il costituzionalismo moderno, furono per l'appunto i diritti di
liberta'. Ma perche' valessero davvero come limiti e non ricadessero in
balia dell'arbitraria volonta' del potere politico (in democrazia, del
mutevole fluttuare delle maggioranze) sarebbe stato necessario non solo
proclamarli bensi' fissarli in norme superiori alla stessa legge: cio' che
fu conseguito soltanto con l'avvento delle Costituzioni rigide.
Di fronte allo Stato minimo, meta e modello regolativo del costituzionalismo
liberale - uno Stato non piu' padre-padrone, perche' privato della cura
delle convinzioni religiose o morali e delle attivita' economiche dei
sudditi -, gli individui sono rappresentabili almeno idealmente come liberi
soggetti di scelta e di azione, vincolati soltanto al rispetto della legge
che impone a ciascuno di non far torto agli altri e di rispettare le
liberta' di tutti: dunque, entro questi limiti, liberi di concepire proprie
credenze, valori, preferenze, scopi e di ricercare e perseguire a proprio
talento cio' che ciascuno ritiene essere il suo bene o il suo utile.
Senonche', non basta minimizzare lo Stato per minimizzare il potere, e di
conseguenza massimizzare le liberta': nello spazio lasciato libero da
imposizioni della volonta' collettiva, e presidiato dai diritti di liberta'
contro gli abusi dello stesso potere politico, nascono e crescono le
differenze tra gli individui nel possesso di capacita' e di mezzi, e quindi
si instaurano altri tipi (e soggetti e rapporti) di potere, non piu'
pubblici ma privati. Il primo, adottando uno schema di Bobbio (55), e' il
"potere economico", che si esercita su individui considerati come strumenti
o fattori di produzione di beni e servizi, mediante il controllo delle
risorse materiali a essi necessarie o utili; il secondo e' il "potere
ideologico", che si esercita su individui considerati come menti orientabili
nel giudizio sul vero e sul falso, sul bene e sul male, mediante il
controllo di idee e conoscenze e dei canali di diffusione di notizie e
opinioni, cioe' dei mezzi di informazione e persuasione. Contro i possibili
effetti illiberali dell'esercizio di questi poteri - effetti di restrizione
o svuotamento delle liberta' altrui - e contro i loro intrecci e sinergie,
il costituzionalismo liberale non e' riuscito a erigere una barriera
paragonabile a quella costruita contro il potere politico. Non ha affrontato
adeguatamente l'esigenza di impedire, almeno, che l'inevitabile formarsi di
diseguaglianze nei mezzi, ossia nel potere di fruizione delle liberta' di
fatto e di diritto, si traduca in limitazioni e condizionamenti morali e
materiali all'eguale godimento ed esercizio, da parte di tutti, dei diritti
di liberta' (come di altri diritti fondamentali, in primo luogo dei diritti
politici): l'esigenza, cioe', di impedire che pochi privilegiati esercitino
di fatto un potere su molti soggetti (in vario grado) non privilegiati
restringendone gli spazi di scelta e indirizzandone i comportamenti. Anzi:
da qualche decennio nel linguaggio corrente e' invalso l'uso di designare
come "liberale" o "neoliberale" un orientamento e un programma politico che
punta ad allentare progressivamente, se non ad abolire, quasi ogni sorta di
regole e di vincoli giuridici all'agire economico, favorendo con cio' lo
sviluppo di poteri ("di" e "su") tendenzialmente illimitati - quelli che
Luigi Ferrajoli ha chiamato "poteri selvaggi" (56) -, in grado come tali di
eludere o snaturare o travolgere qualunque sistema di garanzie per i diritti
fondamentali, anche e in primo luogo per i diritti di liberta', e di farlo
in nome della liberta', secondo la retorica ingannevole di cui parlavo
all'inizio (57). Ma la liberta' senza legge e' semplicemente la condizione
in cui prospera il diritto del piu' forte. E' la liberta' del lupo.
La radice del paradosso va cercata nella duplicita' delle anime del
liberalismo classico. In un saggio di alcuni anni or sono, Ralf Dahrendorf
distingueva chiaramente due dimensioni della concezione liberale: la teoria
del libero mercato e la teoria dei diritti fondamentali di liberta' (58).
Per un verso, il liberalismo mira a stabilire le condizioni che consentono
l'esercizio di una "liberta' non ristretta" da parte dei soggetti economici,
ovvero permettono agli individui di agire sul mercato seguendo "i propri
interessi naturali" in regime di concorrenza; per l'altro verso, mira a
preservare gli individui dagli abusi del potere politico fissando in norme
costituzionali i "diritti civili" (59), ovvero le grandi liberta' dei
moderni. Dahrendorf osservava inoltre che le due anime del liberalismo sono
da sempre in tensione. Nonostante gli infiniti tentativi di conciliarle e
anzi di rivendicarne l'indisgiungibilita' e l'armonia, la tensione permane,
e non puo' non volgersi in contraddizione (e in scontro) se si pretende che
la (cosiddetta) liberta' di mercato sia posta sullo stesso piano dei diritti
fondamentali di liberta': cioe' se non si vede che quella non puo' ledere
questi, e questi sono (debbono valere come) i limiti principali di quella.
Con le espressioni "liberta' di mercato" o "libero mercato" si fa
comunemente riferimento alla liberta' di scambiare beni e servizi mediante
l'esercizio della potesta' contrattuale, implicita nell'istituto della
proprieta' privata (60); ovvero al diritto di acquisire e disporre
autonomamente di beni, ossia di diventarne proprietari (che non e' da
confondere con il diritto reale di proprieta') (61); nonche' alla liberta'
di iniziativa economica - quale e' riconosciuta e, bisogna aggiungere,
esplicitamente limitata dall'art. 41 della Costituzione italiana -, cioe'
alla facolta' di destinare capitali a impieghi produttivi, cui e' connessa
la liberta' di concorrenza come assenza di impedimenti a entrare nello
spazio del mercato, e delle liberta' di mercato, in condizioni di formale
parita'. Ma la sfera di liceita' in cui consiste la (consistono le) liberta'
di mercato incontra necessariamente un limite: non tutto si puo' comprare e
vendere. I diritti di liberta' - come tutti i diritti fondamentali in quanto
tali, compresi quelli di autonomia privata e pubblica (62) - sono
costitutivamente (e costituzionalmente) indisponibili, sono cioe' sottratti
al mercato, allo stesso modo e per la stessa ragione per cui sono sottratti
alle decisioni del potere politico. Come nessun potere pubblico può
legittimamente privare un individuo delle sue liberta' costituzionali, cosi'
nessun potere economico privato puo' acquistare i diritti di liberta' (e gli
altri diritti fondamentali) di un individuo, ne' quest'ultimo puo' venderli.
Le liberta' fondamentali sono state riconosciute e qualificate fin
dall'origine, nella dottrina giusrazionalistica che ha gettato le basi
teoriche del costituzionalismo, come "inalienabili" (63). Se la (logica
della) liberta' di mercato, che si fonda sulla alienabilita' di cio' che
rientra nella propria sfera, si estendesse di fatto senza limiti, assegnando
a tutto un prezzo - al corpo umano come al pensiero, e al voto -,
fagociterebbe ogni diritto di liberta' e, al limite, se stessa. Per
converso, i diritti di liberta' sussistono come tali soltanto alla
condizione che venga protetta e garantita la loro "liberta' dal mercato" (e
parimenti dalle decisioni del potere politico).
Il pensiero liberale classico ci ha insegnato a guardare sempre con sospetto
al potere politico, a diffidare anche del potere democratico, legittimato
dal consenso della maggioranza, temendo che il suo esercizio possa
restringere gli spazi di liberta' individuale, i diritti attribuiti a tutti.
Di qui, la ricerca di vincoli e di garanzie costituzionali sempre piu'
rigorose. All'opposto, il pensiero democratico ci ha insegnato a diffidare
dell'espansione incontrastata delle liberta' dei privati, temendo che da
essa potessero provenire alterazioni all'equilibrio del gioco politico. Di
qui, la ricerca di vincoli e strategie per evitare, come diceva Rousseau,
che qualcuno diventi tanto ricco da poter comprare il voto di un altro, o
qualcuno tanto povero da volerlo vendere. Oggi par di vivere in un mondo
(duplicemente) capovolto. L'indirizzo politico sedicente "liberale", la'
dove ha conquistato la maggioranza dei consensi, mira all'abolizione
"democratica" di vincoli e controlli di ogni genere, innalzando a supremo
valore e fine da perseguire quella che Kant chiamava "liberta' selvaggia".
In qualche parte del mondo, in qualche bel paese, ha cominciato col
costruire per essa una strana "Casa", accogliendovi soggetti d'ogni specie,
origine e provenienza, e ha messo in esecuzione il suo disegno con modi
incredibilmente spavaldi e sfrontati. Alcuni esiti possono essere anche
grotteschi e tragicomici: come quelli di trasformare per via legislativa, in
rappresentanza della volonta' popolare, certe forme di condotta illecita in
comportamenti leciti o meno illeciti (depenalizzazione del falso in
bilancio), o piu' difficilmente perseguibili (legge sulle rogatorie e
provvedimenti di garantismo "peloso"), o in vario modo e grado sottraibili
al giudizio della magistratura (legittimo sospetto, immunita' per le alte
cariche). Tutto questo e molto altro - e ben peggio: attentati
all'indipendenza e autonomia della magistratura, programmi di travolgimento
dell'equilibrio dei poteri, di legalizzazione delle deformazioni
oligopolistiche del mercato e di costituzionalizzazione delle patologie
demagogico-plebiscitarie del gioco politico - in nome della liberta' e della
democrazia: in virtu' di un potere democratico che dichiara di voler
finalmente instaurare il regno della liberta'. Quale liberta'? Dell'agnello
o del lupo?
Qualche personaggio di contorno, incline alla retorica apologetica della
liberta' sans phrase, ricorre abitualmente alla celebre formula di Popper:
"societa' aperta". Senza accorgersi, forse, che sta tessendo le lodi di una
societa' aperta ai poteri selvaggi.
*
Note
40. Moltissimi "nuovi diritti" sono stati riconosciuti nella Carta dei
diritti fondamentali dell'Unione Europea, proclamata a Nizza nel 2000.
41. V. infra il contributo di S. Rodota', pp. 42, 49.
42. Un problema non solo irrisolto, ma sempre piu' difficile da affrontare.
V. infra il paragrafo finale del contributo di A. Pizzorusso, e le puntuali
analisi, con conclusione scettica, di A. Di Giovine.
43. Bobbio, L'eta' dei diritti cit., p. XV.
44. Alludo, ad esempio, da un lato alle questioni di bioetica, dall'altro
alle questioni ambientali.
45. N. Bobbio, Grandezza e decadenza dell'ideologia europea (1986), ora in
Teoria generale della politica cit., cap. XII.1, pp. 604-18. Precisa Bobbio:
"Preferisco parlare di ideologia piuttosto che di 'ideale', perche' la
parola 'ideologia' non esclude, anzi implica la falsa coscienza, e, per
ragioni opposte, piuttosto che di 'mito', perche' l'idea dell'Europa come
patria dei governi liberi non si regge soltanto su una falsa coscienza"
(ivi, p. 606).
46. S. Rodota', infra, p. 54.
47. S. Rodota', infra, p. 38.
48. Giustamente Luigi Ferrajoli insiste (infra, pp. 182 ss.) sul carattere
razzista della cultura politica che ispira i provvedimenti contro
l'immigrazione.
49. V. infra il contributo di V. Paze'.
50. V. infra il contributo di E. Vitale.
51. V. infra il contributo di M. Vigli.
52. L'art. 21 della Costituzione italiana inizia con la parola "tutti":
"Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero...".
Ma se riferita alle forme di manifestazione del pensiero che comportano
costi elevatissimi, fa osservare A. Di Giovine (infra, p. 131), "quella
parola non puo' che significare 'pochissimi'". Nei termini dell'analisi che
ho qui proposto all'inizio, e' evidente che l'espressione "hanno il diritto"
, contenuta nel testo costituzionale, significa "hanno il permesso", ovvero
la possibilita'-liceita' in cui propriamente consiste un diritto di
liberta', un permesso (in senso forte) che e' effettivamente conferito a
tutti; nella lettura suggerita da Di Giovine la medesima espressione e'
intesa come equivalente ad "hanno i mezzi", ovvero la possibilita'
soggettiva o potere materiale, mezzi che di fatto sono posseduti da
pochissimi. Per tutti gli altri, quel diritto di liberta' e' (non gia'
assente ma) vuoto.
53. V. supra, nota 11, in fine.
54. In questo senso A. Di Giovine (infra, p. 122) parla di un "gioco di
specchi tra liberta' e potere".
55. Cfr. Bobbio, Teoria generale della politica cit., pp. 104-105, 167-72.
56. Cfr. L. Ferrajoli, Garantismo e poteri selvaggi, in "Teoria politica",
XIV, 1998, 3: "L'espressione 'poteri selvaggi' chiaramente allude a quella
'liberta' selvaggia e sfrenata' di cui parla Kant nella Metafisica dei
costumi come della condizione sregolata propria dello stato di natura, ossia
in assenza del diritto, opposta a quella propria dello 'stato giuridico' o
di diritto" (p. 11). Ferrajoli distingue quattro classi di poteri selvaggi:
la terza e' quella dei "poteri privati di tipo extra-legale", come "i
macropoteri economici che, in assenza di limiti e di controlli legali,
tendono a svilupparsi secondo dinamiche proprie (...). Il solo principio di
legittimazione e insieme di regolazione di questi poteri, oggi in grande
espansione grazie alle attuali tendenze allo smantellamento della sfera
pubblica, e' quello del libero mercato, ossia del mercato sregolato e
selvaggio, assunto dall'odierna ideologia liberista a nuova Grundnorm dei
sistemi politici" (p. 14). Tali poteri, aggiunge Ferrajoli, "in quanto
extra-legali, sono insofferenti nei riguardi della normazione, sia essa
legislativa o costituzionale" (p. 15).
57. Ma c'e' di peggio: questo programma di de-regolazione, presentato come
imperativo imprescindibile della globalizzazione, ha finito col contaminare
quasi tutti gli indirizzi e orientamenti politici, anche quelli sedicenti di
sinistra.
58. R. Dahrendorf, Liberalismo radicale, in "Libro aperto", 29/30, 1985. Me
ne sono occupato analiticamente in Contro il governo dei peggiori cit., pp.
89-93.
59. Cosi' Dahrendorf chiama, seguendo un uso consolidato, i diritti di
liberta'. Nella classificazione dei diritti fondamentali proposta da Luigi
Ferrajoli, che accolgo e invito ad adottare, sono invece designati come
"diritti civili", ascritti a tutte le persone capaci d'agire
indipendentemente dalla cittadinanza, "tutti i diritti potestativi nei quali
si manifesta l'autonomia privata e sui quali si fonda il mercato", quali la
potesta' negoziale, la liberta' contrattuale, la liberta' imprenditoriale,
ecc. I "diritti civili", insieme ai "diritti politici" che spettano ai soli
cittadini capaci d'agire e consistono in diritti di autonomia esercitati
tramite atti pubblici come e' tipicamente il voto, sono chiamati da
Ferrajoli "diritti secondari" e come tali distinti dai "diritti primari"
spettanti a tutti indipendentemente dalla capacita' d'agire, nei quali sono
compresi i "diritti di liberta'" e i "diritti sociali". Cfr. L. Ferrajoli et
al., Diritti fondamentali, a cura di E. Vitale, Laterza, Roma-Bari 2001, pp.
7-8, 282-88.
60. Tradizionalmente definita come ius utendi et abutendi re sua et
excludendi alios.
61. Cfr. Ferrajoli et al., Diritti fondamentali cit., pp. 12-18 e passim.
62. Cfr. supra, nota 59.
63. Cfr. infra il contributo di S. Rodota', p. 46.
(Parte terza - Fine)

5. RILETTURE. ALFONSINA STORNI: IRREMEDIABLEMENTE
Alfonsina Storni, Irremediablemente, Sociedad editora latino americana,
Buenos Aires 1964, pp. 96. Da questo suo libro di versi del 1919 sgorga
perenne la dolcissima e straziante musica, la straziata soave umanita' di
Alfonsina Storni.

6. RILETTURE. GABRIELA MISTRAL: TALA
Gabriela Mistral, Tala, Editorial la montana magica, Barcelona 1985, pp.
164. In questa raccolta di versi del 1938 si dispiega e risplende la
visione, il canto, l'anima della poetessa del dolore e dell'amore
universali.

7. RILETTURE. VIOLETA PARRA: CANZONI
Violeta Parra, Canzoni, Newton Compton, Roma 1979, pp. 240. A cura e nella
traduzione di Ignazio Delogu (ma occorreva un'accurata revisione delle
bozze, che palesemente manca), con un'introduzione di Patricio Manns e una
discografia curata da Hugo Arevalo, una scelta delle canzoni della grande
ricercatrice, musicista, poetessa, militante, figura esemplare
dell'avventura e della dignita' dell'umanita' intera.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1433 del 29 settembre 2006

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