[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1435



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1435 del primo ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Cindy Sheehan: Alzate la testa
2. Jennifer Fasulo: Le nostre vite non contano nulla?
3. Valeria Ando': Un incontro a Pisa
4. Ida Dominijanni intervista Stefano Rodota'
5. Constantinos Kavafis: Che fece... il gran rifiuto
6. Alessandro Portelli presenta "Pete Seeger in Italia"
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: ALZATE LA TESTA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Cindy Sheehan.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey nella guerra in Iraq; per tutto il
successivo mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in
cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli
per chiedergli conto della morte di suo figlio; intorno alla sua figura e
alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio
movimento contro la guerra; e' stato recentemente pubblicato il suo libro
Not One More Mother's Child (Non un altro figlio di madre), disponibile nel
sito www.koabooks.com; sta per uscire il suo secondo libro: Peace Mom: One
Mom's Journey from Heartache to Activism, per Atria Books.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

"Io non posso insegnarvi la violenza, perche' io stesso non credo in essa.
Io posso solo insegnarvi a non piegare la testa davanti a nessuno, persino a
prezzo della vostra vita" (Mohandas Gandhi)

"Per assicurare tali diritti, governi sono istituiti fra gli uomini, governi
che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Qualora ogni
forma di governo divenisse distruttiva rispetto a tali fini, e' diritto del
popolo alterarla od abolirla, e stabilire un nuovo governo che abbia la sua
fondazione su detti principi e in detta forma, di modo che al popolo esso
appaia piu' incline a rendere effettive la sua sicurezza e felicita'"
(Dichiarazione di Indipendenza)

Quattro attivisti pacifisti arrestati nell'ufficio del senatore Charles
Grassley nello Iowa.
Soldato "assente senza permesso" si consegna alla base dell'esercito.
Venticinque arresti di fronte alle Nazioni Unite.
Una dozzina di arrestati nell'ufficio del senatore Santorum.
Qui sopra ci sono recenti titoli di giornali che mostrano come i
nordamericani, cittadini degli Usa, ne abbiamo abbastanza di piegare le loro
teste davanti ai criminali "du jour" che infestano la Casa Bianca.
E' sempre stato nostro diritto dalla nascita, ed un imperativo assoluto,
protestare pacificamente contro il nostro governo e mantenerlo nella
responsabilita' di rappresentarci nel modo in cui vogliamo essere
rappresentati. Negli anni di Clinton, quando ci sembrava di essere pacifici
e prosperi, siamo stati cullati in una confortevole compiacenza. Dall'11
settembre in poi, siamo stati bersagli del bullismo affinche' avessimo paura
del babau.
Chi di noi parlava contro George Bush e la sua guerra veniva emarginato e
demonizzato. Giornalisti licenziati o forzati a ritirarsi, vili accuse
contro gli ispettori delle Nazioni Unite che osavano dire che Saddam Hussein
non aveva armi di distruzione di massa, eccetera. Infine, chi non era
d'accordo sull'imminente invasione era spaventato al punto di non dire
nulla.
Ora sembra che la gente non sia piu' spaventata ad impegnarsi per la pace e
la giustizia. Sono orgogliosa dell'America che non si e' bevuta la
sciocchezza che se ti opponi all'occupazione illegale dell'Iraq sei un
"simpatizzante nazista". Mi rende orgogliosa di essere un'americana, perche'
stiamo usando i nostri corpi per la pace. Adesso e' ora di alzarci, di
contarci e di dire a questo nostro governo fuori controllo che noi gli
sottraiamo il consenso ad essere governati.
*
La nostra cara gioventu', che ha fatto il terribile errore di arruolarsi nel
nostro esercito, viene continuamente abusata dai politici vigliacchi che la
comandano: ora hanno prolungato i loro tempi di permanenza in Iraq, mentre
non dovrebbero neppure trovarsi la'.
Alla nostra Guardia Nazionale viene chiesto di compiere azioni che nulla
hanno a che vedere con la sua natura ed i suoi scopi, e la si tiene ostaggio
dell'Halliburton in Iraq.
La gente dell'Iraq viene uccisa perche' ha la terribile colpa di essere nata
e di vivere dove la Esso vuole il petrolio.
E' venuta l'ora di alzare le teste e di rifiutarsi di piegarle davanti ai
criminali di guerra. Subito.
*
Ho una storia da condividere con voi. Quando mi trovavo in Giordania con la
"squadra di pace" ad incontrare i parlamentari iracheni, abbiamo udito la
testimonianza di uno sceicco, un uomo molto rispettato in Iraq. Ci ha detto
come membri dell'esercito Usa irruppero nella sua casa, violarono sua
moglie, lo picchiarono e lo portarono in prigione, dove fu torturato in
applicazione delle politiche barbariche e crudeli di George Bush. Tutto cio'
accadde sotto gli occhi del suo figlio adolescente.
A sentirlo raccontare le violenze e l'orribile trattamento che aveva
ricevuto dal mio paese mi sono scusata con lui, piangendo. Nessun essere
umano dovrebbe trattarne un altro in modo cosi' inumano. Lui mi ascolto', e
poi disse: "Il sogno di mio figlio e' di procurarsi un fucile, salire su un
tetto e assassinare americani. Ma io gli diro' che ci sono americani come
lei, e lo incoraggero' a non farlo".
Ora, immaginate di stare seduti a casa, con la vostra famiglia. Diciamo che
state guardando la tv. Invasori stranieri irrompono in casa vostra, stuprano
mamma e si portano via papa'. Come si sentirebbe vostro figlio? Come vi
sentireste voi? La vostra famiglia sarebbe giustificata nell'opporsi alla
violenza e alla repressione? O pieghereste la testa e direste: "Sia
ringraziato Dio per la liberta' e la democrazia che questa brava gente mi
sta donando"?
Mi domando quanti soldi siano stati spesi per la guerra di terrore di Bush
che - come attesta il recente  rapporto della Cia - ha causato un aumento
del jihadismo islamico. Chiunque sia in grado di pensare sa che commettere
atrocita' su esseri umani non fa che alimentare odio e rabbia, e non grati
sentimenti d'amore e simpatia per il proprio oppressore.
Noi siamo stati colpiti da aeroplani guidati contro edifici l'11 settembre
che hanno ucciso i nostri cari e distrutto il nostro senso di sicurezza, ma
non erano guidati da bambini iracheni e afgani. Dov'e' la differenza tra
guidare aerei a schiantarsi su edifici per causare la morte di innocenti, e
lanciare bombe dagli aerei sugli edifici per causare la morte di innocenti?
E' ora di smetterla di ripagare l'odio con l'odio e la violenza con la
violenza.
*
Sono cosi' felice che sempre piu' gente stia alzando la testa contro la
repressione e la violenza del nostro governo. Ma c'e' bisogno di tutti noi:
ci deve essere uno sforzo congiunto da parte di ognuno di noi per mettere
fine al ciclo delle morti infinite.
Vi prego di sostenere l'azione parlamentare del deputato Jim McGovern, che
sta chiedendo di smettere immediatamente il finanziamento degli omicidi in
Iraq. E vi prego di unirvi a Gold Star Families for Peace e all'Istituto di
pace di Camp Casey nel venire a Washington il giorno delle elezioni, per
mostrare a Bush e compagnia che stiamo sottraendo il nostro consenso ad
essere governati da torturatori ed assassini.
Ne abbiamo abbastanza. Vogliamo che il nostro paese ci venga restituito.

2. RIFLESSIONE. JENNIFER FASULO: LE NOSTRE VITE NON CONTANO NULLA?
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento.
Jennifer Fasulo, coproduttrice del programma "La gioia della resistenza",
radio femminista multiculturale a New York, e cofondatrice di un gruppo di
sostegno ai movimenti di liberazione delle donne in Medio Oriente]

Hugo Chavez, una delle figure chiave dei movimenti di sinistra populisti che
si stanno diffondendo in America Latina, ha pubblicamente lodato ed
abbracciato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Momenti come questo
dimostrano quanto poco le vite delle donne contino nel mondo della politica.
Naturalmente il Venezuela e l'Iran hanno in comune interessi strategici,
politici ed economici, basati sul loro ruolo di produttori di petrolio. Ed
e' del tutto logico aspettarsi che Chavez condanni le minacce militari
statunitensi contro l'Iran (lo faccio anch'io).
Ma non c'e' nessuna scusa per dichiarare solidarieta' ad un regime
teocratico che tratta le donne come esseri subumani. Abbracciando
Ahmadinejad, Chavez sta alimentando la crescente pericolosissima alleanza
fra antimperialisti di destra e di sinistra. In tale equazione, l'unica cosa
che conta e' l'opposizione al potere militare statunitense. I diritti delle
donne, dei lavoratori, degli studenti, quei diritti che si suppone siano
importanti per i socialisti, i progressisti e le persone con un briciolo di
coscienza, be', quelli possono andare al diavolo.
Chavez pare non essersi accorto che l'attuale governo dell'Iran ha
trasformato il paese in un luogo in cui l'apartheid di genere e l'odio per
le donne sono sanciti dalla legge. Si tratta di un paese la cui legislazione
prevede che le donne vengono lapidate a morte per il "crimine"
dell'adulterio, seppellite sino al collo e bersagliate di sassi in faccia e
in testa fino a che muoiono; si tratta di un paese in cui le donne non hanno
il diritto di divorziare o quello alla custodia dei figli, vengono forzate
ad indossare il velo con la minaccia di battiture fisiche o della prigionia,
non possono viaggiare senza il permesso del padre o del marito, e la loro
testimonianza in tribunale conta meta' di quella di un uomo.
Si tratta di un paese in cui i dissidenti politici di qualsiasi tipo, uomini
e donne, vengono puniti con la galera, e spesso con la tortura e la morte.
Questo e' il governo che Chavez paragona alla sua stessa "eroica nazione",
definendolo "rivoluzionario".
La mancanza di preoccupazione di Chavez per i diritti delle donne e' assai
comune fra i maschi di sinistra. Per molti di loro, lo status delle donne
semplicemente non si colloca fra le cose che vedono. Se viene menzionato, e'
spesso minimizzato come "istanza culturale". L'uso insidioso del termine
"cultura" implica che le donne non vengono brutalmente tenute sotto il giogo
dalla violenza, le cose vanno cosi' perche' quella e' la loro "cultura", e
percio' e' tutto a posto. Oltre ad essere un insulto per ogni spirito umano,
questa attitudine ignora volutamente i fatti storici e le condizioni attuali
di paesi come l'Iran.
Un'indagine anche superficiale della societa' iraniana mostra infatti che il
popolo dell'Iran esprime a vari livelli la rivolta contro i suoi dispotici
governanti, e a guidare la rivolta sono proprio le donne. Per 27 anni le
donne hanno resistito alle persecuzioni del regime e lo hanno sfidato,
spesso mettendo a grave rischio le proprie vite. Assieme a questo ispirante
movimento femminista ci sono forti movimenti di lavoratori e studenti, e
tutti si stanno opponendo non solo alla repubblica islamica, ma anche alle
minacce Usa di attacchi militari e sanzioni all'Iran.
Come puo' Chavez, che si dichiara socialista e difensore degli oppressi,
allinearsi al leader di un regime reazionario, invece di sostenere i
movimenti socialisti e femministi che gli si oppongono? E' una terribile
scelta politica, che peraltro Chavez non aveva necessita' di fare: poteva
esprimere la sua piena solidarieta' non ad Ahmadinejad, ma al popolo
iraniano.
Avrebbe potuto stare al fianco non del carnefice, ma delle vittime
ingiustamente accusate e condannate, come la diciassettenne Nazanine Fatehi,
in attesa di esecuzione capitale per aver difeso se stessa e la nipote da
una banda di stupratori, o come Kobra Rahmanpour, anch'ella in attesa di
esecuzione. Kobra scrive in una lettera: "Ho sofferto abbastanza. Per
favore, aiutatemi. Non voglio morire. Mi sento un corpo gia' privo di vita.
Ho dimenticato cosa possa essere la gioia, per il terrore della corda che mi
impicchera'. L'unica speranza che ho sta nelle persone, nei miei simili
esseri umani". Come devono essersi sentite, Kobra e Nazanine, nel vedere
Chavez gettare le braccia al collo del loro giustiziere? Le forze
progressiste internazionali potrebbero dire qualcosa al proposito.
Chi ha gia' condannato l'uscita di Chavez e' il Partito comunista dei
lavoratori dell'Iran; in una nota del 14 settembre 2006 scrive: "Vediamo i
tentativi dell'ala destra favorevole agli Usa tentare di spodestare Chavez,
e diamo valore ad ogni singola riforma positiva del suo governo,
nell'interesse delle persone deprivate ed affamate, ma difendere i leader
terroristi ed omicidi della Repubblica Islamica, srotolare per loro il
tappeto rosso sotto l'egida dell'antimperialismo, non e' altro che gettare
fumo negli occhi della gente allo scopo di coprire la brutale realta' del
regime islamico".
Un altro gruppo di sinistra iraniano, il Wpi, che sostiene i diritti umani e
da' priorita' ai diritti delle donne, va oltre: "Vorremmo chiarire a Chavez
e Castro che l'attuale Repubblica Islamica non sarebbe mai andata al potere
senza il sostegno degli Usa e dei poteri occidentali, ne' senza di loro
potrebbe restarvi" (Il riferimento e' ai vari accordi stipulati fra Iran e
Usa, come l'accordo segreto siglato dall'amministrazione Reagan con l'Iran
per il commercio di armi, e noto come "Iran-contra-gate").
Chavez merita certamente apprezzamento per le cose che ha fatto per
migliorare le vite della povera gente, e per mettere un freno agli abusi del
capitalismo in Venezuela. Ha favorito iniziative economiche per le donne ed
ha riconosciuto il contributo finanziario fornito dal lavoro domestico non
pagato delle donne. Recentemente, ha firmato un provvedimento che dovrebbe
compensare le donne per il lavoro domestico, qualcosa per cui le femministe
socialiste hanno lottato per decenni (sebbene alcune lamentino la mancanza
di chiarezza del provvedimento: per quanto possa aiutare le donne ad uscire
dalla poverta', rischia di istituzionalizzare il ruolo delle donne nella
servitu' domestica).
Nulla di tutto questo, pero', cancella il fatto che Chavez venga criticato
per la sua gestione autoritaria del potere, e le critiche vengono anche
dalle donne venezuelane, che lo stanno incalzando affinche' mantenga le
promesse elettorali. Una delle critiche delle donne riguarda l'interruzione
di gravidanza. Chavez ha tentato di scrivere un emendamento antiaborto
direttamente nella Costituzione, e solo la forte resistenza incontrata lo ha
dissuaso.
Questi tratti vanno attentamente considerati, alla luce della sua alleanza
con un fondamentalista antifemminista quale e' Ahmadinejad.
Dopo le elezioni in cui ha trionfato, nonostante gli enormi sforzi
dell'opposizione per cacciarlo, Chavez ha dichiarato: "Dio ha parlato". Per
alcune di noi, questo suona come qualcosa di diverso dalla semplice
demagogia, ed e' preoccupante.
I veri ideali di giustizia, eguaglianza e liberta' umana sono assai meglio
incarnati dai coraggiosi attivisti ed attiviste che in Iran lottano per
salvare le vite delle donne, e perseguono un'altra via piuttosto che
l'allineamento agli Usa o ad un'opposizione di destra con le stesse pretese
di dominio.
Ora, piu' che mai, dobbiamo ergerci al loro fianco.

3. RIFLESSIONE. VALERIA ANDO': UN INCONTRO A PISA
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it) per questo
intervento. Valeria Ando', docente di Cultura greca all'Universita' di
Palermo, e' tra le promotrici ed animatrici presso quell'ateneo di un gruppo
di riflessione e di pratica di nonviolenza di genere; direttrice del Cisap
(Centro interdipartimentale di ricerche sulle forme di produzione e di
trasmissione del sapere nelle societa' antiche e moderne), tutor del
laboratorio su "Pensiero femminile e nonviolenza di genere", autrice di
molti saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di Ippocrate, Natura della
donna, Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando': (a cura di), Saperi
bocciati. Riforma dell'istruzione, discipline e senso degli studi, Carocci,
Roma 2002; con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i
filosofi?, Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse. Saperi femminili nella
Grecia antica, Carocci, Roma 2005]

Ho partecipato al convegno di Pisa dei giorni 8-11 settembre organizzato dal
Centro Gandhi con l'entusiasmo dei neofiti, dal momento che non avevo fino a
quel momento preso parte ad incontri nazionali sulla nonviolenza. Il mio
entusiasmo non e' stato deluso: l'ampiezza e la profondita' dei temi
proposti nelle diverse tavole rotonde e la qualita' degli interventi hanno
consentito di mettere a fuoco le principali questioni e i settori nei quali
la nonviolenza, in questa contingenza storica, puo' ripensare il suo ruolo,
giocandolo in modo ancora piu' attivo e consapevole. Ne e' emerso un
ventaglio di riflessioni e approfondimenti sulla bioetica, sulla difesa
popolare nonviolenta e i corpi civili di pace, sull'economia solidale, sulla
riforma della religione, sull'intreccio tra pace, giustizia e verita'. Una
tavola rotonda, infine, cui sono stata invitata a intervenire, era dedicata
alla nonviolenza delle donne.
Vorrei dare testimonianza della piccola magia che si e' verificata in
quell'incontro, in cui il piano umano ed emotivo si e' intrecciato
strettamente al piano della proposta politica.
Non conoscevo di persona le altre donne che partecipavano con me alla tavola
rotonda, solo con un paio di loro c'era stato uno scambio di telefonate ed
e-mail. La conoscenza diretta, come sempre accade, ha dato la sorpresa della
scoperta, di visi, sguardi, sorrisi, voci e modi di parlare. Dopo pochi
minuti dalla presentazione ci siamo riunite per organizzare la tavola
rotonda, stabilire l'ordine degli interventi, connettere armonicamente le
singole posizioni. Abbiamo subito sentito forte sintonia tra di noi, pur se
provenivamo da percorsi esistenziali, politici e spirituali differenti, ma
accomunate dall'intento di fare emergere la specificita' femminile
nell'ambito della nonviolenza, senza fratture e opposizioni. Per questo
l'ordine da dare agli interventi si e', potremmo dire, fatto da se'.
Durante la tavola rotonda ci siamo disposte a semicerchio davanti al
pubblico, anziche' sedere dietro il tavolo rialzato dei relatori. I nostri
interventi si sono succeduti nell'ordine previsto, conclusi dalla
appassionata e coinvolgente testimonianza di Teresa Mattei, staffetta
partigiana e deputata dell'Assemblea Costituente, accolta da un lungo e
caloroso applauso. I tempi compressi non hanno consentito il dibattito,
sicche' siamo rimaste in uno stato di incertezza circa il grado di
accoglienza dei nostri discorsi.
Fortunatamente il gruppo di lavoro tematico che e' seguito alla tavola
rotonda ha consentito di discutere piu' approfonditamente le idee emerse,
confrontarle e verificarne la condivisione. Ciascun gruppo di lavoro doveva
infatti stilare un documento su quanto dibattuto e condiviso dai
partecipanti. Proprio perche' donne, abituate a utilizzare tutti gli spazi
in cui fare emergere pensieri e parole femminili, abbiamo raccolto con
impegno l'invito alla scrittura comune. Anche in quell'occasione si e'
manifestata la straordinaria sintonia fra di noi che ci aveva sorpreso fin
dal primo momento: le idee facilmente diventavano parole, le esigenze e le
priorita' di tutte noi trovavano ascolto e spazio, ciascuna sorreggeva il
pensiero dell'altra in un processo di affidamento mutuo.
E' stato come se la pratica di relazione, maturata da ciascuna di noi nei
differenti contesti di provenienza, trovasse nuova e sorprendente
applicazione, nonostante i brevissimi tempi di conoscenza e di lavoro
comune: unica era l'urgenza e unico il linguaggio.
Il risultato positivo della nostra tavola rotonda, nei contenuti del
documento e soprattutto nel metodo, ha trovato rispondenza e apprezzamento
da parte degli organizzatori e degli altri partecipanti. Sicche', quando
nella seduta finale sono stati riassunti i risultati del convegno assieme
alle linee e ai suggerimenti per i prossimi numeri della rivista "Quaderni
Satyagraha", e' stato per noi un grande riconoscimento sentire che questo
nostro gruppo di donne partecipanti alla tavola rotonda potra' dare il suo
contributo in forma stabile per affrontare con un'ottica di genere i diversi
temi che la rivista trattera'.
Ho espresso in quella seduta finale il desiderio che voglio qui ripetere:
cioe' che nei prossimi convegni di nonviolenza non ci sara' piu' bisogno di
una tavola rotonda sulle donne e che nelle riviste specializzate non ci
saranno numeri o fascicoli monografici su donne e nonviolenza, in quanto il
pensiero e la pratica femminili, col loro potenziale di ricchezza,
attraverseranno strutturalmente il pensiero e la pratica della nonviolenza.

4. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI INTERVISTA STEFANO RODOTA'
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 settembre 2006.
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia
sociale all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di
liberta', Angeli, Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania
Giorgi), Si puo', Manifestolibri, Roma 2005.
Stefano Rodota' e' nato a Cosenza nel 1933, giurista, docente
all'Universita' degli Studi di Roma "La Sapienza" (ha inoltre tenuto corsi e
seminari nelle Universita' di Parigi, Francoforte, Strasburgo, Edimburgo,
Barcellona, Lima, Caracas, Rio de Janeiro, Citta' del Messico, ed e'
Visiting fellow, presso l'All Souls College dell'Universita' di Oxford e
Professor alla Stanford School of Law, California), direttore dele riviste
"Politica del diritto" e "Rivista critica del diritto privato", deputato al
Parlamento dal 1979 al 1994, autorevole membro di prestigiosi comitati
internazionali sulla bioetica e la societa' dell'informazione, dal 1997 al
2005 e' stato presidente dell'Autorita' garante per la protezione dei dati
personali. Tra le opere di Stefano Rodota': Il problema della
responsabilita' civile, Giuffre', Milano 1964; Il diritto privato nella
societa' moderna, Il Mulino, Bologna 1971; Elaboratori elettronici e
controllo sociale, Il Mulino, Bologna 1973; (a cura di), Il controllo
sociale delle attivita' private, Il Mulino, Bologna 1977; Il terribile
diritto. Studi sulla proprieta' privata, Il Mulino, Bologna 1981; Repertorio
di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1992; (a cura di), Questioni di
Bioetica, Laterza, Roma-Bari, 1993, 1997; Quale Stato, Sisifo, Roma 1994;
Tecnologie e diritti, Il Mulino, Bologna 1995; Tecnopolitica. La democrazia
e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 1997;
Liberta' e diritti in Italia, Donzelli, Roma 1997. Alle origini della
Costituzione, Il Mulino, Bologna, Il Mulino, 1998; Intervista su privacy e
liberta', Laterza, Roma-Bari 2005; La vita e le regole, Feltrinelli, Milano
2006]

Nell'ultimo libro di Stefano Rodota', La vita e le regole, uno dei capitoli
parla della fine. La fine, piu' che la morte: giacche' "nella nostra cultura
l'attenzione non e' rimasta ferma al momento della morte, ma si e' estesa al
morire, un processo di cui non e' possibile descrivere e definire i
termini". Ma a cui e' possibile cercare di conferire un profilo umano,
dignitoso, equo, che non costringa la soggettivita' a piegarsi
all'accettazione passiva della fatalita' o rassegnata della sofferenza. La
costellazione concettuale che il morire chiama in causa non e' meno
complessa di quella con cui la politica e il diritto si rapportano al
vivere: autodeterminazione, soggettivita', diritti non c'e' ragione che
escano di scena proprio nell'ora della sera. Ma la parola "eutanasia" non
rende questa complessita': non a caso il lessico giuridico va sostituendola
con espressioni come "morire con dignita'", "morire bene", "diritti del
morente". Anche commentando l'impennata del tema nel dibattito politico di
questi giorni, Rodota' terra' ferma la necessita' di questo approccio
complesso. Con una notazione preventiva, che riguarda la sollecitazione di
Napolitano al parlamento dopo il drammatico appello di Piergiorgio Welby:
"E' stata una mossa istituzionale importante: per questa via il parlamento
puo' incontrare la vita, piu' di quanto finora abbia saputo fare".
*
- Ida Dominijanni: Eppure quella mossa non tutti l'hanno apprezzata: c'e'
chi come sempre sostiene che in campo bioetico la politica deve fare un
passo indietro. E Rutelli non ha gradito l'idea del dibattito parlamentare,
anche se poi ha corretto il tiro.
- Stefano Rodota': La politica non deve invadere la vita ne' farne campo di
dominio, ma questo non la esenta dal prendersi le sue responsabilita', anzi.
Quanto a Rutelli, dev'essersi reso conto che il clima sociale e' tutt'altro
che ostile ad affrontare il tema, come dimostrano i sondaggi di Mannheimer
pubblicati sul "Corsera" di ieri, che danno quasi un cattolico su due
favorevole alla legalizzazione dell'eutanasia Gia' due anni fa del resto da
una ricerca dell'Universita' cattolica di Milano risultava che la maggior
parte dei medici intervistati si era trovata a intervenire in casi delicati.
E piu' di dieci anni fa, in una trasmissione televisiva sull'eutanasia cui
partecipavo io stesso, l'opinione del pubblico, all'inizio prevalentemente
contraria, alla fine divento' prevalentemente favorevole, grazie anche a un
ottimo intervento di padre Turoldo. L'importante e' impostare correttamente
la questione. Parlare di eutanasia, da questo punto di vista, non aiuta:
gia' il 16 febbraio del 2002, "Le Monde" titolava "L'eutanasia e' superata".
*
- Ida Dominijanni: Perche'?
- Stefano Rodota': Perche' e' un termine generico per situazioni
differenziate, alcune ormai risolte sia sul piano etico sia sul piano
giuridico. La bussola che orienta il diritto e' quella di un soggetto morale
padrone della propria vita e dunque anche, per quanto e' possibile, della
propria morte. Non siamo all'anno zero. Il consenso informato - previsto
dalla Carta dei diritti dell'Unione Europea, dalla Convenzione sulla
biomedicina, dal Codice di deontologia medica del 1999 - da regola della
vita sta diventando anche regola del morire, e segna il passaggio dal potere
del terapeuta alla responsabilita' del paziente. Ricorderai che di recente
due persone, qui in Italia, hanno potuto rifiutare l'amputazione di un arto
scegliendo piuttosto di morire. E col consenso informato anche la
possibilita' di rifiutare l'accanimento terapeutico rientra nella piena
disponibilita' del paziente.
*
- Ida Dominijanni: E il testamento biologico, di cui si avvia a discutere il
parlamento italiano?
- Stefano Rodota': Anch'esso e' gia' previsto dalla Convenzione europea di
biomedicina, che l'Italia ha sottoscritto nel marzo 2001, e che obbliga i
medici a riconoscere i desideri precedentemente espressi dal paziente che si
trovi in condizioni di incapacita' di intendere e di volere. Per il
testamento biologico, dunque, non e' del "se", ma del "come" che il
parlamento italiano puo' e deve discutere. Ora, sul "come" c'e' un parere
del Comitato italiano di bioetica che vorrebbe ammettere l'obiezione di
coscienza da parte dei medici. Non sarei d'accordo: oltretutto
significherebbe spalancare la porta a contenziosi giuridici infiniti, come
insegna il caso di Terry Schiavo negli Usa. Mi auguro inoltre che non si
prevedano procedure troppo rigide: il testamento biologico dev'essere
informale e revocabile in ogni momento. E' giusto invece prevedere la
possibilita' di disattenderlo qualora fra il momento in cui esso e' stato
consegnato e il momento della decisione finale siano intervenute novita'
terapeutiche rilevanti.
*
- Ida Dominijanni: Ma il caso di Welby dove si colloca? Welby sopravvive
grazie all'idratazione e all'alimentazione forzata. Non gli basterebbe
rifiutare l'accanimento terapeutico? Che bisogno c'e' di una nuova
normativa?
- Stefano Rodota': Col caso di Welby entriamo nella situazione piu' delicata
e controversa, l'unica in realta' davvero aperta e irrisolta, quella
dell'"aiuto a morire", o "eutanasia attiva". E' un caso analogo a quello di
Luana Englaro, che sopravvive in stato vegetativo e per la quale il padre
invoca da tempo la sospensione della terapia. Il punto e' che nel suo caso i
giudici di Milano obiettano che non si tratta di una cura, bensi' di un
"trattamento di sopravvivenza", che non si puo' interrompere senza
macchiarsi di omicidio. La commissione Veronesi si era occupata di questa
controversia proponendo di equiparare questo tipo di trattamenti alle
terapie. Negli Stati Uniti, quando la Corte fu chiamata a esprimersi sulla
legge dell'Oregon che consente l'eutanasia attiva, risolse il caso lasciando
liberta' di legiferare ai singoli stati, con l'argomento che se e' vero che
non esiste un diritto costituzionale a morire con dignita', e' vero altresi'
che non c'e' una tutela costituzionale della vita tanto forte da impedirlo.
Per l'occasione, i maggiori filosofi morali americani - Walzer e Dworkin fra
gli altri - inviarono alla Corte un parere incentrato sul principio di
uguaglianza: se chi sopravvive solo grazie a una terapia ha il diritto di
rifiutarla, chi sopravvive senza farmaci ma in preda a dolori atroci, o a
malattie incurabili, deve avere il diritto di essere aiutato a morire.
Naturalmente qui si aprono nuovi dilemmi morali: in questi casi qualcuno
deve staccare la spina; chi la stacca, qual e' il ruolo delle persone piu'
prossime al malato?
*
- Ida Dominijanni: Col testamento biologico si puo' rifiutare di essere
mantenuti in vita con l'accanimento terapeutico; ma si puo' anche chiedere,
ad esempio, di essere sottoposti a terapie antidolore anche qualora
accorcino la vita. Anche la terapia del dolore comporta dilemmi nuovi,
quali?
- Stefano Rodota': Si', e va apprezzato l'impegno espresso dalla ministra
Turco in questo campo. Non basta dire di si' alla somministrazione di
morfina: quali servizi richiede la terapia del dolore? Su chi ricadono i
costi? Ne' l'assistenza ne' i costi possono gravare solo sulle famiglie: lo
Stato deve farsene carico in qualche modo, salvo firmare una doppia
condanna, del morente alla sofferenza e della sua famiglia alla
disperazione. In Gran Bretagna viene formato personale specializzato ad
accompagnare il paziente in questo percorso, se lo ha scelto.
*
- Ida Dominijanni: In Italia la "questione cattolica" pesa sempre moltissimo
in campo bioetico, come ben sappiamo dalla legge 40. Anche sui diritti del
morente bisogna aspettarsi la stessa rigidita'?
- Stefano Rodota': Spero davvero di no. Nel mondo cattolico questo genere di
questioni hanno sempre trovato ascolto, sulla base del sentimento cristiano
della compassione. Certo, in altri tempi non c'era il clima iper-ideologico
di oggi, che oggi non aiuta. Ma bisogna provare in tutti i modi ad
affrontare la materia: non solo il testamento biologico, che - ripeto - e'
questione gia' risolta, ma l'aiuto a morire, che e' il problema piu'
spinoso. Ma senza sciogliere questo problema spinoso, non si risponde alla
richiesta di Napolitano. Del resto non siamo senza bussola: Olanda, Belgio,
Svizzera, Oregon forniscono precedenti rigorosi e attendibili.

5. POESIA E VERITA'. CONSTANTINOS KAVAFIS: CHE FECE... IL GRAN RIFIUTO
[Da Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, Milano 1961, 1991, p. 11 (la
traduzione e' di Filippo Maria Pontani). Constantinos Kavafis (Alessandria
d'Egitto 1863-1933), e' una delle grandi voci della poesia novecentesca, e
della poesia classica. Opere di Constantinos Kavafis: Poiemata, Ikaros,
Atene 1983, 2 voll. (a cura di G. P. Savvidis); Poesie, Mondadori, Milano
1961, 1991 (cura e traduzione di Filippo Maria Pontani); Cinquantacinque
poesie, Einaudi, Torino 1968, 1984 (cura e traduzione di Margherita Dalmati
e Nelo Risi). Opere su Constantinos Kavafis: Paola M. Minucci, Costantino
Kavafis, La nuova Italia, Firenze 1979; M. Peri, Quattro saggi per Kavafis,
Vita e pensiero, Milano 1978; G. Lorando, L. Marcheselli, A. Gentilini,
Lessico di Kavafis, Liviana, Padova 1970; cfr. anche il bel saggio di
Marguerite Yourcenar, in Eadem, Con beneficio d'inventario, Bompiani, Milano
1985, 1993]

Arriva per taluni un giorno, un'ora
in cui devono dire il grande Si'
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Si': lo dice, e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi nego' non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

6. MUSICA. ALESSANDRO PORTELLI PRESENTA "PETE SEEGER IN ITALIA"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 settembre 2006.
Alessandro Portelli (per contatti: alessandro.portelli at uniroma1.it),
studioso della cultura americana e della cultura popolare, docente
universitario, saggista, storico, militante della sinistra critica, per la
pace e i diritti. Dal sito alessandroportelli.blogspot.com riprendiamo la
seguente scheda autobiografica: "Sono nato a Roma nel 1942. Di mestiere,
insegno letteratura americana alla Facolta' di scienze umanistiche
dell'Universita' 'La Sapienza' di Roma. Ho svolto l'incarico di consigliere
delegato del sindaco di Roma per la tutela e la valorizzazione delle memorie
storiche della citta'; ho fondato e presiedo il Circolo Gianni Bosio per la
conoscenza critica e la presenza alternativa delle culture popolari; faccio
parte del consiglio direttivo dell'Irsifar (Istituto Romano per la Storia
d'Italia dal Fascismo alla Resistenza) e ho la tessera dell'Anpi. Collaboro
al 'Manifesto' fin dal 1972, e ho scritto spesso anche su 'Liberazione' e
'l'Unita''. Ho studiato, insegnato e diffuso la cultura dell'America a cui
vogliamo bene - quella di Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan, Bruce
Springsteen, di Malcolm X, Martin Luther King, Cindy Sheehan, Mark Twain,
Don DeLillo, Spike Lee, Woody Allen. Ho raccolto le canzoni popolari e
politiche e la memoria storica orale di Roma e del Lazio, collaborando con
il Canzoniere del Lazio, Giovanna Marini, Sara Modigliani, Piero Brega,
Ascanio Celestini. Ho conosciuto i partigiani e le partigiane di Roma e i
familiari degli uccisi delle Fosse Ardeatine, e dai loro racconti ho messo
insieme la loro storia. Ho ascoltato i racconti delle borgate e dei
quartieri popolari, dalle occupazioni delle case degli anni '70 alla storia
orale di Centocelle. Ho cercato di non limitarmi a studiare e a scrivere, ma
anche di organizzare cultura: mettere in piedi strutture (dal Circolo Bosio
alla Casa della Memoria); fondare e far vivere riviste; condividere con gli
altri, attraverso dischi e libri, quello che ho imparato; coinvolgere
persone piu' giovani e aprirgli spazi; organizzare eventi, concerti,
incontri. Ho accompagnato gli studenti romani ad Auschwitz, ho girato decine
di scuole per parlare della memoria, della democrazia, dell'antifascismo. E
ho voglia di continuare a farlo. Le mie passioni sono l'uguaglianza, la
liberta', l'insegnamento, la musica popolare, la memoria, ascoltare i
racconti delle persone, i libri e i film, e il rock and roll". Tra le opere
di Alessandro Portelli: Il re nascosto. Saggio su Washington Irving,
Bulzoni, Roma 1979; Taccuini americani, Manifestolibri, Roma 1991, 2000; Il
testo e la voce, Manifestolibri, Roma 1992; La linea del colore,
Manifestolibri, Roma 1994; L'aeroplano e le stelle, Manifestolibri, Roma
1995; Biografia di una citta', Einaudi, Torino 1997; (con Cesare Bermani e
Silverio Corvisieri), Guerra civile e Stato, Odradek, Roma 1998; L'ordine e'
gia' stato eseguito, Donzelli, Roma 1999; America, dopo, Donzelli, Roma
2003; Canzone politica e cultura popolare in America, DeriveApprodi, 2004;
Canoni americani, Donzelli, Roma 2004.
Pete Seeger, folksinger americano, impegnato nei movimenti per la pace e i
diritti civili, e' quasi un simbolo della cultura popolare americana
impegnata per la dignita' umana. Dal sito www.musicaememoria.com riprendiamo
la seguente scheda sulla sua discografia: "La discografia di Pete Seeger non
e' lineare come quella dei musicisti piu' recenti, in quanto moltissime sue
composizioni sono apparse piu' volte, prima su singoli 78 giri o 45 giri
(EP) o 33 giri da 7" o 10", e sono state poi raccolte in compilation o
greatest hits variamente assortite. Inoltre moltissimi sono i dischi tratti
da suoi concerti in tutto il mondo, da solo o con altri artisti, con i
Weavers o alle varie edizioni del Festival di Newport. Una completissima
discografia di Pete Seeger e' stata compilata dal batterista dei Traffic Jim
Capaldi, purtroppo recentemente e prematuramente scomparso, ed e' nuovamente
on line all'indirizzo  www.peteseeger.net Quella che segue e' una sintesi
dei titoli principali: 1951 Songs to Grow On, Vol. 2: School Days; 1953 A
Pete Seeger Concert [live]; 1953 American Folk Songs for Children; 1954
Frontier Ballads; 1954 Frontier Ballads, Vol. 1; 1954 Frontier Ballads, Vol.
2; 1954 Goofing-Off Suite; 1954 How to Play the 5 String Banjo; 1954 Pete
Seeger Sampler; 1955 Bantu Choral & Folk Songs; 1955 Camp Songs; 1955 The
Folksinger's Guitar Guide, Vol. 1; 1955 Birds, Beasts, Bugs & Bigger Fishes
& Little & Big: Animal Folk Songs; 1956 Love Songs for Friends and Foes;
1956 With Voices We Sing Together; 1957 American Favorite Ballads, Vol. 3;
1957 American Industrial Ballads; 1958 Pete Seeger and Sonny Terry; 1958
Gazette; 1958 Sleep Time; 1959 American Favorite Ballads, Vol. 2; 1959
American Playparties; 1959 Hootenanny at Carnegie Hall [live]; 1959 Folk
Songs for Young People; 1960 Champlain Valley Song Bag; 1960 Pete Seeger at
the Village Gate [live]; 1960 Songs of the Civil War; 1960 Song and Play
Time with Pete Seeger; 1961 Story Songs; 1961 Songs of Memphis Slim and
Willie; 1961 Indian Summer; 1961 American Favorite Ballads, Vol. 4; 1962
American Favorite Ballads, Vol. 5; 1962 The Bitter and the Sweet [live];
1962 American Game and Activity Songs for Children; 1963 Children's Concert
at Town Hall [live]; 1963 Broadside Ballads, Vol. 2; 1964 Broadsides
Folkways; 1964 Strangers and Cousins; 1965 I Can See a New Day; 1965 Little
Boxes and Other Broadsides; 1966 God Bless the Grass; 1966 Dangerous
Songs!?; 1967 Waist Deep in the Big Muddy and Other Love Songs; 1967 Pete
Seeger Sings Woody Guthrie; 1967 Abiyoyo (And Other Songs and Stories); 1968
Pete Seeger Now; 1968 Pete Seeger Sings Leadbelly; 1968 Pete Seeger Sings
and Answers Questions at Ford Forum Hall Boston; 1969 Tell Me That You Love
Me, Junie Moon; 1971 Pete Seeger Young Vs. Old; 1973 Rainbow Race; 1974
Banks of Marble; 1976 Fifty Sail on Newburgh Bay; 1979 Circles and Seasons;
1980 Singalong Demonstration Concert [live]; 1980 Sing-A-Long [live]; 1986
Carry It On, Songs of America's Working People; 1989 Sings Traditional
Christmas Carols; 1990 A Fish That's a Song; 1992 Pete Seeger's Family
Concert [live]; 1992 Singalong: Live at Sanders Theatre, Cambridge,
Massachusetts, 1980; 1993 Live at Newport; 1994 Stories and Songs for Little
Children; 1996 Pete Living Music; 1996 Kisses Sweeter Than Wine; 1997
America's Balladeer; 2000 Live in Lisbon Movie Play; 2001 In Prague 1964
[live]; 2003 Seeds: The Songs of Pete Seeger, Vol. 3"]

Qualche tempo fa, capitai a casa di Dario Toccaceli, musicista e
organizzatore culturale di lungo corso. Sentivamo dischi e parlavamo del
piu' e del meno, quando gli capito' di dire che fra i nastri sparsi dentro
casa sua dovevano esserci le uniche registrazioni esistenti dei due
memorabili concerti che Pete Seeger aveva fatto nel 1977 a Novara e Torino.
Mi resi conto subito che era un tesoro - non che lui non lo sapesse meglio
di me, ma non aveva avuto occasione di pubblicarli. Per fortuna, era partita
una collaborazione fra "Il manifesto" e il Circolo "Gianni Bosio", da cui
erano usciti gia' tre cd. Fu subito chiaro che questo sarebbe stato il
quarto. E infatti e' uscito, con titolo di Pete Seeger in Italia, aiutato
anche dall'imprevista circostanza dell'omaggio reso da Bruce Springsteen a
Seeger nel suo ultimo disco e nel suo prossimo tour - ed e', in assoluto,
uno dei piu' bei dischi di questo grande protagonista della musica popolare
e della cultura democratica americana.
Pete Seeger in Italia, curato amorevolmente da Dario Toccaceli, presenta il
meglio del repertorio di Seeger - da Which Side Are You On a Guantanamera,
da John Henry a Darlin' Corey, colto in un momento di piena maturita'
artistica, nel possesso completo dei suoi mezzi espressivi, in dialogo con
un pubblico reattivo ed entusiasta. Davvero un grande disco, e possiamo
essere fieri di averlo fatto noi.
*
Pete Seeger lo incontrai per la prima volta tanti anni fa, a una riunione
della War Resisters League, la venerabile lega di resistenza antimilitarista
di New York. Alla fine della riunione, mentre gli altri se ne andavano,
rimise a posto le sedie, prese la scopa e, senza ostentata umilta', puli' il
pavimento. Era semplicemente un lavoro da fare: anche una sede abitabile fa
parte degli strumenti di resistenza.
Ecco, semplicemente. Le prime volte che sentii la voce di Pete Seeger mi
colpi' proprio questo: la semplicita'. Attenzione, e' una semplicita'
sapiente: una voce calda che conosce i propri limiti, una musicalita'
profonda, un fraseggio eloquente e mai casuale, un dominio totale su una
molteplicita' di strumenti. Pero', ti accorgi sempre che per Pete Seeger la
canzone non e' mai una vetrina per esibire la sua bravura con acrobazie
vocali; piuttosto, la sapienza della sua voce diventa parte necessaria della
canzone, del racconto cantato, e della storia di tutti quelli - operai,
vagabondi, carcerati, militanti dei diritti civili, marinai, ribelli,
pacifisti... - dalla cui vita vengono le canzoni che canta, o che hanno
ispirato quelle che compone. Non c'e' virtuosismo, ne' acrobazie vocali:
l'arte di Pete Seeger e' soprattutto quella di farci ascoltare quello che ci
sta dicendo, e di farlo diventare nostro.
*
Anche per questo, i suoi dischi piu' memorabili sono dal vivo, in concerto.
La presenza del pubblico non e' mai limitata agli applausi alla fine di ogni
pezzo, ma e' sempre inclusa nell'esecuzione stessa delle canzoni - tanto che
spesso la sua voce diventa solo parte di questa nuova voce collettiva. Fa
ascoltare il pubblico che canta con lui, non per far vedere quanto e' bravo
e coinvolgente ma perche' la sua comunicazione non e' compiuta se le canzoni
non vengono condivise, non diventano di tutti. In una lettera rivolta "alla
mia gente", Woody Guthrie - che di Pete Seeger fu maestro, compagno e
amico - diceva: "Forse voi pensate che io sono l'artista, che io sono il
poeta. Ma la mia voce non e' che un'eco della vostra, le mie canzoni le ho
prese al volo nell'aria in cui voi le avete cantate". Far cantare il
pubblico - cosa in cui e' stato maestro prima di tutti - non serve a porsi
come leader che trascina le folle, ma come un maestro capace di arricchirle
e farle crescere e cambiare. Pete Seeger ci ricorda che la musica, e
soprattutto la musica popolare, e' di tutti e il suo modo non pretenzioso di
porgerla incoraggia tutti a riprendersela, a farla propria - e magari a
porsi il problema di rivendicare anche altri beni comuni.
*
E allora, se ad un certo punto - come in questo disco - si sente che la
cinghia dello strumento gli e' scivolata dalla spalla e si e' dovuto fermare
ridendo (e il pubblico ride con lui), questo serve a ricordare anche
un'altra cosa: la musica non "e'" ma "si fa", ogni volta diversa, ogni volta
qui ed ora, col rischio dell'imperfezione e con la speranza di fare una cosa
viva.
Una intuizione sapiente di Dario Toccaceli, per esempio, e' quella di
includere nel cd due performance diverse di alcune canzoni, compresa una
Guantanamera ricantata con colleghi latinoamericani del calibro di Pablo
Milanes; e allora basta vedere come cambia da un concerto all'altro Roseanne
per seguire le tappe progressive della ricerca di rapporto con un pubblico
che parla un'altra lingua.
Pete Seeger e' un artista che piu' intrinsecamente americano, anzi New
England, non si puo'. Ma ogni suo disco ci ricorda che e' anche un artista
generosamente internazionale, e coscientemente internazionalista. Zufola
giocando una tarantella siciliana, musica siciliana nella Torino degli
immigrati, come per ringraziare dell'ospitalita'; accetta tranquillamente i
limiti del suo spagnolo in Viva la Quince Brigada o Guantanamera, come
pedaggio necessario per affermare la guerra civile spagnola o la rivoluzione
cubana fanno parte della stessa lotta di liberta' del movimento operaio di
Which Side Are You On o del movimento per i diritti civili negli Stati
Uniti; che la tragedia di John Henry, ammazzato di lavoro, non e' separata
dalla tragedia di Victor Jara ammazzato dai fascisti nello Estadio Chile, e
quando canta il prezioso blues I Don't Mind Dyin' non perde l'occasione di
ribadire che tanto a Detroit quanto a Torino si fabbricano automobili.
*
Adesso Pete Seeger ha piu' di ottant'anni, la voce non e' piu' ferma e
sicura come la sentiamo in questo disco, ma le dita accarezzano ancora le
corde degli strumenti. In rete, circola la sua ultima incisione
(www.afterdowningstreet.org\downloads\seeger.mp3). Introdotta e accompagnata
dagli accordi del banjo, la sua voce non canta ma parla: "Che paese vi viene
in mente quando sentite parlare di un governo che spia illegalmente i suoi
cittadini, produce informazioni false, detiene prigionieri senza prove e
senza difesa e processo, combatte guerre illegali basate sulle menzogne,
uccide civili, tortura i prigionieri di guerra, usa armi illegali contro i
civili, i giornali, gli ospedali? Per fortuna la nostra costituzione ha un
rimedio: l'impeachment. Impeach George Bush, liberiamoci di lui".
Il vecchio "war resister" e' ancora sulla breccia e non ha fatto un passo
indietro. Durante la guerra in Vietnam, patriottico e antagonista, cantava:
"Se vuoi bene allo zio Sam, sostieni i ragazzi giu' in Vietnam: riportali a
casa!".
Quella sera, dopo la riunione, Pete si domandava se lo strumento "folk" del
futuro non sarebbe stato la chitarra elettrica. Adesso, durante un'altra
guerra, questa canzone nata sul banjo di Pete Seeger torna con la voce e la
chitarra di Bruce Springsteen.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1435 del primo ottobre 2006

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it