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La nonviolenza e' in cammino. 1450



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1450 del 16 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Afghanistan
2. Maso Notarianni: Prima del sequestro
3. Il premio Nobel per la letteratura a Orhan Pamuk
4. Irene Bignardi ricorda Gillo Pontecorvo
5. Pietro Ingrao ricorda Gillo Pontecorvo
6. Enrico Ghezzi ricorda Daniele Huillet
7. Letture: Stefania Limiti, "Mi hanno rapito a Roma"
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. AFGHANISTAN

Gia', quell'Afghanistan, dove l'Italia partecipa alla guerra terrorista e
stragista.
Gia', quell'Afghanistan, dove gia' innumerevoli sono le vittime in una
guerra che perdura da decenni, e  tra esse anche italiani: uccisi, feriti,
rapiti.
*
Cessi l'illegale e criminale partecipazione militare italiana alla guerra
terrorista e stragista.
L'Italia rientri nel'alveo della legalita' costituzionale e del diritto
internazionale.
Cessi l'attuale scellerata e infame politica italiana della guerra e delle
uccisioni, ed inizi finalmente una politica della pace, del disarmo, della
smilitarizzazione dei conflitti, dell'aiuto a tutte le vittime, del
riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli esseri umani.

2. TESTIMONIANZE. MASO NOTARIANNI: PRIMA DEL SEQUESTRO
[Dal sito di Peacereporter (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo.
Maso Notarianni, giornalista, e' impegnato in Emergency e dirige
"Peacereporter".
Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro le violazioni dei
diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14 ottobre 2006]

Era appena tornato da Musa Qala, Gabriele Torsello. Una citta' a nord di
Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una citta' sconosciuta al mondo ma
ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf.
E' stato la con la sua Nikon D200, ed e' tornato con delle foto importanti.
Musa Qala non c'era piu'. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli
enormi crateri. Persino l'ospedale e' stato raso al suolo dai bombardieri in
missione di pace e di stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli
operatori di un altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e
indignati: "Possibile che si possa bombardare un ospedale?". Possibile, se
si accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra si
faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo
e' uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli quanto piu'
possibile. Salvo poi farli passare per effetti collaterali. O salvo poi
mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e travestirli cosi' da
combattenti talebani.
Gira solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone. Conosce
la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai riflettori
delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo.
Per questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era
partito per le zone piu' colpite dalle aviazioni occidentali. "E' molto
appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per
nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani. Me lo sono
ritrovato fuori dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato rilasciato
dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un terrorista talebano -
vedi la sorte - perche' era vestito da afgano, ma aveva tutte le borse e i
marsupi che un fotografo si porta appresso. Si era fermato a bere una bibita
nella via parallela a quella della residenza del governatore, e le guardie
del corpo gli erano saltate addosso, buttandolo a terra e tenendolo a faccia
in giu' con le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia. Pericoloso
fermarsi in quella via, dove hanno sede le "organizzazioni non governative"
collegate ai militari inglesi e americani. "Voglio andare a vedere cosa
stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei" aveva annunciato.
Ed e' partito. Facendo in tempo a fotografare l'attentato che a Lashkargah
lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong" facendo
20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili.
"Alla fine e' partito davvero, non c'e' stato verso di fermarlo", racconta
ancora Marina. "Gli abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono. Gli
abbiamo chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come andava.
Francamente eravamo un po' in ansia per Gabriele che, nonostante tutte le
nostre preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per
poter documentare gli orrori della guerra".
Poi e' tornato: "Martedi' scorso mi e' arrivato un messaggio: sono qui, sono
tornato, tutto bene". Gabriele e' ripassato dall'ospedale di Emergency. E ha
mostrato il suo lavoro. "Non aveva piu' soldi, ma voleva continuare a
documentare lo schifo che gli occidentali stanno combinando in quelle
province. Cosi' ha deciso di tornare a Kabul, per provare a vendere da li'
le sue foto, e poi ripartire".
"L'ultimo momento in cui l'ho visto,  mercoledi' scorso, l'ho accompagnato
al cancello. Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui
musulmano, aveva appena regalato Rahmat, il consulente afgano della
sicurezza del nostro ospedale. Era gia' vicino al cancello, e io l'ho
richiamato. Gli ho detto 'ti prego stai attento, non mi fare preoccupare,
che sei gia' diventato la mia fonte di ansia'. Lui si e' voltato e mi ha
detto: 'Tranquilla, appena arrivo a Kabul ti chiamo'".
Ha chiamato, Gabriele, proprio l'ospedale di Emergency, probabilmente
l'unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma non ha
chiamato da Kabul.

3. PROFILI. FABIO SALOMONI: IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA A ORHAN PAMUK
[Dal quotidiano "Liberazione" del 13 ottobre 2006 riportiamo ampi stralci
del seguente articolo.
Fabio Salomoni e' corrispondente da Istanbul per l'Osservatorio sui Balcani.
Orhan Pamuk, 54 anni, coraggioso scrittore turco, gravemente minacciato dai
nazionalisti e duramente perseguitato dal regime per aver nelle sue opere
denunciato i massacri commessi dalla stato turco - il genocidio degli
armeni, la feroce repressione dei curdi -, e' stato quest'anno insignito del
premio Nobel per la letteratura. Dal sito www.unita.it riprendiamo la
seguente scheda: "Un autore 'in cerca della malinconica anima della sua
citta' natale ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell'intreccio tra
le culture'. Cosi' l'accademia svedese spiega le motivazioni con cui si e'
giunti ad assegnare il premio Nobel per la letteratura allo scrittore turco
Orhan Pamuk. Nato nel 1952 in una famiglia borghese benestante di alterne
fortune (il padre fu il primo dirigente della sezione turca dell'Ibm),
tranne una breve parentesi trascorsa negli States, ha sempre vissuto a
Istanbul. Ha iniziato a scrivere romanzi nel '74 ma il successo popolare
arriva nel 1990 con il romanzo Il libro nero, che diventa rapidamente una
delle letture piu' controverse della letteratura turca, grazie alla notevole
complessita' e ricchezza narrativa. La reputazione internazionale di Pamuk
cresce, nel 2000, in seguito alla pubblicazione di Benim Adim Kirmizi (Il
mio nome e' rosso). Il romanzo, ambientato nell'Istanbul del sedicesimo
secolo, mescola mistero, passione e filosofia. Viene tradotto in 24 lingue e
vince, nel 2003, il piu' remunerativo dei premi letterari internazionali:
l'International Impac Dublin Literary Award. Nonostante sia considerato,
anche in Turchia, uno dei maggior autori contemporanei, una significativa
parte dell'opinione pubblica turca si e' schierata contro di lui quando,
alla fine del 2005, viene incriminato per violazione del famigerato articolo
301 del codice penale contro 'l'oltraggio all'identita' turca'. 'In
un'intervista per una rivista svizzera ho detto che in Turchia sono stati
uccisi un milione di armeni e 30.000 curdi. E anche che penso che nel nostro
paese non si parli di queste cose perche' rappresentano un tabu'' racconta
Pamuk in un articolo. Forse, proprio grazie alla sua popolarita'
internazionale, alla fine le accuse contro di lui cadono. Nonostante questo
un sottoprefetto della citta' di Isparta ordino' addirittura la distruzione
dei suoi romanzi nelle librerie e biblioteche. Molto noto come commentatore
politico e sociale, Pamuk rivendica pero' di essere in primis uno scrittore
senza alcuna 'agenda politica'. Vero e' che, oltre alla condanna della
censura sul genocidio di armeni e curdi, Pamuk ha preso posizioni anche su
altri argomenti ed e' stato anche il primo autore nel mondo musulmano a
condannare pubblicamente la 'fatwa' contro Salman Rushdie". Tra le opere di
Orhan Pamuk: Cevdet Bey Ve Ogullary (Il signor Cevdet e i suoi figli, 1982);
La casa del silenzio (1983, in Italia pubblicato da Frassinelli); Il
castello bianco (1991, in Italia pubblicato da Einaudi); Il libro nero
(1994, in Italia pubblicato da Frassinelli); La nuova vita (1997, in Italia
pubblicato da Einaudi); Il mio nome e' Rosso (2001, in Italia pubblicato da
Einaudi); Neve (2004, in Italia pubblicato da Einaudi); Istanbul (2005, in
Italia pubblicato da Einaudi)]

Lo scrittore turco Orhan Pamuk ha vinto il Nobel per la letteratura 2006.
Indicato da giorni come possibile favorito insieme al siriano Adonis, Pamuk,
il cui nome era gia' entrato in passato nella rosa dei candidati, e' il
primo scrittore turco ed il secondo scrittore, dopo Nagib Mahfuz,
proveniente da un paese islamico, ad aver ottenuto il prestigioso
riconoscimento. Nel passato prima di Pamuk almeno altri due autori turchi,
il poeta Nazim Hikmet ed il romanziere Yasar Kemal erano stati candidati
alla vittoria del Nobel.
Nella motivazione si parla "dell'arte del romanzo, dell'abilita' di
destreggiarsi attraverso identita' e personalita' plurime". Il segretario
dell'Accademia Reale ha tenuto a precisare che motivazioni di ordine
politico non hanno influenzato la scelta di premiare Pamuk. Il riferimento
esplicito era alle sue disavventure giudiziarie vissute in patria. (...)
*
Orhan Pamuk e' figlio di una facoltosa famiglia borghese del quartiere di
Nisantas a Istanbul. Dopo aver coltivato a lungo, ai tempi dell'Universita',
il sogno di diventare un pittore, a 23 anni ha deciso di diventare
scrittore. Come mi raccontava in un'intervista di alcuni anni fa "mi sono
chiuso dentro casa e ne sono uscito solo dopo aver finito il mio primo
romanzo". Si tratta del monumentale Il Signor Cevdet e figli, la storia,
chiaramente autobiografica, di una famiglia borghese di Istanbul vista
attraverso tre generazioni, un ideale punto di osservazione per raccontare
il tribolato passaggio dal crollo dell'mpero ottomano alla nascita della
repubblica kemalista.
Il romanzo e' l'unico a non essere stato tradotto in italiano e del resto
verso questo romanzo Pamuk ha a lungo avuto un atteggiamento ambivalente:
"Per molto tempo non ho voluto che fosse tradotto - ha detto lo scrittore -
perche' non mi sembrava abbastanza postmoderno".
A seguire una lunga serie di romanzi che gli hanno fatto guadagnare la
notorieta' internazionale: La casa del silenzio, Roccalba, il Libro nero, la
Nuova vita, Il mio nome e' Rosso. Romanzi spesso di ambientazione ottomana
nei quali, con un stile ed una scrittura raffinata, Pamuk scandaglia i
grandi temi del suo paese. La cultura orientale, l'incontro con la
tradizione occidentale, gli effetti che questo incontro produce, i conflitti
dentro l'identita' turca. Parlando de Il mio nome e' Rosso, forse il suo
romanzo migliore, Pamuk raccontava del tarlo che lo rodeva: "Io voglio una
Turchia occidentalizzata, io sono per la cultura occidentale ma quello che
mi interessa e' capire le sofferenze ed i drammi che la sua introduzione ha
portato nel paese". Pamuk non e' pero' uno scrittore politico, egli stesso
nega di esserlo. Anche in un romanzo ambientato nella Turchia moderna come
La nuova vita, che narra dei travagli di giovani universitari, le scottanti
questioni dell'attualita' politica rimangono sullo sfondo. A prevalere e'
ancora il tema dell'identita' culturale e degli effetti
dell'occidentalizzazione.
Alla fine pero' arriva anche il romanzo politico, Neve, del 2002, "Il mio
primo e ultimo romanzo politico". Ambientato a Kars, una cittadina di
montagna al confine con l'Armenia, il romanzo, che forse non il migliore dal
punto di vista letterario, si tuffa nel cuore dell'attualita' politica e
sociale turca. Gli strascichi delle contrapposizioni ideologiche tra destra
e sinistra ma soprattutto la questione della crescita dell'islam politico,
la questione del velo e la condizione femminile.
Un romanzo che ha avuto l'innegabile merito di aver fatto conoscere ad una
opinione pubblica internazionale a corto di informazioni, uno spaccato dei
travagli che attraversano la societa' turca.
*
Se quest'ultimo romanzo consacrava il nome di Pamuk nell'Olimpo della
letteratura mondiale, in patria la figura di Pamuk e' pero' rimasta
abbastanza controversa. Molto letto certo, Pamuk e' stato pero' spesso
accusato di scrivere "per l'Occidente" e di usare una lingua molto ricca, a
volte difficile da capire. Molti poi, e non soltanto tra i suoi colleghi, di
fatto semplicemente non gli hanno mai perdonato di essere molto popolare
all'estero e di vendere molto.
Questo groviglio di sentimenti ed invidie ha avuto l'occasione di venire
apertamente allo scoperto all'indomani delle sue dichiarazioni sul genocidio
ameno. Nel 2005 ad un inserto culturale svizzero Pamuk ha dichiarato che "i
turchi hanno ucciso un milione di armeni e 30.000 curdi. Nessuno ha il
coraggio di dirlo e allora lo faccio io".
Come ha raccontato poi in un articolo al quotidiano "Radikal" le conseguenze
sono state una valanga di minacce di morte e campagne d'odio orchestrate
della stampa nazionalista che lo accusava "di aver svenduto il paese per
qualche copia in piu'". Di fatto il solito refrain servito ora in chiave
nazionalista: Pamuk per essere cosi' popolare all'estero racconta quello che
gli occidentali vogliono ascoltare e denigra il nostro paese. Un vero e
proprio linciaggio morale che lo ha costretto ad un lungo silenzio ed
all'esilio su una delle isolette che stanno di fronte ad Istanbul.
*
Non e' bastato pero' per calmare le acque perche' su iniziativa
dell'avvocato Kerincsiz, un vero e proprio professionista della provocazione
nazionalista nei confronti degli intellettuali turchi, un tribunale ha
aperto un procedimento contro di lui in base ad un famigerato articolo del
riformato codice penale, il 301, quello che parla di "oltraggio alla
turchita'". Concetto astratto dai contorni quasi esoterici che si presta
alle piu' disinvolte interpretazioni, esso rappresenta da tempo una vera e
proprio spada di Damocle che pende sulla liberta' di pensiero e di
espressione in Turchia. Le udienze del processo Pamuk, che i nazionalisti
hanno saputo trasformare in una gazzarra indegna, hanno pero' permesso di
riportare il tema della liberta' di espressione ed il contenuto
dell'articolo 301 al centro dell'agenda politica ed anche dell'attenzione
internazionale. La notorieta' di Pamuk ha di fatto trasformato lo scrittore
in un simbolo ed ha permesso che si parlasse anche delle decine di scrittori
ed editori meno noti costretti a comparire davanti ad un tribunale per
difendersi dall'accusa di aver violato questo articolo. L'ultimo caso, poche
settimane fa, quello della scrittrice Elif Safak, prosciolta, come
prosciolto e' stato anche Pamuk.
L'articolo 301 e' diventato cosi' uno dei temi caldi delle relazioni
turco-europee. Nell'ultimo rapporto sullo stato delle riforme, l'Unione
Europea chiedeva esplicitamente al governo turco di abolire questo articolo.
A lungo il governo Erdogan ha resistito a queste richieste, temendo di
apparire debole di fronte alle pressioni europee. Il primo ministro ha
sempre chiesto che si guardasse non al contenuto dell'articolo ma alle
decisioni dei tribunali. Se e' vero che gran parte degli accusati e' stata
assolta, ve ne sono alcuni che sono stati condannati, come lo scrittore
armeno Hrant Dink. E poi come ha ricordato Hans Georg Kretschmer,
rappresentante dell'Unione uropea in Turchia, in nessun paese europeo gli
scrittori sono trascinati davanti ai tribunali per i loro scritti.

4. MEMORIA. IRENE BIGNARDI RICORDA GILLO PONTECORVO
[Dal sito del quotidiano "La repubblica" (www.repubblica;it) riprendiamo il
seguente ricordo del 13 ottobre 2006.
Su Irene Bignardi dal sito www.festivaletteratura.it riprendiamo la seguente
scheda: "Irene Bignardi e' inviata speciale e critica cinematografica de 'La
Repubblica'. Si occupa di letteratura inglese e americana. Per dieci anni ha
tenuto una rubrica di cinema su 'L'Espresso' e ha condotto molte
trasmissioni televisive dai maggiori festival internazionali. Dal 1986 al
1989 ha diretto il 'MystFest' e dal 1993 e' stata responsabile, con Giorgio
Gosetti, della sezione 'Notti veneziane' della Mostra del cinema di Venezia.
Attualmente dirige il Festival di Locarno". Opere di irene Bignardi: Il
declino dell'impero americano, 50 registi e 101 film, Feltrinelli, Milano
1996; Memorie estorte a uno smemorato. Vita di Gillo Pontecorvo,
Feltrinelli, Milano 1999; Le piccole utopie, Feltrinelli, Milano 2003;
Americani. Un viaggio da Melville a Brando, Marsilio, Venezia 2005.
Gillo Pontecorvo (1919-2006), antifascista, resistente, regista
cinematografico di forte impegno civile, e' stato autore di soli cinque
lungometraggi, ma tra essi vi sono due capolavori, Kapo' (1960) e La
battaglia di Algeri (1966), e altri due film che anch'essi costituiscono
rlevanti - ed inquieti, ed aperti - contributi alla riflessione su
ineludibili questioni morali e politiche, Queimada (1969) e Ogro (1979). Dal
quotidiano "Il manifesto" del 14 ottobre 2006 riprendiamo la seguente scheda
di Silvana Silvestri: "Un compagno di cinema, un punto di riferimento, e'
scomparso con Gillo Pontecorvo. Se vale l'equazione per cui le filmografie
dei registi piu' sono scarne piu' sono eloquenti, quella di Gillo Pontecorvo
in questo e' esemplare, un regista diventato negli ultimi anni simbolo di un
cinema italiano che non gli e' stato concesso di fare, corteggiato e posto
nei vari luoghi di comando piu' prestigioso, come la presidenza dell'Ente
Cinema, di Cinecitta' Holding, dopo la direzione del festival di Venezia dal
1992 al 1996 e chi la frequenta sa che e' ancora oggi ricordato per quella
amicizia fraterna con tutti i grandi (Spielberg, e' stato ricordato, gli
dono' il suo Leone d'oro perche' quello che lui aveva ricevuto nel '66 per
la Battaglia di Algeri l'aveva venduta all'asta per beneficenza). La
battaglia di Algeri e' il suo film feticcio, quello per cui e' costantemente
ricordato e che in Francia si e' potuto vedere solo da poco tempo per motivi
di censura, nonostante le nomination all'Oscar. Lo sguardo del regista era
vasto come l'internazionalismo teorizzato dai comunisti. Pisano, studi di
chimica, fratello del famoso scienziato Bruno Pontecorvo, iscritto al
partito comunista in Francia durante la guerra, ha avuto una formazione
giornalistica e da documentarista. Rossellini e' stato il suo primo punto di
riferimento con Paisa' e poi Joris Ivens di cui fu assistente. Il suo lavoro
nel cinema inizia come attore nel primo film voluto dall'associazione
partigiani (l'Anpi), Il sole sorge ancora ('46) di Vergano, e prosegue come
documentarista (Pane e zolfo, Cani dietro le sbarre, Uomini del marmo) con
uno dei rari film sul lavoro in fabbrica, argomento intoccabile nel nostro
cinema, Giovanna, storia di un'operaia in sciopero boicottata dal marito
metalmeccanico comunista. Con Franco Solinas come sceneggiatore stabilisce
un grande sodalizio creativo, realizza film come La grande strada azzurra
('57) ambientato tra i pescatori sardi, premiato al festival di Karlovy
Vary, competizione severissima in fatto di contenuti politici. Uno dei suoi
film mai fatti sarebbe stato Confino Fiat sui sindacalisti che in epoca
scelbiana erano messi in un reparto speciale, un film impossibile da
produrre anche nei disinvolti anni '60. Come anche e' abbandonato un
progetto sui poteri paranormali, sciamanici, nato dai colloqui con Ernesto
De Martino e dalle sue ricerche in vari paesi. Puo' invece realizzare Kapo'
('60) grazie alla presenza di dive come Susan Strasberg e Emanuelle Riva
(delle fabbriche non si poteva parlare, ma i campi di concentramento erano
concessi) e fu il suo primo successo internazionale. Solo dopo sei anni
arriva La battaglia di Algeri, la messa in scena della guerra di popolo.
L'indipendenza dell'Algeria e' del '62 e Yacef Saadi in persona, il
comandante militare del Fronte di liberazione viene in Italia a cercare un
regista che racconti l'epopea del suo paese. Il film sara' uno dei piu'
grandi film di liberazione ('abbiamo raccontato lucidamente come nasce, come
si organizza e come si combatte una guerriglia' diceva Solinas) punto di
riferimento anche per il cinema maghrebino. Un film che i militari americani
(del tutto inesperti di repressione, interrogatori e tortura negli anni '60,
cosi' dicevano) avevano l'obbligo di vedere e rivedere per imparare qualcosa
(lo hanno imparato) su suggerimento dei colleghi dell'Oas, i loro trainer. I
francesi hanno sempre considerato i massacri compiuti un falso storico, il
film fatto uscire clandestinamente in Francia nel '71 e poi ritirato per
attentati nel cinema, e' stato rieditato solo nel 2004. Quando poco tempo fa
Pontecorvo annuncio' che sarebbe stato a Genova al G8, ricordando che il
tipo di riprese da farsi sarebbe stato proprio come quello che facevano una
volta, con l'Arriflex da salvaguardare, il tono dei suoi interventi era
quello che aveva da giovane nei suoi primi film, tra i movimenti di massa.
E' questo il regista che vogliamo ricordare, piu' che il direttore dei
grandi antidivi come Marlon Brando in Queimada, di Volonte' in Ogro, il film
sull'Eta, sull'attentato a Carrero Blanco: a dispetto della tematica
importante, e' da ricordare anche il regista dei film non realizzati perche'
nessun produttore li avrebbe fatti e nessuna censura approvati: i film
sull'Italia dell'autunno caldo, la strategia della tensione, gli attentati
fascisti. O del film su Cristo come 'eroe del suo tempo', rivoluzionario di
un'epoca di passaggio, un'idea che sarebbe piaciuta a Rossellini (si sarebbe
intitolato I tempi della fine, ma i produttori vogliono una star e il film
non si fa), sugli indiani d'America nel Sud Dakota. Dietro il suo sorriso
enigmatico certo si svolgevano costantemente le scene dei suoi film
immaginati". Opere di Gillo Pontecorvo: La grande strada azzurra (1957);
Kapo' (1960); La battaglia di Algeri (1966); Queimada (1969); Ogro (1979).
Opere su Gillo Pontecorvo: Massimo Ghirelli, Gillo Pontecorvo, Il castoro
cinema, Milano; Irene Bignardi. Memorie estorte a uno smemorato. Vita di
Gillo Pontecorvo, Feltrinelli, Milano 1999]

Oltre che nelle storie del cinema, oltre che nel ricordo allegro degli amici
che hanno condiviso con lui un pezzo della sua straordinaria vita, oltre che
nella memoria della sua famiglia, Gillo Pontecorvo dovrebbe restare anche
nel Guinness dei primati. Perche' credo non ci sia un altro autore di cinema
che sia riuscito a girare cos' pochi film nell'arco di una cosi' lunga e
bella vita, cinque e mezzo in tutto, per rubare la modalita' di calcolo a
Fellini.
E che sarebbe comunque rimasto nella storia del cinema e nella memoria
collettiva per un film che torreggia su tutti gli altri, che tutti
ricordano, che ha parlato a tutto il mondo: La battaglia di Algeri (Leone
d'oro a Venezia nel 1966) e che, ogni volta che lo si vede, sorprende per la
potenza, l'onesta', la profondita', l'intelligenza politica, la capacita' di
emozionare - qualcosa che solo il grandissimo cinema sa dare. Gillo
Pontecorvo e' morto ieri a Roma, a 87 anni. Aveva avuto un infarto alcuni
mesi fa.
Ma ricordare Gillo (devo dirlo: il "mio" amico Gillo, con cui ho lavorato,
chiacchierato, litigato, e passato molte ore a "estorcergli", cosi' lui
diceva, le sue memorie di vero o finto smemorato per la sua biografia che
andavo scrivendo), ricordare Gillo vuol dire parlare non solo del regista ma
di una persona e di una avventura umana uniche e speciali, di una vita
divisa in tante tranche avvincenti e avventurose. Da quando, figlio pigro e,
per sua ammissione, un po' sconclusionato di una famiglia della grande
borghesia ebraica pisana, nello scenario di fratelli sapienti, brillanti e
politicamente connotati (citiamo per tutti il nome di Bruno, il grande
fisico che abbandonera' l'Occidente per andare a lavorare in Urss), si era
ritagliato il ruolo di campione di tennis. Ci avrebbero pensato le leggi
razziali a spedirlo a Parigi, dove si sarebbe compiuta, ma sempre alla
maniera di Gillo, allegramente, la sua educazione politica alla scuola di
Amendola e di Negarville.
E saranno gli amici del Pci in esilio a coinvolgerlo nella lotta clandestina
di Liberazione, mentre Gillo, fuggito da Parigi all'arrivo dei nazisti,
viveva di pesca subacquea e di lezioni di tennis a Saint Tropez. Una lotta
che il nostro, poco piu' che ventenne (era nato il 19 novembre del 1919 a
Pisa), intraprese con il consueto mix di voglia di gioco, di coscienza
civile e di incoscienza personale, operando prima come collegamento tra la
Francia e l'Italia, poi nella Milano occupata dai tedeschi e infine come
capo di una brigata partigiana. Sarebbe gia' un film. A cui si unisce quello
del suo lavoro nel Pci negli anni successivi alla guerra, al lavoro come
fotografo e giornalista per l'Avas, l'agenzia di stampa francese, infine
all'innamoramento per il cinema, ai primi documentari, al lavoro come
assistente di Mario Monicelli sul set di "Toto' e Carolina", alla vita in
una celebre comune di scapolacci.
Ma ci sarebbe voluto un incontro fatale - quello con Franco Solinas,
avvenuto molto pontecorvianamente in un night club - per far decollare
l'avventura cinematografica di Gillo Pontecorvo. Il primo film di Gillo
regista e Franco Solinas sceneggiatore e' il mezzo dei cinque e mezzo cui
accennavamo sopra: "Giovanna", 1956, 45 minuti in un film collettivo firmato
anche da Joris Ivens e da Cavalcanti, una storia operaia girata in una
fabbrica dismessa (e un film che difficilmente si riesce a trovare). Poi e'
stata la volta di "La lunga strada azzurra", da un romanzo dello stesso
Franco Solinas ("Squarcio'"), di cui Gillo diceva sempre di non essere mai
stato soddisfatto, costretto come era stato a scegliere, per una storia di
pescatori sardi, un divo come Yves Montand e una gran dama del cinema, e
improbabile moglie di proletario, come Alida Valli.
Sempre tormentato nella stesura delle sceneggiature con il dioscuro Solinas,
con cui erano amorosi litigi e continue rappacificazioni, Pontecorvo nel
1960 realizzo' in Jugoslavia un interessante, emozionante e discusso film
sull'olocausto, "Kapo'", con Susan Strasberg e Laurent Terzieff: un film che
scateno' piu' tardi una insensata polemica innescata maramaldescamente da
Jacques Rivette - che accusava un certo "carrello" che seguiva la mano di
Emmanuelle Riva aggrappata alla rete del campo di essere "amorale" - e
ripresa successivamente da Serge Daney e da alcuni imitatori nostrani: una
polemica che, a dire il vero, turbava e indignava di piu' i suoi amici (me
compresa) che Pontecorvo, portato a ridere di attacchi e polemiche
ridicolmente ideologiche.
Nel 1965, infine, dopo una gestazione lunga e complicata che vide scendere
in campo, accanto a Pontecorvo e a Solinas, anche i veri protagonisti della
vicenda, trasformati in interpreti o in coproduttori, ebbe inizio la
lavorazione de "La battaglia di Algeri", un film genialmente impostato su
quella che era stata, apparentemente, una sconfitta del Fronte di
Liberazione Algerino e che sarebbe rimasta invece come un momento di presa
di identita' collettiva dell'Algeria contro il colonizzatore francese. Uno
straordinario film da outsider, siglato dai ritmi algerini e dalle musiche
bellissime di Ennio Morricone e dello stesso Gillo, che vinse il Leone d'oro
a Venezia, conquisto' tre nomination agli Oscar, e divenne leggendario:
tanto che, anni dopo, l'Fbi sosteneva che le Black Panther studiavano le
loro tecniche di guerriglia urbana analizzando il film di Pontecorvo. E
anche il Pentagono lo prese come esempio prima dell'invasione dell'Iraq.
Tre anni dopo, questa volta scritto con Solinas e con Giorgio Arlorio, fu la
volta di un bel film che non ebbe il successo dovuto, e che la produzione
americana (la Warner) smonto' e mal distribui': "Queimada" (un titolo
voltato in portoghese dall'originale spagnolo dopo che gli spagnoli, offesi
dall'immagine del colonialismo che il film stigmatizzava, minacciarono di
boicottarne la distribuzione in tutti i paesi di lingua castigliana), in cui
Marlon Brando, meravigliosamente bravo e avventurosamente a confronto con un
indigeno, Evaristo Marquez, che Pontecorvo aveva scovato in un villaggio e
trasformato in un attore, era un avventuriero al soldo degli inglesi che
agitava le gia' agitate acque di un piccolo paese dei Caraibi per sostituire
al vecchio dominio coloniale il "moderno" dominio britannico.
Nel 1979, infine, quello che sarebbe rimasto l'ultimo film di Gillo, "Ogro",
sull'attentato che in Spagna uccise Carrero Blanco: un film appassionante e
teso, ma molto tormentato in fase di sceneggiatura, e che non soddisfece mai
del tutto il suo regista.
*
Poi, tanto lavoro politico - che Pontecorvo ha sempre continuato a fare dai
tempi della sua militanza con Berlinguer dopo la guerra, senza interromperlo
neanche quando nel 1956 usci', in silenzio, dal Pci, a cui rimase vicino
tutta la vita. Un po' di pubblicita'. La direzione della Mostra del cinema
di Venezia, dal 1992 al 1996, che svelti' e rese piu' giovane e popolare. La
presidenza di Cinecitta'. Ma niente piu' cinema. Perche'? A chi glielo
chiedeva Pontecorvo rispondeva con uno dei suoi sorrisi che gli illuminavano
gli occhi chiari che per fare cinema lui doveva innamorarsi: del progetto,
naturalmente. Qualche volta aveva creduto di innamorarsi (per un progetto su
Cristo, per un film sull'arcivescovo Romero), ma le cose non erano andate in
porto. E lui, Gillo, serenamente pigro, innamorato della vita, dei suoi
piccoli rituali, dei suoi tre figli, di sua moglie Picci, dei fiori che
coltivava con rimarchevole pollice verde e con un paio di cesoie sempre in
tasca destinate soprattutto a rubare bulbi e talee in casa altrui, non aveva
voglia di combattere, con la sua amabilita' da folletto e la sua
cocciutaggine da pasionario, per qualcosa che non fosse un grande progetto
emozionante. Era capace di vivere con poco. La sua colorata casa di Roma,
gestita con gentilezza poetica da Picci, e' sempre stata un approdo di
amicizie e sentimenti, lontana da qualsiasi mondanita' romana.
E la sua storia e' la storia di un uomo che ha saputo vivere la vita fino in
fondo, testardamente godereccio con poco, cercando sempre di pensare in
grande.

5. MEMORIA. PIETRO INGRAO RICORDA GILLO PONTECORVO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 ottobre 2006. Pietro Ingrao e' nato
nel 1915 a Lenola (Latina), laureato in giurisprudenza e lettere, partecipa
alla lotta clandestina antifascista e alla Resistenza. Giornalista,
direttore de "L'Unita'" dal 1947 al 1957, dal 1948 deputato del Pci al
Parlamento per varie legislature e tra il 1976 e il 1979 presidente della
Camera dei Deputati. Sono di grande rilievo le sue riflessioni sui
movimenti, le istituzioni, la storia contemporanea e le tendenze globali
attuali. Tra le opere di Pietro Ingrao: Masse e potere, Editori Riuniti,
Roma 1977; Crisi e terza via, Editori Riuniti, Roma 1978; Tradizione e
progetto, De Donato, Bari 1982; Il dubbio dei vincitori, Mondadori, Milano
1986; Le cose impossibili, Editori Riuniti, Roma 1990; Interventi sul campo,
Cuen, Napoli 1990; L'alta febbre del fare, Mondadori, Milano 1994; (con
Rossana Rossanda ed altri), Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri,
Roma 1995; Variazioni serali, Il Saggiatore, Milano 2000; (con Franco
Fortini, Alberto Olivetti, Gianni Scalia), Conversazioni su Il dubbio dei
vincitori, Cadmo, Roma 2002; (con Alessandro Zanotelli), Non ci sto!, Piero
Manni, Lecce 2003; La guerra sospesa, Dedalo, Bari 2003; Una lettera di
Pietro Ingrao, Cadmo, Roma 2005; Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006. Opere
su Pietro Ingrao: Antonio Galdo, Pietro Ingrao. Il compagno disarmato,
Sperling & Kupfer, Milano 2004, 2006; Lorenzo Benadusi, Giovanni Cerchia (a
cura di), L'archivio di Pietro Ingrao, Ediesse, Roma 2006]

Ho conosciuto Gillo Pontecorvo in una giornata memorabile dell'estate del
1943. Vivevo allora clandestino a Milano in una casa sita a corso di Porta
Nuova, che condividevo con il compagno Salvatore Di Benedetto - uno degli
organizzatori della lotta antifascista a Milano - e con due operai siciliani
venuti a trovare pane e lavoro nella citta' meneghina. Uno di essi s'era
unito con un'operaia del bergamasco - si chiamava la Santina - giunta
anch'essa a trovare pane nella metropoli milanese gia' incendiata dalla
guerra. E presto quell'operaia era diventata la capofamiglia di quel gruppo
di maschiacci.
La sera del 25 luglio s'era prodotto il grande evento. Mentre dormivo, con i
fratelli Impiduglia, in un grande e sommario lettuccio, attorno alla
mezzanotte era entrato di corsa nella stanza Salvatore Di Benedetto, e
spalancata la finestra s'era messo a gridare nella notte buia: "Abbasso
Mussolini, a morte il fascismo, viva la liberta'...".
Risvegliati di brusco, per un istante avevamo creduto che Toto' Di Benedetto
fosse impazzito. Poi Toto' ci aveva dato la grande notizia dell'arresto di
Mussolini, e ci eravamo precipitati nelle strade di Milano invase dalla
gente che inneggiava alla liberta', tripudiava nelle piazze, assaliva e
devastava le sedi del partito fascista. All'alba ci ritirammo stremati nella
casa di corso di Porta Nuova.
Ma presto Elio Vittorini ci chiamo' dalla sede della Bompiani, da cui -
mentre a piazza del Duomo gia' teneva un breve comizio Roveda - lavorammo a
preparare una grande manifestazione di popolo per il pomeriggio. E - alle
quattordici circa - gia' un mare di gente sfilava dinanzi alle carceri
invocando la liberazione dei detenuti antifascisti. Presto, poco lontano da
Porta Venezia, dal tetto di un rozzo camioncino tenevo il primo comizio
della mia vita, invocando pace e liberta'.
Poi irruppe la fila dei tanks che aveva in testa un tenentino livido, e
comincio' un dialogo serrato tra quei soldati silenziosi e sconvolti, e la
folla che premeva alle loro spalle; finche' una donna giovanissima riusci' a
rompere la filiera dei muti soldati e ad arrampicarsi sul tetto di un carro
armato. Per i soldati fu il segnale della ritirata.
Io presto mi ritrovai, poco distante da Porta Venezia, nella casa di
Vittorini e Ferrara, di fronte a Celeste Negarville, uno dei dirigenti
comunisti riusciti a penetrare a Milano, che con un sorriso un po' ironico
mi diceva: "so che hai tenuto un grande comizio a Porta Venezia...". In
quella casa di Vittorini e nel crepuscolo estivo di quella giornata
frenetica conobbi Gillo Pontecorvo: giovanissimo e sorridente. Gia' da mesi
faceva la spola tra un brano del gruppo dirigente comunista adunato nel sud
della Francia, e un altro nucleo del Pci clandestino gia' entrato in Italia
e diretto da Umberto Masala. Quella dolce serata estiva pero' non fu
tranquilla. Venne la polizia. Porto' via in manette Di Benedetto, Vittorini
e Giansiro Ferrata; e per alcune ore tememmo che fosse scattata la
controrivoluzione fascista. Non fu cosi'. Seguirono scioperi infiammati
nella citta' operaie, scontri nelle piazze e urti tra gli sgherri badogliani
e popolo dimostrante.
*
Di colpo Gillo Pontecorvo ed io fummo chiamati a formare la redazione de
"l'Unita'", il giornale di Gramsci che risorgeva. Direttore era Girolamo Li
Causi: il quale pero' era preso da altre gravi incombenze e lasciava fare
quell'"Unita'" semiclandestina a noi giovanotti di assoluta inesperienza:
Gillo ed io. Cosi' vissi mesi palpitanti, allocati in corso di Porta Nuova e
la sera fuggenti verso Monza, arrampicati su qualche camionetta amica, per
salvarci dai bombardamenti angloamericani che seminavano morte e rovine
nella citta'. Presto a Milano ci raggiunse una bellissima fanciulla:
francese, di nome Henriette, e allora innamorata di Gillo. E il nostro
sodalizio si allargo'.
Gillo sprizzava fantasia e freschezza da ogni gesto.Decidemmo di cambiare
caratteri e disegno a quei due fogli de "l'Unita'", e ci servimmo
dell'ausilio di un artista d'allora: Albe Steiner. Sotto il suo consiglio
mutammo anche la testata di quella "Unita'" clandestina. In verita' io ero
piu' cauto. Gillo invece gia' mostrava il suo gusto per l'incastro dei
segni. Incalzava Steiner per cavarne proposte grafiche. A Roma protestarono
perche' cambiavamo il volto de "l'Unita'" di Gramsci... E difatti io ero
piu' prudente. Gillo no. Si vedeva che gli piaceva la sfida, l'intreccio
inedito delle forme. Piu' tardi scoprii che era uno splendido giocatore di
tennis, e mi dissi -ma era una fantistacheria - che anche da questo si
vedeva quanto gli piacesse l'intreccio dei segni.
*
In verita', i primi film che fece a Italia liberata, non mi convinsero molto
(e io pretendevo di intendermene molto di cinema). Poi venne la folgorazione
della Battaglia di Algeri, quel film che rivelo' la vera vena di quel
giovanissimo regista. Perche' ci trascino', ci affascino' quell'opera? A mio
avviso si intrecciavano parecchi fattori: e in primo luogo il rigore scabro
della narrazione poetica. In verita' quell'asciuttezza cruda del messaggio
sociale stava gia' nella vicenda di tanta parte del cinema italiano. E
tuttavia anche nei grandi classici - da De Sica a Rossellini, per non dire
di Visconti - sia pure senza mai enfasi si sfiorava sempre la soglia del
romanzo: della grande tradizione del romanzo cresciuta in Europa e
dilatatasi poi sino alla lontane Americhe.
Rispetto a questa tradizione, cosi' forte anche nelle opere filmiche, per me
La Battaglia di Algeri segno' una svolta. L'urto, il conflitto armato, le
devastazioni umane, la morte erano scritte nel film nel modo piu' nudo. Lo
stesso attacco al gruppo dirigente che aveva nelle sue mani la Francia
sembrava avere un che di ineluttabile. E nonostante l'evidenza delle figure
singole, nella sequenza filmica l'allusione al soggetto collettivo, ai
"protagonisti della storia" era palese.
Non a caso l'asciutta tensione tornava cosi' forte in un altro film - per me
tra i piu' interessanti di Gillo: Quemada... In questo senso il suo cammino
nell'espressione artistica venne come asciugandosi.
Ricordo i colloqui di quella nostra giovinezza: e l'elogio che egli mi
faceva - senza persuadermi- dell'inno sovietico. Poi ebbi l'impressione che
il rituale politico delle sue passioni della fine degli anni Trenta fu
sottoposto a un vaglio rigoroso. Ed egli inizio' la costruzione di un suo
linguaggio, pregno di simbolico e al tempo stesso severo. Oggi noi
ragioniamo molto e con asprezza (io fra gli altri) - sugli errori e le
sconfitte del sovietismo (si potrebbe dire anche: del leninismo): e abbiamo
motivi seri e duri per farlo, dopo la sconfitta grave che abbiamo patito.
Pero' quando se ne va uno sguardo nudo e scabro come quello di Gillo
Pontecorvo, bisogna chiamare in causa il vocabolario dell'esistere con cui
tutta una parte della cultura italiana s'e' misurato con le terribili
novita' del Novecento. Non siamo stati cosi' provinciali come taluni
raccontano. C'era di piu'.

6. MEMORIA. ENRICO GHEZZI RICORDA DANIELE HUILLET
[Dal quotidiano"Il manifesto" del 12 ottobre 2006, li' col titolo "Cronaca
di Daniele H., una severita' leggendaria".
Enrico Ghezzi (Lovere, Bergamo, 1952) e' studioso di cinema, responsabile
della programmazione cinematografica di Raitre, ha ideato "Fuori orario" -
la cosa migliore della televisione italiana. Tra le opere di Enrico Ghezzi:
Stanley Kubrick, Il castoro cinema, Milano.
Daniele Huillet, nata a Parigi nel 1936, deceduta nell'ottobre 2006,
cineasta francese, autrice in collaborazione col marito Jean-Marie Straub
(nato a Metz nel 1933, abbandono' la Francia condannato in contumacia a un
anno di prigione dal tribunale delle forze armate di Metz per essersi
rifiutato di fare il servizio militare in Algeria) non solo di film
imprescindibili, di grande potenza euristica e preziosa qualita' espressiva,
ma tout court di un cinema di straordinario valore sia formale che politico.
Una filmografia delle opere di Daniele Huillet e Jean-Marie Straub e' nel n.
1448 di questo stesso foglio. In volume: Testi cinematografici, Editori
Riuniti, Roma 1992. Opere su Daniele Huillet e Jean-Marie Straub: Piero
Spila (a cura di), Il cinema di Jean Marie Straub e Daniele Huillet,
Bulzoni, Roma]

Stavo cominciando a raccontare dei nostri incontri (frequenti ma troppo poco
frequenti, visto che li ricordo tutti, istante per istante). Ma ora sento
solo la passione e l'insoddisfazione di non averti mai chiesto del vostro
segreto.
Si parlava di cinema, di immagini, di film distanti che si avvicinano, di
film vicini che gridano di colpo la loro distanza. Quasi sempre o troppo
spesso e troppo raramente d'accordo, ma non d'accordo su un giudizio,
piuttosto in un senso musicale dell'accordarsi.
Sentivo sento sempre quest'accordo, anche nei momenti piu' litigiosi tra te
e Jean-Marie. Mi pareva di stare quasi automaticamente in quell'accordo, che
si parlasse di lotta di classe o che si giudicassero le parole con la stessa
attenzione con cui soppesavate insieme e distinti un fotogramma sapendo
quanto pesante sia la leggerezza dell'immagine che appare trasparente.
Ho sentito molte volte con voi due diventare piu' luminosa la difficolta' e
l'importanza del confronto con la materia: la materia dell'immagine, la
materia/immagine, la sua traduzione, la sua riproduzione.
Di questo spesso si trattava: il lavoro di edizione, i sottotitoli, il
trasferimento della pellicola nei vari gradi dell'elettronico e del
digitale. Mai il lavoro tecnico mi e' parso meno disgiunto dall'amore, dalla
passione, dall'entusiasmo o dallo scoramento per quanto trattenuti.
Il segreto del vostro amore mi e' sempre apparso cosi' intenso e protetto da
risultare impersonale, estremo da non poterne dir nulla. (Ou git votre
sourire enfoui?). Trovare la stessa forma della passione nel vostro
lavorare, nel vostro filmare, nel vostro stare insieme, nel vostro litigare,
nel vostro stare con le altre persone, nel vostro parlare, non era per me
monotonia ma persistenza (e assistere a essa) di una forma amorosa estrema.
Che sapeva in se' di essere non scissa ma la scissione, non innamoramento ma
l'amore, non linguaggio ma la parola.
Quante volte avete detto, con intensita' kafkiana assoluta, che forse nella
vostra vita avevate davvero conosciuto o che sareste arrivati a conoscere o
capire quattro o tre libri, ma no forse due, anzi uno e neanche quello. Lo
stesso, e piu', si puo' dire delle persone. Piu' che santi, vi trovavo e vi
trovo angeli, o "giusti" talmudici invisibili. Perche' il santo e'
riconosciuto e in qualche modo (auto)canonizzato. L'angelo e' invisibile e
mascherato.
Per me (e non perche' sia citato esplicitamente - come e' - in uno dei
vostri capolavori piu' lancinanti, Il fidanzato, l'attrice e il ruffiano,
dedicato anche al "maggio impossibileª del '68), il libro "solo" che (mi)
basterebbe per investire tutto il vostro cinema segreto assomiglia molto
all'opera di San Juan de la Cruz.
La vostra severita' (e la tua, perche' piu parca di parole, specialmente
leggendaria) era quasi censoria verso l'autoindulgenza di ogni tipo. La
vostra torsione politica partiva da un sentire che anche la piu' semplice
delle situazioni delle immagini delle parole e' un jekyll&hyde, che la
realta' stessa lo e' nell'istante in cui si pretende o la pretendiamo tale.
Certa bellezza dei volti o delle parole o degli alberi o delle cose o dei
suoni filmati era costante grido silenzioso contro l'impossibilita'
dell'accordo. Mentre il vostro lavoro era un gioco di accordo alto e
impossibile, l'oggetto di esso, e la regola, era il dolore per il costante
tradirsi dell'accordo, per il deludersi atroce dell'umano, delusione senza
illusione, ritorno senza andata.
Von Heute Auf Morgen, il vostro sguardo anticipato sugli eyeswideshut del
culmine borghese e capitalistico dell'amore, e' il condensato piu' nitido
sulla catastrofe amorosa.
Non e' un'analisi questa, Daniele H., ne' un'invocazione a saperne di piu',
del segreto d'amore. Non me lo perdoneresti ne' quindi me lo perdonerei mai.
E' un sapere inutile, un sentire senza codice, un capire - nel momento in
cui un "due" (si puo' davvero dire "una coppia"?) sembra dividersi nel modo
piu' radicale e irrimediabile (la vita, la morte) - che questa divisione e
raddoppiamento e' stata costante.
Ogni film raddoppiato e diviso, ogni volta affidato al racconto al testo
alla musica (infine, al "mondo") di altri, e poi/insieme da riconoscere in
questa trasparenza dialogica del confronto critico (come si dice: punto
critico), in questo "loro incontro" che si puo' solo provare a dire a
ripetere a tradurre a sottotitolare agli umani, e che pure nel loro
incontrarsi ottuso estatico gia' dissolto a ogni istante oppure ripetuto in
indicibile noia o passione della ripetizione (in queste passioni ottuse
insomma, non sentimentali ma impersonali per l'intensita', tale da non esser
certo in grado di sentirsi) possono, gia' mutati in immagini, suscitare
l'invidia degli dei indifferenti e l'accanimento della macchina estatica.
("L'Amato e' le montagne,/ le valli solitarie e ricche d'ombra,/ le isole
remote,/ le acque rumorose,/ il sibilo delle aure amorose..."). In questo
momento, Jean-Marie, mentre ti abbraccio quasi invidio il modo in cui ora
siete ancor piu' e meno "due". Ciao.

7. LETTURE. STEFANIA LIMITI: "MI HANNO RAPITO A ROMA"
Stefania Limiti, "Mi hanno rapito a Roma". Mordechai Vanunu sequestrato dal
Mossad. La bomba atomica israeliana. Una spy story, Nuova iniziativa
editoriale, Roma 2006, pp. 126, euro 5,90 (in supplemento al quotidiano
"L'Unita'"). Una ricostruzione giornalistica della drammatica vicenda del
rapimento di Mordechai Vanunu in Italia nel 1986, nel contesto della
tragedia nascosta del continuo riarmo atomico (e deila lunga serie criminale
di oscuri rapimenti avvenuti in Italia per alcuni dei quali e' certa la
responsabilita' di servizi segreti). Con una prefazione di Vincenzo Vasile.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1450 del 16 ottobre 2006

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