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La nonviolenza e' in cammino. 1451



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1451 del 17 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Liberare Gabriele Torsello, liberare l'Afghanistan dalla guerra
2. Severino Vardacampi: Effetti collaterali
3. Giulio Vittorangeli: Una stagione secca
4. Laura Eduati: Un mondo maschilista e violento. Un rapporto dell'Onu
5. Tiziana Plebani: Tra noi e voi
6. Anna Turley intervista Sunila Abeysekera
7. Ristampe: Giacomo Leopardi, Poesie e prose (volume primo: Poesie)
8. Un antico discorso persiano sulla nonviolenza
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LIBERARE GABRIELE TORSELLO, LIBERARE L'AFGHANISTAN DALLA
GUERRA
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro le violazioni dei
diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14 ottobre 2006]

Che cessi il rapimento di Gabriele Torsello, che possa tornare subito
libero, sano e salvo.
Che cessi la guerra afgana.
Salvare occorre tante vite umane: ciascuno faccia la sua parte.

2. EDITORIALE. SEVERINO VARDACAMPI: EFFETTI COLLATERALI

Uno dei piu' grotteschi effetti collaterali della decisione del nuovo
governo italiano di cosiddetto centrosinistra di proseguire nella illegale e
criminale partecipazione militare alla guerra terrorista e stragista in
corso in Afghanistan da alcuni decenni (con un avvicendarsi di truppe
occupanti dall'Armata rossa alla Nato, come - mutatis mutandis - avvenne in
Indocina, con le atroci conseguenze che ognun sa) e' nel passaggio di tante
persone dall'impegno per la pace all'accettazione della guerra e delle
stragi unicamente per una malintesa fedelta' a un partito o a una coalizione
di partiti che senza alcuna esitazione - e dopo aver per cinque anni
giustamente denunciato il golpismo berlusconiano - hanno anch'essi fatto
strame della legalita' costituzionale appena giunti al potere, e per i quali
quindi cosi' come Parigi val bene una messa, una manciata di posti di potere
val bene qualche massacro. In fin dei conti a morire sono soprattutto genti
di terre lontane. Fin qui.
*
La cosa piu' penosa e' che tra i neofiti del partito della guerra e delle
stragi ci sono anche persone che in virtu' del loro passato ancor oggi
vengono considerate impegnate per la pace, o addirittura per la nonviolenza.
Le quali persone di bel nuovo arruolate nel partito della guerra e delle
stragi non hanno esitato e non esitano ad ogni pie' sospinto a protervamente
ingiuriare e fin beceramente schernire chi ancora si impegna contro la
guerra, dimenticando - o forse cercando di far dimenticare - che fino a ier
l'altro loro stessi erano tra questi e dicevano le medesime cose, ed anzi
soprattutto quelle piu' stolte (poiche' anche nel movimento contro la guerra
di stoltezze purtroppo se ne son dette e se ne dicono, e a iosa).
E tra i voltagabbana di turno non vi sono solo spiriti confusi che non sanno
quel che si dicono, o navigati imbroglioni che invece lo sanno fin troppo
bene e dell'ingannare altrui godono; vi sono purtroppo anche di quelli che
amici della nonviolenza lo erano davvero, ma che essendosi arruolati nel
partito della guerra e delle stragi hanno cessato di esserlo "per la
contradizion che nol consente". E per i quali proviamo indicibile una pena.
*
Questo foglio ha cercato in questi mesi di contribuire a chiarire e tener
ferme alcune cose a nostro modesto avviso imprescindibili:
a) che la pace si costruisce solo con mezzi di pace, ergo: occorre una
stretta, effettuale coerenza tra mezzi e fini;
b) che l'impegno per la pace e' azione politica, ergo: analisi concreta ed
azione concreta nelle situazioni concrete;
c) che occorre tener ferma la scelta della "opposizione integrale alla
guerra", che Capitini indico' come la prima delle direttrici d'azione di un
movimento nonviolento per la pace; ovvero di un movimento per la pace che
volesse esserlo in modo nitido ed intransigente, ovvero nell'unico modo
possibile per essere adeguato ed efficace: che e' fare la scelta della
nonviolenza;
d) che occorre fondare l'opposizione alla guerra non su generici ed equivoci
proclami rivoluzionaristici, o su sdrucciolevoli ragionamenti meramente
tattici, o su argomenti reticenti e capziosi, fondamenta peggio che fragili,
e che mai accettammo (e che pure purtroppo hanno avuto largo corso ed hanno
contribuito non poco a corrodere, demoralizzare e degradare in un'ambiguita'
scandalosa, in una scandalosa subalternita', infine arresa alla violenza e
della violenza complice, tanta parte del cosiddetto movimento per la pace);
bensi' su limpide verita' morali, e su quel realismo che sempre dovrebbe
guidare l'agire politico e che sa che fare una guerra porta morti e
devastazioni ed altre ne prepara. E che quell'opposizione alla guerra qui e
oggi va altresi' ancorata alla fedelta' alla legge fondamentale del nostro
ordinamento, la Costituzione della Repubblica Italiana, che non e' un muto
totem, ma il punto di riferimento basilare, il principio fondativo, dei
diritti e dei doveri politici e giuridici per ogni cittadino italiano, senza
di cui non c'e' nel nostro paese un sistema legale e una societa' civile, ma
solo anomia, gangsterismo e barbarie.

3. EDITORIALE. GIULIO VITTORANGELI: UNA STAGIONE SECCA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Viviamo una stagione secca di sentimenti; dove la guerra, le guerre, con il
loro carico devastante di morte, si parla di 655.000 vittime civili nel solo
Iraq, spingono ad un'abitudine sconcertante.
Certo nessun rapporto parla delle conseguenze sulle popolazioni. La guerra
raccontata dai militari non ha morti civili. Questi sono costantemente
negati. Si trovano liste e stime precise dei danni inferti a beni e servizi,
mai una nota sui morti provocati. Sono un non detto della guerra.
Eppure, l'esperienza ci ha insegnato che in guerra tutti sono potenziali
assassini, che spesso le ragioni si confondono, che le popolazioni dei
territori in cui si combatte sono le vere vittime del conflitto.
Quindi se la morte (nella sua versione peggiore: quella che l'essere umano
infligge all'altro essere umano) e' la conseguenza piu' evidente della
guerra, dovrebbe quotidianamente indignarci.
Invece solo quando la morte colpisce qualcuno che ci e' vicino, quando viene
a termine una vita cui abbiamo chiesto e dalla quale non avremo piu'
sollecitazioni e risposte, solo in questo caso sembra veramente
interrogarci.
Allora scopriamo di non saperla pensare, di non saperla immaginare e ci
risulta tanto difficile accettarla. Scopriamo quanto povero sia il
linguaggio di fronte ad essa, l'insoluto buco nero dell'esistenza umana.
Solo una concezione banale, e un po' ipocrita, della vita puo' sostenere che
la morte sia il suo esito naturale, la sua espressione normale. Mentre e'
solo e sempre scandalo, offesa, evento che espropria, nemico, perche'
intimamente altro dalla vita e non la sua anima, o il suo volto.
Pertanto, e' la morte nemica della vita e dei viventi e non il contrario.
*
Allora davanti alla morte, come dire i molti lati del prisma dell'esistenza
della persona amata che ci e' stata portata via?
Se era un compagno, con cui si condivideva lo stesso impegno, si ricorre
alla frase: "La lotta continua". Ben sapendo che, questa frase, racchiude
contemporaneamente in se' una falsita' ed una verita'. Perche' nulla
continua quando una persona muore. Ma allo stesso tempo nulla e' perduto di
quanto di buono e' stata fatto.
Buono, non superficiale "buonismo", cioe' il lottare per la giustizia e la
pace, lo schierarsi, il pagare di persona. Con la consapevolezza di come
l'inferno e il purgatorio si trovano quaggiu', che la giustizia tra gli
esseri umani e' possibile, ma e' sulla terra che bisogna metterla in opera.
Osservava Bertolt Brecht, che l'uomo non si ferma sul dolore altrui se non
puo' essere d'aiuto, e solo in questo caso, aggiungeva, e' lecito guardare
gli altri dall'alto al basso: per aiutarli ad alzarsi. O come scriveva Luigi
Pintor: "Non c'e' in un'intera vita cosa piu' importante da fare che
chinarsi perche' un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi".
Possiamo definire tutto questo come solidarieta', o piu' precisamente
empatia; comunque un valore universale.
E se e' vero che nella lotta quotidiana per l'affermazione di questi valori
universali, ai quali bisogna sottomettere ogni egoismo, si puo' rischiare di
sacrificare anche ogni tenero affetto; e' altrettanto vero che questo
impegno ci ha dato le chiavi di rapporti illimitati, quelli cui da soli non
si arriva mai, di mondi diversi, di legami tra gente che cerca di essere
uguale.
*
Colpisce allora, in senso fortemente negativo, la giustificazione - o peggio
ancora, l'esaltazione - che viene fatta da una certa o presunta "sinistra",
piu' o meno "radicale", degli attentanti che colpiscono direttamente le
popolazioni civili e che vengono attuati da "frange" del popolo iracheno o
afgano.
Non dovrebbe essere molto difficile capire che il programma o l'ideologia
dell'islamismo radicale sono opposti a quelli della sinistra. Parlo della
sinistra nata sulla base dei principi del socialismo classico,
dell'illuminismo, dei valori delle rivoluzioni del 1789 e del 1848, e
dall'esperienza di intere generazioni.
*
Infine sul versante della nonviolenza la sfida e' altrettanto difficile.
Perche' non si tratta di predicare la nonviolenza agli oppressori, quanto di
dimostrare che la lotta nonviolenta e' capace di risolvere i conflitti e di
opporsi all'ingiustizia piu' di ogni prospettiva violenta, e conquistare
cosi' alla propria causa e ai propri metodi i cuori e le menti delle masse
degli oppressi, oggi facilmente sedotte dalle sirene della violenza e
dell'intolleranza. In sostanza, una nonviolenza come possibilita' e
strumento politico di liberazione degli oppressi, non solo come semplice
protesta contro la violenza degli oppressori.

4. MONDO. LAURA EDUATI: UN MONDO MASCHILISTA E VIOLENTO. UN RAPPORTO
DELL'ONU
[Dal quotidiano "Liberazione" del 12 ottobre 2006. Laura Eduati e'
giornalista del quotidiano "Liberazione"]

Sapete che cos'e' il date rape? E' lo stupro (o le botte) su appuntamento.
Li subisce il 40% delle ragazze americane tra i 14 e i 17 anni: escono per
una serata romantica con il boyfriend, che poi le costringe ad un rapporto
sessuale oppure le picchia. Altro caso: il 35% delle francesi denuncia
violenze psicologiche da parte del compagno sentimentale. Ancora: ogni anno
nel mondo 5.000 donne vengono ammazzate per "salvare l'onore", circa 3.000
solo in Pakistan.
Sono alcuni dei dati contenuti nell'ultimo rapporto Onu sulla violenza di
genere, un flagello mondiale che colpisce una donna su tre almeno una volta
nella vita e che in 89 stati sui 192 che compongono l'Assemblea delle
Nazioni Unite non viene neppure punito.
Una crisi globale, perche' - come afferma il rapporto - "la violenza contro
le donne non e' circoscritta ad una specifica cultura, regione o paese, o a
particolari gruppi di donne all'interno della societa'". E' ovunque.
All'Onu non sfugge lo scopo di questa violenza: "mantenere l'autorita'
maschile garantita dal patriarcato". Anche quando e' nascosta tra quattro
mura "la violenza non e' mai individuale" ma punisce la ribelle per aver
osato trasgredire le norme sociali. Hina Saleem ne e' un chiaro esempio.
Le 139 pagine del rapporto descrivono le varie declinazioni della violenza
di genere. Che non e' solo quella brutale delle botte, dell'omicidio, dello
stupro etnico o dell'aborto selettivo (in India 500.000 bambine mancano
all'appello), ma include l'anoressia e la bulimia: le giovani indotte a
diventare filiformi magari per apparire - mercificate - negli spot e in tv.
Come a dire che la violenza non e' solo fisica, psicologica, economica ma
anche sociale.
E di Stato: in vari paesi non viene punito il marito che picchia e violenta
la moglie o abusa sessualmente delle figlie femmine, che impedisce alle
donne della famiglia di uscire di casa o che ordina la mutilazione genitale.
Non solo: a queste donne non e' permesso votare, partecipare alla vita
politica, lavorare fuori casa.
Il giro del mondo attraverso le cifre e' spaventoso. E, ma lo sapevamo gia',
riguardano anche i paesi industrializzati. In Australia, Canada, Israele,
Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70% delle donne assassinate, lo sono
dai mariti e dagli amanti. In Nuova Zelanda e in Australia almeno il 15%
denuncia di aver subito abusi o stupri da uno sconosciuto, e il 9% delle
teenagers americane (ancora loro) e' stata costretta ad avere il primo
rapporto sessuale dal fidanzato di turno. In Peru' si arriva al 40%.
Le lavoratrici devono difendersi dalle molestie sessuali in ufficio, una
piaga che coinvolge tra il 40 e il 50% delle donne europee e il 35% delle
asiatiche. A scuola: in Malawi il 50% delle ragazze dice di essere stata
toccata lascivamente dai professori o dai compagni di classe.
Poi esistono le pratiche tradizionali, quelle che coinvolgono la vita della
comunita' e perpetuano il dominio culturale sulla donna: in 130 milioni
hanno subito la mutilazione genitale nel mondo, con percentuali del 99% in
Guinea; in Corea del Nord il 30% delle gravidanze viene interrotta
volontariamente non appena si scopre che il feto e' femmina. Le famiglie
asiatiche e subsahariane spesso forzano le proprie bambine a sposare uomini
molto piu' grandi, o comunque uomini che loro, le ragazze, non avrebbero
scelto. Non e' raro che i matrimoni coatti includano rapimenti, violenze
fisiche nei confronti della donna che si oppone, stupri o il carcere per le
piu' rivoltose. Una volta sposate, alle disgraziate puo' accadere che la
famiglia del marito non sia soddisfatta della dote: in India piu' di 6.000
donne sono state ammazzate nel 2002 per questo motivo. Se il marito muore,
la vedova viene spinta al suicidio, oppure isolata dalla comunita', accusata
di stregoneria, persino uccisa da chi avrebbe il dovere di mantenerla, visto
che di lavorare non se ne parla.
Purtroppo non e' finita qui. La tratta delle donne, la riduzione in
schiavitu' e lo sfruttamento sessuale coinvolge 127 paesi di partenza e 137
di arrivo. Fuori dai confini del crimine, a volte e' lo Stato a violentare
le donne, magari attraverso politiche di forzata sterilizzazione (in Europa
praticata principalmente sulle Rom), stupri nelle carceri da parte degli
agenti di polizia, aborti coatti o gravidanze coatte (dove ad esempio
l'aborto e' illegale).
Ma di certo la forma piu' grave e' la violenza sulle donne come arma di
guerra. L'Onu stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 tra le
250.000 e le 500.000 donne siano state violentate e che tra le 20.000 e le
50.000 in Bosnia abbiano subito la stessa sorte. Per le milizie e' un modo
di umiliare il nemico, impedire che si riproduca - nel caso le donne vengano
anche ammazzate - o (in Africa) diffondere il virus dell'aids.
La violenza di genere ha un costo, e lo calcola la Banca Mondiale. Un costo
psicologico e fisico per le vittime, innanzitutto: in Occidente il 5% dei
disturbi per le donne dai 15 ai 44 anni e' imputabile alla violenza
domestica o allo stupro. Ma e' anche un costo economico: programmi di
sostegno, centri antiviolenza, processi, incarcerazioni. Capitoli di spesa
che ogni anno costringono ad esempio il civilissimo Canada a sborsare un
miliardo di dollari canadesi. Per i paesi poveri, sicuramente meno propensi
a recuperare le vittime, la violenza di genere impedisce che una quota
importante della popolazione lavori e in generale contribuisca al benessere
della societa'.
"Il rapporto svela l'importante ruolo giocato dai movimenti per le donne,
che hanno sollevato il problema a livello mondiale" dice il sottosegretario
generale Onu per gli affari economici e sociali Jose' Antonio Ocampo. "Ora,
pero' e' un problema di tutti". Anche dell'Onu, dove il 63% dei componenti
del gabinetto sono uomini.

5. RIFLESSIONE. TIZIANA PLEBANI: TRA NOI E VOI
[Ringraziamo Tiziana Plebani (per contatti: tiplebani at libero.it) per averci
messo a disposizione il testo del suo intervento all'incontro "Donne del
mondo in festa in un'isola accogliente", svoltosi alla Giudecca, a Venezia,
il 3 dicembre 2005. Tiziana Plebani, prestigiosa intelletuale, bibliotecaria
e storica, e' attiva nella Rete di donne per la pace di Mestre e Venezia;
tra le sue opere: Il genere dei libri, Angeli, Milano 2001; Corpi e storia,
Viella, Roma 2002]

Gentili amiche,
nel documento di proposta per il dibattito di oggi, chiedevate di
interrogarci a riguardo dei nostri reciproci giudizi, talvolta affrettati e
generici, e delle impressioni sulle "altre" da noi. Vorrei partire, amiche
non native, proprio da quel noi che sembra fare da contraltare a un voi, che
invece non esiste, come ci avete raccontato: la comunanza cui venite
associate e' quella dell'osservatore locale che coglie la caratteristica di
straniero senza percepire che le storie individuali sono tutte diverse,
anche radicalmente, come anche i vostri paesi di provenienza sono distanti
tra loro per lingua, storia, tradizioni, cultura.
Volevo spiegarvi che invece un noi, donne italiane che avete qui di fronte,
in qualche modo lo abbiamo costruito, pur nelle differenze individuali,
perche' attraverso la storia del movimento delle donne, le nostre lotte, le
nostre riflessioni, abbiamo modificato noi stesse e il mondo in cui viviamo,
la nostra cultura di appartenenza. Sappiamo di aver sedimentato un noi, un
percorso comune di liberta' e autoderminazione in cui ci riconosciamo, e
sappiamo che cio' che siamo ora e' frutto della nostra storia e che non ci
era stato dato.
*
Sono nata in una famiglia in cui si pensava che una donna non dovesse
studiare piu' dello stretto necessario, che il suo destino si compisse
all'interno della famiglia, che il rapporto con il padre e il marito fosse,
se non di sottomissione, comunque un rapporto che si iscriveva ancora in un
modello di societa' patriarcale.
Le donne come me hanno lottato per uscire da questa situazione, prima di
tutto lavorando su se stesse, insieme alle altre, per ripulire dal di dentro
l'accettazione e le complicita' di un rapporto di sudditanza, e cercando di
raggiungere una "signoria" sulla propria vita: studiando, cercando cioe'
strumenti culturali, spesso in maniera autodidatta, lavorando per
conquistare un'autonomia individuale, cercando di scegliere le forme di vita
piu' consone al proprio sentire, da sole, in famiglia, con differenti
rapporti di convivenza.
Abbiamo voluto e attuato politiche contraccettive (e anche grazie alle
nostre richieste sono nati i consultori) e abbiamo voluto fermamente poter
scegliere o rifiutare la maternita', separando la sessualita' dal fardello
della fecondita', anche attraverso una scelta dolorosa come l'aborto (tra
l'altro ora piu' richiesto dalle donne straniere), una legge ora duramente
attaccata. E molto altro: asili, scuole a misura dei bambini, salute.
Abbiamo voluto anche batterci perche' il luogo di vita, le nostre citta',
siano luoghi che sappiano accogliere la vita delle donne, che siano luoghi
in cui le donne possono mostrarsi e muoversi liberamente, senza pericolo;
che i luoghi pubblici, il centro della vita sociale, siano anche a immagine
femminile: luoghi dove ci sia possibile circolare con agio e da sole, senza
tutela maschile, scardinando la netta e tradizionale separazione tra sfera
pubblica e sfera domestica, privata, considerata anche nella storia della
nostra cultura, il dominio se' delle donne ma anche il loro stesso recinto.
*
Non e' ancora un mondo come lo vorremmo, tutt'altro. Il modello di
democrazia occidentale mostra sempre piu' dei gravi limiti, tra cui al
centro sembra proprio situarsi una cittadinanza imperfetta per molti; il
liberalismo crescente, la legge del mercato e del profitto, il dominio delle
merci, tutto cio' crea profonde ingiustizie e disuguaglianze tra gli
individui e impoverisce l'ambiente: la nostra voce soprattutto nel campo
delle grandi scelte politiche come la guerra (e qui sta il nodo della
rappresentanza politica delle donne) non riesce ad elaborare strumenti che
non siano quelli che ci sono piu' usuali e consoni: la lenta e laboriosa
trasformazione degli individui, troppo lenta per fermare guerre, violenze e
ingiustizie, anche se siamo conscie che l'unica grande risorsa dell'umanita'
sta nel cambiamento personale.
Ma nella vita quotidiana, nei rapporti tra individui, nell'amore, nella
famiglia, con i figli molto lo abbiamo trasformato e tutto ha comportato una
grande avventura dell'umanita'. E' stata una rivoluzione nonviolenta della
nostra civilta', abituata invece a trasformazioni basate sul sacrificio di
vite umane e che ha portato guadagni anche alle donne che non vi hanno
partecipato.
Tutto questo dimostra che le culture si trasformano, sono in continuo
divenire e non sono ferme, possiamo lavorare a migliorarle, a far prevalere
i valori positivi. Ora anche mio padre mi guarda con occhi diversi.
*
Vi racconto tutto questo, amiche straniere, perche' penso che cio' che
abbiamo conquistato non riguardi solo le donne e solo le donne occidentali,
le italiane o le veneziane qui presenti: questa e' stata una strada di
"liberta'" per gli uomini e per le donne, e ha a che fare con la qualita'
della vita di tutti, compresi gli individui senza voce, i bambini, gli
anziani, i deboli; riguarda il realizzarsi di rapporti di sviluppo delle
potenzialita' umane. Si tratta di un percorso di pensiero e di pratiche che
mettono in discussione il dominio di qualcuno su un altro, in questo caso il
dominio maschile sulle donne. ma che proprio perche' affronta in se' la
questione del potere sulla vita di un altro incarna un messaggio di
liberazione universale.
Questo percorso segnato da questo noi ha dei limiti, non vi e' dubbio, e
forse voi che venite da fuori questi limiti li cogliete immediatamente: noi
abbiamo certamente privilegiato una parte di noi stesse, puo' sembrare che
abbiamo diminuito la nostra capacita' di amare e di fare dono di se'; forse
mostriamo poco il nostro bisogno, la debolezza, la fragilita'. Inoltre i
rapporti tra uomini e donne soffrono nel nostro mondo occidentale di un
disagio dovuto proprio alla trasformazione, alla grande scossa che si e'
prodotta ed e' in corso un complesso e per nulla risolto riequilibrio di
potere, che ha investito le parti inconsce, piu' intime degli individui. Su
questo gli uomini e le donne devono lavorare insieme e abbiamo bisogno del
vostro sguardo per capire cio' che forse abbiamo perso per strada e possiamo
insieme riacquistare tutti.
*
L'altra parola che il documento di proposta presenta e sulla quale volevo
aprire una riflessione e' la parola "razzismo", che siamo talmente abituati
ad usare credendo di conoscere cio' che indica che forse non sostiamo quanto
e' invece necessario.
Che cosa si nasconde sotto questa parola e dietro a comportamenti,
manifestazioni che sospettiamo di razzismo. Non mi riferisco, ovviamente, ad
atti violenti, ad aggressioni, a infami teorie di razza, in cui c'e' poco da
indagare, ma ai problemi piu' legati alla vicinanza, alla residenza.
In genere credo che cio' che scambiamo talvolta per razzismo sia paura. E
vorrei cercare di far comprendere, non di giustificare, ma di comprendere
che tale sentimento puo' essere legittimo e che non e' della paura che ci
dobbiamo spaventare, ne' chi la sente dentro di se' ne' chi la percepisce
verso di se'. Paura e' un segnale di allarme e l'allarme riguarda in effetti
la grande trasformazione delle nostre citta', dei luoghi di vita, la sfida
altissima che la multiculturalita' ci richiede e la richiede a tutti, senza
distinzioni, nativi e migranti, ricchi e poveri, uomini e donne. La paura
puo' riguardare il timore che si crei un condominio senza regole, senza
condivisione, senza il lavoro necessario perche' un luogo non sia un
semplice posto in cui vivere, ma sia un luogo di ricchezza per tutti, un
luogo capace di restituire bellezza e rispetto.
Le culture di appartenenza sono diverse, ognuna concepisce in maniera
differente lo spazio, il rapporto con il corpo, le categorie di sporco e
pulito, i rapporti tra uomini e donne e i figli, il senso dell'autorita', e
tutto cio' realmente pone dei grandi problemi; ma possiamo lavorare insieme
per trovare cio' che per tutti ha un valore insostituibile e
imprescindibile: il valore della vita reale, della sua cura e dalla cura dei
luoghi di vita. E se e' vero che le culture di provenienza sono differenti
e' vero anche che si trasformano nel confronto con altre e che ogni cultura
e' frutto di riaggiustamenti e migrazioni. Nessuna cultura e' chiusa in se
stessa, tanto piu' oggi, nel mondo dello scambio.
Il compito di noi native e' dunque quello di disarmare la paura e di
includervi nel nostro orizzonte di scambio, di negoziazione dei valori e
delle regole del vivere per una vera civilta' di rapporti.
A voi dobbiamo chiedere di riconoscere le regole e i valori di questi nostri
luoghi di vita per poter poi ridefinirli e trasformarli insieme.

6. SRI LANKA. ANNA TURLEY INTERVISTA SUNILA ABEYSEKERA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente intervista.
Anna Turley fa parte di Awid, associazione internazionale per lo sviluppo
dei diritti delle donne.
Sunila Abeysekera e' direttrice di "Inform - Centro di documentazione sui
diritti umani in Sri Lanka", ong che interviene in situazioni di conflitto e
zone di guerra; cofondatrice della Rete di formatrici al genere dell'Asia
del sud e del Forum asiatico su diritti umani e sviluppo; formatrice alla
trasformazione del conflitto e alla costruzione di pace; scrittrice e
critica cinematografica; nel 1998 ha ricevuto dalle Nazioni Unite lo Human
Rights Award, un riconoscimento ufficiale quale difensora dei diritti umani.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

- Anna Turley: Lo Sri Lanka ha sperimentato un continuo conflitto violento
negli ultimi tre decenni. Come descriveresti la situazione attuale?
- Sunila Abeysekera: Per cominciare, vorrei chiarire alcune cose. Il
conflitto in Sri Lanka e' sovente descritto come "etnico", un conflitto in
cui i rappresentanti armati della minoranza Tamil, le Tigri di liberazione
di Tamil Eeelan, stanno chiedendo uno stato separato. E' importante
riconoscere che questa descrizione serve spesso a mascherare le
discriminazioni e le ingiustizie che le comunita' di minoranza affrontano in
Sri Lanka. In piu', riduce i ruoli giocati da altri attori politici: i
musulmani, che in Sri Lanka sono meno dei Tamil, gli altri partiti politici
Tamil, vari gruppi paramilitari che agiscono in accordo con lo stato o
sanzionati da esso, le formazioni estremiste ed ultranazionaliste Sinhala,
le formazioni politiche buddiste come Janatha Vimukthi Peramuna (Jvp) ed il
partito politico dei monaci buddisti formato nel 2002, il Jathika Hela
Urumaya (Jhu).
Dopo molti anni di conflitto ed una serie di tentativi falliti di negoziare
una pace, nel febbraio 2002 il governo dello Sri Lanka e le Tigri, ovvero i
maggiori protagonisti dello scontro, hanno siglato un accordo sul cessare il
fuoco. Questo ha creato l'opportunita' per dare inizio a diversi processi,
formali e non formali, statali e non, per ricostruire le aree del nord e
dell'est che erano state devastate dal conflitto, e la vita delle comunita'
che avevano sofferto morte, distruzione di case, spostamenti forzati
continui. Il cessate il fuoco ha anche permesso la ricostruzione dei legami
necessari all'interazione fra i gruppi della societa' civile e durante
questo periodo, ad esempio, i gruppi di donne dell'est e del nord si sono
scambiati parecchie visite.
Purtroppo, nell'aprile 2003 il dialogo fra il governo e le Tigri si
interruppe, ed una scissione all'interno di questi ultimi ha complicato la
situazione. Da allora abbiamo visto un rapido deteriorarsi delle condizioni
di sicurezza, con una crescita esponenziale di violenze ed abusi dei diritti
umani, che nel solo periodo che va da giugno ad agosto 2006 ha dato come
risultato la morte di circa 1.500 civili. Oltre 200.000 persone sono state
forzate alla migrazione interna dall'aprile del 2006, e piu' di 12.000 sono
fuggite nell'India meridionale.
Fra le esperienze piu' terribili di questo periodo c'e' stato l'uso di
civili quali scudi umani da parte sia del governo sia delle Tigri, gli
attacchi a chiese e moschee dove le persone si rifugiavano per sfuggire ai
combattimenti, il reinsediamento forzato dei profughi interni in aree prive
di infrastrutture e senza alcuna garanzia di sicurezza, e molti
rastrellamenti su larga scala, in cui in particolare i civili Tamil vengono
arrestati in base a semplici sospetti, una misura resa possibile dalla
legislazione d'emergenza.
Al processo si accompagna un'erosione rapidissima dei principi e delle
liberta' democratiche; segnatamente i diritti di parola ed espressione, e la
liberta' di associazione. C'e' anche una crescente militarizzazione della
societa' nel suo insieme, con ufficiali in pensione che assumono ruoli
direttivi nelle amministrazioni civili e al governo, e la proliferazione
delle armi leggere che vengono usate per risolvere dispute private e
domestiche in ogni angolo del paese.
*
- Anna Turley: Le violazioni dei diritti umani delle donne in situazioni di
conflitto includono non solo gli abusi sessuali, ma anche le violazioni
relative ai loro diritti sociali, culturali ed economici. Che impatto ha
avuto il conflitto sulle donne dello Sri Lanka?
- Sunila Abeysekera: Nel lungo periodo, l'impatto degli spostamenti legati
al conflitto e la perdita delle abitazioni ha determinato un enorme
deterioramento nelle condizioni di vita delle donne appartenenti a varie
comunita' (Sinhala, Tamil e musulmana) che vivono nelle zone in cui si
combatte. Nel nord e nell'est le donne tradizionalmente si occupano di
attivita' agricole e di pesca e generano reddito. Tutto questo e' stato
distrutto dal conflitto e rende le donne maggiormente vulnerabili alla
malnutrizione ed allo sfruttamento. La situazione ha invariabilmente
aumentato la vulnerabilita' delle donne a tutte le forme di violenza fisica
e sessuale, dentro e fuori le cerchie familiari. Negli ultimi anni ci sono
stati molti casi di stupro e abuso sessuale di donne da parte dell'esercito,
e non sono stati perseguiti adeguatamente. Tra i casi portati alla luce dai
gruppi per i diritti umani e le attiviste femministe c'e' stato quello dello
stupro e dell'omicidio della ventenne Ilayathambi Tharshini a Punguduthivu,
un'isola esterna alla penisola di Jaffna, nel nord, il 15 dicembre 2005. Le
testimonianze accusano il personale militare della marina che ha una base
nei paraggi. Nell'agosto 2005, il corpo di una giovane donna fu trovato
nell'atrio del collegio metodista a Batticaloa: gli esami sul cadavere hanno
rivelato che era stata stuprata prima di essere uccisa.
Molte donne vengono anche assassinate, assieme a mariti e figli, in attacchi
brutali contro coloro che vengono sospettati di essere "informatori" di una
delle parti in conflitto. Nel maggio 2006, una famiglia di quattro persone
(due bambini, uno di quattro anni e uno di quattro mesi) e' stata uccisa a
colpi di arma da fuoco sull'isola di Kayts in Jaffna, mentre nel giugno 2006
un'altra famiglia simile (due genitori e due bambini di 8 e 6 anni) e' stata
distrutta a Vankalai, nella provincia nord-occidentale di Mannar. Numerose
donne sono state anche uccise "accidentalmente", dal fuoco incrociato.
*
- Anna Turley: Sembra che chi viola i diritti umani delle donne in Sri Lanka
possa farlo con una certa impunita', dovuta ad una cultura della paura e del
silenzio. Cosa stanno facendo le attiviste e le organizzazioni per i diritti
umani per migliorare questa situazione?
- Sunila Abeysekera: La questione cruciale e' fare in modo che la legge ed
il sistema giudiziario lavorino in favore delle vittime dell'abuso e della
violenza. I gruppi di donne di dimensioni nazionali con base nella capitale
Colombo hanno lavorato in collaborazione e solidarieta' con le donne
presenti nelle zone di conflitto, per attirare l'attenzione dell'opinione
pubblica e delle istituzioni sulle condizioni e i problemi che le donne
affrontano. Testimoniare e documentare le violazioni si e' dimostrato
estremamente difficile, un lavoro indebolito dalla preoccupazione per la
sicurezza delle vittime e delle sopravvissute, nonche' dalla preoccupazione
per la sicurezza di chi raccoglieva le informazioni. I gruppi femminili sono
stati molto attivi nei casi di violazione dei diritti umani delle donne,
portandoli anche all'attenzione delle organizzazioni internazionali per i
diritti umani.
Uno dei metodi creativi che sono ancora usati consiste nel tenere
manifestazioni regolari a Colombo, in cui la richiesta della fine del
conflitto e del ritorno alle negoziazioni e' collegata ai casi di violenza
sulle donne che il conflitto produce. Sono stati anche prodotti diversi
programmi televisivi in collaborazione con Young Asia television, servizi
centrati sulle istanze relative alle donne dello Sri Lanka che si trovano in
zone di conflitto. Questi sistemi vengono usati assieme a campagne di
pressione, conferenze stampa, aiuto concreto alle vittime.
*
- Anna Turley: I difensori e le difensore dei diritti umani in Sri Lanka
lavorano ovviamente in circostanze assai difficili, come dimostrano le
recenti uccisioni di volontari a Muttur. Che tecniche raccomanderesti agli
attivisti per i diritti umani, in Sri Lanka e nel mondo, affinche' possano
perseverare nel loro lavoro e non perdere la speranza?
- Sunila Abeysekera: Per quanto riguarda noi, ho visto che il tratto piu'
positivo e proficuo e' stato l'aver mantenuto contatti fra gruppi divisi dal
conflitto. Le donne sinhala, le donne tamil e le donne musulmane continuano
a lavorare insieme contro la violenza. Le madri dei soldati si sono unite
alle madri di coloro che i soldati hanno fatto "scomparire" nel chiedere
giustizia. L'amicizia e la solidarieta' ci sostengono. Siamo anche collegate
ai processi che favoriscono lo sviluppo dei diritti delle donne a livello
regionale ed internazionale, ed anche questo ci sostiene e nutre il nostro
spirito di resistenza.
Dobbiamo imparare le lezioni della storia, ovvero che in un giorno futuro,
anche se potra' essere tardi perche' ne beneficino alcune vittime e
sopravvissute, coloro che hanno commesso gli abusi saranno chiamati a
risponderne davanti alla giustizia, e dovranno assumere la responsabilita'
delle proprie azioni. Dobbiamo aver fiducia nella solidarieta'
internazionale, ed in istituzioni come il sistema dei diritti umani delle
Nazioni Unite, cosi' come dobbiamo aver fiducia in noi stesse e nei passi
avanti che riusciamo a compiere, per quanto a volte siano piccoli e quasi
invisibili, nel rompere il silenzio che circonda la violazioni dei diritti
umani delle donne in situazioni di conflitto.
*
- Anna Turley: Pensi che la pace in Sri Lanka, dopo cosi' tanti anni di
guerra e violenza, sia possibile?
- Sunila Abeysekera: Io credo nella pace, la speranza della pace e' cio' che
mi da' l'energia per continuare il mio lavoro. Anche se non la vedro'
raggiunta durante la mia esistenza, devo continuare a lavorare per la pace e
la giustizia in Sri Lanka, perche' e' cio' che i miei figli e le future
generazioni erediteranno su questa bellissima isola. Io non credo che le
persone siano violente o portate alla guerra in modo "immanente". So che
c'e' una vasta gamma di fattori politici e sociali che spingono la gente
verso la guerra e il conflitto violento. Credo che come esseri umani
razionali abbiamo tutte le potenzialita' per creare forme nonviolente di
risoluzione dei conflitti e per vivere insieme in armonia.

7. RISTAMPE. GIACOMO LEOPARDI: POESIE E PROSE (VOLUME PRIMO: POESIE)
Giacomo Leopardi, Poesie e prose (volume primo: Poesie), Mondadori, Milano
1987, 2003, 2006, pp. XCIV + 1114, euro 12,90 (in supplemento a vari
periodici Mondadori). E' l'edizione curata da Mario Andrea Rigoni, con un
ampio saggio introduttivo di cesare Galimberti: l'intera opera in versi di
Leopardi, un'opera che non cesseresti mai di rileggere.

8. LE ULTIME COSE. UN ANTICO DISCORSO PERSIANO SULLA NONVIOLENZA
[Dal nostro buon amico Verecondio Delaerzi, flologo e critico delle
ideologie, riceviamo e volentieri diffondiamo la seguente volgarizzazione]

In uno dei piu' celebri capitoli apocrifi perduti del Libro dei re, un
preteso discepolo di Firdusi il Paradisiaco attribuiva a Rustem il discorso
(palesemente fittizio, ed esercizio di eloquenza finanche legnoso e
scolastico) che di seguito forse non del tuto inutilmente trascriviamo.
*
E cosi' vi e' chi alla scelta della Via dell'azione che sempre salva e
giammai non nuoce e' arrivato non perche' persuaso da quei pochi che non
illecitamente la predicavano, ma per mero interrogarsi sul suo proprio
agire.
Costoro, di tutto incerti ed a nulla credendo, a questa medesima incertezza
si affidano e da essa traggono l'opinione che cosi' come essi per se'
rivendicano il diritto alla vita e alla dignita', parimenti ogni altra
persona ancora puo' per se stessa farlo, e su questo fondano il principio
che secondo un'antica legge noi definiamo con la formula: Tu non uccidere.
Tengono per fermo costoro che ogni persona ha diritto di salvar la propria
vita, ed aggiungono che il modo migliore di salvar la vita di tutti e' la
scelta comune della Via dell'azione che sempre salva e giammai non nuoce.
Non spregiano le leggi, ma la sopraffazione, e ove in una legge riconoscano
l'imposizione del potere di taluno, invece del diritto di tutti e dell'aiuto
a ciascuno, essa legge denunciano ed avversano e contrastano, e non si danno
requie finche' abbattuta non l'abbiano, e chiamano questo loro agire amare
la legge.
La severita' che usano verso se stessi non estendono ad altri, sanno che
tutti siamo fallibili, e ritengono essere la misericordia la forma piu' alta
di giustizia.
Ma questa misericordia combatte l'ingiustizia, non la subisce; la smaschera
e l'affronta, non l'occulta; la dice, non la tace. Questa misericordia che
lotta essi chiamano la Via dell'azione che sempre salva e giammai non nuoce.
Non credendo negli dei, non credendo nei re, non credendo negli onori e
nelle distinzioni, essi non hanno alcun desiderio se non di una vita degna,
e ritengono degna la propria vita solo ove degna sia la vita di tutti, e
finche' anche una sola e' oppressa persona essi ritengono indegna la propria
stessa vita se non e' intesa a lottare contro quell'oppressione.
Ritengono che violenza e menzogna siano una sola cosa; e tengono altresi'
l'ignoranza per menzogna, e quindi per violenza.
Sono nemici a tutti come a se stessi, ed a se stessi e a tutti amici. Sanno
che sempre l'uno si divide in due. Sanno che c'e' solo il cammino, non la
meta. il cammino e' la meta: ed in questo cammino sappi tu porti al servizio
dell'umiliato e del sofferente.
Dicono che la Via dell'azione che sempre salva e giammai non nuoce puo'
essere detta con molti nomi, e che ogni persona sa cosa sia, se solo guarda
nel fondo del suo cuore, nel volto altrui, se solo ascolta il fischio
sottile del vento, l'umidita' della notte, il pigolio dei passeri, il
crescere silente del filo d'erba, la voce del fiume che scorre.
Amano il mondo. Piangono di gioia quando vedono un albero gemmare.
Pensano gli esseri umani essere fatti per esser felici. Insieme.
Sanno di essere, come tutti, impastati di luce e di ombra, di bene e di
male. Praticano la benevolenza, conoscono la collera, combattono contro se
stessi.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1451 del 17 ottobre 2006

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