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Voci e volti della nonviolenza. 44



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 44 del 17 ottobre 2006

In questo numero:
1. Ron Kovic: spezzare il silenzio della notte
2. Et coetera

1. RON KOVIC: SPEZZARE IL SILENZIO DELLA NOTTE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Ron Kovic]

"Vi sono momenti in cui il silenzio e' tradimento"
(Martin Luther King, 4 aprile 1967)

Tutto comincia cosi', con il farsi domande, il dubitare, la sensazione che
qualcosa non sia giusto: come quel giorno in cui il capitano diede fuoco
alla capanna della donna vietnamita, o la notte in cui uccidemmo donne e
bimbi per errore. Tutto inizia da qualche parte. Possono essere stati i
civili innocenti uccisi ad un check-point a nord di Baghdad, o i bambini
morti allineati sulla strada a Kirkuk, o quella notte a Nasiriyah in cui
buttarono giu' a calci la porta di una casa, urlando ai bambini e
maledicendoli mentre sbattevano il padre per terra, gli legavano le mani
dietro la schiena e gli infilavano la testa in un cappuccio. Ma tu resti
zitto, non dici nulla. Ti e' stato insegnato ad eseguire gli ordini, ad
obbedire e a non porre domande, a fare esattamente quello che ti si dice di
fare. Lo hai imparato al campo di addestramento.
Lo impari proprio dal primo giorno a Parris Island, quando l'istruttore
comincia a trapanarti le orecchie con le sue urla. E' "sissignore" e
"nossignore", con niente nel mezzo. C'e' abuso fisico e verbale, minacce
viziose, il costante spingerti fuori equilibrio. E' un processo di
condizionamento potente, un processo che e' cominciato molto tempo fa, ben
prima che noi firmassimo quelle carte alle locali stazioni di reclutamento
nelle nostre citta', un processo profondamente radicato nella psiche e nella
cultura americane, che mostra la sua influenza sin dalla nostra tenera
infanzia.
*
Io sono nato il giorno del compleanno del mio paese, nel 1946. Sono
cresciuto all'ombra della guerra fredda, dopo la seconda guerra mondiale.
Sia mio padre sia mia madre prestarono servizio nella marina durante questa
guerra. Fu durante il servizio che si incontrarono e si sposarono, e i loro
figli sarebbero stati i bambini del "baby boom". Sembrava un bel periodo. Un
tempo di innocenza, patriottismo, lealta', e pure di conformismo ed
obbedienza. La minaccia del comunismo era ovunque, non ci saremmo mai
sognati di metterla in discussione. Non avevamo dubbi. Credevamo nei nostri
leader ed avevamo piena fiducia in loro. L'America aveva sempre ragione.
Quando mai avevamo avuto torto? Eravamo la piu' potente nazione sul pianeta
e non avevamo mai perso una guerra, ma tutto questo doveva cambiare, stava
per essere spazzato via dal Vietnam.
Mi ricordo sfilare durante il Memorial Day, con i miei genitori sul
marciapiede a sventolare con orgoglio la bandiera statunitense. C'erano film
di guerra, e fumetti di guerra, e i fucili giocattolo per Natale e i piccoli
soldatini di plastica verde con cui giocavo nel cortile, combattendo i
giapponesi e i tedeschi, attaccando bunker immaginari con bazooka e
lanciafiamme, e sognando il momento in cui noi ragazzini saremmo diventati
uomini, come i nostri padri prima di noi.
*
Andai volontario in Vietnam nel 1965, solo per tornare poi ad un paese
profondamente diviso. Ricordo di aver pianto quando vidi su un giornale la
fotografia di una bandiera americana bruciata durante una manifestazione
contro la guerra a New York. Mi sentivo oltraggiato, e volevo dare esempio
di patriottismo, cosi' andai volontario in Vietnam per la seconda volta,
pronto a morire per il mio paese se ce ne fosse stato bisogno. Prima di
partire decisi che avrei tenuto un diario durante il servizio: ce l'ho
ancora, e' un po' consumato e le pagine tendono a scollarsi, ma le parole
che ho scritto circa quarant'anni fa sono ancora li'. Il 18 gennaio 1968,
prima che mi sparassero ed io rimanessi paralizzato, avevo scritto: "Il
tempo scorre cosi' veloce che mi sembra di aver passato qui cento anni. Amo
la mia grande nazione e sono pronto a morire per la liberta'".
*
Come molti statunitensi che hanno prestato servizio in Vietnam, e come
quelli che stanno ora prestando servizio in Iraq, e come innumerevoli altri
esseri umani durante la storia, ero disposto a dare la mia vita senza
realmente sapere cosa questo significasse. Avevo fiducia, e credevo, e non
avevo ragioni per dubitare della sincerita' o delle motivazioni del mio
governo.
Fu solo molti mesi piu' tardi, all'ospedale dei veterani a New York, che
cominciai a domandarmi se io e gli altri che eravamo andati in guerra
c'eravamo andati per niente. Fu una primavera violenta. Martin Luther King
era stato ucciso a Memphis ed io stavo leggendo il libro di Robert F.
Kennedy "Cercare un mondo nuovo" nel mio letto d'ospedale quando Kennedy fu
assassinato a Los Angeles. Kennedy era stato il candidato contro la guerra,
e ricordo che il suo libro lo presi dapprima esitando, perche' le sue
opinioni sembravano cosi' differenti dalla mie, ma c'era qualcosa che mi
attraeva, in lui e nella sua richiesta di por fine alla guerra. Forse
perche' ero circondato da feriti e paraplegici, o forse erano le centinaia
di americani che continuavano a morire ogni settimana, ma ricordo che la sua
morte mi riempi' di infinita tristezza, la stessa che avevo provato nel 1963
quando era stato il presidente John F. Kennedy ad essere assassinato.
Ero stato cosi' sicuro della vittoria, prima, ma ogni giorno comprendevo
sempre di piu' che non avremmo vinto in Vietnam. Provavo dolore e mi sentivo
tradito dai miei governanti. Avevano idea, costoro, dei sacrifici che
avevamo fatto, di quanti erano morti e di quanti altri erano mutilati, come
me? Depresso e triste, continuavo a prendere in prestito libri dalla
biblioteca dell'ospedale. Scoprii il diario di Che Guevara e mi sentivo a
disagio tenendolo in mano mentre sedevo paralizzato nella mia carrozzella,
perche' temevo che qualcuno potesse sorprendermi mentre leggevo cio' che "il
nemico" aveva scritto: ma io, ora, "il nemico" volevo conoscerlo. Volevo
sapere chi erano queste persone che mi era stato insegnato ad odiare, chi
erano queste persone che ero stato mandato a combattere ed uccidere.
*
Ricordo quando assieme ad altri veterani paralizzati guardammo in
televisione le proteste di Chicago, nel 1968, mentre si teneva la convention
repubblicana. La folla di dimostranti nelle strade cantava: "Il mondo intero
sta guardando!", e venivano picchiati e feriti dalla polizia e trascinati
sanguinanti sui furgoni. La maggioranza dei miei compagni li malediceva e li
chiamava traditori, ma io mi sentivo in modo molto differente quella sera.
Quel che la polizia aveva fatto era sbagliato, e sebbene non condividessi
questo giudizio con nessun altro, cominciai a provare simpatia per i
dimostranti.
Non molto tempo dopo lasciai l'ospedale ed andai all'universita', a Long
Island, deciso a dare una svolta alla mia vita. Il campus era quieto,
pacifico, e per la prima volta assistevo ad appassionati scambi di idee e di
differenti punti di vista. La maggior parte delle discussioni vertevano
sulla guerra e sul perche' dovesse finire. C'erano veglie, candele accese,
la canzone di John Lennon "Give peace a chance"; c'era il poster sull'infame
massacro di My Lai con la scritta: "Anche i bambini?".
Ne fui sconvolto. Non facevo altro che ripensare alla notte in cui donne e
bambini vennero uccisi per errore, al vecchio signore a cui il cervello
usciva dalla testa, al bimbo a cui erano fatti saltare i piedi e che
penzolava da un ramo. Continuai a frequentare le lezioni e a tenere per me i
miei pensieri.
*
In quel periodo lessi il saggio di Thoreau sulla disobbedienza civile e fui
immediatamente colpito dai concetti di resistenza e non-cooperazione: essi
sembravano contraddire cio' in cui avevo creduto sin da ragazzino, ovvero
che il mio paese aveva sempre ragione, e non poteva fare alcunche' di
sbagliato. L'idea che noi, come cittadini, avevamo il diritto di seguire le
nostre coscienze e di opporci a leggi ingiuste ed immorali ebbe un grande
effetto su di me. Venni a conoscenza del fatto che il senatore McCarthy
aveva tentato di mettere al bando il saggio di Thoreau, e che esso aveva
influenzato le filosofie del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King rispetto
alla nonviolenza creativa come tecnica per il cambiamento sociale.
Poi ci fu "L'autobiografia di Malcom X", e "Negro", di Dick Gregory e "Cuore
di tenebra" di Joeseph Conrad, che esponevano le brutalita' e l'orrore del
colonialismo, e i testi di Jerry Rubin e Abbie Hoffman, e l'articolo del
sergente dei "berretti verdi" Donald Duncan, che si opponeva alla guerra. E
c'erano i sit-in alla Columbia University, e Woodstock, e la radio
alternativa Wbai che ascoltavo durante la notte nella mia stanza,
profondamente commosso dalle parole della protesta, dalla richiesta che il
potere fosse restituito alle persone e dai testi delle canzoni pacifiste.
Tutto mi dava una prospettiva interamente diversa di quel che stava
accadendo, in Vietnam e a casa nostra.
Gli Usa sembravano sul punto di lacerarsi, mai la nazione era stata piu'
polarizzata, mai la gente era stata cosi' divisa. Tutto veniva interrogato e
discusso, nulla era piu' sacro, e persino l'esistenza di Dio era dubbia. Mi
sembrava che la terra franasse sotto di me, perche' nulla sembrava piu'
certo, e in nulla si poteva piu' avere fiducia, o credere.
*
In quel periodo ricevetti una telefonata dal mio amico Bobby Muller, che
avevo incontrato all'ospedale dei veterani, e che come me era rimasto
paralizzato in Vietnam. Mi chiese se volevo andare con lui al liceo
Levittown Memorial di Long Island, a parlare contro la guerra. Esitai, gli
dissi che non mi sentivo sicuro. Non avevo mai parlato in pubblico
precedentemente, e l'idea che il mio primo discorso fosse contro la guerra
mi spaventava. Quando riappesi il ricevitore provavo una dolorosa sensazione
allo stomaco. Una parte di me voleva parlare, dire tutto quello che avevo
visto in Vietnam e all'ospedale, un'altra non poteva fare a meno di
chiedersi cosa mi sarebbe accaduto se lo avessi fatto. Mi avrebbero chiamato
traditore? Sarei finito schedato dall'Fbi, non piu' il tranquillo studente
seduto sulla sua carrozzella, ma ora un partecipante diretto, un radicale,
un manifestante? Si trattava di passare la linea, e di raggiungere quelle
stesse persone che un tempo avevo creduto dei traditori. Cos'avrebbero
pensato i miei genitori se lo avessero saputo? E i veterani all'universita',
cos'avrebbero detto? Si sarebbero sentiti traditi, questa volta da me?
Bobby mi richiamo' parecchie volte quella settimana, un po' impaziente, ma
ancora io esitavo, gli rispondevo che non avevo le idee chiare. Infine gli
dissi di chiamarmi la mattina in cui bisognava tenere l'incontro, e gli
avrei dato una risposta definitiva. La notte non riuscii a dormire, mi
rigiravo tormentato dalla paura e dai dubbi, ma quando Bobby chiamo' come
gli avevo chiesto di fare, gli dissi che sarei andato con lui.
Sono passati quasi quarant'anni, ma ricordo ancora perfettamente ogni
dettaglio dell'episodio. Il mio ingresso in carrozzella, Bobby gia' seduto
al palco con un insegnante, la mia testa che si gira a guardare gli
studenti, cosi' simili a cio' che anch'io ero stato, giovani e innocenti,
fiduciosi e pronti a credere senza fare domande. Bobby parlo' per primo, e
pochi minuti dopo io presi lentamente il microfono, e con una voce che
ricordo leggermente ansiosa cominciai a raccontare. Dapprima dell'ospedale,
del sovraffollamento e dei topi, e quando cominciavo a spiegare come ero
stato ferito in Vietnam suono' l'allarme della scuola. Ci fu un fuggi fuggi
generale, e uno degli insegnanti ci spiego' che qualcuno aveva telefonato
dicendo che c'era una bomba nella scuola. Mi sentivo spaventato, arrabbiato
e oltraggiato, allo stesso tempo. Chi poteva volere che io non parlassi? Uno
studente, un insegnante, un genitore, e perche'? Non lo avrei mai saputo,
pero' ora sapevo che qualcuno, quel mattino, aveva fatto uno sforzo per
mettermi a tacere. Questo mi colpi' profondamente. Dopo una breve
discussione, l'incontro continuo' nel campo da football, dove terminai il
mio discorso, ormai fermamente deciso a non lasciarmi zittire mai piu'.
*
Poi ci fu la mia prima dimostrazione a Washington, con i Veterani dei
Vietnam contro la guerra, e poi arresti, telefono sotto controllo, mesi e
anni di discorsi in pubblico, mentre continuavo a scoprire che l'America era
ben differente dall'immagine in cui avevo creduto da ragazzo. Ci furono
processi, giorni e notti in galera sulla mia carrozzella, mentre mi sentivo
molto piu' un criminale che qualcuno che aveva rischiato la vita per il
proprio paese, e pero' non smisi di parlare.
Forse era il senso di colpa del sopravvissuto, o il mio disperato bisogno di
essere perdonato e di tenere altri lontano dalla possibilita' di fare cio'
che io avevo fatto, ma mentre sedevo in mezzo alle folle di dimostranti il
mio cuore si apriva come non si era mai aperto prima, e condividevo tutto,
gli orrori e gli incubi, tutte le cose che avevo tenuto sepolte dentro di
me, e che avevo avuto terrore di portare alla luce. Si puo' dire che in un
certo senso io stessi confessando i miei peccati all'America. Molte notte,
ritornando da questi incontri e dimostrazioni al mio appartamento, ero
comunque turbato, perche' sapevo che con il sonno sarebbe tornato il
Vietnam, e io sarei stato di nuovo la', e dopo poche ore di sonno mi sarei
svegliato con il cuore che batteva all'impazzata, sentendomi terribilmente
solo e chiedendomi il perche' di tanto dolore e della mia agonia.
*
Solo pochi anni prima avevo ascoltato, con le lacrime agli occhi, il
presidente John F. Kennedy, chiamare la mia generazione una "nuova
frontiera", e chiedere a tutti noi di essere pronti a sopportare ogni
durezza per far vivere la liberta'. Quelle parole mi inseguono ancora oggi.
Da qualche parte, lungo la strada, abbiamo preso la curva sbagliata,
lasciandoci alle spalle i nostri ideali e tradendo le radici stesse del
nostro rivoluzionario passato. Invece dei "campioni della liberta'", abbiamo
fatto emergere impostori, corrotti, bugiardi, e una mostruosita' spaventosa.
Ci siamo posti dal lato sbagliato della storia. Il paese che difendeva la
liberta' e' diventato un tiranno, un bullo arrogante, un crudele
sfruttatore. Indossando la falsa maschera di liberatori, promettendo
democrazia, abbiamo rubato e stuprato, pervertito e calunniato, sostenendo i
piu' detestabili tiranni e despoti pur di espandere il nostro sanguinario
impero, causando morte e sofferenza ad innumerevoli esseri umani.
*
Quando la guerra in Vietnam fini', nel 1975, con il suo termine rinacque la
speranza di cambiamento per l'America. Tragicamente, questa speranza non si
e' avverata, ed il sogno di un'America piu' pacifica e nonviolenta e' stato
impedito da un governo che continua a rifiutare la realta' dei terribili
crimini che ha commesso in nome nostro.
Per i tre anni e mezzo appena trascorsi io ho guardato con orrore l'immagine
allo specchio di un altro Vietnam comporsi in Iraq. Oltre 2.700 statunitensi
sono morti, circa 20.000 i feriti, decine e decine di migliaia gli innocenti
civili iracheni uccisi, e molti di essi erano bambini, e donne. Rifiutandosi
di imparare dalla lezione del Vietnam, il nostro governo continua a
distorcere, manipolare e negare, facendo di tutto pur di nascondere al
popolo americano le sue vere intenzioni. La "guerra al terrorismo",
purtroppo, e' diventata una "guerra di terrore". Questo governo non si e'
mai chiesto quanto le sue oltraggiose provocazioni e le sue aggressioni
violente abbiamo messo in pericolo i cittadini di questo paese. Mai prima
d'ora, in 230 anni passati dalla nostra rivoluzione, le nostre vite e i
nostri diritti sono stati cosi' seriamente minacciati. Un'era di arroganza,
brutalita' e violenza pare tornata dal passato a tormentarci. L'11 settembre
e' accaduto. La maschera e' stata strappata. Le menzogne sono state messe a
nudo e nudo e' il nostro criminale governo di fronte al mondo intero.
*
Le mie sono parole dure, e la verita' puo' provocare disagio, ma quando
avra' fine questo silenzio? Quando ci decideremo ad ammettere che
l'assassino vive in casa nostra, e che chi doveva proteggere la nostra vita
e la nostra liberta' le sta invece continuamente ferendo con azioni immorali
ed ingiuste?
Siamo diventati cosi' compiacenti, e il nostro governo ci ha intimiditi al
punto tale che non ricordiamo piu' il diritto al dissenso che abbiamo come
diritto di nascita? L'11 settembre ci ha raggelati al punto che daremo via
liberta' e diritti per la promessa di una sicurezza che non esiste, fornita
da un governo che ci minaccia?
Quanto ci vorra', prima che noi finalmente si comprenda la verita' di questa
crisi? Quanti altri attacchi terroristici, guerre prive di senso, bare
avvolte nella bandiera, madri disperate, e figli paraplegici o mutilati o
impazziti ci vogliono, prima che il silenzio di questa notte vergognosa
venga spezzato?
Apriamo i nostri cuori, e parliamo in quel modo in cui non abbiamo mai
parlato prima, sapendo che la nostra stessa esistenza dipende da cio', e che
ad essere in gioco e' la stessa sopravvivenza della nostra nazione. Non
permettiamo al silenzio di defraudarci del nostro destino.

2. ET COETERA

Ron Kovic, veterano del Vietnam da cui torno' paralizzato, e' uno dei piu'
noti attivisti contro la guerra; sulla sua vicenda e' basato il film "Nato
il 4 di luglio" di Oliver Stone.

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Numero 44 del 17 ottobre 2006

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