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La nonviolenza e' in cammino. 1452



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1452 del 18 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Afghanistan
2. Guenther Anders: Tesi sull'eta' atomica
3. Marc W. Herold: Stragismo e vittime civili in Afghanistan
4. Simone Weil: Nell'irreale
5. A Verona il 21-22 ottobre un seminario su "La politica della nonviolenza"
6. Riletture: Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg
7. Riletture: Lucia Borghese, Invito alla lettura di Heinrich Boell
8. Riedizioni: Hermann Hesse, Poesie
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. AFGHANISTAN
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro le violazioni dei
diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14 ottobre 2006]

Salvare Gabriele Torsello.
Salvare tutte le vite. Cessare la guerra.
Sia pace in Afghanistan.
*
Cessi la partecipazione italiana alla guerra e s'impegni l'Italia perche' la
guerra cessi, perche' cessino le stragi, perche' si smilitarizzi il
conflitto, le parti disarmino, tutte le vittime siano soccorse. Vi e' una
sola umanita'.

2. DOCUMENTI. GUENTHER ANDERS: TESI SULL'ETA' ATOMICA
[Ancora una volta ripubblichiamo questo breve ma capitale testo di Guenther
Anders. Riprendiamo il testo dall'appendice all'edizione italiana del libro
di Guenther Anders, Der Mann auf der Brueke. Tagebuch aus Hiroshima und
Nagasaki, apparso col titolo Essere o non essere, presso Einaudi, Torino
1961, nella traduzione di Renato Solmi (questo maestro grande e generoso che
cogliamo l'occasione per salutare e ringraziare ancora una volta). Come li'
si specifica, queste Tesi sull'eta' atomica sono "un testo improvvisato
dall'autore dopo un dibattito sui problemi morali dell'eta' atomica
organizzato da un gruppo di studenti dell'Universita' di Berlino-Ovest, e
uscito nell'ottobre 1960 nella rivista 'Das Argument - Berliner Hefte fuer
Politik und Kultur' [nota del traduttore]". Guenther Anders (pseudonimo di
Guenther Stern, "anders" significa "altro" e fu lo pseudonimo assunto quando
le riviste su cui scriveva gli chiesero di non comparire col suo vero
cognome) e' nato a Breslavia nel 1902, figlio dell'illustre psicologo
Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si laureo' in filosofia nel 1925.
Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo, trasferitosi negli Stati
Uniti d'America, visse di disparati mestieri. Tornato in Europa nel 1950, si
stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992. Strenuamente impegnato contro la
violenza del potere e particolarmente contro il riarmo atomico, e' uno dei
maggiori filosofi contemporanei; e' stato il pensatore che con piu' rigore e
concentrazione e tenacia ha pensato la condizione dell'umanita' nell'epoca
delle armi che mettono in pericolo la sopravvivenza stessa della civilta'
umana; insieme a Hannah Arendt (di cui fu coniuge), ad Hans Jonas (e ad
altre e altri, certo) e' tra gli ineludibili punti di riferimento del nostro
riflettere e del nostro agire. Opere di Guenther Anders: Essere o non
essere, Einaudi, Torino 1961; La coscienza al bando. Il carteggio del pilota
di Hiroshima Claude Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi
Linea d'ombra, Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la
coscienza al bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo:
Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale),
Il Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e'
antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca
della terza rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992,
2003; Discorso sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990;
Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann,
Giuntina, Firenze 1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni
Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre:
Kafka. Pro e contro, Corbo, Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri,
Ferrara 1991; Patologia della liberta', Palomar, Bari 1993; Amare, ieri,
Bollati Boringhieri, Torino 2004; L'odio e' antiquato, Bollati Boringhieri,
Torino 2006. In rivista testi di Anders sono stati pubblicati negli ultimi
anni su "Comunita'", "Linea d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders:
cfr. ora la bella monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio
disperazione. Tre studi su Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino
2003; singoli saggi su Anders hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio,
Goffredo Fofi, Umberto Galimberti; tra gli intellettuali italiani che sono
stati in corrispondenza con lui ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi]

Hiroshima come stato del mondo. Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, e'
cominciata un nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque
momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un'altra Hiroshima. Da quel
giorno siamo onnipotenti modo negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni
momento, cio' significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti.
Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca e'
l'ultima: poiche' la sua differenza specifica, la possibilita'
dell'autodistruzione del genere umano, non puo' aver fine - che con la fine
stessa.
 *
Eta' finale e fine dei tempi. La nostra vita si definisce quindi come
"dilazione"; siamo quelli-che-esistono-ancora. Questo fatto ha trasformato
il problema morale fondamentale: alla domanda "Come dobbiamo vivere?" si e'
sostituita quella: "Vivremo ancora?". Alla domanda del "come" c'e' - per noi
che viviamo in questa proroga - una sola risposta: "Dobbiamo fare in modo
che l'eta' finale, che potrebbe rovesciarsi ad ogni momento in fine dei
tempi, non abbia mai fine; o che questo rovesciamento non abbia mai luogo".
Poiche' crediamo alla possibilita' di una "fine dei tempi", possiamo dirci
apocalittici; ma poiche' lottiamo contro l"apocalissi da noi stessi creata,
siamo (e' un tipo che non c'e' mai stato finora) "nemici dell'apocalissi".
*
Non armi atomiche nella situazione politica, ma azioni politiche nella
situazione atomica. La tesi apparentemente plausibile che nell'attuale
situazione politica ci sarebbero (fra l'altro) anche "armi atomiche", e' un
inganno. Poiche' la situazione attuale e' determinata esclusivamente
dall'esistenza di "armi atomiche", e' vero il contrario: che le cosiddette
azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica.
*
Non arma ma nemico. Cio' contro cui lottiamo, non e' questo o
quell'avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi
atomici, ma la situazione atomica in se'. Poiche' questo nemico e' nemico di
tutti gli uomini, quelli che si sono considerati finora come nemici
dovrebbero allearsi contro la minaccia comune. Organizzazioni e
manifestazioni pacifiche da cui sono esclusi proprio quelli con cui si
tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione compiaciuta
e spreco di tempo.
*
Carattere totalitario della minaccia atomica. La tesi prediletta da Jaspers
fino a Strauss suona: "La minaccia totalitaria puo' essere neutralizzata
solo con la minaccia della distruzione totale". E' un argomento che non
regge. 1) La bomba atomica e' stata impiegata, e in una situazione in cui
non c'era affatto il pericolo, per chi la impiego', di soccombere a un
potere totalitario. 2) L'argomento e' un relitto dell'epoca del monopolio
atomico; oggi e' un argomento suicida. 3) Lo slogan "totalitario" e' desunto
da una situazione politica, che non solo e' gia' essenzialmente mutata, ma
continuera' a cambiare; mentre la guerra atomica esclude ogni possibilita'
di trasformazione. 4) La minaccia della guerra atomica, della distruzione
totale, e' totalitaria per sua natura: poiche' vive del ricatto e trasforma
la terra in un solo Lager senza uscita. Adoperare, nel preteso interesse
della liberta', l'assoluta privazione della stessa, e' il non plus ultra
dell'ipocrisia.
*
Cio' che puo' colpire chiunque riguarda chiunque. Le nubi radioattive non
badano alle pietre miliari, ai confini nazionali o alle "cortine". Cosi',
nell'eta' finale, non ci sono piu' distanze. Ognuno puo' colpire chiunque ed
essere colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro agli
effetti dei nostri prodotti (che non ci procurerebbe solo ignominia mortale,
ma morte ignominiosa), dobbiamo fare in modo che l'orizzonte di cio' che ci
riguarda, e cioe' l'orizzonte della nostra responsabilita', coincida con
l'orizzonte entro il quale possiamo colpire o essere colpiti; e cioe' che
diventi anch'esso globale. Non ci sono piu' che "vicini".
*
Internazionale delle generazioni. Cio' che si tratta di ampliare, non e'
solo l'orizzonte spaziale della responsabilita' per i nostri vicini, ma
anche quello temporale. Poiche' le nostre azioni odierne, per esempio le
esplosioni sperimentali, toccano le generazioni venture, anch'esse rientrano
nell'ambito del nostro presente. Tutto cio' che e' "venturo" e' gia' qui,
presso di noi, poiche' dipende da noi. C'e', oggi, un'"internazionale delle
generazioni", a cui appartengono gia' anche i nostri nipoti. Sono i nostri
vicini nel tempo. Se diamo fuoco alla nostra casa odierna, il fuoco si
appicca anche al futuro, e con la nostra cadono anche le case non ancora
costruite di quelli che non sono ancora nati. E anche i nostri antenati
appartengono a questa "internazionale": poiche' con la nostra fine
perirebbero anch'essi,  per la seconda volta (se cosi' si puo' dire) e
definitivamente. Anche adesso sono "solo stati"; ma con questa seconda morte
sarebbero stati solo come se non fossero mai stati.
*
Il nulla non concepito. Cio' che conferisce il massimo di pericolosita' al
pericolo apocalittico in cui viviamo, e' il fatto che non siamo attrezzati
alla sua stregua, che siamo incapaci di rappresentarci la catastrofe.
Raffigurarci il non-essere (la morte, ad esempio, di una persona cara) e'
gia' di per se' abbastanza difficile; ma e' un gioco da bambini rispetto al
compito che dobbiamo assolvere come apocalittici consapevoli. Poiche' questo
nostro compito non consiste solo nel rappresentarci l'inesistenza di
qualcosa di particolare, in un contesto universale supposto stabile e
permanente, ma nel supporre inesistente questo contesto, e cioe' il mondo
stesso, o almeno il nostro mondo umano. Questa "astrazione totale" (che
corrisponderebbe, sul piano del pensiero e dell'immaginazione, alla nostra
capacita' di distruzione totale) trascende le forze della nostra
immaginazione naturale. "Trascendenza del negativo". Ma poiche', come
homines fabri, siamo capaci di tanto (siamo in grado di produrre il nulla
totale), la capacita' limitata della nostra immaginazione (la nostra
"ottusita'") non deve imbarazzarci. Dobbiamo (almeno) tentare di
rappresentarci anche il nulla.
*
Utopisti a rovescio. Ecco quindi il dilemma fondamentale della nostra epoca:
"Noi siamo inferiori a noi stessi", siamo incapaci di farci un'immagine di
cio' che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo "utopisti a
rovescio": mentre gli utopisti non sanno produrre cio' che concepiscono, noi
non sappiamo immaginare cio' che abbiamo prodotto.
*
Lo "scarto prometeico". Non e' questo un fatto fra gli altri; esso
definisce, invece, la situazione morale dell'uomo odierno: la frattura che
divide l'uomo (o l'umanita') non passa, oggi, fra lo spirito e la carne, fra
il dovere e l'inclinazione, ma fra la nostra capacita' produttiva e la
nostra capacita' immaginativa. Lo "scarto prometeico".
*
Il "sopraliminare". Questo "scarto" non divide solo immaginazione e
produzione, ma anche sentimento e produzione, responsabilita' e produzione.
Si puo' forse immaginare, sentire, o ci si puo' assumere la responsabilita',
dell'uccisione di una persona singola; ma non di quella di centomila. Quanto
piu' grande e' l'effetto possibile dell'agire, e tanto piu' e' difficile
concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto piu' grande lo "scarto",
tanto piu' debole il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila persone
premendo un tasto, e' infinitamente piu' facile che ammazzare una sola
persona. Al "subliminare", noto dalla psicologia (lo stimolo troppo piccolo
per provocare gia' una reazione), corrisponde il "sopraliminare": cio' che
e' troppo grande per provocare ancora una reazione (per esempio un
meccanismo inibitorio).
 *
La sensibilita' deforma, la fantasia e' realistica. Poiche' il nostro
orizzonte vitale (l'orizzonte entro cui possiamo colpire ed essere colpiti)
e l'orizzonte dei nostri effetti e' ormai illimitato, siamo tenuti, anche se
questo tentativo contraddice alla "naturale ottusita'" della nostra
immaginazione, a immaginare questo orizzonte illimitato. Nonostante la sua
naturale insufficienza, e' solo l'immaginazione che puo' fungere da organo
della verita'. In ogni caso, non e' certo la percezione. Che e' una "falsa
testimone": molto, ma molto piu' falsa di quanto avesse inteso ammonire la
filosofia greca. Poiche' la sensibilita' e' - per principio - miope e
limitata e il suo orizzonte assurdamente ristretto. La terra promessa degli
"escapisti" di oggi non e' la fantasia, ma la percezione.
Di qui il nostro (legittimo) disagio e la nostra diffidenza verso i quadri
normali (dipinti, cioe', secondo la prospettiva normale): benche' realistici
in senso tradizionale, sono (proprio loro) irrealistici, perche' sono in
contrasto con la realta' del nostro mondo dagli orizzonti infinitamente
dilatati.
*
Il coraggio di aver paura. La viva "rappresentazione del nulla" non si
identifica con cio' che si intende in psicologia per "rappresentazione"; ma
si realizza in concreto come angoscia. Ad essere troppo piccolo, e a non
corrispondere alla realta' e al grado della minaccia, e' quindi il grado
della nostra angoscia. - Nulla di piu' falso  della frase cara alle persone
di mezza cultura, per cui vivremmo gia' nell'"epoca dell'angoscia". Questa
tesi ci e' inculcata dagli agenti ideologici di coloro che temono solo che
noi si possa realizzare sul serio la vera paura, adeguata al pericolo. Noi
viviamo piuttosto nell'epoca della minimizzazione e dell'inettitudine
all'angoscia. L'imperativo di allargare la nostra immaginazione significa
quindi in concreto che dobbiamo estendere e allargare la nostra paura.
Postulato: "Non aver paura della paura, abbi coraggio di aver paura. E anche
quello di far paura. Fa' paura al tuo vicino come a te stesso". Va da se'
che questa nostra angoscia deve essere di un tipo affatto speciale: 1)
Un'angoscia senza timore, poiche' esclude la paura di quelli che potrebbero
schernirci come paurosi. 2) Un'angoscia vivificante, poiche' invece di
rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze. 3) Un'angoscia
amante, che ha paura per il mondo, e non solo di cio' che potrebbe
capitarci.
*
Fallimento produttivo. L'imperativo di allargare la portata della nostra
immaginazione e della nostra angoscia finche' corrispondano a quella di cio'
che possiamo produrre e provocare, si rivelera' continuamente
irrealizzabile. Non e' nemmeno detto che questi tentativi ci consentano di
fare qualche passo in avanti. Ma anche in questo caso non dobbiamo lasciarci
spaventare; il fallimento ripetuto non depone contro la ripetizione del
tentativo. Anzi, ogni nuovo insuccesso e' salutare, poiche' ci mette in
guardia contro il pericolo di continuare a produrre cio' che non possiamo
immaginare.
*
Trasferimento della distanza. Riassumendo cio' che si e' detto sulla "fine
delle distanze" e sullo "scarto" tra le varie facolta' (e solo cosi' ci si
puo' fare un'idea completa della situazione), risulta che le distanze
spaziali e temporali sono state bensi' "soppresse"; ma questa soppressione
e' stata pagata a caro prezzo con una nuova specie di "distanza": quella,
che diventa ogni giorno piu' grande, fra la produzione e la capacita' di
immaginare cio' che si produce.
*
Fine del comparativo. I nostri prodotti e i loro effetti non sono solo
diventati maggiori di cio' che possiamo concepire (sentire, o di cui
possiamo assumerci la responsabilita'), ma anche maggiori di cio' che
possiamo utilizzare sensatamente. E' noto che la nostra produzione e la
nostra offerta superano spesso la nostra domanda (e ci costringono a
produrre appositamente nuovi bisogni e richieste); ma la nostra offerta
trascende addirittura il nostro bisogno, consiste di cose di cui non
possiamo avere bisogno: cose troppo grandi in senso assoluto. Cosi' ci siamo
messi nella situazione paradossale di dover addomesticare i nostri stessi
prodotti; di doverli addomesticare come abbiamo addomesticato finora le
forze della natura. I nostri tentativi di produrre armi cosiddette "pulite",
sono senza precedenti nel loro genere: poiche' con essi cerchiamo di
migliorare certi prodotti peggiorandoli, e cioe' diminuendo i loro effetti.
L'aumento dei prodotti non ha quindi piu' senso. Se il numero e gli effetti
delle armi gia' oggi esistenti bastano a raggiungere il fine assurdo della
distruzione del genere umano, l'aumento e miglioramento della produzione,
che continuano ancora su larghissima scala, sono ancora piu' assurdi; e
dimostrano che i produttori non si rendono conto, in definitiva, di che cosa
hanno prodotto. Il comparativo - principio del progresso e della
concorrenza - ha perduto ogni senso. Piu' morto che morto non e' possibile
diventare. Distruggere meglio di quanto gia' si possa, non sara' possibile
neppure in seguito.
*
Richiamarsi alla competenza e' prova d'incompetenza morale. Sarebbe una
leggerezza pensare (come fa, per esempio, Jaspers) che i "signori
dell'apocalissi", quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a
posizioni di potere politico o militare comunque acquisite, siano piu' di
noi all'altezza di queste esigenze schiaccianti, o che sappiano immaginare
l'inaudito meglio di noi, semplici "morituri"; o anche solo che siano
consapevoli di doverlo fare. Assai piu' legittimo e' il sospetto: che ne
siano affatto inconsapevoli. Ed essi lo provano dicendo che noi siamo
incompetenti nel "campo dei problemi atomici e del riarmo", e invitandoci a
non "immischiarci". L'uso di questi termini e' addirittura la prova della
loro incompetenza morale: poiche' in tal modo essi mostrano di credere che
la loro posizione dia loro il monopolio e la competenza per decidere del "to
be or not to be" dell'umanita'; e di considerare l'apocalissi come un "ramo
specifico". E' vero che molti di loro si appellano alla "competenza" solo
per mascherare il carattere antidemocratico del loro monopolio. Se la parola
"democrazia" ha un senso, e' proprio quello che abbiamo il diritto e il
dovere di partecipare alle decisioni che concernono la "res publica", che
vanno, cioe', al di la' della nostra competenza professionale e non ci
riguardano come professionisti, ma come cittadini o come uomini. E non si
puo' dire che cosi' facendo ci "immischiamo" di nulla, poiche' come
cittadini e come uomini siamo "immischiati" da sempre, perche' anche noi
siamo la "res publica". E un problema piu' "pubblico" dell'attuale decisione
sulla nostra sopravvivenza non c'e' mai stato e non ci sara' mai.
Rinunciando a "immischiarci", mancheremmo anche al nostro dovere
democratico.
*
Liquidazione dell'"agire". La distruzione possibile dell'umanita' appare
come un'"azione"; e chi collabora ad essa come un individuo che agisce. E'
giusto? Si' e no. Perche' no?
Perche' l'"agire"" in senso behavioristico non esiste pressoche' piu'. E
cioe': poiche' cio' che un tempo accadeva come agire, ed era inteso come
tale dall'agente, e' stato sostituito da processi di altro tipo: 1) dal
lavorare; 2) dall'azionare.
1) Lavoro come surrogato dell'azione. Gia' quelli che erano impiegati negli
impianti di liquidazione hitleriani non avevano "fatto nulla", credevano di
non aver fatto nulla perche' si erano limitati a "lavorare". Per questo
"lavorare" intendo quel tipo di prestazione (naturale e dominante, nella
fase attuale della rivoluzione industriale) in cui l'eidos del lavoro rimane
invisibile per chi lo esegue, anzi, non lo riguarda piu', e non puo' ne'
deve piu' riguardarlo. Caratteristica del lavoro odierno e' che esso resta
moralmente neutrale: "non olet", nessuno scopo (per quanto cattivo) del suo
lavoro puo' macchiare chi lo esegue. A questo tipo dominante di prestazione
sono oggi assimilate quasi tutte le azioni affidate agli uomini. Lavoro come
mimetizzamento. Questo mimetizzamento evita all'autore di un eccidio di
sentirsi colpevole, poiche' non solo non occorre rispondere del lavoro che
si fa, ma esso - in teoria - non puo' rendere colpevoli. Stando cosi' le
cose, dobbiamo rovesciare l'equazione attuale ("ogni agire e' lavorare")
nell'altra: "ogni lavorare e' un agire".
2) Azionare come surrogato del lavoro. Cio' che vale per il lavoro, vale a
maggior ragione per l'azionare, poiche' l'azionare e' il lavoro in cui e'
abolito anche il carattere specifico del lavoro: lo sforzo e il senso dello
sforzo. Azionare come mimetizzamento. Oggi, in realta', si puo' fare in tal
modo pressoche' tutto, si puo' avviare una serie di azionamenti successivi
schiacciando un solo bottone; compreso, quindi, il massacro di milioni. In
questo caso (dal punto di vista behavioristico) questo intervento non e'
piu' un lavoro (per non parlare di un'azione). Propriamente parlando non si
fa nulla (anche se l'effetto di questo non-far-nulla e' il nulla e
l'annientamento). L'uomo che schiaccia il tasto (ammesso che sia ancora
necessario) non si accorge piu' nemmeno di fare qualcosa; e poiche' il luogo
dell'azione e quello che la subisce non coincidono piu', poiche' la causa e
l'effetto sono dissociati, non puo' vedere che cosa fa. "Schizotopia", in
analogia a "schizofrenia". E' chiaro che solo chi arriva a immaginare
l'effetto ha la possibilita' della verita'; la percezione non serve a nulla.
Questo genere di mimetizzamento e' senza precedenti: mentre prima i
mimetizzamenti miravano a impedire alla vittima designata dell'azione, e
cioe' al nemico, di scorgere il pericolo imminente (o a proteggere gli
autori dal nemico), oggi il mimetizzamento mira solo a impedire all'autore
di sapere quello che fa. In questo senso anche l'autore e' una vittima; in
questo senso Eatherly e' una delle vittime della sua azione.
*
Le forme menzognere della menzogna attuale. Gli esempi di mascheramento ci
istruiscono sul carattere della menzogna attuale. Poiche' oggi le menzogne
non hanno piu' bisogno di figurare come asserzioni ("fine delle ideologie").
La loro astuzia consiste proprio nello scegliere forme di travestimento
davanti a cui non puo' piu' sorgere il sospetto che possa trattarsi di
menzogne; e cio' perche' questi travestimenti non sono piu' asserzioni.
Mentre le menzogne, finora, si erano camuffate ingenuamente da verita', ora
si camuffano in altre guise:
1) Al posto di false asserzioni subentrano parole singole, che danno
l'impressione di non affermare ancora nulla, anche se, in realta', hanno
gia' in se' il loro (bugiardo) predicato. Cosi', per esempio, l'espressione
"armi atomiche" e' gia' un'asserzione menzognera, poiche' sottintende,
poiche' da' per scontato, che si tratta di armi.
2) Al posto di false asserzioni sulla realta' subentrano (e siamo  al punto
che abbiamo appena trattato) realta' falsificate. Cosi' determinate azioni,
presentandosi come "lavori", sono rese diverse e irriconoscibili; cose'
irriconoscibili, e diverse da un'azione, che non rivelano piu' (neppure
all'agente) quello che sono (e cioe' azioni); e gli permettono, purche'
lavori "coscienziosamente', di essere un criminale con la miglior coscienza
del mondo.
3) Al posto di false asserzioni subentrano cose. Finche' l'agire si traveste
ancora da "lavorare", e' pur sempre l'uomo ad essere attivo; anche se non sa
che cosa fa lavorando, e cioe' che agisce. La menzogna celebra il suo
trionfo solo quando liquida anche quest'ultimo residuo: il che e' gia'
accaduto. Poiche' l'agire si e' trasferito (naturalmente in seguito
all'agire degli uomini) dalle mani dell'uomo in tutt'altra sfera: in quella
dei prodotti. Essi sono, per cosi' dire, "azioni incarnate". La bomba
atomica (per il semplice fatto di esistere) e' un ricatto costante: e
nessuno potra' negare che il ricatto e' un'azione. Qui la menzogna ha
trovato la sua forma piu' menzognera: non ne sappiamo nulla, abbiamo le mani
pulite, non c'entriamo. Assurdita' della situazione: nell'atto stesso in cui
siamo capaci dell'azione piu' enorme - la distruzione del mondo - l'"agire",
in apparenza, e' completamente scomparso. Poiche' la semplice esistenza dei
nostri prodotti e' gia' un "agire", la domanda consueta: che cosa dobbiamo
"fare" dei nostri prodotti (se, ad esempio, dobbiamo usarli solo come
"deterrent"), e' una questione secondaria, anzi fallace, in quanto omette
che le cose, per il fatto stesso di esistere, hanno sempre agito.
*
Non reificazione, ma pseudopersonalizzazione. Con l'espressione
"reificazione" non si coglie il fatto che i prodotti sono, per cosi' dire,
"agire incarnato", poiche' essa indica esclusivamente il fatto che l'uomo e'
ridotto qui alla funzione di cosa; ma si tratta invece dell'altro lato
(trascurato, finora, dalla filosofia) dello stesso processo: e cioe' del
fatto che cio' che e' sottratto all'uomo dalla reificazione, si aggiunge ai
prodotti: i quali, facendo qualcosa gia' per il semplice fatto di esistere,
diventano pseudopersone.
*
Le massime delle pseudopersone. Queste pseudopersone hanno i loro rigidi
principii. Cosi', per esempio, il principio delle "armi atomiche" e' affatto
nichilistico, poiche' per esse "tutto e' uguale". In esse il nichilismo ha
toccato il suo culmine, dando luogo all'"annichilismo" piu' totale.
Poiche' il nostro agire si e' trasferito nel lavoro e nei prodotti, un esame
di coscienza non puo' consistere oggi soltanto nell'ascoltare la voce nel
nostro petto, ma anche nel captare i principii e le massime mute dei nostri
lavori e dei nostri prodotti; e nel revocare e rendere inoperante quel
trasferimento: e cioe' nel compiere solo quei lavori dei cui effetti
potremmo rispondere anche se fossero effetti del nostro agire diretto; e
nell'avere solo quei prodotti la cui presenza "incarna" un agire che
potremmo assumerci come agire personale.
*
Macabra liquidazione dell'ostilita'. Se il luogo dell'azione e quello che la
subisce sono, come si e' detto, dissociati, e non si soffre piu' nel luogo
dell'azione, l'agire diventa agire senza effetto visibile, e il subire
subire senza causa riconoscibile. Si determina cosi' un'assenza d'ostilita',
peraltro affatto fallace.
La guerra atomica possibile sara' la piu' priva d'odio che si sia mai vista.
Chi colpisce non odiera' il nemico, poiche' non potra' vederlo; e la vittima
non odiera' chi lo colpisce, poiche' questi non sara' reperibile. Nulla di
piu' macabro di questa mitezza (che non ha nulla a che fare con l'amore
positivo). Cio' che piu' sorprende nei racconti delle vittime di Hiroshima,
e' quanto poco (e con che poco odio) vi siano ricordati gli autori del
colpo.
Certo l'odio sara' ritenuto indispensabile anche in questa guerra, e sara'
quindi prodotto come articolo a se'. Per alimentarlo, si indicheranno (e, al
caso, s'inventeranno) oggetti d'odio ben visibili e identificabili, "ebrei"
di ogni tipo; in ogni caso nemici interni: poiche' per poter odiare
veramente occorre qualcosa che possa cadere in mano. Ma quest'odio non
potra' entrare minimamente in rapporto con le azioni di guerra vere e
proprie: e la schizofrenia della situazione si rivelera' anche in cio', che
odiare e colpire saranno rivolti a oggetti completamente diversi.
*
Non solo per quest'ultima tesi, ma per tutte quelle qui formulate, bisogna
aggiungere che sono state scritte perche' non risultino vere. Poiche' esse
potranno non avverarsi solo se terremo continuamente presente la loro alta
probabilita', e se agiremo in conseguenza. Nulla di piu' terribile che aver
ragione. Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilita' della
catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore
degli uomini, la massima cinica: "Se siamo disperati, che ce ne importa?
Continuiamo come se non lo fossimo!".

3. DOCUMENTAZIONE. MARC W. HEROLD: STRAGISMO E VITTIME CIVILI IN AFGHANISTAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 ottobre 2006 riprendiamo il seguente
articolo. Ci scusiamo con chi legge per questa macabra schidionata di dati e
raffronti, e' noto quale sia il nostro punto di vista: contro tutte le
uccisioni; ma puo' esser utile verificare una volta di piu' che stragiste e
terroriste sono ambedue le parti belligeranti; e ricordare ancora che della
Nato anche l'Italia fa parte, e delle stragi dalla Nato commesse
sciaguratamente anche il nostro paese e' quindi corresponsabile (p. s.).
Marc W. Herold e' professore di economia all'Universita' del New Hampshire;
e' stato autore anni fa del piu' dettagliato resoconto sulle vittime civili
della guerra americana all'Afghanistan]

L'esercito statunitense e i grandi media continuano a lodare la precisione
chirurgica garantita dalle bombe di nuova tecnologia e a condannare le morti
e la violenza derivanti dagli attacchi suicidi. Ma un'analisi dei numeri e
delle informazioni provenienti dal teatro afghano rivela che, in realta',
per i civili afghani una bomba di precisione statunitense e' ben piu'
mortale di un'autobomba talebana, se si prendono in considerazione i costi
dei due tipi di bombe. Dopo tutto, una delle principali giustificazioni allo
sviluppo delle armi cosiddette di precisione e' che spendere di piu' per lo
sviluppo e la produzione di queste armi vale la pena, visto che esse
salverebbero vite di innocenti in prossimita' degli obiettivi militari
dell'attacco; insomma, si comprerebbe una maggiore precisione, a caro
prezzo. Un prezzo irraggiungibile per i piu'; Mike Davis ha in effetti
affermato che l'autobomba e' l'aviazione militare dei poveri.
Le conseguenze di una tecnologia non possono essere separate dai contesti
sociali, culturali ed economici nei quali essa e' impiegata. Nessuno nega
che la tecnologia di precisione delle bombe "intelligenti" sia ben piu'
precisa delle precedenti bombe "stupide" (ad esempio quelle usate nel corso
delle guerre in Indocina). Ma la decisione degli strateghi militari di Usa e
Nato (e recentemente di Israele) di bombardare aree ricche di presenze
civili rende queste bombe di precisione altamente imprecise e viola le norme
internazionali che regolano la condotta bellica.
Nel quinto anniversario dell'11 settembre diversi articoli sui grandi media
hanno tentato la conta dei morti nei principali attacchi suicidi avvenuti in
Afghanistan. Si tratta spesso di calcoli inadeguati. Uno studio piu'
accademico e' stato compiuto da Hekmat Karzai (cugino di Hamid) e Seth Jones
sotto gli auspici della Rand Corporation e comprende un "database degli
eventi terroristici". Gli autori cosi' elencano il crescere della spirale di
attentati suicidi in Afghanistan: uno nel 2002, fallito; 2 nel 2003; 6 nel
2004; 21 nel 2005; 43 fra gennaio e agosto del 2006. Di questi attacchi nel
corso degli anni, 15 si sono verificati a Kandahar, 12 a Kabul, 3 a Khost,
il resto in altre province.
Per il periodo gennaio 2005 - 28 agosto 2006 la Reuters riferisce di 64
attacchi suicidi con 181 persone morte (escludendo gli attentatori) e 273
ferite. Tutte le fonti concordano nel sostenere che questi numeri sono
destinati a crescere. Gli attacchi suicidi e gli ordigni esplosivi
improvvisati sono un'efficace tattica a basso costo nelle mani di Taleban e
associati; come ha riferito il "Christian Science Monitor", i talebani
ritengono gli attentati suicidi compatibili con l'islam. Robert Pape ha
documentato in modo convincente che il terrorismo suicida segue una logica
strategica e in tutto il mondo sta crescendo perche', semplicemente, "paga".
Karzai e Jones hanno scritto che Al Qaeda e talebani hanno imparato tecniche
e "know-how" sviluppati altrove (soprattutto in Iraq) e sono arrivati alla
conclusione che gli attentati suicidi sono molto piu' efficaci di ogni altra
tecnica nell'uccidere le forze di occupazione straniere e gli afghani. Del
resto quando talebani e associati attaccano direttamente l'esercito
statunitense e gli altri eserciti, hanno solo un 5% di possibilita' di
infliggere perdite. Inoltre gli attentati, aumentando il livello generale di
insicurezza, ostacolano la ricostruzione; e infine offrono a talebani e al
Qaeda una visibilita' ben maggiore di quella che hanno avuto i metodi di
guerriglia adottati fra il 2002 e il 2005.
Un'analisi seppure incompleta delle statistiche circa le persone uccise
dalle autobombe in Afghanistan fra il primo e fallito attentato (19 luglio
2002) e la devastante esplosione a Lashkar Gah il 26 settembre scorso
evidenzia che su un totale di 229 morti i civili sono stati 146, ovvero
circa il 65% del totale; le forze di occupazione, invece, parlano dell'84%.
I militari statunitensi e Nato sono stati il 17% dei morti, a cui vanno
aggiunti molti feriti.
Gli attacchi suicidi con autobomba sono generalmente condotti in aree a
elevata presenza di civili e dunque causano morti e feriti innocenti. Per
fare un confronto con le vittime provocate dai cosiddetti "bombardamenti
chirurgici" americani, occorre scegliere gli attacchi aerei Usa/Nato
condotti contro realta' simili, cioe' aree ricche di presenze civili. Ho
scelto la relativamente economica bomba Gbu-12 Paveway II, da 500 libbre e
guidata dal laser. Trasportata da un'ampia gamma di aerei, compresi gli F-16
cosi' ampiamente utilizzati in Afghanistan a partire dal 22 ottobre 2001, ha
un raggio letale di circa 225 metri, davvero molto in aree a elevata
presenza di civili. Fabbricarla costava 19.000 dollari nel 1995. Poiche' il
costo orario di un F-16 in volo e' di circa 5.000 dollari e assumendo che
una missione di bombardamento duri tre ore, il costo totale di una bomba
"utilizzata" e' di 34.000 dollari. Per confronto, a Kabul una Toyota
Corolla - il veicolo preferito per le autobomba - usata del 1992 si trova
sul mercato a poche migliaia di dollari. Supponendo che l'attentatore
l'abbia acquistata per 1.500 dollari, pagando inoltre 150 dollari per gli
esplosivi (un residuato della guerra contro i sovietici ampiamente presente
nel paese), il costo totale e' di 1.650.
Abbiamo detto che la ragion d'essere delle "armi di precisione" e' spendere
maggior denaro per ridurre i "danni collaterali". A prima vista e' logico
aspettarsi una relazione lineare fra l'accuratezza e il costo di una bomba.
La Gbu-12, costando 21 volte piu' di un'autobomba, dovrebbe essere 21 volte
piu' precisa. Ma e' proprio cosi'? Il 65% di vittime civili negli attacchi
suicidi in Afghanistan significa che per uccidere 10 militari statunitensi o
Nato si fanno morire in media 18,6 civili afgani. La bomba di precisione, se
fosse piu' accurata di 21 volte come il costo farebbe supporre, per uccidere
dieci taleban dovrebbe sacrificare un solo civile o meno ancora. Il calcolo
vale a maggior ragione per le bombe piu' costose egualmente impiegate nel
teatro afghano.
Invece, l'evidenza empirica dal terreno rivela che quando una bomba "di
precisione" cade su un'area con elevata presenza di civili, sono questi a
morire e essere feriti in numero molto maggiore rispetto ai taleban. Durante
il recente attacco Nato nel distretto di Panjwayi, a sudovest di Kandahar,
secondo testimonianze locali riferite dalla Reuters per ogni talebano ucciso
sono morti tre civili. Il 3 settembre 2006 un jet da combattimento ha
bombardato Ghaljain, villaggio di fango vicino a Zangabad, uccidendo sette
taleban ma anche tredici fra donne, bambini e anziani. Analoghe le
descrizioni dei bombardamenti in Helmand, nel mese di agosto, con la caduta
di relativamente pochi talebani e di molti civili. Un attacco nello scorso
mese di luglio su un gruppo di villaggi a nord di Tarin Kot nell'Uruzgan
avrebbe ucciso almeno dieci civili ma solo quattro o cinque talebani.
Ho scritto altrove che l'aumento della quota di bombe di precisione sul
totale del tonnellaggio sganciato determina addirittura un aumento del
numero di civili uccisi per dieci tonnellate di bombe cadute. Sono d'accordo
che quando gli aerei Usa e Nato bombardano campi di taleban e associati in
aree isolate non si hanno vittime civili, ma questo confronto e'
inappropriato perche' occorre confrontare universi simili: nella
fattispecie, aree a elevata presenza di civili. E i miei dati nel progetto
Afghan Victim Memorial indicano che in questi mesi del 2006 gli attacchi Usa
e Nato hanno ucciso fra 390 e 446 civili. La conclusione e' allora
inevitabile: a considerare i dati relativi ai costi delle armi come indice
di accuratezza nella selezione del bersaglio, le bombe "di precisione" di
Usa e Nato ammazzano molti piu' innocenti di quanti non ne faccia fuori
un'autobomba talebana.
Similmente, l'Iraq Body Count nel suo "A Dossier of Civilian Casualties" ha
calcolato - per il periodo dal 20 marzo 2003 al 19 marzo 2005 - che il
numero medio di civili uccisi da attacchi aerei era pari a 13,5 mentre il
numero medio di civili uccisi da attentatori suicidi era pari a 10,9. Quanto
al Libano, gli F-16 israeliani hanno fatto cadere armi "di precisione" su
aree popolate di civili e in quel caso il rapporto fra vittime civili e
militari e' stato di 10 a uno o a due.
Il 12 settembre scorso a Kabul il portavoce della Nato maggiore Luke
Knittig, commentando la stima dei 173 civili uccisi - secondo le stime
militari - nel 2006 nel corso di attacchi suicidi, ha parlato di "palese
disprezzo per la vita umana" da parte dei terroristi. Le sue parole devono
essere corrette cosi': "palese disprezzo per la vita umana" da parte di Usa
e Nato. Che si definiscono portatori di pace.

4. MAESTRE. SIMONE WEIL: NELL'IRREALE
[Da Simone Weil, Quaderni. Volume III, Adelphi, Milano 1988, p. 269. Simone
Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante
sindacale e politica della sinistra classista e libertaria, operaia di
fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice
agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la
Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione, sofferenze,
muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella
che precede non rende pero' conto della vita interiore della Weil (ed in
particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]

Un uomo che e' nell'irreale e maneggia una spada puo' sprofondare tutta una
popolazione nell'irreale.

5. INCONTRI. A VERONA IL 21-22 OTTOBRE UN SEMINARIO SU "LA POLITICA DELLA
NONVIOLENZA"

Si svolgera' a Verona il 21 e 22 ottobre 2006 il seminario promosso dal
Movimento Nonviolento su "La politica della nonviolenza (alla prova della
guerra)".
- Sabato 21 ottobre, ore 10: relazione introduttiva; prima sessione "La
teoria della nonviolenza, sulla guerra" (mattina, ore 10-13); seconda
sessione "La pratica della nonviolenza, nella politica" (pomeriggio, ore
15-19); serata libera, con due proposte: a) visita guidata alla Mostra del
"Mantegna a Verona" (ore 21-23); b) laboratorio del "Teatro dell'oppresso"
sui temi discussi (ore 21-23).
- Domenica 22 ottobre, ore 9: terza sessione "La strategia della
nonviolenza, le iniziative" (mattina, ore 9-11); conclusioni (ore 11-13).
Ogni sessione verra' sollecitata da una griglia di domande.
*
Il seminario si svolgera' presso la Sala Comboni dei Padri Comboniani, in
vicolo Pozzo 1, nel rione di San Giovanni in Valle, quartiere di Veronetta,
nel centro storico, vicino a Piazza Isolo: collegamento diretto dalla
stazione di Verona Porta Nuova con l'autobus n. 73 (partenza dal marciapiede
F ai minuti 15 e 45 di ogni ora, tempo di percorrenza venti minuti, scendere
al capolinea di Piazza Isolo).
*
Per ulteriori informazioni: Casa per la nonviolenza, via Spagna 8, 37123
Verona, tel. 0458009803, fax: 045 8009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

6. RILETTURE. LELIO BASSO (A CURA DI): PER CONOSCERE ROSA LUXEMBURG
Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg, Mondadori, Milano
1977, pp. LXXII + 360. Una utile introduzione alla figura e all'opera di
Rosa Luxemburg da parte di uno dei suoi maggiori studiosi (di cui si veda
anche la fondamentale antologia Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori
Riuniti, Roma 1967, 1976, con una vasta e illuminante introduzione). Lelio
Basso, come ognun sa, e' stato anche uno dei maggiori protagonisti
dell'antifascismo, della Resistenza, dell'impegno civile per la democrazia,
delle lotte e della riflessione teorica del movimento operaio, della
solidarieta' internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli
oppressi.

7. RILETTURE. LUCIA BORGHESE: INVITO ALLA LETTURA DI HEINRICH BOELL
Lucia Borghese, Invito alla lettura di Heinrich Boell, Mursia, Milano 1980,
1990, pp. 252, lire 10.000. Una utile introduzione al grande scrittore,
strenuo difensore della dignita' umana e nitido oppositore di ogni guerra e
di ogni totalitarismo; l'autrice e' una delle maggiori studiose di Boell.

8. RIEDIZIONI. HERMANN HESSE: POESIE
Hermann Hesse, Poesie, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2006 (estratti da
precedenti volumi Mondadori, Milano 1981 e 2002), pp. XVIII + 222, s. i. p.
ma 9,70 (in supplemento al settimanale "L'Espresso"). Una raccolta di versi
di Hesse con alcune delle sue poesie piu' note, con testo a fronte e
traduzioni - talora stupende - di poeti e germanisti (Bruno Arzeni, Roberto
Fertonani, Ervino Pocar, Nicoletta Salomon, Sergio Solmi, Mario Specchio,
Diego Valeri) e di un martire della Resistenza come Giaime Pintor (il cui
nome per evidente distrazione di chi ha curato l'editing del volume e' stato
storpiato in Jaime).

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1452 del 18 ottobre 2006

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