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La nonviolenza e' in cammino. 1458



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1458 del 24 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. L'appello
2. L'opposizione integrale alla guerra
3. Rosangela Pesenti: Tra il corpo e la parola (parte prima)
4. Giulio Vittorangeli: Thomas Sankara
5. Letture: Oren Ginzburg, Arrivano i nostri!
6. Riedizioni: Leopold Sedar Senghor, Poesie
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. L'APPELLO
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro la guerra e contro le
violazioni dei diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14
ottobre 2006]

La drammatica vicenda di Gabriele Torsello ci interpella: chiede a tutte e
tutti di fare quanto e' in nostro potere affinche' sia salvata la sua vita,
affinche' sia salvata ogni vita, affinche' la guerra cessi.
Questa vicenda e' quindi anche un appello a una presa di coscienza: che
l'infinito dolore della pluridecennale guerra afgana e' anche una nostra
responsabilita'; che la partecipazione militare italiana alla guerra afgana
e' un crimine; che la Nato, coalizione militare di cui l'Italia fa parte,
sta commettendo stragi terroristiche ed alimentando altre stragi
terroristiche; che la partecipazione italiana a questi crimini - la guerra,
le stragi, il terrorismo - viola la Costituzione della Repubblica Italiana e
rende il nostro stato fuorilegge e mette in pericolo anche la sicurezza
personale di tutti i cittadini italiani; e ancora: che la guerra non
costruisce la pace; che la guerra e' illegale e criminale; che la guerra e'
terrorismo e alimenta terrorismo; infine: che occorre una politica
internazionale fondata sulla smilitarizzazione dei conflitti, su pace e
cooperazione, su disarmo e solidarieta', sul riconoscimento di tutti i
diritti umani a tutti gli esseri umani: una politica della nonviolenza.
*
 La vicenda di Gabriele Torsello, come altre che l'hanno preceduta, ci
convoca a un esame di coscienza, a un agire coerente, alla scelta di cessare
di uccidere, alla scelta di salvare le vite. Vi e' una sola umanita'. La
nonviolenza e' la via.

2. RIFLESSIONE. L'OPPOSIZIONE INTEGRALE ALLA GUERRA

Opposizione integrale alla guerra significa opposizione alla guerra anche
quando a  farla e' un governo di cosiddetto centrosinistra.
Opposizione integrale alla guerra significa opposizione ad ogni terrorismo.
Opposizione integrale alla guerra significa fondare questa opposizione sulla
scelta della nonviolenza.
Scelta della nonviolenza significa non solo predicare, ma praticare la lotta
contro tutte le guerre, tutti gli eserciti, tutti i gruppi armati, tutte le
armi, tutti i poteri assassini, tutte le uccisioni.
Vi e' una sola umanita'.

3. RIFLESSIONE. ROSANGELA PESENTI: TRA IL CORPO E LA PAROLA (PARTE PRIMA)
[Ringraziamo Rosangela Pesenti (per contatti: rosangela_pesenti at libero.it)
per averci messo a disposzione il seguente scritto, "Tra il corpo e la
parola. Dialoghi e sguardi tra native e migranti", racconto di un
laboratorio con donne migranti e native che ha tenuto all'Udi di Modena,
pubblicato nel volume realizzato dall'Udi di Modena (a cura di Rosanna
Galli, Rosa Frammartino, Angela Remaggi), Io tu noi. Identita' in cammino,
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, 2006. Rosangela Pesenti, laureata
in filosofia, da molti anni insegna nella scuola media superiore e svolge
attivita' di formazione e aggiornamento. Counsellor professionista e
analista transazionale svolge attivita' di counselling psicosociale per
gruppi e singoli (adulti e bambini). Entrata giovanissima nel movimento
femminista, nell'Udi dal 1978 di cui e' stata in vari ruoli una dirigente
nazionale fino al 2003, collabora con numerosi gruppi e associazioni di
donne. Fa parte della Convenzione permanente di donne contro tutte le
guerre, della Convenzione delle donne di Bergamo, collabora con il Centro
"La Porta", con la rivista "Marea" e la rivista del Movimento di
cooperazione educativa. Tra le opere di Rosangela Pesenti: Trasloco,
Supernova editrice, Venezia 1998; (con Velia Sacchi), E io crescevo...,
Supernova editrice, Venezia 2001; saggi in volumi collettanei: "Antigone tra
le guerre: appunti al femminile", in Alessandra Ghiglione, Pier Cesare
Rivoltella (a cura di), Altrimenti il silenzio, Euresis Edizioni, Milano
1998; "Una bussola per il futuro", in AA. VV., L'economia mondiale con occhi
e mani di donna, Quaderni della Fondazione Serughetti - La Porta, Bergamo
1998; AA. VV., Soggettivita' femminili in (un) movimento. Le donne dell'Udi:
storie, memorie, sguardi, Centro di Documentazione Donna, Modena 1999; "I
luoghi comuni delle donne", in Rosangela Pesenti, Carmen Plebani (a cura
di), Donne migranti, Quaderni della Fondazione Serughetti - La Porta,
Bergamo 2000; "Donne, guerra, Resistenza" e "Carte per la memoria", in AA.
VV., Storia delle donne: la cittadinanza, Quaderni della Fondazione
Serughetti - La Porta, Bergamo 2002; Caterina Liotti, Rosangela Pesenti,
Angela Remaggi e Delfina Tromboni (a cura di), Volevamo cambiare il mondo.
Memorie e storie dell'Udi in Emilia Romagna, Carocci, Firenze 2002; "Donne
pace democrazia", "Bertha Von Suttner", "Lisistrata", in Monica Lanfranco e
Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne Disarmanti, Intra Moenia, Napoli 2003;
"I Congressi dell'Udi", in  Marisa Ombra (a cura di), Donne manifeste, Il
Saggiatore, Milano 2005; "Tra il corpo e la parola", in Io tu noi. Identita'
in cammino, a cura dell'Udi di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di
Modena, 2006]

Luogo d'incontro, di parola di sguardo di gesto, dove ognuna traccia il
confine della propria individualita' e insieme si sporge verso l'altra, le
altre, intreccia il dialogo dei corpi dove i fili si accompagnano si
riconoscono si confondono.
Non e' facile raccontare un laboratorio, ripercorrere la traccia dei propri
sentimenti la' dove sono stati condivisi, assumere la responsabilita' della
propria parola districandola dalla gioiosa confusione dei momenti in cui il
dialogo si e' fatto piu' fitto e le differenze si sono intersecate nella
memoria in un disegno collettivo.
Pure la responsabilita' della conduzione, di aver tracciato il confine
invisibile del cerchio in cui siamo state insieme, inizialmente disegnato
dall'attesa dei corpi compostamente seduti e poi continuamente scomposto e
ricomposto nel lavoro concreto, nelle piccole esperienze del conoscersi e
riconoscersi, mi consente oggi l'azzardo di restituire sentimenti e parole
che restano nella mia memoria con un senso compiuto.
Lo scambio che ha costruito il senso di quel cerchio in cui passavano e
ripassavano parole, immagini, frammenti di storie, i piccoli passi di una
ricerca di sintonie mentre il racconto si snoda dall'una all'altra, mentre
ognuna cerca la parola che esprima in modo preciso quel pezzetto di vita in
cui poi l'altra, riconoscendolo, ritrova di se' un significato ulteriore e
all'altra ancora evoca un nuovo racconto, resta nella mia memoria come una
sinfonia di voci, intonazioni, pause, respiri, volti assorti e sorridenti,
sguardi in cui si intravede la strada che si snoda all'indietro, in quel
"prima" che i frammenti di racconto sanno restituire anche per sottrazione.
Pochi giorni, una manciata di ore, nella memoria sono dense dell'emozione di
un incontro che, pur nella cura con cui e' stato predisposto e accompagnato
dalle organizzatrici, resta comunque evento imprevisto e gioiosamente
accaduto.
*
Curiosita', "sono venuta per curiosita'", e' la parola chiave che circola
nelle aspettative del primo giorno e subito pero' il racconto si snoda
illuminando l'intreccio sapiente di relazioni tra donne che hanno saputo
cogliere, nella casualita' di vicinanze dovute alle piu' diverse vicende
della vita, l'opportunita' di un possibile incontro.
Per ogni donna presente c'e' un filo al cui capo sta un'altra donna, che a
sua volta e' legata a un altro filo che arriva fino a quella rete sapiente
delle associazioni delle donne che dice di una storia talvolta poco
visibile, ma sempre tenace.
Non a caso il luogo che ci accoglie e' la sede dell'Udi di Modena che ci
parla di una socialita' femminile, di un abitare la propria storia fatto di
sapiente cura, di un procedere della consapevolezza come strada sempre
aperta, ma solida e riconoscibile intorno a noi.
Il luogo parla in modo caldo e rassicurante come una casa in cui c'e' posto
per tutte, completando i brevi discorsi di apertura e presentazione del
percorso di chi l'ha organizzato e lo conduce.
Nella scena iniziale si rendono visibili le due associazioni (1), una di
donne italiane e una di donne straniere, che hanno pensato il percorso, ne
hanno curato la realizzazione facendosi carico di quell'oscuro e prezioso
lavoro di ricerca delle risorse e predisposizione delle condizioni che sa
tradurre le intuizioni nella concretezza dei progetti, ma subito dopo le
dovute precisazioni organizzative emerge come realta' vitale, e cuore stesso
dell'esistenza associativa, l'individualita' delle singole donne che hanno
pensato alle altre a partire da se', dai propri desideri, dai propri sogni,
da quel piacere dell'incontro che si vuole radicare in un terreno piu'
intimo della propria vita, dopo che e' stato condiviso nel fare positivo dei
progetti comuni.
Cosi', fin dall'inizio, nessuna si sente li' per caso, e l'attesa e' intrisa
di quella disponibilita' che segnala la fiducia con la quale ognuna ha
risposto alla chiamata di un'altra donna, riconoscendone la vicinanza,
consapevole di un legame che e' gia' parte di una rete irregolare e aperta a
tutti i percorsi ancora possibili.
*
Ci presentiamo attraverso gli odori, sollecitando quello strato di memoria
piu' antica che appartiene ad un vissuto non visibile del corpo.
Percezione che rimanda a gusti e disgusti, che possono stabilire armonie o
spaccature profonde tra le persone e le culture, gli odori costruiscono
talvolta barriere invalicabili, perche' evocano quel senso arcaico della
territorialita' che il corpo riconosce come storia solo propria.
L'odore che ci attrae o ci respinge e' depositato nella memoria del corpo e
un odore amato, ricordato, presente fisicamente in quel se' che viene quasi
sempre narrato come pensiero, e' anche una parte segreta, che non si
dichiara nei passaporti, nelle presentazioni formali, negli incontri
istituzionali, nell'esercizio dei ruoli, e' quella parte di se' che si
scopre solo nelle convivenze, nella vicinanza intima, nella casa che ci
viene aperta per un'occasionale convivialita'.
Cosi' l'odore puo' essere quello del caffelatte, per una giovane donna, filo
di continuita' tra le mattine dell'infanzia e lo scomodo appartamento
condiviso con le compagne d'universita' in una citta' che appare straniera,
anche se registrata come parte di un territorio nazionale comune, e profumo
di latte e' sinonimo di casa anche per un'altra giovane donna che forse
sogna di migrare mentre e' ancora troppo forte il richiamo del nido, il
bisogno di sicurezza. O l'odore e' quello della rosa, parte del significato
del proprio nome e ricordo della terra d'origine, che torna anche nel
profumo della papaia che cresce nel paese di nascita dei genitori e si
associa a quello del the speziato, profumo che si puo' chiudere in una
valigia e si porta con se' nel cammino dell'emigrazione come un pezzetto di
casa che allarga ovunque la sua odorosa presenza.
C'e' la lavanda, che profuma e accompagna viottoli percorsi in bicicletta, e
l'elicriso della macchia mediterranea che cresce in Sardegna e ricorda
l'atmosfera dei mercatini di fiori, annunciando l'arrivo a casa; c'e' il
profumo di menta intorno a chiacchiere fitte di donne, anche li' un cerchio
che si costituisce spontaneo nel tempo lento dei pomeriggi estivi e quello
dei tigli, lunghi viali di una memoria infantile che li unisce alla
felicita' delle grandi cassette di mandarini comprate per i bambini a
Natale. E poi c'e' la campagna con i fiori modesti che illuminano di colore
i prati e gli argini dei fossi per l'una e la semplicita' delle margherite
per l'altra, raccolte lentamente con lo svolgersi e riavvolgersi dei primi
sogni, e per un'altra ancora la campagna e' la mescolanza di odori, dei
campi di riso, degli animali, delle galline libere sull'aia, della cucina,
dove il lavoro di preparazione dei pasti comincia presto e allora la memoria
si fa malinconia, sentimento che porta a un'altra donna la nostalgia del
pane cotto nel forno, che univa nei gesti madre e nonna, immagine che oggi
resta per la bambina di allora come l'eredita' di una genealogia forte.
I profumi freschi, agrumati, che portano i colori del sud, la luce azzurra
del cielo, il luccichio dei diamanti sul blu del mare, il disco potente del
sole, possono richiamare a un'altra memoria il giallo dello zafferano, il
lusso del risotto che illuminava certe domeniche uggiose con la solarita'
che la bambina avrebbe imparato piu' tardi dai girasoli di Montale.
La piu' giovane tra noi ci regala l'aroma della cannella e il piacere dei
dolci, la sua golosita' bambina che suscita tutta la nostra tenerezza.
Paesaggi evocati dalla memoria, territori lontani che si mescolano negli
odori che percepiamo qui tra noi, nella potenza del sentimento con cui
ognuna sa evocarli per le altre, nell'attenzione di un ascolto che sa
riconoscere quella radice che ci rende inevitabilmente anche frutto di una
terra e di un ambiente.
Nella riflessione finale ricordiamo l'odore buono dei neonati, l'odore delle
nonne, percezioni della pelle e del cuore, l'odore di vicinanze eloquenti
proprio perche' spogliate delle parole, dense di silenzi rasserenanti.
Gli odori hanno stabilito tra noi il piacere di una piccola intimita' che si
apre alle chiacchiere intorno ai dolci che qualcuna ha portato, un dono
pensato e preparato senza conoscerci, che chiude con piccole confidenze
quotidiane quel cerchio che ora si sfalda nelle diverse strade che ognuna
torna a percorrere nella propria vita, e restera' come immagine di noi
conservata con cura nella distanza quindicinale degli appuntamenti.
*
Il percorso prosegue con alcuni stimoli che vanno ad indagare aspetti
centrali di quella che viene percepita come densita' identitaria. Domande
apparentemente semplici, che incontriamo nella consuetudine degli scambi
quotidiani anche solo rituali, a cui rispondiamo senza pensare, che vengono
pero' proposte in una formulazione volutamente aperta perche' ognuna possa
scegliere liberamente il frammento di storia che vuole mettere in comune e
la riflessione sia affrancata dai vincoli degli stereotipi e delle fedelta'.
Il passaggio dalla richiesta di dichiarare il proprio nome, domanda
implicita a cui rispondiamo con naturalezza in ogni contesto, a quella piu'
vaga di dire qualcosa sul proprio nome, riporta ognuna a quel punto
d'origine in cui siamo nate non solo da un corpo di donna, ma anche dai
pensieri, suoi, del padre e poi di parenti, amici, siamo nate anche nel
pensiero di una cultura con le sue rigidita' che i singoli riproducono
adattandosi con maggiore o minore convinzione o a cui si ribellano.
Il nome cosi' e' ricordo d'origine, deposito di una tradizione, luogo di
mediazione delle madri, compromesso, desiderio, speranza, augurio, segno di
mutamento negli snodi della vita, scarto tra sentire profondo e regole della
burocrazia, ricucitura di una ferita, riparazione di una perdita, conflitto,
ricordo, pacificazione.
Dal nome che esprime la nobilta' di un'antica lingua semitica, alle diverse
mediazioni con la tradizione che impone ai nipoti il nome dei nonni e poi
degli zii prima paterni e poi materni, secondo le regole sociali di una
gerarchia tra i sessi che le donne scardinano velocemente nel corso del
Novecento, generazione dopo generazione, le storie sono sempre diverse anche
quando sono incluse in una cultura simile.
La grazia del suono di un nome doppio segnala inaspettatamente l'autonomia
di una madre, praticata con discrezione, utilizzando a proprio favore la
tradizione religiosa che vuole sacro il voto fatto a un santo.
La tradizione diventa tenero affetto e augurio quando si affida alla bimba
nuova il nome della sorellina morta, il cui ricordo porta un dolore ancora
vivo, e si incide sul muro di casa una preghiera perche' la felicita' che ha
portato ai genitori, ed e' il significato stesso del nome, l'accompagni per
tutta la vita.
Le risposte sono state date nello spazio piu' intimo di un rapporto a due e
nel cerchio l'una racconta l'altra con il rispetto, la tenerezza,
l'attenzione che sanno costruire intorno alla piccola confidenza ricevuta un
nido di calore che si espande nel respiro del gruppo in silenzioso ascolto.
Cosi' si puo' anche sorridere della ricerca di significato attraverso cui
riconciliarsi con un nome non del tutto gradito o dei pasticci anagrafici,
che segnalano forse mediazioni faticose e poco riuscite, distrazioni
sospette, che complicano i rapporti con le istituzioni e destano disagio nel
diploma di laurea che sembra attribuito ad una sconosciuta.
Sullo scarto tra nome affettivamente riconosciuto come parte di se' e
documenti anagrafici la discussione si accende perche' la burocrazia e' uno
spauracchio in tutte le migrazioni, fatica di lunghe code per far coincidere
prima permesso di soggiorno e certificato di nascita e poi carta
d'identita', passaporto, patente, codice fiscale, libretto di lavoro,
attestati, diplomi e tutto cio' che possiamo ignorare quando la nostra
esistenza e' certificata da un'appartenenza che solo in questo confronto
scopriamo privilegiata.
Un nome femminile che termina con la "o" in lingua spagnola viene
interpretato come maschile in Italia generando confusioni fastidiose e
storielle surreali.
Due donne scoprono con piacere di portare lo stesso nome, espresso in lingue
diverse, nome che di colpo perde la connotazione corrente di essere insieme
antiquato e molto comune per diventare la gioiosa condivisione di due storie
simili nate in terre lontane.
Un nome molto breve, due sillabe in italiano, porta la storia complessa di
amore profondo dei genitori per la terra nuova che accoglie e il desiderio
di non perdere il suono di una lingua molto diversa nella pronuncia e
difficile nella scrittura, che risolvono nel raffinato equilibrio della
trasformazione di un cognome straniero in un nome proprio, dal significato
assolutamente italiano.
Di un nome genera fastidio lo spostamento d'accento con cui viene
pronunciato nella lingua italiana, come se venisse sminuita quella carica
eversiva del significato "testimone della disobbedienza a Dio" molto amato
anche perche' documenta di una vocazione ribelle che ha rappresentato la
risorsa piu' significativa nella difficile vita di una migrante.
Il nome di un giorno della settimana ha rappresentato a lungo un peso,
aggravato dai commenti ironici dei coetanei, ma ora e' solo il ricordo di
una nonna molto amata e della terra d'origine in cui e' molto diffuso.
Un nome riconosciuto come tipico dei paesi dell'est racconta una storia di
confini e sovranita' ereditata dalla famiglia, che deposita nella nascita
della bambina la speranza di una nuova stabilita'. In un altro nome, che
sembra un diminutivo infantile, c'e' il ricordo paterno della speranza di
riscatto perseguita attraverso il servizio militare in un paese ricco e
importante.
Scopriamo che il nome con cui si presenta oggi una delle giovani non e'
quello con cui e' partita dal suo paese, ma rappresenta la scelta di
rinunciare all'appellativo comune, proprio di una tradizione che la
classifica nella gerarchia famigliare come quella nata dopo i gemelli, a
favore di un'identificazione con la prima patria d'emigrazione che coincide
con la scoperta delle proprie possibilita' ed esprime meglio l'orgoglio
della nuova individualita', capace di trovare altri modi per testimoniare
l'amore forte che conserva per la terra e la famiglia d'origine.
Storie collettive e storie affettive, nomi che portano con se' il racconto
dei momenti felici e intensi di una coppia in attesa o il dono di una sposa
che ricorda nella sua bimba il compagno amato con cui l'ha generata, nomi
portati da sante e regine a segnalare il desiderio di riscattare una storia
femminile emarginata o rimossa, nomi di zie non sposate, rimaste in casa
come numi tutelari del buon andamento domestico.
Le storie dei nomi annodano episodi che hanno preceduto la nascita e
relazioni famigliari, speranze, gusti, desideri, convinzioni, riflessioni,
che mescolano i territori di provenienza cancellando i confini e ci
restituiscono a quella responsabilita' individuale che nel racconto del
nostro nome sintetizza anche il modo con il quale pensiamo e pratichiamo le
scelte importanti della vita.
Ognuna ha risposto parlando del nome proprio, qualcuna sente come affettuoso
nome proprio anche l'appellativo comune con cui chiamano i figli, mamma, o
gli alunni, profe..., ma nessuna ha pensato al cognome, alla storia di
appartenenza famigliare che pure in molte culture prevale come piu'
importante per la definizione di se', per la sicurezza di una propria
collocazione nel mondo, per quella tranquillita' di appartenenza che pero'
troppo spesso per le donne significa subordinazione.
*
La seconda area che tocchiamo, ben piu' sensibile nella definizione
identitaria, e' l'appartenenza di genere, tema sul quale la convergenza
degli stereotipi, in tutte le culture, non facilita la libera scoperta di
se', dei propri talenti e desideri, delle proprie inclinazioni e curiosita'.
Sulla realta' della sessuazione della specie umana sono stati attivati, nei
secoli, per strade diverse, ma molto simili nelle societa' conosciute,
processi di cancellazione e distorsione che hanno generato una storia delle
relazioni tra i sessi e della costruzione sociale e intima della propria
identita' da cui non e' facile districarsi, anche a causa delle trappole
linguistiche che tradiscono, con il peso storico dei significati a lungo
praticati e condivisi, il senso profondo del racconto di se' che ognuno vive
nella propria interiorita'.
Dire una sola parola che esprima il sesso di appartenenza consente da un
lato un rapido e indolore processo di sintesi ed esonera dal rischio di
impantanarsi in discorsi astratti e prescrittivi lontani dai reali vissuti.
La spiegazione che poi accompagna spontaneamente le parole scritte
velocemente, dopo una brevissima riflessione, e rese visibili a tutte su un
cartellone, ha lo spessore della propria esperienza, ma anche di una lunga
attenta osservazione delle donne di famiglia e dintorni.
Gesti, comportamenti, sguardi, vicende, oltre che parole, emergono nel
ricordo di incontri che si snodano fin dalla prima infanzia, disegnando il
percorso mai scontato di genealogie femminili nate e conservate nel
riconoscimento reciproco.
La "pazienza", espressa dalla piu' giovane tra noi, perde cosi' i connotati
di passivo adattamento alle condizioni date per diventare sapiente strategia
di resistenza, che consente di superare difficolta' e incomprensioni
evitando le asperita' dei conflitti, in vista del raggiungimento di
traguardi di cambiamento impercettibili nello scorrere del tempo quotidiano,
ma enormi nel passaggio delle generazioni.
Cosi' in Cina le donne hanno cancellato la crudele pratica della fasciatura
dei piedi e, a lungo segregate dal mondo della cultura, hanno pensato e
scritto in un loro linguaggio segreto.
"Fierezza" e "orgoglio" sono le parole di un'altra donna che si e'
conquistata la parita' sociale anche attraverso il coraggio di una faticosa
migrazione e oggi in queste parole ritrova l'identificazione col suo paese
martoriato da una lunga guerra coloniale.
"Complessita'" e' la traduzione positiva di quell'incoerenza che viene
talvolta attribuita alle donne per la loro necessita' di conservare vitali i
poli opposti delle cose, per il desiderio di non cancellare le
contraddizioni, per essere insieme mente e cuore, per il fatto di apprezzare
le sfumature del grigio, le nebbie invernali come i vapori estivi.
"Tessere" dice un'altra, recuperando l'azione di una tradizionale
occupazione femminile che oggi legge nella capacita' di inventare modi per
tenere insieme quei fili delle relazioni che, soprattutto nell'esperienza
della migrazione, rischiano di spezzarsi e ciondolare nel vuoto.
Per un'altra la parola e' "fiore", espressione di una grazia affidata alla
tenacia dello sbocciare ovunque, anche da una pietra, natura che cresce
serena pur nell'equilibrata consapevolezza di appartenere al tempo del
nascere e del morire.
La "terra" evoca in tutte noi le immagini arcaiche della "grande madre" e
induce la riflessione sulla condizione di una comune appartenenza che ci
trascina con la sua misteriosa potenza, radicandoci nella vita al di la'
delle effimere distinzioni di quelle linee immaginarie che sono i confini
nazionali.
"Protezione" e' la madre, sempre li' come una gallina a riunire e difendere
i pulcini contro l'aquila che sta volando, che protegge anche il padre nelle
sue fatiche, la madre cosi' grande e potente nel ricordo che diventa
l'essenza stessa della vita, il simbolo piu' pregnante dell'origine.
"Forte" viene associato a sesso, quasi per spirito di contraddizione, per
sfidare lo stereotipo linguistico e sociale che definisce debole il
femminile e poi perche' davvero, nella realta', la vita quotidiana si regge
sulla forza anche fisica delle donne, che si esprime nella capacita' di cura
di se' e degli altri come se lo spazio fisico dell'utero, capace di
accogliere, potesse trasformarsi, pur nelle differenti interpretazioni
personali, in uno spazio interiore aperto al dialogo.
Cosi' alla forza si affianca la "decisione" e la "lotta", la capacita' di
non soccombere agli eventi, il coraggio di misurarsi in un corpo a corpo che
vuole vincere l'avversario senza distruggerlo, conquistarlo alle proprie
ragioni mettendo a nudo i sentimenti, senza timori o meschine rivalse.
E poi ancora "sensibile" e "combattiva" per dire l'ascolto delle proprie
percezioni, l'accorta gestione di sentimenti, intuizioni, sogni, a cui non
si rinuncia facilmente.
Parole che nella loro semplicita' esprimono cio' che di meglio abbiamo
pensato per la nostra esistenza, cio' che vogliamo conservare nel nostro
bagaglio per i giorni a venire, cio' che vorremmo lasciare come eredita'
alle figlie e ai figli che ci crescono accanto nella realta' e nel sogno.
Ognuna sa che puo' esprimere qui il positivo di se', della propria vita, dei
propri pensieri, solo perche' e' consapevole di essere dentro un processo in
cui e' continua la scelta, un percorso fatto anche di notti buie, di
risvegli dolorosi, di rinunce e sconfitte, di acredini ed errori, di
necessaria severita' e di paziente perdono.
Nel tempo breve dell'incontro si mette in comune quello che e' stato utile
per se' e puo' servire all'altra, il resto ognuna sa indovinarlo dai brevi
silenzi, dal sorriso che attenua la reticenza, dalle battute discrete.
La fragilita' femminile, come abbandono della responsabilita' di se',
diventa la capacita' di proteggersi senza inventare corazze, perche' la
tessitura richiede mani sensibili e sicure, pazienza e tenacia, la
competenza del progetto e il coraggio dell'invenzione creativa, la
delicatezza nel maneggiare materiali preziosi e la sicurezza accorta nel
tagliare e ricucire gli strappi, la continuita' e la rottura, il coraggio di
buttare e l'invenzione nel riciclare.
E' bello ricordare insieme il mito di Aracne, la fanciulla che ha sfidato la
dea, forse cosi' come oggi le donne si confrontano con gli ammiccanti
stereotipi della mondanita' di celluloide, e poi la generosita' di Arianna,
la furbizia di Penelope, le figure apparentemente minori di un sapere che ha
saputo resistere nei secoli e ancora ci parla con la forza della metafora
radicata nella vita concreta delle donne.
*
"Di dove siete?", e' la terza domanda su cui lavoriamo e le risposte non
sono affatto scontate.
Chi risponde immediatamente con il nome del Paese d'origine ci tiene a
precisare che non e' per nazionalismo, ma solo perche' nessuna conosce la
sua citta' e poi scopriamo che lei porta come secondo nome proprio quello
della sua citta' di provenienza.
Del resto non e' conosciuto da nessuna neppure il paesino della bassa
modenese da cui proviene una donna che da anni risiede a Modena e un'altra
modenese accosta alla citta' il nome Italia ricordando che quando viaggia
all'estero anche lei nomina solo il Paese di provenienza perche' sarebbe
insignificante per tutti il nome della sua citta'.
Ricorda il viaggio a Santiago di Compostela e il senso di decentramento
provato dove la mescolanza delle provenienze richiedeva di presentarsi per
il riferimento geografico comunemente conosciuto e di colpo la citta' amata,
il luogo del radicamento piu' intimo, veniva cancellata.
Con amarezza una donna ricorda che all'universita' le chiedono sempre se e'
africana, con la superficialita' di chi dimentica che l'Africa e' un grande
continente, oppure citano la Nigeria alludendo alla prostituzione, la
schiavitu' a cui noi costringiamo molte donne provenienti da quella terra.
Nomina il suo Paese con un misto di affetto, orgoglio e nostalgia
raccontando le migrazioni dei genitori dall'interno alla costa, alla ricerca
di un luogo dove garantire un futuro migliore ai figli.
Una donna che abita a Modena scrive "dal luogo dove la vita mi chiama"
perche' questa e' solo la citta' dell'ultimo approdo, dove comincia a
mettere radici dopo un lungo vagabondare, prima per il lavoro dei genitori e
poi per motivi di studio. La terra di nascita e' un vago e dolce ricordo
d'infanzia.
Anche quella che scrive "dal mondo" racconta di lunghe peregrinazioni per
studio e per lavoro, e di tutta una grande famiglia migrante, dispersa in
Europa, in America, in altre citta' dell'Emilia Romagna, per cui i luoghi
d'appartenenza sono tutti quelli che evocano una relazione affettiva, un
pezzo di storia famigliare.
Un'altra allora accosta a "Modena" la frase "nata da genitori emiliani", per
sottolineare un radicamento anche affettivo che considera un privilegio per
la propria vita.
Ama questa citta' come tutte, approdate qui in tempi e per motivi diversi,
ma nelle sue parole si coglie la gratitudine che nasce quando possiamo amare
il luogo perche' li' siamo molto amati.
Ricorda come le sembrasse banale la sua citta' durante l'adolescenza, quando
invidiava ad altre compagne provenienze piu' "esotiche", ora invece vive
come una conquista della maturita' il fatto di aver capito il valore delle
proprie radici.
All'aggettivo con cui si definisce proveniente da una regione italiana del
Sud, una donna aggiunge "pellegrina" ad indicare un viaggio che non passa
solo per i territori geografici, ma anche da quelli dell'anima, mentre
un'altra tra due luoghi possibili sceglie Modena come terra d'identita' per
l'adesione ad un modello femminile di autonomia e indipendenza che non vede
praticato nel paese d'origine di una regione dell'Italia del sud.
L'accento decisamente modenese di una ragazza, che esprime abitudini, stile
di vita, pensieri, contrasta con i tratti somatici, costringendola a
continue spiegazioni che la irritano, per questo lei decide di scrivere che
viene "dal futuro", dalla speranza di un mondo meno provinciale, dove
nessuno la guardi con occhi sbarrati se all'universita' di Venezia risponde
che e' di Modena, solo perche' ha gli occhi a mandorla.
Ridiamo con lei, con la sua giovane baldanzosa ironia perche' in questo
momento sappiamo nel profondo di essere tutte native e migranti, cittadine
di un mondo affidato interamente alle nostre mani e ai nostri sogni.
Ci sentiamo vicine a chi si dichiara "di ogni posto e nessuno" perche' a
casa sua, nella sua regione, tra la sua gente, si sentiva diversa,
straniera, quando si ribellava alle tradizioni che la volevano sottomessa.
Nel percorso di migrazione investe tutto il suo desiderio di liberta' e
scopre invece che in questo terra libera e democratica lei e' sempre
definita attraverso il suo Paese di provenienza, come se portasse
un'etichetta e allora assume con orgoglio una tradizione femminile che rende
visibile la sua diversita' e si ritrova a praticare i riti religiosi della
sua terra, da cui in patria si era allontanata, per dare ai figli il senso
di un'identita' dentro cui riconoscersi e proteggersi.
I confini delle terre che percorrono i nostri piedi non sempre coincidono
con quelle che abitano i nostri pensieri.
Ognuna pensa silenziosamente a quanto talvolta anche la casa, la rete di
affetti che ci siamo tessute intorno, ci stringa e costringa, rischiando di
soffocarci, alla fatica di conservare uno spazio di possibilita' per il
futuro senza produrre strappi, lacerazioni, sofferenze, a come resta per
molte ancora difficile tra il grido e il silenzio, scegliere la parola (2).
*
Nel terzo incontro propongo di costruire, attraverso un collage, la mappa
della propria vita.
I materiali sono carta colorata, giornali, riviste, fili di varia natura e
consistenza, nastri, pennarelli, matite... dopo un momento di perplessita'
per la stanza e' tutto un muoversi di corpi, il crescere di un lavoro
alacre, sguardi e parole che si cercano e si allontanano per trovare la
concentrazione necessaria.
Ognuna cerca uno spazio su cui distendere il proprio cartellone, chi si
mette sul pavimento, chi si divide un tavolo, nell'incertezza si prepara un
piccolo patrimonio di materiali che potrebbero essere utili e intanto che i
progetti fioriscono tra le mani si chiacchiera e ci si aiuta. A qualcuna
serve una gallina, a un'altra il verde per le foglie, a un'altra ancora un
pesce.
L'iniziale silenzio di fronte al foglio bianco e' svanito: ad ogni elemento
incollato o tracciato il disegno si definisce nella mente e la ricerca di
materiali e immagini si fa piu' precisa.
Nel territorio della vita quante montagne abbiamo valicato? Ci sono mari o
fiumi, laghi e oceani, strade diritte o tortuose, quante volte siamo tornate
sui nostri passi? In quali citta' riconosciamo le nostre storie?
Si mescolano sulla carta luoghi fisici, di cui si cerca l'immagine piu'
rispondente alla realta', e territori dell'anima, passaggi cruciali della
vita, incontri che inducono a mutare strada, persone animali affetti che
riconosciamo nei nostri gesti quotidiani, oggetti che hanno abitato le
nostre valige migrando da una casa all'altra.
Alcune compongono il puzzle seguendo un progetto che si e' definito con
chiarezza fin dall'inizio, un'immagine fissata con precisione di dettagli
alla quale si resta fedeli fino alla fine, altre accostano i materiali
seguendo il filo di un pensiero affidato solo alle mani e la conclusione
diventa rivelatrice di una continuita' o di un attaccamento di cui non si
era consapevoli, un mondo sottomarino invisibile a pelo d'acqua.
Mentre il racconto orale e' tutt'uno con il corpo, soggetto alle
deformazioni e cancellazioni della memoria, l'oggetto prodotto diventa una
sorta di fotografia che registra con precisione il tempo di una riflessione
con cui sara' possibile in seguito confrontarsi per ristabilire vicinanze e
distanze.
Il lavoro ci cattura per tutto il tempo a disposizione, alla fine ci sediamo
in cerchio intorno a un tappeto fiorito di colore, ognuna segue le tracce
segnate da altre storie, c'e' un silenzio affettuoso, ammirato, curioso.
Porteremo le immagini negli occhi per tutto il tempo che ci separa dal
prossimo incontro, ognuna pensa e ripensa all'immagine prodotta, i materiali
si scompongono e ricompongono nel racconto interiore che aggiunge e riempie
ogni spazio bianco. Quando salgo sul treno che mi porta a casa ho nei
pensieri un caleidoscopio di colori che mi attrae e mi confonde.
Avverto la responsabilita' della cura di queste storie che mi sono state
affidate con generosita' e fiducia, le sento lievitare dentro di me e vorrei
saperle restituire come cibo che possa nutrire a lungo nel viaggio della
vita.
*
Note
1. Si tratta dell'Unione Donne italiane, oggi Unione Donne in Italia e
dell'Associazione Donne del mondo di Modena.
2. Cfr. Christa Wolf, Cassandra, Edizioni e/o.
(Parte prima - segue)

4. MEMORIA. GIULIO VITTORANGELI: THOMAS SANKARA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Nel marzo 1983, quando ci giunse la notizia che il giovane capitano Thomas
Sankara, a soli 35 anni, aveva preso il potere, pochi di noi pensarono che
si trattasse di un colpo di stato diverso (per quanto incruento) da quelli
susseguitisi negli anni post indipendenza dell'ex Alto Volta, paese povero e
periferico del mondo, oltre che sfavorito dalla natura. Invece nacque il
Burkina Faso, "il paese degli uomini integri".
Il 15 ottobre 1987 Blaise Compaore' guido' il vero colpo di stato con cui
prese il posto del suo amico, assassinato insieme a dodici altre persone. I
testimoni attivi e passivi di quel giorno sono stati eliminati a poco a
poco. Compaore', spudoratamente, ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento e
sull'assassinio di Sankara, comunque, non sara' mai fatta piena luce. Quello
che e certo, e' che Sankara ha pagato per aver osato sfidare il sistema di
oppressione e di sfruttamento e per aver criticato la politica criminale in
Africa e in Medio Oriente di Stati Uniti, Francia, Sudafrica e Israele.
Quattro anni di uno sforzo entusiastico verso uno sviluppo autocentrato e
indipendente, per far arrivare una scuola in tutti i villaggi e un posto di
sanita' primaria e due pasti al giorno garantiti; verso la democrazia
diretta, la lotta ai privilegi, l'economia popolare, la fierezza culturale,
le proposte per un nuovo ordine internazionale.
Quattro anni guidati da un presidente che vive come modesto cittadino e
concentra le risorse sul mondo degli eterni dimenticati, i contadini e le
campagne; cercando di ridisegnare la carta amministrativa del paese, facendo
coincidere i limiti territoriali amministrativi con i confini etnici,
restituendo alla gente, almeno in parte, quei punti di riferimento spaziali
tipici della loro tradizione.
Quattro anni per un presidente giovane, bello, con una grande carica
espressiva, figlio di madre mossi e di padre peul, divenuto rapidamente una
spina nel fianco della Francia e di molti altri leader africani. Era della
seconda generazione, figlio di quei tanti "padri della patria", intrappolati
da finte indipendenze e caduti in terribili contraddizioni politiche e
patetiche retoriche panafricane.
Quattro anni per consolidare una rivoluzione che potremmo definire, piu' che
in ogni altro modo, antimperialistica. Pochi, pochissimi comunque, per
quella pianura di speranze, malaccolte da tutti gli dei, che e' il Burkina
Faso; ed anche per noi.
Tra le tante cose di Sankara, restano nella nostra memoria il discorso con
cui esordi' il 4 ottobre 1984 all'assemblea generale delle Nazioni Unite:
"Io vengo a portarvi il saluto fraterno di un paese di 274.000 chilometri
quadrati, dove sette milioni di bambini, di donne e di uomini si rifiutano
ormai di morire d'ignoranza, di fame, di sete... che e' incontestabilmente
uno dei pochi paesi di questo pianeta che ha il diritto di considerarsi come
il concentrato di tutti i mali naturali che l'umanita' ancora conosce in
questa fine di ventesimo secolo".
Ed ancora, la cerimonia di commemorazione di Ernesto Che Guevara, tenuta l'8
settembre 1987, una settimana prima di essere assassinato. "Il Che e'
burkinabe', perche partecipa alla nostra lotta; perche' le sue idee ci
ispirano e sono iscritte nel nostro discorso di orientamento politico;
perche' la sua stella e' nella nostra bandiera; perche' una parte del suo
pensiero vive in ognuno di noi nella lotta che quotidianamente conduciamo".
Sankara commemora il Che, consapevole del sacrificio del rivoluzionario
argentino, che prima di trovare la morte in Bolivia era stato nove mesi in
Congo per cercare di risollevare le sorti del paese dopo l'assassinio di
Patrice Lumumba.
Cosi' come va ricordato che il Burkina Faso fu vicino, non solo alla
rivoluzione cubana, ma anche a un'altra rivoluzione che prese il potere
negli stessi anni: il Nicaragua del Fronte Sandinista (Fsln), che nel 1979
aveva posto fine alla sanguinaria dittatura di Somoza e stava cercando di
costruire una societa' piu' giusta. In visita a Managua, Sankara, che ben
conosceva la pericolosita' di non soggiacere ai dettami statunitensi (era
salito al potere negli stessi mesi in cui a Grenada perdeva la vita Maurice
Bishop), esclamo': "Triste Nicaragua, cosi' lontano da Dio e cosi' vicino
agli Stati Uniti: si', in queste condizioni e' proprio difficile viveri
liberi".
Sankara certamente non e' stato un amico della nonviolenza in senso stretto,
ma e' stato una speranza enorme in quel mare di desolazione che e' l'Africa
odierna. A lui spetta il merito di aver cercato una strada per la
liberazione dei popoli, di averci comunque provato, forse con un'ingenuita'
a volte disarmante; di aver cercato di far risollevare la testa alle donne e
agli uomini di uno dei paesi piu' poveri del mondo e di aver squarciato
quell'opprimente velo di frustrazione e disistima che attanagliava e
attanaglia molti africani. Non e' poco. Rendiamogli omaggio.

5. LETTURE. OREN GINZBURG: ARRIVANO I NOSTRI!
Oren Ginzburg, Arrivano i nostri!, Survival, Milano 2006, pp. 48, s. i. p.
Un meraviglioso libriccino che smaschera la criminalita' dello "sviluppo"
imposto ai popoli tribali dall'azione di agenzie che si presumono umanitarie
e sono effettualmente onnicide. Per contattare "Survival international" (una
ong che aiuta i popoli tribali a difendere le loro vite, a proteggere le
loro terre e a decidere autonomamente del loro futuro): via Morigi 8, 20123
Milano, tel. 028900671, fax: 028900674, e-mail: info at survival.it, sito:
www.survival.it

6. RIEDIZIONI. LEOPOLD SEDAR SENGHOR: POESIE
Leopold Sedar Senghor, Poesie, Passigli, Firenze-Antella 2000 (col titolo
Canti d'ombra e altre poesie), Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2006, pp.
XVIII + 222, s.i.p. ma euro 9,70 (in supplemento al settimanale
"L'Espresso"). Nel centenario della nascita, questa ampia e rappresentativa
antologia ci restituisce l'incanto di una delle voci maggiori e piu'
profondamente evocative della poesia novecentesca.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1458 del 24 ottobre 2006

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