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La nonviolenza e' in cammino. 1461



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1461 del 27 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Le voci, i volti
2. Shahram Vahdany intervista Anne Brodsky
3. Kevin Tillman: In qualche modo
4. Danilo Zolo: Il delirio di Bush cancella i valori dell'occidente
5. Enrico Peyretti: Hannah Arendt, la politica e la parola
6. Osvaldo Caffianchi: Anacreontiche della nonviolenzina
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LE VOCI, I VOLTI
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro la guerra e contro le
violazioni dei diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14
ottobre 2006]

Molte voci si stanno finalmente levando per chiedere che Gabriele Torsello
sia restituito alla liberta'.
E tra queste, si parva licet componere magnis, anche la nostra.
Molte voci chiedono che sia salvata la vita di un uomo di pace che col suo
lavoro ha documentato e denunciato gli orrori della guerra, all'umana
solidarieta' convocando.
Sia restituito alla liberta'.
*
Ma si dica anche questo: che l'intero popolo afgano e' da decenni vittima di
una guerra infinita, di orrori inauditi; si dica anche questo: si salvino le
infinite vitime che la guerra minaccia e distrugge, sia restituita la
liberta' all'intero popolo afgano, e ad ogni singola persona.
Cessi la guerra che tutto devasta e perverte.
Cessi la guerra onnicida, nemica dell'umanita'.
Cessi la guerra stragista e terrorista, che altre stragi ed altro terrore
alimenta.
*
E per quanto riguarda noi cittadini italiani, e' necessario ed urgente che
facciamo la nostra parte per opporci alla guerra e alle stragi: molto
possiamo e dobbiamo fare, perche' sciaguratamente il nostro stato in quella
guerra e' coinvolto, e' partecipe dei crimini di cui il popolo afgano e'
vittima, e' uno degli stati stranieri le cui truppe sono occupanti e
belligeranti, e' uno degli stati membri della coalizione stragista e
terrorista della Nato. L'Italia in Afghanistan e' uno stato criminale.
E non basta a restituire dignita' al nostro paese il fatto che altri
italiani, quelli dell'associazione umanitaria Emergency, siano li' da anni,
disarmati e nonviolenti, a recare aiuto alle vittime della guerra. Lo stato
italiano, la coalizione militare di cui fa parte, ha scelto di fare l'esatto
contrario di quanto i volontari di Emergency stanno facendo: Emergency salva
vite umane, la coalizione della Nato le distrugge.
Cessi l'orrore e l'infamia della partecipazione italiana alla guerra; torni
lo stato italiano al rispetto della legalita' costituzionale e del diritto
internazionale.
S'impegni l'Italia contro la guerra, le stragi, il terrorismo: e s'impegni
nell'unico modo in cui si puo' farlo: cessando di partecipare alla guerra,
opponendosi alle stragi della Nato - coalizione militare di cui fa parte e
delle cui azioni e' quindi pienamente corresponsabile  -, impegnandosi per
la smilitarizzazione del conflitto e a sostegno del negoziato politico in
Afghanistan, recando aiuti umanitari alla popolazione, scegliendo e
praticando e proponendo la via della nonviolenza.
*
E si assumano le loro responsabilita' - riconoscano il tragico, criminale
errore, e si adoperino per porre sia pur tardivamente rimedio al male cui
hanno cooperato - coloro che questa estate hanno deliberato la prosecuzione
della partecipazione militare italiana alla guerra afgana, e coloro che si
sono prestati all'operazione propagandistica attraverso la quale si e'
preteso di far credere che la prosecuzione della partecipazione militare
italiana alla guerra afgana fosse cosa lecita e buona - e tra essi anche
alcune persone che avevano tutti gli strumenti per sapere che si prestavano
a un'infamia le cui conseguenze sarebbero state assassine. La retorica della
"riduzione del danno" pervertiva una formula che designava ben altro, per
legittimare il non legittimabile: cioe' la prosecuzione della partecipazione
a una guerra terrorista e stragista. La retorica del "metodo del consenso"
pervertiva una formula che designava ben altro, per legittimare il non
legittimabile: cioe' la prosecuzione della partecipazione a una guerra
terrorista e stragista. Coloro che si sono resi responsabili di quella
criminale decisione e coloro che si sono prestati a favoreggiare quella
scellerato scelta, che lo abbiano fatto per infame astuzia o per laida
insipienza, oggi dai frutti loro giudichino se stessi. Ma innanzitutto si
decidano a tornare alla ragione, all'onesta' e alla legalita', e ad
impegnarsi anch'essi affinche' cessi l'orrore e l'infamia della
partecipazione italiana alla guerra; affinche' si torni al rispetto dela
legalita' costituzionale e del diritto internazionale.
Ma si assumano le loro responsabilita' anche quelli - e tra essi noi - che
alla guerra sempre si sono opposti, ma la cui opposizione non ha saputo
essere adeguata ed efficace. E non e' stata adeguata ed efficace perche' non
abbiamo saputo condurla come condotta essere doveva: con la forza della
nonviolenza, con l'azione diretta nonviolenta. E non abbiamo saputo farlo
perche' non abbiamo saputo fare chiarezza nel cosiddetto movimento per la
pace, contrastando le sue ambiguita' e le sue subalternita', le sue
complicita' con cio' che della pace e' l'opposto: la violenza, il
totalitarismo, la rassegnazione allo status quo, logiche meschine ed
interessi speculativi, la cooptazione nei meccanismi del potere che sfrutta
ed opprime, last, but not least: l'incapacita' di cogliere la cruciale
necessita' della coerenza tra i mezzi e i fini. E non avendo saputo fare
chiarezza non abbiamo neppure saputo separarci, come pure era necessario, e
condurre la lotta che era da condurre con la necessaria autonomia, con la
necessaria determinazione, con la necessaria intransigenza e limpidezza.
Sono cose che su questo foglio scriviamo da anni, sovente in palese
solitudine, ma naturalmente non bastava predicare, occorreva praticare
l'opposizione nonviolenta alla guerra, la resistenza nonviolenta all'anomia,
l'azione nonviolenta in difesa del diritto alla vita di ogni umana persona,
in difesa della Costituzione della Repubblica Italiana che quel diritto
attesta e che la guerra ripudia. Anche noi siamo corresponsabili della
guerra nella misura in cui non abbiamo saputo pensare ed agire tutto il
possibile per contrastarla.
*
Ma detto tutto questo, che andava pur detto, diciamo anche ancora: in ogni
citta', in ogni piazza, in ogni luogo d'incontro e di deliberazione
d'Italia, si levi corale un appello: sia liberato Gabriele Torsello, cessi
la partecipazione italiana alla guerra afgana, ci si adoperi perche' cessino
tutte le uccisioni, perche' a tutte le vittime della violenza sia recato
soccorso. Vi e' una sola umanita'.

2. RIFLESSIONE. SHAHRAM VAHDANY INTERVISTA ANNE BRODSKY
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a dsposizione nella sua traduzione la seguente intervista.
Anne Brodsky, direttrice del dipartimento sugli studi di genere
all'Universita' del Maryland, Baltimore County, e' autrice del libro, appena
uscito, "Con tutta la nostra forza", che riporta le esperienze di vita delle
donne afgane.
Questa intervista di Shahram Vahdany e' apparsa su "Women Human Rights Net"]

- Shahram Vahdany: Quando sei stata l'ultima volta in Afghanistan?
- Anne Brodsky: Nel luglio e nell'agosto scorsi.
*
Shahram Vahdany: E quante volte ci sei andata, complessivamente?
- Anne Brodsky: Sono stata in Afghanistan cinque volte, e sono stata tre
volte in Pakistan per lavorare con i rifugiati afgani.
*
- Shahram Vahdany: Dove ti trovavi durante il regime talebano?
- Anne Brodsky: Durante quel periodo ero in Pakistan, e la gente con cui
lavoravo continuava a dirmi che andare in Afghanistan era troppo pericoloso
in quel momento, percio' la prima volta che ci andai fu nell'estate del
2002.
*
- Shahram Vahdany: Cosa hai visto e sentito di differente, oggi, rispetto al
periodo dei talebani?
- Anne Brodsky: In generale, e' vero che il mucchio di restrizioni poste dai
talebani alle donne, ma anche agli uomini, non sono piu' sanzionate
penalmente, percio' le donne legalmente non possono piu' essere tenute
lontane dalle scuole, e possono uscire di casa anche se non sono
accompagnate da un parente maschio.
Ma in pratica, in numerose zone del paese non molto e' cambiato dal tempo
dei talebani, in termini di restrizioni poste alle donne e dei pericoli che
esse corrono, perche' il potere e' rimasto nelle mani di personaggi
collegati ai talebani. Percio' c'e' stato un cambiamento di superficie, non
un cambiamento reale. Una cosa che invece e' andata nella direzione opposta
a quello che abbiamo sperato in tutto il mondo e' la questione della
sicurezza, che e' decisamente peggiorata.
Questo mi e' apparso particolarmente chiaro durante il mio ultimo viaggio.
Durante gli altri la preoccupazione al riguardo era minore. Due anni or sono
alcune persone cominciarono a dirmi che la situazione era piu' pericolosa di
quanto lo fosse sotto i talebani, ma questa volta me lo ha detto chiunque ho
incontrato. Non c'e' protezione, capisci, ne' dai terroristi sucidi a Kabul
ne' dalla violenza continua nel resto del paese. Ed il farsi esplodere una
bomba addosso non fa parte della cultura afgana, e' una cosa che in
Afghanistan non era mai stata fatta prima. In aggiunta, c'e' la violenza
degli eserciti, le scuole che bruciano, le aggressioni a chi osa protestare:
tutti sono spaventati, tutti.
*
- Shahram Vahdany: Che ruolo ha l'Alleanza del nord in tale scenario?
- Anne Brodsky: Una buona domanda. C'e' un mucchio di gente che ha interesse
a non far funzionare l'attuale governo nella maniera giusta. I signori della
guerra che sono al governo, alcuni dei quali appartengono all'Alleanza del
nord mentre altri appartengono a diverse fazioni jihadiste, hanno interesse
a tenerlo insieme: non e' solo il vedere che le loro leggi
ultraconservatrici passano, e' anche la necessita' di non essere chiamati a
rispondere e puniti per i loro crimini precedenti.
L'ultima volta in cui mi sono trovata in Afghanistan tutti parlavano delle
rivolte scoppiate a Kabul nel maggio scorso. La storia che mi raccontava
chiunque era che un convoglio militare aveva perso il controllo in un
quartiere molto popolato. La gente biasima spesso i soldati americani
perche' guidano troppo velocemente, sono disattenti, non si curano dei
civili, eccetera, cosi' quando un camion militare si e' schiantato contro
auto civili ed ha ucciso dei civili, le persone erano furibonde. Sono uscite
dalle case ed hanno cominciato a protestare contro il convoglio, e qualcuno
ha aperto il fuoco, non si e' capito ancora chi, e da quel momento c'e'
stata l'escalation degli scontri ed essi si sono estesi a tutta la citta'.
Di questo la gente incolpava l'Alleanza del nord, dicendo che aveva
pianificato l'escalation, che si tratta di agitatori sempre in attesa di
avere un'opportunita' per creare disordini. Le testimonianze riportano che
in tutta la citta' c'era gente con mappe gia' pronte che sapeva in anticipo
cosa fare, venivano dati messaggi alle persone su dove andare, ed i
poliziotti non hanno fatto altro che togliersi le uniformi ed unirsi ai
disordini, il che ovviamente non incrementa la fiducia nella legge per avere
protezione.
*
- Shahram Vahdany: L'Alleanza del nord opera come forza paramilitare per il
governo?
- Anne Brodsky: Non ho prove di questo, ma cio' che gli afgani dicono e' che
costoro hanno molto potere. In ogni edificio, che ospiti uffici del governo
o meno, dove c'e' una foto di Karzai c'e' una foto di Massoud. Le persone
parlano di come vestirsi per passare da membri dell'Alleanza del nord, cosi'
da poter essere lasciati in pace e per esempio non essere fermati se guidano
un'automobile. Anche i panshiri hanno ancora molto potere, nei termini di
chi ha il possesso della terra, chi ha un lavoro, chi ha opportunita'. E'
meno chiaro cosa costoro stiano facendo a livello militare, almeno secondo
le persone con cui io ho parlato.
*
- Shahram Vahdany: Il governo ha qualche controllo sulle tribu' e sui
signori della guerra?
- Anne Brodsky: A Karzai ci si riferisce come ad una sorta di "sindaco di
Kabul" perche' il controllo del governo centrale non si e' mai spinto in
maniera decisiva nelle varie provincie. Il governo centrale nomina i
governatori, ma in una sorta di scambio, in cui questi devono dare il loro
sostegno e non causare fastidi. Forse le cose andrebbero meglio se a
governare le provincie fossero proprio i leader tribali: almeno, per la
maggior parte, sono interessati al bene della loro zona ed a garantirvi pace
e sicurezza. Il problema e' che chi ha veramente il controllo delle
provincie sono i signori della guerra, i quali hanno potere perche' hanno
armi, denaro, e gestiscono il commercio di droga.
Il raccolto di papavero da oppio e' aumentato del 59% quest'anno. Si stima
che superi la richiesta totale mondiale di eroina: e' una cifra astronomica
e non e' il certo il modo per mantenere la pace in un paese. I soldi
dell'oppio non vanno ai coltivatori, i coltivatori forse ne ricevono il 10%,
il resto va ai signori della guerra, ai talebani, agli spacciatori ed ai
criminali.
*
- Shahram Vahdany: Ricordo che quando i talebani erano al potere bandirono
la coltivazione del papavero da oppio. E' legale, ora, o e' tollerata?
- Anne Brodsky: Non e' legale, ma la si tollera, e' totalmente fuori
controllo. Il problema e' che molte persone nei ministeri e nel governo di
Karzai beneficiano della situazione. E poiche' vi sono persone ad alti
livelli che hanno ragioni per proteggere la coltivazione del papavero, nulla
viene fatto per impedirla. Inoltre, subito dopo la sconfitta dei talebani,
quando c'erano i peacekeeper, questi ultimi non sono mai stati dislocati
fuori da Kabul, non erano abbastanza, e cosi' lo spazio di opportunita' che
si era aperto non aveva fondamentalmente nessuno che lo controllasse.
I talebani mantenevano un controllo stretto: quando se ne andarono, questo
controllo non fu rimpiazzato da nient'altro, e quindi chiunque volesse
coltivare papavero lo ha fatto. L'altro fattore e' che c'e' stata una
siccita' della durata di 4-5 anni, ed il papavero da oppio resiste alla
siccita', percio' coltivarlo diventava la cosa piu' pratica che un contadino
potesse fare. I coltivatori dicevano: "Lo so che non e' giusto, non e'
questo che vorrei coltivare, ma devo farlo o la mia famiglia morira' di
fame". Ora dicono: "Non ho scelta, mi stanno forzando a farlo. Sono venuti
questi tizi con i fucili e mi hanno detto cosa dovevo farne della mia
terra".
*
= Shahram Vahdany: A che livelli e' la poverta', oggi, in Afghanistan?
- Anne Brodsky: Enormi. La disoccupazione tocca il 40%. Da quello che ho
visto io nel paese mi vien da dire che la stima percentuale e' bassa. Il
progresso economico non e' mai arrivato alla gente. Tutto il denaro degli
aiuti, i soldi per la ricostruzione, sembrano scomparsi in progetti che
vanno ad arricchire le persone sbagliate. Ti faccio un esempio. Ero in un
villaggio distante diciamo circa 45 minuti da Kabul, nel bel mezzo del
nulla, una campagna aperta, un paio di piccoli villaggi, e la' si sta
costruendo una grande strada asfaltata. Come, ho pensato, le strade di Kabul
avrebbero bisogno di essere asfaltate e se ne costruisce una qui? L'ho
chiesto a chi ci lavorava. E mi hanno risposto: C'e' una base piu' in la' e
ne hanno bisogno, la Nato vuole una strada qui.
Questo tipo di decisioni vengono prese ovunque. A Kabul, nel nuovo centro
della citta', stanno costruendo graziosi palazzi di vetro, con ascensori
eccetera, e a noi fanno vedere le foto di questa roba, i bei negozi, e gli
hotel e i ristoranti, ma non viene fatto nulla, nulla, per la gente comune.
Non c'e' stato alcun intervento di edilizia pubblica, la gente si sta
riparando gli appartamenti da sola quando puo', ma non ci sono soldi, e non
c'e' lavoro, perche' non ci sono investimenti sul lavoro. Hanno messo in
piedi un grosso panificio dove c'erano le fabbriche di cemento: il panificio
non funziona quasi, e adesso il cemento lo importano dall'Iran e dal
Pakistan.
Si sarebbe potuto fare diversamente, e adesso ne vedremmo i risultati, gli
afgani erano disposti a lavorare mano nella mano per la ricostruzione. Non
e' accaduto. Quando mi trovavo ad Herat la gente si lamentava con me per il
fatto che tutto viene importato dall'Iran: latte, uova, vestiti. I
coltivatori di uva sono costretti a vendere il prodotto grezzo all'Iran, da
cui torna lavorato e raffinato e a prezzo molto piu' alto. I coltivatori non
guadagnano nulla.
*
- Shahram Vahdany: Com'e' la situazione per i bambini? Vanno a scuola, o
sono costretti a lavorare?
- Anne Brodsky: C'e' parecchio lavoro minorile. Vedi i bambini lavorare
nelle strade di Kabul, a Herat, ovunque. Ho collaborato con una ong, "Voci
di donne", che gestisce progetti a favore dei bambini di strada a Herat,
senza proporsi di toglierli totalmente dall'impegno lavorativo, perche' i
progetti fallirebbero: le famiglie hanno bisogno del lavoro di questi
bambini per sopravvivere. I progetti forniscono loro istruzione e anche
formazione professionale, perche' almeno siano piu' sicuri e possano
ottenere impieghi migliori.
E' vero che le scuole hanno riaperto, il che e' un progresso meraviglioso se
lo si confronta col periodo dei talebani, ma se si da' un'occhiata ai numeri
si vede che ci sono circa cinque milioni di bambini che vanno a scuola in
Afghanistan, quando dovrebbero essere 15 milioni. Di quelli che ci vanno, le
ragazze sono un quarto del totale, ci sono moltissime bambine che non vanno
a scuola. E la maggioranza di chi frequenta le scuole appartiene alle cinque
provincie piu' grandi, quelle urbanizzate, percio' il resto del paese non si
e' neppure accorto della riapertura delle scuole.
*
- Shahram Vahdany: E' obbligatoria la frequenza scolastica per i bambini?
- Anne Brodsky: No. In questo momento non ricordo esattamente com'e' scritta
la legge, ma anche se fosse obbligatorio sarebbe uguale: nulla in
Afghanistan segue il dettato delle leggi. Nella Costituzione ci sono scritte
un bel mucchio di cose che non stanno accadendo. Le donne vengono ancora
vendute in matrimoni che non scelgono, non ci sono ancora elezioni libere e
trasparenti, eccetera.
Un'altra cosa che voglio dire, perche' e' molto importante, e' che un certo
numero di scuole che avevano riaperto i battenti ora li hanno chiusi.
L'Unicef ha diffuso un rapporto in luglio, in cui porta le prove degli
incendi di 99 scuole, attacchi missilistici, minacce, chiusure forzate, solo
nella prima parte del 2006; e questo, sapendo come funziona la scuola
afgana, significa un periodo da marzo a luglio, meno di sei mesi pieni. E le
aggressioni sono sei volte di piu' rispetto allo stesso periodo del 2005,
durante il quale c'erano stati anche insegnanti minacciati e uccisi, e la
terribile storia del preside decapitato di fronte alla sua famiglia perche'
nella sua scuola c'erano delle alunne. Percio' parecchia gente che era stata
felice di vedere i propri figli tornare a scuola, ora li tiene a casa, sia
perche' non e' piu' sicuro andarvi, sia perche' semplicemente la scuola e'
stata distrutta.
*
- Shahram Vahdany: C'e' anche prostituzione, come risultato della poverta',
in Afghanistan?
= Anne Brodsky: Si', ce n'e'. Sfortunatamente, dove ci sono truppe, dove
arrivano i peacekeeper, c'e' la prostituzione. Molte donne sono state
"importate" in Afghanistan proprio a questo scopo. Alcune bande cinesi che
trafficano in donne sono cresciute in questi anni. Ma ci sono anche donne
afgane che non hanno altra possibilita' per sopravivere.
Le prostitute importate vengono trafficate da gruppi internazionali,
dopotutto in Afghanistan ci sono un mucchio di stranieri e anche qualche
afgano con soldi sporchi e via dicendo. Le malattie a trasmissione sessuale
stanno aumentando, ma ovviamente non e' qualcosa di cui si parli con
facilita'. Stanno crescendo anche le preoccupazioni rispetto all'hiv, in
relazione al papavero da oppio che un tempo non veniva raffinato in
Afghanistan, ora si', e si registra un aumento dell'uso di eroina
iniettabile. Sono tutti problemi che il paese non aveva in passato.
*
- Shahram Vahdany: Il ministero del vizio e della virtu', operativo durante
il periodo dei talebani ed il cui scopo era supervisionare la condotta delle
persone in pubblico, e' stato ripristinato.
- Anne Brodsky: Si'. E' il risultato di un patto stretto da Karzai. Verso
fine estate ha incontrato alcuni talebani ed altri conservatori, ed ha
accolto l'idea di restaurare il dipartimento, il che ha causato una reazione
enorme di scandalo quando io mi trovavo in Afghanistan, la gente diceva: "Lo
rimettono in piedi senza che nessuno sappia che autorita' ha e come intende
operare". C'erano anche persone piu' ottimiste che dicevano:  "Magari se lo
guida la persona giusta, se non tormentano le donne e se non si mettono a
scandagliare ogni piccolezza, puo' essere che incoraggi una societa'
virtuosa". Ma ovviamente la maggioranza e' preoccupata dal mero ripristino
di un attrezzo dell'era talebana, e teme di sentirsi di nuovo dire: "Il tuo
velo non va bene, la tua barba non e' della lunghezza giusta, e chi era il
tizio con cui stavi parlando e mostrami la carta d'identita' che vediamo se
era tuo parente". Insomma, lo stesso scenario predisposto dai talebani.
*
- Shahram Vahdany: Qual e' la funzione delle forze Nato in Afghanistan? Cosa
stanno facendo?
- Anne Brodsky: Si suppone che le forze Nato facciano lavoro di
peacekeeping, ma sono in realta' totalmente impegnate in combattimento, con
quelli che vengono chiamati "insorgenti talebani", soprattutto nel sud del
paese, ma ci sono avvisaglie di violenza crescente all'ovest. C'e' stata la
richiesta da parte del comandante delle forze Nato di altri 2.000 soldati e
sembra che non li avra', la Polonia ha promesso di mandarne un migliaio, ma
sai com'e', ogni paese al mondo ha i suoi affari da seguire, e c'e' anche
l'Iraq. Io credo di essere una delle poche persone che non e' mai stata a
favore dei bombardamenti in Afghanistan. Non che al-Qaida non necessitasse
di essere contrastata, ne' pensavo che i talebani che con essa cooperavano
non fossero pericolosi, ed ero preoccupata per quanto accadeva in
Afghanistan ben prima dell'11 settembre.
Ma quello che mi sono sentita dire dagli afgani, sempre, e' che cio' di cui
hanno bisogno e' il disarmo. Se l'occidente avesse semplicemente impedito il
flusso di denaro e armi ai talebani, questo avrebbe fatto una differenza. Il
paese non produceva nulla, non c'era un governo di qualche tipo che
funzionasse. Percio' andare a bombardare il paese, uccidere civili afgani,
impiantare una guerra non e' la scelta che avrei fatto io. Ma detto questo,
una volta che i talebani se ne erano andati, si era aperto questo spazio di
opportunita', che avrebbe potuto essere davvero riempito di liberta',
sicurezza, democrazia. Invece lo si e' devastato, e cinque anni piu' tardi
esso si e' riempito di droga e di violenza continuata, e abbiamo gli
"insorgenti talebani" e i signori della guerra in parlamento.
Non sono per niente sicura che la Nato stia facendo quel che ha detto di
voler fare in origine, e le truppe Usa stanno ancora correndo in giro alla
ricerca di Osama bin Laden, e non gliene importa nulla della sicurezza del
popolo afgano.
*
- Shahram Vahdany: Quanto e' realistico immaginare un Afghanistan
indipendente e sicuro nel futuro prossimo?
- Anne Brodsky: Io pensavo che fosse realistico, ma ora non lo so piu'.
Quello che vedo, quando sono la', sono tantissime persone che vogliono la
propria nazione sicura ed indipendente, ma si sentono come se avessero le
mani legate dietro la schiena. Ho parlato con un gran numero di donne
attiviste, di individui istruiti, e con molte persone del tutto comuni. Sono
stata in un rifugio, a Herat, dove vivono donne che sono state costrette a
scappare di casa per salvarsi la vita, o per sfuggire a matrimoni imposti, o
che sono state talmente brutalizzate che infine qualcuno e' intervenuto e le
ha portate al rifugio, il che e' una pura fortuna: moltissime donne vengono
arrestate e messe in prigione per aver tentato di sfuggire ad una situazione
violenta. Tutto quello che questa gente vuole, chiaro e semplice, e' una
vita migliore, piu' sicura, piu' sana.
Io non credo alle soluzioni militari, ma ora c'e' veramente un elemento
armato e pericoloso nel paese, diciamolo talebano, e ci sono anche
combattenti stranieri iregolari, signori della guerra, e signori della
droga, e tutti potrebbero ancora essere disarmati, e si potrebbe ancora
impedire loro di causare sofferenze.
Non e' come l'Iraq, perche' non c'e' una battaglia anche ideologica contro
una forza di invasione. E' una battaglia per le risorse, per la terra, e in
qualche modo e' una battaglia per la sicurezza ed il controllo
dell'economia. Percio' se facessimo veramente quel che avevamo promesso, le
libere elezioni, l'aiuto alla ricostruzione di un paese devastato da trenta
anni di guerra, di modo che ci siano le infrastrutture, un'infrastruttura
economica, di modo che ci sia lavoro, questo sarebbe sufficiente a far si'
che il paese si reggesse in piedi da solo.
Ci sono persone istruite e capaci in Afghanistan, e ci sono idee veramente
buone su quel che si potrebbe fare, e la popolazione non e' divisa come
sembra esserlo quella dell'Iraq. Non c'e' violenza settaria a livello di
popolo, e' sempre a livello di signori della guerra.
*
- Shahram Vahdany: Quale dovrebbe essere, allora, la responsabilita' della
Nato in Afghanistan? Dicono che costruendo le forze di sicurezza afgane
stabilizzeranno il paese. Dovrebbero concentrarsi piuttosto sull'economia,
le infrastrutture, l'istruzione e la salute?
- Anne Brodsky: Esattamente. Se un bel po' di persone in Afghanistan
avessero lavoro e potessero nutrire le proprie famiglie, non avrebbero alcun
interesse a coltivare papavero da oppio o nell'insorgenza talebana. Molto di
quel che accade e' una risposta a quel che vedono come l'ennesimo governo
fallimentare e alle promesse non mantenute. Persino uno dei generali Nato ha
detto che il grosso fallimento, in Afghanistan, e' un fallimento dei cuori e
delle menti. Una ragione per cui i talebani possono convincere le persone a
sostenerli e' che gli basta dire: "Guardati in giro. Va meglio rispetto a
quando c'eravamo noi? No".
La gente deve essere messa in grado di aver da mangiare, devono sentirsi al
sicuro sulle strade, devono poter pensare ad un futuro per le loro famiglie,
il che include l'istruzione e tutte le cose di cui abbiamo parlato prima. Le
ultime stime che ho visto danno le spese militari, rispetto alle spese per
lo sviluppo, superiori del 900%. E la gente sta morendo di fame a Khandahar,
perche' gli aiuti umanitari non riescono a raggiungerli.
Quando Karzai e Musharraf hanno pranzato insieme alla Casa Bianca hanno
passato il tempo a biasimarsi l'un l'altro per la situazione afgana e non
sono neppure riusciti a stringersi pubblicamente la mano. Con tutto questo,
Bush continua a sciorinare la vecchia retorica dello "stiamo facendo
progressi". Il popolo afgano merita di meglio, e se pure gli Usa si
preoccupano solo del proprio interesse, resta difficile capire come il
clamoroso fallimento in Afghanistan li abbia favoriti.

3. TESTIMONIANZE. KEVIN TILLMAN: IN QUALCHE MODO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione il seguente intervento di Kevin Tillman. I
fratelli Kevin e Pat Tillman si arruolarono nell'esercito Usa nel 2002, e
insieme furono inviati in Iraq e in Afghanistan. Pat Tillman e' stato ucciso
in Afghanistan il 22 aprile 2004. Kevin e' uscito dall'esercito nel 2005]

Il 6 novembre e' il compleanno di Pat, e le elezioni si tengono il giorno
dopo. Questo mi ha fatto pensare ad una conversazione che Pat ed io abbiamo
avuto prima di arruolarci. Mio fratello mi parlo' dei rischi che correvamo a
firmare quei documenti. Una volta che lo avessimo fatto, saremmo stati alla
merce' del governo americano oltre che al servizio del popolo americano.
Avremmo potuto essere gettati in una direzione che non avevamo voluto.
Essere soldati ci avrebbe lasciati senza voce, sino a che non avessimo
lasciato l'esercito.
*
Molte cose sono accadute da quando rinunciammo alle nostre voci.
In qualche modo, siamo stati inviati ad invadere una nazione perche' essa
era un minaccia diretta al popolo americano, o al a mondo; oppure ospitava
terroristi, o era coinvolta negli attacchi dell'11 settembre, oppure
riceveva armi all'uranio arricchito dal Niger, o aveva fabbriche d'armi
mobili, o armi di distruzione di massa; oppure aveva la necessita' di esser
liberata e che noi vi stabilissimo la democrazia, o fermassimo
un'insorgenza, o ponessimo fine ad una guerra civile che non puo' essere
chiamata tale anche se lo e'. Qualcosa del genere.
In qualche modo, i nostri leader eletti hanno sovvertito le leggi
internazionali e la propria umanita' stabilendo prigioni segrete in giro per
il mondo, sequestrando persone di nascosto e tenendole prigioniere per un
tempo indefinito, non accusandole chiaramente di nulla e torturandole in
segreto. In qualche modo, questa aperta politica di tortura e' diventata
l'errore di qualche "mela marcia" nell'esercito.
In qualche modo, guardando a casa, il sostegno ai soldati significa spedire
oltremare bigliettini disegnati a pennarello da bimbi di cinque anni, o
appiccicare adesivi all'automobile, o far pressione sul Congresso per
un'imbottitura migliore degli elmetti. E' interessante: un soldato al terzo
o quarto turno in guerra dovrebbe apprezzare i bigliettini e l'adesivo
scolorito su una macchina mentre i suoi amici muoiono tutto intorno a lui, o
apprezzare l'imbottitura dell'elmetto come se questa potesse proteggerlo
mentre una bomba posta sulla strada solleva di un metro e mezzo il suo
veicolo in aria, ed il suo corpo viene fatto a pezzi, mentre la sua pelle si
fonde con il sedile.
In qualche modo, piu' soldati muoiono, piu' illegittima questa invasione
diventa.
In qualche modo ai leader statunitensi, la cui sola "virtu'" sono le
menzogne al proprio popolo e l'illegale invasione di un'altra nazione, e'
stato permesso di rubare il coraggio, le virtu' e l'onore dei soldati sul
campo.
In qualche modo viene tollerato il simulare carattere, onesta' e forza.
In qualche modo viene tollerato chi profitta della tragedia e dell'orrore.
In qualche modo viene tollerata la morte di decine di migliaia, se non di
centinaia di migliaia, di persone.
In qualche modo viene tollerato il rovesciamento della Carta dei diritti e
della Costituzione.
In qualche modo, si suppone che la sospensione dell'"habeas corpus"
manterra' al sicuro questo paese.
In qualche modo si consente la tortura.
In qualche modo si consente la menzogna.
In qualche modo l'America e' diventata un paese che protegge tutto cio' che
non e', e condanna tutto cio' che e'.
In qualche modo, la ragione viene gettata via per essere rimpiazzata dalla
fede, dal dogma e dal nonsenso.
In qualche modo il governo americano ha lavorato per creare un mondo piu'
pericoloso.
In qualche modo cio' che si dice e' piu' importante di cio' che e' reale.
In qualche modo, il piu' ragionevole, affidabile e rispettato paese al mondo
e' diventato uno dei piu' irrazionali, belligeranti, temuti e disprezzati
paesi al mondo.
In qualche modo, essere politicamente informati, attenti e critici, e' stato
rimpiazzato dall'apatia generata da un'attiva ignoranza.
In qualche modo, gli stessi incompetenti, narcisisti, disonesti, vacui e
maligni criminali sono tuttora al potere in questo paese.
E in qualche modo tutto questo viene permesso. Nessuno deve risponderne.
*
In una democrazia, la politica dei leader e' la politica del popolo. Percio'
non meravigliatevi quando i vostri nipoti seppelliranno la maggior parte di
questa generazione come traditori della nazione, del mondo e dell'umanita'.
E' probabile che vengano a sapere che "in qualche modo" essa veniva nutrita
di paura, insicurezza ed indifferenza, lasciando il paese vulnerabile
all'azione di parassiti non controllati e non affrontati.
Ma fortunatamente questo paese e' ancora una democrazia. Le persone hanno
ancora una voce. Le persone possono ancora agire. Questo puo' cominciare il
giorno dopo quello che avrebbe dovuto essere il compleanno di Pat.
Suo fratello, Kevin Tillman

4. RIFLESSIONE. DANILO ZOLO: IL DELIRIO DI BUSH CANCELLA I VALORI
DELL'OCCIDENTE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 ottobre 2006. Danilo Zolo, prestigioso
giurista, nato a Fiume (Rijeka) nel 1936, e' docente di filosofia e
sociologia del diritto all'Universita' di Firenze. Tra le opere di Danilo
Zolo segnaliamo almeno: Stato socialista e liberta' borghesi, Laterza, Bari
1976; Il principato democratico, Feltrinelli, Milano 1992; (a cura di), La
cittadinanza, Laterza, Roma-Bari 1994; Cosmopolis, Feltrinelli, Milano 1995;
Chi dice umanita', Einaudi, Torino 2000; Globalizzazione: una mappa dei
problemi, Laterza, Roma-Bari 2004; La giustizia dei vincitori, Laterza,
Roma-Bari 2006]

Il presidente Bush ha dunque promulgato il Military Commissions Act che di
fatto legalizza gli orrori di Guantanamo. E si tratta di una normativa che
non colpisce soltanto i 14 presunti leader di Al Qaeda e gli oltre 400
detenuti rinchiusi a Guantanamo.
Sono almeno 14.000 gli stranieri sospettati di terrorismo, in gran parte
islamici, che gli Stati Uniti tengono in carcere, senza capi d'accusa e
senza prove. Ma anche questa cifra e' incerta. Nessuno sa - nessuno deve
sapere - quante sono le persone sospettate di terrorismo che la Cia e le
altre istituzioni di intelligence statunitensi detengono e torturano in
prigioni segrete, sparse in tutto il mondo. Sono prigioni che proprio questo
documento dichiara necessarie for protecting America e quindi legittime.
Oggi i diritti piu' elementari di migliaia di detenuti vengono cancellati
"legalmente" e non piu' solo di fatto e con provvedimenti arbitrari. La
nuova legge li sottopone al giudizio di Tribunali militari speciali, le cui
sentenze saranno inappellabili. Li priva dell'assistenza di avvocati di
fiducia e li giudica sulla base di prove che possono restare segrete. Non
solo sopprime qualsiasi limite legale alla detenzione, vietando i ricorsi di
habeas corpus, ma consente anche condanne a morte decise sulla base di
dichiarazioni ottenute con la tortura.
Infine, e soprattutto, legittima la tortura stessa. Sara' infatti il
Presidente George W. Bush stesso a decidere caso per caso quali saranno i
metodi da adottare negli interrogatori, consentendo, a sua discrezione,
l'applicazione di "tecniche pesanti". E' noto che questo significa, come e'
accaduto ad Abu Ghraib, a Bagram, a Polj-Charki, l'uso di torture spietate
come quelle termiche, acustiche e luminose che producono sofferenze crudeli
e devastanti senza lasciare tracce sui corpi, o come lo schiaffeggiamento e
lo scuotimento fisico prolungato che porta al delirio e allo svenimento. Ma
puo' anche accadere che portino alla mutilazione permanente o alla morte dei
torturati.
Si tratta di gravissimi crimini di guerra di cui, in base alla terza
Convenzione di Ginevra e al Trattato internazionale contro la tortura del
1984, i responsabili dovrebbero rispondere di fronte ad una assise penale
nazionale o internazionale: fra questi, anzitutto i membri
dell'amministrazione statunitense, incluso il presidente Bush e tutti i sui
principali collaboratori. Ma e' chiaro che questo non avverra' mai.
Non avverra' perche' gli Stati Uniti operano ormai come il soggetto di un
nuovo "nomos della terra", che crea ad libitum un nuovo diritto
internazionale, ignorando qualsiasi regola che limiti la loro sovranita'
"imperiale". Nel giugno scorso il "Wall Street Journal" ha rivelato che i
consiglieri legali della presidenza hanno sostenuto in un lungo documento
che il Presidente degli Stati Uniti, come commander in chief, non e' tenuto
a rispettare le norme internazionali che vietano la tortura.
Il Military Commission Act e' dunque in perfetta continuita' con una lunga
serie di soprusi e di crimini che sovvertono in radice l'ordinamento
giuridico internazionale: dalla non adesione al Trattato contro le mine
antiuomo, al rifiuto del protocollo di Kyoto sulla protezione dell'ambiente,
al sabotaggio della Corte penale internazionale, alla violazione sistematica
delle Convenzioni di Ginevra, alla teoria e alla pratica della guerra
preventiva.
Con questo atto il Presidente non solo ha infranto la logica stessa del
sistema politico degli Stati Uniti e della grande tradizione giuridica e
civile del rule of law e della divisione dei poteri. Bush ha lanciato una
nuova sfida al mondo intero, in particolare al mondo islamico, accusato di
volere la distruzione degli Stati Uniti come emblema della civilta'
occidentale e dei suoi valori di liberta' e di democrazia.
Il presidente Bush sembra ormai esprimersi personalmente e operare
politicamente in forme che lo mostrano sempre piu' in preda a un odio
delirante per i "nemici dell'America". Ma il delirio, l'odio e le sanguinose
guerre d'aggressione possono essere una risposta alla tragedia (con i suoi
tanti lati oscuri) dell'11 settembre 2001?
E' il suo un delirio di violenza, quasi un contagio riflessivo della
violenza che le armate statunitensi hanno esercitato in questi anni e
continuano ad esercitare nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq. E' una furia
nichilista che incolpa gli altri perche' osano difendersi. E' la malattia
mortale di un occidente che nega i suoi stessi valori pretendendo di
sconfiggere con metodi terroristici un terrorismo che e' esattamente il
prodotto del suo delirio di aggressivita' e di violenza.

5. MEMORIA. ENRICO PEYRETTI: HANNAH ARENDT, LA POLITICA E LA PAROLA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento del 14 ottobre 2006.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha
insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e
diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora
regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno
Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e'
membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace
delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista
"Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli,
Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie
divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang
Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg
Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000.
Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara
nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' significative della cultura delle donne e
dei movimenti della societa' civile. Nelle elezioni politiche del 9-10
aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La maggior parte degli scritti e
degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e riviste, atti
di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il futurismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo. Ideologia e
linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento politico di
liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana,
Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza sessuale, Felina,
Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa
ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le
donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il
dito e la luna, Milano 2001; AA. VV., Nonviolenza, Fazi, Roma 2004.
Mariella Lajolo, dell'Istituto buddhista Soka Gakkai, e' formatrice alla
pace]

Oggi, 14 ottobre, Hannah Arendt compie cento anni, anche se e' morta da piu'
di 30 anni.
Chi pensa alla pace l'ha come una dei maestri e maestre.
E' stata ricordata e riascoltata a Roma. Anche qui a Torino, nel Centro
studi "Sereno Regis", ci ha parlato ieri sera per la voce di Lidia Menapace
e Mariella Lajolo.
In sintesi un punto del suo pensiero: la politica, vivere in una polis, e'
decidere insieme con la parola. Violenza e parola si escludono a vicenda. La
parola violenta e' violenza, non e' piu' parola. Il potere non e' dominio su
altri, ma la capacita' di agire insieme. Dove c'e' violenza non c'e' potere.
Cio' che fonda la politica non e' affatto la violenza, ma il suo contrario
assoluto: la parola umana, in dia-logo. La politica e' pace, oppure non e'
politica, ma sopraffazione.
E molto altro.

6. LE ULTIME COSE. OSVALDO CAFFIANCHI: ANACREONTICHE DELLA NONVIOLENZINA

"E la si pianti di grazia col pretender comprensione per gli assassini,
poiche' la comprensione per gli assassini conferma il disprezzo per gli
assassinati, e nuove uccisioni prepara"
(Automaco di Cirene, Fragmenta, 70, 7)

Ebbri di ossequio e di condiscendenza
in quei giorni arsi, in quelle notti illuni
come al governo giunsero, taluni
tosto passaron dalla nonviolenza
alla nonviolenzina.
E fu sera e fu mattina.

*

La nonviolenzina
e' contro il terrorismo dei pezzenti
ma non contrasta quello dei potenti.
Compiange la ria sorte dei mortali
ma e' colpa lor se son collaterali.
Si duole delle vittime innocenti
ma e' colpa lor se sono imprevidenti.
Sa che guerre e torture sono mali
ma da noi fatte allora son morali.

*

La nonviolenzina
garbata, graziosa, cosi' minuziosa
nel giustificare gli eccidi, le bare.
Cosi' giudiziosa e cosi' cottimista
nel dare una mano al governo stragista.

*

La nonviolenzina
che piace ai ministri e ai padroni
come il buon cacio
sui maccheroni,
che piace ai gazzettieri e ai generali
come il buon attendente
che lustra gli stivali.

*

La nonviolenzina
fiera s'aderge ognor contro la guerra
ma nulla obietta contro la guerrina.
Cupa s'adonta contro ogni riarmo
ma chiude un occhio se e' solo un riarmino.
E fu sera e fu mattino.

*

La nonviolenzina
nonviolenta a meta'
a sera e a mattina
che orrore ci fa.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1461 del 27 ottobre 2006

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