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La nonviolenza e' in cammino. 1463



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1463 del 29 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. L'orrore, il dovere
2. Peter Beaumont: Le vittime nascoste
3. Giuseppe Bronzini presenta "L'Europa e' un'avventura" di Zygmunt Bauman
4. Benedetto Vecchi presenta "L'Europa e' un'avventura" di Zygmunt Bauman
5. Elena Loewenthal presenta "Il passato: istruzioni per l'uso" di Enzo
Traverso
6. Letture: Rabindranath Tagore, Poesie
7. Riletture: Palmiero Perugini, Tagore
8. Riedizioni: Michele Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica
nell'eta' della Controriforma
9. Luciano Bonfrate: Da molto lontano
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. L'ORRORE, IL DOVERE
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro la guerra e contro le
violazioni dei diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14
ottobre 2006]

Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra in Afghanistan.
*
E cessi anche questa nostra infame italiana ipocrisia, questo nostro
ignobile italiano cinismo: non basta appellarsi alla pieta' dei rapitori (se
pure ne abbiano), non basta appellarsi alla capacita' dei mediatori (se pure
ve ne siano), occorre innanzitutto dire chiaro che la nostra richiesta della
liberazione di Gabriele Torsello non e' disgiunta dal riconoscimento del
fatto che mentre lui, ed altri italiani come lui, si trovano in Afghanistan
in solidarieta' con le vittime della guerra, contro la guerra e contro la
violenza, contro le stragi e per l'umanita', tragicamente lo stato italiano
e' li' a fare la guerra, e' li' come esercito occupante, e' li' complice
delle stragi, e' li' colpevole di questa immane catena di terrorismo,
terrorismo il cui vertice planetario e' l'attuale presidenza degli Usa. E
quindi cosi' come chiediamo la liberazione di Gabriele chiediamo anche la
cessazione della guerra, ed in quanto cittadini italiani chiediamo anche
innanzitutto che lo stato italiano cessi di partecipare alla guerra, e
contro la guerra si impegni.
*
Della guerra afgana ogni giorno nuovi orrori vengono rivelati. Che sono
quelli che tutti gia' sapevamo. Chi ha letto Ragazzi di zinco di Svetlana
Aleksievic, quella terribile raccolta di testimonianze sulla guerra
dell'Armata rossa in Afghanistan tra 1979 e 1989, ritrova oggi il medesimo
abisso. E' la stessa guerra. Solo che a quel decennio di orrori altri
decenni di orrori e quindi di piu' vasto e profondo dolore e odio e
imbarbarimento aggiunti si sono, e al posto dell'Armata rossa oggi ci sono
gli Usa, la Nato, e l'Italia. E' una guerra terrorista e stragista, tutti lo
vediamo. Ed e' in flagrante violazione del diritto internazionale e della
nostra Costituzione, tutti lo sappiamo.
Cessi dunque l'Italia di partecipare a questa guerra illegale e criminale.
E poiche' anche l'attuale governo italiano e l'attuale parlamento italiano,
in totale, totalitaria continuita' con l'esecutivo e la maggioranza
parlamentare golpisti della legislatura precedente hanno confermato ancora
questa estate la partecipazione militare italiana alla guerra, la violazione
della legalita', la scelta di uccidere e far morire, ebbene, e' dovere del
popolo italiano chiedere ed ottenere che l'Italia cessi di partecipare a
qesta guerra illegale e criminale, e' dovere del popolo italiano costringere
governo e parlamento a tornare al rispetto della legalita', a tornare al
rispetto dell'umanita'.
Occorre manifestare ovunque, in ogni citta' d'Italia, in ogni istituzione
d'Italia, per chiedere che l'Italia cessi di partecipare alla guerra, e si
impegni per la pace e per recare soccorsi a tutte le vittime.
Per le stesse ragioni per cui chiediamo che sia liberato Gabriele Torsello.
Perche' ogni vita umana e' un valore infinito.
Perche' la guerra e' il terrorismo piu' grande, ed incubatrice di ulteriore
odio, barbarie, terrore.
Perche' la guerra non ha piu' confini e tutti coinvolge, e minaccia di
distruzione l'umanita' intera.
Perche' dopo Auschwitz e dopo Hiroshima o l'umanita' sceglie la nonviolenza,
o la guerra distruggera' l'umanita'.
*
Cessi la guerra in Afghanistan.
Sia liberato Gabriele Torsello.

2. MONDO. PETER BEAUMONT: LE VITTIME NASCOSTE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
apparso sull'"Observer" dell'8 ottobre 2006. Peter Beaumont e' un
prestigioso giornalista dell'"Observer", autore di importanti inchieste
sulla situazione irachena]

Sono venuti per la dottoressa Khaula al-Tallal in una Opel bianca, dopo che
lei era scesa dal tassi' che aveva preso per andare a casa, nel distretto di
Qadissiya a Najaf.
La dottoressa lavorava per il comitato medico che esamina i pazienti ai fini
di stabilire i benefici che possono ottenere dall'assistenza. Khaula
al-Tallal, cinquantenne, stava camminando verso la propria abitazione quando
uno dei tre uomini della Opel e' saltato fuori e l'ha riempita di
pallottole.
Un'attivista per i diritti delle donne, Umm Salam (e' ovviamente uno
pseudonimo), conosce bene i tre uomini; sono gli stessi che hanno tentato di
ucciderla l'11 dicembre dello scorso anno. Era una domenica, ricorda, e
quindici pallottole furono sparate all'interno della sua auto, mentre
tornava a casa dopo aver insegnato in un internet caffe'. La scena fu la
stessa: un uomo dei tre, in abiti civili, scese dalla macchina e fece fuoco.
Tre pallottole colpirono Umm Salam, una e' rimasta incastrata nella sua
spina dorsale. Il suo figlio ventenne fu ferito al petto. La donna vide
l'arma, era una Glock, in dotazione alla polizia. Umm Salam e' convinta che
chi ha tentato di assassinarla lavori per lo stato.
Le due vicende non sono incidenti isolati, neppure a Najaf, una citta' quasi
totalmente sciita e largamente intoccata dalla violenza settaria del nord.
Corpi di giovani donne sono apparsi nelle polverose strade che confinano con
il deserto: e' il posto favorito per scaricare le vittime degli omicidi, ed
e' controllato solo da branchi di cani.
*
Agli iracheni non piace molto parlarne, ma c'e' una diffusa complicita' con
cio' che sta accadendo in questi giorni. Se una ragazza viene rapita e
uccisa senza che sia stato richiesto un riscatto, e' perche' lo scopo del
rapimento era violentarla. Persino quelle che dopo aver subito violenza
vengono rilasciate non sono al sicuro: la risposta di alcune famiglie, nello
scoprire che una donna ha subito uno stupro, e' ucciderla.
Le donne irachene vivono con una crescente paura, in connessione all'aumento
del numero di quelle che muoiono di morte violenta, che e' piu' alto ogni
mese che passa. Muoiono perche' facevano parte del gruppo sbagliato, o per
aver aiutato altre donne. Muoiono perche' hanno impieghi che i miliziani
hanno deciso che esse non devono avere, negli ospedali, nei ministeri e
nelle universita'. Vengono assassinate anche semplicemente perche' sono i
bersagli piu' facili per le bande di criminali.
Vivono nel timore di dire quel che pensano, di uscire per andare al lavoro,
di ignorare le proibizioni ed i nuovi codici d'abbigliamento e di
comportamento imposti su tutto l'Iraq dai militanti islamisti, sunniti o
sciiti. Vivono nel timore dei loro mariti, perche' i diritti delle donne
sono stati erosi dalla nuova Costituzione, ed hanno tolto il potere ai
tribunali per darlo ai chierici.
"Le donne vengono sempre di piu' prese di mira", dice Umm Salam. Suo marito
era un docente universitario che fu ucciso nel 1991 dal regime di Saddam
Hussein, dopo la rivolta sciita. Lei e' sopravvissuta gestendo la fattoria
di famiglia. Con l'arrivo degli americani ha cominciato a lavorare per le
donne, insegnando a quelle analfabete come leggere e votare, come riempire i
moduli per l'assistenza sanitaria, ed ha aperto una scuola di cucito.
Facendo questo si esposta al rischio di essere uccisa. E dopo aver subito
tentativi di omicidio, come molte altre donne a Najaf, ha scoperto che il
suo impegno incontra maggiori difficolta'. E' cio' che gli uomini della Opel
volevano: zittire le donne come Umm Salam, che ha 42 anni. "Le donne hanno
tante difficolta' qui. C'e' un'elevata pressione contro le nostre liberta'
personali. Nessuna di noi pensa piu' di poter avere un'opinione su qualcosa.
Se lo facciamo rischiamo di essere ammazzate".
E' una storia comune alle donne in tutto l'Iraq, che si considerano tradite
da quel 25% di posti garantito loro dalla nuova Costituzione in parlamento:
la garanzia e' diventata la foglia di fico per nascondere quella che le
attiviste chiamano ora "la catastrofe dei diritti umani per le donne
irachene".
*
Dopo un mese d'indagini, "The Observer" si sente di sottoscrivere la
dichiarazione, perche' in ogni ambito ha trovato conferme delle gravi
discriminazioni a cui vengono sottoposte le donne, le cui condizioni in
alcuni casi paiono tornate al Medioevo. In zone controllate dalla milizia
sciita, come Sadr City, abbiamo visto donne venire picchiate perche' non
indossavano calze. Persino la sciarpa in testa e il juba, il cappotto largo
che si abbottona al collo, non sono abbastanza per gli estremisti. Alcune
donne sono state minacciate di morte in relazione al loro abbigliamento
anche se indossavano la completa abbaya, una veste nera che le copre dalla
testa ai piedi.
Testimonianze simili le abbiamo raccolte a Mosul, dove gli estremisti
sunniti stanno infrangendo qualsiasi legge, e a Kirkuk. Donne di Kabala,
Hilla, Bassora e Nassiriyah ci hanno raccontato esperienze identiche:
dell'insidioso diffondersi delle milizie e del controllo da parte dei
partiti religiosi, e di come questi paradossalmente siano i maggiori
responsabili degli stupri e degli omicidi di donne che non appartengono alle
loro sette e comunita'.
"C'e' un'attivista della mia organizzazione che e' cristiana", racconta
Yanar Mohammed, che guida l'Organizzazione per la liberta' delle donne
irachene e che e' stata piu' volte minacciata di morte a causa della
protezione che offre alle donne dalla violenza domestica e dai "delitti
d'onore", "Per tornare a casa, ogni giorno deve attraversare un'area
controllata da una delle milizie islamiche sciite, la Jaish al-Mahdi. Dato
che non indossa un velo, viene continuamente insultata da questi uomini.
Circa tre settimane fa, uno di loro l'ha seguita sino a casa, dicendo che
vuole avere una relazione sessuale con lei. Le ha detto esattamente cosa
vuole fare con lei, e anche che se lei non acconsente verra' rapita.
Quest'uomo pensa che poiche' e' armato e minaccia la sua esistenza, lei
acconsentira' ad un 'matrimonio di piacere' (un'unione sessuale temporanea
sancita da un chierico)".
*
L'organizzazione di Yanar Mohammed e l'Iraqi Women's Network (Rete delle
donne irachene), diretto da Hanna Edwar, hanno una vasta raccolta
documentaria su tali episodi. Quest'ultima associazione suggerisce che lo
stupro viene anche usato come arma nella guerra tra sette, per umiliare le
famiglie delle comunita' rivali. "E' quello che potresti chiamare 'stupro
collaterale'", dice Besmia Kathib dell'Iraqi Women Network, "Fa segnare
punteggio nella guerra tra sette".
Yanar Mohammed racconta di una ragazza sciita che e' stata rapita, stuprata
e gettata via come uno straccio nella zona Husseiniya di Baghdad: la
ritorsione consistette nel rapimento e nello stupro di diverse ragazze
sunnite nella zona Rashadiya.
"Si', gli stupri continuano", dice Aida Ussayaran, ex viceministra per i
diritti umani ed ora membro del parlamento, "Noi diciamo che sono le
milizie, ma quando diciamo milizie dobbiamo tener presente che molti dei
loro membri fanno parte anche della polizia. Qualsiasi famiglia abbia una
ragazza in casa non vuole mandarla a scuola o all'universita', e non la
lascia uscire senza velo. Questo e' il periodo peggiore che le donne
irachene abbiano mai vissuto. In nome della religione vengono rapite,
uccise, stuprate. E nessuno ne parla".
*
Le morti delle donne per i media non fanno notizia. L'incremento dei delitti
d'onore non viene riportato, e spesso le famiglie contraffanno i certificati
di morte per nasconderne le cause. Le attiviste per i diritti umani
lamentano anche il fatto che viene loro impedito di esaminare i corpi
all'Istituto di medicina legale, o di fotografare le scene dei delitti.
La violenza contro le donne e' stata a lungo lo sporco segreto della guerra
in Iraq, ma ora i suoi livelli si sono innalzati al punto che essa sta
venendo allo scoperto. La scorsa settimana a Samawah, a 246 chilometri da
Baghdad, tre donne e una bambina sono state uccise da uomini armati entrati
violentemente in casa loro per effettuare l'inspiegabile massacro. Come la
dottoressa al-Tallal a Najaf, erano musulmane sciite in una citta' sciita.
Le tre donne sono state uccise a colpi di arma da fuoco, alla bambina e'
stata tagliata la gola.
Anche nel nord del paese le uccisioni di donne sono diventate piu' visibili:
al-Jazeera ha riportato gli attacchi alle donne avvenuti nella citta' di
Mosul, che hanno portato ad un incremento senza precedenti nel numero di
cadaveri femminili ritrovati. Fra essi Zuheira, una giovane casalinga, morta
per un colpo d'arma da fuoco alla testa nel sobborgo di Gogaly. Un vicino di
casa, Salim Zaho, intervistato da al-Jazeera ha detto: "Non potevano
uccidere suo marito, un ufficiale di polizia, cosi' sono venuti a prendersi
la moglie".
*
La violenza che le donne irachene raccontano non sarebbe possibile senza una
vasta e impunita brutalizzazione delle loro vite, un'attitudine che permea
interamente il "nuovo" Iraq. Perche' non sono solo le milizie ad aver
trasformato le vite delle donne in un inferno: per esempio, anche il governo
fa la sua parte. Ha permesso ai ministeri assegnati a partiti religiosi di
segregare gli impiegati per genere, agli uffici pubblici di imporre la
sciarpa per coprire la testa, ha chiuso uno dei rifugi gestito dal gruppo di
Yanar Mohanmmed. Le donne ricevono minacce di morte semplicemente perche'
vanno a lavorare, persino quando lavorano negli uffici governativi. Zainub
(uno pseudonimo) lavora in un ministero a Baghdad. Una mattina, arrivando in
ufficio, ha trovato una lettera che era stata inviata a tutto il personale
femminile. "C'era solo una frase, ripetuta: Tu morirai".
La situazione e' stata esacerbata dalle regressioni introdotte nel codice di
famiglia; quello stabilito nel 1958 garantiva alle donne una larga misura di
eguaglianza in aree chiave, come il divorzio e l'eredita'. La nuova
Costituzione ha permesso che il codice di famiglia venisse revisionato da
chierici e dai nuovi tribunali religiosi, ed il risultato e' che ora esso e'
fortemente discriminatorio nei riguardi delle donne. Grazie ai chierici e'
stata reintrodotta la poligamia, e vengono permessi i "matrimoni di
piacere". E sono gli stessi chierici a premere perche' una societa' un tempo
laica, in cui le donne raggiungevano le piu' alte cariche pubbliche e
lavoravano come professoresse, mediche, ingegnere ed economiste, si
trasformi in una societa' che costringe le donne sotto un velo e dentro le
case. La mappa di questi sforzi si puo' leggerla ogni giorno sulle strade
irachene, negli atti di intimidazione e in quelli di brutale violenza
fisica.
*
E cosi' a Salman Pak, sul Tigri, a quindici miglia da Baghdad, membri della
Brigata Kaara del ministero degli interni arrestano un po' di uomini
sunniti. Dopo qualche ora fanno ritorno nelle case di questi stessi uomini,
e promettono alle donne preoccupate che le aiuteranno a ritrovare gli uomini
"scomparsi", in cambio di sesso.
Nel quartiere sciita di al-Shaab a Baghdad, miliziani di Jaish al-Mahdi
hanno affisso in giro un'ordinanza in cui proibiscono alle donne di
indossare sandali e certi altri tipi di scarpe, gonne e pantaloni. Chi viene
trovata con i vestiti sbagliati e' picchiata per strada.
Ad Amaryah, enclave sunnita a Baghdad, i miliziani radono la testa di tre
donne che indossavano i vestiti sbagliati, e frustano ragazzi che
indossavano pantaloni corti.
A Zafaraniyah, grande sobborgo sciita nel sud di Baghdad, i miliziani di
Jaish al-Mahdi aspettano le bambine fuori dalle scuole, e prendono a
schiaffi quelle che non indossano l'hijab.
E' una situazione registrata dai nudi dati dell'Ufficio per i diritti umani
della missione d'assistenza delle Nazioni Unite in Iraq: "In alcuni
quartieri di Baghdad alle donne viene ora impedito di andare al mercato da
sole. In altri casi sono state minacciate perche' guidavano automobili e
assalite perche' indossavano pantaloni. Le donne hanno anche testimoniato
che indossare l'hijab non e' una questione di scelta religiosa, ma di
semplice sopravvivenza in molte zone dell'Iraq. Le studentesse universitarie
continuano a dover affrontare costanti pressioni in questo senso nelle loro
universita'".
"Sin dall'inizio di agosto le cose sono andate sempre peggio", dice Nagham
Kathim Hamoody, attivista dell'Iraqi Women's Network a Najaf, "Sempre piu'
donne vengono uccise e si trovano sempre piu' cadaveri abbandonati nei
cimiteri. Io non so perche' le uccidono, so che sono le milizie ad
ucciderle. Siamo andate all'obitorio, qui a Najaf, ma le autorita' non
vogliono collaborare al riconoscimento delle donne uccise. Uno dei medici,
pero', ci ha detto che alcuni corpi mostravano segni di essere stati
percossi prima dell'omicidio".
E le vite piene di dolore delle donne irachene continuano ad andare avanti
cosi'.

3. LIBRI. GIUSEPPE BRONZINI PRESENTA "L'EUROPA E' UN'AVVENTURA" DI ZYGMUNT
BAUMAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 ottobre 2006.
Giuseppe Bronzini, magistrato del lavoro, docente universitario, e' un
prestigioso giurista.
Zygmunt Bauman, illustre sociologo, intellettuale democratico, ha insegnato
a Varsavia, a Tel Aviv e Haifa, a Leeds; e' il marito di Janina Bauman.
Opere di Zygmunt Bauman: segnaliamo almeno Cultura come prassi, Il Mulino,
Bologna 1976; Modernita' e olocausto, Il Mulino, Bologna 1992, 1999; La
decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Il teatro
dell'immortalita', Il Mulino, Bologna 1995; Le sfide dell'etica,
Feltrinelli, Milano 1996; La societa' dell'incertezza, Il Mulino, Bologna;
Dentro la globalizzazione, Laterza, Roma-Bari 1999; Voglia di comunita',
Laterza, Roma-Bari 2001; Modernita' liquida, Laterza, Roma-Bari 2002;
Intervista sull'identita', Laterza, Roma-Bari 2003; La societa' sotto
assedio, Laterza, Roma-Bari 2003; Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari 2005;
Vita liquida, Laterza, Roma-Bari 2006; L'Europa e' un'avventura, Laterza,
Roma-Bari 2006]

Il volume del grande teorico polacco, da tempo stabilmente inserito nelle
istituzioni universitarie inglesi, ha un titolo L'europa e' un'avventura
(Laterza, pp. 149, euro 15. Il titolo italiano e' molto meno efficace di
quello dell'edizione inglese: Europe: an unfinished aventure) che dovrebbe
far reagire un'opinione pubblica continentale che non ha ancora assorbito lo
choc del rigetto referendario franco-olandese del "Trattato costituzionale"
e che si e' ormai abituata alla sempre piu' logora retorica istituzionale
sul lento, ma costante, progredire dell'Unione Europea verso una piu'
intensa integrazione grazie al cosidetto metodo Monnet dei "piccoli passi".
Esce in Italia a pochi mesi dall'inizio della presidenza tedesca che,
plausibilmente, dovrebbe rilanciare il dibattito istituzionale, in vista del
quale si moltiplicano le prese di posizione, da quella del futuro candidato
alle presidenziali del 2007 della destra francese, Sarkozy, per un nuovo
"mini-Trattato" al recente editoriale del "Financial Times" per il quale la
paventata catastrofe dell'Unione, senza l'approvazione di una Costituzione,
sarebbe stata in pieno smentita dalla buona solidita' pragrammatica
dimostrata nell'ultimo periodo dalle istituzioni dell'Ue, sicche', oggi, si
dovrebbe proseguire sulla strada dell'allargamento e delle politiche
"concrete", rinnegando i sogni "federali".
*
Il tribunale della ragione
Il contributo di Baumann e' senz'altro polemico con le ipotesi
"minimaliste"; nell'attuale agenda europea la priorita' non e' assecondare
le dinamiche che provengono dai mercati e dalle amministrazioni statali e/o
comunitarie, ma rilanciare le linee evolutive piu' profonde dello "spirito
europeo", di quella particolare cultura che "se misurata in base ai suoi
orizzonti e alle sue ambizioni (ma non sempre anche in base ai suoi atti)
era e rimane un modo di vita allergico alle frontiere, anzi ad ogni fissita'
e finitezza". Ed ancora "sopporta a stento i limiti, e' come se tracciasse
dei confini unicamente allo scopo di orientare il suo impulso indomabile
alla trasgressione". Per Baumann la cultura nella sua versione europea e'
"un processo continuo di rifacimento del mondo, sempre imperfetto ma
ostinatamente in lotta per raggiungere la perfezione" che ha strutturato una
consuetudine di sottoporre ogni consuetudine al "tribunale della ragione".
In queste pagine lo studioso di Varsavia sembra seguire ipotesi
ricostruttive che lo allontanano da quelle riflessioni contemporanee sulla
razionalita' occidentale per le quali ogni accenno a valori in positivo
rischia di ricadere in forme di etnocentrismo piu' o meno mascherato. Questo
concetto - per l'autore - vale a ricordare il trattamento autoritario che il
vecchio continente ha riservato ad altre forme di vita umana, le atrocita'
commesse in nome della sua missione civilizzatrice, gli orrori del
colonialismo, ma "quell'accusa non vale per una sobria valutazione della
funzione di lievito e principio motore che l'Europa ha avuto nel processo di
unificazione dell'umanita' in tutto il pianeta, lungo, tortuoso e ancora
lontano dall'essere completato". Insomma una spinta continua alla critica e
all'autocritica come metodo permanente ed alla riflessivita' ricorsiva delle
scelte sociali (intolleranti quindi in radice di ogni identita' escludente)
che puo' ancora essere definito come il nucleo dell'avventura europea da
salvaguardare nel gorgo della globalizzazione e da offrire come contributo
insostituibile sulla sfera internazionale. Per questo Baumann non sembra
nutrire dubbi sulla necessita' di quel "salto" istituzionale che l'Unione
Europea sta cercando negli ultimi anni di compiere; sul punto le sue
posizioni richiamano costantemente quelle habermasiane, non solo
dell'Habermas de La costellazione post-nazionale e degli scritti sulla
Costituzione europea, nei quali l'archiviazione del nesso tra demos e ethnos
e la costruzione di un modello di cittadinanza post-nazionale oltre i legami
pre-politici tra popoli culturalmente omogenei, rappresentano la vera posta
in gioco della costruzione europea, ma anche al piu' controverso Habermas de
L'Occidente diviso che cerca di tracciare un solco profondo tra il modello
istituzionale del vecchio continente, disponibile al dialogo e al negoziato
internazionale, e l'uso sistematico e programmatico della forza militare
praticato a Washington.
Nel volume di Baumann, in modo molto originale, Habermas viene pero'
combinato con le tesi di Etienne Balibar sull'Europa come "mediatore
evanescente": se una piu' solida cornice istituzionale deve accompagnare il
dispiegamento della natura piu' profonda del progetto europeo, allora questa
cornice non puo' che essere continuamente rimessa in discussione, serve a
comunicare ed entrare in relazione con gli "altri", a svuotare i confini
piu' che a renderli impenetrabili, a preparare una fusione cosmopolitica
piuttosto che a ritardarla. Questa parte della riflessione di Baumann
riguarda, tuttavia, le speranze e le virtualita' del sistema europeo, anche
se potremmo parlare di utopia concreta perche' ha gia' alle spalle la
densita' storica di una certa limitazione delle sovranita' statale e
l'esperienza in se' grandiosa di una espansione da sei stati a ventisette.
*
Il paese ideale
Questa Europa "ideale", pero', si infrange nelle miserie delle politiche
europee, nella sua realta' concreta e quotidiana che rovescia la sua ratio
essendi, nell'incapacita' di fronteggiare adeguatamente esclusione sociale e
fenomeni di immigrazione di massa. L'Europa che consente "vite di scarto",
che si arrocca come una fortezza impenetrabile, che alimenta per assenza di
una linea comune e condivisa una strategia "di concorrenza di posizione" tra
stati inefficace e alla lunga distruttiva per tutti, che schiaccia il
politico sulle dinamiche di mercato revocando quei territori di protezione
ed autonomia sociale che abbiamo conosciuti come welfare state, che ricorre
al dosaggio sapiente dell'angoscia pubblica attraverso irragionevoli
campagne antiterrorismo, e' l'esatto contrario della sue promesse normative.
Eppure ad evitare queste scelte funeste, che cercano paradossalmente di
trovare soluzioni nazionali per problemi globali come quelli legati ai
flussi migratori proprio nel momento in cui si e' piu' vicini alla creazione
di una autentica realta' istituzionale post-statuale, basterebbe al vecchio
continente una elaborazione piu' seria del suo immediato passato, dalle
rovine delle guerre nazionalistiche del Novecento al solo recentissimo
abbandono dell'oscura esperienza coloniale, allo stesso ridimensionamento
della sua superiorita' economica messa in dubbio dall'emergere di nuovi
protagonisti.
*
I confini blindati
Il volume si conclude con un appello perche' l'Europa ritrovi la logica e
delle aspirazioni globali contro quella dell'arroccamento locale sviluppando
con piu' coraggio gli ancora timidi (ma preziosi perche' innovativi rispetto
alla tradizione) esperimenti istituzionali di democrazia sovranazionale: la
realizzabilita' di questo rilancio e' attestata anche da esperienze
politiche esemplari: dal corteo del 15 febbraio 2003 contro la guerra
all'Iraq, salutato da Juergen Habermas e Jacques Derrida come l'atto di
nascita di una coscienza europea condivisa, alla lucida e riflessiva
reazione degli spagnoli all'attacco terroristico di marca islamica. In
conclusione mi pare che - sia pure nei limiti di un saggio non organico - il
volume di Baumann sia un chiaro atto di accusa nei confronti dei governi e
della classe dirigenti politiche europee: l'Unione Europea non e' stata la
ragione per la quale si sono ridimensionati i sistemi di protezione sociale,
ma il luogo istituzionale ove i governi, valorizzando al massimo le loro
residue prerogative e competenze, hanno impedito la costruzione di un
efficace e rinnovato modello sociale su scala continentale. L'Unione non
nasce come una fortezza assediata, ma e' il contesto nel quale i paesi hanno
concertato le nuove cortine di ferro apposte alle loro frontiere.
La cornice europea era la sola che avrebbe potuto condurre a scelte di segno
opposto e, secondo Baumann, la sua "missione" e' stata in realta' calpestata
dalla logica della separazione, della divisione e dello sbarramento promossa
dagli stati. Dove pero' trovare la forza per reagire, per imporre quella
trasformazione radicale dell'Unione senza la quale questa esperienza unica
nella storia si spegnera'? Dal volume ricaviamo solo suggestioni: la voce di
protesta dei movimenti contro l'esclusione sociale o le guerre volute
dall'amministrazione Bush e una ritrovata passione degli intellettuali a
vocazione cosmopolitica. Prima delle giornate di protesta di Genova (2001)
in molti avevano suggerito una nuova alleanza tra "democratici" e "ribelli"
per imporre una diversa dinamica ai processi di globalizzazione; che questa
alleanza - che ricorda le suggestioni di Baumann - non sia la strada per
rilanciare anche l'avventura europea?

4. LIBRI. BENEDETTO VECCHI PRESENTA "L'EUROPA E' UN'AVVENTURA" DI ZYGMUNT
BAUMAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 ottobre 2006. Benedetto Vecchi e'
redattore delle pagine culturali del quotidiano "Il manifesto"; nel 2003 ha
pubblicato per Laterza una Intervista sull'identita' a Zygmunt Bauman]

L'Europa e' una "sintesi disgiuntiva". Quando Gilles Deleuze ha comimciato
ad usare questa espressione tanto affascinante quanto criptica non poteva
certo ipotizzare che potesse spiegare il concetto di Europa. Nel grande
puzzle geopolitico della globalizzazione, il vecchio continente e' destinato
a dare vita a un'unita' politica ed economica legittimate dalla propensione
"civilizzatrice" che ha caratterizzato gli stati nazionali che hanno messo
radici in questo lembo di pianeta. Cosi' recita il mantra europeista. Come
questo destino sia pero' costellato di trappole, contraddizioni e financo
aporie lo descrive benissimo Zygmunt Bauman nel suo L'Europa e'
un'avventura, quando ricorda, ad esempio, i crimini coloniali compiuti nel
mondo in nome della ragione o della superiorita' culturale europea.
Lo studioso di origine polacca fa tuttavia sua la necessita' di dare corso a
questa "sintesi" di una vicenda storica durato oltre cinquecento anni. Ma
una volta affermata l'inevitabile costruzione di una unitaria realta'
politica ed economica, ecco che si affaccia quella divaricazione, o meglio
quella disgiunzione del concetto di Europa. Non solo perche' storicamente
esistono variegate idee del vecchio continente, ma perche' quando si vuole
concettualizzare l'Europa e' inevitabile fare i conti con concezioni poste
l'una di fronte alle altre in una relazione conflittuale. Bauman scrive
infatti che occorre passare al setaccio le idee di Europa, perche' il
vecchio continente e' niente altro che un potente artefatto culturale verso
il quale e' necessario compiere un lavoro di "culturalizzazione", farne
cioe' un oggetto di indagine critica e di azione creativa. L'operazione
proposta consiste allora nel separare l'artefatto culturale dalle
istituzioni e dai trattati. Quindi non un rifiuto dell'Europa, ma una
critica dell'Europa realmente esistente.
Il libro di Bauman non si avventura tuttavia nella rassegna dei passaggi che
hanno portato alla stesura del trattato di Maastricht prima, della Carta di
Nizza poi, per approdare alla discussa e discutibile Carta costituzionale.
Il suo autore e' pero' uno studioso troppo accorto per non essere
consapevole di quale sia la posta in gioco dopo che due paesi hanno bocciato
la carta costituzionale proposta da Bruxelles. Da una parte, emerge un'idea
di Europa elaborata su logiche tutte geopolitiche (il mercato unico
continentale come polo alternativo agli Stati Uniti, mentre il parlamento di
Strasburgo e' un nodo di una rete politica - che comprende Washington e le
istituzioni sovranazionali - preposta al governo della globalizzazione
economica); dall'altra c'e' l'Europa come laboratorio storico in cui sono
stati modellati i diritti sociali di cittadinanza come antidoto al
capitalismo del libero mercato. E' questa pero' la divisione che emerge
dalla "sintesi disgiuntiva" chiamata Europa. Nessuna nostalgia dunque per
l'Europa degli stati-nazione, quanto l'invito ad elaborare un cosmopolitismo
in cui la cittadinanza sia sganciata dall'appartenenza nazionale.
*
Operazione politica ambiziosa, quella avanzata da Bauman, visto che si
accompagna con la proposta di New Deal globale che abbia come attore
protagonista proprio lo spazio pubblico europeo. Ma e' proprio
nell'incongruenza tra l'artefatto culturale chiamato Europa e l'Europa
realmente esistente che si addensano le trappole e le contraddizioni del
progetto europeista, che ne hanno altresi' segnato il suo attuale
fallimento. L'esempio piu' pregnante della smacco subito dal progetto
europeista sta nella trasformazione del welfare state in stato di sicurezza
nazionale. Non sfuggira' certo ai lettori di Bauman la sua concezione di
stato sociale come frame istituzionale preposto a garantire la "liberta'
dalla paura": la paura della disoccupazione di massa negli anni Trenta, o la
depressiva incertezza sul presente e sul futuro per gli uomini e le donne
altrimenti consegnati al darwinismo sociale del libero mercato. Certo, il
welfare state istituzionalizzava il conflitto di classe, stabilendo norme e
codici di comportamento prescrittivi per tutti. Da qui il carattere
ambivalente di realta' statuali basate su principi universali, ma progettate
per riconoscere e al tempo stesso contenere i diritti sociali della classe
operaia. Lo scambio tra sicurezza - i diritti sociali di cittadinanza,
appunto - e rispetto delle regole democratiche puo' essere considerato
foriero di esistenze e biografie prevedibili, ma sicuramente propedeutico
alla definizione di un equilibrio dinamico, cioe' aperto all'innovazione nei
rapporti di forza nella societa'.
Il welfare state e' quindi espressione e rappresentazione politica-istituzio
nale di una costituzione materiale che considera il capitalismo una
formazione economica e istituzionale da mettere sotto controllo perche'
distruttiva del legame sociale. Dunque, anche in questo caso, nessuna
apologia, ne' demonizzazione del welfare state, quanto semmai la pacata
constatazione che mai, nella storia europea, la sicurezza sia stata
considerata un fenomeno da afffrontare socialmente come nei "gloriosi
trent'anni" seguiti alla seconda guerra mondiale.
*
Ma quello di Bauman e' anche un j'accuse sul fatto che la retorica sulla
specifita' dello spazio pubblico continentale caratterizzato dal welfare
state occulta processi di omologazione dell'Europa al Washington consensus.
Significativa, a questo proposito, la progressiva trasformazione dello stato
sociale in stato di sicurezza nazionale nel quale la precarieta' - nei
rapporti di lavoro, ma anche delle prospettive sul futuro - diventa il
background per una limitazione delle liberta' individuali e un aumento dei
poteri di polizia. Come annota sarcasticamente Bauman l'insicurezza si
"cura" non rimuovendone le cause, ma con dosi progressive di incertezza
perche' gli uomini e le donne sono oramai "vite di scarto" che attendono il
loro turno per essere scaricate in qualche discarica, che si tratti di un
quartiere off-limits o di un centro di permanenza temporanea per migranti.
Temi gia' affrontati ampiamente da Bauman in precedenti saggi, ma che alla
luce dell'avventura europea costituiscono la base materiale di quella
fortezza regionale in cui vengono stabilite politicamente le gerarchie
interstatali. Cosi', all'est europeo da poco ammesso alla corte di Bruxelles
tocca il compito di fornire forza-lavoro a basso prezzo o di funzionare come
frontiera per lavorazioni nocive e inquinanti. Per i paesi mediterranei un
posto da vedetta e guardiano sui confini meridionali e' assicurato al fine
di scongiurare l'arrivo indesiderato di migranti, oppure per regolarne
l'afflusso secondo le necessita' del libero mercato. Nelle sempre piu'
protette enclave di lusso potranno invece trovare ospitalita' i manager in
vacanza o i benestanti, ma ancora giovanili pensionati. In altri termini,
l'Europa realmente esistente riproduce le gerarchie sociali e le asimmetrie
di potere della globalizzazione neoliberista.
*
Ecco quindi che il laboratorio europeo dei diritti sociali di cittadinanza e
di un nuovo cosmopolitismo entra in rotta di collisione con il vecchio
continente. Europa come sintesi disgiuntiva da mettere al lavoro per dare
corpo al progetto di un New Deal globale. Ma come per ogni acquisizione
teorica occorre cercare il percorso da intraprendere. Quello che al momento
va rifiutato e' sicuramente la strada battuta dalla cittadinanza
postnazionale di Juergen Habermas, dove i diritti sociali sono un apriori
che rimuove i conflitti che invece quei diritti precedono. Allo stesso
tempo, le ingegnerie istituzionali si sono rivelate un vicolo cieco, come
attesta la bocciatura della carta costituzionale in Francia e Olanda. Il
percorso da intraprendere semmai e' inverso: solo in presenza di diffusi e
radicali conflitti sociali attorno alla precarieta' e ai diritti di
cittadinanza e' possibile elaborare un nuovo New Deal. Ma per fare cio' va
tessuta una relazione alla pari tra i teorici sociali o della politica - e
Bauman e' tra questi - che pongono con forza un'innovazione del Welfare
state e i movimenti sociali. Non semplici conversazioni, ma un'alleanza
transitoria, financo precaria per partecipare all'avventura europea.

5. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO" DI
ENZO TRAVERSO
[Dal supplemento "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 21 ottobre
2006.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Enzo Traverso, storico (nato nel 1957), docente all'Universita' della
Picardie "Jules Verne" di Amiens, saggista, acuto studioso della Shoah e del
totalitarismo. Tra le opere di Enzo Traverso. Gli ebrei e la Germania:
Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, Il Mulino, Bologna 1994; La
violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002; Auschwitz e gli
intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna
2004; (con Marina Cattaruzza, Marcello Flores e Simon Levis Sullam), Storia
della Shoah, Utet, Torino 2005; in francese: Les marxistes et la question
juive, La Breche-Pec, Montreuil 1990; Les Juifs et l'Allemagne, de la
"symbiose judeo-allemande" a' la memoire d'Auschwitz, La Decouverte, Paris
1992; L'Histoire dechiree. Essai sur Auschwitz et les intellectuels,
Editions du Cerf, Paris 1997; Pour une critique de la barbarie moderne.
Ecrits sur l'histoire des Juifs et l'antisemitisme, Editions Page deux
(Cahiers libres), Lausanne 2000; Le totalitarisme. Le XXeme siecle en debat,
Seuil, Paris 2001; La violence nazie. Essai de genealogie historique, La
Fabrique, Paris 2001; La pensee dispersee, Ed. Leo Scheer, Paris, 2004.
Gustaw Herling, scrittore e testimone della dignita' umana, nato in Polonia
nel 1919, deceduto a Napoli nel luglio 2000. Critico letterario in Polonia
alla fine degli anni Trenta, fu arrestato dai sovietici nel 1939 mentre
cercava di espatriare in Francia per combattere contro i tedeschi. Deportato
in un gulag sul Mar Baltico, fu liberato nel 1942 e si uni' alle truppe
polacche del generale Anders che combatterono, assieme agli inglesi, nel
Nordafrica e in Italia. Dal 1950 si trasferisce a Napoli. Ha collaborato con
riviste e quotidiani, ha scritto saggi e opere narrative. I suoi libri, per
molti anni vietati in Polonia, sono oggi tradotti e pubblicati nelle
principali lingue. Opere di Gustaw Herling: Diario scritto di notte,
Feltrinelli, Milano 1992; Un mondo a parte, Feltrinelli, Milano 1994, 2003;
Ritratto veneziano e altri racconti, Feltrinelli, Milano 1995; Don
Ildebrando, Feltrinelli, Milano 1999; Il pellegrino della liberta', L'ancora
del Mediterraneo, Napoli 2006.
Bruno Maida, nato a Torino nel 1964, storico, saggista, svolge attivita' di
ricerca presso l'Universita' di Torino. Tra le opere di Bruno Maida: con
Lidia Beccaria Rolfi, Il futuro spezzato, Giuntina, Firenze 1997]

E' delicato il mestiere dello storico, in bilico fra due condizioni
difficili. Se il tempo della sua indagine e' remoto le tracce si disfano,
vanno seguite con certosina pazienza e a volte coraggio. Evitando
l'invenzione, lo storico si trova suo malgrado a immaginare.
Se invece egli lavora su un'epoca quasi a portata di mano, allora il
mestiere e' ancor piu' complicato, vista la sfida dell'obiettivita'. Entrare
dentro una storia significa, in casi come questi, finire per parteciparvi,
nel bene e nel male. E forse non e' nemmeno detto che la vocazione dello
storico sia l'obiettivita'. Forse, quando una storia chiama in causa - tanto
lo studioso quanto il semplice lettore - e' giusto rispondere: "E' spesso
molto difficile, per gli storici che lavorano sulle fonti orali, trovare il
giusto equilibrio tra empatia e distanza, tra riconoscimento delle
singolarita' e messa in prospettiva generale", scrive Enzo Traverso in Il
passato: istruzioni per l'uso, una raccolta di saggi appena pubblicata dalla
casa editrice Ombre corte (pp. 143, euro 12,50).
Questo dilemma bene si attaglia anche a un altro testo, intitolato Il
pellegrino della liberta'. Saggi e racconti: sono scritti del grande
intellettuale polacco Gustaw Herling, esule e poi cittadino di Napoli,
curati da Marta Herling e pubblicati come di consueto da L'ancora del
Mediterraneo (pp. 139, euro13,50). La scrittura di Herling, cosi' come la
sua esperienza di vita, e' contraddistinta da una lucidita' mai distaccata.
Piu' che mai quando scrive dei suoi ritorni - temporanei - in Polonia, molti
anni dopo la guerra. Testimone dei totalitarismi del XX secolo, Herling ne
e' anche un attento interprete.
A quel tormentato XX secolo cui siamo ancora tutti, nostro malgrado, avvinti
(e' come se, nonostante tutto, si faticasse a lasciarlo: ci sentiamo dentro
e non dopo di esso), Traverso dedica le sue riflessioni sul senso della
memoria. Soprattutto, sull'ossessione della memoria. Un'ossessione
celebrativa cui lo storico, accantonata una presunta distanza obiettiva,
dedica pagine molto intense. Questa ossessione e' infatti un'evidenza
incontrovertibile: da qualche anno a questa parte la memoria collettiva e'
chiamata in causa continuamente da rituali pubblici, cerimonie, campagne
scolastiche. Con una ripetitivita' che, nel caso della Shoah, finisce per
svuotare tutto di senso. Il che e' ancora piu' assurdo, perche' in fondo il
dato piu' tremendo di tutta l'esperienza storica dello sterminio e' proprio
la sua assenza di senso. Certamente, "la memoria, sia individuale che
collettiva, e' sempre una visione del passato filtrato attraverso il
presente": ma questo presente sembra ansioso di sgravarsi della memoria
attraverso rituali asettici, concepiti piu' per mettere a posto la propria
coscienza (se non altro in termini educativi: e questo spiega forse
l'abbondante presenza della Shoah nelle celebrazioni scolastiche) che per
chiamarla in causa. Come dovrebbe accadere di fronte a un passato cosi'
problematico.
La ricetta, certo, non e' l'oblio. Ma nemmeno la ridondanza. Forse la
soluzione sta in iniziative come Rivoli 1940-1945. Luoghi e percorsi della
memoria, a cura di Bruno Maida, pubblicato dalla Citta' di Rivoli (in
provincia di Torino): un libro di testi e fotografie che racconta la citta'
in quegli anni, strada per strada. Una microstoria che riaffiora sul
terreno. Anzi, e' come se fosse sempre rimasta li', a farsi ascoltare.

6. LETTURE. RABINDRANATH TAGORE: POESIE
Rabindranath Tagore, Poesie, Gruppo Editoriale "L'Espresso", Roma 2006, pp.
, s.i.p. ma euro 9,70 (in supplemento al settimanale "L'Espresso").
Un'antologia dell'opera poetica di Tagore con testi estratti da varie sue
raccolte. Dalla "Raccolta di canti della fuggitiva": "Risuoni il tuo amore
nella mia voce, / riposi il mio silenzio, in ogni movimento / che tu sia in
me. / Splendi come una stella nel buio del mio sonno, / il primo pensiero al
mio risveglio. / Ardi nel mio desiderio e scorri / in tutte le correnti del
mio amore. / Voglio portarti nella vita per sempre / come l'arpa porta la
musica".

7. RILETTURE. PALMIERO PERUGINI: TAGORE
Palmiero Perugini, Tagore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Firenze) 1994, pp. 192, lire 20.000. Una bella monografia su Tagore
uomo di pace con una sezione antologica dalle poesie, dai drammi e dalle
conferenze.

8. RIEDIZIONI. MICHELE CAMEROTA: GALILEO GALILEI E LA CULTURA SCIENTIFICA
NELL'ETA' DELLA CONTRORIFORMA
Michele Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica nell'eta' della
Controriforma, Salerno, Roma 2004, edizione speciale per "Il giornale",
Milano 2006, 2 voll. per complessive  pp. 852 (sebbene ne siano numerate
solo 770, poiche' le note e gli indici del vol. I sono fuori numerazione
evidentente per frettolosita' nell'editing), euro 5,90 + 5,90 (in
supplemento al quotidiano "Il giornale"). Una pregevole monografia di uno
dei piu' qualificati studiosi di Galilei.

9. LE ULTIME COSE. LUCIANO BONFRATE: DA MOLTO LONTANO

Viste da molto lontano le guerre
neanche sembrano guerre, ma una specie
di cartoni animati, buffi balletti
senza colonna sonora, senza
volti distingubili, senza
paura che la vampa dell'obice
sfondi il vetro e ti squarci il salotto.

Qualcuno ogni tanto fa un balzo
finisce per sempre per terra.
Son cose lontane, di gente
selvaggia, vestita di stracci.

Ruscire a portargli la pace
e' dura incombenza, potrebbe
richiedere di fucilarli
tutti.

Il nostro governo sa bene
che fare. Del bene e del male
la lotta e' infinita, noi siamo
il bene, la democrazia, le macchine, la civilta':
e' il nostro un pesante fardello,
un duro mestiere facciamo,
occorrono armi pesanti
e nervi d'acciaio e ministri
che rendano bene in tivu'.

Gli afgani pensassero solo
a darci la polvere bianca.

Che noia, cambiamo canale.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1463 del 29 ottobre 2006

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