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La domenica della nonviolenza. 97



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 97 del 29 ottobre 2006

In questo numero:
1. Riflettendo su Guevara dal punto di vista della nonviolenza
2. Giulio Vittorangeli: Ernesto Che Guevara, "questo amore per l'umanita'
vivente"
3. Peppe Sini: Tre tesi per una riflessione necessaria (2000)
4. Aldo Garzia presenta "Il Che inedito" di Antonio Moscato
5. Una minima bibliografia introduttiva

1. EDITORIALE. RIFLETTENDO SU GUEVARA DAL PUNTO DI VISTA DELLA NONVIOLENZA

Proponiamo di seguito alcuni materiali piu' o meno recenti sulla figura,
l'azione, la riflessione, il lascito di Ernesto "Che" Guevara, e l'appello e
gli interrogativi che la sua vicenda e la sua opera pongono alle persone di
volonta' buona, e particolarmente a coloro che hanno fatto la scelta
dell'accostamento alla nonviolenza.
Guevara, come e' noto, e' stato sostenitore nella prassi e nella teoria di
un'azione di liberazione degli oppressi fondata sull'uso della violenza
rivoluzionaria, e particolarmente su quella specifica azione militare che e'
la guerra di guerriglia. Questa analisi e questa proposta va presa sul serio
e discussa approfonditamente dalle persone che - come chi redige questo
foglio - invece sostengono che la violenza sia inutilizzabile ai fini della
liberazione dell'umanita', cosi' come vanno prese sul serio e discusse
approfonditamente sia le varie teorie filosofiche e giuridiche che
sostengono la liceita' della guerra, sia le ricerche e le elaborazioni che
costituiscono il corpus teorico e le verifiche empiriche degli studi
militari, dai classici a Clausewitz a oggi.
Si puo' fare la scelta della nonviolenza solo se si prende sul serio la
violenza, e se ne svolge una critica sistematica adeguata, proponendo una
migliore modalita' di azione, sia in difesa della dignita' e dei diritti di
ogni persona, sia di liberazione dell'umanita' da ogni forma di oppressione.
La nonviolenza non e' qualcosa di meno, ma qualcosa di piu' della violenza;
essa non e' rassegnazione all'esistente, ma lotta contro l'ingiustizia e
l'oppressione piu' forte della stessa lotta violenta; la nonviolenza non e'
meno ma piu' rivoluzionaria della violenza. Per contrastare adeguatamente la
violenza, la nonviolenza deve studiarla, e studiarla non solo nelle sue
manifestazioni e teorizzazioni palesemente piu' rozze e barbariche,
terroristiche e dereistiche, ma finanche nelle sue espressioni piu'
formalizzate e nelle sue pretese "legittimazioni" teoriche piu' acute e piu'
penetranti.
Agli studenti con i quali chi scrive queste righe lavora da anni sempre
propone di avviare la riflessione sulla nonviolenza iniziando col prendere
sul serio ed analizzando in profondita' le teorie della "guerra giusta" e
della "violenza liberatrice", esaminando, studiando, discutendo e
sottoponendo quindi ad una rigorosa e sistematica critica radicale una
tradizione che viene dall'antichita' classica e ancora nel XX secolo
annovera figure di grande rigore e dignita' come ad esempio Frantz Fanon ed
Ernesto Guevara.
Esaminare, smascherare, denunciare la violenza nella sua concreta
fenomenologia come nella sua tradizione teorica, istituzionale e ideologica,
e' uno dei compiti fondamentali della nonviolenza: e' una delle decisive
modalita' attraverso cui la violenza va contrastata.
*
In questa opera di ricognizione, interpretazione, smascheramento, denuncia e
contrasto della violenza e delle sue tradizioni, pratiche, istituzioni ed
ideologie, di decisivo valore e' la tradizione teorica e pratica dei
femminismi, il pensiero e la prassi delle donne: da Hannah Arendt a Virginia
Woolf, da Edith Stein a Etty Hillesum, da Simone Weil a Luce Fabbri, da
Simone de Beauvoir a Franca Ongaro Basaglia, da Marianella Garcia Villas a
Rigoberta Menchu', dalle madri di Plaza de Mayo a Cindy Sheehan, da Aung San
Suu Kyi a Shirin Ebadi, a Vandana Shiva.
La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' piu' forte.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: ERNESTO CHE GUEVARA, "QUESTO AMORE PER
L'UMANITA' VIVENTE"
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della sol
idarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno, luglio
2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio 2001;
America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per anni
ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

"Quanto tempo e' passato da quel giorno d'autunno / di un ottobre avanzato,
con il cielo gia' bruno; / fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
/ giovanili ciarpami, arrivo' la notizia. / Ci prese come un pugno, ci gelo'
di sconforto / sapere a brutto grugno che Guevara era morto" (dal testo di
una nota canzone italiana, anno 2000, di un notissimo cantautore).
Molti, moltissimi hanno scritto su Ernesto Che Guevara (alcuni, per la
verita', in maniera totalmente indecorosa). Anche persone solo
apparentemente lontane dalla sua figura.
*
Come Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia: "Cosi' e' stata consumata -
nel giro di un giorno - la seconda, vera morte di Che Guevara ed e' questa
morte che noi rifiutiamo. Che il corpo morto che ci e' stato mostrato sia
quello di Che Guevara o no, ha un'importanza solo affettiva. Resta il fatto
che di questo corpo, morto nella rivoluzione, si vuole fare una merce di
consumo, facendola diventare il corpo morto della rivoluzione, che non fa
piu' paura e puo' essere riassorbito nella produzione. Si tratta di
integrare il suo corpo morto nel sistema che Che Guevara - morto o vivo -
continua a negare, e noi non vogliamo essere i muti testimoni di questo
secondo assassinio" (da "Il corpo di Che Guevara", 1967).
Certo, il compito attuale (quasi una sfida ineludibile) e' quello di capire
cosa resta oggi valido della teoria e della prassi di Guevara.
E' stato scritto, sul "Quaderno" n. 3/2000 della Fondazione Ernesto Che
Guevara: "per Guevara dovremmo essere espliciti e solleciti nel considerare
la figura e l'opera teorica e pratica liberandolo dal 'guevarismo',
contrastando i consumi che ne vengono fatti volta a volta come di un'icona
liturgica o pop, di una eterna tentazione militarista, di una paradossale
cristologia, ed anche, se posso permettermi, di una sorta di figura da
hegeliana Fenomenologia dello spirito". (p. 42, Tre tesi per una riflessione
necessaria, di Peppe Sini).
Mi sembra che in questa direzione vada l'ultimo libro di Giulio Girardi, Che
Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta
rivoluzionaria, che analizza dettagliamene le idee del Che di fronte alla
globalizzazione.
Non solo, ma con la sua solita spregiudicatezza, nel capitolo finale del
libro, Girardi propone un associazione tra Camilo Torres ed Ernesto Che
Guevara: "Propongo allora di riflettere con questa preoccupazione sul
messaggio di Camilo e del Che: scrutandoli, senza trionfalismi, dal cuore
della crisi di civilta' che stiamo soffrendo per capire se anch'essi sono
travolti dalla crisi o se ci appaiono ancora come fiaccole nella notte".
La conclusione e' che le figure del Che e di Camilo si impongono non come
miti del passato ma come germi di un futuro in gestazione: "e' grazie a
questa presenza, che e' ancora possibile, nonostante tutto, credere
nell'uomo" (pag. 294).
*
Del resto basta ricordare quella relazione tra amore e rivoluzione espressa
lucidamente dal Che nello scritto, del 1965, "El socialismo y el hombre en
Cuba": "Lasciatemelo dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero
rivoluzionario e' guidato da grandi sentimenti di amore. E' impossibile
pensare a un rivoluzionario autentico senza questa qualita'. E' forse questo
uno dei grandi drammi del dirigente: egli deve unire a uno spirito
appassionato una mente fredda e prendere decisioni dolorose senza che gli si
contragga un muscolo. I nostri rivoluzionari d'avanguardia devono
idealizzare questo amore per i popoli, per le cause piu' sacre, e renderlo
unico e indivisibile... In queste condizioni, bisogna avere una grande dose
di umanita', un grande sentimento della giustizia e della verita', per non
cadere in estremismi dogmatici, in scolastiche fredde, nell'isolamento delle
masse. Tutti i giorni bisogna lottare perche' questo amore per l'umanita'
vivente si trasformi in fatti concreti, in atti che servano d'esempio, di
mobilitazione".

3. MATERIALI: PEPPE SINI: TRE TESI PER UNA RIFLESSIONE NECESSARIA (2000)
[Il testo seguente e' quello dell'intervento di saluto svolto, come
responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, in apertura
dell'incontro annuale della "Fondazione Ernesto Che Guevara", tenutosi a
Bolsena (Vt) il 17 giugno 2000. Esso e' stato successivamente pubblicato nel
volume 3/2000 degli annuali "Quaderni della Fondazione Che Guevara" col
titolo Tre tesi per una riflessione necessaria (opportuna abbreviazione
redazionale del piu' lungo titolo originale: Tre tesi parziali e provvisorie
per proporre una riflessione necessaria). Presentandolo nel novembre 2000
nel n. 32 de "La nonviolenza e' in cammino", col titolo Tre tesi su Ernesto
"Che" Guevara, l'autore scriveva: "Mi sono deciso a diffonderlo anche
attraverso questo notiziario poiche' in esso tematizzo alcune proposte di
riflessione sulle quali vorrei che si ragionasse senza ipocrisie, senza
'falsa coscienza', senza riflessi condizionati autoritari e dogmatici. In
particolare propongo ancora una volta la tesi della incompatibilita' delle
pratiche militari (tra cui la guerriglia rientra pienamente) con la lotta di
liberazione ed affermazione della dignita' e dei diritti dei popoli e delle
persone, tesi che ovviamente si contrappone ad una tradizione fortemente
tabuizzata della quasi totalita' dei movimenti di resistenza e di
liberazione degli oppressi (in questo del tutto subalterni, e tanto piu'
quanto meno consapevoli di cio', alla cultura dominante, ovvero
all'ideologia dei potenti). E' ovvio che se non vi fossero forme di lotta
alternative ed efficaci, in casi estremi gli oppressi avrebbero tutto il
diritto di opporsi con la violenza alla violenza degli oppressori; e questo
diritto, in quanto assimilabile al principio della legittima difesa che gran
parte degli ordinamenti giuridici, dei codici morali e delle tradizioni
religiose riconoscono a chiunque, e' incontestabile. Ma esistono
alternative: e' possibile lottare contro la violenza senza riprodurla; e'
possibile opporsi all'oppressione senza esercitare nuova oppressione; e'
possibile costruire liberta' e dignita' nel momento stesso della lotta; e'
possibile realizzare uguaglianza e riconoscimento di umanita' fin dal
momento della decisione e dell'azione di resistenza e di liberazione; e'
possibile riconoscere l'umanita' dell'altro e ad essa fare appello fin nel
cuore del conflitto; e' possibile lottare in modo limpido, coerente,
efficace, umanizzante: e questa possibilita' e' la nonviolenza. Altrove ho
proposto una articolata interpretazione della nonviolenza nella compresenza
delle sue molteplici dimensioni (compresenza senza di cui non si da'
nonviolenza in senso proprio, ma qualcosa di altro e di men degno); qui mi
limito a sottolineare che la nonviolenza e' lotta: la lotta piu' limpida e
intransigente contro la violenza, contro la menzogna, contro l'oppressione
comunque essa si eserciti e si travesta. La nonviolenza e' lotta ed insieme
appello all'umano, e' conflitto che chiama alla cooperazione, e' rottura
della complicita' con l'ingiustizia e principio fondativo di civile
convivenza. La scelta nonviolenta e' oggi, credo, il passo decisivo per
chiunque voglia impegnarsi per la giustizia e la liberta', per la democrazia
e la difesa della biosfera, per la pace e i diritti umani. Come ebbe a dire
Aldo Capitini (e molti lo hanno ricordato il 24 settembre scorso ad Assisi)
la nonviolenza oggi e' 'il varco attuale della storia'"]

Tre tesi parziali e provvisorie per proporre una riflessione necessaria

"Cosi' e' stata consumata - nel giro di un giorno - la seconda, vera morte
di Che Guevara ed e' questa morte che noi rifiutiamo.
Che il corpo morto che ci e' stato mostrato sia quello di Che Guevara o no,
ha un'importanza solo affettiva. Resta il fatto che di questo corpo morto
nella rivoluzione, si vuole fare una merce di consumo, facendolo diventare
il corpo morto della rivoluzione, che non fa piu' paura e puo' essere
riassoribito nella produzione. Si tenta di integrare il suo corpo morto nel
sistema che Che Guevara - morto o vivo - continua a negare, e noi non
vogliamo essere i muti testimoni di questo secondo assassinio".
(Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, Il corpo di Che Guevara, 1967)

Per illustrare ed argomentare le tre tesi che in questo intervento vorrei
proporre alla discussione avrei bisogno di troppo piu' tempo di quanto sia
disponibile oggi, pertanto mi limitero' qui ad enunciarle e chiedero' a chi
ascolta la benevolenza di volerle ragionare e discutere mettendoci per cosi'
dire del proprio, nella propria memoria recuperando e nella propria
riflessione svolgendo sia quell'articolazione di ragionamento, sia
quell'apparato di riferimenti di cui le avrei munite e su cui le avrei
verificate se invece di parlare per pochi minuti avessi dovuto farlo per
delle ore, ma che qui giocoforza tralascio, ovviamente avvertendo che la
secchezza di taluni enunciati (che certo non rende giustizia alla
complessita' delle questioni proposte al dibattito) dipende dal fatto che si
procede di scorcio e per sommi capi.
*
1. Una prima tesi: inutilizzabilita' della teoria-prassi di Guevara per un
impegno di pace
E poiche' mi e' stato chiesto di intervenire anche per portare a questo
incontro di riflessione il saluto del "Centro di ricerca per la pace" di
Viterbo, la prima tesi che vorrei proporvi e' la seguente:
dal punto di vista dell'impegno per la pace la pratica e la riflessione
peculiari e caratterizzanti di Guevara come proposta di metodo e di azione
non costituiscono un contributo utilizzabile.
Ma insieme va detto anche: che dal punto di vista della riflessione di chi
e' impegnato per la pace l'esperienza e la testimonianza, la proposta
teorica e l'appello di Guevara costituiscono una sfida ineludibile (ed e'
ovvio che molte sue specifiche analisi, denunce, intuizioni, rotture,
rappresentano strumenti e materiali cui non si puo' rinunciare).
Sostengo con decisione questa tesi, della inutilizzabilita' della
teoria-prassi guevariana (e dico guevariana e non guevarista perche' penso
che si debba tener distinto Guevara da quei guevarismi che di
quell'esperienza di azione e pensiero sono l'irrigidimento dogmatico e
travisante talvolta fino alla caricatura e alla nefandezza) dal punto di
vista dell'impegno e  della cultura della pace, essenzialmente per i
seguenti motivi.
- Primo: perche' Guevara e' stato eminentemente un capo militare, e il
teorico di una via militare: di un certo tipo di attivita' militare, la
guerriglia rivoluzionaria, ma sempre di attivita' militare si tratta; e
l'attivita' militare e' sempre e totalmente incompatibile con l'impegno di
pace.
Del resto lo stesso Guevara ne era pienamente consapevole e lo enunciava con
chiarezza: laddove evidenziava essere la guerriglia una sorta di terribile
extrema ratio dinanzi ad una catastrofica violenza scatenata o
cristallizzata e nella certificata impossibilita' di adire altre e piu'
umane vie di azione.
E d'altro canto anche Gandhi, della violenza oppositore il piu' nitido e
intransigente, e' stato costantemente esplicito nell'esortare a resistere
comunque all''ngiustizia, anche con la violenza se non si ha la forza di
farlo con la nonviolenza, poiche' dinanzi al sopruso pur sempre essendo la
violenza un male, cosa ancora peggiore e' la vilta': "Credo che nel caso in
cui l'unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io
consiglierei la violenza" (11 agosto 1920); "Sebbene la violenza non sia
lecita, quando viene usata per autodifesa o protezione degli indifesi essa
e' un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione"
(27 ottobre 1946); Gandhi, come e' noto, aveva una concezione articolata e
dialettica del rapporto tra violenza e nonviolenza.
- Secondo: perche' il progetto rivoluzionario di liberazione fondato sulla
pratica della guerriglia, come tutti quelli fondati sull'uso della violenza
da se stesso si condanna ad esiti inaccettabili, come ha argomentato ad
esempio Giuliano Pontara in una sua analisi che altre volte ho ripreso.
Cito da Giuliano Pontara, voce Nonviolenza, in AA. VV., Dizionario di
politica, Tea, Torino 1992:
1. il primo argomento "mette in risalto il processo di escalation storica
della violenza. Secondo questo argomento, l'uso della violenza (...) ha
sempre portato a nuove e piu' vaste forme di violenza in una spirale che ha
condotto alle due ultime guerre mondiali e che rischia oggi di finire nella
distruzione dell'intero genere umano";
2. il secondo argomento "mette in risalto le tendenze disumanizzanti e
brutalizzanti connesse con la violenza" per cui chi ne fa uso diventa
progressivamente sempre piu' insensibile alle sofferenze ed al sacrificio di
vite che provoca;
3. il terzo argomento "concerne il depauperamento del fine cui l'impiego di
essa puo' condurre (...). I mezzi violenti corrompono il fine, anche quello
piu' buono";
4. il quarto argomento "sottolinea come la violenza organizzata favorisca
l'emergere e l'insediamento in posti sempre piu' importanti della societa',
di individui e gruppi autoritari (...). L'impiego della violenza organizzata
conduce prima o poi sempre al militarismo";
5. il quinto argomento "mette in evidenza il processo per cui le istituzioni
necessariamente chiuse, gerarchiche, autoritarie, connesse con l'uso
organizzato della violenza, tendono a diventare componenti stabili e
integrali del movimento o della societa' che ricorre ad essa (...). 'La
scienza della guerra porta alla dittatura' (Gandhi)".
A questi argomenti da parte nostra ne vorremmo aggiungere altri due:
6. un argomento, per cosi' dire, di tipo epistemologico: siamo contro la
violenza perche' siamo fallibili, possiamo sbagliarci nei nostri giudizi e
nelle nostre decisioni, e quindi e' preferibile non esercitare violenza per
imporre fini che potremmo successivamente scoprire essere sbagliati;
7. soprattutto siamo contro la violenza perche' il male fatto e'
irreversibile (al riguardo Primo Levi ha scritto pagine indimenticabili
soprattutto nel suo ultimo libro I sommersi e i salvati).
Agli argomenti contro la violenza Pontara aggiunge opportunamente un ultimo
decisivo ragionamento:
"I fautori della dottrina nonviolenta sono coscienti che ogni condanna della
violenza come strumento di lotta politica rischia di diventare un esercizio
di sterile moralismo se non e' accompagnata da una seria proposta di
istituzioni e mezzi di lotta alternativi. Di qui la loro proposta
dell'alternativa satyagraha o della lotta nonviolenta positiva, in base alla
duplice tesi a) della sua praticabilita' anche a livello di massa e in
situazioni conflittuali acute, e b) della sua efficacia come strumento di
lotta" per la realizzazione di una società fondata sulla dignità della
persona, il benessere di tutti, la salvaguardia dell'ambiente.
- Terzo: infine, e per dirla tutta e senza infingimenti, perche' al fondo di
quella che si denomina ipocritamente "la questione della violenza" c'e' la
tragica scelta morale di uccidere, di troncare vite umane. E la mia
personale opinione e' che chi lotta affinche' gli uomini possano essere se
non liberi e felici almeno un po' meno oppressi e un po' meno infelici, e
questa lotta conduce da una prospettiva egualitaria ovvero che riconosce
dignita' e diritto a vivere a tutti gli esseri umani, ebbene, deve
precludersi la scelta di uccidere, deve ripudiare il dare la morte.
Poiche' chi condivide il punto di vista e l'impegno di lottare per la
liberazione dell'umanita' o almeno per contrastare i poteri (politici,
economici, tecnologici, militari, ideologici e mediali) che la dignita'
umana denegano (e che oggi la stessa civilta' umana e la stessa biosfera
minacciano di distruzione), ebbene, deve sapere che in ogni sua azione e
quindi nella stessa scelta della metodologia di lotta e dei rapporti che
nella lotta si instaurano deve affermare la dignita' di tutti; sempre deve
considerare gli altri esseri umani come fini e non come meri mezzi, e non
come semplici strumenti (per dirla kantianamente: si tratta di costantemente
considerare l'umanita', e quindi tutti gli uomini, come regno dei fini);
deve agire in modo che la sua azione sia, nel suo stesso farsi e nei suoi
esiti immediati, per cosi' dire concrezione e vettore di una norma valida
come fondatrice di socialita', di una socialita' che realizzi le tre parole
d'ordine della grande rivoluzione del 1789: liberta', uguaglianza,
fraternita'. Uccidere non fonda una societa', cancella vite umane; uccidere
non libera, sopprime e basta.
Eppure anche io che sono una persona che da oltre vent'anni ho cercato e
cerco, nel mio personale impegno di lotta contro l'ingiustizia e la
menzogna, di coniugare una metodologia di analisi della storia e della
societa' che sbrigativamente definiro' marxista, una weltanschauung
materialista (che altrettanto sbrigativamente definiro' leopardiana), e la
scelta morale, assiologica e strategica della nonviolenza di tipo satyagraha
(connessa al "principio responsabilita'" - Hans Jonas, per intenderci, ma
anche un richiamo ad Emmanuel Levinas -), e solo cosi' mi pare, almeno per
quel che mi riguarda, che si possa essere un rivoluzionario egualitario
coerente per quanto e' possibile, ebbene, io non posso cessare di misurarmi
e riflettere sulle scelte e le aporie di Guevara, sulle sue intuizioni e
contraddizioni, su cio' che di lui, della sua esperienza e della sua
riflessione mi turba e cio' che mi persuade, cio' che mi commuove e cio' che
mi addolora e fin ripugna, poiche' di ogni uomo, per quanto lucido e
generoso egli sia, vi sono aspetti che suscitano la nostra adesione ed
aspetti che ci muovono alla critica o finanche alla delusione ed
all'opposizione.
Quest'uomo dall'animo grande, intransigente fino al sacrificio di se' (e con
se' dei suoi compagni piu' cari: e quale ferita questo dovette recare
nell'animo suo), ed insieme tenero e sensibile come una ballerina (e
guascone perche' anche lui pensava - idea che tanta sciagura ha recato al
movimento degli oppressi - che un capo rivoluzionario deve mascherare
l'angoscia e lo smarrimento e il pianto);
quest'uomo che da medico si fece guerrigliero (e quindi in ultima analisi
anche uccisore - non dobbiamo aver paura di usare le parole che designano
precisamente l'atto di uccidere: e' l'atto che deve farci orrore -) non
essendo riuscito a trovare (ma Gandhi disse: c'e' sempre un'altra strada),
nelle concrete condizioni e costrizioni storiche ed esistenziali in cui si
trovo' e secondo la percezione e la coscienza che di esse ebbe, un piu'
efficace modo di affermare la dignita' umana, di cercar di lenire l'umano
dolore provocato dalla violenza storicamente prodotta dall'oppressione
dell'uomo sull'uomo, di contrastare chi calpesta altrui, di tentare la
costruzione di una societa' meno barbara, di riscattare le vittime
dell'offesa in un percorso comune di conquista per tutti della dignita';
quest'uomo ci interroga, ci convoca, ci costringe a vedere, a prendere
posizione, ad agire.
*
2. Una seconda tesi: in Guevara, che ne ebbe acuta coscienza, si incarnano
contraddizioni, dicotomie ed esiti aporetici delle esperienze storiche e
della tradizione teorico-pratica dei movimenti di resistenza e di
liberazione, e particolarmente del marxismo rivoluzionario
E questo introduce la seconda tesi che intendo proporvi:
nella figura, nella prassi, nella riflessione, nella testimonianza e nello
scacco di Guevara si condensano e per cosi' dire si incarnano con
straordinaria potenza ermeneutica le contraddizioni e le aporie piu'
incandescenti e piu' tragiche non solo della tradizione  storica e teorica
della sinistra rivoluzionaria, della corrente calda del marxismo, ma di
tutti i movimenti e fin delle persone di volonta' buona che si ribellano
alla feroce barbarie del tuttora presente tragico e assurdo momento
dell'umanita'.
Guevara ne ebbe acuta coscienza: e mi sembra colga nel vero chi interpreta
il suo percorso e le sue scelte nella fase finale della vita anche sotto il
segno della consapevolezza che occorreva affrontare questi grovigli immani.
Mi limito a una mera elencazione:
- la contraddizione tra la morale eroica, l'etica del sacrificio da un lato,
e la leva (e l'obiettivo, e la promessa) del benessere materiale dall'altro;
- il rischio di una progressiva dicotomia e fin schizofrenia tra militante e
popolazione;
- la contraddizione tra la denuncia della violenza degli sfruttatori e degli
oppressori, e la sua riproduzione nella lotta e nell'organizzazione di chi
ad essa si oppone;
- il patologico coniugarsi di attivismo (fin irrazionalista) e positivismo
(opportunista, giustificazionista);
- il patologico coniugarsi di pretesa scientifica (dogmatica) e
atteggiamento profetico (sacrale e sacrificale);
- il confliggente sovrapporsi ad un progetto politico di liberazione fondato
su una visione del mondo razionale, su una ipotesi antropologica qualificata
dalla consapevolezza, dalla moderazione e dalla benevolenza, ed orientato
alla proposta di una condivisa sobria felicita', di motivazioni fortemente
condizionate da mozioni, di matrice tra religiosa e misterica, al sacrificio
catartico, alla sofferenza come espiazione, a prospettive escatologiche e
soteriologiche;
- la prevalenza del modello gerarchico su quello consiliare;
- la sottovalutazione della sfera (e dell'autonomia, e della rilevanza) del
diritto, e finanche di quella dell'amministrazione, rispetto alla pretesa
sussunzione alla politica ed all'economia (che diventano cosi' una sorta di
categorie onnivore e quindi radici di ideologie e pratiche totalitarie);
- il dramma dei rivoluzionari che giunti al potere non sanno essere
legislatori ed amministratori, e non riescono ad aprirsi ad una piu' ampia
pratica democratica ed egualitaria, e la conseguente involuzione burocratica
ed autoritaria;
- la riproduzione di rapporti di potere, di oppressione, di sfruttamento, di
esclusione, di denegazione.
Aver indicato, sia pure per mera elencazione, queste contraddizioni, e
queste aporie, beninteso non implica un atteggiamento di resa, ma di ricerca
e di impegno, di maggior profondita' nel riflettere, nell'assumere
responsabilita', nel continuare la lotta contro i carnefici; e continuarla
anche contro quella parte di noi stessi che potrebbe anch'essa divenire
carnefice, o specchio o complice dei carnefici: se ubriacata dalla falsa
coscienza dell'ideologia e  dalla vilta', dalla logica dell'obbedienza che
edifica lager o dalla pretesa di purezza che erige roghi; se cioe' la
coscienza non fosse costantemente vigile.
A me sembra che Guevara visse ed avverti' acutamente queste contraddizioni,
questa aporie, ed almeno ad alcuni livelli e sulla base delle sue esperienze
e riflessioni, e degli strumenti conoscitivi di cui disponeva e delle
circostanze in cui la sua azione poteva collocarsi, tento' in qualche modo
di agire per fronteggiarle.
Non vi e' dubbio che Guevara colse non la mera involuzione burocratica ma
quel che di piu' e di peggio era accaduto nel "campo socialista"; colse non
solo il portato, ma le radici e il senso della frattura tra Urss e Cina;
colse la solitudine del Vietnam; colse la necessita' di far riferimento alle
potenzialita' dell'Africa e che quello era un momento decisivo; colse la
dimensione internazionale e globale dello scontro non per meccanica
applicazione della teoria dei due campi e dei catechismi marxisti-leninisti,
bensi' per nitida percezione e concreta coscienza delle forme specifiche in
cui la dominazione imperialista nella fase coesistenziale riorganizzava il
suo potere e la sua egemonia attraverso i meccanismi strutturali e
ideologici del neocolonialismo, dell'omologazione, dell'inclusione
subalterna, del primato produttivista.
Colse la catastrofe morale e fin antropologica prodotta cosi'
dall'economicismo come dalla ragion di stato (e di partito), e si sforzo' di
contrapporvi il primato della persona, dell'uomo concreto e dei suoi
concreti bisogni e diritti nelle dimensioni del corpo, dell'intelletto, dei
sentimenti, dell'incontro con l'altro, del riconoscimento.
Colse la pervasivita' dell'alienazione nelle sue dimensioni sociologiche e
psicologiche, nella sfera della produzione e della riproduzione sociale,
della cultura, della vita quotidiana, dell'interiorita'; ed alla
colonizzazione mentale, all'introiezione da parte degli oppressi dei valori
dell'ideologia dominante che doppiamente li dimidia e assoggetta, cerco' di
contrapporre lo sforzo di una dolorosa (perche' cosciente) ed inquieta
(perche' incerta) ricerca di autenticita': nella condivisione della fatica e
della sofferenza, nell'azione rivoluzionaria, nell'attivita' fabrile,
considerate sempre anche come pratiche educative: nella scelta teorica e
pratica, epistemologica e terapeutica, della solidarieta' con gli oppressi,
dell'assunzione del punto di vista degli oppressi, della condivisione della
condizione degli oppressi (cosi' simile in questo ad alcune delle
cogitazioni, e delle scelte, ad un tempo sublimi e sconcertanti di Simone
Weil).
Colse anche la gravita' e il pericolo che l'autoritarismo, il dogmatismo, la
menzogna rappresentavano per la rivoluzione. Colse il riprodursi di rapporti
di potere, di sfruttamento e di mistificazione anche nel campo degli
oppressi.
Non seppe o non pote' individuare soluzioni adeguate; ed alcuni suoi estremi
tentativi possono anche apparirci enigmatici, opachi, fagocitanti ed
autolesionisti, ingiusti e spaventosi: ma non vi e' dubbio che quest'uomo
avverti' acutamente i problemi, non eluse i conflitti, senti' e sostenne con
strazio e con fierezza le contraddizioni che lo laceravano.
Mi pare che delle dicotomie ed aporie di cui sopra si e' fatta una
frettolosa, caotica e certo carente elencazione, sia assai consapevole ad
esempio l'esperienza neozapatista in Chiapas, che nella sua elaborazione,
che ha enormi meriti ed espliciti limiti, unisce ad una acuta e fin
suggestiva pars destruens, una enorme difficolta' a proporre una pars
construens: quando dall'analisi critica, dalla fondazione logica e
ontologica della resistenza, si passa alla proposta, li' Marcos si ferma e
si rifugia in formule generiche e quasi meramente moralistiche.
*
3. Una terza ed ultima tesi: Guevara senza guevarismi
Una terza ed ultima tesi per concludere: cosi' come Marx affermava
infastidito di non essere marxista, e non meno infastidito affermava di non
voler scrivere i menu per i ristoranti dell'avvenire, sottraendosi cosi' sia
ad un ruolo pontificale e dogmatico, sia ad un ruolo profetico e quasi
taumaturgico (se ne fossero ricordati i suoi eredi, e non solo gli abusivi e
usurpatori con la vocazione al sacerdozio e alle fucilazioni, quante
catastrofi si sarebbero evitate), e cosi' come giustamente uno studioso
scrisse che occorreva leggere Kafka "senza kafkismi", credo che anche per
Guevara dovremmo essere espliciti e solleciti (lo accennavo anche sopra) nel
considerarne la figura e l'opera teorica e pratica liberandolo dal
"guevarismo", contrastando i consumi che ne vengono fatti volta a volta come
di un'icona liturgica o pop, di una eterna tentazione militarista, di una
paradossale cristologia, ed anche, se posso permettermi, di una sorta di
figura da hegeliana Fenomenologia dello spirito.
Guevara non e' l'uomo del XXI secolo che una macchina del tempo ha portato
nel XX; non e' l'"uomo nuovo", fantasma cui egli stesso sovente allude (e
che tra le tante sue formule e intuizioni di grande efficacia, suggestione e
fecondita', mi sembra anche una delle piu' ambigue e potenzialmente anche
pericolose, a cavallo tra l'ultrauomo di Nietzsche, il superomismo
socialista di Jack London, un persistente residuo di misticismo e
millenarismo cristiano, e l'"ingegneria delle anime" di stalinista memoria).
La sua riflessione politica, economica, sociologica ed etica non e'
particolarmente rilevante se confrontata a quella di vari altri pensatori e
testimoni, ed e' in molti dei suoi aspetti centrali (ma non tutti,
beninteso) inadeguata ai problemi nuovi e terribili dell'oggi e
dell'immediato futuro; la sua fin leggendaria franchezza e coerenza non e'
solo una virtu' ma talvolta anche un alibi (e in taluni suoi pretesi epigoni
degenera talvolta da strumento euristico quasi a cinico corto circuito
logico preventivamente autoassolutorio).
E se posso soffermarmi anche su questo: anch'io ritengo importante la
coerenza tra cio' che si pensa, cio' che si dice e cio' che si fa: ma non
basta: occorre altresi' valutare i motivi, il senso e gli effetti di questi
pensieri, queste parole, queste azioni. E tra quanti ammirano il "Che" per
la sua coerenza molti vi sono che in verita' alla sua e alla nostra lotta
sono nemici i piu' radicali.
Guevara, come chiunque, da Marx a Gandhi, da Socrate a Diderot, da Dante a
Rosa Luxemburg, va contestualizzato storicamente e culturalmente, e va letto
nel suo stesso divenire, nella storia dei suoi esperimenti con la verita'
(per parafrasare il titolo che Gandhi diede alla sua autobiografia). E' un
uomo e non un oracolo. Un pensatore, un militante, un testimone, il cui
valore pienamente si apprezza appunto quanto piu' si e' capaci di coglierlo
precisamente nel gorgo storico, culturale, esistenziale in cui concretamente
visse, opero', penso'.
Ma detto tutto questo, e ricondotto Guevara fuori dall'alone del mito, fuori
dalla leggenda e dall'ideologia, fuori dalla sfera del sacro (sfera che
sappiamo bene essere cosi' terribilmente ed intrinsecamente connessa alla
violenza), resta un uomo grande: la cui vicenda, le cui scelte e
riflessioni, il cui appello ancora ci chiamano e ci feriscono come un
pungolo, uno sperone conficcato nelle nostre stesse carni, nel nostro stesso
animo.
E' l'uomo che ha scritto nella lettera di congedo ai figli: "Soprattutto,
siate sempre capaci di sentire nel piu' profondo qualsiasi ingiustizia
commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo".
E' l'uomo che ha scritto: "La solidarieta' del mondo progressista verso il
popolo del Vietnam assomiglia all'amara ironia che l'incitamento della plebe
rappresentava per i gladiatori del circo romano. Non si tratta di augurare
vittoria a chi e' stato aggredito, ma di condividere la sua sorte, di
accompagnarlo nella morte o nella vittoria. Quando analizziamo la solitudine
vietnamita, ci assale l'angoscia per questo momento irrazionale
dell'umanità".
E' l'uomo su cui Franco Basaglia scrisse, all'indomani della sua morte,
alcune delle parole piu' nitide e persuasive (e non ho voluto concludere
questo intervento senza almeno ricordare quel grande umanista, terapeuta e
rivoluzionario che e' stato Basaglia, e quel suo scritto su Guevara di cui
sono tra i pochi a serbare memoria e che propongo all'attenzione degli
studiosi).
L'uomo Guevara ancora ci convoca a un impegno di umanizzazione, a non
eludere le contraddizioni, a dire la verita', ad agire affinche' cessi
l'orrore e l'uomo finalmente un aiuto sia all'uomo, anziche' un lupo; a
costruire la giustizia e la solidarieta' a cominciare da noi, adesso.
E lo sentono fratello e compagno gli oppressi tutti e soprattutto i popoli
del sud del mondo in lotta contro l'imperialismo che li stermina con le armi
e con la fame, con il prezzo del rame e con il turismo sessuale, con la
gestione sussunta al profitto delle risorse, della biosfera, della stessa
vita umana ridotta a merce di scarso prezzo, che i vampiri dei mercati
finanziari e i lupi delle reti televisive sbranano incessantemente.
Anche chi come me ritiene del tutto peculiari le sue scelte, anche chi come
me non condivide ed anzi si oppone a elementi sostanziali e decisivi della
sua azione e della sua meditazione, pure molto ne ha appreso, di parti non
meno fondamentali della sua elaborazione e testimonianza si e' nutrito e si
nutre, e reca grata memoria di Guevara, della sua tragica e nobile figura di
combattente per la buona causa, la causa dell'umanita'.

4. LIBRI. ALDO GARZIA PRESENTA "IL CHE INEDITO" DI ANTONIO MOSCATO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 settembre 2006.
Aldo Garzia e' nato nel 1954, giornalista e saggista, gia' caposervizio
esteri del quotidiano "il manifesto" (per il quale ha seguito come inviato
la prima fase della transizione spagnola a meta' degli anni settanta), da
sempre impegnato nella sinistra critica e nella solidarieta' internazionale,
dirige la rivista mensile "Aprile" e il quotidiano telematico
"aprileonline". Opere di Aldo Garzia: Da Natta a Natta, Dedalo, Bari 1985;
Il vento di destra, Datanews, Roma 1994; Cuba, viaggio nell'identita' di
un'isola, Teti 1997; Cuba, appunti di viaggio, Edizioni Associate, Roma
1998; C come Cuba, Elleu Multimedia, Roma 2001; (con Marco Calamai),
Zapatero. Il socialismo dei cittadini, Feltrinelli, Milano 2006.
Antonio Moscato, docente all'Universita' di Lecce, e' un prestigioso
studioso e militante del movimento operaio e dei movimenti di liberazione;
e' autore di molte, importanti pubblicazioni]

Con ogni probabilita' Antonio Moscato ha scritto il suo ultimo libro, Il Che
inedito (Edizioni Alegre, pp. 213, euro 12), sull'onda delle controversie
piu' recenti relative a Ernesto Guevara (i diritti d'autore concessi dagli
eredi in esclusiva per l'Italia alla berlusconiana Mondadori per una somma
che supera il milione di dollari, la scarsa cura storiografica delle prime
edizioni di questa editrice). Ma il libro di Moscato non e' un pamphlet
polemico o un volume semplicemente divulgativo. In questo testo ci sono
soprattutto la mano e la passione di chi ha dedicato gli ultimi vent'anni
allo studio della biografia e degli scritti di Guevara.
*
Una ricerca ancora aperta
Si possono condividere o meno le argomentazioni di Moscato e i suoi affondi
analitici, ma non si puo' non riconoscere all'autore di lavorare su
inequivocabili pezze d'appoggio. Che poi sono la rilettura degli scritti del
Che, la loro periodizzazione storica accanto alla lettura incrociata delle
monumentali biografie a lui dedicate (da Roberto Massari a Jon Lee Anderson,
da Paco Ignacio Taibo II a Pierre Kalfon fino a Jorge G. Castaneda). E in
questo lavoro filologico c'e' pure una novita'. Questa volta Moscato fa i
conti con una serie di inediti di Guevara che stanno uscendo con il
contagocce a Cuba e che lui ha avuto modo in parte di leggere in anteprima
sotto il vincolo della non riproduzione integrale (in particolare, gli
appunti critici scritti dal Che sul Manuale di economia politica
dell'Accademia delle scienze dell'Unione Sovietica).
Eh si', perche' a quasi quarant'anni dalla sua morte in Bolivia nel 1967
resta tuttora aperta la ricerca su Guevara. Molti documenti sulla sua vita e
sulla sua morte giacciono nei cassetti di Washington, Mosca, L'Avana. Non
sono stati pubblicati tutti i suoi scritti. Sugli inediti vigila il
Consiglio di Stato cubano che ne teme l'uso politico incontrollato (i
giudizi molto critici rispetto a Mosca non renderebbero giustizia ai
rapporti di sussidiarieta' che l'Unione Sovietica ha avuto nei confronti
dell'Avana fino alla caduta del muro di Berlino del 1989). L'idea di
Moscato, invece, e' che proprio l'implosione del "socialismo reale" avrebbe
bisogno anche a Cuba di una piena riscoperta del pensiero politico di
Guevara perche' nelle sue analisi c'era la previsione di quanto poteva
accadere sulla base di una analisi dell'organizzazione sociale ed economica
dell'Urss.
*
Il distacco dall'ortodossia
Moscato sgombra il campo da alcune interpretazioni semplicistiche. Guevara
non e' stato soltanto un uomo d'azione, ma anche statista e autore di alcuni
libri fondamentali sulla rivoluzione cubana. Un altro errore e' considerare
il pensiero politico del Che come un nucleo teorico a tutto tondo. La sua
biografia politica e' invece caratterizzata da scelte che avvengono sulla
scorta di incontri, letture e maturazione politica indotti dall'esperienza
rivoluzionaria a Cuba.
Il Che, all'inizio della sua avventura cubana, e' un marxista ortodosso che
guarda con favore alle esperienze del "socialismo reale". Poi matura
progressivamente un distacco da quei modelli. Ci sono quindi nei suoi
scritti intuizioni e spunti critici, non ancora una teoria alternativa al
socialismo di Stato. La vita di Guevara, inoltre, si spezza mentre la sua
riflessione e' in evoluzione e non ha ancora preso la forma compiuta di
un'alternativa al modello sovietico. Coloro che non erano d'accordo con lui,
a Cuba e fuori di Cuba, lo hanno accusato di trotzkismo e maoismo solo
perche' cercava una via autonoma al socialismo rispetto al modello che aveva
per capitale Mosca e leggeva Trotskij. Non si puo' dimenticare, infine, che
Guevara muore in Bolivia a soli 39 anni e che la svolta della sua vita (la
decisione di partecipare alla rivoluzione cubana) si annuncia quando ha gia'
28 anni. In soli dieci-undici anni, quindi, da quando parte con Fidel Castro
alla volta di Cuba (1956) fino alla decisione di guidare la guerriglia in
Bolivia (1966), il Che condensa una serie straordinaria di esperienze e
riflessioni politiche.
Occorre pero' fare dei passi indietro. Il 7 ottobre 1959 per Guevara arriva
il primo incarico di governo. E' nominato responsabile del Dipartimento
industrializzazione dell'Istituto nazionale per la riforma agraria (Inra).
Il 25 novembre giunge la nomina a presidente della Banca nazionale di Cuba.
Nel 1960 visita Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Cina e Corea del nord. Il
23 febbraio 1961 e' nominato ministro dell'Industria. Jean-Paul Sartre, che
assieme a Simone de Beauvoir incontra il presidente della Banca cubana nel
1960, annota in un articolo: "La guerra aveva formato quel Guevara e gli
aveva imposto la propria intransigenza; la rivoluzione gli aveva istillato
il senso dell'urgenza, della rapidita'. Si credette di individuare, gia' in
seno al Consiglio dei ministri, una destra, una sinistra e un centro e si
considero' Guevara come qualcosa di temibile, un radicale furibondo.
Offrendomi un eccellente caffe' nel suo ufficio mi disse: prima di tutto
sono un medico, poi un soldato e infine, come lei vede, anche un banchiere".
Quando Guevara assume l'incarico di ministro, ha pieni poteri su tutto
l'apparato industriale. La sua scelta e' quella di favorire gli investimenti
nei settori della chimica e dell'elettronica. Dopo il 3 febbraio 1961, data
in cui gli Stati Uniti decidono di interrompere le relazioni diplomatiche
con Cuba, il Che sottoscrive accordi di scambio con l'Unione Sovietica e gli
altri paesi socialisti. Il Guevara guerrigliero si trasforma rapidamente in
economista e ministro consapevole delle sue scelte. Per questo, promuove nel
suo Ministero alcuni seminari sul Capitale di Marx e inizia a studiare i
problemi di organizzazione del lavoro e di politica economica (alcuni
inediti, come ricorda Moscato, riguardano i testi registrati di
conversazioni-seminari che si svolgono nel Ministero dell'industria).
Guevara intuisce rapidamente che il meccanismo della centralizzazione non
favorisce i piani produttivi di settore. Sferra un duro attacco ai primi
segnali di burocratismo e cerca di modificare il sistema di pianificazione.
I dati economici del 1963 mettono pero' sotto accusa proprio l'operato del
Ministero dell'industria. Dal 1961 in poi gli investimenti nel settore
industriale erano stati pari a 850 milioni di dollari l'anno senza un saldo
positivo tra investimenti e produzione. In quel cruciale 1963 si apre lo
scontro al vertice del governo. Vi contribuiscono due economisti europei,
presenti a L'Avana come consulenti: Ernest Mandel e Charles Bettelheim. Il
primo sostiene le posizioni di Guevara, il secondo e' d'accordo con quanti
chiedono la correzione di rotta. La sterzata arriva il 19 agosto: un
documento del Consiglio dei ministri stabilisce che l'agricoltura e la canna
da zucchero devono tornare il fulcro dell'economia dell'isola,
l'industrializzazione dovra' realizzarsi nel corso dei dieci anni
successivi. Il Ministero dell'industria, di conseguenza, perde il controllo
delle attivita' produttive. Castro - e' un'altra annotazione di Moscato su
cui chi ha studiato quel periodo non puo' che essere d'accordo - si mantiene
neutrale.
Dopo il dibattito al vertice del governo nel 1963, c'e' un "secondo
Guevara". Il Che precisa ulteriormente le sue posizioni, che poi lo
porteranno in rotta di collisione con il modello sovietico: il socialismo
non puo' limitarsi a cambiare le forme di distribuzione e di accumulazione
economica; la politica deve intervenire laddove l'economia e' solo calcolo
freddo delle compatibilita'. Nei seminari che si svolgono nel suo ministero
pronuncia frasi che servono a comprendere cosa pensa in quel periodo:
"Lottiamo contro la miseria, ma al tempo stesso contro l'alienazione"; "Se
il comunismo non si occupa dei fatti di coscienza, potra' essere un metodo
di distribuzione ma non sara' mai una morale rivoluzionaria". Prende cosi'
corpo una teoria guevariana della transizione che sposta il baricentro dalla
centralizzazione politica ed economica alla ripresa della mobilitazione
sociale, mentre chiede tempo per avere dei risultati economici.
*
I rapporti con Castro
Il 14 marzo 1965 Guevara appare per l'ultima volta in pubblico a Cuba.
Arriva all'aeroporto dell'Avana di ritorno da Algeri, dove il 24 febbraio -
nel corso di un seminario economico internazionale - ha pronunciato un
discorso sullo "scambio ineguale" che ha mandato su tutte le furie la
delegazione sovietica ("Come si puo' parlare di 'reciproca utilita'', quando
si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano
sudore e patimenti senza limiti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi
del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche
automatizzate? Se stabiliremo questo tipo di relazione tra i due gruppi di
nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo,
complici dello sfruttamento imperialista").
Quali erano i rapporti tra Guevara e Castro in quel marzo 1965? Moscato si
esprime a favore di una ipotesi: fino a quel momento non c'erano divisioni
politiche sostanziali tra i due. In ogni caso, il Che che lascia Cuba e' di
sicuro un uomo politico che ha subito le prime sconfitte della sua vita.
Guevara trascorre parte del 1965 in Congo. Partecipa con un gruppo di cubani
alla rivoluzione (poi sconfitta) di quel paese. Nel suo diario africano
annota la fragilita' del movimento rivoluzionario congolese, le difficolta'
di contatto con L'Avana, le rivalita' tra Unione Sovietica e Cina. Il Che
poi va in Tanzania e a Praga prima di far ritorno in modo clandestino a
Cuba. Nella zona di Pinar del Rio addestra il gruppo di guerriglieri che lo
accompagnera' in Bolivia (Moscato, sulla scorta di buona documentazione,
sostiene che la spedizione boliviana aveva piu' l'obiettivo di formare una
scuola guerrigliera che di avviare una vera e propria rivoluzione). Guevara
e' via via stretto nell'imbuto delle scelte a cui e' costretto: non puo'
andarsene dalla Bolivia, non puo' tornare a L'Avana dove la notizia della
sua partenza e' stata resa ormai pubblica. E' ucciso, dopo essere stato
catturato in combattimento presso la localita' di La Higuera, il 9 ottobre
1967.
*
Sul cammino del fuoco
La morte del Che chiude un'epoca della rivoluzione cubana e della storia
dell'America Latina. Sfuma l'obiettivo di estendere la rivoluzione in altri
paesi del continente e di sottrarsi al dilemma o Usa o Urss. La rivista
d'ispirazione guevarista "Pensamiento critico", diretta da Fernando Martinez
Heredia, viene chiusa. Carlos Tablada pubblica solo nel 1987 un libro che e'
una rilettura degli ammonimenti economici di Guevara (Acerca del pensamiento
economico del Che). Orlando Borrego Diaz, il principale collaboratore di
Guevara a Cuba, da' alle stampe a L'Avana un libro sul Che solamente nel
2001 (Che. El camino del fuego): vi compaiono gran parte delle inedite note
critiche dell'ex ministro dell'industria sul Manuale di economia politica
dell'Accademia delle scienze di Mosca.
Moscato racconta tutta questa storia appassionante e dolorosa. In un
capitolo gustoso, ci suggerisce perfino cosa leggere e cosa non leggere sul
Che. Cosi' facendo, ci ricorda che nella massa di libri e libriccini su
Guevara c'e' pure molta spazzatura. E in appendice del suo libro c'e' infine
un bel saggio che viene da Cuba a firma di Celia Hart. Per chi vuole
ricercare ancora, Il Che inedito e' molto utile.

5. MATERIALI. UNA MINIMA BIBLIOGRAFIA INTRODUTTIVA

Uno strumento di lavoro fondamentale sono i "Quaderni della Fondazione
Ernesto Che Guevara", diretti dal principale studioso italiano di Guevara,
Roberto Massari (recapito postale: c. p. 65, 01021 Acquapendente (Vt),
e-mail: che.guevara at enjoy.it, sito: www.enjoy.it/che-guevara).
Per la biografia: Jon Lee Anderson, Che. Una vita rivoluzionaria, Baldini &
Castoldi, Milano 1997, 1998; Jorge G. Castaneda, Companero. Vita e morte di
Ernesto Che Guevara, Mondadori, Milano 1997, 1999; Pierre Kalfon, Il Che.
Una leggenda del secolo, Feltrinelli, Milano 1998, 2003; Paco Ignacio Taibo
II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il
Saggiatore, Milano 1997, Est, Milano, 2000.
Tra le raccolte di scritti di Ernesto Che Guevara: Scritti scelti, Erre Emme
Edizioni, Roma 1993, 1994, 2 voll.; Scritti, discorsi e diari di guerriglia
1959-1967, Einaudi, Torino 1969, 1974; Opere scelte, Baldini & Castoldi,
Milano 1996, 2 voll.
Studi: Roberto Massari: Che Guevara. Pensiero e politica dell'utopia,
Edizioni Associate, Roma 1987, Erre Emme Edizioni, Roma 1993 (con
fondamentale bibliografia); Giulio Girardi, Che Guevara visto da un
cristiano, Sperling & Kupfer, Milano 2005.
Testimonianze e materiali vari: Roberto Massari (a cura di), Ernesto Che
Guevara uomo, compagno, amico..., Erre Emme Edizioni, Roma 1994, 1996; Meri
Lao, Al Che. Poesie e canzoni dal mondo, Erre Emme Edizioni, Roma 1995; Jean
Cormier, Che Guevara. Utopia e rivoluzione, Electa-Gallimard, Milano 1996;
AA. VV. (a cura di), Che Guevara, Editrice L'Unita', Roma 1987 (con ampio
repertorio fotografico).
Una casa editrice benemerita degli studi guevariani, nel cui catalogo
figurano molte opere di e su Guevara, e' Massari Editore (recapito postale:
c. p. 144, 01023 Bolsena (Vt), e-mail: erre.emme at enjoy.it, sito:
www.enjoy.it/erre-emme).

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 97 del 29 ottobre 2006

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