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La nonviolenza e' in cammino. 1471



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1471 del 6 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Where have all the flowers gone
2. Il "Cos in rete" di novembre 2006
3. Piercarlo Racca: Il 4 novembre a Torino
4. Pietro Citati: Hannah Arendt (parte prima)
5. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2007
6. Elena Loewenthal: Incontri
7. Ristampe: Ludovico Ariosto, Orlando furioso
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. WHERE HAVE ALL THE FLOWERS GONE

E' scandaloso il silenzio in Italia sulla guerra afgana.
Forse tra mesi o tra anni ci si chiedera' con sconcerto come sia stato
possibile che pressoche' l'intera popolazione si sia resa complice della
guerra illegale e criminale, della guerra stragista e terrorista.
*
E' scandaloso il silenzio in Italia sulla guerra afgana.
Forse tra mesi o tra anni ci si chiedera' con sconcerto come sia stato
possibile che pressoche' l'intera popolazione si sia resa complice di una
cosi' immensa e flagrante violazione del diritto internazionale e della
legalita' costituzionale.
*
E' scandaloso il silenzio in Italia sulla guerra afgana.
Si protesta e si manifesta in Italia, e giustamente, contro i crimini e le
stragi degli Stati Uniti in Iraq; si protesta e si manifesta in Italia, e
giustamente, contro i crimini e le stragi della Russia in Cecenia; si
protesta e si manifesta in Italia, e giustamente, contro i crimini e le
stragi di Israele nei Territori occupati palestinesi; e si tace sulle stragi
della Nato in Afghanistan, si tace sulla partecipazione italiana a quella
coalizione e a quella guerra, si tace sulla corresponsabilita' italiana per
quelle stragi.
*
E' scandaloso il silenzio in Italia sulla guerra afgana.
Si fanno sovente in Italia proclami alati, roventi, struggenti, contro il
terrorismo: e quel terrorismo il nostro stato contribuisce a praticarlo e ad
alimentarlo; la partecipazione italiana alla guerra afgana, come a quella
irachena, come la politica italiana nei confronti dei migranti, e'
terrorista e favoreggiatrice di terrorismo.
*
E' scandaloso il silenzio in Italia sulla guerra afgana.
Cessi la partecipazione italiana alla guerra.

2. STRUMENTI. IL "COS IN RETE" DI NOVEMBRE 2006
[Dagli amici dell'associazione nazionale "Amici di Aldo Capitini" (per
contatti: l.mencaroni at libero.it) riceviamo e diffondiamo]

Cari amici,
vi segnaliamo l'ultimo aggiornamento di novembre 2006 del "Cos in rete",
www.cosinrete.it
Nello spirito del Cos [Centro di orientamento sociale - ndr] di Capitini, le
nostre e le vostre risposte e osservazioni a quello che scrive la stampa sui
temi capitiniani: nonviolenza, difesa della pace, liberalsocialismo,
partecipazione al potere di tutti, controllo dal basso, religione aperta,
educazione aperta, antifascismo, tra cui: L'inevitabile invasione; Un grande
italiano scomodo; Le briglie alla guerra; Gesu' rinnegato per dividersi;
Faccetta nera, bell'abissina; Gli inutili lamenti contro la violenza; La
cecita' dei ricchi; Il sole eclissato dai furbi; Domande sul futuro; Le
delizie del privato in medicina; Il papa e il fascismo; La contestazione
continua; E' il maschilismo e non l'Islam; I doveri della donna e dell'uomo;
La sindrome del povero;  ecc. Piu' scritti di e su Capitini utili secondo
noi alla riflessione attuale sugli stessi temi.
Ricordiamo che sui temi capitiniani sopra citati la partecipazione al Cos in
rete e' libera e aperta a tutti mandando i contributi a:
capitini at tiscali.it, come pure la discussione nel blog del Cos:
cos.splinder.com
Ricordiamo che il sito con scritti di e su Aldo Capitini ha cambiato
indirizzo in www.aldocapitini.it

3. INIZIATIVE. PIERCARLO RACCA: IL 4 NOVEMBRE A TORINO
[Ringriaziamo Piercarlo Racca (per contatti: piercarlo.racca at fastwebnet.it)
per questo intervento. Piercarlo Racca e' uno dei militanti "storici" dei
movimenti nonviolenti in Italia ed ha preso parte a pressoche' tutte le
esperienze piu' vive e piu' nitide di impegno di pace; e' per unanime
riconoscimento una delle voci piu' autorevoli della nonviolenza in cammino]

A Torino il 4 novembre, benche' tenuti a distanza da transenne, polizia e
carabinieri, siamo comunque riusciti ad alzare con 35 palloncini multicolori
uno striscione in cui abbiamo riassunto il nostro pensiero: "Meno spese
militari. Piu' servizi sociali".
Lo striscione sormontato da una bandiera arcobaleno era visibilissimo dai
militari schierati per l'ammainabandiera e dalla folla che nel pomeriggio
affolla il centro della citta'.
Sono stati distribuiti volantini con il titolo "disarmiamo la festa".
L'iniziativa firmata "Cantieri di pace" e' stata promossa da un insieme di
gruppi, tra cui il Movimento Nonviolento e il Movimento Internazioanle della
Riconciliazione.

4. PROFILI. PIETRO CITATI: HANNAH ARENDT (PARTE PRIMA)
[Dal sito www.feltrinelli.it riprendiamo il seguente articolo di Pietro
Citati apparso sul quotidiano "La repubblica" del 15-16 luglio 2003 col
titolo "Hannah Arendt, la fanciulla con gli occhi brillanti che cercava la
verita' del mondo".
Mette conto avvertire che questo testo, prezioso e suggestivo come tutti i
testi di Citati, non e' un saggio di rigorosa documentazione, ma
un'interpretazione per cosi' dire empatica: la Arendt qui raccontata e' -
per cosi' dire - la Arendt di Citati, nella sua verita' poetica, nella sua
densita' ermeneutica, e nei vuoti, nelle lacune e nelle forzature che
l'approccio peculiare del saggista-narratore implica. Sia su singoli punti
della ricostruzione della personalita' e della vicenda arendtiana, sia su
alcune tesi interpretative del pensiero arendtiano e non solo qui sostenute
si potrebbe a lungo discutere; ma non e' questa la sede: bastera' averne
fatto parola, affinche' chi legge rammenti che per conoscere la vita e il
pensiero di Hannah Arendt altri testi da leggere sono (ed almeno i lavori di
Laura Boella e di Simona Forti, e la biografia di Elisabeth Young-Bruehl); e
detto questo non sara' neppure necessario aggiungere che alcune espressioni
ed alcune opinioni dell'illustre scrittore presenti in questo saggio ci
sembrano non condivisibili (e qualche dettaglio finanche travisante o
erroneo, ma sono minuzie), chi legge lo avra' gia' intuito. Con tutto cio',
e' un testo che ci e' parso utile riproporre su questo foglio, per la sua
qualita' letteraria, per alcune forti sue verita' (le pagine sul
totalitarismo ci sembrano la cosa piu' viva del saggio, e vi vibra forte un
afflato ed acuto un ascolto della lezione arendtiana), ed anche come omaggio
a un saggista che, pur nel dissenso talora - come del resto ci accade
finanche con i maestri piu' grandi -, sempre ci appassiona, e che
costantemente invita al riconoscimento dell'umanita' di tutti e di ciascuno,
all'accostamento grato ad ogni monumento di cultura, alla comprensione
dell'umana polifonia, a quell'umanesimo che e' gia' costruzione di pace  (p.
s.).
Pietro Citati (Firenze, 1930), e' scrittore, saggista, critico letterario
tra i piu' noti e apprezzati; collaboratore di varie riviste ("Il punto",
"L'approdo", "Paragone") e quotidiani ("Il giorno", "Corriere della sera",
"La repubblica"), condirettore della Fondazione Lorenzo Valla. Tra le opere
di Pietro Citati: Goethe, 197O; Il te' del cappellaio matto, 1972; Manzoni,
1973, 1980; Alessandro Magno, 1974, 1985; La primavera di Cosroe, 1977; I
frantumi del mondo, 1978; Il velo nero, 1979; Vita breve di Katherine
Mansfield, 1980; I racconti dei gatti e delle scimmie, 1981; Il migliore dei
mondi impossibili, 1982; Tolstoj, 1983; Vita e morte degli Incas, 1984;
Cinque teste tagliate, 1984; Il sogno della camera rossa, 1986; Kafka, 1987;
Il viaggio degli uccelli, 1988; Storia prima felice, poi dolentissima e
funesta, 1989; Ritratti di donne, 1992; La caduta del Messico, 1992; La
colomba pugnalata, 1995; La luce della notte, 1996; La collina di Brusuglio,
1997; L'armonia del mondo, 1999; Il romanzo europeo dell'800, 1999; Il male
assoluto. Nel cuore del romanzo dell'Ottocento, 2000; La mente colorata.
Ulisse e l'Odissea, 2002; Israele e l'Islam. Le scintille di Dio, 2003; La
civilta' letteraria europea da Omero a Nabokov, 2005; La morte della
farfalla, 2006.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli,
Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie
divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang
Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg
Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Le origini dell'antisemitismo sono antichissime. Era gia' diffuso, lungo i
paesi del Mediterraneo, nel quarto o terzo secolo avanti Cristo, quando ebbe
luogo la prima emigrazione giudaica. Sugli Ebrei circolavano leggende simili
a quelle narrate dai cattolici sino alla fine del diciannovesimo secolo, e
oggi ripetute dai musulmani. Persino Tacito, il piu' grande e severo tra gli
storici, che non sapeva niente di Israele, raccontava che gli Ebrei - questa
taeterrima gens, "pervicacemente superstiziosa", "odiata dagli dei" -
veneravano una testa d'asino. Un altro storico, Apione, diceva che nel loro
Tempio compivano sacrifici rituali di stranieri, ingrassati a forza come
Pollicino. Solo la menzogna e' immortale.
La spiegazione di questo antisemitismo e' semplice. Tra i popoli del
Mediterraneo e del Medio Oriente, gli Ebrei erano (quasi) gli unici
monoteisti. Mentre gli altri popoli possedevano un pantheon colorato, che
accoglieva sempre nuove figure, fuse e mescolate con quelle antiche, gli
Ebrei avevano un solo Dio: unico, esclusivo, eternamente immutabile, che non
nasceva come gli dei greci e non moriva come quelli egiziani. Questo Dio era
possente e tremendo, e non poteva venir rappresentato con immagini umane o
animali. Bisognava osservare la Legge, che egli aveva promulgato, i riti che
aveva imposto, ed essere puri. Chi cercava di restare puro, doveva vivere
separato: non condividere i pranzi con i vicini pagani, dove si mangiavano
cibi che il rito proscriveva; e a volte nemmeno parlarne la lingua. Come
dice Tacito, questi "misantropi" erano "separati a tavola". Nessuno
straniero doveva entrare, pena la morte, nel Tempio di Gerusalemme. Nessun
Ebreo doveva venerare le statue degli altri dei o degli imperatori, mentre i
pagani veneravano sia Dioniso sia Osiride, sia Demetra sia Iside, Augusto,
Nerone o Caligola.
Proprio perche' gli Ebrei vivevano separati, attraevano le immaginazioni dei
popoli antichi. Molti stranieri portavano offerte votive e ordinavano
sacrifici ai sacerdoti dell'immenso Tempio scintillante d'oro, due volte
costruito, due volte distrutto: la seconda volta per sempre. Quale era il
vero Dio di Israele? Cosa accadeva nel Tempio di Gerusalemme, dove i pagani
non potevano penetrare? Qual era il nome segreto di Jahve, ignoto persino al
suo popolo? Quando sarebbe venuto il Messia, il Cristo? Forse non ci fu
evento che colpi' le fantasie antiche come cio' che accadde nel 63 a. C.
Pompeo Magno entro' nel Tempio di Gerusalemme, penetro' sino al Santo dei
Santi, la piccola stanza dove aleggiava lo Spirito di Dio, e dove solo il
Sommo Sacerdote poteva insinuarsi una volta l'anno. Non scorse nulla. La
stanza era completamente vuota. Dunque il cuore della religione giudaica era
un bugigattolo pieno di ragni? Alcuni Greci e Romani compresero che il Santo
dei Santi era vuoto perche' solo il Vuoto puo' alludere all'essenza
inafferrabile e incomprensibile di Dio.
*
Nell'autunno del 1924, Hannah Arendt si iscrisse a filosofia, teologia e
filologia classica presso l'universita' di Marburg - l'universita' dove
insegnava Martin Heidegger. Era una bellezza ebrea, una di quelle brune e
ricciute figlie di Sion ricordate nel Cantico dei Cantici attorno all'Amato.
Aveva "occhi brillanti e scintillanti come stelle quando era felice e
appassionata": vere finestre, dalle quali si intravedeva il vasto lago
dell'anima. Amava ridere con gli amici: chiacchierare per ore: essere
corteggiata; prendersi gioco di se stessa e degli altri. Desiderava la
felicita' con un candore infantile; e, malgrado le sventure sue e del suo
popolo, avrebbe conosciuto la gioia leggera degli dei greci. "Sono molto
felice, avrebbe detto venti anni piu' tardi, perche' non si puo' andare
contro la propria vitalita' naturale. Il mondo, cosi' come Dio l'ha creato,
a me sembra buono". Possedeva il dono della naturalezza: il senso che tutte
le cose che si dicono e i gesti che si fanno sono giusti. Per adattarsi alle
speranze del cuore, portava un elegantissimo abito verde. Die gruene, "la
verde", la soprannominavano gli studenti di Marburg.
Aveva grandi mete: ricercare i doni dello spirito, l'essenza della vita, il
cuore delle cose, la verita' nascosta del mondo. Per lei, era un compito,
che imponeva in primo luogo a se stessa. Voleva diventare cio' che era,
realizzando sino in fondo l'idea che Dio aveva posto in lei quando l'aveva
creata - a tutti i costi, anche se cio', forse, avrebbe significato
avvilirsi nell'esistenza. Con una parte di se', era luciferina e
intoccabile: indifferente a cio' che la vita le imponeva, perche' mai
avrebbe potuto intaccare l'essenza adamantina della sua anima. Percio',
durante la giovinezza e la maturita', fu dura, arrogante, cocciuta, piena di
disprezzo e di terribili collere, impaziente, sarcastica, sferzante. Non
ebbe mai pieta' o compassione verso se stessa. Non conobbe il sentimento
della vanita' personale, perche' le premeva realizzare l'idea che Dio aveva
posto in lei, idea della quale non aveva nessun merito. Non provava nessuna
considerazione di se': disprezzava o nascondeva i propri sentimenti, fingeva
che tutto procedesse bene anche se nell'intimo era disperata; cercava di
proteggersi con la piu' austera e severa discrezione - discrezione che il
mondo moderno ha dimenticato. Era generosissima. Il suo primo gesto era
quello di sacrificarsi, come aveva appreso da una delle figure essenziali
della sua mente, Gesu' Cristo.
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy, quegli occhi radiosi di felicita'
diventavano, all'improvviso, pieni di solitudine: "profondi, tenebrosi,
stagni di interiorita'". La creatura della luce era anche una figlia della
notte. La mattina stentava ad uscire dai sogni; e solo a poco a poco
riusciva faticosamente a mettere piede nel giorno. Spesso disse scherzando
agli amici che non possedeva un'anima: ma, quando invio' a Heidegger la
prosa intitolata Ombre, non era altro che anima, un'ombrosa e illimitata
anima romantica. Non aveva rapporti con la realta' e gli avvenimenti: viveva
solitaria in un sonno incantato: conosceva solo i propri riflessi: provava
angoscia, nostalgia, attesa; quella che Goethe chiamava Sorge, la Cura, le
oscurava la luce. Il minimo evento, il minimo oggetto, qualsiasi parola
potevano ferirla; e spesso si colpiva e si feriva con le sue mani. Ma questo
intreccio, nei suoi sguardi di luce e di tenebra, questa alternanza, nella
sua esistenza, di felicita' leggera e di nostalgia, di dolore e di durezza,
attraeva gli amici. In quei vasti occhi, "uno sprofondava e temeva di non
poter piu' riaffiorare alla superficie". Per tutta la vita, il suo fascino
attrasse coloro che la incontravano: studenti ebrei e cattolici, professori,
romanzieri, poeti, portieri, albergatori, editori, giornalisti alla caccia
di interviste. Scrisse cose bellissime: ma il suo incantesimo veniva da piu'
lontano, dall'essenza segreta della persona, da quel dono occulto che
qualcuno - forse il Dio della Bibbia - nascose dentro di lei.
Quando, a diciotto anni, si iscrisse a Marburg, una fama la precedeva:
quella di Martin Heidegger, allora trentacinquenne, che non aveva ancora
scritto Essere e tempo, ma era gia' riconosciuto "come il re nascosto del
regno del pensiero". Con lui - si diceva - il pensiero aveva ripreso a
vivere; e il patrimonio culturale del passato, che si credeva estinto,
parlava con una nuova voce. Il suo era un pensiero appassionato, nel quale
"pensare ed essere vivo erano la stessa cosa". Quando Hannah Arendt ascolto'
Heidegger dalla cattedra, penso' che nessuno aveva mai parlato in quel modo
di filosofia; e per cinquant'anni ricordo', piena di timore e di
venerazione, il periodo di Marburg, "quando tu eri il mio insegnante".
Guardando verso la cattedra, gli occhi le brillavano. Essere lodata da lui
la faceva arrossire. Siccome quello di Heidegger era un pensiero
appassionato, si innamoro' con passione dell'anima e del corpo di quel
pensiero: non distinse tra filosofia e persona. Lo vide per la prima volta
da solo all'inizio del febbraio 1925: quando - ricorda Heidegger in uno dei
rari passi delle sue lettere che leggiamo senza disgusto - "una fanciulla
con l'impermeabile, il cappello calcato sopra i grandi occhi, entro' per la
prima volta nel mio studio, e, timida e riservata, diede una breve risposta
a tutte le mie domande".
Almeno da parte di Hannah Arendt, fu il grande amore. Venticinque anni dopo,
mentre componeva il suo Denktagebuch, il suo Zibaldone, comprese di essere
stata colpita dalla folgore, che l'aveva bruciata dalla testa ai piedi e
fatta rinascere. Era stato uno sguardo, un fulmine sacro: una forza divina,
che abitava nel cuore, ma non era un sentimento e non apparteneva al cuore,
aveva fatto risplendere le tenebre, trasformandole in luce e cancellando le
altre passioni e desideri. Quel fuoco l'aveva carbonizzata, arso lo spazio
tra lei e Heidegger, stabilito l'identita' assoluta tra loro, distrutto il
mondo, cancellato gli altri uomini. Non c'era piu', da parte sua, che
"inflessibile dedizione a qualcosa di unico": "cuore spezzato e donato".
Ricordo' la sua adolescenza, quando immaginava che poteva esistere soltanto
nell'amore e proprio per questo aveva paura di perdersi. Ora si era perduta
completamente: era precipitata nell'abisso erotico, dimenticando e
cancellando il proprio io. Non c'era piu': solo un'ombra, con "gli stagni
tenebrosi degli occhi". Si accorse che con Heidegger non parlava mai o non
diceva mai vere parole: la persona di lui le era indifferente, e non le
importava nulla delle sue qualita' e dei suoi difetti. Sebbene lo stringesse
tra le braccia, egli era un estraneo: uno straniero che aveva incontrato per
caso. Tra loro il mondo "era bruciato". "Nell'amore, riflette' venticinque
anni dopo nel Denktagebuch, non c'e' comunita', perche' la sfera di cio' che
e' comune, il mondo, in esso viene consumato". Queste erano le leggi
dell'amore: niente speranza, niente comunita', niente fiducia, niente
amicizia, niente parole - solo estraneita' e solitudine, sebbene il lampo
continuasse a bruciare e il fuoco ad ardere sino alla fine della vita. Era
divenuta un fantasma, distesa accanto a un cupo fantasma.
Mentre amava Heidegger senza rimedio, Hannah Arendt comprese che non poteva
continuare a vederlo, perche' tra loro non c'era mondo, e lei aveva bisogno
di mondo. Non poteva abitare nella estraneita', nella solitudine e nel
silenzio. Cosi' rinuncio' a lui: lo abbandono', sia pure dapprima in modo
non definitivo, pronta a rivederlo ad una stazione o in un albergo. Lui,
forse, aveva bisogno di questo sanguinoso sacrificio. Hannah ando' a
studiare prima a Freiburg, poi ad Heidelberg. Non aveva piu' nulla: non
esigeva nulla; era divenuta nulla, senza nome ne' corpo. "Ti amo come il
primo giorno", "sono decisa a non amare piu' nessuno", ripeteva. Un giorno,
mentre stava alla stazione, lo vide da lontano al finestrino di un treno: il
treno parti', e lui si allontano' dalla stazione senza vederla ne'
riconoscerla. Si senti' abbandonata per sempre, con la paura cieca di una
bambina abbandonata dalla madre. Lei stava in basso, sola, ferma vicino al
binario del treno, e doveva "aspettare, aspettare, aspettare" qualcuno che
non sarebbe mai ritornato.
Cosi', per venticinque anni, lasciando la Germania e l'Europa, custodi'
Heidegger nella memoria: perche' l'amore, si accorse, vive soprattutto
nell'abbandono. Gli amanti sono persone che si lasciano e si ricordano l'uno
dell'altro, nel silenzio intollerabile della mente. Gli fu fedele nella
memoria: non dimentico' mai "il re nascosto", che le aveva parlato nelle
aule di Marburg e nella sua mansarda. Quando lo rivide, nel marzo 1950,
comprese che non aveva mai cessato di amarlo, e costrui' la sua teoria
dell'amore. Fu ingiusta: perche' quella teoria raccoglie ed elabora soltanto
i suoi ricordi di Heidegger, come se tutta la storia erotica del mondo si
fosse concentrata nei pochi mesi di Marburg. Dimentico' che aveva amato
moltissimo, sia pure senza fulmini e fuoco e rivelazioni sacre, il suo
secondo marito, Heinrich Bluecher, conosciuto nel 1936 a Parigi.
Questi cinquant'anni di lettere conservate e perdute, di pensieri e ricordi
taciuti e di frasi criptiche sparse nei libri, formano una delle grandi
storie amorose del secolo, che Hannah Arendt - proprio lei, la felice, la
ridente - visse come un'angosciosa eroina romantica. Lei presto' la voce,
intono' la musica, detto' il tono, impose le frasi. Non c'era altra voce,
perche' Martin Heidegger era un fantasma ridicolo. "All'improvviso, egli
scrisse, l'essere ci folgora. Lo scrutiamo, lo custodiamo - ci lanciamo
nella danza". Per cinquant'anni, Heidegger fu un mediocre professore tedesco
che danzava: un penoso e pedante pastore dell'Essere. Non era mai naturale,
non sorrideva mai, non si distendeva mai, si prendeva terribilmente sul
serio, perche' il suo pensiero - e lui attraverso il suo pensiero - doveva
essere tradotto, interpretato, moltiplicato, adorato, come l'unica Bibbia
dell'Occidente.
Le lettere di Heidegger alla Arendt attendono di essere affidate a due
moderni Bouvard e Pecuchet che le copino e le chiosino per il divertimento
di tutti. "La tua essenza di pura fanciulla", "La Cosa decisiva rimane il
mantenere integra la piu' autentica autenticita' femminile", "Il tuo grande
momento, in cui diventi una santa", "Ci sono ombre soltanto dove c'e' il
sole", "Sei semplicemente felice e in cammino verso la felicita'" (mentre
lei soffriva terribilmente). Decorava le sue lettere con frasi musicali, per
creare attorno ad esse la giusta atmosfera: "Bach, Concerto brandeburghese
n. 3. Secondo movimento. Allegro" o "Beethoven, Opus 111. Adagio Finale".
Inviava alla Arendt, a Manhattan, una foglia d'edera: la foglia apparteneva
a un viticcio, che anni prima contadini della Foresta Nera avevano data a
sua moglie: "Decorano le loro stanze con questa edera, senza sapere piu'
niente delle corone del dio cui piaceva adornarsi d'edera". Attraverso
l'Atlantico la foglia d'edera avrebbe dovuto creare quell'atmosfera di
frenesia dionisiaca, che il vecchio professore aveva desiderato invano per
tutta la vita.
*
Nell'estate del 1933, Hannah Arendt abbandono' la Germania: Hitler, il
nazismo, Heidegger, i professori e gli scrittori divenuti nazisti, e perfino
il suo professore di Heidelberg, Karl Jaspers, un futuro eroe
dell'antinazismo, che qualche mese prima, quando Hitler stava per prendere
il potere, lodava "la buona volonta' e lo slancio" dei giovani
nazionalsocialisti e le chiese perche' lei, ebrea, volesse "distinguersi
dall'essenza tedesca".
Fu a Praga, a Ginevra; e nell'autunno, a Parigi, dove comincio' a lavorare
per organizzazioni ebraiche d'assistenza. A Parigi, rimase fino al 1941:
dichiaro' piu' tardi che erano stati gli anni piu' felici della sua vita,
nei quali lei e il suo secondo marito, Heinrich Bluecher, "siamo veramente
divenuti cio' che siamo".
Abito' prima in un alberghetto a rue Saint-Jacques, poi a rue de la
Convention: infine per molti anni, insieme a Heinrich Bluecher, all'albergo
Principautes unies, 6 rue Servandoni, camera numero 19, tra Saint-Sulpice e
il Jardin du Luxembourg. Joseph Roth viveva a due passi, in un albergo a rue
de Tournon: Walter Benjamin, cugino del primo marito di Hannah Arendt, piu'
lontano, a 10 rue Dombasle. La Arendt pensava che Parigi fosse l'unico luogo
dove vivere. La citta' era come una casa con moltissime stanze: si sentiva
libera, a suo agio; e insieme era "alloggiata", "protetta", rinchiusa dalle
facciate uniformi che fiancheggiavano le strade come muri interni. Usciva
lungo rue de Vaugirard, nel Jardin du Luxembourg o a boulevard
Saint-Germain, o nelle stradine che portavano fino alla Senna: poteva
passeggiare senza fine ne' scopo, davanti ai caffe' lungo le strade, immersa
e abbandonata nella fluida moltitudine della folla. Era la sua citta', che
proteggeva gli stranieri e gli apatridi come lei, tutti coloro che non
desideravano guadagnare, far carriera e raggiungere una meta.
Da ragazza, mentre viveva a Koenigsberg o studiava a Marburg, corteggiata
dai giovani compagni cattolici, non si era mai sentita ebrea. Scrisse a
Jaspers che essere ebrei significava obbedire a un destino; e lei voleva
liberarsi dal destino. Con la violenza dei fatti, Hitler le fece comprendere
che era ebrea, nient'altro che ebrea: quello era il suo destino, e lei
doveva seguirlo sino in fondo. Non se ne sarebbe mai piu' distaccata. "Se si
viene attaccati in quanto ebrei, dobbiamo difenderci - avrebbe detto - in
quanto ebrei: non in quanto tedeschi, non in quanto cittadini del mondo, non
in quanto difensori dei diritti umani". Un tempo, non accettava se stessa,
ne' le condizioni esterne, i dati, i limiti, tra i quali viveva. Ora aveva
una specie di gratitudine per tutto cio' che era cosi' come era: per cio'
che le era stato dato dalla natura e non poteva essere costruito dalla sua
volonta'. Essere ebrea era il cuore della sua esistenza.
Le notizie erano sempre piu' terribili: gli ebrei venivano cacciati dal
lavoro, perseguitati, chiusi nei campi di concentramento, e fra poco
sarebbero stati uccisi a milioni. Hannah Arendt aveva l'orgoglio di essere
una paria; invisibile, nascosta, oscura, senza luce, senza passaporto,
sebbene protetta dagli alberi e dai muri di Parigi. Era una persona umiliata
ed offesa, che aveva subito ingiustizia: una mendicante che viveva ai
margini della societa'; una straniera che veniva da lontano, senza leggi ne'
istituzioni, casa ne' protezione. Aveva perso il mondo, come accade agli
innamorati. Ma gli abitanti della Realta' ignorano le consolazioni dei
paria. I paria vedono e capiscono meglio: conoscono il piacere infantile di
inventare e raccontare storie; e, soprattutto, quando sono cacciati dal
mondo, si raccolgono tra loro, si serrano strettamente gli uni agli altri,
si aiutano, con un calore, un affetto e una gioia cosi' profondi, con un
tale piacere di essere in vita, da suggerire "che l'esistenza raggiunge la
sua pienezza solo tra coloro che sono umiliati e offesi". Questa fu la gioia
di Hannah Arendt, negli otto anni in cui abito' a Parigi.
In quegli anni, la Arendt accuso' gli ebrei d'Europa di avere dimenticato ed
abbandonato la loro anima. Li accuso' di essersi confusi con i francesi, i
tedeschi, gli inglesi e i russi, posseduti da un perverso piacere di
trasformarsi e cancellarsi. Li accuso' di essere passivi, fuggendo per
sopravvivere. Erano soltanto dei parvenus, servi dei potenti di ogni paese:
non formavano piu' un popolo, e non conoscevano piu' l'arte della politica e
della guerra. Penso', e piu' tardi scrisse queste cose con furore, rabbia ed
ingiustizia. Ma aveva dimenticato, o non conosceva, gli aspetti principali
della tradizione ebraica.
Dopo la cacciata da Gerusalemme nel primo secolo, gli ebrei avevano formato
una classe dirigente a Roma, Baghdad, in Egitto, in Spagna, nell'Impero
ottomano, in Austria-Ungheria: medici, ambasciatori, banchieri, consiglieri
segreti; in primo luogo perche' avevano riconosciuto in questo compito una
missione religiosa. Essi pensavano che, a causa di un peccato di Israele,
Dio avesse affidato la sovranita' agli imperatori di Roma, ai califfi di
Baghdad, agli imperatori ottomani, consegnando agli ebrei il compito di
governare la terra al servizio dei potenti. Come disse ironicamente uno dei
Rothschild, "noi non siamo dei principi, ma li governiamo". Hannah Arendt
non comprese quasi nulla di questa vicenda di trionfi, persecuzioni ed
esili, fasti e miserie, che formo' la grandezza della Spagna, dell'Impero
ottomano e dell'Austria-Ungheria. Vide servilita' e passivita' in cio' che
era attenzione, duttilita', cautela, molteplicita' di talenti, accortezza,
discrezione, qualche volta desolazione.
Non comprese cosa era stata l'apertura dei ghetti, e l'assimilazione ebraica
nell'Europa del diciannovesimo secolo - una storia grandiosa, dolorosa e
divertente, raccontata qualche anno prima da Proust e da Kafka. E ignoro' o
volle ignorare la tradizione giudaica nascosta: la mistica e teologia
cabbalistica, che Scholem cominciava a raccontare in quegli anni,
ricostruendo il passato sconosciuto di Israele. Non avrebbe potuto dire come
Scholem: "Niente di cio' che e' ebraico mi e' estraneo". Malgrado la sua
fedelta', aveva perduto le proprie radici. Non aveva piu' passato: o
soltanto il passato della tradizione greca e cristiana. Dietro le sue
spalle, non c'era piu' Bibbia, ne' Talmud, ne' Zohar, ne' Sabbetay Sevi. In
questo, era identica a una ebrea francese sua coetanea: Simone Weil.
Nella primavera del 1936, a Parigi, Hannah Arendt conobbe Heinrich Bluecher,
un bellissimo tedesco dal naso in su, che fumava la pipa, e aveva sette anni
piu' di lei. Era l'opposto di Heidegger. Mentre Heidegger era un solenne
professore e rettore universitario, Bluecher, che si incuriosiva e
incapricciava di tutto, musica e operetta, non aveva mai compiuto studi
regolari; mentre il primo conosceva il furore della scrittura, il secondo
avrebbe soltanto parlato e parlato, con molto talento, per tutta la vita;
mentre Heidegger era un uomo della Legge, il secondo era talmente fuori
legge, che non conosceva nemmeno il proprio recapito; mentre il primo
coltivava con feroce tenacia il successo del suo pensiero, Bluecher
disprezzava qualsiasi idea borghese di successo; mentre Heidegger era tetro
e austero (almeno con Hannah), il secondo era spiritoso, parodistico, un
personaggio berlinese di Brecht fuggito dal teatro e disceso per le vie di
Parigi; mentre il primo era stato nazista, Bluecher era stato spartachista e
comunista, sebbene avesse perduto ogni fiducia nelle "scimmie inviate dalla
Direzione del Partito". Il clima cambio'. Le operette e le canzoni alla moda
sostituirono Bach, Concerto brandeburghese numero 3 secondo movimento e
Beethoven, Opus 111 Adagio. L'alberghetto di rue Servandoni pieno di dischi
prese il posto della baita nella Foresta Nera, dove Essere e Tempo nasceva
tra i pensosi abeti coperti di neve. Dopo mesi di passione sublime e
silenziosa, di appuntamenti sulle panchine e alle stazioni, Hannah Arendt
comincio' a respirare.
Qualche volta, Heinrich Bluecher era sciocco. Scriveva come Stalin o Zdanov.
"Noi dobbiamo sviluppare nelle masse popolari ebraiche gli elementi
rivoluzionari anti-imperialisti". "Deve costituirsi una elite ebraica che
veda che gli interessi del popolo ebreo sono indissociabili da quelli della
rivoluzione degli operai, contadini e manovali contro l'imperialismo". "La
nostra parola d'ordine e': 'Operai e lavoratori ebrei! Liberiamo insieme,
con gli operai e lavoratori arabi, la Palestina dal giogo dei ladroni
inglesi e delle borghesia ebraica loro alleata'. Questa e' una politica
ebraica materialista". Col suo acutissimo e crudele sguardo ironico, dubito
che Hannah Arendt abbia mai ammirato la Questione ebraica secondo Heinrich
Bluecher. Era una donna, e sapeva che le donne debbono perdonare e
tollerare, con apparente dolcezza, i vanitosi proclami dei loro signori,
specie se sono belli, fumano la pipa e le amano.
Spesso Hannah Arendt e Heinrich Bluecher risalivano insieme le piccole
strade che attraversano place Saint-Sulpice e la Senna e vanno fino al
Louvre. Ammiravano un quadro di Rembrandt: Betsabea con la lettera di
Davide. Bluecher non aveva letto o aveva dimenticato la Bibbia: non
ricordava che il rapidissimo sguardo e la lettera di Davide alla sua suddita
e il nascosto coito tra loro avrebbero trascinato dietro di se' le piu'
tremende sventure di Israele - fino alla morte di Absalom con i capelli
sospesi nell'enorme albero di terebinto, e al pianto di Davide: "Figlio mio!
Absalom figlio mio! Figlio mio Absalom! Fossi io morto per te, Absalom
figlio mio!". Nel quadro, Heinrich Bluecher ammiro' soltanto il corpo nudo,
sensuale, appena usato dagli anni, di Betsabea: immagino' la sua toilette di
Venere, le sue arti di amante, di dea, di sposa fedele, di prostituta sacra.
Penso' che Betsabea fosse Hannah e Davide lui - "l'uomo di lotta e di
sofferenza, il rivoluzionario", che combatteva contro il nazismo.
Sebbene ignorasse la Bibbia, Heinrich Bluecher amava Hannah Arendt molto
piu' di quanto il cupo Davide di Rembrandt avesse amato Betsabea. Il suo
amore non porto' sventure ne' maledizioni: era passione, calore, fervore,
ebbrezza, entusiasmo. Scriveva a Hannah con i colori piu' sensuali, che
forse le sembrarono volgari: "Sono l'uomo il cui destino e' di sondare i
tuoi abissi - colui che ha l'ancora per ancorarsi in te, e la trivella che
fara' sgorgare da te tutte le sorgenti vive del piacere - l'uomo che ha
l'aratro per lavorarti e animare tutte le linfe nutritive...". Le scriveva
con slancio lirico e musicale, che derivava da Goethe, Baudelaire e da
Nietzsche: "Mia meraviglia, mia bella, mia adorabile, mia gioia, mia
fierezza, mio giardino di tutte le volutta'. Oggi ho passeggiato un'ora al
Luxembourg e te sola occupavi le mie riflessioni e i miei pensieri, tutte le
meraviglie della natura che osservavo con amore si raggruppavano amabilmente
per metterti al loro centro... Il mio desiderio e' sempre nuovo come il mio
amore". Lei era la sua felicita': la sua luce, che si fondeva e si
moltiplicava con la luce del mondo. Per tutto il resto della vita comune,
Bluecher guardo' sempre Hannah con un sorriso affettuoso, indulgente e
paterno. La ascoltava parlare, accennando tra se', come se fosse una
studentessa intelligentissima, che, per chisse' quale caso, il destino gli
aveva mandato.
Le lettere di Hannah Arendt erano piu' riservate, discrete e pudiche, come
se volesse conservare un segreto. Ma aveva fiducia nel marito: lui le dava
una grande gioia; aveva bisogno delle sue parole, delle sue lettere, della
sua approvazione, della sua protezione. Aveva bisogno della "lente
correttiva", che Bluecher posava su di lei; e soprattutto della sua
vicinanza. "Mi manchi sempre e dovunque - gli scriveva. Non solo la mattina
tasto il letto e sono sorpresa di non trovarti: anche durante la giornata
spesso mi giro involontariamente per vedere se per caso tu sei li'". Lei e
il marito non formavano un solo essere. Non c'era mai stata, tra loro,
l'identita' amorosa, che l'aveva arsa a Marburg, quando aveva amato
Heidegger. Lei e Bluecher erano due: diversi, divisi; ma si aiutavano a
vicenda, dipendevano l'uno dall'altro, superavano insieme ogni prova, si
rispecchiavano in una sola figura, camminavano per le strade secondo un
medesimo ritmo. Quando erano insieme, formavano un mondo in miniatura, dove
potevano salvarsi da ogni disastro. Esso conservava qualcosa dell'universo
che li aveva cacciati. Tutte le tradizioni d'Europa, tutte le perle dei
poeti e dei filosofi erano custodite nelle loro casseforti invisibili; e
partendo di li', con tenacia e pazienza, potevano ricostruire un mondo dove,
un giorno, avrebbero ospitato gli amici.
Questo mondo non esisteva ai tempi di Heidegger. Allora c'era solitudine,
silenzio, estraneita': ora compagnia, calore, affetti, comunita', parole.
Hannah Arendt sapeva di essere fuggita da Marburg appunto perche' la' non
c'era mondo. Cos'era dunque il rapporto con Heinrich Bluecher, l'uomo dal
naso in su, che fumava la pipa? Soltanto amicizia erotica? Non sappiamo. Ma
certo Hannah Arendt, quando rivide Heidegger nel 1950 e rivelo' nel
Denktagebuch la sua teoria dell'eros, non ricordo' nemmeno di scorcio e da
lontano Heinrich Bluecher, che amo' per trentacinque anni e pianse
disperatamente dopo la morte. L'amore assoluto restava Heidegger: la
folgore, il fuoco, il gelo, il silenzio, la solitudine.
(Parte prima - segue)

5. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2007

Come ogni anno le Edizioni Qualevita mettono a disposizione l'agenda-diario
"Giorni nonviolenti", un utilissimo strumento di lavoro per ogni giorno
dell'anno. Vivamente la raccomandiamo. Il costo di una copia e' di 9,50
euro, con sconti progressivi con l'aumento del numero delle copie richieste.
Per informazioni ed acquisti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail:
qualevita3 at tele2.it

6. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL: INCONTRI
[Da "Tuttolibri", supplemento del quotidiano "La stampa", del 4 novembre
2006. Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa;
nata a Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e
traduce letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un
premio speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La
stampa" e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore
e il rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e
fragranti e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita
altresi' del premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di
Elena Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti,
Baldini & Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli,
Bompiani, Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003;
Eva e le altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con
Giulio Busi ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del
giudaismo dal III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi
sta curando l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei,
di Louis Ginzberg]

Storie ebraiche e non solo: merito indubbio di quella "multietnicita'
interiore" che fa parte, da millenni, della storia vissuta, suo malgrado,
dal popolo d'Israele. Suo malgrado, ma anche nella piena consapevolezza che
gli inevitabili e sempre diversi incontri fatti dal popolo ebraico
nell'ininterrotto cammino della Diaspora sono soprattutto una ricchezza -
prima ancora che il segno del ghetto. Dispersi ai quattro angoli del mondo
gli ebrei hanno, volenti o nolenti, assimilato tutti quei mondi, ne hanno
ereditato volti e profumi, lingue e tradizioni.Gli incontri sono avvenuti
nei luoghi piu' disparati: dalla cucina (che in fatto di multietnicita' e'
sempre precoce, piu' aperta dei salotti e delle scuole) alla biblioteca,
alle botteghe. E perche' no, certo anche ai balconi delle case: luoghi
davvero un poco speciali, da dove affacciarsi verso il mondo pur nella
sicurezza di restare a casa propria.
Sui balconi si svolge infatti tutto cio' che piu' conta nel romanzo che e'
il primo in questa piccola rassegna di voci ebraiche dissonanti - per luoghi
e linguaggi, per gli incontri che raccontano. Ogni casa ha bisogno di un
balcone, pubblicato da Cairo editore (trad. di Elisa Carandina, pp. 254,
euro 15), e' il primo romanzo di Rina Frank, israeliana di Haifa, peraltro
originaria della Romania. Il balcone e' la finestra su un mondo fatto di
immigrati tutti poveri, ricchi soltanto di quel talento capace di capire al
volo chi e' appena meno (o piu') povero di te. La prima parte del romanzo
narra di quegli anni Cinquanta fitti, in Israele, di vita nuova e vecchie
paure. Poi la protagonista sembra sradicarsi, andare verso un'esistenza
diversa, agiata, europea.
Anche La vendetta di Maricika di Alon Altaras (tradotto in italiano da Ofra
Bannet e Raffaella Scardi per Volan , pp. 168, euro 13) e' in un ebraico che
parla rumeno. Si tratta infatti della storia, mesta ma anche crudele, della
madre dell'autore, approdata a Tel Aviv negli anni Cinquanta, con in tasca
quasi soltanto la sua bravura di sarta. Il ritratto di questa donna
piuttosto sfortunata, del suo matrimonio a tratti grottesco, e dell'affetto
smisurato che prova verso l'unico figlio, e' un atto di quella giustizia che
solo gli affetti profondi conoscono.
Anche Herr Silvermann fa il sarto. Pero' siamo a Berlino, dove tutto
comincia nel 1932. E' Il libro di Yosef, un romanzo a due voci (ma con tante
altre) di Yoel Hoffmann, che L'ancora del Mediterraneo pubblica nella
traduzione di Dalia Padoa sotto il nuovo marchio di Cargo (pp. 186, euro
14). Hoffmann, nato nel 1938, e' un intellettuale israeliano atipico:
insegna filosofia, e' esperto di poesia giapponese e ha anche trascorso due
anni in un monastero buddista. Ma in questo romanzo torna al cuore della
yiddishkeit, la "yiddishitudine", e lo fa con ironia lieve, con una fantasia
originale, per nulla di maniera.
Un universo differente e' quello che Daniel Fishman racconta in Il
chilometro d'oro. Il mondo perduto degli italiani d'Egitto (prefazione di
Magdi Allam, Guerini e associati, pp. 227, euro 18). Qui il territorio
linguistico e' diverso: non siamo piu' nel melting pot culturale
dell'ebraico, bensi' in italiano. Anche se l'autore porta un cognome
ashkenazita ed e' nato in Inghilterra, la storia delle sue radici e' in
quella societa' aperta, multiculturale, capace di convivenza pacifica e
rispettosa, che fu l'Egitto nella prima meta' del Novecento. Qui ebrei,
musulmani, copti, ciprioti, polacchi, circassi - solo per fare qualche
esempio - abitavano fianco a fianco, balcone accanto a balcone.

7. RISTAMPE. LUDOVICO ARIOSTO: ORLANDO FURIOSO
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Mondadori, Milano 1976, 2006, pp. LIV +
1500, euro 12,90 (in supplemento a vari periodici Mondadori). Nell'edizione
curata da Cesare Segre la piu' bella, la piu' libera, la piu' luminosa
favola della letteratura italiana.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1471 del 6 novembre 2006

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