[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1477



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1477 del 12 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Nel cratere
2. Federico Varese: L'omicidio di Anna Politkovskaja nella Russia di Putin
3. Bruna Peyrot: Dell'invadere la politica con la spiritualita'
4. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2007
5. Luciano Bonfrate: Le cerimonie per l'anniversario
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. NEL CRATERE

Cessi la partecipazione italiana alla guerra afgana.
Cessi la violazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
Cessi l'oltraggio alle vittime da parte dei mandanti.
*
L'Italia s'impegni per la smilitarizzazione dei conflitti, per il disarmo,
per recare aiuti umanitari, per salvare le vite, per sostenere i diritti
umani di tutti gli esseri umani.
L'Italia s'impegni per la pace: che si puo' costruire solo con mezzi di
pace.
L'Italia s'impegni per la democrazia: che si puo' costruire solo con mezzi
democratici.
L'Italia s'impegni contro il terrorismo: che puo' essere sconfitto solo
cessando di compiere atti di terrorismo.
*
Vi e' una sola umanita'.
E vi e' una sola politica che puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe: la
politica della nonviolenza.

2. RIFLESSIONE. FEDERICO VARESE: L'OMICIDIO DI ANNA POLITKOVSKAJA NELLA
RUSSIA DI PUTIN
[Dalla bella rivista diretta da Goffredo Fofi, "Lo straniero", n. 77,
novembre 2006, disponibile anche nel sito www.lostraniero.net, riprendiamo
il seguente articolo (la versione apparsa nel sito - e qui riprodotta - e'
aperta da una nota redazionale che avverte che "La versione di questo
articolo contenuta nell'edizione cartacea de 'Lo straniero' n. 77 contiene
alcuni errori e ripetizioni. Ce ne scusiamo con l'autore. Qui di seguito
pubblichiamo una nuova versione da lui rivista e corretta").
Federico Varese insegna criminologia all'Universita' di Oxford. Tra le opere
di Federico Varese: The Russian Mafia. Private Protection in a New Market
Economy, Oxford University Press, 2001, 2005.
Anna Politkovskaja, giornalista russa, nata a New York nel 1958, impegnata
nella denuncia delle violazioni dei diritti umani con particolar riferimento
alla guerra cecena, e' stata assassinata nell'ottobre 2006. Opere di Anna
Politkovskaja disponibili in italiano: Cecenia. Il disonore russo, Fandango,
2003; La Russia di Putin, Adelphi, 2005]

Anna Politkovskaja non era una donna carismatica. Quando veniva intervistata
dalla radio, la sua voce era monotona, sciorinava fatti e non risparmiava
nessuno dei dettagli piu' minuti degli eventi di cui era stata testimone.
Quando la vidi dal vivo per la prima volta, a un convegno negli Stati Uniti,
la sala non era piena. I convegnisti avevano preferito un altro dibattito.
Ebbi occasione di parlarle, brevemente, e di rivederla a un dibattito a
Londra moderato insieme a Misha Glenny: ricordo che lasciava poco spazio
all'interlocutore e parlava con urgenza, come se non potesse lasciare nulla
in sospeso, nulla di non detto.
Il destino, la morte e la vita di Anna Politkovskaja mostrano come il
carisma mediatico e la furbizia televisiva non equivalgono alla capacita' di
muovere nel profondo le coscienze di uomini e donne nonostante barriere
culturali e linguistiche diverse. Politkovskaja era, al momento del suo
omicidio, uno dei giornalisti piu' importanti nel mondo e, come ha scritto
una sua collega, la prova che non esiste nulla di cosi' potente come la
parola scritta. La sua morte ha indignato migliaia di persone, primi
ministri e presidenti in decine di paesi e, per un giorno almeno, ha
oscurato le altre notizie.
Ha scritto centinaia di articoli e due libri, Cecenia. Il disonore russo
(2001, edizione italiana Fandango 2003) e La Russia di Putin (2004, edizione
italiana Adelphi 2005). Il primo e' un reportage sui crimini commessi nel
Caucaso dall'esercito russo e allo stesso tempo una riflessione su come il
secondo conflitto ceceno abbia corroso la fibra morale del suo paese. La
Russia di Putin racconta la trasformazione dell'Unione Sovietica in economia
di mercato, e i suoi costi umani, le violenze e gli omicidi, le mafie
alleate e confuse con i grandi capitalisti, i padroni di squadre di calcio,
i governatori e gli industriali. Putin e' l'architetto di questa
trasformazione e, per l'autrice, non ha mai avuto a cuore la sorte del suo
popolo: "Non mi piace perche' non rispetta gli esseri umani, li tratta come
pedine".
*
Anna Politkovskaja ha avuto una vita avventurosa, ma non era in cerca
dell'avventura e non aveva iniziato la sua carriera come corrispondente di
guerra. Durante la prima guerra cecena (1994-1996), furono altri i
giornalisti braccati sotto le bombe a Grozny. I reportage live della
televisione indipendente Ntv, ora sotto il controllo del Cremlino, fecero
molto per convincere l'opinione pubblica russa della futilita' del
conflitto. In quel periodo, la Politkovskaja si occupava di problemi
sociali, soprattutto dello stato in cui versava il sistema sanitario, gli
orfanotrofi e gli anziani. "Ero interessata a ridar vita alla tradizione
giornalistica pre-sovietica dell'inchiesta sociale". Furono queste inchieste
che la portarono in contatto con i rifugiati provenienti dal Caucaso del
nord e la spinsero, per seguire le sue storie, a decidere di recarsi la'
dove nessun giornalista osava piu' metter piede.
La scrittice era pronta ad ammettere che all'origine della seconda guerra
(1999-2000) vi fosse la provocazione dell'ala piu' estremista del movimento
separatista e che la Russia doveva reagire. "E' il modo in cui la Russia ha
reagito che e' immorale. Il mio paese ha lanciato una guerra totale contro
la popolazione civile". I suoi dispacci dal fronte non erano diversi dagli
articoli sugli anziani a Mosca: puntava il suo sguardo sulla vita quotidiana
di uomini e donne "piccoli", che non sono protetti dalle autorita' e che non
vengono ricompensati per i loro atti di coraggio. La storia del colonello
russo che ha salvato 89 anziani dalle rovine di Grozny, del giovane ceceno
che non riceve la ricompensa promessa per le torture subite, delle tangenti
che le famiglie delle reclute devono pagare per ottenere il corpo dei loro
figli morti nel conflitto erano la continuazione diretta degli scritti dei
primi anni Novanta.
Uno dei suoi articoli piu' belli e', a mio parere, "Un cane malato in una
grande citta'", pubblicato su "Novaja Gazeta" nel dicembre 2005. E' la
storia di un cucciolo che la Politkovskaja adotta per poi scoprire che e'
seriamente malato e vittima di maltrattamenti. Tutti le consigliano di
liberarsi al piu' presto di questa bestia grande e grossa che ha paura di
tutto e passa le giornate nascosta sotto i tavoli, e lei si rifiuta. L'opera
della Politkovskaja si inserisce nella tradizione letteraria russa che narra
la cosidetta "tragedja malen'kogo cheloveka" (la tragedia del piccolo uomo),
che annovera Gogol, Tolstoj e Dostoevskij.
A un certo punto della sua vita, Politkovskaja aveva deciso di unire alla
parola scritta l'azione civile. Lei stessa disse di non essere solo una
reporter. In un'intervista al quotidiano inglese "The Guardian", dichiaro'
due anni fa: "Si', sono andata oltre il mio ruolo di giornalista. Mettendo
da parte il mio ruolo di giornalista ho imparato cose di cui non sarei mai
venuta a conoscenza se fossi rimasta una semplice giornalista, che sta ferma
nella folla come tutti gli altri".
Politkovskaja apparteneva a quella schiera di dissidenti pacifisti e
nonviolenti dell'Unione Sovietica che, dagli anni Settanta in poi, avevano
adottato una strategia pacifica e nonviolenta per mettere in luce le
menzogne e l'autoritarismo del regime. Il regime rifiutava di ammettere di
essere un regime autoritario e mentiva a se stesso e al resto del mondo con
la retorica socialista. Il "difensore dei diritti umani" del periodo
tardosovietico fingeva di prendere sul serio i diritti stabiliti nelle leggi
e nella costuituzione socialista e utilizzava tutti i mezzi legali per farli
valere. Era una tecnica che ha fatto scuola.
La Politkovskaja aveva deciso di smascherare le menzogne del suo paese
attraverso i canali che lo stesso stato russo aveva creato. Ogni volta che
documentava un'atrocita' o un'ingiustizia, andava a chiederne conto alle
autorita' preposte attraverso lo strumento dell'intervista giornalistica. Il
suo stile era diretto, semplice, niente affatto narcisistico (a differenza
di altre "interviste alla storia"): voleva sapere chi era responsabile e
voleva guardarlo negli occhi. Dopo l'intervista passava alla denuncia. Ad
esempio, in questi giorni si stava preparando a testimoniare in un processo
contro il primo ministro della Repubblica cecena Ramsan Kadyrov, da lei
accusato di aver usato i suoi servizi di sicurezza per rapire e torturare
civili a scopo di estorsione. Aveva sul suo tavolo di lavoro le foto di due
uomini, un russo e un ceceno, che erano stati "rapiti, torturati e uccisi".
La vittoria, quando c'era, era triplice: rendeva giustizia alle vittime,
puniva i carnefici e introduceva elementi di giustizia nel sistema
giudiziario russo.
*
Il pomeriggio del 7 ottobre 2006 una donna non piu' giovane e non piu' bella
fa la spesa al supermercato sulla Frunzenskaja, la strada che costeggia il
fiume di Mosca. Non si cura di tingersi i capelli ma porta un paio di
occhiali alla moda, unica concessione, unica civetteria femminile.
E' divorziata e ha due figli ormai grandi, che vede poco. Vive con un grosso
cane malato in un appartamento in affitto. E' appena tornata dall'ospedale
dove e' ricoverata la madre, che soffre di cancro. I medici dicono che non
ci sono speranze. La sorella e' appena giunta in citta' per starle vicino
nell'ultima fase della malattia. In questo momento le tragedie si
accaniscono sulla famiglia: il padre, un ex diplomatico in pensione
innamoratissimo della moglie, non e' riuscito a reggere la notizia della
malattia e qualche giorno prima, mentre usciva di casa per andare in
ospedale, ha avuto un attacco di cuore che gli e' costato la vita.
Anna compra alimentari e, nella farmacia del supermercato, alcuni articoli
sanitari che potrebbero tornare utili in ospedale. In tutto, tre borse. Sale
sulla sua macchina, una Vaz-2110 grigia, mette le borse nel sedile nel retro
e guida verso l'appartamento al numero 8-12 della Lesnaja Ulitsa, in un
quartiere abbastanza elegante. Parcheggia la macchina a pochi metri
dall'entrata del palazzo e sale in casa con due borse. Sono le 4 e 5 del
pomeriggio. Non piove. Dopo poco esce per riprendere il resto della spesa
ancora in macchina. Sale in ascensore e scende al primo piano.
Uscita dal cubicolo, si trova di fronte un uomo magro, alto circa un metro e
ottanta, vestito di scuro, che e' entrato nel palazzo da qualche minuto.
Indossa un cappello da baseball e non si cura troppo di nascondere il suo
volto. Conosce il codice di accesso noto solo ai residenti. Anche lui viene
dal supermercato sulla Frunzenskaja. Insieme a una donna sulla trentina, ha
comprato alcuni medicinali. Sono le 4 e 10. Ha con se' una pistola Izh col
silenziatore e il numero di serie cancellato. Spara tre volte. I primi due
colpi colpiscono la sua vittima al cuore, e sono mortali. Il terzo raggiunge
la spalla destra. Un quarto colpo, per sicurezza, e' alla testa. Il corpo
resta riverso all'ingresso dell'ascensore, in una pozza di sangue. L'uomo
getta la pistola ed esce in strada. Dopo cinque minuti una vicina che voleva
usare l'ascensore trova il cadavere e compone il numero delle emergenze, lo
02. Sono le 4 e 21. L'omicidio cade il giorno del cinquantaquattresimo
compleanno del presidente Putin. Anna Politkovskaja nata Mazepa, 48 anni,
viene seppellita il 10 ottobre 2006 al cimitero Trojekurovo di Mosca. Lascia
due figli, Ilja, di 28 anni, e Vera, di 26, la madre, la sorella, un ex
marito e il cane.

3. RIFLESSIONE. BRUNA PEYROT: DELL'INVADERE LA POLITICA CON LA SPIRITUALITA'
[Ringraziamo Bruna Peyrot (per contatti: peyrotb at libero.it) per averci messo
a disposizione il testo del capitolo decimo, "Decima consapevolezza.
Dell'invadere la politica con la spiritualita'", del suo libro La
cittadinanza interiore, Citta' Aperta, Troina (Enna) 2006, alle pp. 131-145,
di cui riportiamo ampi stralci. Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa
di storica sociale, conduce da anni ricerche sulle identita' e le memorie
culturali; collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi
letterari, autrice di vari libri; vive attualmente in Brasile. Si interessa
da anni al rapporto politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi
libri, prima dedicati alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi
all'area latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi
dei processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama.
Viaggio nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite
discrete. Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993;
Storia di una curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre.
Dall'assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997;
Dalla Scrittura alle scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade:
Miriam Castiglione, una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000;
Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002;
La democrazia nel Brasile di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro,
Citta' Aperta, 2004; La cittadinanza interiore, Citta' Aperta, 2006]

Non si tratta, con questo titolo, di rianimare antichi integralismi, in cui
i due soli (papato e impero) si contendono lo scettro del comando, ne' di
propugnare una societa' invasa dal religioso. L'intento e' di rendere la
consapevolezza che le cose materiali hanno una scia che porta allo
spirituale, a quel qualcosa che fonda i significati che noi diamo alla
nostra vita terrena. Politica e spiritualita' devono restare sfere separate
e sapere molto bene cosa compete all'una e all'altra: la prima organizza la
materialita', la seconda illumina l'interno della vita personale. Allora,
perche' proporre l'invasione della politica con la spiritualita'? I motivi
possono essere molti. Uno tuttavia attrae in modo particolare: perche'
nonostante gli insegnamenti e gli spazi che aiutano a edificare la
democrazia, come le fondamenta di una casa, la persona mantiene una sfera
intima nella quale sboccia il senso di responsabilita' alla base della sua
capacita' di scelta. Questa soggettivita', in cui l'ancestrale si incontra
con i presenti storici, e' anche la casa della spiritualita', dove si
compongono le parole dell'etica. Credo che sia possibile - perche' questa
societa', che brucia i fili delle appartenenze, reclama qualcosa di piu'
grande che le sovrasti - trovare il coraggio di dire le parole dell'etica,
confinate al campo privato dei sentimenti, in pubblico e farle diventare
linguaggio politico. Perche' non parlare di amore, morte, nostalgia,
paura... come si parla di bilanci, strade e servizi sociali?
La spiritualita' e' una dimensione dell'intendere le cose per quel che
portano dietro, per il loro evocare significati reconditi, che hanno a che
fare con il senso della presenza umana nell'universo e che ricordano
all'uomo i suoi limiti, compresa la morte fisica, quel cadere nell'assenza
totale che lascia chi resta attonito per l'anticipazione del proprio destino
in quello dell'altro. La convivenza esacerbata con gli oggetti rivela,
inoltre, il vuoto nelle relazioni interpersonali, dentro le quali il
soggetto, svincolato dall'attrazione dell'alterita', vive ormai una
geografia psichica minimale, senza alfabeti comuni di riferimento. Elaborare
queste dimensioni significa restituire importanza, con il loro
riconoscimento, alla responsabilita' individuale, anche quella del sentirsi
artefice dei propri sentimenti. Come sa dare liberta' solo chi e' libero, sa
amare solo chi e' stato intensamente amato nel rispetto, cosi' sa insegnare
responsabilita' solo chi lo dimostra con l'azione coerente e sa praticare la
democrazia solo chi e' stato intensamente democratizzato. Avere la
consapevolezza della necessita' di invadere la politica con la spiritualita'
coincide con l'ammettere che la  base di partenza per la cittadinanza
necessariamente deve germinare dall'"essere" interiore.
Due obiezioni gravano su tale affermazione. La prima e' questa: come si puo'
costituire in soggetto di conoscenza, anche affettiva, l'individuo dislocato
della modernita'? La seconda e' la domanda formulata da Pietro Barcellona:
"puo' l'universale giuridico dell'eguaglianza formale e dei diritti dei
cittadini reggere alla dissoluzione della sfera sociale" (1), incalzata da
un mondo virtuale che dissolve le tradizionali residenze comunitarie?
Educare un soggetto in questa frammentarieta', oltre al confronto
imprescindibile con la storia del mondo e con l'interculturalita',
presuppone l'obiettivo di educare a leggere il molteplice. La molteplicita'
di sguardi rende "piu' vera" una cosa, un fatto, una situazione. Educare al
molteplice e' possibile solo nella simultaneita' di un pensiero che coglie
il qui e il la'. Io capisco la politica italiana, se so leggere le dinamiche
europee. Io capisco la minaccia dell'inquinamento atmosferico nella mia
citta', se conosco il processo distruttivo che colpisce l'Amazzonia. Io
capisco la proposta di un referendum sulle armi in Brasile, se conosco le
rotte del mercato mondiale delle armi.
Questa imperiosa necessita' di essere "glocali", essere "un non-luogo, uno
spazio tra il locale e il mondo" potrebbe essere, dice Aldo Bonomi, "la
moderna isola di utopia" (2). Chi resta solo nel locale vede a poco a poco
esaurirsi dimensioni comunitarie senza avere nulla in cambio, ne vede la
fine senza altri inizi, vive la dissolvenza della comunita' senza saperla
sostituire con altri tipi di legami. Al contrario, chi sa percorrere la
"simultaneita' deterritorializzata", torna al locale ricco di esperienza.
"Il localismo e' oggi figlio del cosmopolitismo e viceversa: in questo
sincretismo stanno i processi di socializzazione" (3). A questo punto si
potrebbe aprire un capitolo interessante su chi oggi meglio interpreta
questo sincretismo, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo. L'identita' di frontiera
s'incontra, infatti, in quelle personalita' di ogni ceto sociale che si sono
affacciate dalla propria cultura e, qualsiasi sia, ne sono uscite per
entrarvi di nuovo. Sono personalita' che, non avvinghiate alle radici, le
hanno nutrite con innesti di frutti di altre terre. Sono le "persone ponte",
alle quali un giorno mi piacerebbe dedicare uno scritto molto speciale,
perche' presenti in ogni epoca e in ogni continente, una specie di
"traduttori" fra mondi diversi e sconosciuti, dai viaggiatori ai
commercianti, dai clandestini agli emigranti, dagli scambi sportivi al
mondo dei manager, trasversalmente, in ogni ambiente, puo' crescere una
persona che meglio di altre sa tradurre le culture incontrate in un nuovo
linguaggio comunicativo.
Il cittadino della societa' globalizzata, ovunque risieda, puo' diventare
questa "persona ponte" fra culture, indipendentemente dai motivi per i quali
e' diventato un "ponte". Questo tipo di cultura, tuttavia, pretende luoghi,
modi e saperi che, considerandola un patrimonio da elaborare e trasmettere,
stimano il meticciato una via di saggezza che porta alla conciliazione delle
identita'. Soltanto leggendo il molteplice che e' gia' in noi e' possibile,
scartando l'idea di un meticciato contaminante, annullare la paura del
"diverso". Soltanto vedendo i "diversi" racchiusi nella nostra identita'
plurale, poiche' noi siamo gia' nati meticci, si da' pienamente valore
all'umano. La paura dell'"altro" fuori di noi comincia nella paura degli
"altri noi" che dimorano in noi stessi. La mia proposta e' consigliare a chi
si sente "rotto" in tante disarmoniche dimensioni di intraprendere il
cammino delle consapevolezze, che in questo scritto sono indicate in numero
di dieci, ma possono essere molte di piu'. La consapevolezza diventa un modo
di accettare la propria parzialita', di tradurla in un percorso di
conoscenza. La consapevolezza, "sapere con", puo' aiutare a raggiungere
frammenti di una ricomposizione di se' che fino a pochi decenni fa era data
da sedi politiche e religiose, oggi difficili da accettare nella loro
visione troppo organica, e per questo motivo percepita pesantemente
artificiale.
Rispetto alla domanda di Barcellona, relativa alla difficolta'
dell'uguaglianza formale idonea a interpretare una societa' diseguale, mi
sembra di poter affermare che non sia sul piano delle condizioni materiali
che si giochi ormai la cittadinanza, ma sul piano della spiritualita'. Se i
poveri del mondo si fossero sempre sentiti cittadini avrebbero gia' fatto
una rivoluzione da tempo, ma non basta accertare la propria condizione
materiale per richiedere, di conseguenza, piu' diritto e rispetto. Bisogna
essere convinti del proprio valore, certezza che consegna solo la coscienza
di se'. Per questo motivo e' necessaria una normativa interiore che indichi
gli articoli chiave di una cittadinanza interiore. Quando, infatti, le
autorita' sono molte, la personalita' umana si sente eterodiretta, "tentata"
da piu' parti, senza sapere chi ascoltare. Nel contendersi la sua egemonia,
le varie autorita' tendono al reciproco annullamento, lasciando libero il
campo all'unica autorita' rimasta a sceglierle: il singolo individuo, il
quale o resta in balia del loro incantamento o rafforza la sua cittadinanza
interiore.
*
Cittadinanza e' parola forte e difficile; proviene dal termine  "citta'" e
ne condivide tutta la complessita'. Citta' e' "il dispositivo topografico e
sociale capace di rendere efficace al massimo l'incontro e lo scambio tra
gli uomini" (4). Le forme delle citta' sono la storia proiettata in uno
spazio reale di vita, che raccoglie non solo i dispositivi per soddisfare le
esigenze fisiche e sociali, ma le speranze, le ambizioni e le utopie di chi
le abita. La citta' unisce una popolazione caratterizzata da una certa
composizione demografica, sociale, etnica, che vive secondo alcune regole
dettate da molti segnalatori automatici: uffici, negozi, cartigli, luci,
orari,  ecc. La citta' attrae perche' pare contenere "tutto" il "possibile",
il "moderno", l'"avanzato" rispetto alla campagna. Una citta' e' governata,
oltre che da flussi di traffico materiale, da fili sotterranei e invisibili,
come la citta'-Ersilia di Calvino, che interpretano "il  sogno che nasce dal
cuore delle citta' invivibili" (5) e che spesso esplode nelle citta' europee
in forma rovesciata, nell'incubo delle banlieues messe a fuoco dalla rabbia
di chi ha troppo sognato invano.
Cittadinanza e citta' non sono state sempre sinonimi nella storia. La citta'
e' piu' antica della cittadinanza, in un certo qual modo l'ha fondata,
sviluppando un'egemonia  rispetto ad altri luoghi geografici, sotto forma di
concentrazione di risorse economiche, profitti, stili di emancipazione,
possibilita' di carriera, accesso all'informazione, ecc. La storia della
citta' accompagna il sorgere della cittadinanza attraverso il  formarsi  dei
nuovi gruppi dirigenti, e non e' un caso, quindi, che il diritto erediti il
vocabolo cittadinanza e non "montagnanza" o "campagnanza". La cittadinanza,
parola dunque di origine urbana, consolida il suo carattere con la
rivoluzione francese. A quel tempo, infatti, le "citta' blu" della
rivoluzione settecentesca, aperte alla modernita', si contrapposero alle
campagne "bianche", sinonimo di arretratezza. Dal 1789, la cittadinanza
evolve verso l'uguaglianza dei cittadini, passando dalla nobilta' al censo,
dalla proprieta' all'essere semplice abitante di una citta'. Cio' che
accomuna questi passaggi e' la centralita' della persona che a poco a poco
diventa la sede di diritti e doveri sanciti da una Costituzione, mentre la
forma di governo che meglio accoglie il profilo della singolarita' si
conferma la democrazia.
Nel corso dei secoli, le pratiche democratiche sono state estese dai
detentori di censo all'abitante "comune", dal genere umano agli animali e a
tutte le forme di vita del pianeta. Il campo dei diritti sembra davvero
raggiungere, sul piano formale, la "repubblica mondiale", dove, non a caso,
sarebbe un nonsenso la guerra come mezzo per risolvere le controversie,
perche' in una comunita' inclusiva del mondo intero non esisterebbero
conflitti esterni. Il nucleo innovativo di questa prospettiva risiede nella
necessaria "conversione del diritto internazionale, in quanto diritto degli
Stati, in un diritto cosmopolitico in quanto diritto di individui" (6),
soggetti giuridici non solo piu' nei rispettivi stati, ma nella comunita'
internazionale, retta da un diritto universale, prospettiva nella quale, a
maggior ragione, si renderebbe indispensabile l'agire della cittadinanza
interiore, per rendere forte l'individuo senza altri riferimenti che se
stesso.
La citta' non e' luogo dove solitamente le divinita' parlano, ne' dove si
ricevono le verita' profonde. In citta' si costruiscono Torri di Babele, non
si incidono Tavole della Legge. Eppure, contenuta nella radice della parola
cittadinanza permane una dimensione assiologia, derivante da axia, valore.
"La cittadinanza e' la promessa di una possibilita', la possibilita' di
essere soggetto politico nelle citta'" (7). La cittadinanza, nello stesso
tempo, teoria politica di regolazione della polis e pratica di relazione,
esige valori ben fondati nell'interiorita', la quale, a sua volta, esige la
loro conferma dentro una cornice sociale democratica. Il diritto collettivo,
in altre parole, deve riscattare il valore della persona, confermando la
speranza che la costruzione del futuro dipenda anche da lei. La democrazia,
proprio perche' evoca una societa' di eguali, ha bisogno di suscitare in
loro la consapevolezza del sapersi soggetti del diritto. Non basta, infatti,
essere stati dichiarati tali dalla legge, bisogna anche aver appreso
strumenti e modi per esercitarlo. Si deve aver coltivato, in altre parole,
la  cittadinanza interiore: il valore di essere nel luogo dove si vive. La
cittadinanza interiore unisce in un legame indissolubile il diritto e la
soggettivita' di un individuo.
La cittadinanza e' pregna di senso psichico. "Il sentimento di cittadinanza
ha un'accezione psichica e una dimensione interna, oltre che una dimensione
sul piano del diritto-dovere e dell'azione" (8). Occorre, dunque, dipanare
la cittadinanza, aiutarla a  rappresentare la vita singola in simultaneita'
con le storie parallele dei propri simili che ugualmente hanno le loro
dimensioni interiori, per rivelarne le parti che possono diventare
politiche, cioe' condivise. "Pensare la cittadinanza come un paradigma che
ha anche una dimensione psichica, che risponde non solo a un riconoscimento
sul piano esterno del diritto, ma anche a un processo di autolegittimazione
ed autoriconoscimento, apre nuove direzioni di pensiero e ricerca
connessioni fra cittadinanza e identita'" (9). La cittadinanza, infatti,
puo' essere multipla al pari delle identita'. Le identita', a loro volta,
contengono un'espressione di cittadinanza. Apici estremi di uno stesso filo,
identita' e cittadinanza, l'una sul fronte interno, l'altra su quello
esterno, contengono la singola presenza umana. Tuttavia, come ogni aspetto
della vita affettiva mostra livelli differenti di consapevolezza, cosi'
anche la cittadinanza puo' presentare differenze fra i diritti agiti. Non
sempre, infatti, si raggiunge l'armonia fra questi "settori". In amore
possiamo essere meno decisi che sul lavoro, sul lavoro presentarci meno
accoglienti che in amore.
Il profumo della cittadinanza interiore sono i "valori", palesamenti della
coscienza che si fanno idee irrinunciabili. Far entrare la spiritualita' in
tale ambito significa legarla indissolubilmente all'idea della nonviolenza
come modo di agire. Molti hanno testimoniato la forza di questa opzione.
Aldo Capitini (1899-1968), principale teorico italiano, la propone per
liberare l'uomo attraverso l'"unita'-amore", forma empatica in cui l'altro
"e' atto di vicinanza infinita" (10). Capitini si avvicina al suo simile
senza parole, perche' "c'e' un silenzio anche nell'altro, un'interiorita' da
cui sale la sua vita, un sostegno che la regge". Solo dopo questa muta
contemplazione, l'accesso ai fatti delle reciproche esistenze e' varato,
sicuro che il "diverso" regala sempre "un elemento importante, che dica
qualche cosa intorno a me, mi dia occasione di compiere un atto di amore"
(11). Far entrare la spiritualita' nella politica, dunque, e' imparare la
nonviolenza, che si raggiunge solo considerando la democrazia un continuo
ragionamento e agendo la cittadinanza interiore, fra pratica di diritto e
desiderio di  essere, nell'ininterrotto viaggiare dal "dentro" al "fuori" di
noi, nella ricerca continua di sacche di aggressivita' accumulata da
trasformare in progetti al servizio dell'altro.
*
Far entrare la spiritualita' nella politica e', di conseguenza, sostenere le
lotte nel mondo che utilizzano pratiche di sapienza antica, dove politica e
spiritualita' agiscono unite. E' il caso delle donne indiane del Chipko (12)
che salvano i loro alberi sacri abbracciandoli. Gli alberi sacri, paladini
di un ecosistema di sopravvivenza per le popolazioni locali, sono invece
considerati erbacce dalle multinazionali agricole, che in nome del mercato
dell'oro verde preferiscono l'eucalipto. Questo arbusto, dalla polpa di
legno facile a lavorarsi, non produce l'humus necessario a rendere fertile
il sottobosco, privando le comunita' locali dei frutti naturali che la terra
offre per la loro sussistenza.  Come le donne indiane, anche le comunita'
indigene Munda, i Navaho e i Laguna Pueblo degli Usa e le comunita' lungo il
Rio San Francisco in Brasile, combattono per difendere  i loro ecosistemi
dai profitti delle multinazionali, mantenendo viva una visione della natura
in armonia con i suoi abitanti, perche' i modi di lavorare una terra non
sono solo semplici tecniche agricole. Quei gesti e quegli strumenti
rappresentano anche una filosofia di vita.
Fare entrare la spiritualita' nella politica e' credere nel potere educativo
della pace. La rivista "Azione nonviolenta" descrive dieci caratteristiche
della personalita' nonviolenta, ispirate da Giuliano Pontara: ripudio della
violenza, capacita' di identificarla, empatia, rifiuto dell'autorita',
fiducia negli altri,  disposizione al dialogo, mitezza, coraggio,
abnegazione e pazienza. Sono dieci caratteristiche che potrebbero benissimo
essere considerati percorsi di consapevolezza, ricordando che, come i Dieci
Comandamenti che evocano, non sono tanto dei divieti, quanto delle scoperte
per vivere bene insieme. Il mondo della nonviolenza si sta ampliando sempre
di piu', pur non godendo di eccessiva attenzione mediatica. Gruppi,
associazioni, laboratori, riviste, singoli sono instancabili testimoni di
riconciliazione. Fra gli altri, l'importante contributo che svolge
attraverso internet "La nonviolenza e' in cammino", foglio quotidiano di
approfondimento, proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a
tutte le persone amiche della nonviolenza (13).
Fare entrare la spiritualita' nella politica significa restituire senso al
pudore: non rivelare cio' che non puo' essere accompagnato da un discorso
che aiuti a capirlo. Elaborare i territori che attengono alla sfera privata
impone il concedere spazi alla cultura della vita quotidiana. A questo
proposito si assiste a un paradosso. Da un lato, la politica rifiuta di
prendere in considerazione i sentimenti che colpiscono tutti nel corso di
una vita, dalla felicita' al dolore, compresi i momenti liminali della vita
stessa: nascita, vecchiaia, morte, di cui sa parlare, quando ne parla, solo
in modo assistenziale. Dall'altro, i media mandano in onda il privato piu'
privato, che suscita livelli inauditi di voyeurismo ("Grande Fratello"). In
queste trasmissioni si spiano morbosamente situazioni esistenziali che sono
consegnate al pubblico come  sequenze da fotoromanzo, senza approfondimenti,
ne' vere spiegazioni. La complessita' delle relazioni umane non giunge alle
parole, spesso purtroppo solo alle parolacce. Il limite del pudore e'
sfondato, violando l'intimita' della persona con la visione di simili che si
espongono, e che rendono pertanto possibile, legittimandola, la visibilita'
di ciascuno.
*
Far entrare la spiritualita' nella politica significa ancora ascoltare la
lingua della madre. La lingua della madre e' quella dello stato
intrauterino, nutrita nell'acqua protettiva che filtra le voci di un esterno
ancora da scoprire e al quale svelarsi. La lingua della madre e' quella del
corpo a corpo, intuizione senza parole, che puo' - deve - farsi linguaggio
affinche' la mente non viaggi separata dalle passioni. La lingua della madre
e' il "mettere al mondo il mondo" (14), la prima voce che lo nomina. Perche'
gli uomini non hanno messo al mondo il mondo della politica con il
sentimento che li lega alle madri? La fissazione alla madre potrebbe agire
in loro come "il chicco di sabbia nell'ostrica perlifera, attivando la
struttura circolare propria della mediazione" (15), accendendo nuove
dimensioni simboliche. Fondare anche il discorso della ragione sulla
struttura circolare significa integrare la parola con il gesto d'amore alla
base dello scambio dialogico fra due, fra gruppi, fra eguali e diseguali,
fra conosciuto e straniero, fra maschile e femminile: "la pace si riceve",
dice Raimon Panikkar, e per riceverla e' necessario un atteggiamento
"femminile", ricettivo nei confronti della vita che, accogliendo e
abbracciando, penetra "il senso profondo della commensalita' con le cose,
gli uomini, gli dei" (16). Accettare la lingua della madre significa,
infine, non aver paura di parlar d'amore e viverlo in ogni cosa che si fa e
in ogni dimensione dello scambio umano, fino a trovare l'amore con una
persona sola, l'anima gemella, colta dal lampo di un'intuizione che la
"prende" nella sua "ghianda".
Fare entrare la spiritualita' nella politica e' pretendere un nesso fra
politica e verita'. La domanda sul senso delle cose e' diventata prerogativa
della filosofia, mentre la "Verita'", anche se non le si addice "l'aria
schizzinosa di una dea che si concede a pochi" (17), spesso e' dettata da
istituzioni, come chiese e partiti, che ne pretendono l'egemonia. La
"Verita'", all'unicita' della quale forse ormai sono in pochi a credere,
dovrebbe essere democratica e appartenere a tutti, cercata e non regalata.
L'uomo europeo, plasmato sulle coppie oppositive della cultura greca
irrimediabili artefici della separazione dell'individuo dal cosmo, e'
avviato a produrre sempre nuove separazioni, perche' solo cosi' riesce a
pensare. Natura e cultura, sacro e profano, morale e diritto, finito e
infinito, teoria e pratica sono opposti che non spiegano piu' tutta la
realta' che per essere capita pretende ormai altri approcci, con altre
intuizioni. La democrazia sostanziale, per esempio, esige la coerenza fra la
parola che spiega e la situazione spiegata, invece che la classificazione
degli eventi in "bene" e "male", "bianco" o "nero". Barcellona  afferma al
proposito che primi fra tutti gli intellettuali "dovrebbero avere con il
popolo il rapporto che sussiste fra mente e corpo: allargare la
consapevolezza di cio' che il corpo esprime con i suoi sintomi. Arrogarsi il
diritto di definire cio' che e' bene e cio' che e' male li ha trasformati in
una sorta di preti laici che predicano senza razzolare coerentemente con
cio' che dicono" (18).
Fare entrare la spiritualita' nella politica e' impegnarsi in una nuova
cultura politica in cui c'e' posto per le parole della vita, in cui i
programmi politici osino parlare d'amore, perdono, paura e mitezza, in cui
le lingue "di mezzo" siano rispettate, in cui nella lingua risuoni la
verita' del corpo, in cui i linguaggi siano radicati in qualcosa di vero e
non maschere difensive. Le persone soffrono perche' la politica non le vede
e tratta le cause della sofferenza con dati solo quantitativi. Le cause
generali descritte dalle statistiche sono fatte da persone in carne e ossa.
Perche' si continua a negare le parole dell'anima? Non soddisfa piu' il
bisogno infinito di capire la condizione umana la rivendicazione delle
"cose" che mancano. Serve recuperare la "passione di essere" (19), per
lasciare l'impronta del proprio spirito. La politica non e', infatti, solo
l'amministrazione dell'esistente. "La politica e' messa in forma
dell'eccesso che l'uomo porta dentro di se' oltre il mero bisogno di
sopravvivenza. La politica e' come la religione: una risposta
all'inadeguatezza del mero sopravvivere, sapendo che alla fine si e'
destinati a morire. La tradizione, l'utopia, la resurrezione dei morti sono
modalita' di pensare l'oltre dell'orizzonte umano. La politica deve riuscire
a coniugare la consapevolezza della mortalita' con la speranza che qualcosa
duri oltre la vita personale, anche se soltanto sul piano della memoria
storica delle nuove generazioni" (20).
*
La politica, per esempio, risponde con una legge alla sofferenza e certo e'
giusto anche questo. Tuttavia, dovremmo saper vedere la necessita' interiore
degli eventi storici li', negli avvenimenti stessi, dove "interiore" non
significa privato e proprieta' di un se', di un'anima, o di un "io"; dove
"interiore" non e' piu' "un luogo letteralizzato entro un soggetto, ma e' la
soggettivita' negli eventi stessi" (21). La politica  ha bisogno di senso. E
solo le parole dell'anima possono darglielo. Dice rabbi Michael Lerner,
leader del movimento statunitense contro la guerra negli anni Sessanta e
fondatore della rivista "Tikkun" e della Tikkun Community (Berkeley,
California), gruppo interconfessionale aperto ai laici: "Immaginate se
chiedessimo alla politica estera di produrre piu' amore nel mondo e non solo
piu' potere. O se insistessimo che e' l'amore per gli altri, non il dominio
sugli altri, la via migliore per la sicurezza interna e declinare tutto
questo in un "Piano Marshall" globale" (22). Chissa' cosa succederebbe...
(...)
Fare entrare la spiritualita' nella politica significa realizzare un'etica
del gesto ecologico quotidiano rispettoso dell'ambiente. E' possibile, basta
impegnarsi a sapere, poi agire: rifiutare, per esempio, gli acquisti di
prodotti a prezzi bassi quando sono il risultato dello sfruttamento di
altri, oppure usare senza spreco risorse come l'acqua che si sa non sono
inesauribili. Si tratta di sviluppare una relazione sentimentale con il
mondo naturale, che aiuti a percepire l'ambiente come parte della propria
integrita' umana. Senza il rispetto della biodiversita' delle forme viventi
si perdono le riserve "verdi", l'oro del futuro. Grazie all'Unione Europea
sono stati tutelati diecimila siti che fanno parte della rete "Natura 2000",
ma questa politica di difesa dell'ambiente non vince se non sono gli
individui stessi a rispettare un codice di comportamento che lo salvaguardi.
L'ambiente che ospita il nostro abitare e' parte di noi nell'ispirare la
spiritualita' di una stessa appartenenza che le parole di Albert Einstein
ben descrivono: "Se c'e' qualcosa che si possa definire sentimento religioso
e' proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata
dalle scoperte della scienza" (23).
Fare entrare la spiritualita' nella politica implica la proposta di
cittadinanza come offerta di percorsi per diventare cittadini nella citta'
dove il pellegrino giunge. Non basta riconoscere il diverso, essere gentili
con gli emigrati che incontriamo nelle nostre citta', parlarne bene e non
essere razzisti. Si tratta di costruire politiche di accoglienza affinche'
essi si trasformino da stranieri a cittadini. Cio' e' possibile soltanto con
alcune strategie: con l'offrire loro spazi di incontro; con il permettere
loro di continuare a parlare la lingua materna mentre entrano nelle lingue
"di mezzo"; istruendoli nella legislazione del paese di accoglienza perche'
imparino la Costituzione italiana, un documento bellissimo che puo' fondare
l'identita', oltre che la cittadinanza;  e ancora, accompagnandoli a
conoscere gli spazi di una citta' (dalle poste agli ambulatori, dai
supermercati ai trasporti, dal Comune ai quartieri con la loro storia).
Sarebbe un inizio di convivenza con gli stranieri simbolicamente solidale,
che forse li aiuterebbe a sentirsi meno soli e autorizzati a sentirsi in una
nuova casa.
*
Infine, fare entrare la spiritualita' nella politica e' sognare "la terra
senza il male". I Guarani' del Sud America lo facevano. Vagabondarono secoli
per la foresta, in cerca della "terra senza il male", suscitando l'invidia
degli spagnoli invasori che la scambiarono per una semplice terra ricca di
bottino. Invece, il senso del loro esodo era contenuto nella preghiera che
ripetevano andando, e che suona pressappoco cosi': "Noi siamo quelli che
sappiamo ingannevole il nostro linguaggio, che non abbiamo risparmiato
sforzi per raggiungere la patria del vero linguaggio, la dimora degli dei,
la terra senza il male, dove nulla di cio' che esiste puo' essere detto
secondo l'Uno" (24).  Il linguaggio piu' vero, forse anche la verita'
stessa, non si trovano nella struttura delle lingue umane. Hanno un "loro"
luogo, un infinito spirituale in cui tutto e' riunito. Da questo luogo
scende la lingua della cultura, ma se mancano parole per dire le cose, non
e' una deficienza del vocabolario: e' il limite dell'apertura storica che lo
ospita.
*
Note
1. P. Barcellona, Il ritorno del legame sociale, Torino, Bollati
Boringhieri,1990, p. 49.
2. A. Bonomi, Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della societa'
che viene, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p. 28.
3. Ivi, p. 45.
4. M. Roncayolo, Citta', in "Enciclopedia", Torino, Einaudi, vol. 3.
5. I. Calvino, Le citta' invisibili, Milano, Mondadori, 1993.
6. J. Habermas, L'Occidente diviso, Bari, Laterza, 2004, pp. 116-117.
7. Rene' Gallissot, Anna Maria Rivera, L'imbroglio etnico, Bari, Dedalo,
1997, p. 62.
8. S. Rossato, La dimensione psichica della cittadinanza. La narrazione di
se' come pratica di cittadinanza interna, in AA. VV., Da straniere a
cittadine, Torino, Anolf-Cisl Piemonte, 2003, p. 53.
9. Ivi, p. 55.
10. A. Capitini, Le ragioni della nonviolenza. Antologia degli scritti a
cura di Mario Martini, Ets, Pisa, 2004, p. 36.
11. Ivi, p. 40.
12. V. Shiva, Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo, Torino, Utet, 2002,
p. 6 e ss.
13. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532,
e-mail: nbawac at tin.it Inoltre altri siti in merito: www.nonviolenti.org;
www.peacelink.it/users/mir; www.peacelink.it. Consigliamo di leggere la
Carta del Movimento Nonviolento, una Costituzione per la nuova politica.
14. L. Muraro, L'ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1992,
p. 49.
15. Ivi, p. 57.
16. R. Panikkar, Pace e disarmo culturale, Milano, Rizzoli, 2003, p. 28.
17. P. Barcellona, Il suicidio dell'Europa, Bari, Dedalo, 2005, p. 5.
18. P. Barcellona, Intervista rilasciata a Giuseppe Cantarano, "l'Unita'",
Cara sinistra, quando ci farai sognare?, 30 aprile 2002.
19. M. Zambrano, Persona e democrazia, Milano, Mondadori, 2000, p. 37.
20. P. Barcellona, Intervista rilasciata a Giuseppe Cantarano, cit.
21. J. Hillman, Le storie che curano. Freud, Jung, Adler, Milano, Cortina,
1984, p. 32.
22. "La domenica della nonviolenza" n. 19, primo maggio 2005.
23. A. Einstein, Il lato umano. Spunti per un ritratto, Torino, Einaudi,
1980, p. 41.
24. U. Galimberti, La terra senza il male, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 27.

4. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2007

Come ogni anno le Edizioni Qualevita mettono a disposizione l'agenda-diario
"Giorni nonviolenti", un utilissimo strumento di lavoro per ogni giorno
dell'anno. Vivamente la raccomandiamo. Il costo di una copia e' di 9,50
euro, con sconti progressivi con l'aumento del numero delle copie richieste.
Per informazioni ed acquisti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail:
qualevita3 at tele2.it

5. LE ULTIME COSE. LUCIANO BONFRATE: LE CERIMONIE PER L'ANNIVERSARIO

Ai morti che hanno mandato a morire
gli assassini fanno poi la predica.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1477 del 12 novembre 2006

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it