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La domenica della nonviolenza. 99



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 99 del 12 novembre 2006

In questo numero:
1. Due popoli, due stati. Una sola umanita'
2. Un appello di alcuni parlamentari europei per Gaza
3. David Grossman: Scegliere la pace
4. Vandana Shiva: La democrazia vivente della Terra

1. EDITORIALE. DUE POPOLI, DUE STATI. UNA SOLA UMANITA'

E' la scelta della nonviolenza l'unica possibile via di risoluzione del
conflitto israelo-palestinese.
La scelta del riconoscimento della comune umanita'.
La scelta della solidarieta' e del dialogo tra le persone e tra i popoli.
La scelta della cessazione delle uccisioni.
La scelta della fine dell'occupazione, delle azioni militari, del terrorismo
di stato, di fazione, individuale.
La scelta della convivenza nel riconoscimento dei diritti.
Due popoli, due stati. Una sola umanita'.

2. DOCUMENTI. UN APPELLO DI ALCUNI PARLAMENTARI EUROPEI PER GAZA
[Da Luisa Morgantini (per contatti: luisa.morgantini at europarl.europa.eu)
riceviamo e diffondiamo il seguente appello - alcune cui particolari
formulazioni possono certo essere inadeguate, parziali e discutibili, ma la
cui sostanza esprime il sentire, e l'urgenza, di chiunque abbia a cuore ogni
vita umana e desideri pace, benessere, sicurezza, democrazia e civile
convivenza per tutti i popoli e tutte le persone: vi e' una sola umanita'.
Luisa Morgantini, parlamentare europea, presidente della delegazione del
Parlamento Europeo al Consiglio legislativo palestinese, fa parte delle
Donne in nero e dell'Associazione per la pace; il seguente profilo di Luisa
Morgantini abbiamo ripreso dal sito www.luisamorgantini.net: "Luisa
Morgantini e' nata a Villadossola (No) il 5 novembre 1940. Dal 1960 al 1966
ha lavorato presso l'istituto Nazionale di Assistenza a Bologna occupandosi
di servizi sociali e previdenziali. Dal 1967 al 1968 ha frequentato in
Inghilterra il Ruskin College di Oxford dove ha studiato sociologia,
relazioni industriali ed economia. Dal 1969 al 1971 ha lavorato presso la
societa' Umanitaria di Milano nel settore dell'educazione degli adulti. Dal
1970 e fino al 1999 ha fatto la sindacalista nei metalmeccanici nel
sindacato unitario della Flm. Eletta nella segreteria di Milano - prima
donna nella storia del sindacato metalmeccanico - ha seguito la formazione
sindacale e la contrattazione per il settore delle telecomunicazioni,
impiegati e tecnici. Dal 1986 e' stata responsabile del dipartimento
relazioni internazionali del sindacato metalmeccanico Flm - Fim Cisl, ha
rappresentato il sindacato italiano nell'esecutivo della Federazione europea
dei metalmeccanici (Fem) e nel Consiglio della Federazione sindacale
mondiale dei metalmeccanici (Fism). Dal novembre del 1980 al settembre del
1981, in seguito al terremoto in Irpinia, in rappresentanza del sindacato,
ha vissuto a Teora contribuendo alla ricostruzione del tessuto sociale. Ha
fondato con un gruppo di donne di Teora una cooperativa di produzione, "La
meta' del cielo", che e' tuttora esistente. Dal 1979 ha seguito molti
progetti di solidarieta' e cooperazione non governativa con vari paesi, tra
cui Nicaragua, Brasile, Sud Africa, Mozambico, Eritrea, Palestina,
Afghanistan, Algeria, Peru'. Si e' misurata in luoghi di conflitto entro e
oltre i confini, praticando in ogni luogo anche la specificita' dell' essere
donna, nel riconoscimento dei diritti di ciascun essere umano: nelle
rivendicazioni sindacali, con le donne contro la mafia, contro l'apartheid
in Sud Africa, con uomini e donne palestinesi e israeliane per il diritto
dei palestinesi ad un loro stato in coesistenza con lo stato israeliano, con
il popolo kurdo, nella ex Yugoslavia, contro la guerra e i bombardamenti
della Nato, per i diritti degli albanesi del Kosovo all'autonomia, per la
cura e l'accoglienza a tutte le vittime della guerra. Attiva nel campo dei
diritti umani, si e' battuta per il loro rispetto in Cina, Vietnam e Siria,
e per l'abolizione della pena di morte. Dal 1982 si occupa di questioni
riguardanti il Medio Oriente ed in modo specifico del conflitto
Palestina-Israele. Dal 1988 ha contribuito alla ricostruzione di relazioni e
networks tra pacifisti israeliani e palestinesi. In particolare con
associazioni di donne israeliane e palestinesi e dei paesi del bacino del
Mediterraneo (ex Yugoslavia, Albania, Algeria, Marocco, Tunisia). Nel
dicembre 1995 ha ricevuto il Premio per la pace dalle Donne per la pace e
dalle Donne in nero israeliane. Attiva nel movimento per la pace e la
nonviolenza e' stata portavoce dell'Associazione per la pace. E' tra le
fondatrici delle Donne in nero italiane e delle rete internazionale di Donne
contro la guerra. Attualmente e' deputata al Parlamento Europeo... In Italia
continua la sua opera assieme alle Donne in nero e all'Associazione per la
pace". Opere di Luisa Morgantini: Oltre la danza macabra, Nutrimenti, Roma
2004]

Noi sottoscritti, deputati  del Parlamento europeo, recentemente ritornati
da una visita di conoscenza in Palestina e Israele, siamo scioccati e
sconvolti da cio' che abbiamo visto e vissuto a Gaza.
A causa delle sanzioni economiche quasi tutte le istituzioni pubbliche sono
state chiuse. Gli ospedali sono sovraffollati e non ricevono ne' soldi ne'
medicine sufficienti. Da mesi i dipendenti non sono piu' pagati. Mai cosi'
tante amputazioni sono state necessarie. I dottori ci hanno detto che alcune
ferite mortali non sono causate da armi tradizionali, ma probabilmente da
nuove sperimentali armi chimiche. Ancora non hanno avuto tempo di esaminare
i corpi morti visto che sono occupati con i sopravvissuti alle ferite.
Il blocco dei passaggi di Rafah e Karni per le persone e le merci ha ridotto
Gaza ad una prigione a cielo aperto.
Gli ultimi giorni a Gaza hanno visto consumarsi un'orribile carneficina.
*
Chiediamo a Israele di cessare la violazione dei diritti umani e le ripetute
violazioni       della convenzione di Ginevra.
Chiediamo a Israele un totale "cessate il fuoco", un immediato ritiro delle
sue truppe da Gaza e l'arresto delle incursioni militari in Cisgiordania.
Ci opponiamo fortemente alla descrizione di "terroristi" che Israele da'
delle persone uccise.
Facciamo appello e insistiamo che l'Unione Europea riveda gli accordi di
associazione con Israele e consideri l'imposizione di sanzioni se questi non
fermi l'uccisione di civili, la violazione dei diritti umani, misura questa
conforme all'articolo 2 dell'accordo di associazione.
Esortiamo Hamas e Fatah e tutte le forze democratiche palestinesi, anche in
queste tragiche circostanze, a non smettere di impegnarsi nella costruzione
di un governo di unita' nazionale sulla base del documento di
riconciliazione nazionale che riconosce i confini del '67 dello Stato
palestinese e dello Stato israeliano e a prendere ogni possibile
provvedimento per arrestare il lancio dei razzi Qassam.
Facciamo appello all'Unione Europea affinche' apra un dialogo con tutte le
istituzioni nazionali palestinesi e faccia pressione sul governo israeliano
affinche' restituisca gli introiti dei dazi doganali sottratti al governo
palestinese.
Chiediamo alle Nazioni Unite e al quartetto di inviare forze internazionali
per proteggere la popolazione civile palestinese ed israeliana e nello
stesso tempo chiediamo una conferenza internazionale con tutte le parti
coinvolte per raggiungere nell'area una pace comprensiva e giusta.
*
Le ed i parlamentari europei: Luisa Morgantini (Italia), Vincenzo Aita
(Italia), Alessandro Battilocchio (Italia), John Bowis (Gran Bretagna),
Chris Davies (Gran Bretagna), Jill Evans (Gran Bretagna), Helene Flautre
(Francia), Gyula Hegyi (Ungheria), Miguel Portas (Portogallo), Karin
Resetarits (Austria), Alyn Smith (UK), Norman Paech (Germania)
Bruxelles, 8 novembre 2006
*
Per informazioni e contatti:
Luisa Morgantini, e-mail: luisa.morgantini at europarl.europa.eu
David Lundy, e-mail: david.lundy at europarl.europa.eu

3. TESTIMONIANZE. DAVID GROSSMAN: SCEGLIERE LA PACE
[Dal sito de "Il dialogo" (www.ildialogo.org) riprendiamo il testo del
discorso che David Grossman ha pronunciato il 4 novembre 2006 a Tel Aviv in
occasione del ricordo di Yitzhak Rabin, nella traduzione apparsa sul
quotidiano "La Repubblica" del 5 novembre 2006; segnaliamo che nel sito del
quotidiano israeliano "Haaretz" (www.haaretz.com) e' disponibile il testo in
inglese. David Grossman, nato a Gerusalemme nel 1954, e' uno dei maggiori
scrittori contemporanei, da sempre impegnato per la pace e i diritti umani;
suo figlio Uri e' morto nella guerra di questa estate. Tra le opere di David
Grossman: Vedi alla voce: amore (1986); Il libro della grammatica interiore
(1991); Ci sono bambini a zigzag (1994); Che tu sia per me il coltello
(1998); tutti presso Mondadori. Cfr. anche il libro-intervista curato da
Matteo Bellinelli: David Grossman, La memoria della Shoah, Casagrande,
Bellinzona 2000]

Il ricordo di Yitzhak Rabin e' un momento di pausa in cui riflettiamo anche
su noi stessi. Quest'anno la riflessione non e' per noi facile. C'e' stata
una guerra. Israele ha messo in mostra una possente muscolatura militare
dietro la quale ha pero' rivelato debolezza e fragilita'. Abbiamo capito che
la potenza militare in mano nostra non puo', in fin dei conti, garantire da
sola la nostra esistenza. Abbiamo soprattutto scoperto che Israele sta
attraversando una crisi profonda, molto piu' profonda di quanto
immaginassimo, una crisi che investe quasi tutti gli aspetti della nostra
esistenza.
Parlo qui, stasera, in veste di chi prova per questa terra un amore
difficile e complicato, e tuttavia indiscutibile. Come chi ha visto
trasformarsi in tragedia, in patto di sangue, il patto che aveva sempre
mantenuto con essa. Io sono laico, eppure ai miei occhi la creazione e
l'esistenza stessa di Israele sono una sorta di miracolo per il nostro
popolo, un miracolo politico, nazionale e umano; e io non lo dimentico
neppure per un istante. Anche quando molti episodi della nostra realta'
suscitano in me indignazione e sconforto, anche quando il miracolo si
frantuma in briciole di quotidianita', di miseria e di corruzione, anche
quando la realta' appare una brutta parodia del miracolo, esso per me rimane
tale.
"Guarda o terra, quanto abbiamo sprecato", scriveva il poeta Shaul
Tchernikovsky nel 1938 lamentandosi del fatto che nel suolo della terra di
Israele venivano seppelliti ragazzi nel fiore degli anni. La morte di
giovani e' uno spreco terribile, lancinante. Ma non meno terribile e' che
Israele sprechi in modo criminale non solo le vite dei suoi figli ma anche
il miracolo di cui e' stato protagonista, l'opportunita' grande e rara
offertagli dalla storia, quella di creare uno stato illuminato, civile,
democratico, governato da valori ebraici e universali. Uno stato che sia
dimora nazionale, rifugio e anche luogo che infonda un nuovo senso
all'esistenza ebraica. Uno stato in cui una parte importante e sostanziale
della sua identita' ebraica, della sua etica ebraica, sia mantenere rapporti
di completa uguaglianza e di rispetto con i suoi cittadini non ebrei. E
guardate cosa e' successo.
Guardate cosa e' successo a una nazione giovane, audace, piena di
entusiasmo. Guardate come, quasi in un processo di invecchiamento
accelerato, Israele e' passato da una fase di infanzia e di giovinezza, a
uno stato di costante lamentela, di fiacchezza, alla sensazione di aver
perso un'occasione. Com'e' successo? Quando abbiamo perso la speranza di
poter vivere un giorno una vita migliore? E come possiamo oggi rimanere a
guardare, come ipnotizzati, il dilagare della follia, della rozzezza, della
violenza e del razzismo in casa nostra?
Com'e' possibile che un popolo dotato di energie creative e inventive come
il nostro, che ha saputo risollevarsi piu' volte dalle ceneri, si ritrovi
oggi, proprio quando possiede una forza militare tanto grande, in una
situazione di inerzia e di impotenza? Situazione in cui e' nuovamente
vittima, ma questa volta di se stesso, dei suoi timori, della sua
disperazione e della sua miopia.
*
Uno degli aspetti piu' gravi messi in luce dalla guerra e' che attualmente
non esiste un leader in Israele. Che la nostra dirigenza politica e militare
e' vuota di contenuto. E non mi riferisco agli evidenti errori commessi
nella conduzione della guerra o all'abbandono delle retrovie a se stesse.
Non mi riferisco nemmeno agli episodi di corruzione, grandi e piccoli, agli
scandali, alle commissioni d'inchiesta. Mi riferisco al fatto che chi ci
governa oggi non e' in grado di far si' che gli israeliani si rapportino
alla loro identita' e tanto meno agli aspetti piu' sani, vitali e fecondi di
essa; non agli elementi della loro memoria storica che possano infondere in
loro forza e speranza, che li incoraggino ad assumersi responsabilita' gli
uni nei confronti degli altri e diano un qualsiasi significato alla
sconfortante e spossante lotta per l'esistenza.
La maggior parte dei leader odierni non e' in grado di risvegliare negli
israeliani un senso di continuita' storica e culturale. O di appartenenza a
uno schema di valori chiaro, coerente e consolidato negli anni. I contenuti
principali di cui l'odierna dirigenza israeliana riempie il guscio del suo
governo sono la paura da un lato e la creazione di ansie dall'altro, il
miraggio della forza, l'ammiccamento al raggiro, il misero commercio di
tutto cio' che ci e' piu' caro. In questo senso non sono dei veri leader.
Certo non i leader di cui un popolo tanto disorientato e in una situazione
tanto complessa come quella israeliana ha bisogno. Talvolta pare che l'eco
del pensiero dei nostri leader, la loro memoria storica, i loro ideali,
tutto quello che e' veramente importante per loro, non oltrepassi il
minuscolo spazio esistente tra due titoli di giornale. O le pareti
dell'ufficio del procuratore generale dello Stato. Osservate chi ci governa.
Non tutti, naturalmente, ma troppi fra loro. Osservate il loro modo di
agire, spaventato, sospettoso, affannato; il loro comportamento viscido e
intrigante. Quando e' stata l'ultima volta che il Primo Ministro ha espresso
un'idea o compiuto un passo in grado di spalancare un nuovo orizzonte agli
israeliani? Di prospettare loro un futuro migliore? Quando mai ha intrapreso
un'iniziativa sociale, culturale, morale, senza limitarsi a reagire
scompostamente a iniziative altrui?
*
Signor Primo Ministro. Non parlo spinto da un sentimento di rabbia o di
vendetta. Ho aspettato abbastanza per non reagire mosso dall'impulso del
momento. Questa sera lei non potra' ignorare le mie parole sostenendo che
"Non si giudica una persona nel momento della tragedia". E' ovvio che sto
vivendo una tragedia. Ma piu' di quanto io provi rabbia, provo dolore. Provo
dolore per questa terra, per quello che lei e i suoi colleghi state facendo.
Mi creda, il suo successo e' importante per me perche' il futuro di noi
tutti dipende dalla sua capacita' di agire. Yitzhak Rabin aveva imboccato il
cammino della pace non perche' provasse grande simpatia per i palestinesi o
per i loro leader. Anche allora, come ricordiamo, era opinione generale che
non avessimo un partner e che non ci fosse nulla da discutere con i
palestinesi. Rabin si risolse ad agire perche' capi', con molta saggezza,
che la societa' israeliana non avrebbe potuto resistere a lungo in uno stato
di conflitto irrisolto. Capi', prima di molti altri, che la vita in un clima
costante di violenza, di occupazione, di terrore, di ansia e di mancanza di
speranza, esigeva un prezzo che Israele non avrebbe potuto sostenere.
Tutto questo e' vero anche oggi, ed e' ancora piu' impellente.
*
Da piu' di un secolo ormai viviamo in uno stato di conflitto. Noi, cittadini
di questo conflitto, siamo nati nella guerra, siamo stati educati nella
guerra e, in un certo senso, siamo stati programmati per la guerra.
Forse per questo pensiamo talvolta che questa follia in cui viviamo ormai da
cento anni sia l'unica, vera realta'. L'unica vita destinata a noi e che non
abbiamo la possibilita', o forse neppure il diritto, di aspirare a una vita
diversa: vivremo e moriremo con la spada e combatteremo per l'eternita'.
Forse per questo siamo cosi' indifferenti al totale ristagno del processo di
pace.
Forse per questo la maggior parte di noi ha accettato con indifferenza il
rozzo calcio sferrato alla democrazia dalla nomina di Avigdor Lieberman a
ministro, un potenziale piromane posto a capo dei servizi statali
responsabili di spegnere gli incendi.
Questi sono anche, in parte, i motivi per cui, in tempi brevissimi, Israele
e' precipitato nell'insensibilita', nella crudelta', nell'indifferenza verso
i deboli, verso i poveri, verso chi soffre, verso chi ha fame, verso i
vecchi, i malati, gli invalidi, il commercio di donne, lo sfruttamento e le
condizioni di schiavitu' in cui vivono i lavoratori stranieri e verso il
razzismo radicato, istituzionale, nei confronti della minoranza araba.
Quando tutto questo accade con totale naturalezza, senza suscitare scandali
ne' proteste, io comincio a pensare che anche se la pace giungera' domani,
anche se un giorno torneremo a una situazione di normalita', abbiamo forse
gia' perso l'opportunita' di guarire.
*
La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia non mi concede privilegi nel
dibattito politico ma ho l'impressione che il dover affrontare la morte e la
perdita di una persona cara comporti anche una certa lucidita' e chiarezza
di sguardo, per lo meno per quanto riguarda la distinzione tra cio' che e'
importante e cio' che e' secondario, tra cio' che e' possibile ottenere e
cio' che e' impossibile. Tra la realta' e il miraggio.
Ogni persona di buon senso in Israele - e aggiungo, anche in Palestina - sa
esattamente quale sara', a grandi linee, la soluzione del conflitto tra i
due popoli. Ogni persona di buon senso e' anche consapevole in cuor suo
della differenza tra sogno e aspirazione e cio' che e' possibile ottenere
alla fine di un negoziato. Chi non lo sa, arabo o ebreo che sia, non e' gia'
piu' un possibile interlocutore, e' prigioniero di un fanatismo ermetico e
non e' quindi un possibile partner. Consideriamo un attimo il nostro
partner. I palestinesi hanno scelto come loro guida Hamas che rifiuta di
negoziare con noi e di riconoscerci. Cosa si puo' fare in una situazione
simile? Cos'altro ci rimane da fare? Continuare a soffocarli? A uccidere
centinaia di palestinesi a Gaza, per la maggior parte semplici cittadini
come noi?
*
Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert. Si rivolga a loro al di sopra
delle teste di Hamas. Si appelli ai moderati, a chi si oppone, come lei e
me, a Hamas e alla sua strada. Si appelli al popolo palestinese. Non si
ritragga dinanzi alla sua ferita profonda, riconosca la sua continua
sofferenza. Lei non perdera' nulla, e neppure Israele, in un futuro
negoziato. Solo i cuori si apriranno un poco gli uni agli altri, e questa
apertura racchiudera' in se' una forza enorme. In una simile situazione di
immobilita' e di ostilita' la semplice compassione umana possiede la forza
di una cataclisma naturale.
Per una volta tanto guardi i palestinesi non attraverso il mirino di un
fucile o da dietro le sbarre chiuse di un check point. Vedra' un popolo
martoriato non meno di noi. Un popolo conquistato, oppresso e senza
speranza. E' ovvio che anche i palestinesi sono colpevoli del vicolo cieco
in cui ci troviamo. E' ovvio che anche loro sono ampiamente responsabili del
fallimento del processo di pace. Ma li guardi un momento con occhi diversi.
Non solo gli estremisti fra loro. Non solo chi ha stretto un patto di
interesse con i nostri estremisti.
Guardi la maggior parte di questo povero popolo il cui destino e' legato al
nostro, che lo si voglia o no.
*
Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert, non continui a cercare ragioni per
non dialogare con loro. Ha rinunciato all'idea di un nuovo ritiro
unilaterale, e ha fatto bene. Ma non lasci un vuoto che verrebbe
immediatamente colmato dalla violenza e dalla distruzione. Intavoli un
dialogo.
Avanzi una proposta che i moderati (e fra loro sono piu' di quanto i media
ci mostrino) non possano rifiutare. Lo faccia, in modo che i palestinesi
possano decidere se accettarla o se rimanere ostaggi dell'Islam fanatico.
Presenti loro il piano piu' coraggioso e serio che Israele e' in grado di
proporre. La proposta che agli occhi di ogni israeliano e palestinese
sensato contenga il massimo delle concessioni, nostre e loro.
Non stia a discutere di bazzecole. Non c'e' tempo. Se tentennera', fra poco
avremo nostalgia del dilettantismo del terrorismo palestinese. Ci batteremo
il capo urlando: come abbiamo potuto non fare ricorso a tutta la nostra
elasticita' di pensiero, a tutta la creativita' israeliana, per strappare i
nostri nemici dalla trappola in cui si sono lasciati cadere?
Proprio come ci sono guerre combattute per mancanza di scelta, c'e' anche
una pace che si rincorre per "mancanza di scelta". Non abbiamo scelta, ne'
noi ne' loro. E dobbiamo aspirare a questa pace forzosa con la stessa
determinazione e creativita' con cui partiamo per una guerra forzosa.
Perche' non c'e' scelta e chi ritiene che ci sia, che il tempo giochi a
nostro favore, non capisce i processi pericolosi in cui gia' ci troviamo.
*
E piu' in generale, signor Primo Ministro, forse dovremmo rammentarle che se
un qualsiasi leader arabo invia segnali di pace - anche impercettibili e
titubanti - lei ha il dovere morale di rispondere. Ha il dovere di
verificare immediatamente l'onesta' e la serieta' di quel leader. Deve farlo
per coloro ai quali chiede di sacrificare la vita nel caso scoppi una nuova
guerra.
E quindi, se il presidente Assad dice che la Siria vuole la pace - per
quanto lei non gli creda e tutti noi nutriamo sospetti nei suoi confronti -
deve offrirgli di incontrarlo subito. Senza aspettare nemmeno un giorno. In
fondo, non ha aspettato nemmeno un'ora a dare inizio all'ultima guerra. Si
e' lanciato nell'offensiva con tutte le sue forze. Con tutte le armi a
disposizione e tutta la loro potenza distruttiva. Allora perche' quando c'e'
un segnale di pace lei si affretta a respingerlo, a lasciarlo svanire?
Cos'ha da perdere? Nutre forse dei sospetti nei confronti del presidente
siriano? Allora gli presenti delle condizioni tali da rivelare la sua
macchinazione. Gli proponga un processo di pace che duri qualche anno e alla
fine del quale, se tutte le condizioni e le restrizioni verranno rispettate,
gli verranno restituite le alture del Golan. Lo costringa al dialogo. Agisca
in modo che nella coscienza del popolo siriano si delinei anche questa
possibilita'.
Dia una mano ai moderati, che sicuramente esistono anche lassu'. Cerchi di
plasmare la realta'... E' stato eletto per questo. Esattamente per questo.
*
E in conclusione. E' ovvio che non tutto dipende da noi e ci sono forze
grandi e potenti che agiscono in questa regione e nel mondo e alcune di
loro - come l'Iran e come l'Islam radicale - non hanno buone intenzioni nei
nostri confronti. Eppure molto dipende da come agiremo noi, da cio' che
saremo. Attualmente non esiste grande disparita' tra la sinistra e la
destra.
La stragrande maggioranza degli israeliani capisce ormai - per quanto alcuni
senza troppo entusiasmo - quale sara' a grandi linee la soluzione del
conflitto: questa terra verra' divisa, sorgera' uno stato palestinese.
Perche', quindi, continuare a sfibrarci in una querelle intestina che dura
da quasi quarant'anni? Perche' la dirigenza politica continua a rispecchiare
le posizioni dei radicali e non quelle della maggior parte degli elettori?
Dopo tutto la nostra situazione sarebbe migliore se raggiungessimo un'intesa
nazionale prima che le circostanze - pressioni esterne, una nuova Intifada o
una nuova guerra - ci costringano a farlo.
Se lo faremo risparmieremo anni di sangue versato e di spreco di vite umane.
Anni di terribili errori.
Mi appello a tutti, ai reduci dalla guerra che sanno che dovranno pagare il
prezzo del prossimo scontro armato, ai sostenitori della destra, della
sinistra, ai religiosi e ai laici: fermatevi un momento, guardate l'orlo del
baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato.
Domandatevi se non sia arrivata l'ora di scuoterci dalla paralisi, di fare
una distinzione tra cio' che e' possibile ottenere e cio' che non lo e', di
esigere da noi stessi, finalmente, la vita che meritiamo di vivere.

4. RIFLESSIONE. VANDANA SHIVA: LA DEMOCRAZIA VIVENTE DELLA TERRA
[Da "Cns. Ecologia politica", anno XIII, fascicolo 53, n. 1-2,
gennaio-luglio 2003 (sito: www.ecologiapolitica.it) riprendiamo il seguente
articolo originariamente apparso sulla rivista indiana "Combat Law", nel
fascicolo di dicembre-gennaio 2003. Vandana Shiva, scienziata e filosofa
indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle
istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come
studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture
native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti
ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli
di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e
programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le opere
di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990;
Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria,
Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma
2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo
sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre
dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione,
Utet, Torino 2005; Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006]

L'umanita' sembra precipitare in caduta libera verso il disastro totale. La
distruzione strisciante e' militare, politica, culturale, economica ed
ecologica. La biodiversita', le risorse idriche, e gli ecosistemi subiscono
l'attacco predatorio di un'economia globale che non conosce limiti nello
sfruttamento delle ricchezze naturali e nell'uso della violenza e della
coercizione per impossessarsi di risorse delle comunita'.
Credo che la democrazia rappresentativa sia stata privata della democrazia
economica, che ne e' il fondamento, e pertanto le decisioni sono state
trasferite dai singoli paesi alle istituzioni globali come Banca mondiale,
Fondo monetario internazionale (Fmi) e Organizzazione mondiale del commercio
(Wto), e ai consigli di amministrazione delle multinazionali.
Nei due precedenti decenni, sono stata testimone del fatto che i conflitti
per lo sviluppo e quelli per le risorse naturali sono diventati conflitti
abituali culminanti nell'estremismo e nel terrorismo. La lezione che ho
tratto dal crescere di diverse espressioni del fondamentalismo e del
terrorismo e' la seguente: i sistemi economici non democratici, che
centralizzano il controllo sul processo decisionale e sulle risorse e che
privano la gente di un'occupazione produttiva e dei mezzi di sussistenza,
creano la cultura dell'insicurezza. Ogni decisione politica si traduce nella
politica del "noi" e "loro".
*
Nessun controllo democratico delle risorse naturali
I sistemi economici centralizzati erodono le basi della democrazia politica.
In una democrazia, l'agenda economica coincide con l'agenda politica. Se la
Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, o il Wto sono i primi a
compiere rapine, la democrazia e' massacrata. Le sole carte che restano
nelle mani dei politici desiderosi di raccogliere voti sono quelle della
razza, della religione, dell'appartenenza etnica, il che da' origine al
fondamentalismo.
La globalizzazione economica alimenta l'insicurezza economica, erode la
diversita' e l'identita' culturale e attenta alle liberta' politiche dei
cittadini; la globalizzazione delle grandi corporations fa a pezzi le
comunita' locali. Rinnovare, rendere piu' penetrante e diffusa la democrazia
e' un imperativo per la sopravvivenza della specie umana. Reinventare la
liberta' ai nostri giorni significa liberta' dalla paura, liberta' dalla
violenza, liberta' dai bisogni primari, liberta' da una produzione, un
commercio e modelli di consumo insostenibili e non etici.
Invece di cercare le radici del terrorismo e del fondamentalismo
nell'insicurezza della crescita economica e nel collasso della democrazia
economica, e garantire pertanto i bisogni essenziali della gente e
proteggerne i livelli di sussistenza, gli stati di tutto il mondo hanno
approvato leggi che feriscono la democrazia e la liberta' in nome della
lotta al terrorismo.
Il Patriot Act negli Usa, la legge per la prevenzione del terrorismo (Pota)
in India, la legge "Antiterrorismo, crimine e societa'" (Atcsa) nel Regno
Unito, tutte leggi nuove create dopo l'11 settembre 2001, non sono solo
leggi contro i terroristi, ma leggi contro la difesa democratica dei
cittadini, delle loro fondamentali liberta' calpestate dalle forze della
globalizzazione.
*
Un gigantesco balzo in avanti o all'indietro?
La globalizzazione e' stata concepita come il prossimo grande balzo
dell'evoluzione umana in una marcia lineare in avanti dalla societa' tribale
alle nazioni, fino al mercato globale. Le nostre identita' e i rispettivi
contesti dovevano muoversi dalla dimensione nazionale a quella globale,
proprio come nella prima fase dello sviluppo guidato dallo stato si era
ritenuto di doversi spostare dalla dimensione locale a quella nazionale. Il
libero scambio, libero da vincoli e controlli corporativi, e' stato offerto
in alternativa al controllo burocratico centralizzato dei regimi comunisti e
al dominio dell'economia di stato. I mercati sono stati offerti come
alternativa agli stati per regolare le nostre esistenze, non solamente le
nostre economie.
La bancarotta etica e filosofica della globalizzazione si basa sulla
riduzione di ogni aspetto della nostra vita a merce e delle nostre identita'
a quelle di meri consumatori sul mercato globale. Le nostre capacita' di
produttori, la nostra identita' di membri di una comunita', il nostro ruolo
di custodi della nostra eredita' naturale e culturale stanno tutti per
scomparire o per essere distrutti.
Due terzi dell'umanita' dipende dalle risorse naturali per la sua
sopravvivenza e per i suoi bisogni essenziali. Vive in un'economia dove la
terra, l'acqua e la biodiversita' costituiscono il suo capitale primario, i
suoi mezzi di produzione, la sua sicurezza economica. La distruzione
ecologica, l'erosione, l'inquinamento o la privatizzazione di queste risorse
vitali si traduce in poverta' e sottosviluppo. La globalizzazione sta
aggravando la poverta' e il sottosviluppo rapinando i poveri delle loro
risorse, risorse come la terra, l'acqua e le fonti energetiche,
indispensabili alla sopravvivenza.
La globalizzazione delle multinazionali consente alle medesime di sottrarre
ai poveri le risorse, le sementi e la biodiversita', il cibo e l'acqua, la
terra e le foreste ancora esistenti. E poiche' i modelli predatori e
insostenibili dello sviluppo economico si stanno diffondendo per tutto il
pianeta, le specie vanno verso l'estinzione, i fiumi e i ghiacciai
scompaiono, milioni di persone sono cacciate e sradicate dalle loro case.
Nel 1996, l'India approvo' il Provision of the Panchayats Act, che
riconosceva la comunita' locale nelle aree tribali come la piu' alta forma
di autorita' in materia di cultura, risorse e risoluzione dei conflitti. Per
la prima volta dall'indipendenza dell'India, le comunita' di villaggio (Gram
Sabhas) ricevevano riconoscimento giuridico e veniva loro attribuito un
certo numero di poteri, incluso quello di approvare o respingere piani e
programmi di sviluppo. Alle Gram Sabhas veniva anche conferito il potere di
compravendita della terra. La legge accoglieva le tradizioni delle
popolazioni e le loro identita' culturali, nel rispetto del loro
tradizionale sistema di relazioni con le risorse naturali. La legge
stabiliva infatti che "qualsiasi legge futura riguardante le panchayats,
dovra' essere in consonanza con le consuetudini, le pratiche sociali e
religiose e il metodo tradizionale di gestione delle risorse della
comunita'".
L'importanza di avere il controllo sulle risorse della comunita' era
riconosciuta non solo come una necessita' economica ma come pietra miliare
dell'identita' culturale: "Ad ogni Gram Sabha e' attribuita la competenza di
salvaguardare e preservare le tradizioni e i costumi della popolazione, la
sua identita' culturale, le risorse della comunita' e il modo
consuetudinario di risoluzione delle controversie".
Dopo aver recepito questa legge nella Costituzione dell'Unione, ci si poteva
legittimamente aspettare che si attenuasse lo scontro tra le popolazioni
tribali e lo stato centrale, riaccesosi dopo l'Indipendenza.
La consultazione del Gram Sabha e' adesso costituzionalmente obbligatoria,
prima della compravendita della terra, e questo e' molto importante perche'
la legge sulla compravendita della terra e' la piu' temuta e draconiana
reliquia dei regolamenti inglesi, che sopravvivono fino ai nostri giorni,
responsabile dello sradicamento di non meno di 30 milioni di persone dopo
l'indipendenza, piu' della meta' delle quali tribali.
La modifica della Costituzione centrale, e le linee guida emanate per la sua
applicazione, tuttavia, sono state recepite da pochi stati.
Il sovvertimento del processo democratico a favore dei poteri delle
comunita', verificatosi nello stato di Nagarnar, distretto di Bastar, e'
sconvolgente: il dissenso delle Gram Sabhas interessate e' stato trasformato
in consenso, mediante la distruzione degli atti procedurali e la
falsificazione dei documenti.
La Commissione nazionale per la registrazione delle caste e delle tribu',
sulle base dei documenti e dell'inchiesta avviata dal Governo dello Stato,
ha concluso che alcuni alti funzionari del governo statale stesso avevano
cospirato per delinquere. La Commissione raccomandava pertanto che quel
processo di acquisizione della terra fosse considerato nullo perche'
avvenuto senza la dovuta consultazione delle comunita'. Ma questa
raccomandazione non e' stata recepita, ed e' stata persino rifiutata la
proposta dei Gram Sabhas di incontrarsi con i funzionari coinvolti nello
scandalo. Quel giorno, nel marzo 2002, dei teppisti bloccarono tutte le vie
di accesso a Nagarnar e centinaia di invitati, soprattutto donne, furono
picchiati: persone anziane delle comunita' ed io stessa, siamo stati
costretti a tornare indietro. Contro ogni regola della civile convivenza, le
persone sono state terrorizzate e costrette ad accettare i soldi loro dati
come ricatto, pena affrontare brutali pestaggi e la prigionia. La Nmdc
s'impadroni' di prepotenza della terra in forza dell'indennizzo dato a
coloro che ne erano stati privati, con la truffa perpetrata ai loro danni.
In Orissa, uno degli stati indiani piu' poveri, la Banca mondiale e il Dfid
(Department for international development della Gran Bretagna) applicano
tassi d'interesse da usura per privatizzare l'acqua di irrigazione, che oggi
costa dieci volte di piu' e che sta distruggendo l'agricoltura, la sola
possibilita' di sopravvivenza dei poveri.
A Delhi un prestito della Banca mondiale di 2,5 milioni di dollari per la
privatizzazione dell'acqua e' stato usato per pagare gli onorari dei
consulenti di un'azienda di contabilita' internazionale, la Price
Waterhouse.
Il trattato sui Trips (Trade Related Intellectual Property Rights) collegato
al Wto permette di privatizzare beni comuni biologici e genetici mediante
brevetto. Abbiamo dovuto combattere a lungo nei tribunali, nella societa', e
nei corridoi del potere per riuscire ad ottenere la revoca dei brevetti sul
Neem (la pianta alla base del dentifricio indiano) e sul Basmati
(un'importante varieta' di riso indiano).
La globalizzazione, nella sua essenza, riscrive il nostro sistema di
relazioni con la terra e le sue specie; aliena la terra, l'acqua e la
biodiversita' dalle comunita' locali; trasforma i beni comuni in merci da
vendere per il profitto, nell'indifferenza piu' totale sugli impatti etici,
ecologici ed economici di questa mercificazione della vita. Si basa
sull'appropriazione dei comuni beni ambientali ancora esistenti -
biodiversita', acqua ed aria - e sulla distruzione delle economie locali
dalle quali dipende la sopravvivenza e la sicurezza economica delle
popolazioni.
La mercificazione dell'acqua e della biodiversita' e' oggi assicurata da
nuovi diritti di proprieta' sanciti da accordi commerciali come il Wto, che
trasforma le risorse delle popolazioni in monopoli delle multinazionali,
grazie ai Trips e al libero scambio dei beni ambientali e dei servizi.
La trasformazione dei beni comuni in merci e' assicurata dalle decisioni che
spostano la gestione dei beni comuni dalle comunita' locali e dai paesi alle
istituzioni globali; i diritti, dai popoli alle multinazionali, grazie alla
crescente centralizzazione e alla totale irresponsabilita' degli stati che
operano sulla base del principio del "dominio assoluto sul proprio
territorio" (eminent domain) - e cioe' della sovranita' assoluta di chi
governa.
L'accordo sui Trips ad esempio era basato sulla requisizione, da parte
governo centrale, dei diritti alla biodiversita' ed alla conoscenza delle
comunita' locali e sull'esercizio esclusivo e monopolistico dei medesimi
alle multinazionali. L'accordo sull'agricoltura, su decisioni assunte
lontano dalle comunita' degli agricoltori e dai governi regionali. L'accordo
sul commercio e i servizi (Gats), sullo spostamento della proprieta' e delle
decisioni sull'acqua dal dominio pubblico locale a quello globale privato.
La globalizzazione ha ridislocato la sovranita' dai popoli alle
multinazionali, centralizzando e militarizzando gli stati. I diritti delle
popolazioni sono stati requisiti dagli stati, che li hanno trasformati in
diritti monopolistici delle multinazionali sulla terra, sull'acqua, sulla
biodiversita' e sull'aria (che prima erano "nostri"). Gli stati che operano
in base al principio dello eminent domain (diritto di esproprio) minano la
sovranita' del popolo e il suo ruolo di depositario delle risorse comuni. La
sovranita' dello stato, di per se', non e' infatti sufficiente a generare
energie di controbilanciamento ai processi di globalizzazione delle
multinazionali.
La reinvenzione della sovranita' deve essere basata sulla reinvenzione dello
stato, per renderlo responsabile nei confronti del popolo. La sovranita' non
puo' risiedere soltanto nelle strutture centralistiche dello stato, ne'
scompare quando vengono meno le funzioni spettanti allo stato in difesa
della popolazione.
La nuova partnership della sovranita' nazionale ha bisogno di comunita'
dotate di poteri (empowered), in grado di chiedere e riconoscere le funzioni
dello stato volte alla difesa della popolazione. Le comunita' in grado di
difendersi assegnano allo stato questo onere e obbligo. Dall'altra parte, le
multinazionali e gli organismi internazionali favoriscono invece la
separazione degli interessi della comunita' da quelli dello stato, la
frammentazione e la divisione fra le comunita'.
*
Oltre la regola del terrore e dell'avidita'
Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per rispondere alla frammentazione
causata dalle diverse forme di fondamentalismo. Abbiamo bisogno di un nuovo
movimento per spostarci dalla dominante e pervasiva cultura di violenza,
distruzione e morte verso la cultura della nonviolenza, della pace e della
vita.
La democrazia della Terra incarna principi che consentono di trascendere la
polarizzazione, le divisioni e le esclusioni, che mettono l'economia contro
l'ecologia, lo sviluppo contro l'ambiente, la gente contro il pianeta e le
persone una contro l'altra in una nuova cultura dell'odio.
La democrazia della Terra ricolloca gli umani come membri della famiglia
della terra (Vasudhaiva Kutumbkam), e le altre culture nel mosaico della
diversita' culturale che arricchisce le nostre vite.
Reinserire gli umani nella matrice ecologica della diversita' biologica e
culturale riapre gli spazi della sostenibilita', della giustizia e della
pace, riorganizza il sistema delle relazioni, ristruttura le costellazioni
del potere e rivitalizza la liberta' e la democrazia.
Siamo oggi regolati dal terrore e dall'avidita', dalla paura e
dall'insicurezza. Poiche' ci confrontiamo con una duplice chiusura degli
spazi, da una parte la globalizzazione delle multinazionali e dall'altra gli
stati di polizia militarizzati e il fascismo economico sostenuto da quello
politico, la sfida e' quella di rivendicare le nostre liberta' e quelle di
tutti gli esseri.
Scopo del movimento per la democrazia della Terra e' rivendicare e ricreare
l'indivisibile liberta' di tutte le specie. Questo movimento presenta due
momenti, l'indivisibilita' e il continuum. Il primo momento e' il continuum
della liberta' per ogni vita sulla Terra, e di tutti gli umani senza
discriminazioni di genere, razza, religione, classe e specie. Il secondo
momento e' il continuum e l'indivisibilita' fra la giustizia, la pace, la
sostenibilita': senza sostenibilita' e giusta divisione dei doni della terra
non c'e' giustizia, e senza giustizia non puo' esserci pace.
La globalizzazione delle multinazionali spezza queste continuita', e afferma
il potere del "divide et impera" delle multinazionali, creando competizione
e conflitto fra differenti specie e popoli e fra differenti aspirazioni.
Trasforma la diversita' e la molteplicita' in opposizioni che generano
fondamentalismi da ambo le parti, diffonde insicurezza e usa infine questi
fondamentalismi per spostare l'attenzione e le preoccupazioni dell'umanita'
dalla sostenibilita', dalla giustizia e dalla pace ai conflitti ed alla
violenza etnica e religiosa.
La democrazia della Terra e' la democrazia di ogni vita, e non solo quella
per gli umani privilegiati in ragione della classe, della razza, del genere
e della religione. Dal momento che le altre specie non votano, poiche' non
possono esercitare pressioni e non hanno potere d'acquisto sul mercato, la
democrazia della terra obbliga noi umani a farci carico del loro benessere.
Questo crea la responsabilita' degli esseri umani quali fiduciari ed
amministratori, al posto della nozione dominante di supremazia, controllo e
proprieta'.
La democrazia della Terra privilegia la diversita' in natura e nella
societa', nella forma e nelle funzioni. Quando la dignita' intrinseca ed il
valore di ogni forma di vita, compresa quella umana, sono riconosciuti, la
diversita' biologica e culturale prospera. Le monocolture derivano
dall'esclusione e dal dominio di una specie sull'altra, di una sola
varieta', di una sola razza, di una sola religione. Le monocolture
significano coercizione e perdita di liberta'. La liberta' implica la
diversita'. La diversita' significa liberta'.
Un mito a senso unico, creato dal paradigma della monocultura, e' che la
biodiversita' riduce le rese e la produttivita', mentre le monocolture le
accrescono. Ora, dato che le rese e la produttivita' sono costruite in
termini teorici, esse cambiano a seconda del contesto. Le rese si
riferiscono di solito alla produzione per unita' di superficie di ogni
singola coltura. Se coltiviamo un intero campo a monocoltura, certamente
avremo rese elevate; se coltiviamo diverse varieta' colturali, avremo rese
basse per ogni singola varieta', ma una produzione totale di cibo piu'
elevata.
La democrazia della Terra pone la responsabilita e i doveri al centro del
nostro sistema di relazioni; e i diritti derivano dalla responsabilita'
invece che dal paradigma dominante di diritti senza responsabilita' e
responsabilita' senza diritti. La separazione tra diritti e responsabilita'
e' alla radice della devastazione ecologica e della disuguaglianza di genere
e di classe. Le multinazionali che fanno profitti con l'industria chimica e
con l'inquinamento genetico risultante dalle colture geneticamente
modificate, non devono sopportare il peso di quell'inquinamento. I costi
sociali ed ecologici sono esternalizzati e sopportati da altri, esclusi
dalle decisioni e dai benefici.
La democrazia della Terra si basa su coloro che, pagandone il prezzo,
vogliono dire la loro. Crea pertanto il bisogno di una democrazia di base,
diretta. Da un lato implica lo spostamento delle decisioni dall'alto verso
il basso, dalle istituzioni globali e dai governi centrali alle comunita'
locali. Dall'altro lato, implica un cambiamento nel nostro modo di intendere
la sovranita'. Il globale, per noi, deve rafforzare il locale ed il
nazionale, non minarlo. Dimensione locale e alternative sono le due
discriminanti del sistema economico per la politica dei popoli: senza di
loro, le forze del cambiamento non possono essere mobilitate, nel nuovo
contesto.
Al cuore della costruzione delle alternative e dei sistemi economici e
politici locali c'e' il recupero dei beni comuni e quello della comunita'.
Il movimento per la democrazia vivente rivendica la sovranita' popolare e il
diritto delle comunita' alle risorse naturali. I diritti alle risorse
naturali sono diritti naturali. Non sono concessi dagli stati, e non possono
venire estinti dagli stati o dal Wto o dalle multinazionali, anche se in
regime di globalizzazione ci sono tentativi continui di alienare i diritti
dei popoli alle risorse vitali della terra, dell'acqua e della
biodiversita'.
Il cambiamento e' anche un imperativo ecologico. Come membri della famiglia
terrestre, Vasudhaiva Kutumbhakam, ci spetta una parte delle risorse della
terra. I diritti alle risorse naturali per la sussistenza sono diritti
naturali. Non sono ne' concessi ne' assegnati, ma riconosciuti o ignorati.
Il principio del "diritto" di esproprio da parte dello stato (eminent
domain) conduce inevitabilmente alla situazione del "tutto per alcuni": la
biodiversita' con i brevetti, l'acqua con la privatizzazione e il cibo con
il free trade, tutto a favore delle multinazionali.
Il piu' basilare diritto che abbiamo come specie, e' la sopravvivenza, il
diritto alla vita. La sopravvivenza richiede l'accesso garantito alle
risorse. I beni comuni danno questa garanzia. La privatizzazione e le
recinzioni la distruggono. Il livello locale e' necessario per il recupero
dei beni comuni.
La democrazia della Terra e' il movimento per cambiare le nostri menti, i
nostri sistemi di produzione e i nostri modelli di consumo dalla poverta'
che crea il mercato globale alla sostenibilita' ed alla condivisione della
comunita' terrestre. Questo cambiamento dal mercato globale alla
cittadinanza terrestre propone di spostare il "fuoco" della nostra
attenzione dalla globalizzazione alla localizzazione, dalle multinazionali
ai cittadini.
La democrazia della Terra riguarda la vita e i diritti naturali che
garantiscono le condizioni dello stare in vita. E' la vita di tutti i
giorni, le decisioni e le liberta' relative alla vita di tutti i giorni,
cioe' il cibo che mangiamo, gli abiti che indossiamo, l'acqua che beviamo.
Non e' come le elezioni e l'esercizio del voto una volta ogni 3 o 4 o 5
anni. E' in permanenza una democrazia vibrante, che combina democrazia
economica, democrazia politica e democrazia ecologica. Crea economie
positive, politiche positive, identita' positive. Crea sicurezza.
La democrazia della Terra non e' morta, essa e' viva. In regime di
globalizzazione, anche le forme piu' superficiali di democrazia
rappresentativa muoiono. Ovunque i governi tradiscono i mandati che li hanno
portati al potere. Centralizzano autorita' e potere, usati entrambi per
sovvertire le strutture democratiche delle costituzioni, messe fuori uso da
decreti che soffocano le liberta' civili. La tragedia dell'11 settembre e'
diventata un comodo pretesto per una legislazione antipopolare in tutto il
mondo. Ovunque i politici si sono affidati a programmi xenofobi e
fondamentalisti in un periodo in cui i programmi economici sono stati
cancellati dai contesti nazionali per essere gestiti dalla Banca mondiale,
dal Fondo monetario internazionale, dal Wto e dalle multinazionali.
Il movimento della democrazia della Terra non e' una democrazia morta,
bensi' vivente. Una democrazia e' morta quando i governi non riflettono piu'
la volonta' del popolo e diventano strumenti inaffidabili e antidemocratici
delle multinazionali, in una costellazione globale dominata dalle grandi
corporations come Enron e Chiquita. La globalizzazione delle multinazionali
si basa infatti sul profitto delle grandi corporazioni.
La democrazia della Terra si basa sul mantenimento della vita sul pianeta e
sulla liberta' di ogni specie e di ogni popolo. La globalizzazione delle
multinazionali si basa sul controllo dei mercati a livello globale,
nazionale e locale, sul loro stesso privilegio e sulla minaccia delle
diverse specie, dei mezzi di sussistenza dei poveri e dei piccoli produttori
e commercianti locali.
La democrazia della Terra agisce in accordo con le leggi ecologiche della
natura, limitando l'attivita' commerciale per non danneggiare le altre
specie e popoli. La globalizzazione delle multinazionali opera mediante un
potere centralizzato e distruttivo.
La democrazia della Terra opera attraverso il potere decentrato e la
coesistenza pacifica. La globalizzazione delle multinazionali globalizza
l'avidita' e il consumismo. La democrazia vivente globalizza la compassione,
la cura e la condivisione.
La democrazia della Terra offre un modo nuovo di vedere e un modo nuovo di
essere cittadini della Terra per creare pace, sostenibilita' e giustizia nel
nostro violento e fuggevole tempo.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 99 del 12 novembre 2006

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