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La nonviolenza e' in cammino. 1483



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1483 del 18 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Oggi
2. Luigi Ciotti, Flavio Lotti: C'e' bisogno di pace in Italia e in Medio
Oriente
3. Giancarlo Caselli: Cambiare strada
4. Vandana Shiva: L'Introduzione de "Il bene comune della Terra"
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. OGGI

E' cosa buona e giusta che oggi, con accentuazioni diverse (e purtroppo con
non poche, gravi ambiguita'), si manifesti per la pace in Medio Oriente, per
la cessazione delle stragi e per una soluzione pacifica del conflitto
israelo-palestinese nel riconoscimento del diritto di ogni popolo e di ogni
persona a vivere in liberta', responsabilita', solidarieta', benessere.
Ed e' cosa altrettanto buona e giusta l'incontro degli "stati generali
dell'antimafia" (e purtroppo anche qui ambiguita' e confusioni non mancano).
*
Ma si chieda anche al governo e al parlamento italiano che cessi la
partecipazione italiana alla guerra terrorista e stragista in Afghanistan;
che cessi la guerra dello stato italiano ai migranti, una guerra terrorista
e stragista che lo stato conduce favoreggiando le mafie schiaviste.
Si chieda anche al governo e al parlamento italiano di tornare al rispetto
della Costituzione della Repubblica Italiana. Al rispetto dei diritti umani
di tutti gli esseri umani.

2. DOCUMENTI. LUIGI CIOTTI, FLAVIO LOTTI: C'E' BISOGNO DI PACE IN ITALIA E
IN MEDIO ORIENTE
[Da varie strutture e persone amiche riceviamo e diffondiamo.
Luigi Ciotti e' nato a Pieve di Cadore nel 1945, sacerdote, animatore a
Torino del Gruppo Abele; impegnato contro l'emarginazione, per la pace,
contro i poteri criminali; ha promosso numerosissime iniziative. Riportiamo
la seguente piu' ampia scheda biografica dalla Enciclopedia multimediale
delle scienze filosofiche: "Luigi Ciotti nasce il 10 settembre 1945 a Pieve
di Cadore (Bl), emigra con la famiglia a Torino nel 1950. Nel 1966 promuove
un gruppo di impegno giovanile, che prendera' in seguito il nome di Gruppo
Abele, costituendosi in associazione di volontariato e intervenendo su
numerose realta' segnate dall'emarginazione. Fin dall'inizio, caratteristica
peculiare del gruppo e' l'intreccio dell'impegno nell'accompagnare e
accogliere le persone in difficolta' con l'azione educativa, la dimensione
sociale e politica, la proposta culturale. Nel 1968 comincia un intervento
all'interno degli istituti di pena minorili: l'esperienza si articola in
seguito all'esterno, sul territorio, attraverso la costituzione delle prime
comunita' per adolescenti alternative al carcere. Terminati gli studi presso
il seminario di Rivoli (To), Ciotti nel 1972 viene ordinato sacerdote dal
cardinale Michele Pellegrino: come parrocchia, gli viene affidata "la
strada". Sulla quale, in quegli anni, affronta l'irruzione improvvisa e
diffusa della droga: apre un Centro di accoglienza e ascolto e, nel 1974, la
prima comunita'. Partecipa attivamente al dibattito e ai lavori che portano
all'entrata in vigore, nel 1975, della legge n. 685 sulle tossicodipendenze.
Da allora, la sua opera sul terreno della prevenzione e del recupero
rispetto alle tossicodipendenze e all'alcolismo non si e' mai interrotta. E'
invitato in vari Paesi (Gran Bretagna, Usa, Giappone, Svizzera, Spagna,
Grecia, ex Jugoslavia) per tenere relazioni e condurre seminari sul tema ed
e' chiamato per audizioni presso il Parlamento europeo. Nei primi anni
Ottanta segue un progetto promosso dall'Unione internazionale per l'infanzia
in Vietnam. Sempre sul piano internazionale, promuove programmi di
cooperazione sul disagio giovanile e per gli ex detenuti in alcuni Paesi in
via di sviluppo. Nel 1982, contribuisce alla costituzione del Coordinamento
nazionale delle comunita' di accoglienza (Cnca), presiedendolo per dieci ann
i: al coordinamento, oggi, aderiscono oltre 200 gruppi, comunita' e
associazioni. Nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega italiana per la
lotta all'aids (Lila), nata per difendere i diritti delle persone
sieropositive, di cui e' il primo presidente. Nel marzo 1991 e' nominato
Garante alla Conferenza mondiale sull'aids di Firenze, alla quale per la
prima volta riescono a partecipare le associazioni e le organizzazioni non
governative impegnate nell'aiuto e nel sostegno ai malati. Nel marzo 1995
presiede a Firenze la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione
del danno in materia di droghe, tra i cui promotori vi e' il Gruppo Abele.
Nel corso degli anni Novanta intensifica l'opera di denuncia e di contrasto
al potere mafioso dando vita al periodico mensile "Narcomafie", di cui e'
direttore responsabile. A coronamento di questo impegno, dalle sinergie tra
diverse realta' di volontariato e di un costante lavoro di rete, nasce nel
1995 "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", un network che
coordina oggi nell'impegno antimafia oltre 700 associazioni e gruppi sia
locali che nazionali. Sin dalla fondazione, "Libera" e' presieduta da Luigi
Ciotti. Il primo luglio 1998 riceve all'Universita' di Bologna la laurea
honoris causa in Scienze dell'educazione; Ciotti accoglie il conferimento
del titolo accademico come un riconoscimento significativo dell'opera di
tutto il Gruppo Abele. Alle attivita' del Gruppo Abele, di cui Ciotti e'
tuttora presidente, attendono oltre trecentocinquanta persone che si
occupano di: accoglienza, articolata in due servizi di pronto intervento a
Torino; in otto comunita' che ospitano persone con problemi di
tossicodipendenza, di alcolismo o malate di aids; in un servizio di
accoglienza notturno per persone senza fissa dimora. Il gruppo Abele ha
anche promosso e gestito l'esperienza di una "Unita' di strada" a Torino, la
seconda attivata in Italia; lavori di tipo artigianale, informatico,
agricolo, condotti attraverso la costituzione di cooperative sociali e di
uno specifico progetto Carcere e lavoro; interventi di cooperazione
internazionale in Costa d'Avorio, Guatemala, Messico; iniziative culturali,
informative, educative, di prevenzione e formazione, che si svolgono
attraverso l'Universita' della Strada, l'Universita' Internazionale della
Strada, il Centro Studi, documentazione e ricerche, l'Ufficio Stampa e
comunicazione, la casa editrice Edizioni Gruppo Abele, la libreria Torre di
Abele, le riviste "Animazione sociale" e "Narcomafie", l'Ufficio scuola.
Luigi Ciotti e' stato piu' volte membro del Consiglio Presbiteriale ed e'
attualmente membro del Consiglio Pastorale della Diocesi di Torino. Da
alcuni anni tiene corsi di formazione presso la Scuola per vigili urbani di
Torino e provincia. Nei primi anni Ottanta e' stato docente presso la Scuola
superiore di polizia del ministero dell'Interno. Giornalista pubblicista dal
1988, Ciotti e' editorialista e collabora con vari quotidiani e periodici
(tra cui: La Stampa, L'Avvenire, L'Unita', Il Manifesto, Il Sole-24 Ore, il
Mattino, Famiglia Cristiana, Messaggero di Sant'Antonio, Nuovo Consumo),
scrive su riviste specializzate per operatori sociali e insegnanti,
interviene su testate locali". Opere di Luigi Ciotti: e' autore di vari
libri a carattere educativo, di impegno sociale, di riflessione spirituale;
tra le sue pubblicazioni segnaliamo: Genitori, figli e droga, Edizioni
gruppo Abele, Torino 1993; Chi ha paura delle mele marce?, Edizioni gruppo
Abele - Sei, Torino 1992; Persone, non problemi, Edizioni gruppo Abele,
Torino 1994; Terra e cielo, Mondadori, Milano 1998; naturalmente ha anche
contribuito con propri interventi a numerosi testi collettanei.
Flavio Lotti e' coordinatore della Tavola della pace, la principale rete
pacifista italiana, organizzatrice della marcia Perugia-Assisi]

Sabato 18 novembre a Milano e a Roma decine di migliaia di ragazzi e
ragazze, donne e uomini, organizzazioni della societa' civile, enti locali e
forze politiche s'incontreranno per rinnovare il proprio impegno per la pace
e organizzare la speranza.
A Milano manifesteremo per denunciare l'assenza di iniziative concrete ed
efficaci per la pace in Medio Oriente, le complicita' e le inerzie
irresponsabili che alimentano la spirale dell'odio e della violenza. A Roma,
negli Stati Generali dell'Antimafia "Contromafie", manifesteremo contro le
mafie, la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli
affari delle organizzazioni criminali e il malcostume.
Saranno manifestazioni piene di proposte concrete per "fare" e non solo
"dire" pace, per costruire percorsi efficaci di pace e di giustizia;
proposte all'insegna della promozione della dignita' e dei diritti delle
persone e dei popoli, della legalita' e del diritto internazionale.
*
C'e' bisogno di pace in Italia e in Medio Oriente. In Italia: negli ultimi
dieci anni abbiamo contato oltre 2.500 morti di mafie, di cui 155 vittime
innocenti, 37 tra ragazzi, ragazzine, bambini. In Medio Oriente: i morti non
si contano piu', per alcuni popoli, come quello palestinese e israeliano, la
guerra non e' mai finita e la scia di sangue si allunga ogni giorno.
C'e' bisogno di lavorare insieme per la pace, la giustizia e la legalita' in
Italia e in Medio Oriente. Non c'e' un dentro e un fuori: non c'e' una
politica "interna" e una politica "estera", siamo tutti cittadini dello
stessa societa' planetaria. Non c'e' un prima (sistemiamo le cose di casa
nostra) e un dopo (ci occuperemo del mondo): la violenza contro la dignita'
e i diritti delle persone esige il nostro intervento al di la' di ogni
latitudine e longitudine.
La violazione della legalita' nei territori a forte presenza mafiosa, cosi'
come la violazione della legalita' e del diritto internazionale in Medio
Oriente procurano lo stesso scempio, provocano violenza, mietono vittime tra
i piu' deboli in balia della legge dei prepotenti. Per questo siamo
impegnati in percorsi e laboratori di educazione alla pace e alla legalita':
per affermare, promuovere e diffondere la cultura nuova dei diritti umani,
della cittadinanza consapevole, del riconoscimento della dignita' innata di
ogni persona.
Per fare pace in Italia e in Medio Oriente e' urgente una politica nuova con
meno parole e piu' iniziative concrete, piu' attenta alle vere urgenze delle
persone, vicine e lontane, rispettosa e aperta alla collaborazione con tutti
i soggetti e i movimenti della societa' impegnati ad affrontare le grandi
sfide del nostro tempo. Ma non basta.
L'altra urgenza riguarda il mondo dell'informazione. Cosi' non va. Cosi' non
puo' continuare. Alcune piccole attenzioni occasionali non bastano. C'e'
bisogno che il servizio pubblico innanzitutto, e tutto il resto dei media si
mettano davvero, con continuita' e professionalita', al servizio della pace.
C'e' bisogno di piu' apertura alla societa' e al mondo, piu' attenzione alle
persone e ai popoli, piu' informazione e dibattito democratico. La vera
sfida della qualita' dell'informazione si gioca innanzitutto qui, sulla
pace, sulla volonta' e la capacita' dei media di mettersi al servizio di
questa grande impresa che e' la costruzione della pace a casa nostra e nel
mondo che oramai ci sta sempre piu' vicino.
*
Sabato 18 novembre a Milano e a Roma saremo insieme per tutto questo e per
dire basta alla violenza, alla guerra, al terrorismo ma anche alle
ingiustizie, alle violazioni dei diritti umani, all'illegalita', alle
collusioni, ai killer della speranza, all'informazione violentata, alla
cultura della guerra che stanno uccidendo anche la capacita' di sognare e di
impegnarci tutti per costruire un paese e un mondo dove possiamo essere
tutti un po' piu' veri e felici.
A ognuno di fare qualcosa. Il tempo di fare pace e' adesso.
*
Don Luigi Ciotti, presidente di Libera
Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace
Perugia, 16 novembre 2006

3. RIFLESSIONE. GIANCARLO CASELLI: CAMBIARE STRADA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 novembre 2006. Gian Carlo Caselli
(Alessandria 1939), prestigioso magistrato impegnato contro terrorismo e
mafia, e' attualmente procuratore generale presso la Corte d'appello di
Torino; dal 1964 e' assistente volontario di Storia del diritto italiano
presso l'Universita' di Torino; entrato in magistratura nel 1967 ha
cominciato sua carriera in magistratura a Torino come giudice istruttore
impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle Brigate rosse;
nel 1984 fa parte della Comissione per l'analisi del testo di delega del
nuovo codice di procedura penale, dal 1986 al 1990 e' stato membro del
Consiglio superiore della magistratura, nel 1991 e' consulente della
Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e sulle cause della
mancata individuazione dei responsabili delle stragi, ha diretto la Procura
di Palermo dal 1993 al 1999, dal 1999 al 2001 ha diretto il Dipartimento
dell'amministrazione penitenziaria, nel 2001 e' stato nominato
rappresentante a Bruxelles nell'organizzazione comunitaria contro la
criminalita' organizzata Eurojust; svolge anche un'intensa attivita'
pubblicistica su quotidiani e periodici. Opere di Gian Carlo Caselli: (con
Antonio Ingroia), L'eredita' scomoda, Feltrinelli, Milano 2001; Un
magistrato fuori legge, Melampo 2005; (con Raoul Muhm), Il ruolo del
Pubblico Ministero. Esperienze in Europa, Vecchiarelli, Manziana (Roma)
2005; (con Livio Pepino), A un cittadino che non crede nella giustizia,
Laterza, Roma-Bari 2005. Opere su Gian Carlo Caselli: Vincenzo Tessandori,
Ettore Boffano, Il procuratore, Baldini & Castoldi, Milano 1995; Riccardo
Castagneri, "I miei anni a Palermo". La verita' di Gian Carlo Caselli, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2006]

Sarebbe assurdo. Nessuno chiede che si parli sempre e soltanto di mafia. Ma
basterebbe che le si dedicasse almeno lo stesso tempo del delitto di Cogne,
e non saremmo qui a constatare che della mafia si parla unicamente quando
non se ne puo' fare a meno: dopo l'arresto di Provenzano in Sicilia (ma con
predilezione per gli aspetti folkloristici...); dopo l'omicidio Fortugno in
Calabria; dopo l'arresto di una giudice ancora in Calabria; mentre infuria
la mattanza di camorra in Campania. E anche quando se ne parla, il taglio -
spesso - e' quello degli "approfondimenti" che aggiungono poco o nulla, dei
pregiudizi ben mascherati, dei personaggi di riguardo da imbozzolare... Fino
ad oggi, ad esempio, ben pochi italiani sanno che il senatore Andreotti, con
sentenza definitiva ed irrevocabile della cassazione, e' stato ritenuto
responsabile del delitto di associazione a delinquere con "Cosa nostra",
delitto prescritto ma provato e commesso (mica poco!) fino alla primavera
del 1980.
Dunque, occorre cambiare strada. E' l'obiettivo degli "Stati generali
dell'antimafia". Una tre giorni di "idee, percorsi e proposte per un
rinnovato impegno" contro le mafie che si svolgera' a Roma il 17/19
novembre. Piu' competenze, esperienze e saperi per ragionare insieme;
tracciando una mappa strutturale, non schiacciata sul contingente
(l'emergenza di turno), che sappia cogliere le radici e l'essenza delle
mafie; che sappia organizzare il contrasto a tutti i livelli con
continuita', senza oscillazioni che ogni volta costringano a ricominciare da
capo o quasi.
La mafia (in tutte le sue articolazioni, nazionali ed internazionali) e' un
fenomeno complesso. Per cio' stesso occorrono tante medicine, tante cure. Le
manette sono necessarie, ma guai a cedere all'illusione repressiva. Sono
altrettanto necessarie l'educazione alla legalita', la promozione seria (non
parolaia) di incisive attivita' economico-sociali, l'occupazione. Solo cosi'
si puo' sperare di ridurre il grande mare del consenso mafioso, che e'
alimentato proprio dalla mancanza di risposte adeguate a bisogni, esigenze e
diritti fondamentali di larghi strati di popolazione, soprattutto giovanile.
Nello stesso tempo si deve respingere l'illusione sociologica. Se la
disoccupazione sparisse d'incanto, non per questo mafie e delinquenza urbana
(l'intreccio e' forte soprattutto per la camorra) automaticamente
svanirebbero.
Anche in zone di piena occupazione, infatti, si registrano fenomeni di
delinquenza. Perche' va sempre piu' estendendosi una "economia della
delinquenza", che riguarda oltre alle grandi mafie (capaci di spostare
grandi capitali da un continente all'altro), anche la microcriminalita', che
ricicla i suoi guadagni in appartamenti, esercizi commerciali ecc. Di qui
l'assoluta necessita' di un nuovo impulso all'aggressione delle ricchezze
illegali (anche creando un'apposita Agenzia per la gestione dei beni
confiscati ai mafiosi che sia in grado di operare non con criteri
burocratici, ma con un organico disegno politico di impoverimento dei
mafiosi).
Quel che gli "Stati generali" si propongono di mettere in evidenza e' che
troppi ancora rifiutano di ammettere che le mafie sono una grande questione
nazionale. Una metastasi che dalle regioni di storico insediamento (e
controllo) si e' diffusa un po' dovunque attraverso il riciclaggio. Un
condizionamento della politica e uno zavorramento dell'economia del Paese.
In definitiva, un azzoppamento della democrazia, svuotata di effettivita' in
alcuni suoi passaggi essenziali.
Certo, e' anche necessario smetterla di predicare bene e razzolare male.
Cio' significa recuperare questione morale e senso della legalita'. Se
prevale la tesi che "cosi' fan tutti", se i condoni a raffica penalizzano
chi rispetta le regole, se nessuno di quelli che contano paga davvero (anche
quando vien trovato con le mani nel sacco), se leggi ad personam cancellano
precise responsabilita', se siamo spietati con gli altri, mentre per noi
pretendiamo clemenza: ecco l'eclissi della questione morale e della
legalita'. Un buio che irrobustisce la malapianta mafiosa. Un lusso che non
ci possiamo permettere.

4. MAESTRE. VANDANA SHIVA: L'INTRODUZIONE DE "IL BENE COMUNE DELLA TERRA"
[Da "Information guerrilla" (www.informationguerrilla.org), che la pubblica
per gentile concessione della casa editrice, riprendiamo l'Introduzione (pp.
7-19) dell'ultimo libro di Vandana Shiva, Il bene comune della Terra,
Feltrinelli, Milano 2006. Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana,
direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle istituzioni
universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche
come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture native, e' oggi
tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi,
di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e
distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali
dagli esiti pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere
allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati
Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche
sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino
2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto
brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli,
Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione, Utet, Torino 2005; Il
bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006]

Il progetto democratico ed ecologista che ispira questo studio ha origini
antiche, ma costituisce anche l'obiettivo di fondo di un movimento politico
emergente che difende la pace, la giustizia e la sostenibilita'. Concepire
il pianeta come una grande comunita' e come un bene comune inalienabile a
tutte le forme di vita che lo popolano significa porre in correlazione il
particolare e l'universale, le diversita' specifiche e gli aspetti comuni,
le dimensioni del locale e del globale, richiamandosi a quella che in India
viene descritta come vasudhaiva kutumbkham, la "famiglia terrestre",
l'insieme di tutti gli esseri viventi che traggono sostentamento dal nostro
pianeta. I nativi americani, al pari di tutte le culture indigene del mondo,
concepivano la vita come un continuum che vincola le sorti dell'essere umano
a quelle di tutte le altre specie, attraverso un  condizionamento reciproco
che coinvolge tutte le generazioni passate, presenti e future. Il discorso
che capo Seattle, della tribu' dei Suquamish, pronuncio' nel 1848 evoca bene
tale continuita' del vivente:
"Come si puo' pensare di vendere o di acquistare il cielo, o il calore della
terra? Quest'idea e' davvero strana per noi.
"Se la brezza dell'aria e la luminosita' dell'acqua non ci appartengono,
come potete pensare di comprarle da noi?
"Anche la piu' piccola parte di questa terra e' sacra al mio popolo. Ogni
ago di pino lucente, ogni riva sabbiosa, la bruma che si diffonde
nell'oscurita' dei boschi, ogni insetto che ronza sereno e' santo nella
memoria e nell'esperienza di vita della mia gente. La linfa che scorre negli
alberi porta con se' i ricordi dell'uomo rosso.
Questo sappiamo: la terra non appartiene all'uomo; e' l'uomo che appartiene
alla terra. Questo sappiamo. Ogni cosa e' correlata come il sangue che
unisce la nostra famiglia. Ogni cosa e' correlata".
Il movimento democratico globale prende forma dal riconoscimento di queste
correlazioni, dei diritti e delle responsabilita' che ne derivano. La
protesta di capo Seattle: "La terra non appartiene all'uomo", trova eco in
altre e piu' recenti forme di contestazione: "Il nostro mondo non e' in
vendita", "La nostra acqua non e' in vendita", "I nostri semi e la nostra
biodiversita' non sono in vendita". Queste forme di resistenza alle
privatizzazioni imposte dall'ideologia insensata della globalizzazione
economica costituiscono le fondamenta del nuovo movimento democratico.
*
Le multinazionali concepiscono il mondo in termini di mero possesso e il
mercato in termini di mero profitto. Ma dopo quanto e' accaduto a Bangalore
nel 1993, quando mezzo milione di contadini indiani insorsero per opporsi
alla classificazione dei semi come proprieta' privata sancita dal Wto (World
Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio) con l'accordo
Trips (Trade Relate Intellectual Property Rights) relativo agli aspetti
attinenti al commercio dei diritti di proprieta' intellettuale, dopo che gli
incontri ministeriali sono stati interrotti due volte dalla protesta
popolare, dapprima a Seattle nel 1999 e successivamente a Cancun nel 2003,
l'agenda delle multinazionali ci appare sempre piu' contrastata dall'apporto
creativo, dall'intelligenza e dal coraggio di milioni di persone che
concepiscono la terra come una famiglia, come una comunita' che lega tutte
le forme di vita e tutti gli esseri umani senza distinzioni di razza, classe
sociale, culto o nazionalita'.
La globalizzazione imposta dalle multinazionali concepisce il pianeta in
termini di proprieta' privata. Al contrario, i nuovi movimenti difendono le
risorse locali e globali del territorio perche' lo intendono come bene
comune. Le comunita' che insorgono in ogni continente per contrastare la
distruzione delle loro diversita' biologiche e culturali, dei loro mezzi di
sostentamento e delle loro stesse vite costituiscono l'alternativa
democratica alla trasformazione del mondo in un gigantesco supermercato, in
cui beni e servizi prodotti con costi ecologici, economici e sociali
estremamente alti vengono rivenduti a prezzi stracciati. Opponendosi a
questa globalizzazione liberista e suicida che inquina il pianeta, dilapida
ogni risorsa e impone la dislocazione forzata di milioni di contadini,
lavoratori e artigiani, le comunita' si impegnano a sviluppare delle
economie alternative che proteggono la vita e promuovono la creativita'
individuale.
La globalizzazione economica si configura come una nuova forma di "enclosure
of the commons", la recinzione delle terre comuni britanniche, come una
privatizzazione imposta attraverso atti di violenza e dislocazioni forzate.
Anziche' generare abbondanza, questa privatizzazione subordinata al profitto
produce nuove esclusioni, nuove espulsioni e maggiore poverta'. Non solo, ma
trasformando in merce ogni risorsa e forma di vita, essa depriva anche i
popoli e le specie viventi dei loro fondamentali diritti in termini di
spazio ecologico, culturale, economico e politico. La proprieta' privata dei
ricchi torna cosi' a fondarsi su una rapina ai danni dei poveri. Le
privatizzazioni si traducono in un esproprio delle risorse pubbliche e dei
beni comuni dei soggetti piu' poveri, che si ritrovano ad essere
economicamente, politicamente e culturalmente depauperati.
I brevetti sulla vita e la retorica di un mondo fondato sulla proprieta'
privata, in cui qualsiasi cosa, dall'acqua alla biodiversita', dalle cellule
ai geni, dagli animali alle piante, viene considerata in termini di merce,
si traducono in una visione del mondo che non riconosce il valore
intrinseco, l'integrita' e la sovranita' di ogni forma di vita. Secondo
questa ideologia, il diritto dei contadini a disporre dei semi, dei malati a
ricevere le loro medicine a prezzi accessibili, dei piccoli produttori a una
ripartizione equa delle risorse terrene possono essere liberamente violati.
La retorica della proprieta' privata nasconde la filosofia di morte di chi,
pur scandendo slogan a favore della vita, cerca di impadronirsi di tutte le
risorse del pianeta e della creativita' umana per controllarle e
monopolizzarle. In Inghilterra, le recinzioni delle terre comuni
trasformarono milioni di contadini in forza lavoro disponibile sul mercato.
Se queste prime recinzioni si limitavano a sottrarre delle terre, l'attuale
privatizzazione si spinge fino a mercificare ogni aspetto della vita, dai
saperi comuni alle tradizioni culturali, dall'acqua alla biodiversita',
inclusi servizi pubblici quali la sanita' e l'istruzione.
*
A fronte di tale situazione, la difesa dei beni comuni costituisce
l'espressione piu' alta di una concezione democratica dell'economia.
La privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici e la mercificazione dei
mezzi di sostentamento dei poveri altro non sono che un vero e proprio furto
ai danni della sicurezza economica e culturale dei popoli. Milioni di
persone deprivate della loro identita' e della possibilita' di provvedere
dignitosamente alla loro esistenza vengono indotte a ricorrere
all'estremismo, al terrorismo e al fondamentalismo religioso. Queste
ideologie identificano l'altro con il nemico e rivendicano un'identita'
esclusiva per poter sfuggire a una realta' alla quale rimangono invece
ecologicamente, culturalmente ed economicamente connesse. Il loro tentativo
di sottrarsi si traduce in un comportamento antagonistico e cannibale.
L'ascesa dell'estremismo e del terrorismo e' un fenomeno direttamente
imputabile alle nuove forme di recinzione o privatizzazione introdotte dal
colonialismo della globalizzazione economica. Cosi' come il cannibalismo di
polli e maiali soggetti a un allevamento intensivo si sconfigge con il
ricorso a metodi piu' naturali, anche il terrorismo, l'estremismo e le
ideologie che invocano la pulizia etnica e l'intolleranza religiosa vanno
affrontati come aberrazioni prodotte dalla globalizzazione economica,
patologie che si possono sanare soltanto democratizzando la realta' globale.
La privatizzazione genera esclusione, e l'esclusione e' il prezzo che la
globalizzazione economica cerca di occultare. Le nostre azioni di protesta
contro la biopirateria del neem, del riso basmati e del grano hanno saputo
raggiungere l'obiettivo che si erano preposte, ottenendo un riconoscimento
del nostro patrimonio biologico e intellettuale come bene comune. La lotta
vittoriosa delle donne di Plachimada, una piccola comunita' tribale dello
stato indiano del Kerala, contro la piu' grande multinazionale del mondo, la
Coca-Cola, costituisce un esempio tra i piu' significativi delle
potenzialita' dei movimenti democratici emergenti.
I nuovi diritti sulla proprieta' intellettuale privatizzano un patrimonio
comune di natura biologica, intellettuale e digitale. La privatizzazione ci
depriva anche delle nostre risorse idriche. Ogni bene comune privatizzato
comporta la dislocazione e la perdita d'autonomia di molti soggetti umani,
l'arricchimento di una minoranza a scapito di un generale aumento della
poverta'. La dislocazione forzata produce precarieta', e nelle sue forme
piu' estreme puo' arrivare a negare anche i piu' elementari diritti alla
vita. Con la diffusione delle sementi geneticamente modificate e degli
aborti indotti per selezionare il sesso dei nascituri, assistiamo alla
progressiva scomparsa di un numero crescente di piccoli agricoltori e di
donne. L'entita' e il tasso di sviluppo di questo fenomeno sono direttamente
proporzionali alla "crescita economica" imposta dai promotori della
globalizzazione neoliberista.
*
Per fortuna pero', queste forme di genocidio brutale non costituiscono
l'unica e incontrastata tendenza della storia contemporanea.
Un futuro diverso ha preso forma per le strade di Seattle e Cancun, nelle
case e nelle comunita' agricole di tutto il mondo.
Un futuro che si basa sul principio di inclusione, anziche' di esclusione;
sulla nonviolenza e sulla difesa del pianeta come bene comune, anziche' come
territorio da recintare; su una libera condivisione delle risorse terrene,
anziche' sulla loro privatizzazione e monopolizzazione. Il movimento
democratico globale deriva da un'esperienza collettiva di dialogo e
solidarieta', di pluralismo e cooperazione, di confronto e di scambio tra le
diversita'. Questa e' l'alternativa democratica a piani economici quali il
"Progetto per il nuovo secolo americano" (1), un piano di sviluppo definito
a porte chiuse e condizionato dalla mentalita' angusta delle multinazionali.
Le nostre proposte si qualificano infatti come portato della nostra
autonomia organizzativa, di identita' profondamente radicate nello specifico
delle realta' locali, della nostra molteplicita' e diversita'. Il nostro
intervento non si limita a prendere in considerazione gli interessi del
genere umano, ma si estende alla tutela di tutte le forme di vita che
popolano il pianeta. E' qualcosa di piu' dell'organizzazione della prossima
protesta o del prossimo Social forum: e' quanto intendiamo fare
quotidianamente, nella vita di tutti i giorni, per modificare la realta'
globale attraverso un impegno individuale e radicato nel tessuto delle
nostre realta' locali. I cambiamenti che riusciamo a ottenere possono
sembrare di poco conto, ma l'impatto che producono sara' determinante per le
sorti del pianeta e dell'umanita'. Essi mirano infatti a contrastare la
logica violenta e autodistruttiva perpetrata dalle culture, dalle economie e
dalle politiche di morte, per sostituirla con nuovi modelli di sviluppo
economico, politico e culturale fondati sulla nonviolenza e sulla
creativita' che promuovono, valorizzano e sostengono la vita.
Il progetto di costituire una democrazia della comunita' terrena non deve
essere inteso come un'astrazione, ma come l'insieme delle pratiche
specifiche dei popoli che reclamano i loro beni comuni, le loro risorse e il
diritto di vivere liberi e in pace, preservando la loro identita' e la loro
dignita'. Poiche' si tratta di una realta' multiforme e composita, ho scelto
di soffermarmi su alcuni esempi significativi dei progetti politici,
economici e culturali che concorrono a costituirla. Queste tre dimensioni
della politica, dell'economia e della cultura sono ovviamente inseparabili.
*
I modelli economici che adoperiamo per produrre e scambiare beni e servizi
sono condizionati dai valori della nostra cultura e dal nostro sistema
politico. Anche lo sviluppo di un modello economico alternativo si verifica
pertanto in sinergia con l'elaborazione di una nuova cultura e di nuove
istituzioni piu' democratiche.
Le economie che apportano la vita sono i luoghi e le pratiche in cui le
risorse comuni vengono condivise equamente, per provvedere al fabbisogno di
cibo e di acqua e per conferire un senso all'esistenza dei singoli e della
comunita'. Il movimento democratico globale sorge dalla consapevolezza di
essere radicati nello specifico di una realta' locale che tuttavia
interagisce con la realta' globale del pianeta, per non dire dell'universo
intero. Si tratta di un modello di sviluppo planetario che non puo' fondarsi
sulla speculazione finanziaria o sul trasferimento immotivato di beni e
servizi, ma sui principi dell'ecologia e della solidarieta'.
Un'economia globale che tiene conto dei limiti imposti dall'ecologia non
puo' che valorizzare la produzione locale, per ridurre gli sprechi di
risorse umane e naturali. E solamente quelle economie che adottano un
modello di sviluppo ecologico possono diventare delle economie che apportano
la vita, in grado di assicurare un futuro sostenibile. I nostri piani di
sviluppo non possono essere condizionati dalla logica aziendale dei profitti
trimestrali, come pure dalle scadenze quadriennali o quinquennali dei
politici. Occorre considerare ben altro, perche' il futuro coinvolge
l'evoluzione di tutte le forme di vita terrene e il benessere di tutti gli
individui che compongono la nostra famiglia, la nostra comunita' e l'intera
societa' umana. La tutela dell'ecologia costituisce un obiettivo prioritario
perche' la nostra identita' principale e' proprio quella ecologica.
*
Noi siamo cio' che mangiamo, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo. La
nostra liberta' non puo' prescindere dal diritto a un controllo democratico
del cibo, dell'acqua e della nostra sopravvivenza ecologica.
Le democrazie che tutelano la vita sono gli spazi e gli strumenti politici
necessari per riconquistare le nostre liberta' fondamentali, per difendere i
nostri diritti e per espletare i nostri doveri e le nostre responsabilita'
comuni: proteggere la terra, difendere la pace e promuovere la giustizia
sociale. I fautori della globalizzazione economica sostengono che il libero
mercato promuove uno sviluppo della democrazia. In realta', le
multinazionali distruggono la democrazia in ogni sua forma, a ogni livello.
La privatizzazione delle risorse comuni rappresenta l'effetto negativo piu'
evidente, perche' cancella le democrazie di base proprio come la recinzione
delle terre provoco' la scomparsa delle comunita' contadine in Inghilterra.
Ma anche gli stessi accordi economici che promuovono la globalizzazione non
vengono decisi democraticamente, poiche' sono sanciti e imposti da
organizzazioni come la Banca mondiale, il Wto o il Fondo monetario
internazionale a prescindere dalla volonta' delle comunita' e dei paesi
direttamente coinvolti. Le multinazionali che controllano la globalizzazione
indeboliscono le istituzioni democratiche dei paesi in cui operano, perche'
le loro decisioni vengono prese scavalcando le istituzioni parlamentari e i
singoli cittadini. Qualsiasi governo appena eletto, indipendentemente
dall'orientamento politico, si trova costretto ad approvare una serie di
riforme economiche di stampo neoliberista. L'attuale processo di
globalizzazione rende impossibile lo sviluppo di un'economia democratica,
configurandosi come una vera e propria dittatura economica delle
multinazionali.
Quando una dittatura economica indebolisce le istituzioni democratiche di
una nazione, si assiste anche alla crescita di pericolosi fenomeni quali il
fondamentalismo  religioso e l'estremismo di destra. Ecco allora che la
globalizzazione non provoca soltanto una crisi della democrazia, ma anche
l'avvento di una democrazia di morte che ricorre all'odio, al terrore e alla
discriminazione sociale per ottenere voti e potere.
Impegnarsi in un progetto di democratizzazione ecologica e sociale
significa, al contrario, concepire e progettare delle democrazie che
tutelino la vita assicurando a tutti la possibilita' di esprimersi su
questioni fondamentali come il cibo, che mangiamo o che ci viene negato,
come l'acqua, che beviamo o che ci viene sottratta perche' e' stata
inquinata o privatizzata, come l'aria, che respiriamo o che forse ci
avvelena. Le democrazie che tutelano la vita si fondano sul riconoscimento
del valore intrinseco di tutte le specie, di ogni popolo e di ogni cultura,
sull'equa ripartizione delle risorse terrene e sulla comune gestione di tali
risorse.
*
Le culture che valorizzano la vita sono spazi in cui possiamo configurare ed
esprimere valori, convinzioni politiche o religiose, pratiche e tradizioni
diverse, pur restando in sintonia profonda con la nostra identita' comune e
universale di esseri umani che condividono la terra, l'acqua e l'aria con
tutte le altre specie. Tali culture si fondano sulla nonviolenza e sulla
solidarieta', sul pluralismo e sull'uguaglianza, sul rispetto della
giustizia, della diversita' e della vita in tutte le sue forme.
Una cultura che cresce in seno a un'economia che protegge la vita trova
spazio per tutti gli esseri viventi, senza distinzioni di sesso, etnia,
religione o specie. Essa esprime un radicamento profondo alla terra e alle
specificita' del luogo in cui si origina, ma anche un sentimento di
solidarieta' per tutto il genere umano, una coscienza universale che nasce
dal sentirsi parte di un'unica famiglia terrena. Le culture che valorizzano
la vita si fondano sulla compresenza di molte identita'. La nostra identita'
terrena e' data al tempo stesso dall'esperienza concreta della realta' in
cui viviamo - della quotidianita' del lavoro e del riposo, del gioco e del
pianto - e dalla globalita' delle pratiche che ci correlano al resto del
mondo.
"Ogni cosa e' correlata," come insegna capo Seattle. Noi esistiamo in
rapporto con la terra, localmente e globalmente. Le culture che valorizzano
la nostra identita' terrena ci insegnano a seguire dei criteri di sviluppo
ecologicamente compatibili. Soltanto ricordandoci di essere cittadini della
terra e figli di questo pianeta possiamo riscoprire la nostra identita'
comune e superare le scissioni profonde, l'intolleranza, l'odio e il terrore
provocati dalle privatizzazioni, dalla polarizzazione del mondo e dagli
sconvolgimenti introdotti dalla globalizzazione economica.
Le culture indigene che credono in una convivenza pacifica delle specie e
dei popoli, nel rispetto delle differenze biologiche e culturali dei singoli
percorsi evolutivi, sono ancora vive nella nostra memoria collettiva e ci
aiutano a concretizzare il progetto di una democrazia della comunita'
terrena. Il principio di interconnessione e inseparabilita' su cui si fonda
questa antica visione viene ribadito anche, in maniera significativa, dalla
scienza contemporanea: si pensi alla teoria dei quanti, al continuum
spazio-temporale della relativita' generale, o alla complessita' delle
strutture degli organismi viventi.
In tempi piu' recenti, questa visione del mondo si e' espressa attraverso i
valori, le prospettive e le azioni dei movimenti impegnati a perseguire la
pace, la giustizia e la sostenibilita'. Viviamo in un'epoca in cui
l'asservimento della democrazia agli interessi del capitalismo globale ha
generato nuove paure, nuove insicurezze, nuovi fondamentalismi e nuove
manifestazioni di violenza. In India e negli Stati Uniti, le elezioni del
2004 hanno evidenziato come la disoccupazione e il diffondersi della
poverta' possano costituire un terreno fertile per l'ascesa del
fondamentalismo religioso, un'ideologia che semina discordia e fa leva sulle
differenze culturali per distogliere l'attenzione da quei valori che invece
possono unirci: il lavoro, l'ambiente, i diritti umani, la nostra comune
appartenenza all'umanita'.
*
Concepire la Terra come una grande comunita' democratica ci aiuta invece a
riappropriarci della nostra identita' di esseri umani e delle correlazioni
che ci uniscono a tutte le altre specie. Questa visione del mondo rispetta
la sacralita' della vita in tutto il vivente, senza distinzioni di classe,
casta, genere o religione, e ci insegna a sconfiggere l'avidita' e la
violenza subordinando i nostri interessi individuali a quelli della famiglia
terrena. Privatizzare l'acqua o introdurre dei brevetti sulla vita diventa
allora impensabile, perche' tutti gli esseri viventi hanno il diritto di
vivere e sostentarsi. Se la famiglia terrena riconosce, come capo Seattle,
che "ogni cosa respira all'unisono, l'albero, l'animale e l'uomo" e che
"l'aria condivide il suo spirito con tutte le creature viventi", essa non
consentira' piu' a una parte della comunita' internazionale di alterare il
clima, di impadronirsi delle risorse atmosferiche comuni e di produrre il
36% dell'inquinamento da anidride carbonica mondiale, a scapito dei diritti
delle altre specie e degli altri popoli.
Conservare gli equilibri ecologici necessari per la sopravvivenza del nostro
pianeta e difendere i diritti umani fondamentali come quello all'acqua, al
cibo, alla salute, all'istruzione, al lavoro e a un'esistenza dignitosa:
questo e' l'impegno di una visione democratica e comunitaria che riconosce
l'importanza della vita e la rispetta in tutte le specie e in tutti i
popoli.
Negli ultimi trent'anni, la mia adesione a questa concezione del mondo si e'
tradotta in un impegno concreto all'interno dei movimenti che lottano per
un'affermazione universale dei diritti umani e di quei movimenti ecologisti
e animalisti che riconoscono il valore intrinseco di tutte le specie. La
difesa dell'umanita' non puo' prescindere da quella delle altre specie,
perche' soltanto una comunita' terrena unita e solidale puo' costituire
un'alternativa reale a una globalizzazione economica che riconosce soltanto
i diritti delle multinazionali e trasforma gli esseri viventi in materie
prime da poter sfruttare o in rifiuti facilmente eliminabili.
Sentirsi parte della comunita' terrena significa entrare in sintonia con la
fluidita' della vita, che si rinnova e si rigenera costantemente. Significa
percepire la continuita' del vivente, dalla nostra esistenza quotidiana a
quella dell'universo, e comprendere il significato universale della nostra
epoca, della simultanea interazione di diverse realta'. La comunita' terrena
deve pulsare in armonia con le potenzialita' infinite di un universo in
continua espansione, anche quando si trova ad affrontare minacce che mettono
a rischio la sopravvivenza stessa della nostra specie. Essa custodisce le
nostre speranze nei momenti piu' critici; ci lascia intravedere la pace in
un mondo di guerre senza fine; ci induce ad amare la vita appassionatamente
e con coraggio nonostante i messaggi di odio e morte veicolati dai media e
dai gruppi di potere.
*
Principi costitutivi di una democrazia della comunita' terrena
1. Tutte le specie, tutti gli esseri umani e tutte le culture possiedono un
valore intrinseco.
Tutti gli esseri viventi sono soggetti dotati di intelligenza, integrita' e
di un'identita' individuale. Non possono essere ridotti al ruolo di
proprieta' privata, di oggetti manipolabili, di materie prime da sfruttare o
di rifiuti eliminabili. Nessun essere umano ha il diritto di possedere altre
specie, altri individui, o di impadronirsi dei saperi di altre culture
attraverso brevetti o altri diritti sulla proprieta' intellettuale.
2. La comunita' terrena promuove la convivenza democratica di tutte le forme
di vita.
Siamo membri di un'unica famiglia terrena, uniti gli uni agli altri dalla
fragile ragnatela della vita del pianeta. Pertanto e' nostro dovere assumere
dei comportamenti che non compromettano l'equilibrio ecologico della Terra,
nonche' i diritti fondamentali e la sopravvivenza delle altre specie e di
tutta l'umanita'. Nessun essere umano ha il diritto di invadere lo spazio
ecologico di altre specie o di altri individui, ne' di trattarli con
crudelta' e violenza.
3. Le diversita' biologiche e culturali devono essere difese.
Le diversita' biologiche e culturali hanno un valore intrinseco che deve
essere riconosciuto. Le diversita' biologiche sono fonti di ricchezza
materiale e culturale che pongono le basi per la sostenibilita'. Le
differenze culturali sono portatrici di pace. Tutti gli esseri umani hanno
il dovere di difendere tali diversita'.
4. Tutti gli esseri viventi hanno il diritto naturale di provvedere al loro
sostentamento.
Tutti i membri della comunita' terrena, inclusi gli esseri umani, hanno il
diritto di provvedere al loro sostentamento: hanno diritto al cibo e
all'acqua, a un ambiente sicuro e pulito, alla conservazione del loro spazio
ecologico. Le risorse vitali necessarie per il sostentamento non possono
essere privatizzate. Il diritto al sostentamento e' un diritto naturale
perche' equivale al diritto alla vita. E' un diritto che non puo' essere
accordato o negato da una nazione o da una multinazionale. Nessun paese e
nessuna multinazionale ha il diritto di vanificare o compromettere questo
genere di diritto, o di privatizzare le risorse comuni necessarie alla vita.
5. La democrazia della comunita' terrena si fonda su economie che apportano
la vita e su modelli di sviluppo democratici.
La realizzazione di una democrazia della comunita' terrena presuppone una
gestione democratica dell'economia, dei piani di sviluppo che proteggano gli
ecosistemi e la loro integrita', provvedano alle esigenze di base di tutti
gli esseri umani e assicurino loro un ambiente di vita sostenibile. Una
concezione democratica dell'economia non prevede l'esistenza di individui,
specie o culture eliminabili. L'economia della comunita' terrena e'
un'economia che apporta nutrimento alla vita. I suoi modelli sono sempre
sostenibili, differenziati, pluralistici, elaborati dai membri della
comunita' stessa al fine di proteggere la natura e gli esseri umani e
operare per il bene comune.
6. Le economie che apportano la vita si fondano sulle economie locali.
Il miglior modo di provvedere con efficienza, attenzione e creativita' alla
conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita
soddisfacenti e sostenibili e' quello di operare all'interno delle realta'
locali. Localizzare l'economia deve diventare un imperativo ecologico e
sociale. Si dovrebbero importare ed esportare soltanto i beni e i servizi
che non possono essere prodotti localmente, adoperando le risorse e le
conoscenze del luogo. Una democrazia della comunita' terrena si fonda su
delle economie locali estremamente vitali, che sostengono le economie
nazionali e globali. Un'economia globale democratica non distrugge e non
danneggia le economie locali, non trasforma le persone in rifiuti
eliminabili. Le economie che sostengono la vita rispettano la creativita' di
tutti gli esseri umani e producono contesti in grado di valorizzare al
massimo le diverse competenze e capacita'. Le economie che apportano la vita
sono differenziate e decentralizzate.
7. La democrazia della comunita' terrena e' una democrazia che tutela la
vita.
Una democrazia che tutela la vita si fonda sul rispetto democratico di ogni
forma vivente e su un comportamentodemocratico da adottare gia' a partire
dalla quotidianita'. Ogni soggetto coinvolto ha il diritto di partecipare
alle decisioni da prendere in merito al cibo, all'acqua, alla sanita' e
all'istruzione. Una democrazia che tutela la vita cresce dal basso verso
l'alto, al pari di un albero. La democrazia della comunita' terrena si fonda
sulle democrazie locali, lasciando che le singole comunita' costituite nel
rispetto delle differenze e delle responsabilita' ecologiche e sociali
abbiano pieni poteri decisionali riguardo all'ambiente, alle risorse
naturali, al sostentamento e al benessere dei loro membri. Il potere viene
delegato ai livelli esecutivi piu' alti applicando il principio della
sussidiarieta'. La democrazia della comunita' terrena si fonda
sull'autoregolamentazione e sull'autogoverno.
8. La democrazia della comunita' terrena si fonda su culture che valorizzano
la vita.
Le culture che valorizzano la vita promuovono la pace e creano degli spazi
di liberta' per consentire il culto di religioni diverse e l'espressione di
diverse fedi e identita'. Tali culture lasciano che le differenze culturali
si sviluppino proprio a partire dalla nostra umanita' e dai nostri comuni
diritti in quanto membri della comunita' terrena.
9. Le culture che valorizzano la vita promuovono lo sviluppo della vita
stessa.
Le culture che valorizzano la vita si fondano sul riconoscimento della
dignita' e sul rispetto di ogni forma di vita, degli uomini e delle donne di
ogni provenienza e cultura, delle generazioni presenti e di quelle future.
Sono culture ecologiche che non producono stili di vita distruttivi o
improntati al consumismo, basati sulla sovrapproduzione, sullo spreco o
sullo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Le culture che
valorizzano la vita sono molteplici, ma ispirate da un comune rispetto per
il vivente. Riconoscono la compresenza di identita' diverse che condividono
lo spazio comune della comunita' locale e danno voce a un sentimento di
appartenenza che correla i singoli individui alla terra e a tutte le forme
di vita.
10. La democrazia della comunita' terrena promuove un sentimento di pace e
solidarieta' universale.
La democrazia della comunita' terrena unisce tutti i popoli e i singoli
individui sostenendo valori quali la cooperazione e l'impegno
disinteressato, anziche' separarli attraverso la competizione, il conflitto,
l'odio e il terrore. In alternativa a un mondo fondato sull'avidita', sulla
diseguaglianza e sul consumismo sfrenato, questa democrazia si propone di
globalizzare la solidarieta', la giustizia e la sostenibilita'.
*
Note
1. Il Pnac e' un think-tank americano con sede a Washington, fondato negli
anni Novanta, al centro dell'elaborazione delle strategie "neocons" di
politica estera statunitense.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1483 del 18 novembre 2006

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