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La nonviolenza e' in cammino. 1486



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1486 del 21 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. La guerra
2. Cristina Ricci: Heinrich Boell. Esplorare le ferite
3. Elena Buccoliero: Due incontri a Ferrara
4. Un fiocco bianco contro la violenza alle donne
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA GUERRA

La guerra, cui l'Italia sta partecipando in Afghanistan.
La guerra, che la Costituzione italiana ripudia.
La guerra, terrorista e stragista sempre.
Cessi la partecipazione italiana alla guerra.
Torni lo stato italiano al rispetto della legalita' costituzionale.

2. TESTIMONI. CRISTINA RICCI: HEINRICH BOELL. ESPLORARE LE FERITE
[Ringraziamo Cristina Ricci (per contatti: criscristy at libero.it) per averci
messo a disposizione il seguente testo, estratto dalla sua tesi di laurea
"Il silenzio di Leni. Una ricognizione intorno al personaggio protagonista
di 'Foto di gruppo con signora' di Heinrich Boell" sostenuta all'Universita'
degli studi della Tuscia di Viterbo nell'anno accademico 2004-2005.
Cristina Ricci e' dottoressa in lingue e letterature straniere, ha preso
parte a varie esperienze culturali e di solidarieta'.
Heinrich Boell e' nato a Colonia nel 1917, testimone degli orrori del
secolo, uomo di tenace, intransigente impegno morale e civile, una delle
figure piu belle dell'impegno per la pace e la dignita' umana. Premio Nobel
per la letteratura nel 1972. E' scomparso nel 1985. La sua bonta' dovrebbe
passare in proverbio. Opere di Heinrich Boell: tra le opere di narrativa
(che sono sempre anche di testimonianza) piu' volte ristampate: Il treno era
in orario (Mondadori), Viandante, se giungi a Spa. (Mondadori), Dov'eri,
Adamo? (Bompiani), E non disse nemmeno una parola (Mondadori), Racconti
umoristici e satirici (Bompiani), Il nano e la bambola (Einaudi), Opinioni
di un clown (Mondadori), Foto di gruppo con signora (Einaudi), L'onore
perduto di Katharina Blum (Einaudi), Vai troppo spesso a Heidelberg
(Einaudi), Assedio preventivo (Einaudi), Il legato (Einaudi), La ferita
(Einaudi), Donne con paesaggio fluviale (Einaudi). Tra le raccolte di saggi
e interventi: Rosa e dinamite, Einaudi, Torino 1979; Lezioni francofortesi,
Linea d'ombra, Milano 1990; Terreno minato, Bompiani, Milano 1990;
Fraternita' difficile, Edizioni e/o, Roma 1999. Opere su Heinrich Boell:
Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, La Nuova Italia, Firenze 1974;
Lucia Borghese, Invito alla lettura di Boell, Mursia, Milano 1990.
Segnaliamo, ma non ce ne dovrebbe essere bisogno, che per esigenze legate
alla peculiare forma di trasmissione per e-mail di questo foglio telematico
abbiamo costantemente sciolto graficamente l'umlaut nel dittongo "vocale +
e", ad esempio: "Boll" (con l'umlaut) e' qui sempre dato nella forma grafica
"Boell"; "Koln" (con l'umlaut), il nome tedesco della citta' di Colonia,
"Koeln"]

1. La realta' della guerra
Avendo Boell stesso partecipato all'esperienza terribile della guerra, sente
la necessita' di esprimere nelle sue prime opere quei sentimenti e quelle
emozioni che erano stati causati da un avvenimento che sovrastava e
travolgeva voleri e destini individuali. Era la seconda guerra mondiale che
aveva annullato e alienato gli individui: "una guerra sentita, come la
senti' anche l'uomo Boell, soprattutto come stupidita' gigantesca, come
crimine elevato alla miliardesima potenza, come ozio e fatica inutile,
spreco d'intelligenza e di tempo, distruttrice di ogni cosa bella, civile,
disinteressata, allegra, santa della vita" (1).
Il motivo principale che accompagna gli uomini durante questa atroce
esperienza, le cui protagoniste sono solo violenza, miseria e assurdita', e'
la paura costante, il terrore di poter perdere la propria vita, di
allontanarsi e forse non ritrovarsi piu' con le persone care. Questo e' cio'
che Boell riflette nei suoi primi romanzi: sentimenti che hanno un peso
esistenziale, descrizioni di situazioni interiormente strazianti a causa di
una totale alienazione dell'uomo. Amore, religione e dolore rappresentano
gli strumenti della sua critica all'azione mostruosa della guerra.
Nei suoi racconti, dunque, Boell non parla della guerra come di un mito, ma
la condanna come immorale, con acume dichiara la ferocia e la ridicolaggine
insita in essa; il suo scopo e' quello di "svelarne la stupidita', quelle
contraddizioni e quei brutali atteggiamenti che impressionano fino al
disgusto" (2). La sua partecipazione a quella situazione di estrema
degenerazione alla quale e' impossibile sottrarsi, lo aiuta a testimoniare,
nella maniera piu' realistica possibile, sulla catastrofe che sconvolgeva il
destino di uomini, donne e bambini, tutti partecipi di un'unica tragedia:
"la sua guerra e' una lenta e inesorabile tragedia che si consuma nel
lerciume delle caserme e in lazzaretti improvvisati, in campi di
concentramento e convogli militari, in bordelli, taverne luride, citta' in
fiamme, e in squallide sale d'aspetto di anonime stazioni, in mezzo al
mercato nero, alla fame e alla disperazione" (3).
Nelle sue narrazioni Boell presenta un quadro estremamente negativo della
guerra, senza descrizioni di azioni eroiche o battaglie gloriose perche' chi
combatte non e' un eroe ma una vittima di un meccanismo perverso che causa
solo grande sofferenza, che ha invaso tutta la vita dell'uomo, calpestato
quei luoghi "dove aveva amato, pregato, lavorato, studiato" (4). Boell sente
l'esigenza di descrivere "quell'enorme accadimento collettivo, disperso e
dispersivo, parte incomprensibile, parte intollerabile, troppo reale per non
schiacciarci, troppo surreale per convincerci, che e' la guerra" (5).
Per dipanare le vicende, con lo scopo di rappresentare la realta', si serve
di un linguaggio il piu' semplice e diretto possibile, nel quale emergono
parole di fraternita' cristiana nei confronti di chi muore stupidamente
perche' cosi' e' stato deciso in qualche alta sede.
La sua e' una "litterature engagee" che realisticamente mostra cio' che la
guerra ha fatto degli uomini: delle vittime della storia, "la loro colpa in
tutto cio' che succede e' solo di carattere metafisico, mai di natura
concreta. Boell non ha tentato di rappresentare i meccanismi che portano
alla guerra. Egli mostra soltanto cosa la guerra ha fatto degli uomini. Piu'
che di evocazione di fatti bellici si tratta per Boell di dimostrazione
della loro crudelta' e assurdita'" (6).
*
2. Il dramma del dopoguerra
Dopo la fine della guerra, la Germania e' ridotta a un cumulo di macerie, e'
distrutta e dilaniata, impegnata in una ricostruzione immediata e veloce,
popolata da gente senza casa, senza lavoro, da reduci mutilati sia
fisicamente che spiritualmente, che hanno difficolta' nel ricominciare una
vita "normale", nel ritrovare conforto presso i loro cari. I sentimenti e le
relazioni vengono intaccati dai problemi economici imperanti; la famiglia,
che e' l'unica istituzione in cui ci si puo' veramente sentire se stessi,
amati e confortati, dopo la guerra e' completamente disintegrata; inoltre,
il dolore e l'alienazione hanno portato disagi come l'incomunicabilita' e
l'insofferenza di fronte a condizioni di vita destabilizzate.
Und sagte kein einziges Wort e Haus ohne Hueter sono i due romanzi che
meglio di tutti riflettono questa situazione, una situazione in cui la pace
dovrebbe essere la protagonista, e invece non e' che illusoria: "e' solo il
silenzio delle armi, un combattimento con modalita' diverse, meno cruento ma
spesso ancor piu' disumano, perche' sostituisce al mistero intangibile della
morte la miseria quotidiana, l'avvilimento progressivo della persona, il
dissolversi di quei legami che rendono possibile la vita dell'uomo tra gli
altri uomini" (7). Il conflitto del dopoguerra e' quello della sopravvivenza
in un mondo distrutto in cui non si riesce piu' a riannodare i fili della
vita. Superstiti in una patria devastata, abulici, che non riescono a
dimenticare la terribile vicenda bellica trovandosi in un dopoguerra triste
e amaro, sono i protagonisti dell'era della ricostruzione. Gli obiettivi da
raggiungere sono inserirsi nuovamente nella societa', trovarsi un lavoro,
ristabilire dei rapporti umani, e cercare di "superare il passato" come la
nuova politica adenaueriana consiglia.
Ancora una volta i romanzi e i racconti boelliani fungono da specchio di una
societa' in cui cio' "che affiora decisamente e' la precarieta' della vita
dei singoli che nel presente non riescono a ritrovarsi, e lottano contro di
esso e soggiacciono; e il narratore ne coglie i tratti come vedendo ogni
cosa in uno specchio lucido, e con un senso sicuro nello sceverare le cause
alle radici" (8).
*
3. L'avvento del boom economico
In contraddizione con la miseria che dilagava nell'immediato dopoguerra,
comincia a verificarsi una ripresa economica rapida e travolgente che sfocia
pero' solo in un rinnovamento estetico della societa' piuttosto che nella
restaurazione di quei valori umani straziati da tanto dolore.
I protagonisti boelliani diventano in questo caso i portavoce silenziosi e
sofferenti di una societa' che pensa alla ricostruzione economica come
all'unica strada attuabile e appetibile per una nuova vita in una Germania
neomilitarista e neoindustriale dove gli stili di vita sono volti
all'insegna degli affari e del profitto. Gli unici obiettivi sono potere,
denaro, prestigio, tutti gli altri vengono considerati come assurdi,
estranianti, e rendono "diversi". Per sentirsi parte della societa' si
devono seguire gli schemi proposti, gli stereotipi, e perdere la propria
identita'. "L'efficienza del progresso materiale, il meccanizzarsi di ogni
cosa, l'industrializzazione della cultura e il livellamento dei gusti nel
nome di una generale funzionalita' e del massimo rendimento erano i nuovi
idoli trionfanti... il lavoro prende il posto degli ideali perduti, si fa
mezzo collettivo dei problemi della coscienza individuale" (9).
Due realta' convivono insieme: quella mistificatoria del consumismo e quella
drammatica, ma autentica, delle vittime della storia. Tra queste due realta'
contrapposte si concretizza un rapporto stridente, falso, che esaspera
l'alienazione dei piu' deboli.
Con una critica accesa e pungente, che aveva cominciato ad essere tale con i
due racconti (Nicht nur zur Weihnachtzeit e Die schwarzen Schafe) indicatori
di una discrepanza tra apparenza e realta', Boell si scaglia contro le
istituzioni che non adempiono ai loro doveri e ancor peggio tendono a
ricostituire uno Stato conservatore piuttosto che attuare un rinnovamento
orientato in direzione democratica.
Da fervido cattolico non accetta il comportamento opportunista della chiesa
che, in connivenza con il potere, lascia i suoi fedeli allo sbaraglio,
proprio coloro che, traumatizzati da avvenimenti storici colossali, si
sentono persi e abbandonati in una nuova societa' retta sull'egoismo e
l'ipocrisia. Con queste dure parole, Chiusano giudica la situazione di
quegli anni: "La bestia, ormai, non e' piu' la violenza nazista, la guerra
apocalittica: e' il culto del benessere, l'umiliazione e l'emarginazione dei
poveri, tutta una serie di inadempimenti morali e sociali di cui non solo
non ci si vergogna ma a cui ci si aggrappa come a lacere bandiere" (10).
Boell, dunque, critica fortemente la crescita di un benessere che
subdolamente stravolge e disorienta le vite di quei miseri che non ne
usufruiscono e tuttavia ne sono travolti mentre rende ancor piu' mostruosi e
ipocriti i profittatori, tutti quelli che, con la corsa sfrenata al
consumismo, non pensano ad altro se non a produrre e ad accaparrarsi beni
materiali credendoli apportatori di una possibile felicita': "una Germania
borghese facoltosa o comunque non piu' attanagliata dalla lotta per la
sopravvivenza, ma anzi dedita ai capricci, ai lussi, alle nevrosi scaturenti
dal benessere... Incomprensione, insofferenza, ripicche, tradimenti: tutto
ha un che di poco serio, manca di qualita' umana, non presenta di nobile che
la tristezza di un continuo fallire nell'inseguimento di una felicita' da
quattro soldi" (11).
*
4. Il passato che non passa
L'atmosfera della societa' tedesca, negli anni subito successivi alla
guerra, non e', dunque, affatto confortevole, perche' basata su un
rinnovamento solo apparente, dietro al quale vengono tralasciati gli aspetti
piu' importanti: quelli spirituali, quelli dei rapporti umani, quelli che
permettono una rinascita a chi e' stato lacerato da tante violenze e
assurdita'. La linea guida della ricostruzione e' proprio questa: gettarsi
alle spalle il passato e ricominciare da capo senza analizzare precise
condizioni e responsabilita' storiche. Boell, nella sua narrativa, ha sempre
cercato di fare l'operazione inversa: ricordare, non dimenticare, perche'
solo cosi' e' possibile risanare le ferite: "capii allora che la guerra non
sarebbe finita mai, finche' da qualche parte sanguinasse ancora una ferita
che essa aveva inferta" (12).
Drammatico e' inoltre che, in questa Germania che voleva solo tornare alla
normalita', si ricadeva in vecchi errori proprio perche' non erano stati
analizzati e capiti.
"Per vivere responsabilmente il presente e' necessario infatti saper
guardare indietro: non quindi dimenticare il passato, ne' lasciarsi
paralizzare dal ricordo, ma consapevolmente ricordare per poter
consapevolmente affrontare la realta'" (13).
Molti dei personaggi boelliani sono ossessionati non tanto dal passato, ma
dal fatto che tutti lo hanno dimenticato, rimosso completamente, facendo
finta che niente sia realmente accaduto, minimizzando, quindi, fenomeni che
hanno segnato la storia e l'esistenza di ognuno, anche di noi oggi.
Si tratta di cambiare automaticamente la propria identita', la propria
anima, il proprio cuore per essere felici non si sa su quali basi e, peggio
ancora, a partire da quali presupposti. A volte si pensa sia piu' facile
combattere e superare i mali allontanandoli come se non esistessero, vivendo
in un limbo di protezione apparente, falso e irreale.
Se la societa' tende a dimenticare e a scaricare le proprie responsabilita',
spetta alla letteratura dar voce alla memoria: "rendere giustizia
all'umanita' ammutolita, perche' dimenticare e' la colpa piu' grave, il
torto piu' atroce che si possa fare alla vita" (14).
*
5. La moralita' del linguaggio
Dopo dodici anni di nazismo e sei di guerra, dopo oppressione e dittatura,
c'e' in Germania la voglia di ricominciare e di ripartire da zero. Per fare
questo, pero', e' necessaria una vera e propria opera di purificazione, a
partire da un elemento comune a tutti: il linguaggio.
"Il linguaggio, questo vecchio opportunista compromesso fin sopra i capelli,
era ancora utilizzabile, con le stesse parole, le stesse frasi che erano
risuonate in bocca a Goebbels durante i suoi discorsi di propaganda o sulle
labbra dei comandanti dei Lager che ordinavano l'incenerazione degli ebrei?
Se questa 'vecchia sgualdrina' del linguaggio doveva servire ancora,
bisognava raparla a zero, strigliarle di dosso ogni residuo retorico,
facendola magari sanguinare e strillare" (15). Questo era quello che lo
scrittore Wolfgang Weyrauch intendeva per Kalschlag: disboscamento, ovvero
l'operazione che avrebbe portato alla purificazione linguistica. La
propaganda nazista e il gergo militare avevano inquinato la lingua, come del
resto tutta la nazione, rendendola inservibile; era stata molto ridotta,
alcuni termini erano stati addirittura cancellati. Dopo il 1945 gli
scrittori non volevano avere piu' nulla a che fare con il recente passato e
volevano ricominciare da zero con nuove forme espressive. Boell, al
contrario, sente la necessita' di descrivere la sua tragica esperienza,
volendo mantenere cosi' una certa continuita' tra passato e presente: "egli
ha rigorosamente negato ai suoi personaggi l'autoillusione dell'anno zero"
(16), afferma Christa Wolf. Solo grazie al linguaggio Boell puo' tener fede
al suo obiettivo; usufruire di questo strumento per rendere testimonianza,
per non morire, per non dimenticare: "il linguaggio riflette... il desiderio
di rappresentare un dato problema, una data faccenda, una data persona nelle
sue difficolta', complessita' e possibili colpe" (17).
A questo punto e' necessaria "una lingua abitabile in un paese abitabile"
(18), adatta a esprimere l'essenza dei tedeschi, una lingua funzionale ai
bisogni e alle esigenze degli uomini, una lingua veicolo per la creazione di
rapporti con se stessi e con gli altri. Per lui, quindi, la lingua
rappresenta lo strumento piu' significativo per appurare il sentimento di
appartenenza dei cittadini al loro paese: "Sono convinto che chi scrive
testimonia piu' degli altri, con la propria lingua, la sua appartenenza ad
una nazionalita'... perche' la lingua viene usata come mezzo di espressione,
e cio' significa assai piu' che il possesso di un passaporto, o di una carta
d'identita', o di una scheda elettorale" (19) (questo e' quanto Boell
sostiene nell'intervista con Rene' Wintzen, di cui gia' solo il titolo
italiano, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, sembra
riassumere la sostanza dell'atteggiamento dell'autore).
Nel '45 i tedeschi avevano perso la guerra; la maggior parte della
popolazione, vinta e liberata, negli anni immediatamente successivi alla
guerra, voleva pace e democrazia, ma questa iniziale propensione fu presto
soverchiata da un sentimento di nazionalismo, accompagnato dalla condizione
di ripresa economica e dalla spinta al riarmo.
In tale situazione, la lingua era fondamentale per ricreare quella che Boell
chiama "estetica dell'umano" in cui "il dimorare, il buon vicinato, e la
patria, il denaro e l'amore, la religione e i pasti" (20) possano di nuovo
prender forma e vivere. L'umano, il sociale, la quotidianita': e' quello che
Boell vuole ricreare nella sua letteratura, valori che sono stati minati da
una societa' individualista in cui si mira solo al profitto, al denaro, al
consumo, al prestigio, e ancor prima rasa al suolo completamente dalla
guerra e dal nazismo: "Se il paese era devastato, anche della lingua non
restavano che macerie" (21).
Traspare da tutta l'opera di Boell la sua concezione del linguaggio; e'
attraverso la sua concezione di linguaggio che ha potuto rappresentare e
descrivere momenti, situazioni, conflitti che lo hanno accompagnato durante
tutta la sua vita; e' attraverso la sua scelta di linguaggio che ha potuto
partecipare alla storia del suo paese e ha cercato di contribuire al
miglioramento di una societa' lontana da molti dei suoi stessi cittadini:
"Il punto di partenza non e' nemmeno il cosiddetto impegno, bensi' la
lingua, il linguaggio; e' con esso che si passa in esame il materiale
chiamato Stato, societa'" (22).
Ed e' ancora attraverso il linguaggio che si agisce sulla realta': "il
linguaggio rivela tutto".
Boell critica quella sorta di manipolazione tipica della societa' tedesca
del tempo, che avvenne prima con il nazismo e poi ancora nella societa'
adenaueriana, in cui, invece di dare libero sfogo ai propri sentimenti
perche' favorissero la nascita di uno stato democratico, vennero fatte
restrizioni, posti nuovi limiti e tabu'. Cosi' si esprime Boell riguardo
alle Memorie di Adenauer: "Non c'e' bisogno di essere un politologo
avvertito, il linguaggio rivela tutto: rivela la manipolazione, rivela i
trucchi che vennero usati, e tutto questo noi l'abbiamo poi chiamato
restaurazione, credo a ragione" (23).
Per moralita' del linguaggio, Boell intende rappresentare la verita', senza
tabu', senza negazioni.
Nel discorso tenuto a Wuppertal nel 1958, Boell descrive i doveri dello
"scrittore libero... che, servendosi della parola, le mostra la sua
ricchezza e la sua miseria" (24); egli e' consapevole che "le parole possono
uccidere piu' della dinamite stessa e inversamente esse possono essere
l'ultimo rifugio della liberta', se chi ha commercio con esse si sottomette
alla suprema istanza della coscienza. Partendo da tali premesse e' chiaro
che il primo oggetto del risentimento dello scrittore saranno gli
intellettuali che tradiscono questa loro coscienza e con gli scritti, con i
discorsi, con l'esempio trascinano le masse all'odio e all'ingiustizia, alla
falsita' e al fanatismo..." (25).
Il compito della letteratura e' dunque quello di esprimere, descrivere la
realta', perche' e' letale cio' che non viene detto, l'inespresso: "Non si
dovrebbe scrivere in modo oscuro, perche' uno scritto ha tanto piu' valore,
e tanta piu' speranza di diffusione e di perennita', quanto meglio viene
compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche" (26).
*
6. Contro il totalitarismo
Nelle opere di Boell vive la sua lotta contro tutte le forme di
totalitarismo, ed ogni dottrina repressiva che non lascia spazio alle
liberta' individuali, che sottomette e incute terrore. Questo era il clima
instaurato dal regime nazista, un clima in cui non era permesso essere se
stessi ed esprimere liberamente le proprie idee. Il giovane Heinrich aveva
respirato l'aria pesante di questa condizione: "Noi sapevamo esattamente
dove fossero i nazisti, ed io li ho osservati da ragazzo in strada, quando
andavo a scuola: quell'angoscia rimarra' dentro di me fino alla mia morte.
Ma tale angoscia io l'avevo gia' prima, prima che andassero al potere" (27).
Boell sentiva dunque, gia' da prima dell'avvento del nazismo, la sua
essenza: "La paura non agiva affatto cosi' direttamente come si potrebbe
pensare: paura della polizia, paura delle denunzie, paura della prigione o
del lager, non era affatto cosi' diretta, si raggrumava piuttosto in paura
dell'assoluta imprevedibilita' della societa' umana. Una paura vissuta sotto
il fascismo che per dir cosi' da un attimo all'altro trasformava le persone.
E trasformava tutto il mondo circostante" (28).
Boell attribuisce la causa del consolidamento di certe forme di potere alla
caratteristica inclinazione alla sottomissione e alla sudditanza che lui
osserva prima e dopo: "La cosa piu' tremenda che io conosca e' la
sottomissione, la sudditanza oppure il desiderio di sottomettersi
incondizionatamente, questo fare come gli altri, correre con gli altri,
cantare con gli altri, marciare con gli altri e piombare per di piu' in uno
stato penoso di euforia. Una tale paura crea naturalmente un isolamento. In
una societa' del genere lei e' un isolato. E fino ad un certo punto, tale
isolamento o, diciamo, tale stato di emarginazione e' rimasto, s'intende.
Perche' io non credo che una massa di nazisti convinti venga trasformata
nello spazio di quindici giorni, soltanto da una data storica, diciamo l'8
maggio 1945, in cittadini democratici; non posso immaginare una cosa simile.
Al contrario: cio' che mi ha atterrito in Germania dopo la guerra e' stata
la totale assenza di resistenza, per la quale si era improvvisamente
democratici e occupati da truppe americane, francesi, inglesi, molto
subordinati, straordinariamente cauti, assai perbene" (29).
A Boell spaventava molto questa caratteristica perche' permetteva la
manifestazione di un pericolo sempre latente: la paura di Boell era proprio
quella "dell'improvvisa trasformazione di tutto il mondo circostante in una
massa sottomessa" (30).
Questo stato di cose poteva facilmente favorire profondi abusi di potere;
dopo la guerra, infatti, non vennero puniti molti colpevoli che, di nuovo
messi in gioco, ripresero le loro posizioni di comando curando interessi che
chiaramente non erano quelli di uno stato democratico. Nel 1949, con la
fondazione della Repubblica federale tedesca, crollarono tutte le speranze
di una Germania democratica nel senso pieno della parola.
Inoltre con il riarmo e il nazionalismo riemersero antiche paure che
culminarono negli anni Settanta con i cosiddetti "anni di piombo". Cosi'
Riccarda Novello spiega gli effetti nefasti del totalitarismo nel saggio
boelliano La capacita' di soffrire: "La natura individuale viene
profondamente snaturata da ogni regime totalitario, un 'potere nudo' che
plasma gli uomini rendendoli 'sottomessi, vigliacchi e paurosi'. Proprio il
pericolo dell'indifferenza e del conformismo ha sempre combattuto Boell,
appellandosi al potenziale di resistenza del singolo: la capacita' di
ricordare, di sentire, di essere tristi, per se' e per gli altri, la forza
di reagire, conservando la propria vitalita' anche se questo significa
accettare tutto il dolore e la sofferenza della condizione umana" (31).
*
7. L'avventura di un povero cristiano
"E' possibile dire di Heinrich Boell che e' uno scrittore cattolico?" (32).
Nella sua risposta, in cui Boell parla della letteratura di impronta
cattolica e dell'influenza che questa ha avuto su di lui e sull'ambiente
cattolico in Germania, si deduce che egli si professa, si', cattolico, ma
non si riconosce come portavoce ideologico della chiesa come istituzione
cattolica da cui aveva invece preso le distanze.
"Boell non poteva ne' voleva essere cristiano alla maniera in cui si
presentava come cristiana una certa politica partitica ed ecclesiastica"
(33).
Si puo' sicuramente affermare che Heinrich Boell era cattolico: la famiglia,
la scuola, la citta', le letture, l'intero ambiente sociale da cui proveniva
erano cattolici. Bisogna dire, pero', che l'educazione impartitagli dai
genitori fu molto liberale, dal momento che essi stessi avevano manifestato
dissenso nei confronti della chiesa come istituzione in quanto non
sopportavano il sistema gerarchico su cui si fondava. Con il passare degli
anni, Boell si rese perfettamente consapevole dei punti di disaccordo con la
chiesa istituzionale: "quanto piu' diventava se stesso, tanto meno Heinrich
Boell poteva identificarsi e solidarizzare con il proprio ambiente, con
questo cattolicesimo tradizionale, tanto piu' critico e distaccato diventava
il suo atteggiamento nei confronti di questo mondo cattolico" (34).
Nel 1933, l'anno del concordato del Vaticano con Hitler, Boell entro' in
aperto conflitto con la chiesa e non volle piu' riconciliarsi. La sua
critica piu' aspra era indirizzata al ruolo svolto durante il regime nazista
e poi anche in eta' adenaueriana; il suo silenzio e la sua connivenza con il
potere erano inconcepibili: "Il peccato capitale e' sempre l'acquiescenza,
il compromesso con le forze o le lusinghe del mondo, che allea il pastore
d'anime ai potenti della terra e trasforma in 'Turnlehrertheologie' quella
dottrina che era nata a conforto e benedizione dei deboli e degli oppressi"
(35).
Durante gli anni Boell riverso' nelle sue opere, in maniera chiara, aspri
rimproveri nei confronti di un'istituzione rimasta in silenzio di fronte
alla tragedia della guerra e alle sofferenze del dopoguerra, un'istituzione
a cui sarebbe spettato invece il compito di confortare e proteggere le anime
dei fedeli e che invece abdicava in favore del potere. Il suo sarcasmo era
diretto verso quei cattolici che avevano sostituito la croce con il danaro,
il potere, il prestigio. Piu' che predicare i valori di Cristo, la chiesa
divulgava messaggi falsificati sotto il velo dell'ipocrisia e
dell'opportunismo con lo scopo di occultare i veri pericoli. Ecco allora che
la moralita' veniva identificata con la sessualita': "Non so quale pericolo
fosse moralmente il piu' grave: cantare con cento ragazzi di dieci anni
'Quando il sangue degli ebrei sprizza dal coltello...' oppure una colpa
sessuale" (36).
Nella societa' del benessere, poi, veniva talmente incentivata l'ideologia
del potere e del profitto che i sacerdoti predicavano addirittura dal
pulpito l'accumulo dei beni materiali raggiungendo il culmine
dell'avvelenamento delle coscienze con lo slogan pubblicitario "se hai
qualcosa sei qualcosa". Piu' che predicare i valori e i messaggi di Cristo,
ci si preoccupava di correre dietro ai miti consumistici.
Di fronte alle forti accuse di Boell, il clero non rimase in silenzio e la
disputa con esso, che lo accompagno' durante gran parte della sua vita,
culmino' nel 1976 quando egli decise di uscire definitivamente dalla chiesa
cattolica tedesca. Era per lui inconcepibile l'imposta ecclesiale, la tassa
che veniva pagata ogni anno alla chiesa per il culto: in questa maniera la
religione veniva fiscalizzata, materializzata: "All'individuo non vien data
possibilita' alcuna di rifiutare tale pagamento, perche' non si fa che
fiscalizzare un rapporto fondamentalmente mistico - non posso immaginarmelo
se non mistico, il mio rapporto con una chiesa o una religione. Cio'
significa che io sono costretto a uscire da quella chiesa, se non voglio
pagare una tale imposta. E in quell'istante le chiese vengono a dirmi: tu
vuoi soltanto risparmiare il denaro. Non riescono a formulare se non
pensieri materialistici, questo e' il problema, non sono capaci di pensieri
spirituali o spiritualistici" (37).
Diffidente nei confronti di forme autoritarie e dunque nei confronti di quel
clericalismo che, invece di prendere posizione contro il riarmo e i missili,
era nascostamente d'accordo e aveva fatto della religione un hobby per le
classi dirigenti, Boell rimase sempre un credente, con una forte fede
preistituzionale. "Boell cattolico quasi per costituzione fisiologica e'
tuttavia fautore di una religiosita' paleocristiana, pre- e
anti-istituzionale, che rifiuta qualsiasi forma di dogmatismo per affermare
i valori evangelici di un'etica cristiana fondata sull'amore per il
prossimo" (38).
Innata e indubbia fu sempre la sua religiosita': "Boell, infatti, non e' un
convertito dell'ultima ora, uno spirito ribelle domato dopo lungo conflitto,
ma uno che nella fede e' nato e che l'ha gradualmente e naturalmente
assorbita, fino a farne un elemento inscindibile del suo modo d'essere e di
sentire. Il suo cattolicesimo non e' dunque una tesi da sostenere o una
conquista da difendere... ma l'atmosfera che bagna le cose, come le cose
stesse vulnerabile, ma non per questo meno amata" (39).
Boell credeva in un cristianesimo puro, evangelico, lontano dalle
mistificazioni di una societa' del potere e dei consumi, in cui falsita' e
conformismo religioso l'avevano reso un cattolico assai scomodo. Senza mezzi
termini asseriva: "... ma se, al di fuori della beneficenza consentita e
perfettamente organizzata, si vuole cercare e trovare un qualunque nesso
umano tra il religioso e il sociale, non mi stupirei che le chiese si
alleassero con una societa' atea allo scopo di neutralizzare una persona o
un gruppo che con piena fiducia in Dio si avventurassero non nella societa',
ma nell'umanita'" (40). E' questo il sogno di Boell, contrapporre alla
chiesa del potere una chiesa dei poveri, basata "sulle esperienze e sui
modelli cristiani e democratici originari di liberta', uguaglianza e
fraternita'/sororita'" (41).
*
8. Abfaelligkeit
"Se hai qualcosa sei qualcosa. L'inversione della frase - se non hai niente
non sei niente - venne risparmiata all'anima tedesca" (42).
Questo e' lo slogan di una societa' immersa nel boom economico, di una
societa' in cui la proprieta' e' metro di giudizio delle persone, "di una
societa' cosi' lontana dal figlio dell'uomo, cosi' brigantescamente lanciata
verso la spoliazione totale, il suicidio, in nome del profitto" (43). Boell
non accetta questo principio e riversa nella sua poetica tutta la sua
solidarieta' nei confronti degli "ultimi", tutto "il suo amore per le cose
fruste, scalcinate, piene di calore umano, di ricordi, di storia" (44).
I poveri, i deboli, gli umili, sono i protagonisti del mondo distrutto della
guerra, surreale del dopoguerra, disumano del miracolo economico, esseri
umani che si trovano in contraddizione con una societa' che li opprime, che
non permette loro di esprimersi e realizzarsi in tutta liberta'. Per vivere
in quel nuovo mondo avrebbero dovuto cancellare loro stessi e la tragica
esperienza vissuta, e ricominciare seguendo schemi e cliches che la nuova
politica aveva stabilito cercando di godere del benessere come se niente
fosse successo. Quello che preme a Boell e', dunque, la solidarieta' con gli
sconfitti, con coloro che vengono tagliati fuori dal processo di
ricostruzione perche' lacerati da anni di dolore, morte e sofferenza, coloro
che non riescono a dimenticare. Nelle sue opere, dunque, e' forte la
descrizione di "una realta' non imbellettata, anzi frusta, deperita, usata,
violentata: chiara estrinsecazione di un'umanita' altrettanto violentata,
usata, deperita, frusta" (45).
Si possono trasformare le cose materiali, ma non le anime, i sentimenti, le
emozioni, ed e' per questo che "la sua simpatia, comunque, va decisamente a
questi anticonformisti non chiassosi ma tanto piu' corrosivi, il suo netto
rifiuto va al contrario alla gente 'perbene', ligia alle tradizioni
borghesi, dedita al culto del lavoro e del guadagno 'onesto'" (46).
Nella societa' del profitto non ci si preoccupa di una ricostruzione
spirituale: tutti quelli che vivono in balia di disagi e difficolta' vengono
lasciati a se stessi con ulteriori problemi, come il sopravvivere in una
societa' che e' per loro estranea, anzi a cui loro sono estranei. La
societa' e' rifiuto, e' macerie, e Boell non puo' che occuparsi di questo:
"la societa', turbata, esteticamente e moralmente turbata, non ci fa tanto
passare per pazzi, piuttosto ci rende pazzi; e per questo l'autore trova
l'oggetto per eccellenza del suo umorismo solo in cio' che essa dichiara
spazzatura o dichiara con disprezzo, in cio' a cui il gran mondo si offre
continuamente come modello, sotto il bombardamento, il fuoco di fila della
pubblicita', in cio' che non appartiene a questa gran societa'" (47).
I protagonisti, soprattutto delle storie degli anni Cinquanta, sono gli
alienati e gli asociali, che hanno ancora "ferite di guerra" aperte, ferite
morali, ferite sociali.
Nei suoi ultimi romanzi Boell trasformera' la speranza di una societa'
diversa nella creazione, in zone degradate, di comunita' basate sulla
solidarieta' e l'altruismo: vere e proprie "controsocieta'" per combattere
l'azione devastatrice dell'ideologia del profitto.
*
Note
1. Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, La nuova Italia, Firenze 1970,
p. 13.
2. Italo Maione, La narrativa di Heinrich Boell, in "Il Baretti", 9-10,
Napoli 1961, p. 3.
3. Lucia Borghese, op. cit., p. 79.
4. Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, cit., p. 24.
5. Ivi, p. 26.
6. Anton Reiniger, Profilo storico della letteratura tedesca, Rosenberg &
Seller, Torino 1986, p. 720.
7. Anna Maria Dell'Agli, Moralismo tedesco del dopoguerra nell'opera di
Heinrich Boell, in "Annali dell'Istituto Universitario Orientale, Sezione
Germanica", Napoli, II, 1959, p. 113.
8. Italo Maione, op. cit., pp. 16-17.
9. Anna Maria Dell'Agli, Moralismo tedesco del dopoguerra nell'opera di
Heinrich Boell, cit., p. 116.
10. Italo Alighiero Chiusano, "Boell saggista", in Literatur. Scrittori e
libri tedeschi, Rusconi Libri, Milano 1984, p. 568 (si tratta
dell'introduzione a Rosa e dinamite. Scritti di politica e di letteratura
1952-1976, a cura e trad. di Italo Alighiero Chiusano, Einaudi, Torino
1979).
11. Italo Alighiero Chiusano, "Il Boell di tutte le stagioni", in Literatur.
Scrittori e libri tedeschi, cit., p. 564.
12. Heinrich Boell, Il Messaggio, in Viandante se giungi a Spa..., cit., p.
98.
13. Lucia Borghese, op. cit, p. 96.
14. Ivi, p. 157.
15. Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, cit., p. 7.
16. Heinrich Boell, Christa Wolf, op. cit., p. 20.
17. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, cit.,
p. 7.
18. Heinrich Boell, Lezioni francofortesi, cit., p. 37.
19. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, cit.,
p. 4.
20. Heinrich Boell, Lezioni francofortesi, cit., p. 13.
21. Lucia Borghese, op. cit., p. 35.
22. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, cit.,
p. 7.
23. Ivi, p. 10.
24. Henirich Boell, La lingua. baluardo della liberta', in Rosa e dinamite.
Scritti di politica e di letteratura 1952-1976, cit., p. 30.
25. Anna Maria Dell'Agli, Moralismo tedesco del dopoguerra nell'opera di
Heinrich Boell, cit., p. 119.
26. Primo Levi, L'altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, p. 50.
27. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, cit.
p. 19.
28. Ivi, p. 27.
29. Ivi, p. 28.
30. Ibidem.
31. Riccarda Novello, prefazione a Visto di transito, Edizioni Studio Tesi,
Pordenone 1994, pp. X-XI.
32. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, cit.,
p. 35.
33. Hans Kueng, op. cit., p. 163.
34. Ivi, p. 160.
35. Anna Maria Dell'Agli, Moralismo tedesco del dopoguerra nell'opera di
Heinrich Boell, cit., p. 123.
36. Heinrich Boell, Christa Wolf, op. cit., p. 35.
37. Heinrich Boell, Intervista sulla memoria, la rabbia la speranza, cit.,
p. 67.
38. Lucia Borghese, op. cit., p. 31.
39. Anna Maria Dell'Agli, Moralismo tedesco del dopoguerra nell'opera di
Heinrich Boell, cit., p. 122.
40. Heinrich Boell, Lezioni francofortesi, cit., p. 31.
41. Hans Kueng, op. cit., p. 185.
42. Heinrich Boell, Christa Wolf, op. cit., p. 57.
43. Italo Alighiero Chiusano, introduzione a Rosa e dinamite. Scritti di
politica e di letteratura 1952-1976, cit., p. XII.
44. Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, cit., p. 95.
45. Ivi, p. 19.
46. Ivi, p. 35.
47. Heinrich Boell, Lezioni francofortesi, cit., p. 89.

3. FORMAZIONE. ELENA BUCCOLIERO: DUE INCONTRI A FERRARA
[Da Elena Buccoliero (per contatti: e.buccoliero at comune.fe.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo.
Elena Buccoliero, nata a Ferrara nel 1970, collabora ad "Azione nonviolenta"
e fa parte del comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento; lavora
per Promeco, un ufficio del Comune e dell'Azienda sanitaria locale di
Ferrara dove si occupa di adolescenti con particolare attenzione al bullismo
e al consumo di sostanze psicotrope, e con iniziative rivolte sia ai
ragazzi, sia agli adulti; a Ferrara, insieme ad altri amici, anima la Scuola
della nonviolenza. E' autrice di diverse pubblicazioni, tra cui il recente
(con Marco Maggi), Bullismo, bullismi, Franco Angeli, Milano 2005. Un piu'
ampio profilo biobibliografico di Elena Buccoliero e' nel n. 836 di questo
foglio.
Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) e' una delle
principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale
femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e
commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne
italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di
Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di
Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per
la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica
Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003;
con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro
l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005.
Claudia Pallottino (per contatti: claudiapallo at yahoo.it), torinese, e'
impegnata nella Caritas, nel Movimento Nonviolento, nella Rete italiana per
i corpi civili di pace, e in numerose iniziative di pace e di solidarieta'.
Daniele Lugli (per contatti: daniele.lugli at libero.it) e' il segretario
nazionale del Movimento Nonviolento, figura storica della nonviolenza,
unisce a una lunga e limpida esperienza di impegno sociale e politico anche
una profonda e sottile competenza in ambito giuridico ed amministrativo, ed
e' persona di squisita gentilezza e saggezza grande]

Sono felice di informarvi che la "Scuola della nonviolenza" di Ferrara
propone per il mese di dicembre due laboratori sulla gestione dei conflitti.
Sabato 9 dicembre dalle ore 15 alle ore 19 avremo con noi Giusy Di Rienzo.
sul suo laboratorio potete leggere la presentazione allegata - e Giusy e'
davvero molto brava.
Sabato 16 dicembre, nello stesso orario, avremo con noi Claudia Pallottino
che, oltre ad essere un'amica del Movimento Nonviolento, fa parte del gruppo
"Teatro Giolli" e ci fara' assaggiare alcune metodologie del "Teatro
dell'oppresso" di Augusto Boal.
Entrambi i laboratori sono gratuiti ma a numero chiuso, dunque e' necessario
iscriversi, ma e' facilissimo: basta mandare una e-mail a
e.buccoliero at comune.fe.it oppure a daniele.lugli at libero.it e comunicare la
propria adesione.
La "Scuola della nonviolenza" di Ferrara e' promossa congiuntamente da
Movimento Nonviolento, Pax Christi, Legambiente, Gruppo Ferrara Terzo Mondo
e Commercio Alternativo, ed ha il patrocinio del Comune di Ferrara -
progetto "Ferrara citta' per la pace".
*
Presentazione dell'incontro del 9 dicembre
Sabato 9 dicembre 2006, alle ore 15-19, presso il Centro di documentazione
"Alexander Langer", viale Cavour 142, a Ferrara, si terra' l'incontro
"Conflitti in gioco. Laboratorio sul conflitto", con Maria Giusy Di Rienzo,
formatrice, scrittrice, giornalista...
Il seminario serve a:
- riconoscere le proprie capacita' nell'agire i conflitti in modi diversi;
- avere il necessario sostegno (la "legittimazione") ad agirli
responsabilmente in prima persona;
- muoversi oltre l'ostilita', il sospetto ed il rifiuto nel considerare
istanze e dispute;
- interagire con le differenze personali e culturali;
- riconoscere ed interrogare gli schemi di dominio e di potere presenti
nelle relazioni (e quindi nei conflitti);
- riconoscere ed usare proficuamente i propri "linguaggi d'attitudine" nei
gruppi.
Cosa serve ai partecipanti: carta, penna, curiosita' e allegria.
Chi lo conduce: Giusy Di Rienzo (Convenzione permanente di donne contro le
guerre) e' pubblicista, storica, formatrice alla nonviolenza, regista
teatrale e commediografa. Collabora regolarmente con "Azione nonviolenta",
con "Marea" e con "La nonviolenza e' in cammino". Negli ultimi anni ha
svolto un'intensa attivita' in corsi di formazione, conferenze, incontri per
far conoscere la storia, i metodi, le azioni, le possibilita' della
nonviolenza.
Iscrizioni: inviare una e-mail a: daniele.lugli at libero.it oppure
e.buccoliero at comune.fe.it

4. INIZIATIVE. UN FIOCCO BIANCO CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo e diffondiamo]

In occasione del 25 novembre 2006, Giornata Internazionale contro la
violenza alle donne, viene lanciata per la prima volta in Italia La Campagna
del Fiocco Bianco.
L'iniziativa vuole dare spazio e visibilita' a quegli uomini che vogliono
impegnarsi contro la violenza alle donne. L'obiettivo e' quello di lavorare
insieme, uomini e donne, per trasformare gli stessi presupposti sociali e
culturali di cui si alimenta la violenza alle donne.
Il fiocco e' un simbolo, indossato dagli uomini, che esprime in modo
visibile un impegno personale a non commettere mai, a non tollerare ne' a
rimanere in silenzio nei confronti della violenza alle donne. La campagna
prevede azioni di sensibilizzazione rivolte alle scuole secondarie.
Sono previsti workshop rivolti a studenti e insegnanti. Terra' questi
workshop e sara' ospite in Italia uno dei fondatori della Campagna del
Fiocco Bianco, Michael Kaufman, un esperto canadese sui temi degli uomini
impegnati contro la violenza alle donne.
L'iniziativa e' attualmente presente in venti citta' italiane ed e' promossa
dall"associazione Artemisia di Firenze.
Informazioni nel sito www.fioccobianco.it

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1486 del 21 novembre 2006

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