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La nonviolenza e' in cammino. 1487



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1487 del 22 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. La guerra e il terrorismo
2. Altman
3. Umberto Santino: Contromafie e Libera
4. Un estratto da un'intervista di Guenter Gaus a Hannah Arendt del 1964
5. Monira Rahman a Firenze il 28 novembre
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA GUERRA E IL TERRORISMO

La guerra e' il terrorismo.

2. LUTTI. ALTMAN
[Robert Altman, nato a Kansas City, Missouri, nel 1925, e' il regista
cinematografico che piu' sapientemente sa usare, accatastare e comprimere in
una grandguignolesca esibizionistica miscela tutto l'apparato e il
bric-a-brac hollywoodiano fino a farne una parodia esplosiva che ne disvela
funzioni ideologiche, schizofrenia comunicativa, effettuale oppressione,
violenza e barbarie, specchio mentale del fascismo americano come seppero
descriverlo nella loro acuminata prosa filosofica i francofortesi da Adorno
a Marcuse, e Guenther Anders. Opere di Robert Altman: segnaliamo
particolarmente la satira antimilitarista di M.A.S.H.; ma anche Nashville,
forse il piu' potente affresco cinematografico di una societa' opulenta ed
imbarbarita in cui spettacolo, degradazione e morte si rovesciano l'uno
nell'altro e si mescidano in un orrore completamente omogeneizzato con
l'ordine sociale, i suoi simboli, i suoi riti; e America oggi, che prosegue
l'indagine sulla violenza latente e costitutiva della societa' e della vita
quotidiana negli Stati Uniti d'America. Opere su Robert Altman: cfr. Flavio
De Bernardinis, Robert Altman, Il Castoro Cinema]

Quante cose abbiamo imparato dai film di Altman, sul caos del mondo e sulla
gioia del narrare, sull'orrore di ogni potere assassino e sul dovere di
resistere.
Cosi' era maestro di morale, fingendo di parlare d'altro, girando film come
giocando una vertiginosa partita a scacchi nel gran teatro del mondo, come
Jacques il fatalista, come il Nipote di Rameau.

3. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: CONTROMAFIE E LIBERA
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo (per contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.
0916259789, fax: 091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it) riprendiamo il seguente intervento scritto prima
dell'assemblea nazionale di Roma del 17-19 novembre 2006. Umberto Santino ha
fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"
di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici piu' impegnati
contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi studiosi a livello
internazionale di questioni concernenti i poteri criminali, i mercati
illegali, i rapporti tra economia, politica e criminalita'. Tra le opere di
Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia difficile,  Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1989; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli
anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano 1989; Umberto Santino, Giovanni La
Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, Franco Angeli,
Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Ugo
Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al
maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda edizione); Umberto Santino
e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese
criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto politico, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Casa Europa.
Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia interpretata.
Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1995;
Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893
al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e
l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997;
Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie,
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1997;
L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti
ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Storia del
movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e il nome.
Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2000; Dalla mafia alle mafie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006. Su
Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve
rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su questo stesso
foglio nei nn. 931-934]

Dal 17 al 19 novembre, per iniziativa dell'associazione "Libera", si
svolgera' a Roma un incontro nazionale che va sotto il nome di Contromafie e
si propone come Stati generali dell'antimafia.
L'incontro cade in un momento in cui le piu' note organizzazioni criminali
attraversano una fase peculiare della loro storia e l'attivita' contro di
esse registra dei punti a favore ma non mancano limiti e problemi.
Cosa nostra (secondo i dati ufficiali 5.500 affiliati, uno ogni 903
abitanti, un fatturato annuo stimato in 30 miliardi di euro) ha
metabolizzato l'arresto di Provenzano con qualche "soprassalto" ma pare che
voglia continuare sulla strada degli ultimi anni: il controllo della
violenza e la pratica della mediazione. Con questa svolta strategica,
rispetto agli anni dei grandi delitti e delle stragi, e' tornata a una
prassi che e' quella storica della convivenza con il contesto sociale e con
settori delle istituzioni e ha potuto ricomporre un quadro che la linea
stragista aveva messo in crisi. Gli affari a quanto pare vanno bene, su vari
piani, dall'estorsione agli appalti, dalla sanita' ai rifiuti, ma sul
traffico di droghe ha dovuto subire la concorrenza di altri soggetti
favoriti dalla collocazione geografica.
La 'ndrangheta calabrese (6.000 affiliati, uno ogni 345 abitanti, un
fatturato di 35 miliardi) pare che stia vivendo la sua stagione d'oro. Ha
avuto meno colpi di Cosa nostra, perche' solo pochissime volte ha fatto
ricorso all'omicidio politico-mafioso, come nel caso di Francesco Fortugno;
non ha avuto il salasso del pentitismo, data la sovrapponibilita' tra gruppo
criminale e famiglia di sangue. Secondo gli osservatori sarebbe
l'organizzazione piu' forte, piu' presente sul territorio e piu' implicata
in affari nazionali e internazionali.
La camorra (6.700 affiliati, uno ogni 840 abitanti, un fatturato di 28
miliardi) paga il prezzo della frammentazione con una guerra permanente che
dura ormai da anni e Napoli e la Campania vivono un assedio della violenza
che non accenna a finire.
*
L'appuntamento romano prevede una serie di gruppi di lavoro che
affronteranno vari temi: dai traffici internazionali nel contesto della
mondializzazione al lavoro nelle scuole, dalla ricerca all'informazione,
dalla legislazione alla giustizia, dal racket alla confisca dei beni, al
riciclaggio e alle ecomafie.
I problemi fondamentali sul tappeto riguardano l'analisi e la messa a punto
di una strategia conseguente. Nonostante i contributi degli ultimi anni, non
si puo' dire che si sia formato un patrimonio d'analisi condiviso, sia tra
gli studiosi come tra gli operatori e i soggetti impegnati nell'attivita'
antimafia. Le idee di mafia come emergenza (la mafia esiste solo quando
spara, mentre si tratta di un fenomeno continuativo, strutturale) e come
antistato (il rapporto tra il fenomeno mafioso e le istituzioni puo' essere
conflittuale ma il piu' delle volte si configura come interazione)
continuano ad avere ampio corso. Tutta le legislazione italiana antimafia si
pone come risposta emergenziale all'escalation della violenza (e la
richiesta di un Testo unico finora e' rimasta sulla carta); l'interesse dei
media e' legata alla sorte di alcuni personaggi (su tutti Provenzano) e alle
vicende delittuose: al tempo delle stragi al centro dell'attenzione erano i
corleonesi di Cosa nostra, piu' recentemente si e' scoperta la 'ndrangheta,
oggi in riflettori sono puntati sulla mattanza napoletana.
Non c'e' da sorprendersi se il pendolo della mobilitazione segue il
diagramma dei delitti, dalle manifestazioni di Locri, dopo il delitto
Fortugno (si riuscira' a venire a capo dei nodi politici che lo hanno
prodotto?), a quelle di questi giorni, ancora in Calabria e soprattutto in
Campania.
Gli esempi di lavoro continuativo vengono dalle scuole (ma con il limite di
un'educazione alla legalita' astratta e formalistica), dall'antiracket (con
la formazione di nuove associazioni, ma bisogna vedere quante di esse
operino effettivamente) e dall'uso sociale dei beni confiscati. Su questi
terreni si registrano le esperienze di Addio pizzo a Palermo, che coniuga
consumo critico e associazionismo (il coinvolgimento di commercianti e
imprenditori rimane inadeguato), e quelle delle cooperative per la
coltivazione dei terreni e dei senzacasa palermitani. L'antiracket e' ancora
fermo all'Italia meridionale e si e' sviluppato soprattutto nella Sicilia
orientale; usura ed estorsioni dilagano in tutta l'Italia ma la cultura
dell'autodifesa di marca leghista prevale su quella della risposta corale e
organizzata. Con la chiusura dell'ufficio del Commissario governativo dei
beni confiscati, ad opera del governo di centrodestra, i tempi per
l'assegnazione sono tornati a dilatarsi e negli ultimi anni c'e' stata una
caduta verticale delle confische. Il governo di centrosinistra finora non ha
fatto nulla di significativo.
*
"Libera", a undici anni dalla sua nascita, registra un bilancio largamente
positivo, con le sue iniziative nelle scuole e per salvare la memoria, anche
se con modalita' e scelte discutibili (la mia proposta di raccogliere una
documentazione adeguata non e' stata accolta e i nomi che si leggono il 21
marzo sono troppo spesso senza volto e senza storia), e ha avuto un ruolo
decisivo nell'elaborazione della legge 109 del '96 per l'uso sociale dei
beni confiscati. Si e' diffusa in tutto il paese ma una gestione di tipo
carismatico rischia di vanificare anni di lavoro e di emarginare esperienze
preziosissime. Com'e' avvenuto recentemente con il "dimissionamento" del
gruppo dirigente di "Libera Palermo", che stava facendo un ottimo lavoro.
C'e' da augurasi che si faccia strada una democrazia interna indispensabile
in un'organizzazione che piu' che una monarchia dev'essere una
confederazione di realta' diverse e un laboratorio di analisi, di progetti e
di iniziative, nel rispetto della storia e dell'identita' di tutte le
componenti.

4. MAESTRE. UN ESTRATTO DA UN'INTERVISTA DI GUENTER GAUS A HANNAH ARENDT DEL
1964
[Dal sito della casa editrice Feltrinelli (www.feltrinelli.it) riprendiamo
il seguente brano dalla conversazione tra Guenter Gaus e Hannah Arendt
pubblicata col titolo "Che cosa resta? Resta la lingua" in Archivio Arendt
1. 1930-1948, Feltrinelli; Milano 2001 (l'intero testo alle pp. 35-59, il
brano estratto di seguito riportato e' alle pp. 35-46); ed ora anche in
Hannah Arendt, Antologia, Feltrinelli, Milano 2006 (l'intero testo alle pp.
1-25, il brano estratto di seguito riportato e' alle pp. 1-12). Alcuni
estratti di questo stesso testo (solo in parte coincidenti con il brano di
seguito riportato) abbiamo gia' riprodotto ne "La domenica della
nonviolenza" n. 40 del 25 settembre 2005.
Guenter Gaus e' stato apprezzato giornalista e successivamente collaboratore
di Willy Brandt durante il governo del leader socialdemocratico.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004, e la recente Antologia, Feltrinelli,
Milano 2006. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di
Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra
gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995;
Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?,
Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma
1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli,
Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto
Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su Hannah Arendt,
Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina,
Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005. Per chi
legge il tedesco due piacevoli monografie divulgative-introduttive (con
ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt,
Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv,
Muenchen 2000]

Il 28 ottobre 1964 la televisione della Repubblica federale tedesca trasmise
la seguente conversazione tra Hannah Arendt e Guenter Gaus, al tempo stimato
giornalista e in seguito alto funzionario nel governo guidato da Willy
Brandt. Questa intervista ricevette il premio Adolf Grimme e venne
pubblicata l'anno successivo col titolo Was bleibt? Es bleibt die
Muttersprache, in Guenter Gaus, Zur Person, Piper, Muenchen 1965. La
traduzione italiana si basa sulla versione inglese di Joan Stambaugh. Gaus
comincia la conversazione notando che la Arendt e' la prima donna a
partecipare al ciclo di interviste da lui condotto. Subito dopo egli precisa
la sua affermazione sottolineando il carattere "molto mascolino" della sua
professione: la filosofia. Da qui scaturisce la sua prima domanda:
nonostante il rispetto e il riconoscimento che lei ha ricevuto, vive il "suo
ruolo nella cerchia dei filosofi" come insolito o particolare per il fatto
di essere una donna? Questa e' la risposta della Arendt:
- Hannah Arendt: Temo di dover protestare. Io non appartengo alla cerchia
dei filosofi. La mia professione, se si puo' considerarla tale, e' la teoria
politica. Non mi sento affatto una filosofa, ne' credo di essere stata
accolta nella cerchia dei filosofi, come lei gentilmente suggerisce.
Rispetto poi all'altra domanda da lei posta nelle sue osservazioni iniziali,
puo' anche essere vero, come dice lei, che la filosofia e' ritenuta in
genere una professione maschile, ma non per questo e' destinata a rimanere
tale per sempre! E' perfettamente possibile che un giorno vi sia una donna
filosofo... (1)
*
- Guenter Gaus: Ma io la considero una filosofa...
- Hannah Arendt: Be', non posso farci niente; ma personalmente non credo di
esserlo. Sono convinta di essermi congedata dalla filosofia una volta per
tutte. Come lei ben sa, ho studiato filosofia, ma cio' non significa che da
allora non abbia cambiato strada.
*
- Guenter Gaus: Vorrei che lei precisasse meglio qual e' la differenza tra
la filosofia politica e il suo lavoro di docente di teoria politica.
- Hannah Arendt: L'espressione "filosofia politica", che io peraltro evito,
e' straordinariamente sovraccarica di tradizione. Quando parlo di queste
cose, in termini accademici o non accademici, ricordo sempre che esiste una
tensione vitale tra filosofia e politica. Vi e' cioe' una tensione tra
l'uomo come essere che pensa e l'uomo come essere che agisce di cui non vi
e' traccia, per esempio, nella filosofia della natura. L'atteggiamento del
filosofo di fronte alla natura non e' diverso da quello di ogni altro uomo,
e quando dice cio' che pensa su di essa egli parla nel nome dell'umanita',
ma un filosofo non puo' essere obiettivo o neutrale rispetto alla politica.
Non dopo Platone!
*
- Guenter Gaus: Capisco cosa vuole dire.
- Hannah Arendt: Vi e' una sorta di ostilita' verso la politica nel suo
complesso in gran parte dei filosofi, con ben poche eccezioni. Kant e' una
di queste eccezioni. Tale inimicizia ha una grandissima rilevanza in questo
contesto, poiche' non e' una questione personale, ma dipende dalla cosa
stessa.
*
- Guenter Gaus: Lei non vuole avere nulla a che spartire con questa
ostilita' verso la politica perche' ritiene che potrebbe intralciare il suo
lavoro?
- Hannah Arendt: "Non voglio avere nulla a che spartire con questa
ostilita'", proprio cosi'! Voglio guardare alla politica, per cosi' dire,
con gli occhi sgombri dalla filosofia.
*
- Guenter Gaus: Capisco. Passiamo ora alla questione dell'emancipazione
femminile. Ha mai rappresentato un problema per lei?
- Hannah Arendt: Si', naturalmente, come tale il problema si ripresenta
sempre. Il fatto e' che io sono un po' all'antica. Ho sempre pensato che ci
sono delle professioni che non si addicono alle donne, che non vanno bene
per loro, se posso esprimermi cosi'. Non e' bello quando una donna si mette
a dare ordini. Se vuole rimanere femminile, una donna dovrebbe evitare di
trovarsi in situazioni simili. Non so se ho torto o ragione. Per quanto mi
riguarda ho sempre vissuto secondo questi principi in maniera piu' o meno
inconscia - o meglio, piu' o meno conscia. Nel mio caso questo problema non
ha pesato molto. Per farla breve, ho sempre fatto cio' che mi andava di
fare.
*
- Guenter Gaus: Nella sostanza l'obiettivo del suo lavoro - entreremo
sicuramente piu' nel dettaglio in seguito - e' la conoscenza delle
condizioni che rendono possibile l'azione e il comportamento politico. Le
preme esercitare una grande influenza con i suoi scritti oppure crede che ai
nostri tempi una simile influenza non sia piu' possibile, o semplicemente la
cosa non le importa poi molto?
- Hannah Arendt: Sa, non e' facile rispondere alla sua domanda. In tutta
onesta' dovrei limitarmi a dire questo: quando lavoro l'influenza e'
l'ultimo dei miei pensieri.
*
- Guenter Gaus: E una volta che il lavoro e' finito?
- Hannah Arendt: A quel punto anch'io ho finito. Cio' che mi preme e'
comprendere. Per me scrivere significa cercare di comprendere, fa parte di
questo processo di comprensione... Certe cose vengono fissate. Se avessi
avuto in dono una memoria cosi' prodigiosa da conservare davvero tutto cio'
che penso, dubito fortemente che avrei mai scritto alcunche' - conosco la
mia pigrizia. Per me cio' che conta e' il processo stesso del pensiero.
Personalmente, una volta che sono riuscita a riflettere in profondita' su
una questione, sono molto soddisfatta. Se poi riesco anche a tradurre in
maniera adeguata il mio processo di pensiero in scrittura, ne traggo
ulteriore soddisfazione. Ma lei mi chiede dell'effetto che i miei lavori
hanno sugli altri. Se mi consente una chiosa ironica, questa e' una domanda
tipicamente maschile. Gli uomini vogliono sempre esercitare una grande
influenza, ma per me non e' poi cosi' essenziale. Se penso di esercitare
dell'influenza? No. Io voglio comprendere, e se altri comprendono - nello
stesso senso in cui io ho compreso - allora provo un senso di appagamento,
come quando ci si sente a casa in un luogo.
*
- Guenter Gaus: Le riesce facile scrivere? Formulare i suoi pensieri?
- Hannah Arendt: A volte si', a volte no. Ma in generale posso dirle che non
scrivo fintantoche', per cosi' dire, non riesco a scrivere sotto mia stessa
dettatura.
*
- Guenter Gaus: Finche' non ha sviscerato la questione.
- Hannah Arendt: Si'. Devo sapere esattamente che cosa voglio scrivere. Non
scrivo finche' non lo so. In genere faccio un'unica redazione, e quindi me
la sbrigo piuttosto in fretta; dipende solo dalla velocita' con cui batto a
macchina.
*
- Guenter Gaus: Al momento, al centro della sua opera vi e' l'interesse per
la teoria politica, l'azione e il comportamento politico. Tenuto conto di
cio', mi sembra particolarmente interessante un passo del suo scambio
epistolare col professor Scholem (2), dove lei scrive, se mi e' consentito
citarla, che "in gioventu' non provava alcun interesse per la politica o la
storia". Signora Arendt, nel 1933, a ventisei anni, lei ha dovuto lasciare
la Germania perche' ebrea. Vi e' forse un nesso tra questi eventi e il suo
interesse per la politica, o meglio la fine della sua indifferenza verso la
politica e la storia?
- Hannah Arendt: Ovviamente, si'. Nel 1933 l'indifferenza non era piu'
possibile. A ben vedere, non era possibile neanche prima.
*
- Guenter Gaus: Anche per lei?
- Hannah Arendt: Ovviamente, si'. Leggevo i giornali con attenzione, avevo
delle opinioni, ma non appartenevo a un partito, ne' ne sentivo il bisogno.
Sin dal 1931 ero certa che i nazisti avrebbero preso il potere. Discutevo in
continuazione di questi problemi, ma non mi sono occupata in maniera
sistematica di queste cose finche' non ho deciso di emigrare.
*
- Guenter Gaus: Avrei un'altra domanda da porle su questo tema. Visto che
lei era certa che i nazisti avrebbero fatto di tutto per conquistare il
potere, non senti' l'impulso di fare qualcosa per impedirlo - per esempio
aderire a un partito - o riteneva che non avesse piu' alcun senso?
- Hannah Arendt: Personalmente pensavo non avesse senso. Altrimenti - anche
se e' difficile stabilirlo con certezza a distanza di anni - avrei
probabilmente fatto qualcosa. Pensavo che la situazione fosse disperata.
*
- Guenter Gaus: Si ricorda di un particolare evento cui puo' essere fatto
risalire il suo cambiamento d'atteggiamento nei confronti della politica?
- Hannah Arendt: Direi il 27 febbraio 1933, l'incendio del Reichstag, e gli
arresti illegali che ne seguirono la notte stessa: la cosiddetta custodia
preventiva. Come lei sa, gli arrestati finivano nelle celle della Gestapo o
nei campi di concentramento. Cio' che accadde era mostruoso, anche se ora
appare nulla in confronto alle cose avvenute in seguito. Per me fu un vero
trauma, e da allora mi sentii responsabile, non pensavo piu', cioe', che si
potesse rimanere degli osservatori, e cosi' ho cercato di rendermi utile in
molti modi. Ma cio' che mi spinse a emigrare - se vale la pena di parlarne,
visto che e' una cosa di nessuna importanza...
*
- Guenter Gaus: La prego, ce lo racconti.
- Hannah Arendt: Intendevo emigrare in ogni caso. Avevo capito fin
dall'inizio che gli ebrei non potevano restare. Non era mia intenzione
vagare per la Germania come una cittadina di seconda classe, se posso
esprimermi cosi'. Per di piu', ero certa che le cose sarebbero andate sempre
peggio. Comunque, alla fine, non me ne sono andata cosi' pacificamente. E
devo riconoscere che ne vado orgogliosa. Venni arrestata e dovetti lasciare
il paese illegalmente - glielo raccontero' fra un attimo - e fu per me una
grande soddisfazione. Pensavo: almeno ho fatto qualcosa! Almeno non sono
"innocente". Nessuno avrebbe potuto dirlo di me! L'opportunita' me la offri'
l'organizzazione sionista. Avevo diversi amici tra i suoi dirigenti, in
particolare ero molto amica dell'allora presidente Kurt Blumenfeld, ma non
ero una sionista, ne' i sionisti cercarono mai di reclutarmi. Comunque, in
un certo senso, ne subivo l'influenza, in particolare per quanto riguarda la
critica, l'autocritica che i sionisti avevano suscitato nel popolo ebraico.
Ne subivo l'influenza e ne capivo l'importanza, ma politicamente non avevo
nulla a che spartire col sionismo. Ebbene, nel 1933 Blumenfeld e un altro
uomo che lei non puo' conoscere mi contattarono e mi dissero che volevano
fare una raccolta di tutte le affermazioni antisemite che ricorrevano negli
ambienti piu' ordinari: per esempio nelle associazioni, in ogni genere di
associazioni professionali, sulle riviste specializzate, in breve quel
genere di cose di cui all'estero non si viene mai a sapere nulla. Al tempo
fare qualcosa del genere significava rendersi complice di quella che i
nazisti definivano "propaganda dell'orrore". I sionisti non potevano
occuparsene, perche', nel caso in cui fossero stati scoperti, avrebbero
messo a repentaglio l'intera organizzazione... Cosi' mi chiesero: "Vuoi
farlo tu?", e io risposi: "Certo". Ne ero ben felice; innanzitutto perche'
mi sembrava un'ottima idea, e poi perche' mi confortava pensare che, dopo
tutto, si potesse pur fare qualcosa.
*
- Guenter Gaus: Fu arrestata per questa attivita'?
- Hannah Arendt: Si'. Venni scoperta, ma fui molto fortunata. Uscii dopo
otto giorni perche' avevo fatto amicizia con il funzionario che mi aveva
arrestato. Era un tipo affascinante! Era stato appena promosso dalla polizia
criminale alla sezione politica e non aveva la minima idea di come
comportarsi. Che cosa doveva fare? Mi ripeteva di continuo: "In genere mi
trovo di fronte a qualcuno, consulto gli schedari e capisco come stanno le
cose. Ma che devo fare con lei?".
*
- Guenter Gaus: Questo accadeva a Berlino?
- Hannah Arendt: Si', a Berlino. Purtroppo ho dovuto mentire a quest'uomo,
non potevo certo mettere a repentaglio l'organizzazione. Gli raccontavo
delle storie fantasiose e lui non faceva che dirmi: "L'ho portata io qui
dentro, saro' io a farla uscire. Non prenda un avvocato! Gli ebrei hanno
pochi soldi ormai. Risparmi il denaro!". Nel frattempo l'organizzazione mi
aveva procurato un avvocato - ovviamente tra i suoi membri - ma io me ne
sbarazzai, perche' l'uomo che mi aveva arrestato aveva una faccia cosi'
schietta e onesta che decisi di fidarmi di lui, convinta che fosse piu'
sicuro che affidarsi a un avvocato, spaventato quanto me.
*
- Guenter Gaus: Riusci' quindi a uscirne e a lasciare la Germania?
- Hannah Arendt: Uscii dal carcere, ma dovetti passare il confine
illegalmente... l'inchiesta era ancora aperta.
*
- Guenter Gaus: Nel carteggio che ho menzionato in precedenza, signora
Arendt, lei ha respinto con forza, giudicandola superflua, l'esortazione di
Scholem a non dimenticarsi della sua appartenenza al popolo ebraico. Lei
scrive, cito ancora, "la mia ebraicita' appartiene a quei dati di fatto
indiscutibili della mia vita che non ho mai desiderato di cambiare di una
virgola, nemmeno durante l'infanzia". In proposito avrei alcune cose da
chiederle. Lei e' nata a Hannover nel 1906, suo padre era un ingegnere, ed
e' cresciuta a Koenigsberg. Ricorda che cosa significava per una bambina
appartenere a una famiglia ebrea nella Germania prebellica?
- Hannah Arendt: In tutta onesta' non mi e' possibile rispondere in termini
generali alla sua domanda. Per quanto mi riguarda, non ho preso coscienza in
famiglia della mia identita' ebraica. Mia madre non era affatto religiosa.
*
- Guenter Gaus: Suo padre e' morto in giovane eta'.
- Hannah Arendt: Si', mio padre e' morto quand'era ancora giovane. Suona
tutto molto strano. Mio nonno era il presidente della comunita' liberale
ebraica e consigliere comunale a Koenigsberg. Vengo da una vecchia famiglia
ebrea. Comunque, la parola "ebreo" non veniva usata quando ero bambina. Mi
ci sono imbattuta per la prima volta ascoltando le battute antisemite - che
e' meglio non ripetere - dei bambini per le strade. Da quel momento ho
avuto, per cosi' dire, un'"illuminazione".
*
- Guenter Gaus: Fu un trauma per lei?
- Hannah Arendt: No.
*
- Guenter Gaus: Non le venne da pensare: ora sono qualcosa di particolare?
- Hannah Arendt: Be', vede, questa e' un'altra faccenda. Non fu affatto un
trauma per me. Mi sono detta: cosi' stanno le cose. Se ho avuto la
sensazione di essere qualcosa di particolare? Certo! Ma non e' il caso che
mi dilunghi sulla questione ora.
*
- Guenter Gaus: In che senso si senti' diversa?
- Hannah Arendt: Oggettivamente, penso che avesse a che fare con la mia
ebraicita'. Per esempio, da bambina - benche' da bambina un po' piu'
grandicella, in questo caso - sapevo di avere delle fattezze ebraiche, di
essere diversa dagli altri bambini. E ne ero pienamente consapevole, ma non
nel senso che mi sentissi inferiore: semplicemente le cose stavano cosi'.
Peraltro anche mia madre, la mia cerchia familiare, per cosi' dire, erano un
po' fuori dalla norma. Erano cosi' particolari, anche rispetto alle famiglie
di altri bambini ebrei o di altri bambini nostri parenti, che non era facile
per un bambino capire che cosa vi fosse di speciale.
*
- Guenter Gaus: Mi piacerebbe saperne di piu' sulla peculiarita' della sua
cerchia familiare. Lei ha detto che sua madre non ritenne necessario
soffermarsi sulla sua identita' ebraica finche' lei non ne fece esperienza
sulla strada. Forse sua madre aveva perso quel senso della propria
ebraicita' che lei rivendica nella sua lettera a Scholem? Non svolgeva piu'
alcun ruolo nella sua vita? Si era completamente assimilata, o almeno cosi'
lei credeva?
- Hannah Arendt: Mia madre non aveva una grande predisposizione per la
teoria. Non credo avesse le idee molto chiare in proposito. Come mio padre,
anche lei proveniva dal movimento socialdemocratico, dal circolo dei
"Sozialistische Monatshefte" (3). La questione dell'ebraismo non svolgeva
alcun ruolo nella sua vita. Ovviamente era un'ebrea. Di certo non mi avrebbe
mai battezzata! Penso che mi avrebbe preso a schiaffi se fosse venuta a
sapere che avevo ripudiato l'ebraismo. Era qualcosa di impensabile, per
cosi' dire. Fuori discussione! Ma la faccenda si e' fatta ovviamente molto
piu' seria negli anni Venti, quand'ero ragazza, di quanto non fosse mai
stata per mia madre. E quando sono diventata adulta il problema si e' fatto
molto piu' pressante per mia madre di quanto non fosse in precedenza. Ma
cio' era dovuto a delle circostanze esterne. Per quanto mi riguarda, per
esempio, non credo di essermi mai considerata una tedesca - nel senso
dell'appartenenza a un popolo e non della cittadinanza, se mi e' consentita
questa distinzione. Mi ricordo di una discussione con Jaspers - doveva
essere il 1930 - in cui lui mi diceva: "ovviamente lei e' tedesca!", e io
ribattevo: "ma se si vede bene che non lo sono!". Comunque la cosa non mi
infastidiva, non la vivevo come un segno di inferiorita', in alcun modo. Ma
per tornare ancora alla questione della peculiarita' della mia famiglia, va
detto che tutti i bambini ebrei facevano esperienza dell'antisemitismo, e
molti ne pagavano le conseguenze. La differenza nel nostro caso e' che per
mia madre era fondamentale non farsi mai umiliare. Bisogna difendersi!
Quando i miei insegnanti facevano delle osservazioni antisemite - in genere
non nei miei confronti, ma di altre ragazze ebree, per lo piu' studentesse
ebree provenienti dall'Est - avevo l'ordine di alzarmi immediatamente,
abbandonare la classe, tornare a casa e fare un resoconto dettagliato di
cio' che era avvenuto. A quel punto mia madre scriveva una delle sue
numerose lettere raccomandate e per me la questione era chiusa. Avevo un
giorno di vacanza in piu' ed era meraviglioso! Ma quando le osservazioni
giungevano dagli altri bambini, non mi era permesso riferirne a casa. Non
era ammesso: dalle offese degli altri bambini bisognava sapersi difendere da
soli. Percio' queste cose non rappresentavano affatto un problema per me. Vi
erano delle regole di comportamento che, per cosi' dire, garantivano la mia
dignita', e mi sentivo protetta, assolutamente protetta, a casa.
*
- Guenter Gaus: Lei ha studiato a Marburgo, Heidelberg e Friburgo con i
professori Heidegger, Bultmann e Jaspers e si e' occupata soprattutto di
filosofia e, quindi, di teologia e greco. Come e' arrivata a scegliere
queste materie?
- Hannah Arendt: Be', sa che le dico, me lo sono chiesto spesso anch'io!
Posso solo dirle che ho sempre saputo che avrei studiato filosofia. Sin
dall'eta' di quattordici anni.
*
- Guenter Gaus: Perche'?
- Hannah Arendt: Avevo letto Kant. Ma detto cio', lei potrebbe chiedermi:
perche' ha letto Kant? Per me le cose stavano piu' o meno in questi termini:
o studiare filosofia o farla finita, per cosi' dire. Non perche' non amassi
la vita! Al contrario! Come ho detto in precedenza, avevo questo bisogno di
comprendere... Nel mio caso il bisogno di comprendere si e' manifestato
molto presto. Vede, a casa c'erano tutti questi libri; bastava allungare le
mani e tirarli giu' dagli scaffali.
*
- Guenter Gaus: A parte Kant, ci sono altre letture di cui ha un ricordo
particolare?
- Hannah Arendt: Si', in primo luogo la Psychologie der Weltanschauungen
[Psicologia delle visioni del mondo], pubblicata, mi pare, nel 1920 (4).
Avevo quattordici anni. Poi ho letto Kierkegaard e le due cose si
integravano a meraviglia.
*
- Guenter Gaus: Ed e' qui che entra in scena la teologia?
- Hannah Arendt: Si', le due cose si integravano a tal punto che mi parevano
quasi coincidere. Mi chiedevo soltanto come ci si potesse occupare di
teologia essendo ebrei... come si potesse fare; non ne avevo proprio idea,
capisce? Avevo delle forti perplessita' che si sono poi dissolte da se' col
tempo. Col greco le cose stavano diversamente. Ho sempre amato molto la
poesia greca, e la poesia in genere ha avuto una grande importanza nella mia
vita. Cosi' ho scelto anche il greco. In fondo era la scelta piu' comoda,
perche' lo conoscevo di gia'.
*
- Guenter Gaus: Complimenti!
- Hannah Arendt: No, lei esagera.
*
- Guenter Gaus: Le sue doti intellettuali, signora Arendt, si sono palesate
molto presto. Non e' che quando andava a scuola o da giovane studentessa
cio' ha contribuito ad allontanarla, magari dolorosamente, dalle normali
relazioni quotidiane?
- Hannah Arendt: Le cose sarebbero andate cosi' se ne fossi stata
consapevole. Il fatto e' che io credevo che tutti fossero come me.
*
- Guenter Gaus: Quando ha capito che le cose non stavano cosi'?
- Hannah Arendt: Piuttosto tardi. Preferisco non precisare quanto tardi. La
cosa mi imbarazza; ero incredibilmente ingenua, in parte per l'educazione
che avevo ricevuto a casa. Non si discuteva mai dei voti, perche' lo si
considerava un argomento non degno. Ogni genere di ambizione era considerata
poco dignitosa. Comunque, la situazione non mi era del tutto chiara.
Talvolta provavo un senso di estraneita' rispetto agli altri.
*
- Guenter Gaus: Un'estraneita' che credeva dipendesse da lei?
- Hannah Arendt: Si', assolutamente. Ma questo non ha niente a che vedere
col talento. Non l'ho mai collegato a esso.
*
- Guenter Gaus: Cosi' le e' capitato ogni tanto di provare disprezzo per gli
altri in gioventu'?
- Hannah Arendt: Si', e' capitato, e molto presto. E ne ho anche sofferto
perche' sapevo che non era giusto, che non era lecito, eccetera
*
- Guenter Gaus: Quando lascio' la Germania nel 1933 si trasferi' a Parigi
dove lavoro' in un'organizzazione il cui compito era di far emigrare giovani
ebrei in Palestina. Vuole dirmi qualcosa in proposito?
- Hannah Arendt: Questa organizzazione trasferiva dei giovani ebrei di eta'
compresa tra i tredici e i diciassette anni dalla Germania alla Palestina e
li alloggiava presso dei kibbutz. E' per questo che conosco piuttosto bene
questi insediamenti.
*
- Guenter Gaus: E dai loro primi passi.
- Hannah Arendt: Si', dai loro primi passi. A quel tempo avevo grande
rispetto per loro. I ragazzi ricevevano una formazione professionale e una
nuova formazione scolastica. In alcuni casi sono riuscita a far entrare di
nascosto anche dei ragazzi polacchi. Si trattava di un lavoro sociale ed
educativo regolare. Nel paese vi erano dei grandi campi in cui i ragazzi
venivano preparati al trasferimento in Palestina, andavano a lezione,
imparavano a coltivare la terra e, soprattutto, mettevano su' qualche chilo.
Il nostro compito era di vestirli da capo a piedi, cucinare per loro, ma
soprattutto procurar loro i documenti, trattare coi genitori e, prima
ancora, procurar loro dei soldi. In cio' consisteva gran parte del mio
lavoro. Lavoravo insieme a delle donne francesi e questo e' piu' o meno
quello che facevamo. Forse lei vuole sapere ora perche' ho deciso di
intraprendere questo lavoro?
*
- Guenter Gaus: Certo.
- Hannah Arendt: Vede, io venivo da una formazione puramente accademica e,
da questo punto di vista, il 1933 ha lasciato su di me una traccia
indelebile. Anzitutto in senso positivo e poi negativo. Forse farei meglio a
dire prima in senso negativo e poi positivo. Oggi molti pensano che per gli
ebrei l'ascesa di Hitler al potere sia stato uno shock. Ma per quanto
riguarda me e quelli della mia generazione posso dire che questo e' un
curioso equivoco. Ovviamente si trattava di un fatto grave, ma era politico,
non personale. Non avevamo bisogno dell'ascesa di Hitler al potere per
capire che i nazisti erano nostri nemici! La cosa era assolutamente chiara
ormai gia' da quattro anni per chiunque avesse un minimo di cervello. E
sapevamo anche che moltissimi tedeschi erano dalla loro parte. Cio' non
poteva rappresentare una sorpresa o uno shock nel 1933.
*
- Guenter Gaus: Vuole dire che il vero trauma fu scoprire che gli eventi da
politici si stavano trasformando in personali?
- Hannah Arendt: Non tanto questo. O meglio anche questo. In primo luogo
cio' che era politico in senso lato divenne un destino personale al momento
dell'emigrazione. In secondo luogo... gli amici si "uniformavano" o si
allineavano. Il problema, il problema personale, non era cio' che facevano i
nostri nemici, ma cio' che facevano i nostri amici. Sull'onda della
Gleichschaltung (uniformazione) (5), che era relativamente volontaria - in
ogni caso, non ancora indotta dal terrore - era come se intorno a noi si
fosse creato uno spazio vuoto. Io vivevo in un ambiente intellettuale, ma
conoscevo anche altra gente, e tra gli intellettuali la Gleichschaltung era,
per cosi' dire, la regola; non cosi' per gli altri. E non l'ho mai
dimenticato. Ho lasciato la Germania ossessionata dall'idea - ovviamente un
po' esagerata - che... mai piu'! Non mi immischiero' mai piu' in nessun
genere di attivita' intellettuale. Non voglio avere nulla a che spartire con
quella genia. Per di piu' allora non credevo che gli intellettuali ebrei o
tedeschi si sarebbero comportati in maniera diversa se la loro situazione
fosse stata diversa. Non lo credevo affatto. Ero convinta che dipendesse
dalla professione, dal fatto di essere degli intellettuali. Sto parlando al
passato. Ora ne so di piu' in proposito...
*
Note
1. Le ellissi, qui e altrove, rispettano quelle del testo originale e non
indicano manomissione del materiale (nota di Jerome Kohn [curatore di Hannah
Arendt, Essays in understanding 1930-1954, Harcourt Brace & Company, 1994,
di cui i due volumi di Archivio Arendt, Feltrinelli, Milano 2001-2003, sono
la traduzione italiana]).
2. Gershom Scholem (1897-1982), sionista tedesco, storico ed eminente
studioso del misticismo ebraico, era una vecchia conoscenza di Hannah
Arendt. Il 23 giugno del 1963 Scholem le indirizzo' una lettera molto
critica sul suo libro Eichmann in Jerusalem (trad. it. di P. Bernardini, La
banalita' del male, Feltrinelli, Milano 1964); cfr. Eichmann in Jerusalem:
an Exchange of Letters, in "Encounter", 22, 1964 (trad. it. "Eichmann a
Gerusalemme". Uno scambio di lettere tra Gershom Scholem e Hannah Arendt, in
Hannah Arendt, Ebraismo e modernita', a cura di G. Bettini, Unicopli, Milano
1986, pp. 215-228). La citazione e'tratta dalla replica della Arendt, datata
24 luglio 1963 (ivi, p. 221) (nota di Jerome Kohn).
3. I "Sozialistische Monatshefte" (Mensile socialista) erano un famoso
giornale tedesco del tempo (nota di Jerome Kohn).
4. Karl Jaspers, Psychologie der Weltanschauungen (trad. it. di V. Loriga,
Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio, Roma 1950), fu pubblicata
originariamente a Berlino nel 1919 (nota di Jerome Kohn).
5. Il termine  Gleichschaltung, o uniformazione politica, indica il diffuso
cedimento, all'inizio del periodo nazista, al mutato clima politico,
motivato in genere dal desiderio di preservare la propria posizione o di
trovare un lavoro; denota, inoltre, la politica nazista di trasformare le
organizzazioni tradizionali - gruppi giovanili e ogni altro genere di
associazione o circolo - in organizzazioni specificamente naziste (nota di
Jerome Kohn).

5. INCONTRI. MONIRA RAHMAN A FIRENZE IL 28 NOVEMBRE
[Da Enzo Mazzi (per contatti: emazzi at videosoft.it) riceviamo e pubblichiamo
il seguente invito diffuso dalla Biblioteca comunale dell'Isolotto (viale
dei Pini 54, Firenze, tel. 055710834) e dalla Comunita' dell'Isolotto (via
degli Aceri 1, Firenze, tel. 055711362). Enzo Mazzi, animatore
dell'esperienza della comunita' dell'Isolotto a Firenze, e' una delle figure
piu' vive dell'esperienza delle comunita' cristiane di base, e della
riflessione e delle prassi di pace, solidarieta', liberazione, nonviolenza.
Tra le opere di Enzo Mazzi e della Comunita' dell'Isolotto segnaliamo
almeno: Isolotto 1954/1969, Laterza, Bari 1969; Ernesto Balducci e il
dissenso creativo, Manifestolibri, Roma 2002]

Monira Rahman sara' all'Isolotto di Firenze per incontrare la popolazione
del quartiere presso le "Baracche", via degli Aceri 1, martedi' 28 novembre
alle 17,30.
*
Monira Rahman e' una giovane donna del Bangladesh che lotta da anni per
difendere e curare le donne sfigurate e gravemente invalidate dagli attacchi
di acido gettato loro sul volto e sul corpo, donne spesso giovanissime (dai
13 ai 35 anni), vittime dell'atroce violenza di maschi: pretendenti respinti
o mariti gelosi o semplicemente insoddisfatti dalla dote. Si tratta di una
vera emergenza in Bangladesh.
A questo scopo ha fondato e dirige un'associazione: la Acid Survivor
Foundation. La fondazione, nata nel maggio 1999, collabora con le ong locali
e la comunita' internazionale per assicurare alle vittime l'accesso a cure
mediche costose, per permettere loro di aver accesso al sistema legale per
denunciare gli atti di criminalita' subiti, per la loro riabilitazione
sociale e lavorativa, creando luoghi di incontro e dialogo e di sostegno
alle famiglie, e soprattutto cerca di prevenire ulteriori attacchi. Il loro
impegno e' risultato molto efficace: si stima infatti, che dal 2003, proprio
grazie alla Acid Survivor Foundation, gli attacchi siano diminuiti del 40%.
*
Monira Rahman ha ottenuto dalla sezione tedesca di Amnesty International lo
Human Rights Award ed ora e' a Firenze per ricevere il Gonfalone d'argento
di cui e' stata insignita dalla Regione Toscana.
Monira ha chiesto di poter incontrare alcune realta' sociali della citta'
maggiormente impegnate nel campo dei diritti umani e sociali e contro la
violenza verso le donne.
La biblioteca comunale dell'Isolotto e la Comunita' dell'Isolotto sono liete
di ospitarla, di socializzare con lei esperienze tanto significative e di
esprimere totale solidarieta'.
Siete tutte e tutti invitati.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1487 del 22 novembre 2006

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