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Voci e volti della nonviolenza. 50



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 50 del 27 febbraio 2007

In questo numero:
1. Etty Hillesum
2. Wanda Tommasi: Etty Hillesum. La cura nel vivere
3. Et coetera

1. ETTY HILLESUM

Maestra di resistenza all'inumano, maestra di antibarbarie, figura della
nonviolenza in cammino. La nonviolenza ha molte voci e molti volti, e il suo
appello l'umanita' intera raggiunge; la voce e il volto di Etty, cosi' come
tutte le piu' alte esperienze della Resistenza alla barbarie nazista, ci
illumina ancora.

2. WANDA TOMMASI: ETTY HILLESUM. LA CURA NEL VIVERE
[Dalla rivista telematica della comunita' filosofica femminile Diotima "Per
amore del mondo", n. 4, autunno 2006 (disponibile nel sito
www.diotimafilosofe.it) riprendiamo il seguente saggio]

1. Una verita' che trasforma la vita
Come la confessione, definita da Maria Zambrano "un'azione, l'azione massima
che e' dato attuare con la parola" (1), cosi' anche il diario esercita
un'azione trasformatrice su chi lo legge; invita il lettore a compiere un
percorso analogo a quello di chi l'ha scritto: un percorso simile, ma anche
inevitabilmente diverso, perche' segnato dalla propria singolarita'.
Quest'azione trasformatrice su chi legge e' particolarmente evidente in un
diario come quello di Etty Hillesum, in cui l'autrice ci rivela l'evoluzione
della sua vita interiore e il cammino della sua spiritualita', facendoci
dono di se'. Per questo motivo, io ho iniziato il mio libro su Etty Hillesum
in modo inconsueto, ringraziando per il dono che il suo diario ha
rappresentato per me, come per molti altri lettrici e lettori (2). Un dono
crea uno squilibrio fecondo; accoglierlo significa rendersi disponibili a
modificare se stessi, ma secondo un modello "solamente analogico": "e' il
mio essere simile, ma mai uguale a quello di un altro" (3).
Etty, nello scrivere il Diario, parte sempre da se', mette in gioco la
propria singolarita' nella lettura di fatti, eventi, situazioni: nella
Hillesum c'e' la convinzione che occorra partire da se' e dalla proprie
relazioni per cambiare il mondo. La strategia esistenziale della Hillesum,
la quale rifiuta sia la militanza politica nelle file della resistenza
antinazista sia il ripiegamento narcisistico come fuga dalla realta', punta
sulla modificazione di se' e delle proprie relazioni per incidere sul
contesto in cui vive e, contemporaneamente, sulla messa in parole della
propria esperienza nella scrittura, affinche', a partire dai terribili
avvenimenti della Shoah, lei possa ricavare e trasmettere un senso, una
denuncia, una testimonianza.
Mettendo in gioco se stessa nella scrittura, Etty invita chiunque la legga a
partire dalla propria singolarita', dall'unicita' dei propri vissuti. C'e'
un elemento in particolare, nella scrittura di Etty Hillesum, che lascia
vuoto uno spazio in cui ciascuno e' rimandato alla propria singolarita': si
tratta del silenzio interiore, che in Etty prende il nome di Dio. Proprio
questo silenzio, questa capacita' di ascolto nel cuore della scrittura,
invita ciascuno ad ascoltare la parte piu' profonda di se'. Dio si rivolge a
ciascuno singolarmente: e' la categoria della singolarita', come ha
giustamente sottolineato Kierkegaard, quella che e' chiamata in causa nella
relazione con Dio.
Questo spazio vuoto, questo punto di silenzio, si precisa in Etty come luogo
di relazione: "Hineinhorchen, vorrei trovare una buona traduzione olandese
di questa parola. In fondo, la mia vita e' un ininterrotto ascoltar dentro
me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realta' e'
Dio che ascolta dentro di me. La parte piu' essenziale e profonda di me che
ascolta la parte piu' essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio" (4).
Avendo preservato il silenzio come spazio di ascolto e di relazione con
l'Altro - Dio -, Etty fa si' che la sua scrittura lasci spazio al differire
di ogni singolarita'.
*
2. Lontana e vicina
C'e' un gioco fra distanza e prossimita' nell'accostarsi a Etty Hillesum,
alla sua scrittura: c'e' la distanza data dalla relazione fra singolarita'
irriducibili, e c'e' la prossimita' dovuta a qualcosa che le accomuna. Per
me, donna, la vicinanza con Etty e' sensibile soprattutto nella comune
appartenenza alla differenza femminile. In Etty Hillesum, si coglie bene, in
alcuni punti cruciali, il suono della differenza femminile: sento una
vicinanza e una profonda sintonia con lei, ad esempio, nel suo tenere
insieme sessualita' e spiritualita', a differenza di quanto accade negli
itinerari ascetici, che sono per lo piu' maschili. Mentre, per un uomo, la
rinuncia ad una sessualita' vissuta come schiavitu' della carne sembra
essere una tappa obbligata nel percorso verso Dio, invece per una donna, il
cui erotismo implica un coinvolgimento di corpo e spirito insieme, non e'
necessariamente cosi' (5).
Mentre sento una prossimita' con Etty Hillesum nel comune radicamento nella
differenza femminile, per altri versi invece sono costretta a constatare la
distanza che mi separa da lei: entra allora in gioco la relazione fra
singolarita' irriducibili, la mia analoga alla sua, ma anche inevitabilmente
diversa.
Mi sembra opportuno, in altri termini, richiamare l'attenzione sulla
necessita' di non prendere Etty Hillesum come un "modello" di esistenza
femminile, ma di leggerla conservando il senso della propria singolarita',
nell'incontro con la sua singolarita' irripetibile.
Il tema che, piu' di altri, mi fa sentire Etty Hillesum, al tempo stesso,
lontana e vicina, e' il suo rifiuto dell'odio: la pratica di nonviolenza
radicale di Etty mi costringe a misurare la grande distanza che mi separa da
lei, da una posizione che, da questo punto di vista, non esiterei a
definire, con Helene Cixous, di "santita'" (6); a me accade talvolta di
odiare visceralmente, e per motivi molto piu' futili di quelli, serissimi,
che aveva Etty. Ma poi ritrovo di nuovo Etty, e la sento vicina nel suo
invito a partire dal "proprio marciume" (7) se si vuole che qualcosa cambi,
oppure nella scelta di opporre "a ogni crimine e orrore un pezzetto di amore
e di bonta' che avremo conquistato in noi stessi" (8): c'e' qui una
straordinaria intuizione, la consapevolezza che non serve a niente fissarsi
sull'odio, sia pure per estirparlo, ma che e' meglio puntare su quel po' di
capacita' di amare che si riesce a a salvare in se stessi, per evitare che
l'odio avveleni tutto.
Ho mostrato qui, in relazione al tema dell'odio, un andirivieni fra
alterita' e somiglianza, fra distanza e prossimita'. Un percorso analogo,
dall'identificazione alla presa di distanza, Etty stessa lo ha praticato
nelle sue relazioni piu' significative: con Julius Spier - il maestro, il
terapeuta, l'amante - e con l'autore piu' amato, Rainer Maria Rilke.
Con Spier, Etty passa dall'assimilazione amorosa della sua personalita' e
dei suoi insegnamenti all'elaborazione della relazione con l'altro nel
silenzio interiore. Inzialmente, Etty si assimila a Spier, soggiace alla
tentazione di possederlo o di esserne posseduta. Registra la propria
possessivita' nei suoi confronti (9), ma io credo che la sua differenza
femminile si riveli piuttosto nella tentazione di essere posseduta, di
assimilarsi amorosamente all'altro, in un'appropriazione amorosa e vorace al
tempo stesso. Successivamente, con fatica, l'assimilazione lascia il posto
ad una presa di distanza, all'elaborazione della relazione con l'altro nello
spazio interiore: "Il desiderio insensato e appassionato di 'perdermi' per
lui si e' gia' calmato da tempo, e' diventato 'ragionevole'. 'Perdermi' per
una persona e' sparire dalla mia vita; forse mi e' rimasto il desiderio di
'perdermi' per Dio, o per una poesia" (10).
Nella relazione con Spier, Etty fa dello scacco del suo sogno d'amore,
dell'impossibilita' di possederlo in esclusiva - lui ha una fidanzata che lo
aspetta a Londra -, l'occasione di un passaggio ad un livello piu' alto
(11). Viene faticosamente a capo della possessivita' e della dipendenza nei
suoi confronti, e sceglie di continuare da sola quel lavoro di aiuto e di
ascolto degli altri che avevano iniziato insieme: "E proprio il fatto di
dover percorrere la mia strada da sola mi fa sentire cosi' forte. Nutrita di
ora in ora dell'amore che provo per lui, e per gli altri. Infinite coppie si
formano all'ultimo momento, per disperazione. Preferisco esser sola e per
tutti" (12).
Questo percorso di decantazione della relazione con l'altro nel proprio
spazio interiore - un percorso che va dall'assimilazione amorosa alla presa
di distanza - ci dice gia' qualcosa dell'arte dell'esistenza in Etty
Hillesum. E' un'arte che ha il suo culmine nella sua capacita' di coltivare
il silenzio interiore - la "cella della preghiera" (13) - come luogo
riparato e protetto per il colloquio con Dio: e' da questo luogo riparato
che Etty attinge forza per affrontare la dura realta' che si trova a vivere;
e' questo punto di silenzio che le fa guadagnare una distanza prospettica
rispetto all'immersione totale nella vita tale da permetterle di continuare
a dare senso agli eventi, senza lasciarli sprofondare nell'insensatezza.
*
3. L'arte dell'esistenza
Secondo Kierkegaard, "la donna ha soprattutto un (...) talento innato, una
dote originaria: un assoluto virtuosismo per dar senso al finito" (14).
Questa dote, sicuramente Etty l'ha avuta: ma, nel suo caso, la capacita' di
dare senso al finito deriva precisamente dall'apertura all'infinito, dal
custodire il silenzio interiore, dall'ospitare Dio dentro di se'.
Potremmo anche parlare, nel caso di Etty Hillesum, di una "competenza
dell'esserci" (15),  che viene messa in gioco nel suo continuo andirivieni
fra vita e scrittura, silenzio e parola, relazioni con gli altri e
solitudine: e' una competenza dell'esserci - dell'esser-qui, ma anche in
relazione con altro, non riducibile al qui e ora - quella di cui Etty da'
prova, ed e' anche questo che ce la rende cosi' preziosa.
Per mettere a fuoco la cura nel vivere di cui il suo diario ci rende
testimonianza, vorrei partire da un'intuizione, che Etty espone, ma che dice
di non riuscire ancora a spiegare, secondo la quale la vita, nei suoi
aspetti contraddittori, alcuni dolorosi altri felici, forma un unico grande
insieme, un tutto indivisibile: "La vita e la morte, il dolore e la gioia,
le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa,
le persecuzioni, le innumerevoli atrocita', tutto, tutto e' in me come un
unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre
meglio - cosi', per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri"
(16).
In questo passo, risalta l'assenza di gerarchia fra "cose" di natura del
tutto eterogenea: c'e' uno stare accanto le une alle altre di "cose", alcune
drammatiche altre felici, senza alcuna preoccupazione per il proprio io
(vesciche ai piedi, persecuzioni, atrocita'). Queste ultime, le ferite che
toccano Etty personalmente, non sono tolte, ma scivolano via, confluiscono
nel tutto, perche' lei non si fissa sulla sofferenza e sull'umiliazione che
potrebbe derivarne, come non si aggrappa alle "cose" che suggeriscono un
abitare gioioso nell'essere (vita, gioia, gelsomino fiorito). Etty ribadisce
infatti, in un altro passo del diario, che nessun dolore, per pesante che
esso sia, puo' occludere interamente il nostro orizzonte: "Non ci si
dovrebbe mai lasciar paralizzare da una cosa sola, per grave che essa sia,
la gran corrente della vita deve continuare a scorrere" (17).
Ho volutamente separato, nella mia analisi, le "cose" negative da quelle
positive, che, nel passo di Etty citato prima, sono nominate insieme, per
fare risaltare meglio, per contrasto, la prospettiva priva di gerarchia e di
giudizio di valore dell'autrice: traspare un punto di vista impersonale, la
rinuncia agli attaccamenti dell'io. Si puo' parlare in questo senso, io
credo, di morte dell'io, un traguardo che viene in effetti preannunciato e
auspicato nel diario: "Questo io tanto ristretto, coi suoi desideri che
cercano solo la loro limitata soddisfazione, va strappato via, va spento"
(18). In passi come quello riportato sopra, sembra proprio che Etty sia
giunta davvero all'impersonale, che abbia realizzato in se' una morte
dell'io.
Fra le "cose" che Etty nomina, ce n'e' tuttavia una che, a differenza delle
altre, indica il permanere di un momento d'essere oltre la sua sparizione:
si tratta del gelsomino fiorito. Qualche tempo dopo, Etty nomina infatti di
nuovo il gelsomino, e lo sente fiorire dentro di se' quando esso e' gia'
sfiorito, quando i suoi fiori sono gia' sprofondati nelle pozzanghere
melmose: "Il gelsomino dietro casa e' completamente sciupato dalla pioggia e
dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua
e la' sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso
del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire
indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo
tutt'intorno alla tua casa, mio Dio" (19). Il gelsomino allude poeticamente
a un momento d'essere che persecuzioni e atrocita' non possono cancellare:
il gelsomino sta accanto a tutto il resto, senza attenuarne il peso, ma
suggerendo che, al di la' delle persecuzioni e delle atrocita', c'e' altro,
c'e' la carezza misericordiosa del bello. Proprio nell'ora della sventura,
Etty avverte piu' acutamente e dolorosamente la preziosita' delle cose
belle, che le sono tanto piu' care quanto piu' sono esposte al rischio di
distruzione.
*
Una competenza dell'esserci negli scritti della Hillesum affiora chiaramente
nel passo in cui lei afferma che ha il dovere di "vivere nel modo migliore e
con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro: allora il mio
successore non dovra' piu' ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica"
(20). Occorre prestare particolare attenzione all'espressione "vivere nel
modo migliore": Etty ci parla della sua cura nel vivere, ed e' proprio
questa cura cio' che lei vuole lasciare in eredita' a chi verra' dopo. Io
vedo qui una peculiare capacita' femminile di dare senso al finito, di
praticare l'arte dell'esistenza. E' stata Carla Lonzi, un'autrice
consapevolmente radicata nella differenza femminile, a sottolineare la "cura
con cui ha vissuto" (21), contrapponendola alla preoccupazione maschile di
realizzarsi in un prodotto, in un'opera. La "cura nel vivere" - precisa
Carla Lonzi - e' fatta di gesti disegnati nell'aria (22), di ascolto di se',
per non perdere il filo di se stesse, di attenzione a realta' discordanti,
di cura delle relazioni. Tutti questi sono gesti tracciati nell'aria, che
non sembrano lasciare traccia e che non si cristallizzano in un prodotto: ma
nella Hillesum, come nella Lonzi, c'e' un lavoro di scrittura che li salva
dall'oblio e dalla sparizione e che li destina ad un ordine simbolico.
Numerose sono le annotazioni della Hillesum che sottolineano questa "cura
nel vivere": Etty parla ad esempio del lavoro psicologico su di se', che, ad
un certo punto, quando le circostanze riducono drasticamente la sua
possibilita' di scrivere, viene concepito come un "lavoro artistico" con il
"materiale della sua psiche" (23). In questo caso, non sono piu' al centro
un prodotto o un'opera - l'opera artistica di cui Etty coltivava
l'ambizione -, ma la cura che lei ci mette nel vivere, l'arte
dell'esistenza, la competenza dell'esserci.
Di un registro analogo, e' la consapevolezza che le pratiche quotidiane,
come rammendare una calza, sono importanti perche', mettendo ordine nel
corpo, fanno ordine anche nello spirito: "L'ordine gerarchico all'interno
della mia vita e' un po' cambiato. 'Una volta' preferivo cominciare a
stomaco vuoto con Dostoevskij o con Hegel, e a tempo perso, quand'ero
nervosa, mi capitava anche di rammendare una calza, se proprio non si poteva
fare altrimenti. Ora comincio con la calza, nel senso piu' letterale della
parola, e poi pian piano, passando attraverso le altre incombenze
quotidiane, salgo verso la cima, dove ritrovo i poeti e i pensatori" (24).
Con affermazioni di questo tipo, Etty salva le attivita' femminili piu'
comuni dall'insignificanza e dalla scoraggiante ripetitivita' a cui spesso
le associamo, e ci mette sotto gli occhi un pensiero, il suo, che non perde
mai di vista il concreto radicamento nell'esserci per mirare alla sublimita'
dello spirito, a differenza di quanto spesso accade a pensatori uomini: le
pratiche femminili quotidiane, anziche' essere un ingombro, possono aiutare
a dare al pensiero una qualita' diversa, una concretezza femminile, un
radicamento nel corpo, un senso del ritmo. Etty suggerisce inoltre che la
ripetizione e il ricominciamento, che caratterizzano queste pratiche
quotidiane, ci insegnano qualcosa sull'arte dell'esistenza: ogni giornata
domanda infatti di ricominciare a vivere, e implica elementi sia di
ripetizione sia di innovazione.
La competenza dell'esserci nella Hillesum diventa via via piu' importante
con l'aggravarsi delle persecuzioni contro gli ebrei: il passo in cui lei
afferma che deve vivere nel modo migliore, affinche' chi viene dopo di lei
non debba ricominciare tutto da capo, viene scritto quando Etty e' costretta
a integrare nel proprio orizzonte "questa nuova certezza: vogliono il nostro
totale annientamento" (25). Man mano che le circostanze le tolgono la
possibilita' di diventare una scrittrice, come lei avrebbe desiderato, per
lei al centro ci sono sempre di piu' il modo in cui vive ogni giornata (le
serate musicali, le amicizie), le relazioni, il lavoro "artistico" su di
se', con il materiale della sua psiche. Man mano che si precisa il suo
intento di "esserci al cento per cento" (26), viene in primo piano la sua
cura nel vivere.
Tuttavia, quest'ultima non e' mai disgiunta, anzi si accompagna sempre al
lavoro per dare senso all'esserci, rilanciato quotidianamente nel diario.
Avere cura nel vivere non vuol dire per Etty sacrificare la scrittura: la
pratica di scrittura del diario e' parte integrante dell'arte dell'esistenza
di Etty Hillesum, perche' la scrittura le serve innanzitutto per fare ordine
dentro di se' e per riuscire ad andare avanti. Vita e scrittura si
mantengono in una sinergia strettissima: vengono a cadere cosi' sia l'idea
secondo cui scrivere, occuparsi di letteratura non sarebbe vivere, perche'
la vita sarebbe altrove, sia la convinzione che vivere fino in fondo
escluderebbe la possibilita' di "materializzare qualcosa della propria
ricchezza d'immagini" (27). Sono molto forti le espressioni che, nel diario,
smantellano questa contrapposizione tradizionale fra vita e scrittura: ad
esempio, Etty osserva che una poesia di Rilke e' "altrettanto reale e
importante di un ragazzo che cade dall'aeroplano" (28); e, sul versante
opposto, sottolinea come Dostoevskij, prima di diventare un grande
romanziere, avesse passato "quattro anni di galera in Siberia con la Bibbia
come sua unica lettura" (29). Con la prima di queste affermazioni, Etty
sostiene che letteratura e' reale quanto la vita; con la seconda, sottolinea
il primato dell'esperienza vissuta nella formazione di uno scrittore: come
si conciliano fra loro queste due affermazioni, apparentemente
contraddittorie?
Un analogo accostamento di esigenze, a prima vista in contrasto l'una con
l'altra, lo troviamo in un passo in cui Etty afferma che occorre rinunciare
alle idee stereotipate su questa vita e mettersi di fronte ad essa senza
concezioni che ne pregiudichino la lettura, e, al tempo stesso, dichiara di
voler leggere tutto Rilke prima che le diventi impossibile farlo (si
avvicina l'esperienza di Westerbork): "La maggior parte delle persone ha
nella propria testa delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel
nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d'ordine,
sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e
appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora,
allora si' che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei
suoi piu' profondi dolori. Vorrei poter aver letto tutto Rilke, prima che
arrivi il giorno in cui forse non potro' piu' leggere, per molto tempo"
(30).
Qui coesistono due esigenze apparentemente contraddittorie: da un lato,
quella di liberarsi di ogni idea e conoscenza precedente per mettersi di
fronte alla vita nella sua nudita', dall'altra quella di rileggere ancora
una volta l'autore piu' amato, Rilke. Ma la contraddizione si scioglie se
comprendiamo che Etty ci insegna che le esperienze di vita e anche la
sofferenza possono farci maturare in modo diverso e piu' profondo di tanti
libri, e, al tempo stesso, che la cultura che abbiamo non e' nulla se non
diventa strumento di lettura della nostra esperienza vivente. Siamo portati
a pensare, secondo una contrapposizione tradizionalmente maschile fra
scrivere ed essere (31), che le esperienze di vita, magari dolorose, che
facciamo, ci sottraggano energie e tempo rispetto al lavoro intellettuale.
Etty ci insegna a pensare che non e' cosi', e, al tempo stesso, ci fa capire
che la nostra cultura e la nostra vita interiore "hanno valore soltanto a
condizione che possano essere proseguiti in qualsiasi circostanza (...).
Altrimenti, sono solo 'belle lettere'" (32).
Nell'affermare la coesistenza del dolore, delle crudelta', degli orrori e
delle vesciche ai piedi con l'amore per la vita, con la gioia e con il
gelsomino fiorito in un unico grande insieme, Etty Hillesum ci parla di
un'arte dell'esistenza che lei ha appreso in circostanze tanto difficili, ma
che vale anche in tempi meno duri, come i nostri: fa parte dell'arte
dell'esistenza saper godere di quello che c'e', sapendo che e' un dono e che
puo' anche esserci tolto. Al centro della sua cura dell'esistenza e del
compito di darle senso, Etty ha saputo preservare del vuoto, del silenzio -
"Dio" - affinche', nell'esserci, si aprisse un varco attraverso cui questo
dono potesse essere accolto.
*
Note
1. Maria Zambrano, La confessione come genere letterario, tr. it. di Eliana
Nobili, introduzione di Carlo Ferrucci, Bruno Mondadori, Milano 1997, p. 45.
2. Cfr. il mio Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Messaggero, Padova
2002, pp. 5-6.
3. Maria Zambrano, La confessione  come genere  letterario , cit., p. 45.
4. Etty Hillesum, Diario 1941-1943, a cura di Jan G. Gaarlandt, tr. it. di
Chiara Passanti, Adelphi, Milano  1982, pp. 201-202.
5. C'e' un momento in cui la Hillesum si discosta dal cammino tracciato da
Spier: mentre Spier, ad un certo punto della loro relazione, sembra avviarsi
sulla strada dell'ascesi e votarsi, per un lungo periodo, alla castita',
Etty Hillesum vuole invece tenere insieme spiritualita' e sessualita',
ascolta le richieste del corpo, fa crescere e maturare il desiderio dentro
di se', discostandosi in cio' dalla strada indicatale da Spier, quella della
lotta contro le proprie inclinazioni, e, alla fine, il suo desiderio ha la
meglio sui propositi ascetici di lui. In questo episodio, mentre Spier tende
verso il cielo, secondo un modello ascetico tradizionale, Etty Hillesum
vuole tenere insieme cielo e terra, in modo piu' conforme alla propria
differenza femminile: e' lei stessa infatti ad osservare che, per una donna,
il corpo non e' altro che l'espressione dell'anima, mentre per l'uomo un
contatto fisico puo' essere solo un gioco sensuale. (Cfr. Etty Hillesum,
Etty. De nagelaten geschriften van Etty Hillesum 1941-1943, a cura di K. A.
D. Smelik, Uitgeverij Balans, Amsterdam 1986, pp. 316-317). Su questo tema,
cfr. il mio  Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, cit., p. 22, e Denise
De Costa, Anne Frank and Etty Hillesum. Inscribing Spirituality and
Sexuality, Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey and London
1998, pp. 7 ss.
6. Cfr. Helene Cixous, Writing Differences. Reading from the Seminar of
Helene Cixous, Open University Press, Milton Keynes 1988, p. 150.
7. Cfr. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 99.
8. Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, prefazione di Jan G. Gaarlandt, tr. it.
di Chiara Passanti, Adelphi, Milano 1990, 87.
9. Cfr. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 34: "Lo volevo 'possedere'".
10. Ivi, p. 89.
11. Su questo, cfr. Gemma Beretta, Etty Hillesum: la forza disarmata
dell'autorita', "Alfazeta", La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, 60,
VI (1996), n. 10-11, pp. 48-53.
12. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 191.
13. Cfr. ivi, p. 111.
14. Soeren Kierkegaard, Aut-Aut, tr. it. di K. M. Guldbrandsen e Remo
Cantoni, introduzione di Remo Cantoni, Mondadori, Milano 1989, p. 191.
15. Sulla competenza femminile dell'esserci, cfr. Ina Praetorius, La
filosofia del saper esserci. Per una politica del simbolico, tr. it. di
Traudel Sattler, "via Dogana", n. 60, 2002, pp. 3-7.
16. Etty Hillesum, Diario, cit., pp. 138-139.
17. Ivi, p. 83.
18. Ivi, p. 122.
19. Ivi, p. 170.
20. Ivi, p. 139.
21. Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Rivolta
femminile, Milano  1978, p. 63.
22. Cfr. ivi, p. 763 e p. 767.
23. Cfr. Etty Hillesum, Etty. De nagelaten geschriften van Etty Hillesum,
cit., p. 496.
24. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 32.
25. Ivi, p. 138.
26. Ivi, p. 222.
27. Ivi, p. 205.
28. Ivi, p. 57.
29. Ivi, p. 177.
30. Ivi, pp. 158-159.
31. Come sottolinea Chiara Zamboni, in Etty "il silenzio non segnala un
distacco dalla vita, come in molte concezioni sullo scrivere nella
tradizione maschile, ma un resto, che lei chiama 'Dio', interno
all'esperienza stessa della vita" (Chiara Zamboni, Etty Hillesum. Quello che
resta della vita, "Via Dogana", n. 48, 2000, p. 12).
32. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 118.

3. ET COETERA

Etty Hillesum e' nata a Middelburg nel 1914 e deceduta ad Auschwitz nel
1943, il suo diario e le sue lettere costituiscono documenti di altissimo
valore e in questi ultimi anni sempre di piu' la sua figura e la sua
meditazione diventano oggetto di studio e punto di riferimento per la
riflessione. Opere di Etty Hillesum: Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985,
1996; Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, 2001. Opere su Etty Hillesum:
AA. VV., La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, fascicolo di
"Alfazeta", n. 60, novembre-dicembre 1996, Parma; Nadia Neri, Un'estrema
compassione, Bruno Mondadori Editore, Milano 1999; Pascal Dreyer, Etty
Hillesum. Una testimone del Novecento, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Sylvie
Germain, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma 2000;
Wanda Tommasi, Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero,
Padova 2002; Maria Pia Mazziotti, Gerrit Van Oord (a cura di), Etty
Hillesum. Diario 1941-1943. Un mondo 'altro' e' possibile, Apeiron,
Sant'Oreste (Roma) 2002; Maria Giovanna Noccelli, Oltre la ragione, Apeiron,
Sant'Oreste (Roma) 2004.
Wanda Tommasi e' docente di storia della filosofia contemporanea
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica di "Diotima".
Opere di Wanda Tommasi: La natura e la macchina. Hegel sull'economia e le
scienze, Liguori, Napoli 1979; Maurice Blanchot: la parola errante, Bertani,
Verona 1984; Simone Weil: segni, idoli e simboli, Franco Angeli, Milano
1993; Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori,
Napoli 1997; I filosofi e le donne, Tre Lune, Mantova 2001; Etty Hillesum.
L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002; La scrittura del
deserto, Liguori, Napoli 2004.
Maria Zambrano, insigne pensatrice spagnola (1904-1991), allieva di Ortega y
Gasset, antifranchista, visse a lungo in esilio. Tra le sue opere tradotte
in italiano cfr. almeno: Spagna: pensiero, poesia e una citta', Vallecchi,
Firenze 1964; I sogni e il tempo, De Luca, Roma 1964; Chiari del bosco,
Feltrinelli, Milano 1991; I beati, Feltrinelli, Milano 1992; La tomba di
Antigone. Diotima di Mantinea, La Tartaruga, Milano 1995; Verso un sapere
dell'anima, Cortina, Milano 1996; La confessione come genere letterario,
Bruno Mondadori, Milano 1997; All'ombra del dio sconosciuto. Antigone,
Eloisa, Diotima, Nuova Pratiche Editrice, Milano 1997; Seneca, Bruno
Mondadori, Milano 1998; Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna 1998.
L'agonia dell'Europa, Marsilio, Venezia 1999. Dell'aurora, Marietti, Genova
2000; Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000; Persona e
democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000; L' uomo e
il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001; Le parole del ritorno, Citta' Nuova,
Roma 2003. Opere su Maria Zambrano: un buon punto di partenza e' il volume
monografico Maria Zambrano, pensatrice in esilio, "Aut aut" n. 279,
maggio-giugno 1997, e il recente libro di Annarosa Buttarelli, Una filosofa
innamorata. Maria Zambrano e i suoi insegnamenti, Bruno Mondadori, Milano
2004; ci permettiamo di segnalare anche, nel nostro stesso notiziario, i
testi di Elena Laurenzi e di Donatella Di Cesare riprodotti nei nn. 752, 754
e 805, e "Nonviolenza. Femminile plurale" n. 11, monografico su Maria
Zambrano.
Helene Cixous, nata a Orano in Algeria nel 1938, docente universitaria a
Parigi, fondatrice del Centre des Etudes Feminines, scrittrice, drammaturga,
critica, pensatrice e militante per i diritti. Dal sito www.tufani.it (che
propone anche altri utilissimi materiali sull'autrice e non solo) estraiamo
questa utile notizia biobibliografica su Helene Cixous: "Helene Cixous nasce
a Orano, in Algeria, il 5 giugno 1937 da una famiglia ebrea che discende da
due differenti linee di diaspora. Gli antenati della madre sono
cecoslovacchi, austriaci, tedeschi, gli antenati del padre sono arrivati in
Africa dalla Spagna. Nella famiglia paterna si parla lo spagnolo, il
francese dei colonizzatori europei, l'arabo. Nella famiglia materna si parla
tedesco, una lingua che Helene Cixous dovra' in seguito riconquistare.
Questa breve mappa di orientamento nelle sette patrie e nelle sette lingue
sempre gia' perdute, come le chiama in Jours de l'an (des femmes, 1990)
disegna, piu' che lo spazio di un radicamento, una rete di spostamenti dove
domina la tensione tra il radicamento e lo sradicamento. Nella sua opera
l'autrice esprime questa tensione non nella forma dell'esilio, e della
nostalgia che lo accompagna, ma come possibilita' di movimento e capacita'
di riconoscere e rispettare le differenze. L'errare cixousiano tra luoghi e
parole che giungono da tutti i punti cardinali implica una potenzialita' di
incontro e di scambio, diventa il mobile punto di vista dal quale si puo'
guardare alle molte forme di "cattivo radicamento" e alle distruzioni che le
accompagnano. L'infanzia di Helene Cixous coincide con gli anni della
seconda guerra mondiale, l'epoca dei nazionalismi e dell'antisemitismo che
colpisce la famiglia a nord ma anche a sud (durante il governo di Vichy
perdono la cittadinanza francese, ottenuta con il decreto Cremieux solo nel
1870, e il padre non puo' piu' esercitare la professione medica). In seguito
e' la guerra d'Algeria, che scatena altri nazionalismi e altri razzismi, ad
allontanare la famiglia da Orano, citta' dove Helene Cixous non e' in
seguito piu' tornata. Il padre muore nel 1948, e la madre diventa ostetrica
ed esercita la sua professione nelle bidonville di Algeri per diversi anni
anche dopo la partenza della figlia. E' tuttavia espulsa definitivamente nel
1971. Helene Cixous giunge invece in Francia nel 1955, e la', come dice in
una lunga intervista a Mireille Calle-Gruber (Photos de racines, Paris, des
femmes, 1994), adotta una nazionalita' immaginaria che e' la nazionalita'
letteraria. A Parigi, in una situazione completamente diversa rispetto agli
anni algerini, non e' piu' l'appartenenza alla comunita' ebraica ad essere
in primo piano, ma il fatto di apprendere bruscamente che "ma verite'
inacceptable dans ce monde etait mon etre femme" [la mia verita'
inaccettabile in questo mondo era il mio essere donna] (op.cit.); "juifemme"
come scrivera' all'inizio degli anni settanta. Tale verita' inaccettabile in
questo mondo implica a sua volta - come l'errare della famiglia - una
complessa forma di continuita' con la scrittura. A partire dagli anni
settanta infatti il suo nome e i suoi scritti, sempre piu' numerosi, saranno
associati al dibattito sulla differenza sessuale e l'"ecriture feminine".
Nel corso degli anni sessanta Helene Cixous intraprende una ricerca di
dottorato dedicata a James Joyce (L'exil de James Joyce ou l'art du
remplacement, Grasset, 1969) e una carriera universitaria che la mette
presto a confronto con l'istituzione e con le critiche che si levano contro
di essa. Nel 1968 partecipa alla creazione di una universita' sperimentale a
Vincennes. Il consiglio cui da' vita per la fondazione di quella che e' oggi
Paris VIII - Vincennes si propone di trasformare l'Universita' francese in
modo durevole. Varie cattedre sono affidate a scrittori e scrittrici, tra
cui Michel Deguy, Michel Butor, Lucette Finas, o a innovatori nel campo
della critica e della teoria letteraria, come Gerard Genette, Jean-Pierre
Richard, Tzvetan Todorov, e della filosofia, come Michel Foucault, Michel
Serres e Gilles Deleuze. A Serge Leclaire e' affidata l'organizzazione del
primo dipartimento di psicanalisi in Francia. Nel 1969 pubblica il suo primo
testo letterario, Dedans (Grasset), e contemporaneamente inizia a insegnare
letteratura inglese a Paris VIII. La fine del decennio 1960 e la prima meta'
del successivo rappresenta un periodo intenso e ricco di mutamenti. Nel 1970
partecipa alla fondazione, insieme a Genette e Todorov, della rivista
"Poetique", sulla quale pubblichera' saggi dedicati, tra gli altri, a Freud,
Poe, Hoffmann e Joyce raccolti poi in volume (Prenoms de personne, Seuil,
1974). Nello stesso tempo prende anche attivamente parte al Gip (Groupe
Information Prison), con Foucault, e, dopo la scoperta del lavoro teatrale
della compagnia di Ariane Mnouchkine, propone a Foucault di associare il
Theatre du Soleil al Gip. La collaborazione con la compagnia porta alla
presentazione di brevissimi spettacoli davanti alle prigioni, sempre
interrotti dall'intervento della polizia. La fondazione del dottorato in
Etudes feminines a Paris VIII e' del 1974; si tratta del primo centro di
questo tipo in Europa e la sua creazione coincide con il momento in cui la
ricerca personale di Helene Cixous, proseguita intensamente anche a livello
letterario, incontra il movimento di liberazione delle donne e la scrittrice
sente la necessita' di dare visibilita' in modo nuovo, a livello
universitario, a cio' che il movimento porta in primo piano. Escono in
quegli anni molte fictions poetiche: Le troisieme corps e Les commencements
(Grasset, 1970), Un vrai jardin (L'Herne,1971), Neutre (Grasset, 1972),
Tombe (Seuil, 1973), Portrait du Soleil (Denoel, 1973) e Revolution pour
plus d'un Faust (Seuil, 1975); tutti testi che non solo affrontano in
maniera critica la cancellazione della differenza sessuale, ma si offrono
come concreto spazio di iscrizione della differenza e del femminile.
Contemporaneamente, nell'ambito degli insegnamenti proposti dal Centre
d'Etudes feminines, Helene Cixous inizia a tenere un seminario di dottorato
dedicato alla Poetique de la difference sexuelle. Il seminario a partire
degli anni ottanta sara' affiliato al College International de Philosophie,
istituzione fondata nel 1983. Negli stessi anni, 1974, '75, '76, Helene
Cixous scrive alcuni dei saggi che le hanno dato maggiore notorieta'
soprattutto fuori dalla Francia (in particolare Le Rire de la Meduse (1975)
e La jeune nee (1975), insieme a Catherine Clement) e inizia a pubblicare
presso le Editions des femmes fondate da Antoinette Fouque nel 1973.
Souffles (1975) e' il primo libro pubblicato presso des femmes, seguito
quasi subito da La, e Partie nel 1976, Angst (1977), Preparatifs de noces
au-dela' de l'abime (1978), e Ananke' (1979). La pubblicazione esclusiva con
des femmes e' una scelta politica cui tiene fede fino agli anni piu'
recenti. Del 1975 e' anche la pubblicazione della sua prima piece teatrale,
Portrait de Dora (una riscrittura del caso Dora di Freud), messa in scena al
Theatre d'Orsay con la regia di Simone Benmoussa. In tutti questi scritti e
non solo in quelli che maggiormente hanno dato luogo a un intenso dibattito
internazionale, si elabora un insieme di riflessioni relative
all'interazione fra letteratura, filosofia, e politica, e interrogativi che,
partendo dalle implicazioni e dalle dimensioni della differenza sessuale,
mettono in gioco la costruzione dell'identita' e della sessualita'. Il 1977
e' l'anno della pubblicazione presso le edizioni des femmes della traduzione
francese di La passione secondo G. H. di Clarice Lispector, e la scoperta da
parte di Helene Cixous di questa autrice brasiliana cui dedichera' alcuni
saggi e testi poetici (tra cui Vivre l'orange, 1979). La lettura di
Lispector accompagnera' da allora la sua scrittura e quel lavoro di
apprentissage a' la lecture che porta avanti attraverso l'insegnamento.
All'inizio degli anni ottanta il governo Barre sopprime il dottorato e il
Centre d'Etudes feminines. Come reazione a questa soppressione si organizza
una campagna internazionale di sostegno, situazione che per certi aspetti si
ripetera', benche' non si arrivi ad una vera e propria cancellazione, nel
1995. Il dottorato ottiene nuovamente l'abilitazione con il governo
socialista nel 1982. All'inizio del decennio 1980 Ariane Mnouchkine le
chiede di scrivere un testo per il Theatre du Soleil. La piece sara'
L'Histoire terrible mais inachevee de Norodom Sianhouk roi du Cambodge,
messa in scena nel 1985. La scrittura di quest'opera richiedera' un lungo
lavoro di documentazione nonche', per l'autrice, la ricerca di una forma di
scrittura teatrale attraverso una stretta collaborazione con la compagnia.
Nonostante le otto ore di spettacolo il pubblico risponde con entusiasmo e
porta a un successo ancora maggiore l'opera successiva, L'Indiade ou l'Inde
de leur reves, messa in scena alla Cartoucherie nel 1987-'88. Le due pieces
segnano l'inizio di un impegno comune che continua ancora oggi e che, dopo
essere passato per la scrittura del testo di La nuit miraculeuse (1989),
film diretto da Ariane Mnouchkine e commissionato dall'Assemblee Nationale
in occasione del bicentenario della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, ha
portato alla rappresentazione di La ville parjure ou le reveil des Erinyes
(1994, anno che vede anche la messa in scena di L'Histoire (qu'on ne
connaitra jamais), al Theatre de la Ville, con la regia di Daniel Mesguish),
alla collaborazione per la creazione collettiva dello spettacolo Et soudain
des nuits d'eveil (1997) e infine a Tambours sur la digue, nella stagione
1999-2000. Attraverso il teatro Helene Cixous persegue un lavoro sulla
storia contemporanea, e sul rapporto tra teatro e storia, che accompagna e
si interseca sempre di piu' con le fictions e la produzione saggistica.
Quest'ultima e' molto ampia e varia, ma articoli e conferenze sono stati
raccolti solo in minima parte in due volumi in lingua francese pubblicati da
des femmes, Entre l'ecriture (1986), e L'heure de Clarice Lispector (1989),
e in un volume in lingua inglese, Stigmata. Escaping texts (Routledge,
1998). Dato l'interesse che la sua opera suscita negli Stati Uniti, in
Canada e in Inghilterra, vi tiene spesso conferenze e seminari e alcuni
saggi vengono pubblicati esclusivamente in lingua inglese. Nel 1990 viene
invitata a tenere le Wellek Lectures, poi edite con il titolo Three steps on
the ladder of writing (1993). Sempre negli Usa escono anche, nei primi anni
novanta, due raccolte di estratti dei seminari francesi, Reading with
Clarice Lispector (1990) e Reading the poetics of Blanchot, Joyce, Kafka,
Lispector, Tsvetaeva (1992), entrambi a cura di Verena Andermatt Conley. Il
percorso letterario di Helene Cixous prosegue dall'inizio degli anni ottanta
ad oggi con la pubblicazione di Illa (1980), With ou l'art de l'innocence
(1981), Limonade tout etait si infini (1982), Le livre de Promethea
(Gallimard, 1983), La bataille d'Arcachon (Quebec, Trois, 1986), Manne aux
Mandelstams aux Mandelas (1988), Jours de l'an (1990), L'ange au secret
(1991), Deluge (1992), Beethoven a' jamais (1993), La fiancee juive (1995),
Messie (1996), OR les lettres de mon pere (1997), Osnabrueck (1999), in un
esercizio di scrittura intenso e continuo che non e' l'illustrazione di una
posizione teorica o filosofica esplicita, ma e' il suo spazio effettivo di
invenzione e di pensiero. Nel 1998 pubblica insieme a Jacques Derrida il
volume dal titolo Voiles per l'editore Galilee - che ripropone cosi' due
testi scritti per la rivista "Contretemps" (2-3, 1997) - e da quell'anno, a
seguito dell'interruzione delle pubblicazioni decisa da des femmes, pubblica
presso questa casa editrice. L'incontro con Derrida data dai primi anni
sessanta, e la lettura dell'opera derridiana costituisce un riferimento
fondamentale per Helene Cixous. Voiles, e i testi di Cixous e di Derrida
pubblicati negli atti del convegno Lectures de la difference sexuelle (des
femmes, 1994) hanno cominciato solo in anni recenti a rendere piu' visibile
la ricchezza e la complessita' di questo scambio. All'inizio del 2000 e'
uscito Les reveries de la femmes sauvages, una fiction che come altri piu'
brevi testi recenti e' dedicata all'Algeria. Del mese di settembre 2000 e'
invece Le jour ou' je n'etais pas la' (Galilee), mentre nel novembre 2000 e'
uscito il volume che raccoglie gli atti del convegno di Cerisy-La-Salle,
Helene Cixous: croisees d'une oeuvre tenutosi nell'estate del 1998. Nel 2001
l'autrice ha pubblicato un saggio dedicato a Jacques Derrida (Portrait de
Jacques Derrida en Jeune Saint Juif, Galilee) e un'opera letteraria Benjamin
a' Montaigne. Il ne faut pas le dire (Galilee). Dell'anno successivo,
infine, e' il volume intitolato Manhattan (Galilee), l'ultima fiction finora
pubblicata. Edizioni italiane: Ritratto di Dora, trad. di Luisa Muraro,
Milano, Feltrinelli, 1977; Celle qui ecrit vit, "Nuova corrente", 28, 1981
(in lingua francese); L'approccio di Clarice Lispector, trad. di Nadia
Setti, "DWF", 3, 1988; Il teatro del cuore, scelta di testi dedicati al
teatro, trad. e cura di Nadia Setti, Parma, Pratiche, 1992; Sangue cattivo,
trad. di Maria Nadotti del testo introduttivo a La ville parjure ou le
reveil des Erinyes, "Lapis", 31, 1996; Il riso della Medusa, trad. di Catia
Rizzati, in Critiche femministe e teorie letterarie, a cura di R. Baccolini,
M. G. Fabi, V. Fortunati, R. Monticelli, Bologna, Clueb, 1997; Is a book a
tomb?, (inedito in francese) trad. di Monica Fiorini, "Poetiche. Letteratura
e altro", 3, 1997; La venuta alla scrittura, trad. di Monica Fiorini, "Studi
di Estetica", 17, 1998; Lettera a Zohra Drif (bilingue), trad. di Nadia
Setti, "Leggendaria", 14, 1999; La mia Algeriance, "DWF", 1, 1999; Tancredi
continua e Apparizioni, trad. di Nadia Setti in Scritture del corpo. Helene
Cixous variazioni su un tema, a cura di Paola Bono, Roma, Sossella, 2000;
Ostetriche crudeli, trad. di Monica Fiorini, "Autodafe' - Rivista del
parlamento internazionale degli scrittori", 1, 2000; L'ultimo quadro o il
ritratto di Dio, trad. di Monica Fiorini per il catalogo della mostra Opere
d'essere. Oeuvres d'etre. Works of being, Roma, Temple University,
ottobre-novembre 2000; Osnabruck, (fiction) trad. e cura di Monica Fiorini,
Ferrara, Tufani, 2001. Una versione aggiornata al 2000 di questa
biobibliografia e' stata pubblicata in: Helene Cixous, Esordi della
scrittura, postfazione di Monica Fiorini, trad. e cura di Adriano Marchetti,
Bologna, Il Capitello del Sole, 2001 ("Metaphrasis", 6)". Opere di Helene
Cixous: un'ampia bibliografia e' nel n. 619 di questo notiziario.
Carla Lonzi e' stata un'acutissima intellettuale femminista, nata a Firenze
nel 1931 e deceduta a Milano nel 1982, critica d'arte, fondatrice del gruppo
di Rivolta Femminile. Opere di Carla Lonzi: Sputiamo su Hegel, Scritti di
Rivolta Femminile, Milano 1974, poi Gammalibri, Milano 1982; Taci, anzi
parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978;
Scacco ragionato, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1985. Opere su Carla
Lonzi: Maria Luisa Boccia, L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla
Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990.
Chiara Zamboni e' docente di filosofia del linguaggio all'Universita' di
Verona, partecipa alla comunita' filosofica femminile di "Diotima". Tra le
opere di Chiara Zamboni: Favole e immagini della matematica, Adriatica,
1984; Interrogando la cosa. Riflessioni a partire da Martin Heidegger e
Simone Weil, IPL, 1993; L'azione perfetta, Centro Virginia Woolf, Roma 1994;
La filosofia donna, Demetra, Colognola ai Colli (Vr) 1997.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 50 del 27 febbraio 2007

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