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Nonviolenza. Femminile plurale. 93



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 93 del 15 marzo 2007

In questo numero:
1. Storie di donne in cammino
2. Susan Feiner, Drucilla Barker: Microcredito, una riflessione diversa
3. Luisa Muraro: Il pensiero dell'esperienza

1. INIZIATIVE. STORIE DI DONNE IN CAMMINO
[Ringraziamo Normanna Albertini (per contatti: normin56 at aliceposta.it) per
averci inviato il seguente resoconto ed alcuni materiali "sul lavoro che
abbiamo fatto in Appennino per la festa della donna. Tutto preparato e
portato avanti con le straniere presenti sul territorio: una cosa bella,
propositiva, partita dal basso, perche' sono state loro a fare la proposta,
quindi partecipatissima e sentita... Queste sono alcune delle venti storie
che corredano la mostra fotografica".
Normanna Albertini e' nata a Canossa nel 1956, insegnante nella scuola
elementare, vive e lavora a Castelnovo ne' Monti; e' impegnata nel gruppo di
Felina (Reggio Emilia) della Rete Radie' Resch, e quindi in varie iniziative
di solidarieta', di pace, per i diritti umani e per la nonviolenza; scrive
da anni su "Tuttomontagna", mensile dell'Appennino reggiano. Opere di
Normanna Albertini: Shemal, Chimienti Editore, Taranto-Milano 2004;
Isabella, Chimienti Editore, Taranto-Milano 2006]

E' stata inaugurata domenica 11 marzo, al Centro culturale polivalente di
Castelnovo ne' Monti, Reggio Emilia, la mostra "Sguardi dal mondo: storie di
donne in cammino", nata da un'idea del "Gruppo donne del mondo", coordinato
da Clara Vassallo, in collaborazione con l'Ufficio immigrati, con il Centro
territoriale permanente - Educazione degli adulti, Direzione Didattica di
Castelnovo ne' Monti, e con il Gruppo Caritas. La sala Poli si e' riempita
come forse non succedeva da tempo; una folla di persone, soprattutto donne,
provenienti da ogni angolo del mondo, una folla colorata, allegra ed
entusiasta, ha ascoltato la presentazione di Claudia Corbelli, assessora
alla cultura del Comune, e gli interventi del dottor Sergio Tamagnini,
dirigente del Centro territoriale permanente - Educazione degli adulti, di
Clara Vassallo, dell'assessora della Comunita' Montana Clementina Santi e di
Yaroslava Dromina, che ha parlato a nome delle donne straniere. Intorno, i
volti e le storie di tante donne, ritratti sul territorio montano dalle
fotografe Ettorina Agosti e Simona Bocedi e accompagnati da testimonianze
raccolte da Nazzarena Milani e Normanna Albertini. Si voleva, in questo
modo, ricordare l'8 marzo, festa che risale al 1908, fuori da ogni logica
consumistica, riportandola al suo vero significato.
E' stato particolarmente seguito l'intervento di Yaroslava, toccante,
sentito, dai contenuti forti e pieni di speranza. Yari, come preferisce
essere chiamata, lavora presso una famiglia del ramisetano, dove assiste una
signora anziana; in Ucraina insegnava letteratura russa e straniera,
lavorava come psicologa e la sua cultura e sensibilita' sono emerse
chiaramente nel suo discorso (che riportiamo sotto per intero).
Finiti i discorsi e i ringraziamenti (tra gli altri a Paolo Ielli, che ha
dato un notevole contributo nell'organizzazione, e a "Tuttomontagna", che ha
sponsorizzato in parte l'iniziativa) un buffet e poi tante chiacchiere tra
italiani e stranieri, stranieri e stranieri, in un miscuglio di lingue e
colori che, come ha commentato uno dei presenti, ricordava la scena di un
film sugli emigranti italiani in America.
*
L'intervento di Yaroslava Dromina
La mostra e' emozionante ed interessante. Sembra che in queste foto di donne
tutto il mondo sia entrato e abbia trovato spazio qui, in questa sala. Siamo
diverse... con gli occhi marroni, blu, verdi; con le espressioni allegre,
tristi, commoventi, tranquille. Ognuna e' Monna Lisa, con un mondo dentro
ricco, sibillino e misterioso. Ma nello stesso tempo siamo simili noi,
donne, fondamento del mondo: "Le donne hanno una forza che meraviglia gli
uomini. Crescono i figli, sopportano le difficolta', portano carichi
pesanti, tacciono quando vorrebbero gridare. Cantano quando vorrebbero
piangere. Piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose. Si
sollevano contro le ingiustizie. Non accettano un no come risposta quando
credono che esista una soluzione migliore. Amano, trionfano, soffrono,
riescono ad essere forti quando non c'e' piu' nulla da cui trarre energia.
Sanno che un abbraccio ed un bacio possono aggiustare un cuore rotto. Le
donne sono fatte di tutte le misure, le forme ed i colori. Amministrano,
volano, camminano... Portano allegria e speranza, compassione e ideali. E
gli occhi che guardano dalle foto ci mostrano che le donne, davvero, hanno
infinite cose da dire e da dare. Ringrazio chi ha avuto l'idea di questa
mostra che ci unisce, che rivela l'accoglienza, il rispetto, la comprensione
per noi, donne, venute qui da diverse parti del mondo. E ringrazio tutti
coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione.
*
Storia di Er.: Voglia di diventare qualcuno
La mia storia comincia con l'arrivo in Italia sei anni fa.
Assieme a mia madre e mio fratello abbiamo lasciato l'Albania e abbiamo
raggiunto mio padre che da un anno era qua. Dopo due settimane mi sono
iscritta alle scuole superiori e, perdendo un anno, ho cominciato dalla
prima. Speravo fosse un buon inizio per ambientarmi, fare nuovi amici e per
sentire meno la mancanza dei parenti e amici con cui avevo condiviso i miei
primi 16 anni di vita.
Non fu come pensavo, ho fatto molta fatica a inserirmi in questo nuovo
ambiente poiche' non mi sentivo accettata per non dire che ero rifiutata.
I primi due anni di scuola li ho passati da sola, senza una persona che mi
stesse vicina.
A scuola andavo bene, anzi benissimo, per essere una straniera arrivata da
poco. Era proprio lo studio il mio passatempo non avendo amici con cui
parlare o divertirmi.
Proprio il secondo anno di scuola ho scoperto di essere incinta. E' stata
una sorpresa che dopo e' diventata un meraviglioso miracolo donato solo a me
e a mio marito, sicuramente.
Quando e' finito il secondo anno ero di sei mesi e nessuno sapeva niente.
Durante le vacanze estive ho incontrato dei compagni di classe che ormai si
erano accorti della mia gravidanza. Sara' stata proprio questa cosa che dopo
mi ha fatto avvicinare a loro.
In quarta ho avuto l'altra sorpresa di aspettare un altro figlio. Non ho
abbandonato la scuola perche' era troppo importante per me. Ho proseguito
con il pancione tra battute indiscrete per ritrovarmi in quinta con due
bimbe, una piu' bella dell'altra, e gli esami che mi aspettavano.
Tante persone mi sono state vicine e mi hanno dato l'appoggio che mi
serviva.
Sono riuscita a dare gli esami e a finire, non proprio con il risultato che
speravo, ma comunque soddisfatta di me. Mi bastava pensare come li avevo
passati questi cinque anni, con la famiglia da una parte e la scuola
dall'altra, e l'impegno che avevo messo in tutte e due le cose.
Attualmente sto facendo un corso di praticantato che deve durare due anni
per riuscire a dare l'esame di Stato e ottenere la firma di geometra. So di
non essere uguale a tante mie coetanee, pero' a ventidue anni mi sento
realizzata, con una famiglia bellissima e un futuro che mi aspetta.
Se mi fossi arresa alle prime difficolta' non avrei potuto ottenere quel
diploma che, stando in Italia, ho compreso quanto e' importante.
Sicuramente non mi sento un esempio da seguire ma una persona che ha voglia
di diventare qualcuno. Vista la mia eta' posso dire che il futuro mi aspetta
e spero solo che sia stupendo per tutti e quattro.
*
Storia di Et.: Orgoglio di essere piu' forte
Il mio paese, nel lontano Oriente, e' uno stato in via di sviluppo.
Per tradizione, religione e cultura, le donne, laggiu', devono molto
rispetto agli uomini, non possono contraddirli, prendere decisioni proprie,
dire la loro. Tutto e' deciso dai maschi.
Io sono una donna cresciuta in quell'ambiente e ne ho tutte le
caratteristiche.
Vivo in Italia da dieci anni perche' ho sposato un italiano. Qui ho
continuato a comportarmi come mi era stato insegnato, ma ho trovato alcune
difficolta'.
Ho cercato di capire dove sbagliavo, perche' c'era qualcosa che non
funzionava; il mio atteggiamento sottomesso, qui, non dava i giusti
risultati. Ancora ci sono domande a cui non ho trovato risposta, ma qualcosa
ho capito.
Ho capito che devo cambiare il mio carattere, devo diventare piu' decisa,
prendere in mano la mia vita, modificare tutto il mio modo di vivere, darmi
una disciplina e un'autonomia diverse, con piu' indipendenza e senso di
responsabilita'.
Anche per il bene dei miei figli, che hanno bisogno di una mamma forte e
felice.
E un po' ce l'ho fatta.
Oggi sono piu' sicura, piu' determinata, riesco a prendere delle decisioni
da sola.
Sono orgogliosa di questo mio nuovo modo di essere.
Quando ritorno al mio paese, sono felice, perche' i miei connazionali mi
chiedono: "Come fai ad avere un carattere cosi' forte?".
Ho spiegato loro che, per avere tutto quello che ora ho, bisogna affrontare
la vita in modo totalmente diverso.
*
Storia di F.: Vivere con un euro al giorno
Sono nata in un modesto villaggio, in un Paese dell'Oriente.
Il villaggio si trovava in montagna, eravamo sei fratelli, con la mamma e il
papa', ed eravamo poverissimi.
I miei genitori lavoravano tantissimo, ma non guadagnavano niente; i soldi
per comprarci il necessario per vivere non c'erano, pativamo la fame.
Riuscivamo ad avere a disposizione l'equivalente di un euro al giorno, non
di piu'.
Pochi soldi e tanti figli vogliono dire miseria.
Con mio padre ricordo che camminavo per chilometri fino alla citta' piu'
vicina; lui portava sulle spalle un maialino che avrebbe venduto al mercato.
La strada era lunga, non era possibile farcela in un giorno, per cui si
doveva dormire fuori almeno per una notte.
Ricordo il freddo e la paura che mi assalivano nell'oscurita', mentre
provavo a dormire li', vicino al sentiero, in mezzo alla boscaglia.
Avevo tanto freddo, e avevo paura dei serpenti e degli altri animali
pericolosi che popolano quei luoghi.
Una notte il papa' mi ha lasciato li' ed e' tornato al mattino con il cibo
che aveva comprato dopo aver venduto il maiale. Mi ha detto: "Hai fame?
Andiamo a casa!".
Io ero sfinita, non riuscivo piu' a camminare, gli dicevo: "Ho fame! Aiuto!
Aiuto!".
Quando stavamo per arrivare ho chiamato la mamma: "Ho fame! Non riesco piu'
a camminare!".
La strada era troppo lunga, non ne potevo piu'.
A scuola sono andata in quella del villaggio per tre anni, poi sono andata
per un anno in un collegio, in citta', ma la' ho preso una grave malattia,
anche perche' ero molto denutrita e il mio corpo non riusciva a combattere
le infezioni.
I miei genitori mi hanno fatto tornare a casa: basta scuola!
Quando sono un po' cresciuta, a diciassette anni, sono andata a lavorare
come cameriera in un ristorante.
Ma non sapevo leggere, non sapevo scrivere; lavorare, in quelle condizioni,
era difficile...
Nel  2003 ho incontrato quello che sarebbe poi diventato mio marito, un
italiano che era in vacanza nel mio Paese.
Ora sono qui e l'Italia mi piace, anche se trovo il clima troppo freddo.
Poi c'e' il fatto che in Italia pochissimi parlano inglese, e per me e' un
problema, perche' cosi' non riesco a comunicare con le persone.
Ora sto frequentando un corso di italiano per stranieri, mi piace moltissimo
e vengo a scuola volentieri.
Nel cuore porto la gente del mio villaggio, ho nostalgia di loro.
Ma nel cuore ho soprattutto la grande nostalgia delle mie due sorelle che,
purtroppo, non ci sono piu'; la miseria e il troppo dolore se le sono
portate via.
*
Storia di Ma.: Tenevo la contabilita'... e aggiustavo i tubi!
Sono nata in una piccola citta' della Moldova.
Dopo un normale percorso di studi, ho cercato di realizzare il mio sogno di
diventare avvocato, ma non sono riuscita a superare i test di ammissione per
un solo voto.
La delusione e' stata grande e mi ha convinta a cercarmi un lavoro, cosi', a
vent'anni, mi sono trasferita a Chiscineu, la capitale del nostro "grande
paiesia".
Sono andata a lavorare in una fabbrica di componenti elettronici e, avendo
un carattere espansivo ed essendo una persona dinamica, ho dedicato il mio
tempo libero all'organizzazione di eventi culturali pubblici. Proprio allora
ho intrapreso gli studi di psicologia e sociologia all'universita': il tempo
era passato ed io avevo modificato il mio sogno di diventare avvocato.
Nel contempo, ho continuato a lavorare. Dopo cinque anni di studi, con
grande soddisfazione, mi sono laureata. Ho proseguito il lavoro in fabbrica
per circa vent'anni, mentre riuscivo a specializzarmi pure in economia.
Tutti quegli impegni non mi lasciavano tempo per pensare a me stessa in
quanto donna. Non capivo, in quel periodo, quanto fosse importante creare
una famiglia e dedicare un po' di tempo a me stessa e agli affetti.
Nel 1988 divento' evidente che l'"impero" sovietico si stava disgregando,
mentre in Moldova iniziavano ad emergere e si facevano sempre piu'
insistenti le voci per l'indipendenza e la separazione da Mosca; mi impegnai
in prima persona nei movimenti indipendentisti.
Trovai, quindi, un nuovo posto di lavoro, dato che la fabbrica stava andando
in rovina. Diventai contabile in una societa' di amministrazione. Un lavoro
che mi piaceva, perche' mi dava la possibilita' di stare a contatto con la
gente. I problemi erano tanti: mancava spesso l'acqua, il gas, e mi e'
capitato di dovermi improvvisare operaia per risolverli, perche' spesso il
mio capo non era nel suo ufficio, oppure gli idraulici erano ubriachi. Cosi'
tenevo la contabilita'... ed aggiustavo i tubi! Pensavo di aver raggiunto un
felice benessere.
Invece, nel duemila, ci furono altri mutamenti e fui costretta a cambiare
attivita'. Essendo specializzata in economia, mi trasferii al Dipartimento
di statistica di Stato. E li' aumentarono i miei problemi: stipendio piu'
basso, poco lavoro, mancanza di certezza per il futuro.
Allora ho preso la decisione di venire a cercare lavoro in Italia. Avevo
un'amica che gia' lavorava qui e mi diceva che anche per me c'era la
possibilita' di un'occupazione. Cosi', come si dice da noi, ho "preso il
cuore in bocca" e sono partita senza la paura di abbandonare la mia patria,
i miei affetti e di recarmi in un Paese che non conoscevo direttamente.
Adesso posso affermare di aver fatto la scelta giusta. Ho trovato un lavoro
che mi soddisfa, una sistemazione adeguata, ed ho conosciuto tante altre
persone che, come me, hanno lasciato i loro Paesi per lavorare in Italia.
Grazie a Dio ora sto bene.
*
Storia di Mo.: Un amore che viene da lontano, da sempre conosciuto
Non sono una donna "straniera"; sono una montanara.
La mia storia e' certo un po' originale, sicuramente un poco fuori dal
comune, dal normale.
Sempre che si sappia cos'e' la normalita'; io, a 33 anni, ancora non l'ho
capito.
Sono una montanara "doc", appunto, e porto questa mia, nostra terra, dentro
di me, nel cuore, nei ricordi e negli affetti; eppure, questo mio amore per
cio' che sono e per le mie radici mi ha aperto le strade a un amore che
viene da lontano, da un luogo cosi' diverso dalla mia terra, distante.
Purtuttavia ho ritrovato in mio marito qualcosa di familiare, qualcosa che
in fondo sapevo di conoscere. Le differenze erano solo una patina di polvere
che ricopriva "strade" conosciute da entrambi.
Vivo da sempre a Casina; a 15 anni, a una partita di calcio fatta per
beneficenza, ho conosciuto mio marito Khalil, come avrete intuito non
proprio un montanaro, gia': perche' lui viene dal Marocco, precisamente da
Casablanca:
Oggi vivo ancora a Casina, che e' diventato anche il paese di mio marito e
dei nostri cinque figli.
Siamo ben inseriti nella comunita', anche se all'inizio della nostra storia
non e' stato tutto facile.
Troppi pregiudizi, troppe diffidenze, che, col tempo e con pazienza, siamo
riusciti a superare.
Certo, sarebbe stato piu' semplice reagire con rabbia e magari chiuderci in
noi, ma la nostra scelta di "lasciare la porta socchiusa" si e' rivelata
giusta e ora viviamo sereni e contenti in questo paese che porta, nella sua
tradizione e nella sua storia, un'antica memoria di accoglienza e di
ospitalita', tipica della cultura contadina di questo nostro Appennino.
Quindi e' stato naturale per me partecipare con gioia a quegli "incontri del
te'"  della domenica pomeriggio fra donne montanare di origine o di
adozione, quel te' che senz'altro e' servito a rompere timori e timidezze,
dove la solarita' e la complicita' tipica di  noi donne ha fatto il resto.
Sono seguite cene per le nostre famiglie, iniziative di beneficenza, cene ed
incontri aperti anche alla gente che abita e vive in montagna, giusto per
quel concetto di lasciare socchiusa la porta, perche' chi e' interessato, o
anche solo curioso, possa venire a vedere chi siamo, a scoprire come tante
donne di posti, luoghi, culture, religioni e lingue diverse riescano
insieme, ogni volta, a scoprire percorsi e valori condivisi, comunanze che
all'inizio erano impensabili ai piu'.
Gia', perche' a volte teniamo a considerarci chiusi in schemi rigidi.
Invece ognuno di noi ha le sue differenze, le sue esperienze che fanno di
ogni persona un microcosmo da esplorare e conoscere; non e' detto che due
persone nate nello stesso luogo o della stessa cultura siano identiche, e'
praticamente impossibile.
Anche all'interno della stessa famiglia le differenze tra un membro e
l'altro ci sono, quindi: perche' considerare chi proviene da un altro paese
o da un'altra cultura come una persona da temere? O guardare con sospetto e
diffidenza chi viene definito comunemente "l'altro"?
Ognuno di noi e' "l'altro", ognuno di noi e' un "estraneo" o uno
"straniero".
Se partiamo da questo principio sara' piu' facile avvicinarci fra di noi,
conoscerci, che non vuol dire frequentare gli stessi luoghi di lavoro, le
stesse scuole, gli stessi negozi. La conoscenza non e' l'incontro fortuito,
la conoscenza va oltre; e' qualcosa che va cercato, costruito col tempo e
con la volonta'.
Per tornare alla mia esperienza, in questi anni posso dire di aver scoperto
con mio marito che, anche se con percorsi a volte differenti, alla fine
della strada ci ritrovavamo sempre alla solita "casa". Le differenze che ci
sono state e ci sono fra noi non ci hanno indebolito ne' come individui ne'
come coppia, anzi: hanno permesso di scoprire a me nuovi percorsi e a mio
marito altri percorsi di vita che mai avremmo nemmeno sognato.
Spero che questo mio breve intervento possa far avvicinare altre persone
all'esperienza di "Donne del mondo" e che le iniziative fatte fin d'ora
possano continuare e crescere, perche' il nostro territorio possa
arricchirsi  ed offrire nuove o buone possibilita' alle nostre famiglie e ai
nostri figli.
*
Storia di S.: Uno sguardo diverso addosso
Prima di venire in Italia, abitavo ad Irece', in Bahia, Brasile, ad otto ore
di viaggio da Salvador.
Ma non era quello il mio paese, io sono nata a San Paolo, dove mio padre
lavorava come guardia giurata.
Della mia infanzia ricordo che mi piaceva la scuola, ci sono andata fino a
quattordici anni, poi ho capito le difficolta' di mia madre che, con sette
figli da mantenere, non ce la faceva piu'.
Cosi' sono andata a lavorare come domestica. Lo stipendio era bassissimo.
A diciannove anni ci siamo trasferiti in Bahia; io avevo gia' una figlia, il
cui padre era morto.
Il motivo del trasferimento era la paura di mia madre che i miei fratelli
piu' grandi prendessero una brutta strada nell'ambiente violento della
citta'.
La situazione in Bahia, pero', per noi e' peggiorata ancora.
Proprio la' i miei fratelli sono stati uccisi da malviventi. Al primo hanno
sparato, il secondo e' stato accoltellato a distanza di otto giorni.
La morte dei miei fratelli ci ha distrutti, i miei genitori si sono
separati.
Ho incontrato un italiano, ci siamo innamorati.
Lui mi ha promesso di sposarmi; gli ho creduto, abbiamo avuto due figli, ma
lui rientrava sempre in Italia e mi lasciava sola, senza un vero sostegno
per tirare su' i bambini, che pure aveva riconosciuto.
Anche ora che sono in Italia, non ho da lui nessun aiuto, anzi: non vuole
nemmeno vedermi.
Ho sofferto tanto. Vivevo con la mia mamma. Intanto, tre dei miei fratelli
si erano sposati.
Dopo il lavoro di domestica, ho lavorato in una fabbrica, in un laboratorio
di vestiti da sposa, ho fatto anche la gelataia.
Non riuscivo pero' a guadagnare abbastanza per far star bene i miei figli.
Una mia amica sposata con un italiano, che torna d'estate in vacanza a
Irece', si e' offerta di aiutarmi e mi ha ospitato in casa sua, in Italia,
per diversi mesi.
Se non fosse stato per lei, per l'aiuto che mi ha dato, e di cui non potro'
mai ringraziarla abbastanza, non so come avrei potuto sopravvivere.
Oggi lavoro presso una famiglia nella montagna reggiana; con i soldi che
mando in Brasile riesco a pagare l'affitto per i miei figli e per mia madre,
a farli studiare e a mantenerli.
Ho anche comprato un pezzetto di terra e sto costruendo una piccola casa per
loro.
Mia figlia grande e' in prima superiore, mi manca molto, mi mancano tutti, e
sento una tristezza immensa. Vorrei averli qui con me.
Vorrei portarli in Italia, perche' la vita qua e' diversa. Credo sarebbe
meglio, per loro, crescere in mezzo agli italiani, perche' c'e' meno
discriminazione, meno differenza tra i poveri e i ricchi.
In Italia, nella scuola, negli ospedali, tu sei trattato allo stesso modo,
ti guardano allo stesso modo, il povero come il ricco. In Brasile no.
Il povero e il ricco, in Brasile, non si mescolano.
Io voglio che i miei figli si sentano uguali agli altri piu' fortunati di
loro, che non sentano uno sguardo diverso addosso.
Della mia vita qui, l'unica cosa che non mi piace e' la solitudine, mi manca
la famiglia.
Avessi i miei figli qua con me, sarei felice.
*
Storia di Y.: I miei giorni qui in Italia
Anche se ora i miei giorni sono uguali e passano monotoni, cerco di vedere
cose belle in questo modo di vivere.
Ogni mattina alle 6,45 mi tormenta la sveglia. Con gli occhi ancora chiusi
accendo la televisione su Canale 5 per sentire le notizie e l'oroscopo.
Mi alzo, mi lavo, mi vesto e corro al pollaio con il secchio pieno di
mangime per le galline.
Torno con il secchio pieno di legna. Ancora sulla soglia comincio a
svegliare la mia signora (dell'eta' di 98 anni) chiedendole: "Buongiorno, ha
riposato bene? Cos'ha sognato?".
Le do' da mangiare, poi preparo il necessario per lavarla. Arrivano le
assistenti domiciliari che mi aiutano nell'operazione e, nel frattempo, mi
fanno lezione di italiano.
Io divento scocciante con le mie domande, ma le assistenti portano tanta
pazienza.
Quando la mia vecchietta e' lavata, pulita, unta con la crema, riposa nella
poltrona e io continuo la mia attivita' in cucina.
Preparo da mangiare e pranziamo.
A volte gradisco anche i suoi complimenti sul cibo. E mi sembra di saper
cucinare davvero.
Passa il momento del pranzo e arriva il pomeriggio.
Con il sollevatore metto la signora a letto, cosi' puo' riposare.
Se non piove o non nevica, vado fuori a fare un giro a piedi. Anche se
ripercorro le stesse strade, non mi annoio mai, ogni volta trovo qualcosa di
nuovo.
Mi piace ascoltare il canto degli uccelli, guardare il sole nel cielo,
ammirare i monti.
Probabilmente da sempre mi mancavano queste cose, ma non lo sapevo.
E se dovro' cambiare lavoro, cerchero' di rimanere in montagna.
Non troppo distante dalla citta', pero', perche' mi mancherebbe il contatto
con la gente.
Finita la passeggiata, riprendo i miei lavori in casa: lavo, stiro, metto in
ordine il cortile, preparo la cena, do' da mangiare alla signora.
Alle venti, di solito, le auguro la buonanotte. E dopo mi godo la mia
(relativa) liberta': leggo, scrivo, guardo la televisione.
Passo cosi' i miei giorni qui in Italia, e intanto invecchio.

2. RIFLESSIONE. SUSAN FEINER, DRUCILLA BARKER: MICROCREDITO, UNA RIFLESSIONE
DIVERSA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento.
Susan F. Feiner e' docente di economia e women's studies alla University of
Southern Maine; Drucilla K. Barker e' docente di economia e women's studies
alla Hollins University; in collaborazione hanno pubblicato Liberating
Economics. Feminist Perspectives on Families, Work, and Globalization
(Liberare l'economia. Prospettive femministe sulle famiglie, il lavoro e la
globalizzazione), 2004.
Muhammad Yunus e' l'ideatore e fondatore della Grameen Bank; nato e
cresciuto a Chittagong, principale porto mercantile del Bangladesh,
economista, docente universitario negli Usa poi in Bangladesh; fondatore nel
1977 della Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il
microcredito senza garanzie, grazie a cui centinaia di migliaia di persone -
le piu' povere tra i poveri - si sono affrancate dalla miseria e dall'usura
e sono riuscite a prendere nelle proprie mani il proprio destino. Opere di
Muhammad Yunus: Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano 1998. Opere su
Muhammad Yunus e la Grameen Bank: Federica Volpi, Il denaro della speranza,
Emi, Bologna 1998. Una intervista a Muhammad Yunus e' nel n. 396 de "La
nonviolenza e' in cammino", un'altra nel n. 1473. Dal quotidiano "Il
manifesto" del 2 novembre 2006 riprendiamo la seguente scheda: "Muhammad
Yunus, inventore della Grameen Bank, ha ricevuto il Premio Nobel 2006 per la
pace come riconoscimento ai suoi 'sforzi per creare sviluppo economico e
sociale a partire dal basso'. Nato nel 1940 nell'attuale Bangladesh, si e'
laureato in economia nel 1969 alla Vanderbilt University di Nashville. Dopo
una breve esperienza di insegnamento in Tennessee e Colorado, torna in
patria nel 1971 per dirigere il Dipartimento di economia rurale
dell'universita' di Chittagong. Del 1974 e' l'ideazione di una forma di
governo rurale, il primo passo verso il sistema dei microcrediti. Vista
l'indisponibilita' delle banche, inizio' con il prestare l'equivalente di 30
euro a testa a 42 donne che non potevano acquistare la materia prima per
creare i loro oggetti d'artigianato. Il buon esito dell'esperimento
incoraggio' Yunus ad allargare il sistema. Nel 1983 nasce la Grameen Bank
(banco rurale, o del villaggio). Oggi le cifre raccontano il successo
strepitoso dell'iniziativa: 1.084 filiali nel mondo dove lavorano 12.500
persone. Oltre 7 milioni i clienti, sparsi in 37.000 villaggi. Il 94% sono
donne. Negli ultimi 20 anni l'istituto ha erogato prestiti per oltre 2.000
miliardi di euro. Tasso di restituzione oltre il 90%".
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

All'inizio di questo mese, in un discorso tenuto alla Camera di Commercio
ispanica, il Presidente Bush ha espresso l'opinione che il microcredito "ha
avuto molto successo". Ha poi aggiunto: "Se tu sei un piccolo agricoltore
che stenta la vita, non ti piacerebbe vendere le tue merci all'estero? Non
vorresti essere capace di vendere ad un universo piu' vasto?".
Apparentemente, Bush ed altri credono che i piccoli agricoltori usciranno
con successo da un'agricoltura di sussistenza e cominceranno a competere per
la propria quota di mercato, fianco a fianco con potenti multinazionali
quali ConAgra, General Foods e Nestle'. Questo equipara le attivita' delle
piu' grandi corporazioni mondiali a quelle dei contadini poveri (in
maggioranza donne) che commerciano nei mercati locali. Si', come no.
C'e' da aspettarsi che Bush fiancheggi le politiche in voga alla Banca
mondiale. Ma quando il comitato che assegna il Premio Nobel, le Nazioni
Unite, e centinaia di agenzie internazionali per lo sviluppo si uniscono
alle celebrazioni del microcredito quale chiave per ridurre la poverta'
femminile, attraverso l'empowerment economico delle donne, noi abbiamo
l'obbligo di verificare le premesse che stanno alla base di tali
celebrazioni.
I potenti che disegnano le politiche da seguire al Fondo monetario
internazionale, alla Banca mondiale, alla Federal reserve ed alla Casa
bianca, condividono la visione che i mercati (ed in special modo gli scambi
individuali che avvengono nei mercati) salveranno i poveri del mondo. Questa
visione e' un dogma di fede per i neoliberali, sin da quando essi hanno
aderito alla filosofia economica che sostiene che il capitalismo e i mercati
senza alcun vincolo cureranno i mali del pianeta. Essa guarda alla poverta'
come ad un problema di comportamento individuale.
Tale era il quadro concettuale di Hoover durante la Grande depressione,
quando proclamo' (sbagliando): "La prosperita' e' proprio dietro l'angolo".
Il New Deal, invece, rigetto' gli appelli al "rude individualismo" ed
istitui' politiche economiche - assistenza sociale, minimi di paga, sussidi
per i disoccupati - disegnate per aiutare i lavoratori e le loro famiglie a
contrastare la poverta' dovuta al fallimento dei mercati.
*
Le donne costituiscono il 70% delle persone che vivono con meno di un
dollaro al giorno, e che sono un miliardo e trecentomila. Milioni sono le
donne agricoltrici, lavoratrici domestiche, impiegate nei settori cosiddetti
informali. Negli ultimi vent'anni, la percentuale di donne che svolgono
attivita' in proprio nel settore non agricolo e' aumentata globalmente dal
28 al 34%, e confrontandola con la percentuale di uomini nella stessa
condizione, si nota che quest'ultima e' cambiata di poco, movendosi dal 26
al 27%.
Le donne sono ancora la maggioranza mondiale dei lavoratori part-time,
precari e temporanei, e ancora fanno il doppio di lavoro non retribuito
rispetto agli uomini. Pure, i neoliberali aderiscono ad un granitico amore
fondamentalista per il mercato che ignora le spiegazioni strutturali per le
basse rendite delle donne e rigetta gli interventi politici tesi ad
aiutarle. Infatti, il premio Nobel per la pace e' andato in una direzione
totalmente diversa: a Mohammed Yunus, fondatore della Grameen Bank e
propugnatore del microcredito. Nella devastazione che segui' la carestia in
Bangladesh, nel 1972, Yunus vide che "i piu' poveri tra i poveri" non
potevano accedere a prestiti perche' mancavano loro le garanzie. In risposta
egli creo' "circoli di credito", assicurando debiti individuali alla
responsabilita' collettiva di un gruppo. Questa innovazione permise alla
Grameen Bank di offrire prestiti ad interessi minori rispetto a quelli
richiesti dai prestatori locali e dagli strozzini.
Solo ai membri dei circoli era permesso accedere ai prestiti della Grameen.
Quando una donna di uno di essi non pagava il suo debito, le altre dovevano
farsene carico, o avrebbero perduto tutte l'accesso a prestiti futuri.
La Grameen, come le altre istituzioni che fanno microcredito, mena gran
vanto degli effetti positivi della sua azione. Oggi essa presta circa 60
milioni di dollari al mese, in somme che vanno in media dai 20 ai 500
dollari e piu'. Dei sei milioni e novecentocinquantamila beneficiari dei
prestiti, il 97% sono donne, dice il sito web della Banca. Ma il
microcredito non e' una porta aperta ad opportunita' piu' vaste. Esso
incoraggia le donne e i bambini a lavorare in casa cucendo e tessendo,
assemblando giocattoli o componenti elettroniche, o allevando polli e capre.
Questi impieghi dalle paghe basse richiedono lunghe ore di lavoro in
condizioni non sempre felici. Spesso essi confinano le donne nelle case, o
le espongono ai rischi di luoghi di lavoro primitivi e non sicuri, dove le
loro attivita' agricole o i prodotti da loro fatti in casa devono essere
trattati in un sistema informale ferocemente competitivo, privo di regole e
inaccessibile alle leggi o alle istituzioni che proteggono i lavoratori, o
che almeno tentano di assicurarsi che essi siano pagati decentemente per il
loro lavoro.
I dati sul settore informale sono difficili da ottenere, ma i ricercatori
sono d'accordo sul fatto che in esso i lavoratori si infortunano dieci volte
di piu' e si ammalano cento volte di piu', rispetto a coloro che si situano
nel settore formale, come risultato delle condizioni in cui lavorano. Una
stima fatta sui paesi sub-sahariani indica che il 19% di questi infortuni
sul lavoro da' come risultato una disabilita' permanente. Un altro studio
sull'Asia del sud riporta che il 40% dei lavoratori "informali" e' esposto
all'azione di solventi tossici o pesticidi. Altre ricerche hanno indicato
fra essi alti livelli di malattie muscolari, dello scheletro e respiratorie.
Il quadro non e' incoraggiante.
*
"Una pace duratura non potra' essere raggiunta, sino a che larghi segmenti
di popoli non troveranno modi di uscire dalla poverta'", ha detto il
comitato per il Nobel, assegnando il premio a Yunus l'anno scorso, "La
crescita economica e la democrazia politica non raggiungeranno il loro
massimo potenziale sino a che la meta' femminile dell'umanita' non
partecipera' ad esse allo stesso livello della meta' maschile". Ci riesce
difficile immaginare qualcosa di piu' paternalistico che dare riconoscimento
alla necessita' di eguaglianza economica per le donne conferendo un premio
ad un economista maschio e conservatore.
Cio' marginalizza anche i risultati ottenuti da Sewa (Self-Employed Women's
Association of India), la prima organizzazione mondiale guidata da donne ad
occuparsi di microcredito. A differenza della Grameen ed altre imprese, Sewa
e' diretta da donne povere e si rivolge ad altre donne povere. Organizza le
donne che lavorano nei settori informali di modo che esse possono ottenere
sicurezza di introito, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, cura dei
bambini e rifugi. La sua filosofia e' un'unione fra movimento dei
lavoratori, movimento cooperativo e movimento delle donne, che tende ad
assicurare alle donne che svolgono attivita' in proprio gli stessi diritti
delle salariate, quali una paga minima, condizioni di lavori decenti e leggi
per la protezione del lavoro. La prima presidente di Sewa, Ela R. Bhatt, ha
ricevuto un premio per i diritti umani nel 2005, un premio che onorava il
lavoro del gruppo in favore dei diritti delle donne povere, delle
lavoratrici dei settori informali e non organizzati, e l'aiuto fornito a
centinaia di venditrici ambulanti, raccoglitrici di stracci, fabbricanti di
bastoncini d'incenso, per sconfiggere l'oppressione politica, sociale ed
economica che subivano.
L'approccio della Grameen Bank viene vantato come la panacea per la poverta'
mondiale. Ma Bhatt, e milioni di membri di Sewa, sanno che non e' cosi'.
Sanno che e' necessario per le donne definire e costruire le proprie
campagne contro lo sfruttamento.
Il vincitore del Premio Nobel per la pace e la Grameen Bank alimentano la
credibilita' del mito neoliberale che prevede l'uscita individuale dalla
poverta' tramite il duro lavoro? Si'.
Questi programmi aiutano alcune donne ad uscire dai loro guai? Si'.
Questi programmi metteranno fine alla crescente miseria delle donne piu'
povere nel mondo? Per niente.
*
Per maggiori informazioni:
- "Liberating Economics": www.press.umich.edu/titleDetailDesc.do?id=11867
- "Women's Union in India Battles State Charges":
http://www.womensenews.org/article.cfm/dyn/aid/2610/
- Clean Clothes Campaign: www.cleanclothes.org/index.htm

3. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: IL PENSIERO DELL'ESPERIENZA
[Dalla rivista telematica "Per amore del mondo" della comunita' filosofica
femminile Diotima, n. 4, autunno 2006 (disponibile nel sito
www.diotimafilosofe.it) riprendiamo il testo della relazione di Luisa Muraro
al XII Simposio della Iaph, Societa' internazionale delle filosofe, svoltosi
dal 31 agosto al 3 settembre 2006, a Roma presso l'Universita' degli studi
Roma Tre.
Luisa Muraro, una delle piu' influenti pensatrici viventi, ha insegnato
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di
"Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la
seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei
sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza),
in una regione allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita'
Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una
carriera accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare
nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia
dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba
Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista
dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al
femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della
differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva:
La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981,
ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La
Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti,
Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla
nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria
delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via
Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima
(1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero
della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della
maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel
1997"]

Un ostacolo che trovo da alcuni anni nel lavoro filosofico (e dunque
nell'essere qui) e' costituito dalla tesi tipica di un certo
poststrutturalismo, secondo cui "donna" e "donne" sono parole il cui
significato appartiene alla cultura patriarcale e sarebbe di conseguenza
effetto e tramite del dominio sessista. Mi sembra un nuovo tipo di
cancellazione delle donne. Nel patriarcato, per avere esistenza, dovevo
conformarmi ad un'immagine accettabile dalla societa' degli uomini, mentre
ora sembra che, per disfare il patriarcato, io debba mettere fra parentesi
il nome che do alla mia umanita', che e' donna.
E' paradossale, perche' il mio interesse per la filosofia e' nato nell'atto
stesso in cui ho potuto dire che io sono una donna al mio maestro di
filosofia. L'ho gia' raccontato: erano i primi anni Settanta e un giorno lui
mi disse: "Luisa, perche' vai con le femministe? tu sei homo". E appena lo
disse, fu chiaro a entrambi che questo nome latino era puramente
convenzionale, un abito che mi aveva messo con le migliori intenzioni, e che
io in realta' ero quella che ero, nel suo come nel mio sentire, una donna.
Dico "in realta'" non nel senso del realismo naturalistico, che proprio da
lui, Gustavo Bontadini, ho imparato a disfare, ma nel senso del rendere
conto fedelmente della propria esperienza mettendola in comune con l'altro
grazie alla parola.
Se credessi nella dialettica, potrei anche prendere in seria considerazione
di negare che "io sono una donna", per attingere, mediante l'antitesi, un
pensiero piu' ricco e comprensivo di quella che sono. Ma non ci credo, anzi
non mi fido: temo che per questa strada si arrivi al femminismo senza donne.
La faccenda e' piu' sofisticata di come la espongo, lo sappiamo, ma cio' non
cambia i termini della questione come io me la pongo, ed e' che io non
intendo scostarmi da quel modo di pensare nel quale le cose semplicemente
capitano, le donne ovviamente esistono e io sono una di loro.
Sia chiaro che la mia e' una presa di posizione politica, non filosofica. Ci
sono contingenze storiche in cui l'agire politico precede: costatarlo e
accettarlo, io la considero buona filosofia. Secondo me, c'e' una lotta da
fare per difendere il linguaggio di tipo realistico contro il senso di
irrealta' che minaccia la nostra esperienza. Per inciso, e' in questa luce
che io vedo l'opera di Iris Murdoch, sia filosofica (Existentialists and
Mystics. Writings on Philosophy and Literature) sia letteraria.
*
Sul tema del senso di irrealta' che incombe sulla nostra esperienza, si e'
scritto molto e non mi soffermo, basti un cenno. Consideriamo i ragionamenti
con cui i politici europei, sui quali pesa l'eredita' di due guerre mondiali
con quello che c'e' stato di mezzo, giustificano i sempre piu' facili
bombardamenti contro la popolazione civile, dal 1999 in avanti. S'indovina
che la loro mente e' spopolata di esseri viventi e ragiona come se le case e
le citta' fossero a loro volta spopolate.
Mi si puo' obiettare che io sto confondendo la postmodernita' distruttiva
(la guerra) con le decostruzioni operate da un certo pensiero critico.
Rispondo che non faccio una totale confusione ma una parziale
sovrapposizione, si'. Parlando in maniera figurata, nella mia veduta il
pensiero critico della postmodernita' "tiene compagnia" ai profondi
cambiamenti della civilta' in corso, con tutto quello che questi hanno di
distruttivo (salto le analisi storiche che pure sarebbero necessarie),
cercando di portare in essi la luce della consapevolezza. E in questa grande
vicinanza quel pensiero resta fatalmente contaminato, come capitava una
volta ai direttori dei manicomi, quelli bravi, che diventavano a loro volta
un po' pazzi.
*
Invitata a discutere sulla tesi postmoderna dell'inesistenza simbolica delle
donne, in passato ho detto che mi sembra una manifestazione di ubris
filosofica, ossia una specie di disprezzo verso il senso comune, cosa che i
grandi filosofi hanno sempre saputo evitare. Non dunque un conflitto con il
senso comune, che potrebbe essere fecondo, ma uno di quei casi in cui il
pensiero ragionante non trova la sua misura e diventa pensiero futile.
Ma questo argomento, anche se valido, non va oltre le esigenze di una
polemica difensiva. Io stessa non credo che si tratti solo di un abuso
filosofico. La cancellazione simbolica delle donne si manifesta anche nella
lingua corrente. Mi riferisco in particolare all'Italia, dove, in contrasto
con le forme proprie della nostra lingua, si sta diffondendo l'uso di
lasciare cadere il genere grammaticale femminile per nomi di cariche e
professioni, come avvocata, ministra, sindaca, o, in alternativa, si coniano
forme femminili scorrette, come vigilessa, presidentessa. Ci sono donne che
sembrano temere il ridicolo del genere femminile, ci sono uomini che non si
danno la pena d'imparare le sue forme corrette. I tentativi di arrestare
questa deriva verso l'indifferenziato, finora non hanno dato risultati. Il
fenomeno in se' potrebbe sembrare di poco conto se confrontato alla guerra o
altre distruzioni, come le violenze familiari su donne e bambini, o come le
nuove forme di prostituzione. Non lo e' invece, di poco conto, perche'
quello che e' pensiero e linguaggio entra in circolo con il reale, come sua
interpretazione (perche' ricordiamolo, non c'e' una realta' in se', separata
e indipendente dal pensiero, ma una realta' che si mostra e si da' da
conoscere secondo le mediazioni che trova). Giustamente, secondo me, la
scrittrice Clara Sereni, sul quotidiano "L'unita'", ha creduto di poter
stabilire un rapporto diretto tra i titoli al neutromaschile di cui si
rivestono le donne che fanno carriera, e le violenze domestiche patite da
altre, anonime.
*
Il problema diventa allora quello di trovare il punto d'arresto, per
impedire che la critica risulti un pensare futile e che il campo sia tutto
occupato dalla distruzione reale. Io ora sosterro' che questo punto
d'arresto e' stato trovato dalla pratica politica delle donne di raccontare
l'esperienza, e si trova nel fare riferimento all'esperienza con il
sentimento e la fiducia di poterla interpretare da se' e di farne cosi' il
mondo comune di un'esperienza personale. Aggiungo, senza potermi soffermare,
che questa capacita' di trovare il punto d'arresto del disfieri, e'
collegata ad un pensare che non e' mai solo ragionante (vigile) ma sempre
anche senziente (dormiente), pena la sua insania, secondo una veduta che mi
ha ispirato la lettura di W. R. Bion, Learning from Experience.
Il mio argomento consistera' nella lettura e commento di un breve testo,
l'ultimo capoverso di un noto saggio di Joan W. Scott, The Evidence of
Experience ("Critical Inquiry", 17, Summer 1991, pp. 773-797), che in
italiano si traduce con La prova dell'esperienza, senza escludere
l'evidenza, stante la polisemia dell'inglese "evidence".
Dopo aver analizzato criticamente l'uso della nozione di esperienza,
l'autrice, respingendo la conclusione ovvia, scrive: "Non possiamo fare a
meno della parola esperienza, pretendere la sua espulsione sarebbe futile"
(io sottolineo). Porta poi delle ragioni, ma prima va sottolineata questa
schivata (dodge) finale rispetto alla fila di argomenti critici che lei
stessa aveva portato, tutti tipicamente strutturalisti (e in parte condivisi
da me). Vediamo le ragioni per cui si arresta davanti alla conclusione che
sembrava logica di eliminare l'esperienza. Questa parola, scrive, e'
intrecciata con il linguaggio quotidiano, e' incastrata nelle nostre
narrazioni, ci serve per parlare di quello che accade. Serve (e qui c'e' un
richiamo alla pratica femminista) a "reclamare una conoscenza inoppugnabile
(unassailable)", citando da un typescript intitolato Experience, Difference
and Dominance in the Writings of Women History di Ruth Roach Pierson.
Implicitamente, qui si pone la questione se questo reclamare una conoscenza
inoppugnabile in nome dell'esperienza, sia una pretesa vana o fondata e
valida. La risposta di Joan Scott, poste alcune condizioni che qui non
esamino, e' positiva, si tratta di una pretesa valida, e l'argomento che
porta e' filosofico, scientifico e politico insieme. Cito: "L'esperienza e'
sempre, al tempo stesso, gia' un'interpretazione e qualcosa che ha bisogno
di essere interpretato" ("Experience is at once always already an
interpretation and something that needs to be interpreted", "Critical
Inquiry", 17, Summer 1991, p. 797).
Alla luce di questa nozione di esperienza, il pensiero dell'esperienza e'
quel pensiero (non necessariamente filosofico, come si e' giustamente detto)
che s'innesta fra il gia' interpretato e il non ancora, in un intervallo che
e' inesauribile (at once always). Sempre gia' interpretata, l'esperienza
domanda sempre di essere interpretata. Non si tratta di un infinito scorrere
del tempo dal futuro al passato (come puo' far credere quel "sempre" inteso
storicisticamente) ma di un rilancio qui e ora, il cui movente e' la domanda
di senso.
Domanda che spesso e' non udibile o non sostenibile, purtroppo. Spesso il
gia' interpretato satura di se' il non ancora. Spesso, il soggetto che cerca
esistenza, soccombe al gia' pensato dell'altro. Percio', quell'innesto del
pensiero che dicevo, comporta, spesso o sempre, una vera e propria rottura
in una sequenza che di suo andrebbe avanti senza discontinuita' dal gia'
interpretato al non ancora, saturandolo e tacitando il soggetto. E' una
caratteristica di tutto quello che e' organizzato in funzione di un voler
durare; potremmo etichettarla come maternalismo del potere. Una rottura,
dunque, rispetto a quello che pretende di essere l'interpretazione giusta, e
anche rispetto ai dispositivi simbolici e materiali della "giusta
interpretazione". Lo strutturalismo, per esempio un Michel Foucault, e'
andato molto a fondo nell'analisi di questi dispositivi. Troppo, mi viene da
dire, nel senso che e' andato cosi' avanti da rendere impensabile
l'accadimento di un pensiero nuovo. Da questo punto di vista, trovo notevole
la schivata di Joan Scott, nell'ultimo capoverso di The Evidence of
Experience. Ha saputo trovare il punto di arresto della decostruzione che
altrimenti rischia di confondersi con la distruzione.
*
Per finire, torno sul reclamo ad una conoscenza inoppugnabile fatto in nome
dell'esperienza. Esso e' valido e fondato nonostante che non si dia
conoscenza di valore assoluto. Il reclamo ha valore assoluto, glielo da'
l'esperienza che domanda di essere significata non da una macchina simbolica
gia' predisposta ma da un vivente senziente parlante. L'esperienza non
fornisce prove, la sua evidenza non e' una prova. Essa semplicemente chiama
il soggetto, diciamo pure che lo fa nascere, lo chiama alla presa di parola
e lo sostiene nella sua pretesa di dire qualcosa di vero. E non e' un
soggetto neutro o neutrale, e' un vivente che, grazie al linguaggio, insieme
ad altre, altri, rende conto di cio' che a lui, a lei si manifesta.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 93 del 15 marzo 2007

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