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La domenica della nonviolenza. 103



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 103 del 18 marzo 2007

In questo numero:
1. Per Jean Baudrillard
2. Paolo Di Stefano ricorda Jean Baudrillard
3. Paolo Fabbri ricorda Jean Baudrillard
4. Bruno Gravagnuolo ricorda Jean Baudrillard
5. Mario Perniola ricorda Jean Baudrillard
6. Franco Volpi ricorda Jean Baudrillard
7. Gianni Vattimo ricorda Jean Baudrillard

1. MEMORIA. PER JEAN BAUDRILLARD
[Jean Baudrillard (Reims, 20 giugno 1929 - Parigi, 6 marzo 2007), sociologo,
filosofo, docente universitario, saggista francese; autore di molte
pubblicazioni dedicate ai temi della societa' dei consumi e delle forme
della comunicazione; acuto indagatore, teorico e critico della
postmodernita'. Dal sito del programma televisivo "Mediamente" riprendiamo
la seguente scheda: "Nato nel 1929 a Reims in Francia, Jean Baudrillard
inizia la sua formazione come germanista, e successivamente ottiene un
dottorato in sociologia. Dal 1966 insegna all'universita' di Paris
X-Nanterre, e negli anni successivi entra a far parte dell'Institut de
recherche sur l'innovation sociale, laboratorio del Centre national de la
recherche scientifique. Sociologo brillante, Baudrillard ha consacrato la
sua opera all'analisi della societa' contemporanea studiando in particolare
la societa' dei consumi: i suoi miti, le sue strutture. Il consumo e'
trattato nei suoi lavori come un 'linguaggio sociale', qualcosa che tende ad
aumentare i desideri degli individui piuttosto che a soddisfarli. Nel mondo
contemporaneo si assiste ad una dematerializzazione della realta' e
l'attenzione dell'uomo e' distolta dal mondo naturale e concentrata sulla
televisione, sul mondo della comunicazione che e' divenuta un valore
assoluto, un obiettivo in se'. I vecchi miti sono stati rimpiazzati e la
societa' e', secondo Baudrillard, dominata da una ideologia fondata
sull''estasi della comunicazione'. Violenza, miseria, ignoranza non sono
affatto scomparse, ma fanno parte di una realta' quotidiana che gli uomini
finiscono per non vedere annebbiati da strategie fatali (il volume esce in
Francia nel 1983 e viene subito tradotto in italiano) e 'rassicuranti'.
Baudrillard ha svolto un'intensa attivita' di traduzione delle opere di
Bertolt Brecht". Tra le opere di Jean Baudrillard: Il sistema degli oggetti,
Bompiani, Milano 1972, 2003; Per una critica dell'economia politica del
segno, Mazzotta, Milano 1972; La societa' dei consumi, Il Mulino, Bologna
1976; Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, 2006; Lo
specchio della produzione, Multhipla, Milano 1979; Simulacri e impostura.
Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Cappelli, Bologna 1980; Il
partito comunista o i paradisi artificiali del politico, Bertani, Verona
1982; Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 1984; Dimenticare Foucault,
Cappelli, Bologna 1985; All'ombra delle maggioranze silenziose, Cappelli,
Bologna 1985; Della seduzione, 1985, 1997; La sinistra divina, Feltrinelli,
Milano 1986; L'altro visto da se', Costa & Nolan, Genova 1987; L'America,
Feltrinelli, Milano 1987; Il sogno della merce, Lupetti, 1987; La sparizione
dell'arte, Politi, 1988; La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni
estremi, SugarCo, Milano 1991; (con Carlo Formenti e Mario Perniola), Guerra
virtuale e guerra reale. Riflessioni sul conflitto del Golfo, Mimesis,
Milano 1991; Cool memories. Diari 1980-1990, SugarCo, Milano 1991; (con
Federica Di Castro), Art & jeans, Charta, 1994; Il sogno della merce,
Lupetti, 1995; Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realta'?,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1996; Illusione, disillusione estetiche.
Il complotto dell'arte, Pagine d'arte, 1999; Cyberfilosofie. Fantascienza,
antropologia e nuove tecnologie, Mirnesis, Milano 1999; Taccuini 1990-1995,
1999; (con Joseph Kosuth e Paolo Fabbri), Thinking art. The game of rules -
Pensare l'arte. Il gioco delle regole, A&M Bookstore, 2000; Lo scambio
impossibile, Asterios, Trieste 2000; Lo spirito del terrorismo, Raffaello
Cortina Editore, Milano 2002; Parole chiave, Armando, Roma 2002; (con George
Caffentzis e Jeremy Brecher), La guerra dei mondi. Scenari d'Occidente dopo
le Twin towers, DeriveApprodi, 2002; (con Luc Delahaye), L'autre, Phaidon,
2002; Power inferno. Requiem per le Twin towers. Ipotesi sul terrorismo. La
violenza globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003; (con Jean Nouvel),
Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa Mondadori, 2003; E'
l'oggetto che vi pensa, Pagine d'arte, 2003; (con Edgar Morin), La violenza
del mondo. La situazione dopo l'11 settembre, Ibis, 2004; Violenza del
virtuale e realta' integrale, Le Monnier, 2005; Il patto di lucidita' o
l'intelligenza del male, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006; Patafisica
e arte del vedere, Giunti, Firenze 2006]

Non ci persuadono molte e molto confuse cose dette e scritte su Baudrillard
negli scorsi decenni e nei giorni scorsi ancora. Confusioni certo favorite
dallo stile espositivo da Baudrillard eletto sempre piu' nel corso del
tempo.
Ma il Baudrillard di moda - di moda nelle diverse mode susseguitesi nella
cultura delle classi privilegiate (e quindi salottiere, perche' di salotti
proprietarie) del secondo Novecento - non era il Baudrillard vero e
migliore. Il Baudrillard autentico non era un Philo Vance della filosofia,
ma un militante contro l'inumano che alla dignita' e alla liberta' di ogni
essere umano teneva, e che con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze si
opponeva alla mistificazione - l'alienazione, la reificazione - che tutti ci
divora: concretamente.
Il nostro Baudrillard era - e cosi' resta - un combattente "con le armi
della poesia" (ovvero con profondita' di sguardo e di voce) contro lo
sfruttamento, l'inquinamento, la guerra che invadono e colonizzano la nostra
mente prostituendoci a consumatori di un mondo gia' consunto.
Il nostro Baudrillard - anche contro Baudrillard, poiche' la prima lotta che
ognuno ha da condurre e' contro se stesso - non era dimentico della lezione
brechtiana dal cui cappotto - e da quello di Gogol, e di Dostoevskij,
certo - siamo tutti usciti; il nostro Baudrillard ancora ci chiama alla
lotta per la verita', perche' ad ogni essere umano siano riconosciuti tutti
i diritti umani - ed in primis quello a una vita che sia una vita degna: una
vita pensata, una vita comune, una vita solidale, in un mondo ad un tempo
terribile e meraviglioso - che il sapere e il potere della megamacchina dei
potenti, degli sfruttatori, stritola, cancella, annienta.

2. MEMORIA. PAOLO DI STEFANO RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal "Corriere della sera" del 7 marzo 2007]

Jean Baudrillard e' stato un intellettuale totale, che ha attraversato il
dopoguerra bruciando tutte le tappe della filosofia, della sociologia, della
semiotica, dell'antropologia. Marxista e antimarxista, freudiano e
antifreudiano, moderno e postmoderno, strutturalista e antistrutturalista.
Apocalittico per i suoi avversari (che sono tanti), lucidamente pessimista
per i suoi adepti (che sono stati, negli anni, moltissimi). E' stato
l'intellettuale radicale per eccellenza, l'intellettuale del paradosso,
passato dalla contestazione del Sessantotto alla teorizzazione della fine di
tutto, dell'arte, della politica, della storia e persino della realta':
filosofo della simulazione e del simulacro. Nato a Reims nel 1929, da nonni
contadini e da genitori impiegati statali, prende ben presto le distanze
dalla famiglia e dal suo ambiente "provinciale". Nel '56 e' professore di
liceo e all'inizio degli anni Sessanta e' consulente di una delle case
editrici piu' in vista della sinistra francese, Seuil. A Parigi viveva da
anni in un elegante appartamento nei pressi di Montparnasse. Arrivato nella
capitale, collabora per la rivista di Sartre, "Temps modernes", traduce
Brecht e Peter Weiss, si avvicina a Henri Lefebvre e ai suoi studi sulla
vita quotidiana. Gia' nel '66, a giudicare dal titolo della sua tesi di
laurea (Il sistema degli oggetti, che diventera' due anni dopo il suo primo
libro), e' nel pieno di quella che sara' l'"ossessione" di una vita: la
critica alla societa' del consumo, influenzata dallo stesso Lefebvre, dalle
"mitologie" di Roland Barthes e dalla ancor giovane voga semiologica. Il
Sessantotto lo vede partecipe dal fronte universitario della sinistra
radicale (che aveva in Nanterre, dove gia' insegnava sociologia, il suo
fulcro) e lo allontana per sempre dal Partito comunista e dai suoi teorici
ufficiali. Rabdomantico segugio di tutto cio' che nella societa' si rivela
come "segno" del mercato (la pubblicita', la moda, i mass media, la marca,
lo stile, il linguaggio, il sesso, la fitta foresta degli oggetti),
Baudrillard dal verbo rivoluzionario marxista passa, nel giro di un
decennio, all'idea di una rivolta violenta che avrebbe portato a una
"disintegrazione improvvisa" delle convenzioni sociali (dove tutto rischia
di essere alienazione); per sterzare poi verso una visione "idiosincratica",
una sorta di francofortismo estremo per cui gli esseri umani, dominati dalle
cose, soccombono fino a "reificarsi" essi stessi. Con Lo scambio simbolico e
la morte, del '76, il radicalismo di Baudrillard assume sfumature
irrazionaliste e persino esoteriche, che si riconducevano al pensiero di
Bataille, in una esplicita rottura con i pensatori moderni: siamo alla fine
di tutto, dell'economia politica, del lavoro, della realta', appunto. Il
potere invasivo e oppressivo dei media ha prodotto un mondo di pura
simulazione, in cui ogni significato si capovolge fatalmente nel suo opposto
e ogni segno si riduce a "simulacro" privo di senso. La realta' viene
sostituita da una dimensione nuova, diventata piu' reale di quella reale:
l'irrealta'. Il paradosso di Baudrillard si esprimera', d'ora in poi, oltre
che in saggi teorici di ampio respiro, in una produzione frammentaria,
consegnata a un incedere aforistico, a brani di diario e a interventi
sull'attualita' (pubblicati per lo piu' sul quotidiano "Liberation"). I suoi
numerosi scritti, ermetici e di ardua lettura, ma spesso banalizzati in
slogan memorabili, ne hanno fatto nell'ultimo decennio una star
internazionale. Nel '91 fece molto scalpore un suo scritto intitolato La
Guerra del Golfo non c'e' mai stata, in cui sosteneva che la televisione
aveva cancellato ogni confine tra la drammaticita' del conflitto in se' e la
sua messa in scena. Si era cosi' consumato Il delitto perfetto (titolo del
'95), aggravato dalla comunicazione virtuale ("sullo schermo del tempo
reale, sul filo di una semplice manipolazione digitale, tutti i possibili
vengono virtualmente realizzati - il che pone fine alle loro possibilita'"),
dall'invasivita' dell'arte nel quotidiano, dal sesso esibito ovunque, dai
reality show, dal passato rivissuto come immensa Disneyland. Dalla
"pornografia" del pensiero unico globalizzato come estremo degrado di una
cultura, quella occidentale, che aspira a sottomettere tutto all'equivalenza
e alla banalita' (ricordava volentieri una frase di Heidegger: "La banalita'
e' il precipizio da cui l'uomo non trovera' piu' redenzione"). Nel 2002,
all'indomani dell'11 settembre, con Lo spirito del terrorismo il cerchio si
chiude e Baudrillard lancia la sua ultima denuncia: "L'attentato delle Torri
Gemelle e' stato l'Evento assoluto che l'Occidente sognava senza
ammetterlo". Un pessimista? "No - rispondeva -, sono un nichilista, perche'
il sistema e' nichilista, ha annientato tutto. Ma e' una situazione
originale: solo, bisogna affrettarsi in modo da avere il tempo di vedere la
conclusione. Personalmente mi sento gia' un po' al di la' della fine".

3. MEMORIA. PAOLO FABBRI RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 marzo 2007]

Nel punto singolare in cui una vecchia conoscenza si trasforma in ricordo,
mi chiedo cosa ha saldato la mia lunga amicizia con Jean Baudrillard. Il
comune insegnamento nella California del sud a San Diego, quando scriveva
America; gli anni del Centro di semiotica e linguistica di Urbino, quando
parlava di seduzione e di simulacri; la collaborazione nel comitato di "Trav
erses", la rivista del Centro Pompidou dove si rifletteva - con Louis Marin
e Michel De Certeau - sui temi dell'alterita' e dell'esotismo, dei media e
del male, degli animali e dell'epidemia.
E ho trovato una risposta plausibile. La passione condivisa per le parole,
ovvia per chi si considerava un allievo trascurato del Roland Barthes delle
Mythologiques (America era la risposta all'Impero dei segni). Per chi non
mira a un sistema concettuale, a un pensiero definitivo, costruttivo ed
edificante, il fascino del linguaggio sta nella capacita' dei suoi termini
di funzionare come embrayeurs del pensiero. Ma piu' ancora come operatori di
seduzione e di magia che evolvono in forma di spirale mutandosi l'uno
nell'altro. Passando da una parola all'altra, si creano le condizioni
indecidibili e sperimentali di quell'emergenza impredicibile che ha un
pensare autentico e sentito.
Baudrillard aveva annotato di recente il suo lessico di predilezione:
entrate o termini come Oggetto, Valore, Scambio simbolico, Seduzione,
Osceno, Trasparenza del male, Virtuale, Aleatorio, Caos, (la) Fine, Crimine
perfetto, Destino, Scambio impossibile, Dualita'. Un dizionario concettuale
che egli ha disposto nell'ordine in cui e' emerso dai suoi pensieri nella
sua scrittura frammentaria e inclassificabile, lontana da ogni trattato e
disciplina.
La radicalita' del suo attivismo teorico e del suo impegno di pubblicista ha
radici riconoscibili nel pensiero di Bataille. L'esito singolare e' quello
di un manicheismo senza riserve, un pensiero antitetico della sfida e della
reversibilita' senza sintesi e compromessi. Nell'analisi della cultura
contemporanea Baudrillard ha portato un pessimismo che gli e' stato
rimproverato - nell'universita' si e' fermato al ruolo di assistente! - ma
ha mantenuto intatta la tensione di un principio speranza. "Il pensiero -
diceva (e mi duole questo imperfetto) - deve giocare un ruolo catastrofico
(...) e di provocazione in un mondo che intende epurare ogni cosa,
sterminare la morte, la negativita'. Ma deve restare umanista, attento
all'umano e trovare cosi la reversibilita' tra il bene ed il male, l'umano e
l'inumano".
Il ricordo, diceva Nabokov, e' una festa nelle tenebre dove scintillano luci
che sono frammenti di specchi. Ecco: la passione di Bill - come gli amici
chiamavano Jean Baudrillard - per l'Italia e il Giappone; la sua America
inventata, come eterotopia rispetto alla Francia; il suo interesse per gli
scrittori tedeschi di frammenti, Canetti e Lichtenberg - era agrege' di
letteratura germanica; la predilezione per la fotografia, la scrittura
privata delle sue Cool memories, il gusto per le automobili e i deserti. E
ancora, le sue preferenze artistiche, dalla pop art a Warhol, e la ferma
persuasione che l'arte contemporanea e' nullita'. La sua voce... E il titolo
di un capitolo nello Scambio simbolico e la morte: "Ma mort partout, ma mort
qui reve", la mia morte dovunque, la mia morte che sogna.

4. MEMORIA. BRUNO GRAVAGNUOLO RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 7 marzo 2007]

Baudrillard, ovvero le seduzioni dell'immaginario come potenza che muove il
mondo, lo distrugge e lo ricrea di continuo. A compendiarlo in uno slogan
facile, fu questo il senso della sua filosofia. Un messaggio apocalittico e
ironico, continuo in tutta la sua opera. Che ando' diffondendo in modi
discreti e dirompenti in piu' di cinquanta libri, innumerevoli interventi e
interviste. Modi discreti, perche' il suo "presenzialismo" in scena non
andava disgiunto da una maniera sottotono e allegra. Cameratesca e
ammiccante, per chi lo conosceva. Volutamente demode' e discreta, anche nel
vestire. Come di uno sballottato nei posti per caso. In contrasto singolare
con lo scintillio provocatorio delle sue decostruzioni dissolutorie, che
trasformavano l'iperrealta' tirannica del mondo moderno - da lui narrata -
in un "post-mondo" destinato ad esplodere in una sorta di entropia
dell'assurdo.
Francese fin nel midollo e proprio come "filosofo scintillante di spirito",
nasce a Reims nel 1929. Germanista sulle prime, e docente a lungo di
sociologia all'Universita' di Nanterre, decostruisce sin da subito sia la
tradizione classica della filosofia tedesca, sia quella moderna delle
scienze umane. E sue stelle polari sono Marcel Mauss, Levi-Strauss,
Bataille, Nietzsche. Sullo sfondo Marx. Non quello della filosofia della
storia, e nemmeno quello del comunismo come forma scientifica di produzione.
Semmai quello della spettralita' del "valore di scambio" e del denaro. Il
valore immaginario che si stacca dai valori d'uso e fa ballare le merci sul
mercato, cosi' come per Marx ballavano i tavolini delle sedute spiritiche. E
poi semmai il Marx-Engels della "comunita' primitiva", il luogo dove il
valore di scambio monetario non ha (ancora) luogo. E dove vigono la forza,
l'autorita', la tradizione, la parentela, nella "produzione e riproduzione
del mondo reale". Ebbene, fin dall'inizio a Baudrillard quel Marx li' non
bastava. Perche' infatti fin da subito lo studioso antiaccademico cercava
tra i "primitivi" qualcosa di altro e di perenne. Cercava il segreto del
potere che muove corpi e pensieri, fino a farli coincidere. Benche' poi sul
"potere" come chiave filosofica lui stesso ironizzera' contro Foucault. Quel
segreto, almeno nelle prime formulazioni di Baudrillard, stava in un
concetto di Marcel Mauss: lo "scambio simbolico". E significava, nella
versione seconda, che tutto il ricambio tra uomo e uomo, natura e uomo, con
riti e miti a corredo, risiedeva in una specie di ostentazione del ruolo. In
un'esibizione reiterata di potenza seduttiva. La potenza del dono, dello
spreco, della dismisura. Capace di segnare di continuo confini e gerarchie.
E di alimentare civilta' e comunita'.
Convergono qui due pensatori diversissimi: Hegel e Bataille. Dal primo
Baudrillard, forse con la complicita' di Kojeve, hegelista russo maestro di
Lacan, prende "la lotta tra le autocoscienze". La lotta tra servo e padrone.
Che si risolve quando una delle due figure cattura il desiderio dell'altro.
Padrone e' chi alla fine gestisce e rilancia il desiderio. E funge da
specchio in cui l'altro si riflette asimmetricamente. Per cui "scambio
simbolico" designa il potere seduttivo di chi elargisce il dono, incarna una
dismisura irraggiungibile. E percio' domina. Il seme del Baudrillard futuro
e' gettato.
Se all'inizio, ne Lo scambio simbolico e la morte, c'e' ancora il
vagheggiamento di un'economia a scambio diverso dall'orizzonte monetario -
il dono appunto, gratuito ed eccedente - in seguito non vi sara' piu' utopia
di possibile "economia desiderante". Sempre l'economia, nel Baudrillard di
Della seduzione, Le strategie fatali, Simulacri e simulazione (1979, 1983,
1985) sara' gioco di maschere evanescenti e senza riscatto. Senza soggetto,
ridotto a punto iridescente dei flussi mediatici. A libertinaggio omologato
e innocuo. Al punto che gli oggetti stessi diventano "patafisiche" volonta'
capovolte. Messaggi energetici che si rivoltano, e che sono loro stessi
soggetto, soggetti multipli. Tecnica e Capitale, per questo Baudrillard,
hanno inverato a pieno il nichilismo dei simulacri e non c'e' altro da fare
che farli esplodere, decostruirli giocosamente. Ritagliandosi uno spazio di
potenza nel gioco apocalittico che spiazza, denuncia e gioca altri giochi.
Fuori dal circuito della dittattura semiologica dei media e delle merci. Che
sono poi la stessa cosa.
E tuttavia, proprio con l'esordio del terzo millennio, il pensiero entropico
di Baudrillard conosce una svolta in parte impensata. Vale a dire, col
terrorismo e l'attacco alle Due Torri dell'11 settembre. Ed e' una sorta di
ritorno di Baudrillard alle origini. Allo Scambio simbolico e la morte.
Accade cosi' in Power Inferno (2003) l'ennesimo paradosso. L'immaginario non
si contenta piu' di riprodursi in una catena di fantasmi indifferenti e
interscambiabili. Esce da se stesso e si incarna nell'apoteosi della morte
mediatica di massa. Si prende sul serio. E assume forma religiosa e
sacrificale. E' il gesto supremo del terrorismo, che ha compreso fino in
fondo cio' che veramente vale. Cioe' la morte come orchestrato spettacolo di
onnipotenza nell'Impero dei segni. E' questo spettacolo fondamentalista che
ricrea il Significato. E' questo l'apocalittico e "inconcludente"
Baudrillard lo aveva capito prima degli altri.

5. MEMORIA. MARIO PERNIOLA RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 marzo 2007]

A ripercorrere l'opera di Jean Baudrillard, all'indomani della sua morte,
appare subito evidente come essa si divida in due periodi, il primo dei
quali e' segnato da una insistita riflessione sulle categorie dello scambio
simbolico, dell'iperrealismo e del simulacro, estendendosi fino ai primi
anni Ottanta, mentre con il volume Le strategie fatali (1983) una nuova fase
si apre, piu' paradossale e piu' suscettibile dei molti fraintendimenti in
cui e' talvolta incorsa. E' dal saggio di Marcel Mauss sul dono nelle
societa' primarie e dalle considerazioni di Georges Bataille sul potlac -
quella forma arcaica di scambio basata sull'obbligo di una restituzione piu'
cospicua da parte di chi riceve il dono - che Baudrillard prende il suo
concetto di scambio simbolico.
Oltre ai classici concetti marxisti di valore d'uso e di valore di scambio,
il filosofo francese introduce un valore-segno, connesso con la societa' dei
consumi e la universale semiotizzazione della vita, e infine un valore di
scambio simbolico, inteso piuttosto come un non-valore perche', nel suo
essere alternativo ai tre valori precedenti, implica la fine dell'economia.
Gia' fuori dal marxismo, dunque, Baudrillard assegna alla propria teoria una
dimensione utopica. Quanto alla nozione di iperrealismo, essa e' nel suo
pensiero una estensione all'ambito economico-sociale della parola nata in
ambito artistico: come quel tipo di pittura forniva una copia del tutto
realistica della realta' che intendeva rappresentare, cosi' la societa' si
trova a riprodurre con una rassomiglianza esasperata l'economia politica,
quella economia che ha perduto, nella universale emancipazione del segno,
ogni dimensione strutturale. La terza parola chiave, simulacro, porta con
se', nell'impiego che ne fa Baudrillard, l'eco di alcune considerazioni
nietzscheane sul venir meno di una distinzione tra mondo vero e mondo
apparente, e riprende anche il pensiero di Klossowski, di Foucault, di
Deleuze e di Lyotard, applicandosi all'analisi dei fenomeni politici e
sociali, in cui la realta' sembra dissolversi in una spirale infinita di
segni e di rimandi, privi di referente. Derivano da qui le riflessioni sul
terrorismo, che per un verso oppone un altro ordine a quello vigente,
costituendo una specie di potlac suicida, per un altro verso e' un atto
iperreale che spaccia per esistente una rivoluzione inattuata, e per un
terzo verso partecipa del simulacro, che e' estraneo all'ordine del senso e
di una rappresentazione solidale con gli strumenti di comunicazione di
massa, mentre dissolve qualsiasi prospettiva politica credibile.
Nella seconda fase, aperta dall'idea di strategia fatale, e' centrale la
parola "illusione", che va intesa sia in senso metafisico-cognitivo, ossia
come il contrario della realta' e della verita', sia in senso
estetico-psicologico, ossia come il contrario del disincanto e della
delusione. Se si privilegia la prima accezione, il pensiero di Baudrillard
acquista una coloritura scettico-nichilistica non lontana da alcune tendenze
della filosofia italiana contemporanea - per esempio il "pensiero debole" di
cui condivide il radicale rifiuto della metafisica e dell'etica, e quel
filone della cultura filosofica caratterizzata dal catastrofismo
vitalistico, che in Italia corre da Pirandello a Giorgio Colli e a Giorgio
Agamben.
Ma sono paralleli, in realta', ingannevoli: perche' cio' che davvero
interessa Baudrillard non e' il problema della conoscenza, ne' l'enfasi
vitalistica che pervade i filosofi italiani del sublime. Per lui, infatti,
l'illusione non significa sogno, inganno, miraggio, e nemmeno utopia, bensi'
l'ingresso in una dimensione non usuale, non quotidiana, non statica. Ed e'
a partire da questo momento che ha inizio una rivalutazione di cio' che
chiamiamo l'arte, il teatro, il linguaggio: perche' la' si e' conservato
qualcosa di quella violenza al reale che si attua nella cerimonia iniziatica
e nel rito. E' in quell'ambito che si conserva una padronanza delle
apparizioni e delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale
dell'eclissi del reale. Siamo quindi molto lontani dal gioco inteso come
ricreazione, loisir o distrazione; l'idea che Baudrillard ha dell'arte come
illusione e' semmai prossima alla concezione antropologica della magia, dove
la potenza dell'illusione riesce a irrompere nel reale e in qualche modo a
prenderne il posto, senza pero' identificarsi con esso. Un passaggio
fondamentale, questo, per capire una tra le idee piu' oscure della
riflessione di Baudrillard, quella di strategia fatale. Non e' un progetto o
un piano di azione elaborato da un individuo, la strategia cosi' come la
pensa Baudrillard, bensi' una concatenazione di elementi esterni alla
volonta' soggettiva: dunque e' un sinonimo di regola e di rituale. Ma questa
concatenazione non e' ne' necessaria, ne' casuale, ne' teleologica, ne'
fortuita, e' un rito senza mito, un significante senza significato, tuttavia
puo' diventare fatale, aggettivo cui Baudrillard consegna il senso di legato
al male, funesto.
Tutte le cose sono chiamate ad incontrarsi - secondo il filosofo francese -
solo il caso fa si' che questo appuntamento non si realizzi; al contrario,
dunque, di quanto e' proprio all'idea di hasard objectif dei surrealisti,
che in un mondo retto dalla casualita' cercavano di attribuirle un
significato e un valore reconditi indipendente dalle intenzioni e dalle
volonta' soggettive, scoprendo una trama occulta: una specie di astuzia
della ragione (List der Vernunft) hegeliana. Sebbene Baudrillard dia invece
per scontato che le cose si incontrino, non attribuisce a questo incontro
alcun significato, perche' non di una concatenazione provvidenziale si
tratta, ma di un rituale, che tuttavia talvolta manca l'appuntamento e si
trasforma in rituale mancato.
La distanza estetica su cui si reggeva il rituale e' pero' annullata, in
occidente, dalla cancellazione della scena e dall'annientamento delle
mediazioni, di qualsiasi tipo esse siano (artistiche, politiche, sessuali).
In questa direzione l'analisi di Baudrillard si distanzia da quella di Guy
Debord: il mondo attuale, infatti, non sarebbe caratterizzato dal trionfo
dello spettacolo, ma dalla sua sparizione. La scena e' stata sostituita
dall'osceno, il posto dell'illusione e' stato preso da qualcosa che pretende
di fornire un effetto realistico maggiore dell'esperienza della realta' (ed
e' percio' iperreale), ogni evento e' anticipato e annullato dalla
pubblicita' e dai sondaggi. Dunque l'azione diventa impossibile e ad essa
succede la comunicazione, che riesce appunto a far precipitare ogni cosa
nell'insignificante, nell'inessenziale, nel derisorio. Nel mondo della
comunicazione, nulla piu' accade: tutto e' senza conseguenze, perche' senza
premesse, suscettibile di essere interpretato in tutti i modi, tutti
ugualmente irrilevanti e privi di effetti.

6. MEMORIA. FRANCO VOLPI RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal quotidiano "La repubblica" del 7 marzo 2007 (disponibile anche nel sito
www.repubblica.it)]

Era uno degli ultimi maitres-a'-penser ancora lucidi e attivi della
generazione intellettuale postsartriana, pronto a intervenire nelle
questioni piu' scottanti dell'attualita'. In presenza di un fenomeno nuovo
da interpretare, quando scoppiava un caso, se sopraggiungeva qualcosa di
straordinario, un fatto o un evento di fronte a cui l'intelligibilita'
assicurata dalle normali categorie dell'analisi sociale vacillava,
Baudrillard era tra i primi a prendere la parola e ad arrischiare una
lettura, un'ipotesi, un'interpretazione.
Germanista di formazione, aveva trascorso qualche anno in Germania
dedicandosi tra l'altro alla traduzione in francese di testi di Hoelderlin,
Peter Weiss e Bertold Brecht. Tornato in Francia, nel 1966 era stato
chiamato da Henri Lefebvre come suo assistente all'universita' di
Paris-Nanterre, avvolta in clima surriscaldato per il montare della protesta
studentesca e l'affermarsi della rivoluzione sessantottina. La sua tesi di
dottorato, Le systeme des objets, e' lavoro sociologico a suo modo geniale e
innovativo, ma eccentrico rispetto ai canoni della disciplina e
insufficiente ad aprirgli la carriera universitaria.
Dopo un periodo passato a insegnare tedesco nelle scuole, Baudrillard fu
nominato docente di sociologia, acquistando carisma e autorevolezza, ed
essendo invitato a tenere lezioni e conferenze nelle principali universita'
europee e americane. Ma dovettero trascorrere ben due decenni prima che nel
1987 la sua these d'etat, con cui divenne professore a pieno titolo, fosse
accettata e presentata da Georges Balandier alla Sorbona. Fu un
riconoscimento tardivo, che non gli forni' il motivo per impegnarsi nella
vita accademica bensi' il pretesto per allontanarsene definitivamente e
dedicarsi alla propria attivita' di libero scrittore e analista, dirigendo
tra l'altro la rivista "Traverse".
I suoi saggi - incisivi e strutturati i primi, poi sempre piu' fulminanti e
istantanei, ma di corto respiro e a volte di una dogmatica vaghezza - hanno
comunque segnato in modo profondo la vita intellettuale contemporanea e la
rappresentazione culturale del nostro tempo. Penso per esempio a L'echange
symbolique et la mort, uscito nel 1976, che analizza il sistema dei segni,
la loro funzione sociale, il loro inesausto e infinito richiamarsi in un
vuoto e inane rispecchiamento di valori simbolici che risucchiano e
consumano le cose. Con la nascita dell'illusione di uno scambio simbolico
infinito, in cui i segni fagocitano e dissolvono le realta' significate,
ormai incapaci di resistere all'urto dell'onda irreale. E in cui il discorso
diventa, anziche' la tematizzazione di un referente oggettivo, un satellite
dell'immaginario.
Passando in rassegna fenomeni che si impongono con "oscena evidenza", come
la moda o lo sfruttamento dei corpi nella pubblicita', Baudrillard si erge a
lungimirante analista di un mondo, quello postmoderno, o "post-istorico"
come preferiva dire (L'illusion de la fin, 1992), che presto sarebbe stato
permeato dal virtuale, e in cui gia' lui vedeva prevalere e dominare
l'irrealta' sulla realta', cioe' la parvenza e i simulacri sulle cose. Solo
la morte - sosteneva allora - potrebbe offrire un arresto alla
espropriazione e alla perdita di senso che ha luogo nella circolazione
dell'irreale senza senso, duplicabile, riproducibile ed espandibile
all'infinito.
Questo spiraglio di senso, che sarebbe stata la morte, veniva
definitivamente chiuso in un altro suo celebre lavoro: Les strategies
fatales, apparso nel 1983. L'accelerazione dei processi sociali di scambio e
di circolazione dell'irreale e' qui dichiarata ormai un processo
inarrestabile, ingovernabile, fatale. Alimentata dai meccanismi del
desiderio, della seduzione e del consumo, in cui i soggetti diventano pedine
impotenti di un gioco sistemico che non solo non riescono piu' a governare,
ma da cui sono inesorabilmente governati, l'irrealta', cioe' la virtualita',
dilaga in modo incontenibile e incontrollabile. Senza la possibilita' di
congetturare ne' un happy end ne' qualcosa come un buco nero sociale in cui
l'ordine attuale imploda.
Tanto piu' sorprendente e' stato percio' il suo instancabile stare a ridosso
del Nuovo che emergeva, offrendo scorci, spunti, intuizioni e analisi, che
solo in apparenza si presentavano come disparate o perfino svogliate, ma che
in realta' testimoniano di un impegno costante, diventato uno stile di vita
e di pensiero.
Ma che fare? Anzi, che dire? Quale prassi e quale teoria sono praticabili di
fronte all'odierno spettacolo della societa' globalizzata e informatizzata?
Di fronte all'evaporare e al dissolversi sempre piu' evidenti del reale nel
virtuale? Negli ultimi tempi - diciamo a partire dal brevissimo ma
folgorante Amerique (1986) per arrivare alla sequela delle Cool Memories
(I-V, 1980-2005) - Baudrillard aveva preferito come strategia di analisi il
diario, il racconto del proprio transitare di esperienza in esperienza, di
osservazione in osservazione. Forse per un vezzo letterario, in cui il
rigore dell'analisi inclina e si piega all'estetica della scrittura. O forse
perche' l'unico modo per attraversare la nostra realta' ormai refrattaria a
ogni tentativo di trasformazione consapevole e guidata, e perfino a ogni
speranza di senso e di intelligibilita', e' il "puro viaggiare". Il semplice
stare a guardare e scrutare, senza pretendere di giudicare e tanto meno di
discriminare il Bene dal Male, come Baudrillard scrisse con coraggio dopo
l'11 settembre (L'esprit du terrorisme, 2002). Il puro osservare, il
semplice posarsi dell'occhio sulle cose, per prendere parte al Nuovo e
fruirne. Senza nostalgie ne' rimpianti per il passato lasciato alle spalle e
definitivamente trascorso, senza speranze per il futuro che incombe.
C'e' qualcosa che possiamo dire di avere imparato da tale controverso
maestro cui e' stato dedicato perfino un "Cahier de l'Herne" (2005), tanto
intuitivo e preveggente quanto vago e volatile? Certo, almeno questo: che
quando le cose sono soltanto quello che sembrano, presto ci sembreranno
essere ancor meno. E che in un mondo del genere non ci rimane che essere
indifferenti senza cinismo e appassionati senza entusiasmo.

7. MEMORIA. GIANNI VATTIMO RICORDA JEAN BAUDRILLARD
[Dal quotidiano "La stampa" del 7 marzo 2007 (disponibile anche nel sito
www.lastampa.it)]

Il sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard e' morto ieri a Parigi,
dopo una lunga malattia. Autore di fama internazionale, ha scritto una
cinquantina di libri ed e' stato uno dei piu' influenti pensatori
postmoderni, in particolare per la sua critica ai meccanismi della societa'
dei consumi. Nato nel 1929 a Reims, aveva iniziato la sua formazione come
germanista. Dal 1966 docente all'universita' di Paris X-Nanterre, negli anni
successivi era entrato a far parte dell'Institut de recherche sur
l'innovation sociale, laboratorio del Centre national de la recherche
scientifique.
Sebbene lo si identifichi generalmente con il nome e l'opera di un altro
grande maestro del pensiero francese, e cioe' con Jean-Francois Lyotard, il
postmodernismo deve forse di piu' alla riflessione di Jean Baudrillard, gia'
professore a Nanterre nel periodo epico della rivolta studentesca del 1968.
A quella rivolta e allo spirito di quell'epoca, Baudrillard rimase in fondo
sempre fedele, e i suoi rapporti con il movimento comunista e il marxismo ne
furono sempre segnati, nei termini di una costante polemica contro il
burocratismo stalinista del Pcf dell'epoca e poi nello sforzo costante di
integrare il marxismo in una visione piu' radicale della storia e della
societa'.
Nato nel 1929 a Reims, Baudrillard studio' a Parigi e nel 1966 era
assistente di Lefebvre, maestro di una sociologia critica della vita
quotidiana che sarebbe stata sempre una delle tematiche favorite di
Baudrillard. Degli anni Sessanta e dei primi Settanta sono le opere piu'
significative, che lo resero presto molto popolare presso l'intellighenzia
europea e americana (secondo alcuni, anzi, piu' nel mondo latinoamericano e
anglosassone che nella stessa Francia). La ricchezza e originalita' del
lavoro di Baudrillard consistette, allora come piu' tardi, nel mettere a
frutto da un punto di vista di critica sociale molte delle idee dello
strutturalismo francese, che presso altri autori apparivano piuttosto come
un semplice metodo di descrizione della nuova realta' sociale del mondo
tardo-capitalistico.
Da Il sistema degli oggetti (1968) a La societa' dei consumi (1970)
Baudrillard sviluppa un discorso che, ispirato a un marxismo niente affatto
ortodosso, vede nel crescente spossessamento del soggetto, ridotto a
consumatore ossessivo delle merci che il sistema produttivo getta sul
mercato, il vero senso della societa' attuale e dell'alienazione da essa
indotta. Quello che per lo strutturalismo era la centralita' e la quasi
indipendenza del mondo dei segni - giacche' anche il significato delle
parole, per Saussure, e' solo risultato di un sistema di differenze interne
alla lingua, e non di un diretto riferimento alle cose - diventa per
Baudrillard la realta' stessa nella quale non conta piu' tanto il valore
d'uso degli oggetti e nemmeno il loro valore di scambio.
Queste due categorie sono proprie di un marxismo ancora prigioniero della
logica della produzione, intimamente compromessa con il capitalismo. Andando
oltre queste categorie del valore, Baudrillard si ricollegava anche agli
studi del sociologo americano Thorstein Veblen, che aveva messo l'accento
sul valore delle cose come status-symbol, come simboli di differenziazione
sociale molto piu' che come strumenti o come moneta di scambio; e riprendeva
soprattutto la teoria dell'economia generale come l'aveva proposta Georges
Bataille, che, contrariamente a tutta la tradizione classica che la fondava
sulla penuria, poneva al centro l'idea di spreco, di consumo eccessivo come
manifestazione di vitalita' e di sovranita' del soggetto.
Si andava costruendo cosi' in Baudrillard un'idea di societa' che lo
collocava di fatto tra i pensatori piu' significativi della post-modernita'.
Come si sa, il postmoderno era cominciato con Lyotard quando si erano
dissolti i "metaracconti", cioe' le grandi visioni ideologiche della realta'
ridotta a principi supremi che permettevano di spiegare tutto: marxismo,
idealismo hegeliano, positivismo, metafisiche di carattere religioso. Questi
metaracconti erano caduti di fatto con la fine dell'eurocentrismo e degli
imperi coloniali, le altre culture avevano preso la parola, ognuna con il
suo modo di ordinare e spiegare la storia. Non c'e' piu', lo dice
Baudrillard ma in fondo lo pensava anche Lyotard, un mondo "reale" in base a
cui criticare i "racconti" o stabilire la verita' vera. Il mondo dei segni
e' il solo dentro cui ci muoviamo, e naturalmente e' un mondo molteplice.
Ma quale criticita' e' ancora possibile, allora? Baudrillard rimane fedele
alla sua ispirazione "rivoluzionaria" d'origine; anche se non condivide piu'
la filosofia della storia marxista, pensa tuttavia che una forma di
resistenza al dominio - che ora si esercita anche e soprattutto nel mondo
dei segni, nel determinare l'immaginario collettivo, i desideri e i
bisogni - sia possibile, nella forma di una resistenza all'imporsi
universale della logica della produzione e del consumo.
Le opere del Baudrillard maturo, soprattutto Lo scambio simbolico e la morte
(1976), e poi Strategie fatali (1983), L'illusione vitale (2000), Il Delitto
perfetto (1994) tendono pero' ad accentuare gli aspetti pessimistici della
sua filosofia. Il mondo dei segni diventa sempre piu' quello in cui tutte le
forme di lotta e di contrasto storico si dissolvono in una sorta di
iperrealta' che somiglia al mondo virtuale dei calcolatori, come se la
storia fosse davvero finita - e del resto Baudrillard la considera in certo
senso terminata con la fine dell'Unione Sovietica e la caduta del Muro di
Berlino. Cio' che resta tuttavia sempre irrisolto nel suo pensiero - e ne
costituisce la ricchezza e la proseguibilita' anche nella situazione attuale
della filosofia e delle scienze sociali - e' il problema se la "perdita"
della realta' a favore dell'iperrealta' del mondo dei segni, o di quelli che
egli ci ha insegnato a chiamare i "simulacri", sia davvero solo un fatto di
alienazione o anche un possibile modo di liberazione. Come forse il
Baudrillard marxista eterodosso dovrebbe essere incline a pensare.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 103 del 18 marzo 2007

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