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Minime. 36



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 36 del 22 marzo 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Ancora un'antica favola orientale
2. Un appello di Emergency
3. Enrico Piovesana: Daniele a casa, gli altri no
4. Emily Dickinson: La legge
5. Ivan Tassi presenta le "Memorie" di Sergej Ejzenstejn
6. Riletture: Giuliana Sgrena, Alla scuola dei taleban
7. Riletture: Giuliana Sgrena, Il fronte Iraq
8. Riletture: Giuliana Sgrena, Fuoco amico
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. STORIE. ANCORA UN'ANTICA FAVOLA ORIENTALE

La logica della guerra: chi ha le armi ordina, chi dispone di eserciti
comanda, chi uccide decide. Il potere e' sempre e solo il potere di dare la
morte. Il potere e' sempre e solo il potere della morte. La logica della
guerra, che sempre e solo assassina l'umanita'.
La logica della pace: non chi uccide qui ha voce in capitolo, bensi' chi
salva le vite. Non chi uccide qui e' degno di ascolto, ma chi all'uccidere
si oppone. La logica della pace: la voce e lo spazio dell'umanita'.
*
Non rappresentano nulla, se non la barbarie, quei foschi messeri che si
incontrano alla corte imperiale.
Poiche' a quella corte solo e' ammesso chi si prostituisce alla morte e se
ne fa giannizzero, pretoriano, ministro; chi si prostituisce alla guerra;
chi si dimentica che una e' l'umanita'. Quale pena, quale vergogna, quanto
dolore, che somma empieta'.
*
Cosi' mi diceva Giufa', una volta, al pozzo.
- E la favola? chiedevo io.
- Non e' una favola, rispondeva.

2. APPELLI. UN APPELLO DI EMERGENCY
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
appello del 20 marzo 2007.
Daniele Mastrogiacomo, giornalista, rapito due settimane fa in Afghanistan,
e' stato liberato lunedi'
Rahmatullah Hanefi, manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah,
artefice fondamentale della salvazza della vita di Daniele Mastrogiacomo, e'
stato sequestrato dai servizi segreti afgani.
Adjmal Nashkbandi, l'interprete afgano che era stato rapito con Daniele
Mastrogiacomo, sembra sia stato ora sequestrato dai servizi segreti afgani]

Da piu' di 30 ore non si hanno notizie ne' di Rahmatullah Hanefi, manager
dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, ne' di Adjmal Nashkbandi,
l'interprete afgano che era con Daniele Mastrogiacomo. Il primo dovrebbe
essere stato liberato insieme a Daniele Mastrogiacomo, a detta dello stesso
inviato de "La Repubblica" che lo ha visto allontanarsi libero dai loro
carcerieri. Alcuni invece dicono che sia ancora nelle mani dei Talebani. Ha
subito la stessa sorte di Rahmatullah Hanefi: nelle mani dei servizi di
sicurezza afgani che lo detengono dalle 5,30 di martedi' mattina senza dare
alcuna notizia sulla sua sorte. Lo hanno confermato, in modo informale,
anche i Ros dei carabinieri che operano a Kabul. Un modo strano, magari
afgano, per sentire una "persona informata sui fatti". La cosa importante e'
che non cali l'attenzione sulla sorte di queste due persone, entrambe
fondamentali in questa brutta storia finita bene, e che non cali in generale
l'attenzione sulla realta' di un paese che non e' un pezzo di una carta
geografica, ma un luogo reale dove milioni di persone stanno da decenni
subendo la guerra.
*
Questo e' il comunicato di Emergency sulla scomparsa di Rahmatullah Hanefi,
diramato martedi' mattina: "Questa mattina all'alba agenti della sicurezza
afgana hanno arrestato il manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah,
Rahmatullah Hanefi. Rahmatullah ha la sola colpa di avere fatto tutto il
possibile per salvare vite umane in immediato pericolo. Emergency fa appello
ai mezzi di informazione perche' sostengano con forza la liberazione di
Rahmatullah Hanefi, che ha contribuito in modo determinante al rilascio di
Daniele Mastrogiacomo".

3. AFGHANISTAN, ENRICO PIOVESANA: DANIELE A CASA, GLI ALTRI NO
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 21 marzo 2007.
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' in Afghanistan in qualita' di
inviato.
Gino Strada, medico chirurgo impegnato in aree di guerra, fondatore
dell'associazione umanitaria "Emergency", e' una delle voci piu' nitide e
influenti del movimento pacifista italiano; tra le sue pubblicazioni:
Pappagalli verdi, Feltrinelli, Milano; Buskashi', Feltrinelli, Milano]

A ritardare il trasferimento di Daniele a Kabul, ieri, non sono state tanto
le difficolta' a trovare un volo, che comunque non sono mancate, quanto gli
inquietanti fatti avvenuti in mattinata a Lashkargah, dove Mastrogiacomo ha
passato la sua prima notte da uomo libero, ospite in casa dello staff
internazionale di Emergency.
*
Alle sei di mattina il trentacinquenne Rahmatullah Hanefi, capo del
personale afgano e responsabile della sicurezza dell'ospedale di Emergency a
Lashkargah, figura chiave nella trattativa che ha portato alla liberazione
dell'inviato di "Repubblica", arriva nella casa di Emergency per concordare
con Gino Strada le modalita' del trasferimento di Mastrogiacomo a Kabul.
Uscendo, Rahmat - come lo chiamano tutti - si e' trovato davanti gli agenti
dei servizi segreti afgani, che lo hanno caricato su una macchina e portato
via. Dalla sede locale dei servizi, riesce a far fare una telefonata di
nascosto a Gino Strada, perche' gli dicessero che era stato arrestato.
*
"Doveva essere una giornata di festa e di quasi tranquillita'", dice il
chirurgo italiano precipitandosi alla sede della National Security di
Lashkargah e al governatorato provinciale per protestare, chiedere
spiegazioni e ottenere l'immediato rilascio del suo manager, dell'uomo senza
il quale Daniele, oggi, sarebbe ancora in mano ai talebani. La trattativa
con il mullah Dadullah infatti e' stata possibile solo grazie alla sua
fondamentale opera di intermediazione telefonica.
"E' una cosa grottesca e provocatoria - dice Gino Strada, furioso - che chi
ha maggiormente contribuito alla liberazione di Daniele si trovi oggi
arrestato dal governo afgano. L'unica colpa di Rahmattullah e' stata quella
di essersi messo a disposizione per salvare le vite di due persone. Se
questo e' un reato, allora si', e' colpevole, e lo sono anche io".
Ma non c'e' stato verso: le autorita' afgane si sono rifiutate di rilasciare
Hanefi.
*
Gino Strada chiama anche, per l'ennesima volta in questi giorni,
l'ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi. Che subito si mette in
contatto con i vertici dei servizi afgani. "Mi hanno spiegato - riferisce
Sequi a Strada - che si tratta di una normale procedura per sentire una
persona informata dei fatti nell'ambito dell'inchiesta che la magistratura
afgana ha aperto sul caso Mastrogiacomo. Garantiscono che Hanefi verra'
presto rilasciato. Hanno aggiunto - prosegue l'ambasciatore - che per lo
stesso motivo anche l'inviato di 'Repubblica' verra' sentito dalle autorita'
afgane al suo rientro in Italia".
Normale procedura, insomma: non un arresto, nemmeno un fermo; solo una
semplice richiesta di testimonianza.
Meno normale appare pero' la scelta dei modi - l'arresto all'alba in mezzo
alla strada e la detenzione prolungata - e dei tempi - proprio nel bel mezzo
della delicata fase del trasferimento di Mastrogiacomo a Kabul.
*
Subito dopo, Strada e altri responsabili della ong italiana, tornando a casa
dall'ennesima "missione diplomatica" di questi giorni, si trovano una folla
di persone davanti alla casa di Emergency. Gente del posto, tra cui i
parenti di Sayed Agha, l'autista afgano di Daniele Mastrogiacomo sgozzato
dai talebani venerdi' davanti agli occhi dell'inviato, e quelli di Adjmal
Nashkbandi, l'interprete di cui si sono perse le tracce.
"Erano un centinaio di persone. Inizialmente erano tutti calmi, solo
interessati ad avere notizie, da Mastrogiacomo, di Adjmal e Sayed, come se
non credessero alla sua morte", racconta Luca, il logista di Emergency a
Lashkargah. "Poi la situazione si e' fatta piu' tesa, hanno iniziato a
lanciare roba verso la casa e qualcuno ha anche tentato di scavalcare il
muro. In tutto questo, la polizia afgana non solo non e' intervenuta, ma se
ne stava li' a ridere".
*
Poi e' tornata la calma, una calma carica pero' di preoccupazione per
Hanefi.
Per qualche ora, Gino Strada ha dovuto mettere da parte la faccenda del suo
manager e amico afgano, per concentrarsi su come fare a portare Daniele a
Kabul, visto che le normali linee aeree che volano dal capoluogo di Helmand
a Kabul, la Pactec e U. N. non ne vogliono sapere di entrare in questa
storia, nemmeno per trasportare Daniele. Un problema risolto solo dopo l'ora
di pranzo, grazie alla collaborazione del governo italiano che ha messo a
disposizione di Emergency un aereo.
*
Strada, Mastrogiacomo e altri operatori di Emergency sono decollati da
Lashkargah nel pomeriggio, atterrando a Kabul verso le 19, dove tutti si
aspettavano una conferenza stampa di Gino e Daniele, assieme
all'ambasciatore italiano Sequi, all'ospedale di Emergency di Kabul. Invece
Daniele, appena sceso dall'aereo, e' stato preso in consegna dagli uomini
dell'intelligence italiana. E' salito su un Falcon del governo diretto a
Roma. I magistrati che si occupano del suo sequestro, e anche la moglie di
Daniele, Luisella, hanno molto insistito per averlo subito a casa.
Gino Strada, tornato al suo ospedale, e' stravolto di stanchezza e non ha
nemmeno piu' voce per parlare. "Quando Daniele e' decollato da Kabul ho
sentito il presidente del consiglio dei ministri, Romano Prodi, che, dopo
aver ringraziato ancora una volta Emergency, mi ha garantito che il governo
italiano fara' di tutto per ottenere il rilascio di Rahmat da parte del
governo afgano. Rahmat deve essere liberato subito, perche' non ci sono
ragioni per trattenerlo. Faro' di tutto per farlo tornare a casa", dice il
chirurgo con la voce ridotta ad un soffio. "Come faro' di tutto per capire
che fine ha fatto Adjmal, l'interprete di Daniele, che e' stato liberato, ma
di cui si sono perse le tracce. Chi dice che sono stati usati due pesi e due
misure mente: noi abbiamo sempre chiesto, fin dall'inizio, di risparmiare le
vite di tutti gli ostaggi. Tutte le vite hanno lo stesso valore".

4. MAESTRE. EMILY DICKINSON: LA LEGGE
[Da Emily Dickinson, Lettere, Bompiani, Milano 2000, p. 296. E' un frammento
da una lettera alla signora Holland di fine autunno 1884.
Emily Dickinson visse ad Amherst, Massachusetts, tra il 1830 e il 1886;
molte le edizioni delle sue poesie disponibili in italiano con testo
originale a fronte (tra cui quella integrale, a cura di Marisa Bulgheroni:
Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005; ma vorremmo
segnalare anche almeno la fondamentale antologia curata da Guido Errante:
Emily Dickinson, Poesie, Mondadori, Milano 1956, poi Guanda, Parma 1975, e
Bompiani, Milano 1978; e la vasta silloge dei versi e dell'epistolario
curata da Margherita Guidacci: Emily Dickinson, Poesie e lettere, Sansoni,
Firenze 1961, Bompiani, Milano 1993, 2000); per un accostamento alla sua
figura e alla sua opera: Barbara Lanati, Vita di Emily Dickinson. L'alfabeto
dell'estasi, Feltrinelli, Milano 1998, 2000; Marisa Bulgheroni, Nei
sobborghi di un segreto. Vita di Emily Dickinson, Mondadori, Milano 2002]

La Legge e' capace di sospirare?

5. LIBRI. IVAN TASSI PRESENTA LE "MEMORIE" DI SERGEJ EJZENSTEJN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 marzo 2007. Dalla stessa fonte
riprendiamo anche la seguente postilla bibliografica "Chi desiderasse
proseguire la ricerca sui metodi di regia messi a punto da Ejzenstejn
potrebbe rivolgersi all'ampio ventaglio dei suoi scritti teorici. Presso
l'editore Marsilio, sotto la cura di Pietro Montani, e' attualmente in corso
l'edizione delle Opere scelte del regista russo: tra i volumi gia'
pubblicati figurano testi di importanza decisiva, come La regia, Teoria
generale del montaggio, La natura non indifferente, Stili di regia (in cui
le tecniche della messa in scena vengono affiancate alle strategie narrative
di Leskov, Zola, Dumas, Dostoevskij), Il colore e Il movimento espressivo,
dedicato al teatro. Fra i testi in attesa di pubblicazione e' annunciata la
raccolta di scritti sul cinema In primo piano e Il metodo dell'arte.
Altrimenti, chi tentasse di scampare alle eventuali trappole disseminate nei
libri del regista potrebbe cercare riparo nell'occhio distaccato del suo
eccellente biografo Victor Sklovskij: Sua maesta' Ejzenstejn. Biografia di
un protagonista, e' stato tradotto e pubblicato nel 1974, presso l'editore
De Donato".
Ivan Tassi e' traduttore e saggista.
Sergej Michajlovic Ejzenstejn nacque a riga nel 1898, e si spense nel 1948.
Regista cinematografico di cultura vastissima, uomo ardentemente impegnato
per la liberazione dell'umanita', e' ad un tempo tra i fondatori ed i
vertici dell'arte cinematografica, cosicche' di lui puo' dirsi cio' che
Leopardi scrisse di Omero, essere il primo e il principe dei poeti. Opere di
Sergej Ejzenstejn: dal punto di vista che qui piu' ci interessa, segnaliamo
ovviamente La corazzata Potemkin e l'episodio di rivolta e repressione
nell'incompiuto Que viva Mexico!; il dittico realizzato della progettata
trilogia su Ivan il terribile e' anche una descrizione corrusca del potere
come crimine. Per quanto riguarda l'opera teorica e didattica la casa
editrice Marsilio di Venezia sta procedendo alla pubblicazione in traduzione
italiana dell'opera omnia di Ejzenstejn. Opere su Sergej Ejzenstejn: per una
prima introduzione e' ancora utile il volume di Aldo Grasso, Sergej M.
Ejzenstejn, Il Castoro Cinema. Cfr. anche l'agile profilo di Morando
Morandini, S. M. Eisenstein, C.E.I., Milano 1966]

C'e' un capitolo di Underworld, romanzo-epopea di Don DeLillo, in cui i
lettori sono invitati ad assistere a una singolare proiezione. Nella sala
gremita del Radio City Music Hall di New York, sotto gli occhi ammirati
dell'artista e pittrice Klara Sax, sfilano le immagini meticolosamente
restaurate di Unterwelt, un leggendario, perduto film di Sergej Ejzenstejn.
Klara, che ignora buona parte delle vicissitudini biografiche del regista
russo, si limita a immaginarlo all'epoca delle riprese in Germania con il
suo "testone rotondo, gli arti un po' rachitici" e i ciuffi di capelli "da
clown" sul capo, mentre scambia "pettegolezzi hollywoodiani" coi travestiti,
in qualche bettola della "Berlino bisessuale". A commuoverla e conquistarla,
scena dopo scena, e' piuttosto la sua pellicola: quello strano, oscuro e
pesante insieme di immagini, senza trama, spesso contraddittorio e
"difficile da seguire", riesce a stamparsi nella mente della spettatrice,
grazie ai suoi "eccessi di formalismo" e al suo "metodo di caratterizzazione
immediata", come il disegno di un tessuto.
*
Grandi margini di manovra
Chi cercasse di recuperare notizie su Unterwelt e sul suo metodo di
composizione nelle Memuary di Sergej Ejzenstejn - da poco ripubblicate sotto
il titolo Memorie. La mia arte nella vita (a cura di Ornella Calvarese,
Marsilio, pp. 716, 38 euro) - rimarrebbe tuttavia spiazzato, dal momento che
il film, frutto del genio visionario di DeLillo, appartiene appunto al
territorio della finzione. Le ricerche di un inconsapevole lettore,
ciononostante, non risulterebbero del tutto fuori luogo o sprovviste di
logica. E non solo perche' questa nuova edizione italiana si impegna a
tradurre l'intera compagine dell'impresa autobiografica, ma anche perche' le
Memuary rappresenterebbero l'itinerario privilegiato per conoscere e
riportare alla luce informazioni, tecniche, strategie di montaggio, segreti
e aneddoti sul mestiere del regista e sulla gestazione delle sue opere:
sarebbe insomma tra le loro pagine che - stando a quanto lo stesso
Ejzenstejn si affretta a prometterci fin dall'introduzione - i lettori
potrebbero scoprire "come si diventa Ejzenstejn".
Cominciate nel 1946, e interrotte dopo due anni di lavoro febbrile, quando
Ejzenstejn venne stroncato da un attacco cardiaco, le Memuary si rifanno a
una nobile e antica tradizione. Il loro genere letterario - diceva Paul
Verlaine ancora nel 1886 - costituisce un raccoglitore elastico, vasto,
onnicomprensivo, dove chi dice io, proponendosi come imparziale testimone e
ritrattista di un'intera epoca, ha l'occasione di riversare di tutto e di
piu', e di scrivere, come ricordera' in seguito anche Virginia Woolf, in
un'enorme quantita' di modi. Ed e' proprio grazie a questa provvidenziale
ampiezza di margini di manovra se Ejzenstejn potra' servirsi di un peculiare
sistema narrativo, che gli consentira' di spingersi a fondo e di raccontarci
in maniera esaustiva i retroscena della sua carriera.
A questo scopo, le Memuary ci portano a curiosare nei meandri del passato
del cineasta, a girovagare - con agio e senza meta prestabilita -
nell'universo dei suoi ricordi, secondo il metodo (di derivazione freudiana)
delle libere associazioni formulato sulla soglia del testo: "iniziando una
pagina, un paragrafo, o persino una frase, non so dove mi portera' il
seguito. Lascio che il materiale emerga dalle profondita' del mio bagaglio
personale, che le testimonianze dei fatti provengano dall'esperienza
personale", senza soluzione di continuita'.
C'e' allora il pericolo che il racconto, pronto ad accatastare nel deposito
della pagina autobiografica un ammasso eterogeneo e inesauribile di ricordi
in libera espansione, non costituisca - come vorrebbe Ejzenstejn - un
"avvincente e avventuroso viaggio", bensi' un libro forse prolisso, aperto
alle molteplici vie di fuga di una interminabile catena di digressioni
analogiche. Un libro, per certi versi, anche "immorale": ma non certo
perche' - come torna a garantirci l'introduzione - si diletta nel confessare
particolari piccanti, sul modello delle (auto)biografie del jet set
hollywoodiano; quanto in virtu' del fatto che all'interno delle Memuary non
esiste alcun dispositivo capace di attenuare il narcisismo dell'io, e di
abolire in qualche modo il suo atteggiamento piu' provocatorio: la posa di
chi, esaudendo la propria innata vocazione didattica, non esita a proporsi
agli occhi dei lettori come un maestro leggendario, e assieme al suo passato
di trionfi, lotte, geniali creazioni e prestigiosi incontri, non smette di
rimirarsi compiaciuto per pagine e pagine in uno specchio autobiografico di
cui e' il solo a determinare i principi di riflessione e funzionamento.
*
Nei meandri di una vita
Puo' anche darsi che, per giunta, la lezione del maestro generi un'ardua
sovrapposizione degli elementi biografici, e proprio come accadeva con
l'immaginario Unterwelt, finisca per rivelarsi troppo difficile da seguire.
Sappiamo che Sergej Ejzenstejn, nato a Riga nel 1898, comincio' a prestare
servizio come aiuto-regista al teatro d'avanguardia Proletkul't, sotto la
guida del maestro Mejerchol'd, dopo aver partecipato alla rivoluzione russa
militando nelle file dell'Armata Rossa. Il suo esordio alla regia
cinematografica avvenne con Sciopero (1925); ma a renderlo famoso in tutto
il mondo fu La corazzata Potemkin (1926) che narra un episodio di
ammutinamento occorso durante i moti rivoluzionari del 1905. Quando i film
successivi - Ottobre dedicato alla Rivoluzione del '17, e Il vecchio e il
nuovo, sulla situazione delle campagne, vennero osteggiati dalla critica di
regime per una supposta mancanza di partecipazione ideologica, e per eccesso
di sperimentalismo formale, Ejzenstejn decise di accettare incarichi in
Europa e a Hollywood. Ricevuto con entusiastica devozione, giro' in Messico
buona parte di un film storico-documentario - Que viva Mexico! - che
tuttavia, a causa di una incomprensione contrattuale all'inizio del 1932,
non venne mai concluso.
*
L'accusa di leso realismo
Una volta tornato in Unione Sovietica, Ejzenstejn continuo', del resto, a
subire fino alla morte soprusi e persecuzioni: alterno' epopee registiche di
grande successo sulla storia russa - come Alexandr Nevskij e la prima parte
di Ivan il Terribile - a collaborazioni di servizio, come la messa in scena
della Valchiria di Wagner, nel 1940, al teatro Bol'soj, ma anche a
pellicole, come l'incompiuto Prato di Bezin, ispirato a Turgenev, e La
congiura dei boiardi, seconda parte dell'epopea sullo zar Ivan. Film,
questi, tutti poco graditi al partito, pronti a suscitare i malumori di
Stalin e dei responsabili del cinema sovietico, che non esitarono a
condannarli, o a distruggerli con l'accusa di leso realismo.
C'e' da ammettere, pero', che il lettore privo di questa basilare griglia di
coordinate biografiche (reperibili sul Dizionario universale del cinema),
quando entra a contatto coi Memuary corre il pericolo di smarrirsi, e di
precipitare in un labirinto di evocazioni che si susseguono l'una all'altra
senza fornire l'utile bussola della successione cronologica. E' vero che
Ejzenstejn mette a nostra disposizione il sottile filo d'Arianna
dell'analogia, mediante il quale potremmo pur sempre riguadagnare una via
d'uscita. Dal suo racconto manca in ogni caso la suspense, disinnescata da
una struttura che vagabonda di ricordo in ricordo e sembra dilettarsi nella
libera combinazione di avvenimenti, idee, visioni, incontri, realizzazioni,
progetti. E per quante inaspettate scoperte Ejzenstejn ci assicuri, ad
attenderci troveremo l'affascinante caos di una narrazione dove qualsiasi
gerarchia tematica risulta abolita, e dove reminiscenze personali - come un
ramo di ciliegio o di lilla', un carciofo, un negozio di giocattoli -
finiscono sullo stesso piano degli insegnamenti di Mejerchol'd, delle
preziose note relative alle riprese di Potemkin o di Ottobre, delle
riflessioni sulla tecnica dei formalisti russi, o degli incontri fra il
regista e Stefan Zweig, Pirandello, Greta Garbo o Charlie Chaplin.
La scommessa - si difende ad ogni modo Ejzenstejn - e' un'altra. Non si
tratta di ordinare i materiali della vita e di costruire una storia che
tenga sulle spine l'uditorio. Si tratta semmai di riprodurre sulla carta
un'enorme congerie di pensieri, altrimenti destinata a dissolversi con la
morte del regista: bisogna smontare il passato, farlo scorrere sulla pagina
utilizzando e alternando le tecniche narrative (primi piani, sequenze, campi
lunghi o anche semplici fotogrammi) gia' sperimentate in campo
cinematografico. Per poi ricercare le radici di un destino d'artista
nell'infanzia dell'io, e nel suo rapporto col padre - un architetto di Riga,
divenuto in seguito consigliere di stato - in base al modello appreso sui
testi della psicoanalisi (in particolare fra le pagine di Un ricordo
d'infanzia di Leonardo da Vinci, terminato da Freud nel 1910 e studiato da
Ejzenstejn durante l'adolescenza).
*
Non tutto e' svelato
Ma come non accorgersi, a questo punto, degli svariati e ingegnosi
trabocchetti che un simile circuito autobiografico e' pronto a far scattare
sotto i nostri passi? A cominciare dall'adozione dello stesso metodo
"freudiano". Eleggendolo, Ejzenstejn ci chiede di trasformarci in
psicoanalisti, di situarci alle spalle dell'autobiografo sdraiato su un
ideale lettino, e di ascoltarlo - come insegnava Freud - con "attenzione
fluttuante", mentre snocciola uno dopo l'altro tutti i ricordi e le
osservazioni che gli passano per la mente. Ci chiede inoltre di dimenticarci
che, una volta assunto un simile ruolo, rimarremo comunque in una situazione
di svantaggio nei confronti dello scrittore analizzato; e di trascurare
dunque il fatto che rispetto allo psicoanalista noi lettori di autobiografie
non potremo dialogare concretamente con chi dice "io" tra le righe del
testo, non avremo modo di ricondurlo sui suoi passi per far scattare lapsus
o contraddizioni rivelatrici, e saremo invece obbligati ad adeguarci a un
flusso narrativo imposto con implacabile, coercitiva autorevolezza.
Un flusso di pensieri che, se non bastasse, non serve a chiarire l'arcano
della creazione artistica, ma arretra di fronte ai suoi nuclei piu'
incandescenti o ne infittisce i misteri. Ejzenstejn, infatti, non ci
racconta "tutto": con una abile strategia di aggiramento, si preoccupa
invece di allontanare dalla sonda investigativa della scrittura
autobiografica ogni richiamo a quella sfera sessuale in cui Freud - proprio
nel Leonardo - aveva ricercato la radice del genio. E quando poi si decide a
inquadrare gli oggetti del passato, e a mettere a fuoco i processi creativi,
fa ricorso ai metodi di indagine di quella stessa psicoanalisi che - come ha
ricordato Lavagetto, in Freud, la letteratura e altro - aveva in fin dei
conti ammesso di non riuscire a spiegare "ne' il genio di un autore (il suo
'dono meraviglioso'), ne' i mezzi e le tecniche con cui vengono realizzate
le opere d'arte".
*
Quel che disse Sklovskij
Non c'e' allora da sorprendersi se, a lungo andare, saranno proprio le
meticolose spiegazioni tecniche dei Memuary, determinate a farci penetrare
nei segreti del metodo di montaggio, che finiscono per confondere le piste,
e per complicare sorprendentemente la nostra ricognizione: "lo sapete o no -
replica beffardamente Ejzenstejn - che il modo piu' sicuro per nascondere e'
di rivelare fino in fondo?!". Come se l'autobiografia costituisse un velo di
sillabe, parole, frasi con cui Ejzenstejn/Narciso, intento a ordire una
strategia di protezione della propria immagine, occulta, confonde e ricopre
il riflesso dello specchio, in onore alla convinzione - gia' formulata da
Nietzsche - che "parlare molto di se' puo' anche essere un mezzo per
nascondersi".
Ecco "l'immoralita'" che ci era stata preannunciata: quella di un percorso
autobiografico che non serve a nessun altro che al suo autore, e che ci
rende, a tutti gli effetti, girovaghi, perdigiorno, flaneurs nel prodigioso,
vulcanico groviglio della mente di un genio. Sta a noi, a questo punto,
saperci destreggiare tra le contraddizioni sistematiche pronte ad animare e
sostenere - come ha detto una volta Viktor Sklovskij - il complesso del suo
pensiero: "la figura di Ejzenstejn - continua Sklovskij in Sua maesta'
Ejzenstejn, biografia di un protagonista - non si puo' ne' rifiutare ne'
accettare in blocco. Non si aspettava, ne' desiderava, che si fosse
d'accordo con lui. Voleva che si pensasse con lui. Camminava conversando in
mezzo a una folla che non lo capiva pienamente, ma finira' per
comprenderlo".

6. RILETTURE. GIULIANA SGRENA: ALLA SCUOLA DEI TALEBAN
Giuliana Sgrena, Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002, pp.
176, euro 9,50. Un libro la cui lettura vivamente raccomandiamo.

7. RILETTURE. GIULIANA SGRENA: IL FRONTE IRAQ
Giuliana Sgrena, Il fronte Iraq. Diario di una guerra permanente,
Manifestolibri, Roma 2004, pp. 184, euro 12,50. Una testimonianza diretta,
un'analisi sul campo.

8. RILETTURE. GIULIANA SGRENA: FUOCO AMICO
Giuliana Sgrena, Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005, pp. 160, euro 12.
L'esperienza del rapimento, un'intensa riflessione.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell?ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell?uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 36 del 22 marzo 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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