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Nonviolenza. Femminile plurale. 94



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 94 del 22 marzo 2007

In questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Dare voce ai bambini vittime della guerra civile
2. Maria G. Di Rienzo: Le donne della Colombia vogliono tessere una rete
3. Maria G. Di Rienzo: Il potere spirituale del bene per uscire dal buco del
dolore
4. Maria G. Di Rienzo: Rita, che unisce indiani e pakistani per rompere le
politiche dell'odio
5. Maria Teresa Carbone presenta "Terra del mio sangue" di Antjie Krog

1. ESEMPI. MARIA G. DI RIENZO: DARE VOCE AI BAMBINI VITTIME DELLA GUERRA
CIVILE
[Da "Azione nonviolenta", ottobre 2006 (disponibile anche nel sito
www.nonviolenti.org).
Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) e' una delle
principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale
femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e
commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne
italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di
Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di
Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per
la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica
Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003;
con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro
l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Kimmi non aveva nulla, alla fine del 1997, neppure una famiglia o un luogo
dove stare, quando si presento' allo studio radiofonico "Tamburo parlante" a
Monrovia, in Liberia. Solo il suo nome, i suoi 16 anni, il suo coraggio, e
un'idea che bruciava dentro di lui: dare voce ai bambini del suo paese, una
voce che li aiutasse a guarire dai traumi di sette anni di guerra civile.
Volevano sostenerlo, chiese ai conduttori radiofonici, e far diventare
questo desiderio realta'? Ben presto, Kimmi divenne il produttore di "Golden
Kids News", un programma settimanale condotto da bambini e bambine.
L'entusiastica risposta del pubblico supero' ogni previsione: l'innocenza ed
il convincimento che voci infantili trasmettevano, tendendosi verso altri
fanciulli che avevano subito enormi atrocita', nel desiderio di aiutarli,
suscitavano commozione, ammirazione e stupore.
"Molto spesso", dice Kimmi, "gli adulti credono che i bambini non abbiano
delle opinioni proprie. E' un errore. I bambini hanno le loro specifiche
paure e le loro specifiche idee e preoccupazioni: se gliene si da' la
possibilita', le esprimono tutte assai efficacemente".
Il successo di "Golden Kids News" fu tale che altre agenzie chiesero di
essere aiutate a produrre programmi simili. In Sierra Leone la trasmissione
ebbe lo stesso titolo e la stessa fortuna, ed ogni volta che andava in onda
produceva allo studio un afflusso di persone che desideravano intervenire o
commentare in diretta. Otto anni piu' tardi, sono tredici le stazioni in
Sierra Leone che trasmettono il programma, mentre esso e' comparso anche in
Angola, Burundi, Repubblica democratica del Congo: il 98% degli intervistati
al riguardo, in un sondaggio del 2004, hanno attestato che "Golden Kids
News" ha cambiato il loro atteggiamento verso i bambini e credono fermamente
che il programma contribuisca al processo di guarigione post trauma.
A varcare la soglia di "Tamburo parlante" per avere ragguagli da Kimmi e dai
suoi piccoli amici reporter fu infine l'Alto commissariato per i rifugiati
dell'Onu. E venne prodotto un altro appuntamento settimanale, questa volta
televisivo; da allora e' possibile vedere una o uno speaker, la cui
testolina e' avvolta da cuffie che sembrano per contrasto grandissime, che
da' l'annuncio del programma in un microfono apparentemente altrettanto
sproporzionato: "Mi chiamo Brandy Crawford, e questo e' Children's World, un
programma condotto da bambini feriti dalla guerra, e a loro diretto". I
reporter sono piccoli profughi, dispersi, orfani, ed ex bambini-soldati.
"Questi ultimi spesso intervistano i bambini che erano negli eserciti con
loro", spiega Kimmi, "Fanno in modo che gli ex bambini-soldati possano
spiegarsi e raccontare, affinche' le loro comunita' li riaccolgano". Ma
"Children's World" e' anche un fuoco d'artificio in cui si intrecciano
poesie, notizie, canzoni, narrazioni e musica: tutto pensato da bambini
violati dalla guerra che ti dicono di voler ricostruire le loro vite. Ma le
stanno ricostruendo anche agli adulti. Bellezza e speranza, nei loro visi e
nelle loro voci. Promesse. Futuro.
Nonostante le minacce di morte ricevute dal proprio governo, Kimmi accetto'
nel 1998 di diventare "ambasciatore dei bambini" per l'Unicef. Oggi sta
terminando gli studi universitari. Una storia di successo? Chiediamolo a
lui: "Il successo non si misura con quello che siamo stati in grado di
accumulare per noi stessi, ma con quello che siamo riusciti a condividere
con i compagni di viaggio durante quel percorso, a volte duro, che e' la
vita".

2. ESEMPI. MARIA G. DI RIENZO: LE DONNE DELLA COLOMBIA VOGLIO TESSERE UNA
RETE
[Da "Azione nonviolenta", novembre 2006 (disponibile anche nel sito
www.nonviolenti.org)]

"Non avremo mai la pace attraverso una soluzione militare, ma la pace non e'
neppure la mera sigla sotto un trattato. Pace significa avere sicurezza,
vivere in una societa' inclusiva, e sapere che i diritti umani vengono
rispettati ad ogni livello. Dopo quarant'anni di guerra, e' irragionevole
pensare che la Colombia cambi in una notte. Ma attraverso il processo di
rendere consapevoli le persone del contributo che ciascun individuo puo'
dare alla pace, impariamo a riconoscere le nostre forze, le nostre
debolezze, e le opportunita' che ci si presentano".
A dire cosi' e' Marta Segura, la direttrice esecutiva della Confederazione
colombiana delle organizzazioni non governative, che conta oltre 1.100
gruppi aderenti. Il suo paese e' stato lacerato da conflitti armati fra
organizzazioni di guerriglieri, gruppi paramilitari ed esercito nazionale,
ed e' il paese con il piu' alto tasso al mondo di produzione di cocaina e di
rapimenti di bambini.
La Confederazione organizza seminari sulla nonviolenza, la giustizia
sociale, la democrazia e la costruzione di coalizioni per il cambiamento
sociale. Le donne sono al 90% le leader delle ong che ne fanno parte, e
Marta dice che non e' un caso: "Il lavoro di pace delle donne colombiane
viene visto poco, perche' e' giocato tutto 'dietro le quinte', a livello di
base, ma e' assolutamente fondamentale, e continuo. Quando, a causa della
guerra, le donne hanno perso figli e mariti hanno preso in mano il lavoro,
hanno cominciato a dirigere autonomamente le loro vite, e oggi sono piu'
indipendenti e scolarizzate. Il loro potenziale nel trasformare i conflitti
e' enorme, e lo stanno usando diffusamente nella societa' civile".
Anni ed anni di violenza, racconta Marta, hanno creato uno scenario di
frammentazione e disorientamento, distruggendo la fiducia tra individui e
gruppi sociali. "Fiducia" e' stata la parola chiave su cui le ong si sono
messe in rete nella Confederazione: "Per tessere una rete credibile, di cui
le persone potessero fidarsi, ci siamo innanzitutto accordati formalmente
sui valori che potevano fare da ponte tra noi, e che sono: il credere nella
nostra Costituzione ed in uno stato sociale governato dalla legge; il
proteggere i diritti umani; il lavorare attraverso coalizioni ed alleanze
con le organizzazioni statali e non statali che condividono questi principi;
il fornire buoni servizi alle persone che si rivolgono a noi. Noi garantiamo
alle persone che le associazioni della Confederazione hanno un codice etico,
e sono trasparenti, e rispondono delle azioni che compiono. La
Confederazione celebra ogni risultato raggiunto, le case costruite, il
numero di insegnanti formati alla nonviolenza, e cosi' via. Le associazioni
collaborano, creando programmi che poi presentano ai governatori regionali,
ai sindaci ed altre istituzioni pubbliche: l'essere insieme fornisce loro
maggior sostegno e risorse in piu'. I colombiani sono un popolo con tante
origini diverse: africana, spagnola, indigena. C'e' poco orgoglio nazionale
a tesserle insieme. Ma senza un'identita' condivisa non saremo capaci di
arrivare ad una visione comune per il nostro futuro: anche questo e' uno dei
motivi per cui si e' continuato, senza successo, a cercare una soluzione
militare".
A questo proposito, a Marta Segura e' stato chiesto piu' volte come faccia,
rappresentando la Confederazione, a sedersi allo stesso tavolo con i
militari. "Non abbiamo mai avuto fiducia nell'esercito, e l'esercito non ne
ha mai avuta in noi, ma forse e' venuto il momento di sedersi insieme a
parlare. Il primo incontro di questo tipo e' avvenuto a Barrancabermeja, una
citta' che aveva sofferto un massacro, e terribili violenze. La
Confederazione invito' il commissario di polizia, il comandante
dell'esercito e gli ufficiali dell'intelligence. I militari erano
nervosissimi quando entrarono portandosi dietro un registratore ed i fucili,
ma noi aprimmo l'incontro gentilmente, parlando loro della nostra missione,
del nostro lavoro, dei nostri quattro principi fondamentali per arrivare
alla pace. Dicemmo anche che li temevamo, ma che avevamo bisogno di
conoscerli: cosa provavano, cosa pensavano, come vedevano le ong. Essi ci
dissero che non si sentivano al sicuro, che temevano li avessimo chiamati
li' solo per accusarli. E poiche' loro avevano espresso le loro paure, noi
esprimemmo le nostre: gli abusi perpetrati dai militari di cui eravamo stati
testimoni, il terrore che provavamo alla sola vista di un'uniforme. Dopo due
ore, i militari avevano messo da parte le armi, ed il gruppo rideva e
discuteva insieme dei problemi della citta'. I nostri ospiti si accordarono
persino con noi per svolgere attivita' a beneficio della comunita'. Anche da
esperienze come questa, in cui la societa' civile si fa mediatrice per la
risoluzione nonviolenta del conflitto, io derivo la convinzione che la
Colombia sia ora ad un punto di transizione ".

3. ESEMPI. MARIA G. DI RIENZO: IL POTERE SPIRITUALE DEL BENE PER USCIRE DAL
BUCO DEL DOLORE
[Da "Azione nonviolenta", dicembre 2006 (disponibile anche nel sito
www.nonviolenti.org)]

"Ho anche un nome Kimbundu. E' Manzumba. Significa 'potere spirituale'. Ma
tutti mi conoscono come Zecao". Jose' Manzumba da Silva Zecao e' un
costruttore di pace angolano, un formatore alla risoluzione nonviolenta dei
conflitti.
A soli 17 anni venne reclutato nell'esercito e la guerra divenne il fulcro
della sua esistenza per i dodici anni che seguirono. "Ero addestrato a
scovare i nemici e a distruggerli. Comandavo le squadre. Uccidevo, e vedevo
la gente venire uccisa. Credevamo di essere obbligati a combattere, anche se
con il senno di poi posso dire che non capivamo granche' della situazione.
Venivamo manipolati, questa e' la parola giusta, manipolati affinche'
uccidessimo. Non avevo mai avuto l'opportunita' di riflettere, di
considerare chi stava dall'altra parte".
Nel 1992, Zecao fu inviato nella provincia di Uige e li' la sua squadra fu
catturata dall'esercito nemico dell'Unita. "Ci portarono nell'interno della
foresta, ci legarono e ci gettarono nelle celle. Le celle dell'Unita si
chiamano 'copos', coppe. Sono buche profonde nel terreno, cosi' profonde che
non puoi arrampicarti e risalire. Devi fare tutto nel buco: mangiare,
dormire, urinare, tutto".
Zecao ha passato due anni nel "copo". Veniva nutrito a malapena, picchiato,
e in diverse occasioni gli furono spezzate le ossa. Due suoi commilitoni
vennero uccisi in questo modo. Sopravvivere sembrava dipendere dal caso, ma
Zecao fece del suo meglio per trasformare la situazione. "Non ne potevo piu'
della depressione, della rabbia e della paura. Cominciai a pensare che se
non avevo altro che un po' di intelligenza e un po' di speranza era di
quelle che dovevo servirmi. La mia unica possibilita' era entrare in
contatto con i miei carcerieri, quelli che stavano la' sopra, persino quelli
che mi avevano picchiato e che avevano ucciso i miei amici". Ascoltando le
loro conversazioni, Zecao comincio' ad intervenire, a fare domande. "Li
sentivo chiedersi perche' combattevano. Molto di quello che dicevano aveva
senso anche per me. Aveva una sua logica, e cominciavo a capirla. Se non li
avessi ascoltati non avrei mai compreso che tutto quello che c'era veramente
da combattere era la guerra stessa".
Il 16 novembre 1994, la provincia di Uige torno' sotto il controllo del
governo, e Zecao riusci' ad andarsene lo stesso giorno, con l'aiuto dei suoi
carcerieri. L'esercito lo congedo', e passo' diversi mesi in ospedale a
Luanda.
"Dovevo ricominciare tutto daccapo. Riorientare me stesso e la mia vita. Un
sacco di miei ex compagni impazzirono, a questo punto. Ma io fui fortunato.
Andai all'universita', studiai psicologia, trovai lavoro alla ong 'Christian
Children's Fund'. Loro mi incoraggiarono a seguire corsi sulla guarigione
dai traumi. Era proprio quello che mi serviva. Curo' me, e mi insegno' a
curare. Guardando indietro, il mio periodo nel buco e' stato allo stesso
tempo una maledizione e una benedizione. Il male era il dolore, quei due
anni miserabili. Il bene, l'arrivare a capire. Non devo piu' schierarmi con
un esercito o un altro, devo trovare il terreno comune su cui tutti viviamo
come angolani".
Oggi Zecao e' il coordinatore del programma "Pace e sicurezza" del Centre
for Common Ground (Centro per il terreno comune). Lavora alla risoluzione
nonviolenta dei conflitti con i membri di polizia, esercito e governi
locali. La parte che piu' lo appassiona del suo lavoro, dice, e' aiutare gli
altri ex combattenti a reinserirsi nella vita civile.
"La nonviolenza e' antica e moderna allo stesso tempo. Nelle nostre
tradizioni, nelle nostre culture, ci sono sempre metodi per promuovere la
pace e reintegrare le persone che hanno avuto esperienze traumatiche nella
vita della comunita'. Forse, quello che faccio e' nient'altro che la forma
moderna della nostra guarigione tradizionale. Suppongo di non chiamarmi
Manzumba per niente...".

4. ESEMPI. MARIA G. DI RIENZO: RITA, CHE UNISCE INDIANI E PAKISTANI PER
ROMPERE LE POLITICHE DELL'ODIO
[Da "Azione nonviolenta", gennaio-febbraio 2007 (disponibile anche nel sito
www.nonviolenti.org)]

Il Forum indiano-pakistano per la pace e la democrazia ha compiuto 13 anni
ed il suo "credo" e': "Noi siamo convinti che la pace non sia semplicemente
assenza di guerra o saper gestire le crisi, ma la condizione fondamentale
per assicurarsi che le persone abbiano cibo, rifugio, salute, e vite decenti
in ordinamenti regionali in cui si pratichi una democrazia non egemonica".
Per capire il valore dell'esistenza del Forum, bisogna pensare che l'India
ed il Pakistan hanno una storia cinquantennale di tensioni e conflitti,
marcata da tre guerre su vasta scala (1947, 1965 e 1971) e da pesanti
situazioni di scontro violento (Siachin, Kashmir, Kargil). Questa relazione
ostile ha alimentato in entrambe le nazioni una sorta di "complesso"
relativo alla sicurezza nazionale, che legittima la corsa alle armi, alla
cosiddetta "deterrenza nucleare" ed alla militarizzazione dei fondi per lo
sviluppo. "Inoltre - aggiunge Rita Manchanda - ha alimentato la crescita
della destra religiosa ultranazionalista in ambo i paesi, il che ha diffuso
l'intolleranza religiosa e l'odio per le minoranze. A livello di base,
questo ha creato divisioni fra le comunita' che prima non c'erano, ferite
che sono disponibili per essere sfruttate a livello politico. La
demonizzazione dell''altro', accoppiata a discriminazione ed esclusione
(come per i musulmani in India e gli hindu in Pakistan) ha predisposto il
terreno perfetto su cui far crescere la violenza. Gestire le istanze fra
hindu e musulmani dipende largamente dal come sapremo trasformare la
relazione ostile fra India e Pakistan".
Rita Manchanda, giornalista ed attivista per i diritti umani, e' una delle
madri del Forum. Mentre come giornalista testimoniava le violenze correlate
all'insorgenza in Kashmir ed al conflitto in Kargil, il nascere delle
politiche fondamentaliste e gli scontri ormai di routine fra hindu e
musulmani, Rita maturo' la convinzione che qualcuno dovesse rompere il
silenzio che circondava la negazione dei diritti di partecipazione
democratica e la sistematica violazione dei diritti umani, ovvero quelle che
lei chiama efficacemente "le politiche dell'odio". Attorno alle domande di
Rita Manchanda, contenute dapprima nei suoi articoli, e poi dette a voce
alta nei raduni pubblici, si coagulo' un gruppo di attivisti per la pace,
pakistani ed indiani, e questo dette inizio a un movimento pacifista non
molto esteso ma assai visibile che oggi costituisce l'ossatura del Forum.
Nel luglio 2001 Rita contribui' ad organizzare un incontro a Katmandu fra le
costruttrici di pace dell'Asia del sud, allo scopo di discutere della
partecipazione delle donne nei processi democratici, delle attivita' legate
alle ricostruzione ed alla riabilitazione dopo i conflitti, e della
salvaguardia dei miglioramenti ottenuti nei rapporti fra i generi durante le
crisi violente. Il meeting duro' quattro giorni, e aprendolo Rita porto'
all'attenzione delle partecipanti un proprio innovativo concetto, che
chiamo' "la mappatura a partire dai margini". Nelle sessioni che seguirono,
le partecipanti disegnarono la mappa dei conflitti violenti di cui erano
testimoni a partire da una prospettiva di genere, creando rappresentazioni
visive che riflettevano la loro esperienza.
Rita Manchanda descrive la mappatura come un veicolo per contrastare la
visione "statocentrica" dei conflitti: "E' un elemento che funge da
catalizzatore per il dialogo e offre nuove prospettive sulle diverse
situazioni. Come le donne hanno iniziato a disegnarle, un incredibile flusso
di energia e proposte e' scorso fra loro. Ogni mappa inizia inevitabilmente
con il dolore, ma si muove rapida verso la creazione del futuro. Le
attiviste che hanno appreso questo metodo lo hanno portato nelle loro
comunita' per insegnarlo ad altre ed altri. Si e' rivelato efficace nel
portare alla luce come il conflitto viene vissuto a livello personale, e
cosa ogni persona puo' fare per contribuire alla sua risoluzione
nonviolenta. Persone che si sentivano non ascoltate, e in qualche modo
tradite e silenziate per questo, hanno finalmente preso parola per la pace.
Dovete pensare che ogni iniziativa per la pace che costruiamo come Forum
riceve un'intensa pressione contraria, dove alternativamente 'tutti' gli
indiani o 'tutti' i pakistani vengono descritti come sabotatori o agenti
nemici. Demistificare le politiche dell'odio e' il lavoro quotidiano del
Forum".

5. LIBRI. MARIA TERESA CARBONE PRESENTA "TERRA DEL MIO SANGUE" DI ANTJIE
KROG
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 marzo 2007 riprendiamo la seguente
recensione. Dalla stessa fonte riprendiamo anche la seguente breve scheda
sull'autrice e l'opera: "'Passo il tempo seduta, stordita dalla
consapevolezza del prezzo che la gente ha dovuto pagare per le proprie
parole. Se scrivo, sfrutto e tradisco. Se non lo faccio, muoio': cosi'
Antjie Krog, nata nel 1952 a Kroonstad, in Sudafrica, e autrice di otto
volumi di poesie in lingua afrikaans, ha sintetizzato in Terra del mio
sangue i dubbi e le sofferenze che ha affrontato quando, a capo di una
squadra di giornalisti e tecnici radiofonici, ha dovuto riassumere
quotidianamente i racconti di vittime e carnefici per i notiziari sui lavori
della Commissione per la Verita' e la Riconciliazione presieduta da Desmond
Tutu. Nell'arco di due anni e mezzo, fra il '95 e il '98, la Commissione ha
raccolto i racconti di ventimila vittime e ottomila richieste di amnistia,
ma soprattutto ha scongiurato il bagno di sangue che molti avevano temuto
all'indomani del crollo del regime razzista. Proprio per questo carico di
dolore l'autrice di Terra del mio sangue (che verra' presentato questo
pomeriggio alle 19 presso lo spazio 'Griot' in via Santa Cecilia 1/A a Roma
alla presenza di Goffredo Fofi e della curatrice Maria Antonietta Saracino)
e' stata assai riluttante quando il libro e' stato portato sul grande
schermo da John Boorman in un film (con Samuel L. Jackson e Juliette
Binoche) che, nonostante le buone intenzioni, ne banalizza l'intensita' dei
contenuti".
Maria Teresa Carbone, traduttrice, saggista, organizzatrice culturale,
curatrice con Nanni Balestrini del sito di letture e visioni in rete
www.zoooom.it
Antjie Krog, poetessa e giornalista sudafricana, e' nata nel 1952 a
Kroonstad, in Sud Africa; ha pubblicato otto volumi di poesie in lingua
afrikaans prima di diventare una figura nota a livello nazionale per la sua
diffusione via radio dei lavori della Commissione per la Verita' e la
Riconciliazione, che come giornalista ha seguito e la cui storia e' raccolta
nel suo libro Terra del mio sangue; gia' vincitrice del Pringle Award per il
giornalismo, per Terra del mio sangue, suo primo libro scritto in inglese e
poi tradotto in molti paesi, ha vinto numerosi premi, fra cui l'Hertzog
Prize, il Dutch-Flemish Prize, il Reina Prinsen Geerling Award e l'Eugene
Marais Prize. Da Terra del mio sangue e' stato tratto il film In My Country,
di John Boorman, con Samuel L. Jackson e Juliette Binoche. Opere di Antjie
Krog: Terra del mio sangue, Nutrimenti, Roma 2006.
Achille Mbembe e' docente di scienze politiche a Johannesburg.
Maria Antonietta Saracino, anglista, insegna all'Universita' di Roma "La
Sapienza"; si occupa di letterature anglofone di Africa, Caraibi, India e di
multiculturalismo. Ha curato numerosi testi, tra cui Altri lati del mondo
(Roma, 1994), ha tradotto e curato testi di Bessie Head (Sudafrica), Miriam
Makeba (Sudafrica), la narrativa africana di Doris Lessing e Joseph Conrad,
testi di Edward Said, di poeti africani contemporanei, di Aphra Behn; ha
curato Africapoesia, all'interno del festival Romapoesia del 1999; ha
pubblicato saggi sulle principali aree delle letterature post-coloniali
anglofone, collabora regolarmente con le pagine culturali de "Il manifesto"
e con i programmi culturali di Radio3.
Zoe Wicomb e' una scrittrice sudafricana. Tra le opere di Zoe Wicomb: You
Can't Get Lost in Cape Town, Feminist Press, 2000; David's Story, Feminist
Press, 2002; Playing in the Light, New Press, 2006.
Maureen Isaacson, scrittrice sudafricana, nata a Johannesburg nel 1955,
cresce nei claustrofobici quartieri per soli bianchi della citta'. Si libera
del retaggio provinciale causato dal segregazionismo sudafricano viaggiando
in tutta Europa e, nel Sudafrica democratico, interessandosi a questioni
politiche e culturali; a lungo giornalista freelance, lavora per il "Sunday
Independent" dove e' anche responsabile delle pagine culturali del giornale;
all'attivita' giornalistica affianca quella di scrittrice; ha pubblicato
diversi racconti su antologie e riviste, alcuni dei quali sono stati
tradotti e pubblicati in vari paesi europei; ha ricevuto numerosi premi sia
per i suoi articoli che per la sua produzione letteraria.
Patricia Schonstein scrive dall'eta' di sedici anni; e' autrice di romanzi,
poesie e storie per bambini. Opere di Patricia Schonstein: Il cielo di Cape
Town, Pisani, Isola del Liri (Frosinone) - Roma; Il tempo degli angeli,
Pisani, Isola del Liri (Frosinone) - Roma.
Sindiwe Magona e' una importante scrittrice sudafricana, "nata nel Transkei
e cresciuta nei sobborghi di Citta' del Capo, ha allevato da sola i suoi tre
figli, lavorando come domestica. Grazie a una forza di volonta' che non e'
luogo comune definire indomabile, e' pero' riuscita a laurearsi
all'universita' di Citta' del Capo e a conseguire un master in scienze
dell'organizzazione sociale presso la Columbia University. A lungo attiva
presso le Nazioni Unite, Sindiwe Magona ha pubblicato nel 1991 il suo primo
libro, To My Children's Children, seguito da una raccolta di racconti,
Living, Loving And Lying Awake At Night (1994) e da Mother to Mother. Oggi
la scrittrice, che e' tornata a vivere in Sudafrica, continua a essere molto
impegnata in attivita' legate ai temi dell'ambiente e dei diritti delle
donne" (Maria Teresa Carbone); un'intervista di Maria Teresa Carbone a
Sindiwe Magona e' nel n. 41 de "La domenica della nonviolenza". Dal sito
delle Edizioni Goree (www.edizionigoree.it) riprendiamo la seguente scheda:
"Sindiwe Magona, nata nel Transkei, e' cresciuta nei duri sobborghi di
Citta' del Capo. I suoi scritti ricordano la difficile giovinezza in Sud
Africa e le sue lotte, personali e politiche, di donna nera sudafricana
vissuta sotto la segregazione, cercando di realizzare l'armonia razziale e
sessuale nel suo Paese. Questa donna straordinaria ha svolto i suoi studi
per corrispondenza, dovendo occuparsi da single dei tre figli, senza
disporre di una residenza fissa e lavorando come domestica. Si e' quindi
laureata all'Universita' del Sud Africa e ha svolto un master in Scienze
dell'Organizzazione Sociale del Lavoro presso la Columbia University. Nel
1993 l'Hartwick College le ha assegnato un dottorato in Human Letters e nel
1997 e' stata accolta nella Foundation of Arts Fellow nella categoria
non-fiction. L'impegno politico della Magona e' stato finalmente
riconosciuto nel 1976, quando e' stata chiamata a Bruxelles a far parte del
Tribunale Internazionale per i crimini contro le donne, e nel 1977, quando
fu fra le dieci finaliste per il Woman of the Year Award. Al culmine del suo
impegno politico ha deciso che la penna puo' fare di piu' della spada; cosi'
attraverso la sua scrittura cerca di sfidare e influenzare l'opinione
pubblica del suo paese, spingendo i giovani neri, soprattutto le donne, a
svolgere un ruolo attivo nella crescita del nuovo Sud Africa. Recentemente
ha lasciato il suo incarico presso l'Onu, svolto per molti anni, ed e'
tornata a vivere a Citta' del Capo". Opere di Sindiwe Magona: Da madre a
madre, Goree, 2005; Ai figli dei miei figli, Nutrimenti, 2006; Push-Push ed
altre storie, Goree, 2006; Il miglior pasto di sempre, Goree, 2007; Guguletu
blues, Goree, 2007.
Sindiswa Merile e' una scrittrice sudafricana.
Nadine Gordimer e' una delle piu' grandi scrittrici contemporanee,
sudafricana, impegnata contro l?apartheid, Premio Nobel per la letteratura.
Opere di Nadine Gordimer: oltre i suoi numerosi volumi di racconti e romanzi
(tra cui: Un mondo di stranieri, Occasione d'amore, Il mondo tardoborghese,
Un ospite d'onore, La figlia di Burger, Luglio, Qualcosa la' fuori, Storia
di mio figlio, L'aggancio, Sveglia, tutti presso Feltrinelli; Il bacio del
soldato, presso La Tartaruga) segnaliamo Vivere nell'interregno,
Feltrinelli, Milano 1990; Scrivere ed essere, Feltrinelli, Milano 1996.
Opere su Nadine Gordimer: AA. VV., Nadine Gordimer: a bibliography of
primary and secondary sources, 1937-1992, Hans Zell, London 1994]

Osservava tempo fa il camerunese Achille Mbembe, docente di scienze
politiche a Johannesburg e studioso fra i piu' importanti in materia di
teoria postcoloniale, che in Sudafrica "dalla fine della supremazia bianca
nel 1994, i nomi ufficiali dei fiumi, delle montagne, dei borghi e delle
metropoli non sono molto cambiati. Ancora oggi si puo' raggiungere il
proprio luogo di lavoro risalendo l'avenue Verwoerd (l'architetto
dell'apartheid), mangiare in un ristorante sito lungo il viale John Vorster
o andare a messa in una chiesa all'incrocio di due strade intitolate
entrambe a qualche lugubre figuro degli anni di ferro del regime razzista".
*
Invisibilita' a caratteri d'oro
In generale, aggiungeva Mbembe, la toponimia sudafricana e' tale che ci si
potrebbe credere non in Africa, ma in qualche provincia inglese o olandese o
tedesca: "La lunga umiliazione dei neri e la loro invisibilita' sono ancora
scritte a caratteri d'oro su tutto il territorio del paese". Eppure, si
affrettava a sottolineare lo studioso, il mantenimento di questi riferimenti
di stampo coloniale non significa che il paesaggio simbolico sudafricano non
si sia trasformato. Al contrario, "di tutti i paesi del continente il
Sudafrica e' quello dove ha avuto luogo la riflessione piu' sistematica fra
memoria e oblio... L'idea di fondo qui non e' distruggere necessariamente i
monumenti la cui funzione un tempo era quella di sminuire il senso di
umanita' degli altri, ma di assumere il passato come una base per creare un
futuro diverso".
Che questo sia stato (e sia) un lavoro immenso, complicato e sofferto, da
sottrarre a qualsiasi prospettiva banalmente agiografica, lo dimostra oggi
un libro di straordinaria densita' ed efficacia stilistica, che ripercorre
da vicino i due anni e mezzo di attivita', fra il dicembre '95 e l'estate
del '98, della Commissione per la verita' e la riconciliazione istituita da
Nelson Mandela e presieduta da Desmond Tutu.
*
Un'epica contemporanea
Rielaborazione dell'enorme mole di materiali raccolti dalla sua autrice,
Antjie Krog, incaricata in quel periodo di seguire quotidianamente il lavoro
della Commissione per conto di una radio sudafricana, Terra del mio sangue
(in originale Country of My Skull, uscito da Nutrimenti nella traduzione di
Marina Rullo e per la cura di Maria Antonietta Saracino, pp. 525, euro 18)
e' un documento la cui lettura andrebbe suggerita a tutti quelli che a
distanza di decenni rivangano episodi lontani per rivendicare il primato - o
addirittura l'unicita' - della "loro" storia. Ma e' anche, al tempo stesso,
la versione in chiave contemporanea degli antichi poemi epici, un'opera
all'apparenza spoglia e fattuale, dove tuttavia le testimonianze dei
perseguitati e dei persecutori, i dialoghi degli osservatori, i commenti e
le riflessioni dell'autrice si susseguono, si intrecciano e si ripetono come
tante voci di un unico canto fino a comporre il quadro di un paese lacerato
e al tempo stesso deciso a evitare tanto la tragedia di un nuovo scontro
frontale, quanto i rischi di una subdola rimozione.
Fu del resto come poetessa che Antjie Krog, di origine afrikaner (bianca,
dunque), divenne famosa nel suo paese ancora giovanissima, nel 1970 - quando
il regime dell'apartheid era al culmine - scrivendo dei versi in cui il suo
amore per il Sudafrica si univa alla protesta per la discriminazione nei
confronti dei neri. Di queste sue origini, della sua appartenenza critica e
insieme appassionata alla cultura un tempo dominante, cosi' come del dolore
anche fisico che il confronto con le testimonianze dell'apartheid le ha
inflitto, la scrittrice non fa mistero nel libro: "Settimana dopo settimana;
voce dopo voce; racconto dopo racconto. E' come guidare in una notte di
pioggia dietro un camion enorme. Immagini di devastazione che gettano
scrosci di pioggia sul parabrezza. Non puoi sorpassare perche' non vedi
niente e non puoi rallentare o fermarti perche' non arriveresti mai. Non e'
tanto la morte e i nomi delle vittime, ma la rete di dolore infinito che li
avvolge". Commenta nella postfazione Maria Antonietta Saracino: "Tra corpo e
racconto il legame e' profondo. Il narrare puo' lenire le ferite del corpo,
puo' dare il sollievo di un dolore condiviso. La guarigione sta nel dire.
Non cosi' per chi ascolta, per chi quel dolore e' invece chiamato a
contenere".
*
La storia di Tom e Bernard
Tanto piu' importante, quindi, la trasparenza e l'onesta' che sottendono un
racconto in cui il rigore morale di fondo impedisce qualsiasi manicheismo
(ci sono le vittime e i carnefici, ma non ci si nasconde che il male, e il
bene, possono albergare dalla parte "sbagliata") e non teme di sottoporre a
uno scrutinio impietoso perfino quella idea di "riconciliazione" su cui si
incardina oggi il lavoro politico e sociale del paese. Ne e' un esempio la
storiella (quasi un apologo) che affiora a meta' circa delle cinquecento
pagine di Terra del mio sangue e che e' ironicamente rappresentativa delle
contraddizioni del Sudafrica contemporaneo: "C'erano una volta due bambini,
Tom e Bernard. Tom abitava proprio di fronte a Bernard. Un giorno Tom rubo'
la bicicletta di Bernard e ogni giorno Bernard vedeva Tom che andava a
scuola con la sua bici. Dopo un anno, Tom ando' da Bernard, gli tese la mano
e disse: 'Riconciliamoci e mettiamo da parte il passato'. Bernard guardo' la
mano di Tom: 'E la bicicletta?'. 'No - disse Tom - non sto parlando della
bicicletta, sto parlando di riconciliazione'".
Nell'epilogo e' del resto la stessa Krog a tracciare un bilancio
disincantato del lavoro della Commissione. Positivo per quanto riguarda il
"tentativo di offrire una tribuna alle vittime e riequilibrare in qualche
modo l'ideale politico di amnistia", questo bilancio si risolve in un
fallimento rispetto alla fine delle violazioni dei diritti umani: "La
nazione e' assediata a tal punto dalla criminalita' che e' alla disperata
ricerca dei modi per punire i colpevoli". Ma; soprattutto, e' intorno al
concetto di riconciliazione che emergono i dubbi: "Le ricerche dimostrano
che la gente e' piu' divisa di prima... I neri stanno ridefinendo se stessi
con il rinascimento africano, gli afrikaner con la guerra anglo-boera".
Eppure, nonostante questa frattura, l'idea della riconciliazione e'
penetrata nel paese "come una delle abilita' piu' elementari per
sopravvivere al conflitto", perche' "la riconciliazione non e' solo un
processo, e' un ciclo che si ripete piu' volte".
*
Riflessi condizionati
Sull'autostrada, il bel racconto di Zoe Wicomb che chiude l'antologia di
autrici sudafricane Il vestito di velluto rosso (Edizioni Goree, traduzione
e cura di Maria Paola Guarducci, pp. 182, euro 15), conferma questa immagine
di un paese dove l'esigenza di trovare nuovi punti di equilibrio fra bianchi
e neri convive con la difficolta', da una parte e dall'altra, di sottrarsi
alle antiche logiche di potere e di sfruttamento. Di ritorno da una
degustazione di vini, tipico rito della borghesia bianca e benestante, una
coppia si ritrova bloccata nella notte lungo una strada deserta. Quando
dall'oscurita' emerge un ragazzo nero, la donna e' rapida nell'impugnare la
pistola. Ma il giovane e' li' per aiutarli, la gomma forata viene
sostituita, i due sono pronti a ripartire, mentre Themba li osserva: "Di
nuovo il rumore delle loro voci che si fondevano, e la chiave che girava, e
la Mercedes che partiva e fu come se da lontano, unendosi ai farfuglii di
ringraziamento, lui udisse un suono sottile che arrivava da un luogo
sconosciuto dentro di se' e poi le parole scandite, Per favore signore,
signora, non avreste per favore qualche rand, poi il movimento concitato
nelle tasche, nella borsa, e due paia di mani bianche passarono le
banconote - Si', certo, scusa ragazzo, scusa ci e' sfuggito - nelle sue mani
protesiche a forma di ciotola".
Sono queste paure, questi sensi di colpa, questi riflessi condizionati
incistati come virus all'interno delle strutture profonde, pubbliche e
private, del paese durante i lunghi anni dell'apartheid a segnare ancora
oggi la vita quotidiana del Sudafrica democratico. In un altro racconto
della raccolta, Spia, ambientato proprio sullo sfondo dei lavori della
Commissione per la verita' e la riconciliazione, Maureen Isaacson
contrappone all'io narrante, una giornalista bianca e progressista, uno dei
carnefici del regime, determinato ad avvalersi di ogni appiglio, di ogni
connivenza vera o apparente, per non perdere il proprio status e i propri
privilegi: "Per lui queste udienze rappresentano tutto. E' lui quello che
chiede liberta' e perdono, sebbene sia io a sentirmi colpevole. Mi sono
seduta con lui, nella sua macchina. Sono stata ospite della gente le cui
riprovevoli azioni sono adesso sotto scrutinio. Eccoli tutti qui. Mi
sorridono con complicita'. Cosi', questo significa andare a letto con il
nemico".
A nessuno, dunque, e' permesso "chiamarsi fuori", fingere che il passaggio a
uno stato di normalita' sia compiuto, pretendere che il passato sia chiuso.
Tanto meno agli scrittori (e alle scrittrici) che in Sudafrica continuano,
sia pure sotto forme diverse, ad assumersi quel ruolo di testimoni del
proprio tempo che e' sempre stato tipico degli autori di tutto il
continente.
E se questo e' vero perfino per un romanzo a prima vista lontano da
qualsiasi tensione politica come Il tempo degli angeli di Patricia
Schonstein (Edizioni Pisani, traduzione di Flavia e Costanza Rodota', pp.
207, euro 14), che all'interno della variegata comunita' italiana di Cape
Town imbastisce una sorta di favola contemporanea, colorata e carnale,
eppure attraversata dall'eco di una tragedia all'apparenza lontana come e'
quella dell'Olocausto, lo e' tanto piu' per le opere di Sindiwe Magona, da
sempre impegnata - nelle sue poesie, nei suoi romanzi (Da madre a madre),
nei testi autobiografici (Ai figli dei miei figli) - a scavare nella storia
e nel presente del suo paese.
*
Alla scuola di scrittura
Proprio Sindiwe Magona ha adesso curato un'antologia, Guguletu Blues.
Racconti di donne della township (Edizioni Goree, traduzione di Maria Paola
Guarducci e Maria Scaglione, pp. 176, euro 14), che rappresenta un movimento
ulteriore di questo impegno. Scritti in lingua xhosa (e l'edizione italiana
riporta a fronte anche il testo originale), questi racconti sono infatti il
frutto del lavoro di quello che, in tutt'altro contesto, si potrebbe
definire come una scuola di scrittura creativa. "Ho messo insieme - spiega
infatti Magona nella prefazione - un gruppo di persone che vorrebbero
scrivere. Non si paga niente, all'aspirante scrittrice si chiede solo di
venire, di partecipare a questa associazione in cui usiamo il xhosa, la
nostra ricchezza come popolo, la nostra eredita'".
Scrittrici esordienti, quindi, ma spinte da una urgenza di raccontare (e di
farlo nella loro lingua madre) che conferisce ai loro testi una eccezionale
vitalita', una sincerita' priva di qualsiasi affettazione. Come appare
evidente, per esempio, dall'incipit di Siamo arrivati in un altro posto di
Sindiswa Merile: "La vita non e' un gioco da ragazzi; ha alti e bassi. Mai
pensare che la vita sia facile. Bisogna lottare".
*
Gesti essenziali
Vengono in mente le parole che la piu' celebre scrittrice sudafricana,
Nadine Gordimer, scriveva nel 1984 nel suo saggio Il gesto essenziale (non a
caso citato anche da Maria Antonietta Saracino a proposito di Terra del mio
sangue): "E' per il fatto di essere 'piu' che uno scrittore' che molti neri
e nere del Sudafrica cominciano a scrivere. Tutti gli ostacoli e i motivi di
diffidenza - mancanza di istruzione, di una tradizione di espressione
letteraria, perfino la possibilita' di assumere l'abitudine quotidiana della
lettura, da cui scaturiscono le doti di uno scrittore - vengono rimossi
dalla imperiosa necessita' di dare espressione a una maggioranza non
silenziosa, ma che non ha fruito dell'eloquenza di una parola scritta che
testimoniasse le sue iniziative, la sua fierezza e le sue pur notevoli
collere contro l'indifferenza".

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 94 del 22 marzo 2007

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