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Minime. 38



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 38 del 24 marzo 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Il nostro Vietnam
2. Benito D'Ippolito: Ancora un foglio, una foglia nel vento
3. Paola Zampini: La lotta nonviolenta di Aung San Suu Kyi
4. Giovanna Providenti: Un appello
5. Nelly Norton ricorda Jacek Kuron
6. Fosco Funesti: La rosa
7. Letture: Giuseppe Zaccaria, Cristina Benussi, Per studiare la letteratura
italiana
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. IL NOSTRO VIETNAM

L'Afghanistan e' ormai il nostro Vietnam.
Occorre organizzare una campagna di resistenza nonviolenta contro la guerra,
contro le armi, contro tutte le milizie e tutti gli eserciti, contro tutte
le uccisioni.
Occorre organizzare una campagna di resistenza nonviolenta per il ripristino
della legalita' costituzionale e il rispetto del diritto internazionale.
L'Afghanistan e' ormai il nostro Vietnam.

2. STILLE. BENITO D'IPPOLITO: ANCORA UN FOGLIO, UNA FOGLIA NEL VENTO

"E gia' la luna e' sotto i nostri piedi:
lo tempo e' poco omai che n'e' concesso,
e altro e' da veder che tu non vedi"
(Inf., XXIX, 10-12)

Poiche' in questa storia sempre solo vincono
gli assassini, voi assassini non dovete diventare
e un'altra storia e' ancora da inventare.

Poiche' nei governi solo siede chi e' disposto
a mangiare carne umana, nei governi
voi non potete ancora trovar posto.

Poiche' ogni persona deve fare la sua scelta
e voi scegliete di ripudiare le uccisioni:
e ripudiando le uccisioni voi dovete
opporvi alle guerre, agli eserciti, alle armi. Dovete
salvare le vite, non sopprimerle.

3. PERSONE. PAOLA ZAMPINI: LA LOTTA NONVIOLENTA DI AUNG SAN SUU KYI
[Dalla newsletter "News. Attualita`sulla Birmania" del 21 marzo 2007
dell'Euro-Burma Office (struttura di solidarieta' a sostegno del movimento
per la democrazia in Myanmar, gia' Birmania; per contatti: Euro-Burma
Office, Square Gutenberg 11/2, 1000 Bruxelles, Belgium, tel. 3222800691 -
3222802452, fax: 3222800310, e-mail: burma at euro-burma.be) riprendiamo il
seguente stralcio di un piu' ampio articolo.
Paola Zampini e' giornalista.
Aung San Suu Kyi , figlia di Aung San (il leader indipendentista birmano
assassinato a 32 anni), e' la leader nonviolenta del movimento democratico
in Myanmar (Birmania) ed ha subito - e subisce tuttora - durissime
persecuzioni da parte della dittatura militare; nel 1991 le e' stato
conferito il premio Nobel per la pace. Opere di Aung San Suu Kyi: Libera
dalla paura, Sperling & Kupfer, Milano 1996, 1998]

"Tu prepari i bagagli per un luogo dove nessuno di noi e' mai stato/ un
luogo che e' stato creduto di essere visto/ Tu puoi volarci lontano/ un
uccello canta in una gabbia aperta/ che volera' solo, volera' solo per la
liberta'/ Vai avanti, vai avanti": recita' cosi' la canzone degli U2 "Walk
on" dedicata a Aung San Suu Kyi, dissidente birmana, premio Nobel per la
pace nel '91, da anni simbolo di lotta nonviolenta per la democrazia e i
diritti umani.
La gabbia aperta di Aung San Suu Kyi e' la sua casa dove continua a vivere
agli arresti domiciliari, a singhiozzo, da circa 18 anni, con gravi problemi
di salute e nonostante le forti pressioni internazionali rivolte alle
autorita' del Myanmar (attuale nome della Birmania) per la revoca
dell'arresto.
*
Aung San Suu Kyi lascia l'Inghilterra per tornare in Birmania nel 1988 per
assistere la madre malata proprio quando nel suo paese s'instaura il regime
militare. Gandhiana convinta, si impone sulla scena nazionale
contrapponendosi come leader di un movimento nonviolento alla dittatura
instaurata dallo Slorc (Consiglio di Stato per la restaurazione della legge
e dell'ordine). Fonda la Lega nazionale per la democrazia che ottiene l'80%
dei seggi alle elezioni legislative del '90. Risultati mai riconosciuti
dalla giunta militare al potere. Nell'89 la Lega nazionale per la democrazia
organizza diverse manifestazioni pubbliche contro il partito unico sfidando
la legge che proibisce "gli assembramenti politici". Nello stesso anno Aung
San Suu Kyi finisce agli arresti domiciliari con la concessione che se
avesse voluto abbandonare il paese, avrebbe potuto farlo. Ma Aung San Suu
Kyi non accetta questa proposta del regime. Non lascera' piu' il suo paese,
neanche quando nel '99 in Inghilterra muore, dopo una malattia, il marito,
lo studioso di cultura tibetana Micheal Aris. Neppure ai suoi figli viene
concesso di farle visita.
*
E' in uscita in italia un suo libro, Lettere dalla mia Birmania, che
raccoglie articoli scritti per un giornale giapponese tra il '95 e il '96
quando le furono revocati gli arresti domiciliari e pote' comunicare senza
troppi filtri. Tra i suoi interventi pubblici forse quello piu' commovente
e' proprio del 1995, dopo sei anni di arresti domiciliari.
"Per quanto ne sappia, nessuna guerra e' mai stata iniziata dalle donne. Ma
le donne e i bambini sono quelli che soffrono di piu' nelle le situazioni di
conflitto" disse Aung San Suu Kyi parlando a un congresso mondiale delle
donne a Pechino, in Cina. Non era presente nella sala ma la sua voce calma e
pacata arrivava da un video...

4. MONDO. GIOVANNA PROVIDENTI: UN APPELLO
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
articolo.
Giovanna Providenti (per contatti: g.providenti at uniroma3.it) e' ricercatrice
nel campo dei peace studies e women's and gender studies presso
l'Universita' Roma Tre, saggista, si occupa di nonviolenza, studi sulla pace
e di genere, con particolare attenzione alla prospettiva pedagogica. Ha due
figli. Partecipa  al Circolo Bateson di Roma. Scrive per la rivista "Noi
donne". Ha curato il volume Spostando mattoni a mani nude. Per pensare le
differenze, Franco Angeli, Milano 2003, e il volume La nonviolenza delle
donne, "Quaderni satyagraha", Firenze-Pisa 2006; ha pubblicato numerosi
saggi su rivista e in volume, tra cui: Cristianesimo sociale, democrazia e
nonviolenza in Jane Addams, in "Rassegna di Teologia", n. 45, dicembre 2004;
Imparare ad amare la madre leggendo romanzi. Riflessioni sul femminile nella
formazione, in M. Durst (a cura di), Identita' femminili in formazione.
Generazioni e genealogie delle memorie, Franco Angeli, Milano 2005;
L'educazione come progetto di pace. Maria Montessori e Jane Addams, in
Attualita' di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano 2004. Scrive anche
racconti e ha in cantiere un libro dal titolo Donne per, sulle figure di
Jane Addams, Mirra Alfassa e Maria Montessori.
Amartya Sen, nato a Santiniketan, nel Bengala, nel 1933, e' tra i maggiori
economisti, studiosi sociali e pensatori contemporanei; nel 1998 e' stato
insignito del Premio Nobel per l'economia. Tra le opere di Amartya Sen:
Scelta, benessere e equita', Il Mulino, Bologna 1984; Etica ed economia,
Laterza, Roma-Bari 1988; Risorse, valori e sviluppo, Bollati Boringhieri,
Torino 1992; Il tenore di vita, Marsilio, Venezia 1993; La diseguaglianza,
Bologna 1994; La liberta' individuale come impegno sociale, Laterza,
Roma-Bari 1997; Laicismo indiano, Feltrinelli, Milano 1998; Lo sviluppo e'
liberta', Mondadori, Milano 2000; Etica ed economia, Laterza, Roma-Bari
2003; Globalizzazione e liberta', Mondadori, Milano 2003; La democrazia
degli altri, Mondadori, Milano 2004; L'altra India, Mondadori, Milano 2005;
Identita' e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006.
Desmond Tutu, vescovo anglicano, nato nel 1931, dal 1978 segretario generale
del Consiglio sudafricano delle Chiese, premio Nobel per la pace nel 1984,
voce della lotta contro l'apartheid. Dopo la vittoria della democrazia a lui
e' stata affidata la presidenza della Commissione per la verita' e la
riconciliazione. Opere di Desmond Tutu: in italiano cfr. Anch'io ho il
diritto di esistere, Queriniana, Brescia 1985; Non c'e' futuro senza
perdono, Feltrinelli, Milano 2001; Anche Dio ha un sogno, L'ancora del
Mediterraneo, Napoli 2004. Specificamente sull?esperienza della Commissione
per la verita' e la riconciliazione presieduta da Desmond Tutu cfr. anche
Marcello Flores (a cura di), Verita' senza vendetta, Manifestolibri, Roma
1999 (raccolta di materiali della commissione, con un'ampia introduzione del
curatore); Antonello Nociti, Guarire dall'odio, Angeli, Milano 2000; Danilo
Franchi, Laura Miani, La verita' non ha colore, Comedit, Milano 2002, 2003]

Nel dicembre scorso l'"International Herald Tribune" ha pubblicato un
articolo scritto a quattro mani da Amartya Sen (Nobel per l'economia nel
1998) e Desmond Tutu (Nobel per la pace nel 1984), dal titolo "The Burmese
people deserve our support", il popolo Birmano merita il nostro aiuto.
Che cosa sta succedendo in Birmania (Myanmar in lingua locale e nome
ufficiale dal 1989), dove una donna Aung San Suu Kyi, insiginta del Nobel
per la pace nel 1991, persevera nella sua lotta nonviolenta?
Come ricordano Sen e Tutu in un recente appello, la Lega nazionale per la
democrazia, il partito politico di Aung San Suu Kyi, aveva ottenuto alle
ultime elezioni l'82% dei posti in Parlamento, ma i militari hanno annullato
i risultati del voto e imposto una delle peggiori dittature oggi esistenti
nel mondo. Scrivono Sen e Tutu: "Per decenni, una brutale giunta militare ha
creato un moderno incubo nazionale, detenendo piu' di 1.100 prigionieri
politici, distruggendo virtualmente il sistema educativo, schiacciando ogni
media indipendente e conducendo brutali pogrom contro le minoranze etniche".
Le risoluzioni delle Nazioni Unite sono state ignorate dalla giunta militare
di Myanmar e dall'opinione pubblica internazionale, che conosce poco sia
della gigantesca crisi umanitaria birmana (aggravata dalla diffusione
dell'aids) sia della lotta nonviolenta della donna piu' amata dal popolo,
che sfida il regime militare piu' repressivo del mondo con determinazione e
dolcezza.
Figlia del presidente assassinato nel 1947 che stava portando il paese verso
l'indipendenza e la democrazia, Aung San Suu Kyi negli anni Ottanta e'
tornata in Birmania: messa agli arresti domiciliari, ha continuato a
condurre la sua lotta attraverso uno stile di vita personale nonviolento
(meditazione, vegetarianesimo, gentilezza d'animo e determinazione delle
idee) opponendosi alla dittatura dei militari che stanno distruggendo il suo
paese, ma anche rifiutandosi di odiare.
Per informazioni sulla Birmania e su Aung San Suu, si consiglia di Cecilia
Brighi, Il pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia,
Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006.

5. MEMORIA. NELLY NORTON RICORDA JACEK KURON
[Dalla bella rivista di interviste "Una citta'", n. 144, dicembre 2006 -
gennaio 2007 (disponibile anche nel sito www.unacitta.it) riprendiamo il
seguente ricordo.
Nelly Norton vive a Torino, dove lavora come psicologa presso il
Dipartimento di salute mentale.
Jacek Kuron (1934-2004), intellettuale e militante polacco, strenuo
oppositore del totalitarismo, lungamente perseguitato, piu' volte
incarcerato, fondatore del Kor - Comitato di difesa degli operai (poi Kss -
Comitato di autodifesa sociale), poi tra gli animatori di Solidarnosc,
nell'autunno 1989 e' ministro del lavoro nel governo Mazowiecki. Opere di
Jacek Kuron: La mia Polonia, Ponte alle Grazie, Firenze 1990]

Mi commuove sempre parlare di Jacek. Avevo tredici anni quando l'ho
conosciuto. Mia madre era disperata perche' ero una ragazzina "complicata"
cioe' difficile, ribelle, che andava male a scuola creando problemi non
indifferenti, tant'e' che mi aveva anche portato da un neuropsichiatra
infantile che mi aveva sottoposto a vari test. Ebbene, gli specialisti le
avevano consigliato di inserirmi in un gruppo, un'organizzazione di ragazzi
della mia eta'.
Cosi', attraverso un amico comune di mia madre e di Jacek Kuron, sono
entrata nei "pionieri rossi", rossi a differenza di quelli ufficiali, dello
Stato, che pure si consideravano tali... ma noi lo eravamo di piu',
portavamo anche il fazzoletto rosso al collo...
Sono cosi' entrata nei Walterowcy, questo il nome dell'organizzazione, e li'
ci sono i ricordi piu' belli della mia infanzia...
Le attivita' erano le stesse dei pionieri ufficiali, salvo che noi
partecipavamo con uno spirito completamente diverso, piu' autentico. A
seguirci c'erano dei ragazzi un po' piu' grandi di noi e in tutti c'era una
grandissima attenzione alla trasmissione dei valori supremi, che per me e
per la stragrande maggioranza di chi ha fatto questa esperienza cruciale
sono rimasti tali: la difesa dei deboli sempre e ovunque, a qualunque
prezzo, la partecipazione, la vicinanza, la solidarieta', la verita', la
correttezza, il rispetto nei rapporti interpersonali...
Ricordo soprattutto i campi estivi, in cui andavamo a dare una mano ai
contadini nelle campagne; vivevamo accanto ai loro figli che andavano in
giro per i campi a badare alle mucche scalzi. Ecco, per dire, ad un certo
punto, spontaneamente, da soli, avevamo deciso di toglierci anche noi le
scarpe, ma con una totale naturalezza, non c'era nulla di imposto.
Un altro valore che Jacek ci insegnava era quello dell'internazionalismo:
noi non siamo soli, non siamo isolati, facciamo parte del mondo intero e
siamo uniti nella "fratellanza dei popoli" - slogan del regime comunista, ma
che per noi era una sfida affascinante. Tant'e' che noi ragazzini cantavamo
canzoni in tutte le lingue; dalle canzoncine cinesi a quelle delle brigate
internazionali della guerra di Spagna, alle canzoni in francese, e
soprattutto in yiddish. Io mi ricordo in particolare le canzoncine che si
accompagnavano ai balli vicino al falo'. Il messaggio era che anche quella
era la cultura della Polonia, del posto dove vivevamo. Tra di noi c'erano
tanti figli di ebrei piu' o meno mascherati, all'epoca tutti nascondevano la
loro origine ebraica.
Nell'organizzazione c'erano i figli dell'elite intellettuale di Varsavia, e
della nomenklatura. I nostri genitori erano assolutamente consapevoli che
noi venivamo educati in proseguimento ai loro ideali ma con un forte spirito
critico.
I Walterowcy sono stati la nostra scuola; i legami che si sono creati allora
permangono tuttora; per Jacek, poi, eravamo tutti i suoi figli ed a ragione
perche' per noi lui in effetti era un "papa'" alternativo a quello di casa.
Considera che noi eravamo cinquecento ragazzi e lui ci conosceva uno per
uno, sapeva tutto di ciascuno ed era molto attento ad ognuno.
Jacek era un grande pedagogista, aveva una straordinaria dote: sapeva stare
con le persone indipendentemente dalla loro eta', quindi anche con noi
ragazzi. Nel corso degli anni ho avuto modo di vederlo all'opera infinite
volte, anche con i nostri figli, i suoi "nipoti" - lui infatti non smise mai
di chiamare noi i suoi bambini, i suoi figli...
Quando Jacek e' morto, ho ricevuto una telefonata da Varsavia alle 6 del
mattino e il mio primo pensiero e' stato: "Nessuno piu' mi chiamera'
figliuola mia". Per i nostri figli lui era diventato "nonno", un nonno molto
caloroso, attento, ormai anche un mito...
Era una persona straordinaria. Ricordo che qualche anno fa durante una
vacanza, eravamo seduti in canoa e stavamo parlando, c'erano tutti i bambini
intorno... beh, improvvisamente Jacek disse: "Adesso facciamo piangere
Nelly". Era seduto davanti a me. Ogni tanto ci metteva in crisi, ci diceva:
"Tu tornerai qui, vedrai che da grande vorrai vivere qui...". A quel punto,
comunque, si mise a intonare - cantava molto bene - una canzone dei lager
sovietici degli anni '40 che io avevo portato nell'organizzazione dopo
averla imparata in montagna da alcuni alpinisti che andavano nel Caucaso ad
arrampicare e l'avevano sentita cantare dai dissidenti russi. Insomma, c'era
questa canzone del lager di Kogima che tutti avevamo imparato, ma poi non
l'avevamo piu' cantata. Ecco, erano passati quarant'anni dall'ultimo campo e
Jacek dopo tutto quel tempo ancora si ricordava che ero stata io ad averla
portata... Ovviamente riusci' benissimo a farmi piangere.
Lui aveva una vicinanza particolare con ognuno. Beninteso, era anche uno che
ti sgridava, e pero' poi ti sapeva recuperare immediatamente, dando il senso
che quell'azione, e la conseguente paternale, non precludeva assolutamente
il rapporto futuro: lui ti voleva bene, ti stava vicino comunque, ovunque,
malgrado il tuo comportamento in quel momento fosse stato riprovevole
perche' avevi litigato, perche' non avevi raccolto il tuo piatto sporco o
quelle del tuo vicino pensando solo a te, perche' ti eri messo a ridere a
voce alta quando c'era qualcuno che riposava... Tutte attenzioni che
appartengono alle regole base della convivenza civile.
Ricordo un'altra scena. Era il '61-'62, un ragazzo aveva un orologio
ricevuto in regalo (allora nessuno di noi ne aveva uno). Allora Jacek
l'aveva fatto appendere al bastone della tenda in modo che tutti potessero
vedere che ore erano. Il bene era cosi' diventato comune, condiviso, per
quelle due settimane di vacanza. Attraverso tutti questi piccoli gesti
passavano valori enormi; il tutto senza lezioni, senza prediche fra
virgolette, senza grandi parole...
Era anche un grande affabulatore, aveva una straordinaria capacita' di
raccontare le storie, ci affascinava... Intorno ai falo' la sera ci
ammaliava con la sua voce forte e roca (fumava una quantita' di sigarette
micidiale). Cio' che raccontava erano sempre storie importanti, anche se
venivano somministrate, confezionate come dei racconti leggeri. Ancora oggi
ricordo il racconto dell'assalto di Madrid da parte dei franchisti, noi
tutti con la bocca aperta e lui che ci faceva entrare nel pieno nella scena:
i cannoni, gli aerei che stanno bombardando, ci sono i bambini, cosa
facciamo? Tra noi poi c'erano anche i figli di quelli che avevano
partecipato come combattenti nelle brigate internazionali. Di nuovo il
valore dell'internazionalismo, e poi la fraternita' nel pericolo, la difesa
della democrazia, l'antifascismo, il tutto reso per noi bambini in maniera
affascinante come fosse una favola.
I Walterowcy vennero infine sciolti. Il regime si era accorto che eravamo
una massa di potenziali dissidenti, oppositori, pur avendo all'epoca 13-15
anni. Jacek poi era diventato un oppositore attivo all'interno del partito,
cosi' il regime decreto' la chiusura, la fine di questa esperienza. Non si
poteva fare nulla illegalmente in quel paese...
L'ultimo campo fu nel '62. Eravamo gia' sciolti, ufficialmente, e tuttavia
ci ritrovammo tutti al treno, pronti a partire. Io addirittura con il cane,
cosa vietata. Avevo litigato con mia madre, non sapevo cosa fare con il cane
cosi' andai alla stazione sperando che non mi cacciassero... Eravamo
"illegali", ma tutti ci presentammo con il nostro fazzoletto al collo, il
simbolo dell'unita' del gruppo, della nostra appartenenza. Con la
consapevolezza che era l'ultima volta che andavamo a fare le vacanze
insieme.
*
Sciolti i Walterowcy ovviamente tantissimi di noi sono rimasti legati a
Jacek per sempre, in un rapporto di grande intimita', rispetto reciproco e
grande affetto; un rapporto sempre piu' paritetico ormai, perche' anche noi
a quel punto iniziavamo a diventare genitori.
Gia' nel '64, quando usci' la Lettera aperta al partito comunista, c'eravamo
anche noi, i suoi "figli", a trasmettere e diffondere il documento
all'estero. Noi c'eravamo sempre, eravamo stati educati all'apertura mentale
e quindi avevamo capito tutti che quel regime non aveva nulla a che fare con
gli ideali da cui era nato e che bisognava cercare di cambiarlo.
I futuri dissidenti della mia generazione venivano praticamente tutti da
quell'ambiente, da quel gruppo di ragazzini. Alcuni, come Michnik, sono
andati insieme a Jacek in carcere; in generale sono stati i piu' attivi, e
anche i piu' colpiti dalle ritorsioni. Del resto furono loro i promotori del
68 polacco.
*
L'abbigliamento di Jacek? Lui era anticonvenzionale in maniera del tutto
spontanea, non studiata, non preparata, non aveva intenti ne' di
anticonformismo ne' di provocazione. Era cosi': anche da ministro andava a
lavorare sempre con la stessa camicia di jeans, poi sono arrivati alcuni
soldi, per cui sembrava sempre la stessa camicia, ma in realta' erano tante,
solo che erano tutte uguali. E sempre blue jeans.
Ricordo che quando si era candidato alle elezioni presidenziali
(sciaguratamente, perche' fu l'inizio della fine politica e anche della sua
crisi depressiva), andammo il primo di agosto al cimitero militare a
Varsavia, un enorme cimitero dove vengono onorati i morti dell'insurrezione
del '44, pieno di combattenti, un'atmosfera molto patriottica, anche
bigotta - purtroppo molti dei loro figli oggi combattono per l'ideale della
nazione polacca unica e irripetibile... Jacek era ministro, candidato alla
presidenza, per cui c'erano due o tre gorilla, c'era chi lo contestava, chi
lo osannava, una massa di gente. Ebbene, Jacek si presento' con questa
camicia, che sembrava lurida, perche' pur essendo pulita, era lisa...
Ricordo che una signora, con simpatia, aveva commentato: "Il ministro deve
andare da un sarto". Al che Jacek si era messo a ridere: "Signora, mai stato
e mai ci andro'". L'abbiamo pure sepolto con quella sua camicia.
Anche in parlamento andava vestito cosi', ma era del tutto naturale: lui non
aveva un armadio, proprio non prestava nessuna attenzione a queste cose...
Jacek partecipava malvolentieri agli eventi mondani, non andava ai
ricevimenti, ne' agli incontri ufficiali, di rappresentanza. Non per
snobismo, semplicemente riteneva che in quelle occasioni non si riuscisse a
parlare con nessuno e poi non gli piaceva la chiacchierata in piedi... Per
lui il tempo che valeva era quello dedicato alle persone, in casa sua,
seduti comodi in poltrona, con un te' caldo ed un bicchiere di whisky...
dove l'atmosfera e' appunto di casa. Quando non ne poteva fare a meno,
perche' rischiava di offendere qualche ambasciatore, un visitatore
straniero, allora si sforzava e - sempre con quella camicia e quei jeans -
andava. Ma solo quando era proprio inevitabile.
Quando il Dalai Lama ando' a Varsavia, tenne il suo discorso ufficiale in
Parlamento, dopodiche' ando' a casa di Jacek a chiacchierare, seduto nella
poltrona dove sono stata seduta anch'io nel corso di 40 anni. Poi Jacek fece
venire i ragazzini, i nostri figli, e li mise tutti seduti per terra; nelle
foto li si vede guardare questi due uomini con la solita libreria alle
spalle, ognuno una tazza di te' in mano...
*
La sua casa (Jacek, dall'arrivo a Varsavia, ha sempre abitato nella stessa
casa) e' sempre stata aperta a tutti: allo sbandato alcolizzato del
quartiere che suonava e chiedeva 5 zloty "per prendere mezzo litro di
vodka", e Jacek glieli dava; a chi aveva ricevuto la visita della polizia o
subito una perquisizione, per cui bisognava fare un comunicato da
trasmettere in Occidente per informare il Comitato di Helsinki; ai ragazzi,
perche' quando si usciva con il cane a fare la passeggiata si passava sempre
da Jacek: "C'e' bisogno di qualcosa?", "No figliuola", oppure "Si',
figliuola, prendimi le sigarette, che stanno finendo, e quando torni mi
racconti cos'hai fatto ieri". E il suo interesse a sapere cosa avevi fatto
ieri, piuttosto che su cosa pensavi di quello che avevi letto, era
assolutamente sincero.
Tutto accadeva in quella casa: per noi il compleanno si andava a fare li' -
e parlo del nostro compleanno! Era il punto di riferimento per tutti noi.
*
Quella casa poi non era solo Jacek ma anche Gajka, la moglie, una donna
dotata di uno straordinario calore umano, ma anche di una tenacia non
comune: mentre lui era in carcere, fu lei, per anni, a mandare avanti le
cose da sola. E non era facile, perche' le perquisizioni, le milizie che
venivano a picchiare e sfondare le porte, erano all'ordine del giorno, ma
lei con quel suo angelico atteggiamento tollerava ogni cosa. Del resto non
era una che subiva, non era una donna sottomessa, lei era partecipe, anzi
coautrice, di quella atmosfera, di quelle battaglie. Jacek ha sempre detto
che senza di lei non avrebbe retto quel peso per tutti quegli anni. Questo
lui l'ha sempre riconosciuto. Gajka non si e' mai rivoltata contro la vita
che facevano: non c'era da mangiare, il marito in galera, la polizia
continuamente in casa, il bambino da portare a comprare le scarpe...
In casa c'era anche il padre di Jacek, che partecipava all'atmosfera e alla
lotta. Era stato ferroviere a Leopoli e militante del partito socialista.
Della madre ha sempre parlato pochissimo, credo che non lavorasse, si
occupava della famiglia.
Gajka e' stata una figura importantissima nella vita di Jacek. Per lui
l'esistenza, in qualche modo, e' stata spezzata in "prima di Gajka" e "dopo
Gajka". Quando lei e' morta lui era in carcere. Ci sono le ultime lettere:
lui scriveva dal carcere e lei dall'ospedale. Lei si era ammalata in
carcere, un'infezione polmonare, evidentemente era stata trascurata... La
curava Edelman, e' morta in ospedale da lui... C'e' una foto - Marek la
tiene in una vetrina tra le varie foto della sua vita - che ritrae loro due,
Jacek Kuron e Marek Edelman, al funerale di Gajka: due fantasmi. Uno perche'
non l'aveva salvata e l'altro perche' aveva perso tutto... Erano una coppia
complementare... Per fortuna, Jacek aveva la lotta da portare avanti, e
comunque dopo quel lutto gli amici si strinsero attorno a lui proprio come
una tenaglia. E' stato grazie a questo che non e' sprofondato nella totale
disperazione. Jacek poi ne ha parlato apertamente nel suo libro-confessione,
non era un uomo schivo rispetto ai propri sentimenti...
*
Jacek non ha mai avuto la patente, del resto allora non c'era alcuna
possibilita' di avere la macchina, in termini economici. Parliamo di un
Paese in cui, se eri escluso dai privilegi, da quello che il partito, il
potere ti elemosinava, o avevi parenti all'estero che provvedevano, o eri
privo di accesso ai beni. Jacek comunque non ha mai avuto bisogno della
macchina: chiunque l'avesse era sempre a disposizione. Certo non avrebbe mai
potuto permettersela: era sempre in rosso. Il primo vero stipendio che ha
preso e' stato da ministro del lavoro, nell'89. Prima proprio non aveva
entrate; per anni l'abbiamo mantenuto noi che vivevamo all'estero, i suoi
"figli" dispersi nel mondo dal '68 in poi. Nei pochi anni trascorsi assieme,
ci aveva cresciuto bene, facendoci diventare persone rispettabili, inserite
negli ambienti, dei professionisti affermati, e noi per anni abbiamo fatto
una sottoscrizione per lui a seconda delle possibilita' di ciascuno.
*
Negli ultimi tempi Jacek era molto malato. Io l'ho visto l'ultima volta a
Pasqua - e' morto il 17 giugno. Prima c'erano stati anni di dialisi, che lui
non voleva, si ribellava, talvolta magari si rassegnava, pero' soffriva
tantissimo. Ogni volta che ero a Varsavia lo portavo in macchina in ospedale
e poi andavo a riprenderlo e lo vedevo: era consapevole che la fine si stava
avvicinando, credo anche la desiderasse perche' non aveva piu' forza. Lui
abitava in questa casa al pianterreno, con le finestre del soggiorno che
davano su un giardino pubblico dove i bambini giocavano. Jacek diceva sempre
che avrebbe voluto essere sepolto in quel luogo, "davanti alla finestra,
dove giocano i bambini". Un mese fa, in quel giardino, e' stata posata una
lapide con il suo nome e attorno ci sono i bambini che giocano. Il suo
desiderio si e' realizzato.
*
I funerali sono stati bellissimi.
Sono stati anche un momento particolare, perche' durante l'organizzazione
tutti volevano appropriarsi di Jacek. Ad un tratto i suoi nemici politici e
personali si sono messi a fare a gara; chi l'aveva emarginato, messo in
galera, tutti si dichiaravano "amici di Jacek". Noi, d'altra parte, non
potevamo opporci ad un funerale ufficiale. Cosi' "loro" hanno fatto il
funerale ufficiale con la cerimonia in Parlamento - Jacek aveva ottimi
rapporti con il presidente, il problema era la nomenklatura. A noi, la sua
"famiglia" allargata, avevano proposto trecento inviti al parlamento. Da
li', in pullman, si sarebbe andati tutti al cimitero, dove gli avevano
riservato un posto d'onore. Bisogna sapere che, in Polonia, ogni citta' ha
un suo settore nel cimitero monumentale per i "grandi" della patria, i
cosiddetti "meritevoli".
Ecco, noi invece abbiamo fatto il funerale come Jacek avrebbe voluto, cioe'
dal cortile di casa sua. Tra l'altro li' accanto c'e' un'enorme pattumiera
in muratura, dove noi da sempre ci davamo appuntamento. Anche quel giorno e'
stato cosi': l'appuntamento era sotto la pattumiera, dove noi tutti
aspettavamo questa bara: Jacek che tornava a casa. Alcuni di noi sono andati
al Parlamento, Edelman ha fatto un intervento molto forte, lanciando pesanti
accuse contro chi si voleva appropriare di Jacek.
In cortile c'erano le delegazioni, ma anche semplici uomini e donne delle
fabbriche, in particolare della Huta Warszawa, che Jacek aveva fatto salvare
convincendo Luchini a comperarla. Era uno degli aneddoti che amava
raccontare: si erano ubriacati entrambi e, mentre cantavano "Bandiera rossa"
o "Bella ciao", Luchini firmava l'acquisizione della siderurgia Huta
Warszawa. Per cui c'erano questi lavoratori, i vicini del quartiere, i
ragazzi, gli zingari (ultimamente Jacek aveva adottato una comunita' rom) e
poi il fior fiore di intellettuali, letterati, politici, registi...
Il "nostro" funerale e' nato da una decisione collettiva. Noi, i suoi
"bambini", assieme alla moglie Danuta e al fratello ci siamo messi li' e
abbiamo deciso cosa fare. La cerimonia era prevista di sabato; io il
martedi' ero gia' a Varsavia, assieme agli altri. Ogni sera, fino alle 4 del
mattino, abbiamo parlato di come organizzare tutto. Danuta ci teneva tanto
che collaborassimo in ogni aspetto...
Solo un numero limitato di persone poteva entrare nel cimitero, perche'
c'erano i capi di Stato, i membri del parlamento; tra l'altro primo ministro
e presidente della repubblica non dovrebbero trovarsi nello stesso luogo
fisico in queste occasioni, sono questioni procedurali, che pero' in
quell'occasione saltarono tutte... Certo, al cimitero non poteva entrare
chiunque: era transennato, c'erano un sacco di uomini di scorta. Noi avevamo
quattrocento inviti da distribuire, e solo con quelli si poteva accedere.
Beh, compilare quell'elenco di persone da invitare, attenti a non
dimenticare qualcuno, a non fare uno sgarbo, e' stato un lavoro titanico.
Ricordo che ogni tanto qualcuno telefonava a qualsiasi ora dicendo: "Abbiamo
dimenticato quello...", e cosi' bisognava cambiare la lista, e poi cercare
persone che non si sentivano da una vita, con indirizzi di vent'anni
prima...
Per la processione avevamo deciso di posare la bara su un carretto, non in
macchina, la cosa piu' semplice: un carretto con due ruote tirato a turno
dai lavoratori della Huta Warszawa, che sono venuti in tanti. Non erano
delegazioni ufficiali, erano loro, gli operai con cui Jacek ministro del
lavoro aveva passato notti e notti per salvare l'azienda, per impedire il
fallimento e pero' convincerli che andava privatizzata, che questo era
indispensabile; e poi gli amici, i leader di Solidarnosc clandestina.
Ricordo che tutti volevano tirare quel carretto: l'ultimo gesto concreto che
si poteva compiere per Jacek. Non ci sarebbe piu' stato nessuno a dirci:
"Figliuola telefona a quello", "Figliuola, passa da quello la' e portami
quelle bozze, c'e' urgenza...", era l'ultima cosa che facevamo per lui...
Al cimitero era previsto un settore per noi e un altro per gli invitati
ufficiali, arrivati con i pullman dal parlamento. Tra questi c'era
Mazowiecki sulla sedia a rotelle, che stava male, sembrava potesse morire
quel giorno stesso...
A un certo punto mi sono girata per vedere se nel nostro settore c'eravamo
tutti e ho visto il generale Jaruzelski; era a pochi metri da me,
nell'ultima fila, con i suoi occhiali rosa, solo... Io sono entrata per
ultima per controllare che tutti quelli a cui avevo dato il pass fossero
entrati, e l'ho visto li', nel nostro settore, ma defilato. Devo dire che ho
avuto un'emozione in piu', davanti a questa bara.
Di questo ho parlato anche con gli altri. Non tutti i miei amici avevano
gradito quella presenza. Devo dire che io invece ho avuto un'impressione
estremamente positiva. Ho visto in quella scena un uomo venuto a rendere
omaggio al suo nemico, al quale comunque aveva riconosciuto il merito per le
tante cose fatte per la Polonia. Mi e' piaciuto anche che avesse scelto di
essere li' e non in mezzo alla nomenklatura, vicino alle persone normali...
So che Jaruzelski negli ultimi tempi si teneva al corrente della salute di
Jacek, lo chiamava...
*
Adesso ci sono molti ragazzi giovani che hanno preso il testimone di Jacek.
Le sue ultime battaglie si erano concentrate sull'Ucraina. Lui era nato a
Leopoli e si sentiva mezzo ucraino, rivendicava di esserlo.
Jacek e' morto a meta' giugno. A luglio siamo andati a Leopoli a cercare la
casa dove era nato. Il tutto senza alcuna indicazione, con suo fratello
minore che aveva dei ricordi vaghissimi. Anche l'infermiera ucraina che si
occupava di lui (e con cui aveva fatto l'ultimo viaggio a Leopoli, l'anno
prima, gia' sulla sedia a rotelle) si ricordava, ma non perfettamente.
Comunque l'abbiamo trovata; quando il fratello ha visto le foto, ha
confermato.
Come dicevo, il suo ultimo impegno e preoccupazione erano per l'Ucraina. Era
riuscito a far nascere una commissione parlamentare per le minoranze e il
riconoscimento dei diritti degli ucraini; lavorava per la pace tra polacchi
e ucraini. L'Ucraina e' stata la sua ultima battaglia: bisognava aiutare
l'Ucraina a diventare un paese democratico, fare il lavoro di base,
promuovere la nascita di una societa' civile, cosi' come avevamo fatto in
Polonia.
Era stato anche invitato in quel paese che gli aveva conferito una delle sue
piu' alte onorificenze. Per lui era stata una grande gioia: me lo ricordo
sulla sedia a rotelle, con l'infermiera, il fratello, la moglie...
A Varsavia io abito in una casa a soli 500 metri da quella di Jacek e lui
veniva sempre da noi la sera della vigilia di Natale; prima andava a casa di
suo figlio fuori citta', poi verso le sette andavo a prenderlo in macchina e
lo portavo da noi, dove si fermava fino a mezzanotte. L'ultimo capodanno
avevo organizzato una cena a casa da noi. Jacek ci ha chiesto di andare da
lui presto, che poi andava a dormire, non ce la faceva ad aspettare la
mezzanotte. Cosi', dopo gli antipasti, abbiamo interrotto e siamo andati da
lui. Eravamo una quindicina di persone e sapevamo che quelli sarebbero stati
gli ultimi auguri di nuovo anno...
Ebbene, erano le nove e mezza circa e Jacek ha voluto assolutamente farci
vedere il video del suo viaggio a Leopoli; un'ora e mezza in piedi - non
c'era posto a sedere - tutti davanti a questo televisore, a sentire e vedere
il pellegrinaggio degli ortodossi, poi quello dei cattolici, poi i riti, i
discorsi dei politici... una cosa che non finiva piu' e lui che controllava
che nessuno distogliesse lo sguardo dal video. Per lui la cosa piu'
importante era che fossero assieme, cattolici polacchi, greci ortodossi, al
cimitero dove sono stati sepolti i martiri polacchi e ucraini; ci stava
dicendo "Ci sono riuscito alla fine!".
... il presidente ucraino, e' venuto al funerale, ha fatto un discorso molto
bello e ha posato sulla bara una sciarpa bianca ricamata usato per matrimoni
e funerali.
Quando poi c'e' stata la rivoluzione arancione, alcuni dei giovani di
Varsavia che andavano a Kiev, Leopoli, a portare solidarieta', aiuto, a
partecipare, dicevano di farlo sulla scia della battaglia di Jacek; una
terza generazione di figli di Jacek, che l'hanno conosciuto non come
educatore, ma leggendo quello che aveva scritto, alcuni frequentando quella
casa.
Dopo la rivoluzione, con alcune amiche e la moglie - tutte donne - siamo
andate a visitare la tomba di Jacek. Ancora non c'e' la pietra, dobbiamo
decidere collettivamente, pero' ci sono due piccoli pini. Ecco, siccome
alcuni ragazzi avevano portato una sciarpa arancione da Magadan, in Ucraina,
l'abbiamo messa su un pino e poi abbiamo appeso dei mandarini come
decorazione, era Natale... ho ancora le foto nel computer...

6. LE ULTIME COSE. FOSCO FUNESTI: LA ROSA
[Rosa Luxemburg, 1871-1919, e' una delle piu' limpide figure del movimento
dei lavoratori e dell'impegno contro la guerra e contro l'autoritarismo.
Assassinata, il suo cadavere fu gettato in un canale e ripescato solo mesi
dopo; ci sono due epitaffi per lei scritti da Bertolt Brecht, che suonano
cosi': Epitaffio (1919): "Ora e' sparita anche la Rosa rossa, / non si sa
dov'e' sepolta. / Siccome ai poveri ha detto la verita' / i ricchi l'hanno
spedita nell'aldila'"; Epitaffio per Rosa Luxemburg (1948): "Qui giace
sepolta / Rosa Luxemburg / Un'ebrea polacca / Che combatte' in difesa dei
lavoratori tedeschi, / Uccisa / Dagli oppressori tedeschi. Oppressi, /
Seppellite la vostra discordia". Opere di Rosa Luxemburg: segnaliamo almeno
due fondamentali raccolte di scritti in italiano: Scritti scelti, Einaudi,
Torino 1975, 1976; Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, 1976 (con
una ampia, fondamentale introduzione di Lelio Basso). Opere su Rosa
Luxemburg: Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg, Mondadori,
Milano 1977; Paul Froelich, Rosa Luxemburg, Rizzoli, Milano 1987; P. J.
Nettl, Rosa Luxemburg, Il Saggiatore 1970; Daniel Guerin, Rosa Luxemburg e
la spontaneita' rivoluzionaria, Mursia, Milano 1974; AA. VV., Rosa Luxemburg
e lo sviluppo del pensiero marxista, Mazzotta, Milano 1977]

Quando il partito del proletariato
voto' la guerra, Rosa non si arrese:
organizzo' la lotta per la pace
per il pane, il diritto, l'internazionale
futura umanita' e presente.

Quando i governi decretarono i corpi
degli esseri umani non altro fossero
che carne da cannone, allora Rosa
non si arrese: continuo' la lotta
per la dignita' e i diritti di ogni essere umano,
per la liberazione di tutti gli oppressi,
perche' l'unico mondo che abbiamo cessasse di essere
vulcano, fornace, inferno
e fosse invece un luogo in cui abitare
libere, liberi, tutti.

Quando molti si arresero alla menzogna che uccide
allora resisteva Rosa Luxemburg:
nella sua cella soltanto vi era liberta'
tutta la verita' serbava nel suo cuore
tutta l'umanita' quella donna salvava.

Quando la uccisero e nel canale la gettarono
da quel canale la sua voce, il suo volto
tutti i mari raggiunse e tutti i cieli:
ci convoca ancora alla lotta la Rosa rossa
per la pace, la liberazione
la responsabilita' che di ogni persona
si prende cura ed ogni oppressione contrasta.

Questo chiamiamo nonviolenza in cammino.

7. LETTURE. GIUSEPPE ZACCARIA, CRISTINA BENUSSI: PER STUDIARE LA LETTERATURA
ITALIANA
Giuseppe Zaccaria, Cristina Benussi, Per studiare la letteratura italiana,
Paravia, Torino 1999, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. XIV + 210, euro 14.
Un'agile introduzione con molte utili indicazioni bibliografiche per
l'approfondimento. Libri come questo servono anche come invito alla modestia
e all'onesta' intellettuale, come proposta di rigore metodologico, come
esortazione a un costume di serieta' ed impegno. E - come suol dirsi - lo sa
il cielo quanto ce ne sia bisogno.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell?ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell?uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 38 del 24 marzo 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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