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Voci e volti della nonviolenza. 61



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 61 del 15 maggio 2007

In questo numero:
1. Sandra Endrizzi: La pace che viene da sud. Donne ed economie che cambiano
la vita
2. Et coetera

1. SANDRA ENDRIZZI: LA PACE CHE VIENE DA SUD. DONNE ED ECONOMIE CHE CAMBIANO
LA VITA
[Ringraziamo Sandra Endrizzi (per contatti: sandra.endrizzi at altromercato.it)
per averci messo a disposizione il seguente saggio apparso nel volume a cura
di Giovanna Providenti, La nonviolenza delle donne, "Quaderni satyagraha" -
Libreria Editrice Fiorentina, Pisa-Firenze 2006]

Fare pace con se'
Non ci sarebbe nulla di strano nel sentire due donne che discutono del
proprio lavoro, se non fosse che questa conversazione avvenne in un piccolo
villaggio del Bangladesh - a Bhabarpara - tra una giovane ricercatrice
italiana ed un'artigiana che intreccia la iuta.
La giovane ricercatrice ero io, l'artigiana era Chalear, che a soli 16 anni
cambio' radicalmente la propria vita. Quando avvenne la conversazione
Chalear aveva gia' trent'anni di lavoro alle spalle, mentre io ero da circa
due mesi al villaggio e la sentii lamentare: "ah, mi bruciano gli occhi".
Quasi istintivamente mi rivolsi a lei: "Chalear, non hai mai pensato di
ritirarti? Hai una nuora ed una figlia che lavorano la iuta, potresti
stancarti meno se..." ma non riuscii a finire la frase quando incrociai il
suo sguardo. Lei mi guardo' e disse: "no, io nel mio lavoro sono libera".
Stavo cercando di studiare il di piu' del lavoro femminile e la risposta di
Chalear fu la chiave di volta della mia ricerca.
L'esperienza del lavoro della iuta nel villaggio di Bhabarpara sara' ripresa
piu' avanti. C'e' un'importante correlazione tra lavoro, liberta' e ruolo
delle donne, che merita attenzione. La suddivisione sessuale dei compiti e'
presente diffusamente in tutte le societa' sia rurali che industriali con
significati e valori ben determinati. Cio' ha conseguenze sulla condizione
femminile come pure sulla relazione tra i generi sessuali che vivono spesso
in contrapposizione ed in situazione di conflitto, dove la donna ha una
posizione di subordinazione. Ancora piu' marcata e' la soglia tra la sfera
domestica e la sfera pubblica quando si e' in presenza di una societa', come
quella bengalese, che prevede la segregazione della donna in osservanza
delle regole del purdah. Le donne che possono uscire di casa non
accompagnate da un rappresentante maschile della famiglia, sono solo coloro
che hanno estrema necessita' di contribuire al magro bilancio famigliare
attraverso lavori di fatica, spesso nei campi. La sfera domestica e' l'unico
luogo di presenza femminile entro cui la donna puo' agire e contribuire alla
sussistenza della famiglia. Si tratta di un campo molto limitato che la
toglie dalle relazioni sociali pubbliche, per cui non si vedra' nessuna
donna al mercato sia come acquirente che come venditrice. Contravvenire a
queste regole, modificando il proprio comportamento, potrebbe costare molto
caro alle donne di questa societa', dove non solo sarebbero rifiutate in
altri ruoli ma anche pesantemente vessate. Per tale motivo, in Bangladesh le
donne sono indicate come le piu' povere tra i poveri, non sono sufficienti
le leggi contro gli abusi per difenderle. Infatti e' talmente spesso il velo
di omerta' che si leva intorno alla famiglia in cui si consumano violenza ed
abuso che raramente si hanno casi di denuncia. Pensare ad un processo di
sviluppo in Bangladesh, come pure per altri paesi asiatici, significa
superare anzitutto le barriere sociali che relegano le donne tra le mura di
casa. Uscire di casa acquista anche il significato simbolico di uscire dalla
rappresentazione che le donne hanno di se' e vedersi come potenziali
portatrici di reddito. Come gia' detto, spesso il motivo per cui una donna
esce di casa e' dettato dalla necessita' di far fronte all'estrema poverta'
in cui versa la famiglia. La donna quindi e' cosi' costretta a cercare una
fonte di reddito.
Da numerosi studi emerge che la capacita' di poter portare del denaro a casa
ha aumentato la partecipazione delle donne alle decisioni famigliari. Non
solo, al denaro infatti si accompagna anche un guadagno sociale misurabile
in termini di una maggiore considerazione e peso all'interno della famiglia.
Tuttavia, la capacita' economica della donna deve essere uno strumento di
miglioramento e non il fine ultimo. Con cio' si introduce qualcosa di
importante: non e' solo al reddito che dobbiamo guardare se ci vogliamo
interessare allo sviluppo. Non a caso sono attualmente messe in discussione
le teorie economiche che ponevano come misuratore dello sviluppo di un paese
il Pnl (Prodotto nazionale lordo) o i  redditi individuali. Vi sono diversi
studiosi che hanno analizzato il concetto di sviluppo proprio a partire dai
parametri su cui fino ad oggi si e' misurato, ovvero la capacita' di
reddito. Tuttavia questa visione e' riduttiva ed e' invece illuminante
l'analisi che fa Amartya Sen (1) quando identifica nella liberta' uno dei
fattori determinanti per misurare lo "stato di sviluppo" di un paese, di una
comunita' e di una famiglia. Cio' che e' interessante e' che la liberta'
viene intesa come capacitazione (2), ovvero il mezzo e l'effettiva
possibilita' di perseguire ed ottenere cio' che una persona ritiene
importante all'interno della scala dei propri valori. Ci sono quindi diversi
tipi e gradi di liberta', tanto piu' importanti se pensiamo che in alcuni
paesi - come quelli del Sud del mondo - milioni di individui devono ancora
garantirsi la liberta' sostanziale di poter sopravvivere.
Il termine capacitazione e' composto dai due significanti capacita' e
azione, ed e' qui preferito al termine anglosassone empowerment entrato
nella terminologia istituzionale corrente. Nel termine capacitazione viene
valorizzata l'importanza del ruolo attivo dell'individuo all'interno della
societa', dove e' partecipe non tanto come "attore" (ovvero esecutore)
quanto come "ideatore" (ovvero "centro d'azione").
E' proprio questo il cambiamento di prospettiva che Chalear fece all'inizio
della sua avventura, ed e' questo che la porto' a difendere la storia della
propria azione (e non solo attivita' lavorativa) associandola alla liberta',
dicendo che nel suo lavoro e' libera. Un'apertura verso il futuro mettendo
il proprio soggetto al centro dell'azione e non come attore sociale
all'interno di un meccanismo economico.
Chalear ha aperto uno spazio da se' e per se', pur dovendo rispondere alla
impellente esigenza di portare a casa da mangiare. Eppure una spaccatura e'
stata possibile. Chalear ha individuato il suo centro d'azione, che in
questo caso possiamo chiamare punto di leva, su cui ha saputo poggiare per
poter spostare quella pesante pressione sociale che la aveva relegata nel
ruolo di donna reclusa, sposata con una dote (due galline e una bicicletta).
*
Fare pace con la societa'
Il Bangladesh e' un Repubblica Costituzionale a suffragio universale il cui
presidente e' una donna. Nulla di strano se non si sottolinea che in questo
paese le donne subiscono atti di violenza domestica e sociale che spesso
rimangono impuniti. Il contrasto e' quindi evidente. Sebbene non manchino le
leggi che tutelano le donne e che puniscono severamente la violenza, sono
ben rari i casi di denuncia. Subire soprusi per le donne del Bangladesh e'
un fatto quotidiano, una realta' in cui sono cresciute e che hanno imparato
a sopportare convivendo con il silenzio. Nella maggior parte dei casi, le
donne non sanno di avere il diritto di denunciare un uomo e di essere
legalmente garantite per la propria incolumita'. La comunita' isola la donna
che denuncia il proprio marito o che lascia la propria casa, significherebbe
macchiare la propria persona e tutta la famiglia d'origine di una grande
vergogna. Le ritorsioni sono feroci, spesso le donne sono colpite dall'acido
solforico in pieno volto, cosi' da essere punite. Questo succede sia che lo
sgarbo venga direttamente dalla donna, oppure da un membro della propria
famiglia. Colpire una donna significa colpire tutta la sua famiglia, perche'
una volta sfregiata, una donna non potra' essere piu' sposata, non potra'
quindi avviarsi verso un ruolo sociale che la vedra' moglie, nuora per poi
guadagnare il prestigio di suocera.
La dote, il prezzo della sposa, ancora oggi deve essere corrisposta dalla
famiglia della sposa alla famiglia del futuro marito. Saranno i padri ad
accordarsi per il giusto corrispettivo. I due fidanzati si vedranno solo al
momento del matrimonio, quando lo sposo solleva il velo della sposa durante
la cerimonia. La notizia di essere fidanzata dunque viene data dal padre
alla figlia e, generalmente, non e' mai presa come una bella novita'. Spesso
inizia un periodo di forte preoccupazione per quello che sara' il futuro.
Madri e sorelle tentano di rassicurare la giovane, ma e' difficile
convincerla. Dopo la puberta', la giovane donna ha gia' imparato ad
osservare le regole del purdha, tuttavia con il matrimonio si aggiungeranno
ulteriori restrizioni e maggiori compiti da assolvere. Il primo sara' dare
un figlio maschio alla famiglia.
Ecco le tappe che scandiscono il futuro di una donna del Bangladesh, sebbene
sia decisamente riduttiva la descrizione qui riportata, corrisponde comunque
alla diffusa realta'.
Nelle citta' c'e' un inizio di apertura e di riconoscimento del lavoro
femminile (in uffici e in pubblici esercizi), nonostante cio' la situazione
nelle aree rurali rimane ancorata alle osservanze della rappresentazione
consolidata del ruolo femminile.
Abbiamo qui osservato la condizione delle donne dal punto di vista
dell'assenza o se si preferisce della non-presenza. Le donne assenti dalla
sfera pubblica riescono a mantenere vive le relazioni sociali pur da una
posizione di totale oscurita'. Attraverso i legami famigliari e di vicinato,
le donne riescono a raggiungersi nelle diverse case. A cio' si aggiunge che
si tratta di famiglie allargate, dove un nucleo puo' essere composto anche
da dodici membri, quindi un luogo dove convivono piu' generazioni e piu'
donne. Siccome l'attenzione e' usualmente spostata sulla sfera pubblica
(quella piu' visibile) questi rapporti sono spesso "non visti" oppure
sottovalutati. Si tratta di relazioni invisibili a cui non viene dato molto
peso, sebbene vi sia la presenza di scambi essi non appartengono al mercato.
Quello che le donne si scambiano puo' essere indicato con il termine di
"servizi", aiuto in caso di malattia nello svolgere alcune faccende
domestiche, custodia dei bambini nel caso la madre sia occupata
temporaneamente altrove, prestito di utensili per la casa e cosi' via. Sono
solo alcuni esempi delle innumerevoli attivita' che le donne svolgono. Non
essendo monetizzati, sfuggono alla visione di un mercato centrato sul
calcolo del reddito. Certamente non producono ricchezza se il nostro
misuratore e' il reddito pro-capite, ci sono pero' anche altri fattori che
possono contribuire al cambiamento delle condizioni di una famiglia. Se
spostiamo quindi l'attenzione dal computo del reddito ad una piu' ampia
visione di capacitazione, riusciamo ad includere anche quei "servizi" che le
donne svolgono abitualmente. Rimane pero' una differenza sostanziale a cui
porre attenzione, la mancata produzione di reddito e' il motivo centrale che
rende il lavoro invisibile e il suo valore non viene calcolato nell'apporto
alla famiglia. Questo e' determinante nella gestione delle risorse e nella
partecipazione alle decisioni. Quanto detto vale anche per quelle donne che
in Bangladesh (come in altri paesi asiatici) sono costrette ad uscire di
casa e lavorare a servizio presso terzi oppure nei campi. Il loro apporto al
lavoro viene considerato di rendimento inferiore rispetto quello di un uomo,
pertanto non verra' corrisposto un salario in denaro bensi' in beni. Per
esempio, se una donna si reca nei campi a lavorare, anzitutto dovra'
mettersi in fila davanti alla proprieta' del datore di lavoro che, quando
arriva, sceglie i lavoratori della giornata. Se una donna viene scelta per
raccogliere il riso, allora le verra' corrisposta una certa quantita' di
riso da portare a casa. Nel caso di un campo di iuta le verra' corrisposto
un certo quantitativo di iuta e cosi' via. Mentre, nel caso del lavoro
industriale, dove pure sono presenti in gran quantita' le donne, il salario
e' decisamente inferiore a quello di un uomo. La motivazione formale e'
sempre la stessa: le donne rendono meno, sostanzialmente - invece - si sa
bene che le donne lavorano molto. Assumendole dunque, si guadagna due volte,
il salario e' piu' basso e il lavoro svolto non ha nulla di differente da
quello maschile.
Parlare di sviluppo prendendo come parametro il reddito pro-capite, quindi,
risulta riduttivo e fuorviante. Si otterrebbe infatti, che se un uomo
potesse guadagnare di piu', il reddito pro-capite familiare salirebbe e se
ne desumerebbe erroneamente che quei soggetti hanno una buona qualita' della
vita.
Andiamo a vedere cosa succede nella distribuzione delle risorse all'interno
della famiglia. Avere scarse possibilita' di accesso al cibo non e' solo la
conseguenza di una scarsa capacita' d'acquisto. Vi sono paesi dell'Asia, del
Nord Africa e la Cina dove le donne sono in stato di denutrizione, molto di
piu' rispetto ai membri maschili della loro famiglia. Questo perche'
all'interno del nucleo famigliare hanno la precedenza alimentare gli uomini
ed i bambini, talvolta le bambine sono addirittura lasciate morire. Questo -
come pure il gia' visto apporto del lavoro femminile - non e' spiegabile
soltanto con il denaro a disposizione ma con la distribuzione delle risorse
all'interno della famiglia. Lo stesso risulta se guardiamo alla
scolarizzazione molto bassa per le ragazze. Quindi la scarsita' di risorse
economiche in alcuni casi non ci dice molto sul fenomeno della
disuguaglianza dei sessi; se non si apre l'analisi ai fattori socioculturali
si rischierebbe di ottenere un quadro distorto della realta'.
In altre parole, il miglioramento delle condizioni economiche di una
famiglia non assicura un pari accrescimento del benessere dei membri. Non vi
e' una relazione diretta di causa ed effetto tra fattori economici e fattori
sociali. Non e' sufficiente mettere del denaro nelle mani delle donne
affinche' la condizione femminile possa cambiare tout court.
*
Fare pace con il mercato
Nei primi anni '80 in Bangladesh e' nato uno strumento ideato per abbattere
i limiti imposti dalle istituzioni, che si e' poi dimostrato avere ottimi
risultati sia economici che sociali, se concesso alle donne. Nella maggior
parte dei casi, il microcredito ha permesso a molte donne di fare pace con
la societa'. L'accenno riguarda il microcredito che venne pensato da
Muhammad Yunus, il quale vide nelle donne povere un tesoro di capacita'
senza pero' la possibilita' di metterle a frutto. Infatti, la mancanza di un
piccolo capitale da investire per avviare attivita' di piccolo commercio
molte volte era - e rimane - la principale causa dell'esclusione dei poveri
dal mercato. Senza garanzie materiali nessuna banca presta del denaro, a
maggior ragione ad una donna (che in molti paesi non ha diritto di
proprieta' e di eredita').
Il professore Yunus ha strutturato un percorso creditizio in modo che i
singoli fossero responsabili delle quote prestate all'interno di un gruppo
di controllo, dove se uno dei membri non puo' restituire la quota prestata
saranno gli altri a dover rifondere la cifra. Scatta cosi' il meccanismo di
supervisione all'interno del gruppo (3).
Le donne si sono dimostrate particolarmente abili nella gestione del
capitale prestato che - come dice la parola stessa microcredito - e' sempre
di entita' ridotta. Dopo trent'anni di esperienza nella gestione di questo
strumento creditizio da parte di numerose istituzioni governative e non
governative, emerge dagli studi antropologici e sociologici che le donne,
con un credito, sanno introdursi negli interstizi del mercato. Piccoli spazi
sono stati aperti e "riadattati" dalle donne, sia che si tratti di piccole
attivita' volte al mercato locale sia che si tratti di attivita' volte alla
commercializzazione internazionale attraverso il Commercio Equo e Solidale.
Ritorniamo al villaggio di Bhabarpara, dove piu' di trent'anni fa Chalear
inizio' l'impresa fondando una cooperativa di donne ed imparando ad
intrecciare la iuta per farne tappeti, shike (4), amache e tanti altri
piccoli oggetti. Chalear a meta' degli anni '70 era una giovane donna
musulmana, scappata dalla casa del secondo marito. Una vergogna per la
propria famiglia, che la rifiuto'. Soltanto il nonno la prese con se',
dicendole di trovarsi un lavoro. A quel punto le possibilita' erano due:
andare a lavorare a giornata in un campo (riso o iuta), andare a servizio
presso una casa di benestanti. In entrambi i casi il suo salario sarebbe
stato un pasto caldo e nulla di piu'. Si rivolse dunque a un padre saveriano
(5), missionario presso il villaggio, per chiedere se fosse a conoscenza di
qualcuno in citta' in grado di accoglierla come donna a servizio. Si
ritrovo' invece con un'offerta ben diversa: ricevere un piccolo prestito,
frequentare un corso e imparare a lavorare la iuta. Si uni' cosi' ad un
gruppetto di quattro donne. Quando Chalear racconta la sua storia dice: "non
avevo niente da perdere, cosi' ho imparato a lavorare la iuta". Queste
parole suonano tanto piu' importanti se si considera che a meta' anni
Settanta il Bangladesh era appena diventato uno stato indipendente (dal
Pakistan), dopo una cruenta guerra. A quel tempo il Bangladesh era ricco di
una sola materia, di cui era il piu' grande produttore al mondo: la iuta.
Utilizzata per imballaggi nei bastimenti, venne sostituita dalle fibre
sintetiche e dal polistirolo (all'acquisto materiali molto piu' economici,
in termini ambientali hanno un costo elevatissimo). Chalear a quel tempo era
si' una povera ragazza analfabeta, ma non le servivano grandi calcoli per
rendersi conto che la iuta non la voleva piu' nessuno e che i campi erano
praticamente abbandonati. Una scommessa un po' pericolosa quindi quella
della cooperativa. Ma, forse, quando non si ha niente da perdere la sorte la
si sfida con piu' coraggio.
Il salto nel buio non fu soltanto quello di prendere a prestito del denaro
(attraverso un microcredito), lo scoglio maggiore era quello di essere una
donna che avvia in proprio un'attivita' economica. Quindi una donna che esce
dallo schema sociale prefigurato.
Dopo qualche anno in Europa nasceva quello che poi si sarebbe affermato come
il Commercio Equo e Solidale (in inglese Fair Trade), un canale commerciale
entro il quale le donne della cooperativa di Bhabarpara hanno venduto - e
tuttora lo fanno - i loro prodotti. Non solo il microcredito ricevuto
inizialmente e' stato restituito, ma oggi hanno anche guadagnato la stima
della banca locale che e' ben lieta di riceverle presso la propria sede dove
le donne possiedono il loro personale conto corrente. All'interno della
cooperativa le donne hanno saputo amministrare il proprio sapere ed il
proprio guadagno. E' attraverso una invisibile ma resistente rete
relazionale che hanno saputo procedere durante i trascorsi trent'anni di
attivita'. Non senza difficolta' certamente, molte hanno cambiato la propria
vita. Qualcuna dice di non essere piu' picchiata, qualcuna esalta la
possibilita' di poter uscire di casa, tutte sono fiere di aver cambiato la
propria esistenza e di comprendere il valore del proprio lavoro e delle
proprie opinioni (6).
Dai commenti delle donne risulta quindi che il risultato maggiore ottenuto
con il lavoro e' misurabile in termini di riconoscimento sociale. Un
traguardo di cui sono orgogliose perche' e' stato raggiunto con la costanza
di tutte le donne nell'aiutarsi reciprocamente e nel saper costruire un
lavoro che si facesse forza delle relazioni tra le socie. Il mercato e'
diventato uno spazio libero - e non libero mercato - entro cui agire le
proprie capacita', i propri diritti e da cui trarre beneficio per la propria
esistenza. Cosi' da trent'anni le donne della cooperativa di Bhabarpara
esportano, con successo, in tutto il mondo i loro prodotti di iuta.
*
Fare pace con la globalizzazione
Come puo' una piccola cooperativa di sessanta donne essere inserita nel
mercato globale? Ebbene, se si considerano alcune differenziazioni allora e'
possibile. Anzitutto, negare l'esistenza o anche l'importanza del mercato
sarebbe come negare l'esistenza o l'importanza del bisogno di interazione
tra esseri umani. Sono le distorsioni che nel mercato hanno trovato un buon
nascondiglio che sono da scoperchiare e additare. Si tratta di meccanismi
che hanno le loro radici nel colonialismo piuttosto che nello scambio di
merci. Come ricorda Amartya Sen "per migliaia di anni, viaggi o migrazioni,
scambi di merci di conoscenze acquisite hanno rappresentato una forma di
globalizzazione, che ha contribuito al progresso dell'umanita'. E fermarla
avrebbe arrecato un danno irreparabile" (7). La globalizzazione - in se' -
non e' il male che logora il mondo e che impoverisce sempre di piu' i poveri
e le povere. Il problema principale non sta nel mercato, bensi' nella
diseguaglianza tra i popoli che ha conseguenze molto gravi sia umane che
ambientali. L'impiego massivo di manodopera a basso costo, lo sfruttamento
intensivo delle risorse naturali senza la preoccupazione per la loro
rigenerazione, non sono la diretta conseguenza dello scambio di merci,
bensi' il risultato di un mercato che opera in nome di una certa liberta'.
E' a questo punto che le strade si dividono, da un lato - nel libero
mercato - la liberta' viene associata allo scambio delle merci che possono
circolare per il mondo. Dall'altro lato c'e' una liberta' che mette al
centro il soggetto che agisce, con dignita', e che dentro il mercato e'
libero di muoversi. Ecco, la prospettiva e' decisamente invertita. Sebbene i
termini che si utilizzano, talvolta, siano cosi' simili. Le donne della
cooperativa di Bhabarpara hanno agito una liberta' che le ha fatte
progredire, per una strada loro, impostata da loro, forse lontana dal
concetto di progresso che impregna l'immaginario collettivo occidentale,
fatto di beni ed oggetti tecnologici. E' ben riconoscibile pero' un percorso
di liberta' che ha portato le donne ad essere inserite in un'economia
globale, attraverso l'esportazione di beni. Essere parti attive nella
globalizzazione e' il cambiamento di prospettiva, quello espresso da Chalear
con le sue parole "io nel mio lavoro sono libera".
Nel Commercio Equo e Solidale la cooperativa di Bhabarpara, cosi' come tante
altre organizzazioni iscritte all'Internation Fair Trade Association (Ifat)
(8) hanno trovato la via per poter agire nel mercato. Il messaggio centrale
del movimento del Commercio Equo e Solidale e' ben espresso nelle parole del
fondatore Frans van der Hof quando scrive "quanto a noi, vogliamo una
liberta' in cui l'elemento centrale sia l'essere umano piuttosto che una
liberta' dettata dalle leggi del mercato... la liberta' e' un prerequisito
indispensabile a qualsiasi tentativo di miglioramento sociale ed economico
della societa'. Noi tuttavia rifiutiamo di accettare la fatalita' di un
modello che ha la pretesa di essere globale ed esclude piu' della meta'
della popolazione dai benefici dello sviluppo e che ignora l'ambiente" (9).
Ci sono centinaia di migliaia di storie che si potrebbero raccontare e tutte
fanno parte di quel movimento che crede nella bonta' di un mercato in grado
di portare e conservare il di piu' di quel lavoro manuale ed artigianale che
viene svolto in tutte le parti del mondo. Cio' lo rende globale,
nell'abbraccio delle tre "E": economia, ecologia ed equita' (10).
Nella convinzione che la pace sia un bene comune, che non possiamo
acquistare e neanche vendere, la possiamo custodire dentro di noi e renderci
donne e uomini liberi di agirla anche attraverso piccoli gesti quotidiani,
perche' la scelta e' una responsabilita' personale.
*
Note
1. A. Sen, Lo sviluppo e' liberta', Mondadori, Milano 2000.
2. Traduzione del termine anglosassone capability.
3. M. Yunus, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano 1999.
4. La shika e' originariamente un cestello in fibra morbida entro cui si
andavano a posizionare le giare d'acqua o altri contenitori. Ponendo due
shike alle estremita' di un bastone, e' possibile trasportare a spalla una
buona quantita' di materiale. Oggi sono conosciute nelle nostre case come
portavasi da appendere al soffitto.
5. Padre Giovanni Abbiati ha sostenuto il lavoro della cooperativa di
Bhabarpara incoraggiando ad avviare l'attivita' e trovando i fondi per
iniziarla.
6. Per un approfondimento sulla percezione del cambiamento tra le socie
della cooperativa di Bhabarpara si veda Sandra Endrizzi, Pesci piccoli.
Donne e cooperazione in Bangladesh, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p.
122.
7. A. Sen, Globalizzazione e liberta', Mondadori, Milano 2003, p. 15.
8. Per una lista completa delle organizzazioni socie e per maggiori
approfondimenti sul tema del Fair Trade si veda il sito www.ifat.org
9. F. van der Hof, Faremo migliore il mondo. Idea e storia del commercio
equo e solidale, Paravia - Bruno Mondadori, Torino-Milano 2005, p. 99.
10. Ibid., p. 96.

2. ET COETERA

Sandra Endrizzi (Trento, 1974), laureata in scienze della formnazione con
una tesi di antropologia culturale, ricercatrice sul campo, impegnata nella
rete del commercio equo e solidale, lavora presso il consorzio
Ctm-Altromercato a Bolzano (www.altromercato.it) come responsabile dei
progetti di cooperazione in Asia. Opere di Sandra Endrizzi, Pesci piccoli.
Donne e cooperazione in Bangladesh, Bollati Boringhieri, Torino 2002; (con
Paola Bizzarri), Tutto il riso del mondo, Sonda, Torino-Milano 2004.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 61 del 15 maggio 2007

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