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La domenica della nonviolenza. 112



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 112 del 20 maggio 2007

In questo numero:
1. Alcuni recenti interventi di Umberto Santino
2. Umberto Santino: Un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia
3. Umberto Santino: Mafia e camorra, Palermo e Napoli
4. Umberto Santino: La citta' reale e le buone intenzioni
5. Umberto Santino: Sulla Commissione parlamentare antimafia
6. Umberto Santino: Di chiodi e di libri
7. Umberto Santino: Portella della ginestra, sessanta anni dopo

1. EDITORIALE. ALCUNI RECENTI INTERVENTI DI UMBERTO SANTINO
[Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici
piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi
studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri
criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000; Dalla mafia alle mafie, Rubbettino, Soveria Mannelli
2006; Mafie e globalizzazione, Di Girolamo Editore, Trapani 2007. Su Umberto
Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve rassegna
di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su "La nonviolenza e' in
cammino" nei nn. 931-934]

Estraendoli dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato" (per contatti: Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax:
091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it) che dirige,
proponiamo di seguito alcuni recenti interventi di Umberto Santino, studioso
e militante del movimento antimafia, il cui contributo teorico e pratico
riteniamo da decenni fondamentale.

2. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: UN MEMORIALE-LABORATORIO DELLA LOTTA ALLA
MAFIA
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento dal titolo "Una proposta del Centro Impastato: un
'Memoriale-Laboratorio' della lotta alla mafia", gia' apparso nell'edizione
palermitana del quotidiano "La Repubblica" il 31 ottobre 2006]

Qualche tempo fa il Centro Impastato aveva lanciato la proposta della
creazione a Palermo di un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia. La
proposta nasceva da una duplice esigenza: offrire un percorso storico
dell'evoluzione del fenomeno mafioso, dalle origini ai nostri giorni, e
soprattutto delle lotte contro di esso, dal movimento contadino a oggi;
creare una casa delle associazioni che ospitasse le varie realta' operanti
nella citta', che spesso non hanno una sede o hanno sedi precarie e
inadeguate. E per avviare la realizzazione del progetto il Centro proponeva
che si cominciasse con l'allestimento di una mostra
fotografico-documentaria, che riprendesse e integrasse le mostre curate
dallo stesso Centro nella sua trentennale attivita'.
La proposta mirava a una riprogettazione del patrimonio museografico della
citta', mettendo finalmente in cantiere la creazione di un Museo storico di
Palermo e della Sicilia. In altre citta' sono sorti negli ultimi anni luoghi
della memoria, come per esempio i Memoriali della Resistenza. Palermo e la
Sicilia hanno vissuto la lotta alla mafia come una Resistenza permanente,
che ancora non e' finita e che per alimentarsi ha bisogno di recuperare la
memoria, ricostruendone la trama in moda da renderla fruibile da tutti i
cittadini, come pure da visitatori non frettolosi, e di trovare uno spazio
comune di riflessione e di programmazione, per avviare iniziative unitarie,
nel rispetto della storia e dell'identita' di ciascuno.
Non so che fine abbia fatto la mozione presentata nel luglio del 2005 da
alcuni consiglieri comunali, con la proposta di utilizzare Palazzo Tarallo,
in via delle Pergole, come sede del Memoriale; come si ricordera', la
proposta di utilizzare Villa Pantelleria, confiscata ai mafiosi, come
Biblioteca della legalita', non si e' potuta realizzare, per la pretesa
dell'amministrazione comunale che le associazioni coinvolte in quel progetto
(il Centro Impastato, il Centro Terranova, la Fondazione Costa, il Centro
Pio La Torre) affrontassero le spese di restauro. Ma questo non vuol dire
che non si possano trovare altre strade, individuando un altro bene
confiscato alla mafia o coinvolgendo nell'iniziativa l'Universita', che in
questi anni e' riuscita ad avviare il restauro di immobili prestigiosi, per
lungo tempo condannati all'incuria e all'abbandono, come dimostrano le
recenti iniziative di aprire i cantieri di restauro ai cittadini.
Credo che le associazioni piu' seriamente impegnate, le scuole che da anni
svolgono iniziative di educazione a una legalita' non solo formale, gli
istituti universitari, l'Universita' nel suo complesso possano essere
disponibili per portare a compimento un progetto che qualificherebbe il
patrimonio culturale cittadino e regionale e possano insieme contribuire a
rinnovare le politiche istituzionali, ben note per la disinvoltura con cui
si sprecano milioni di euro in iniziative che di culturale hanno soltanto il
nome.
Qualche parola, infine, sui sindacati, in particolare sulla Cgil. L'anno
scorso, in seguito a una mia richiesta, i dirigenti della Camera del lavoro
avevano assicurato che avrebbero posto quanto prima una lapide per ricordare
Giovanni Orcel, il segretario dei metalmeccanici ucciso dalla mafia il 14
ottobre 1920, sul luogo dell'assassinio, all'angolo tra Corso Vittorio
Emanuele e via Collegio Giusino. La lapide ancora non si e' vista e
nell'aprile scorso avevo proposto al segretario regionale che la mostra di
cui parlavo prima venisse inserita tra le iniziative per il centenario della
Cgil. La proposta finora e' stata lasciata cadere e nella mostra dal titolo
"I costruttori" ospitata all'Albergo delle povere la Sicilia era quasi
completamente assente. E dire che il ruolo del sindacato nella lotta contro
la mafia e' stato fondamentale e il suo tributo di sangue altissimo. Spiace
che la memoria di quella storia non trovi l'accoglienza che meriterebbe tra
gli eredi dei suoi protagonisti.

3. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: MAFIA E CAMORRA, PALERMO E NAPOLI
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento del 6 novembre 2006.
Isaia Sales, gia' parlamentare e sottosegretario, studioso e militante
impegnato nella lotta contro i poteri criminali. Opere di Isaia Sales: La
camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma 1988, 1993; Leghisti e sudisti,
Laterza, Roma-Bari 1993; Il sud al tempo dell'euro. Una nuova classe
dirigente alla prova, Editori Riuniti, Roma 1999; Riformisti senz'anima. La
Sinistra, il Mezzogiorno, gli errori di D'Alema, L'Ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; (con Marcello Ravveduto), Le strade della violenza. Malviventi
e bande di camorra a Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2006]

Nelle ultime settimane, in seguito al replicarsi di eventi delittuosi a
Napoli e dintorni, l'interesse di giornalisti e studiosi si e' polarizzato
sulle differenze, reali e presunte, tra mafia siciliana e camorra campana e
tra Palermo e Napoli.
Un recente libro di Isaia Sales, Le strade della violenza. Malviventi e
bande di camorra a Napoli, L'ancora del mediterraneo, Napoli 2006, affronta
l'argomento e credo che dia un contributo utile per evitare la solita
pioggia di luoghi comuni. Sales, per dare un quadro degli esiti a cui sono
pervenuti gli studi sulla mafia, ritiene che l'ipotesi definitoria "piu'
esauriente e convincente" sia il mio "paradigma della complessita'", cosi'
riassumibile: i gruppi criminali piu' o meno rigidamente strutturati (Cosa
nostra e altri gruppi, come la Stidda e i clan catanesi) agiscono
all'interno di un contesto relazionale, configurando un sistema di violenza
e illegalita' finalizzato all'accumulazione del capitale e all'acquisizione
e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e
gode di un certo consenso sociale. L'organizzazione criminale e' una
componente di un blocco sociale transclassista, dominato dai soggetti
illegali e legali (professionisti, imprenditori, politici, rappresentanti
delle istituzioni) piu' ricchi e potenti, definibili come "borghesia
mafiosa"; il fenomeno mafioso e' un prisma a piu' facce, risultato del
combinarsi di aspetti criminali, economici, politici e culturali; la sua
specificita' consiste nel non riconoscimento del monopolio statale della
forza e nella "signoria territoriale", intesa come controllo capillare della
vita quotidiana e delle attivita' che si svolgono sul territorio e
nell'intreccio con le istituzioni; il rapporto mafia-Stato si configura come
confronto-interazione tra due doppiezze: la mafia e' insieme fuori e contro
e dentro e con lo Stato; quest'ultimo coniuga il monopolio formale della
giustizia con la tolleranza nel confronti della mafia, che ha goduto di un
alto tasso di impunita'.
Sales ritiene che questo schema non sia applicabile in toto alla camorra,
che viene cosi' definita: un insieme di organizzazioni criminali senza
gerarchie al proprio interno e senza una regia unitaria o una comune
strategia criminale, che agisce all'interno di un contesto relazionale
radicato nei vicoli, nei quartieri, nelle periferie di Napoli e nel
territorio urbano nel raggio di 40 chilometri attorno a Napoli, all'interno
cioe' di un ambiente sociale degradato, da cui si parte e su cui ci si basa
per estendere relazioni al di fuori di esso, configurando un sistema di
violenza e di illegalita' finalizzato all'accumulazione del capitale - e
dunque all'acquisizione e gestione di posizioni di potere - che viene in
gran parte reinvestito e riutilizzato nei mercati illegali, che si avvalgono
di un loro codice culturale e di un vasto consenso sociale ma al tempo
stesso piu' circoscritto ai ceti di cui sono espressione. Non c'e' attorno a
loro un'estesa borghesia camorristica, cosi' come nella mafia, in quanto
l'integrazione tra camorristi e l'insieme della societa' circostante e' meno
agevole e trova piu' barriere che in Sicilia.
Anche il fenomeno camorristico e' un prisma a piu' facce, ma la sua
principale caratteristica e' una simbiosi fortissima con il contesto sociale
da cui nasce e in cui opera. La "signoria territoriale" e' totale e
asfissiante, ma fuori del territorio in cui e' insediata si diluisce e non
e' in grado di esercitare un controllo e un'influenza altrettanto
simbiotica. L'intreccio con le istituzioni pubbliche e' meno forte e
duraturo nel tempo. La camorra resiste e prospera anche senza un rapporto
organico con la politica. Ha bisogno di godere della tolleranza delle
istituzioni dello Stato per dominare sui mercati illegali, ma non puo'
vantare un intreccio stabile. Fanno eccezione alcune bande delle province di
Napoli, Salerno e Caserta, piu' simili alla mafia.
Lo schema proposto da Sales ci da' un quadro dominato dalla frammentazione e
certamente e' da cercare in essa la causa principale della guerra permanente
che caratterizza la camorra napoletana. Il quadro si complica ulteriormente
se si allarga fino a comprendere la gamma della criminalita' disorganizzata
e della microcriminalita' e se si considera quanto diffusa e radicata sia la
cultura della violenza in ampi strati della popolazione, a cominciare dai
giovanissimi (un insegnante riferisce che gli alunni vanno a scuola con i
coltelli in tasca). Non per caso a Napoli si parla di "sistema", per
indicare un universo composito e onnicomprensivo, anche se sembrerebbe piu'
adeguato parlare di coacervo. Resta da vedere, rispetto allo schema
profilato da Sales, se e quanto siano coinvolti soggetti classificabili come
borghesi (e' documentata da tempo la presenza di imprenditori legati alla
camorra e di camorristi-imprenditori, soprattutto nel mercato edilizio) e se
la consistenza dell'accumulazione illegale (si parla di 28 miliardi di euro
l'anno, anche se queste cifre vanno prese con le pinze, si tratta in ogni
caso di stime) non costituisca il terreno di formazione di una borghesia
camorristica. Rimanderei inoltre a verifiche ulteriori l'affermazione
secondo cui l'integrazione dei camorristi nel contesto sociale sia meno
agevole rispetto a quella della mafia nella societa' siciliana e l'altra che
vorrebbe l'intreccio con le istituzioni meno forte e duraturo (si pensi a
cos'e' stata l'"economia di catastrofe" innescata dal terremoto irpino).
Quel che e' certo e' che non c'e' in Campania un governo del crimine
esercitato dai gruppi camorristici, in conflitto tra loro, e non c'e' un
soggetto istituzionale in grado di imporre il monopolio della forza. Ma il
ricorso alla violenza da parte dei gruppi camorristici e degli altri
criminali e' pur sempre finalizzato alla conquista di spazi economici e di
potere e la ferocia della guerra in corso si spiega soprattutto con il fatto
che il controllo delle risorse puo' ottenersi con la supremazia, anche
precaria, in gioco nello scontro militare. Quindi una strategia di
prevenzione e di contrasto non puo' fermarsi alla repressione della violenza
in una prospettiva almeno di contenimento, deve necessariamente mirare a una
diversa articolazione delle risorse. Se la risorsa principale di Napoli e
dintorni resta l'economia illegale, non c'e' nulla da fare.
*
Tanto a Napoli che a Palermo, si tratta di mirare a una riappropriazione del
territorio e a tal fine occorre una strategia integrata, che agisca su piu'
terreni. Se un numero adeguato di uomini delle forze dell'ordine, dislocate
sul teatro urbano in modo efficace, e la certezza della punizione,
improbabile in tutta l'Italia e nel Mezzogiorno in particolare, possono
scoraggiare la commissione di reati, solo una rete di servizi e di spazi di
socializzazione possono dare il senso di una vita comunitaria, diversa dalla
barbarica contrapposizione di tutti contro tutti, ma senza il rafforzamento
dell'economia legale si lascera' terreno libero alle molteplici risorse
dell'accumulazione illegale. Lo smantellamento dell'Italsider di Bagnoli ha
lasciato un vuoto che i gruppi camorristici riempiono a loro modo e che non
puo' certo essere colmato dal lavoro precario o peggio da quello nero. Una
fabbrica non e' solo un luogo di produzione, ma anche, o soprattutto, un
laboratorio di cultura e di vita civile. E lo Stato rimarra' un soggetto
estraneo e nemico se non c'e' un adeguato sviluppo della societa' civile
organizzata. Gli stessi servizi istituzionali sono visti come corpi estranei
se non si educano gli abitanti alla partecipazione. Valga per tutti
l'esempio delle scuole dello Zen di Palermo, regolarmente soggette a
vandalismi: se non si coinvolgono i genitori e gli alunni e se questi non li
considerano come beni propri, non bastera' qualche custode a far cessare le
devastazioni.
A differenza da Palermo, dove alla parentesi della cosiddetta "primavera" e'
succeduto, non per caso, il trionfo del berlusconismo, che ha trionfato
anche in molti comuni siciliani amministrati per anni dal centrosinistra
(qualcuno si e' chiesto perche'?), a Napoli governa ormai da tempo il
centrosinistra e non si puo' gridare alla strumentalizzazione da parte delle
forze di centrodestra quando si indicano limiti ed errori. Se le sinistre
napoletane e campane vogliono svolgere un ruolo positivo in un processo di
liberazione e ricostruzione, necessariamente lungo e ovviamente difficile,
non possono non guardarsi al loro interno e vedere cosa non ha funzionato e
in cosa si e' sbagliato. Se nella "primavera" palermitana volavano le
rondini dell'effimero, a cominciare dal dispendioso neobarocchisno del
festino, il "rinascimento" napoletano, a dire di un artista napoletanissimo
come Roberto De Simone, puntava piu' sull'evento che sul progetto.
In ogni caso, tanto a Napoli che a Palermo servono a ben poco gli appelli al
rispetto della legalita', in un contesto in cui l'illegalita' e' insieme
fonte di arricchimento e cultura sedimentata e condivisa, e non occorrono
miracolatori, ne' nuovi ne' vecchi ne' tanto meno riciclati. Se si vuole
cambiare pagina sono controindicati gli emuli terreni di san Gennaro e di
santa Rosalia. Il recente esito positivo delle lotte dei senzacasa
palermitani dimostra che e' possibile percorrere altre vie, senza patroni e
contro i padrini.

4. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: LA CITTA' REALE E LE BUONE INTENZIONI
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento dal titolo "Sapere Palermo: la citta' reale e le buone
intenzioni", gia' apparso nell'edizione palermitana del quotidiano "La
Repubblica" il 24 novembre 2006.
Amelia Crisantino e' una prestigiosa studiosa e militante antimafia,
collaboratrice del Centro Impastato di Palermo. Tra le opere di Amelia
Crisantino: (con Giovanni La Fiura), La mafia come metodo e come sistema,
Pellegrini, Cosenza 1989; La citta' spugna, Centro Impastato, Palermo 1990;
Cercando Palermo, La Luna, Palermo; Ho trovato l'Occidente. Storie di donne
immigrate a Palermo, La Luna, Palermo 1992; Capire la mafia, La Luna,
Palermo 1994; Della segreta e operosa associazione, Sellerio, Palermo 2000]

Sulle pagine di "Repubblica" si e' avviato un dibattito su Palermo che
merita di essere ripreso. Amelia Crisantino ha richiamato una pubblicazione
del Centro Impastato del 1990, un libro intitolato La citta' spugna, la cui
autrice era la stessa Crisantino. Il libro raccoglieva gli studi sociologici
sulla citta', dall'inchiesta di Danilo Dolci del 1957 alla ricerca sulla
citta' marginale e in particolare sul quartiere Borgo di Vincenzo Guarrasi
del 1978, all'analisi politica sul clientelismo di Judith Chubb, che metteva
a confronto Palermo e Napoli, pubblicata negli Stati Uniti nel 1982 e non
tradotta in italiano, agli studi sulla citta' terziaria e parassitaria di
docenti dell'Universita' palermitana degli anni '80, all'analisi sulla
citta' stagnante e sulla metropoli meridionale condotta da un gruppo di
studio coordinato da Ada Becchi alla fine degli anni '70, non pubblicata.
*
Il quadro che emergeva da quelle ricerche, come scrivevo nella prefazione al
volume, era quello di una citta' insieme corte dei miracoli sottoproletaria
e vetrina di consumo ostensivo, con un'economia fondata sul denaro pubblico
e in buona parte sull'illegalita', inchiodata agli ultimi posti nelle
graduatorie della capacita' produttiva e della dotazione di servizi, come
avrebbero confermato le classifiche pubblicate a ogni fine d'anno dal "Sole
24 ore".
Anche l'immagine allora circolante, e rispolverata in questi giorni, della
primavera palermitana, del palcoscenico per uno spettacolo di portata
nazionale, del laboratorio di nuove politiche e inedite strategie, veniva
fortemente ridimensionata nel confronto con dati che parlavano altra lingua.
In un volume sempre del Centro Impastato, dal titolo Le tasche di Palermo,
del 1992, veniva pubblicata una ricerca del Cocipa, il Comitato cittadino
per l'informazione e la partecipazione che stava vivendo gli ultimi mesi di
vita, perche' sempre meno gradito per le sue critiche documentate
all'amministrazione comunale, piu' incline a orchestrare tifoserie che a
sostenere il dialogo con una societa' civile adulta. Nel libro veniva fatto
un raffronto tra esternazioni televisive e politiche reali, ricostruite
attraverso l'uso concreto del denaro pubblico, per trarne la conclusione che
piu' delle rotture verbali contavano le continuita' di fatto, con capitoli
di spesa destinati a perpetuare le politiche assistenziali delle giunte
democristiane precedenti, la lievitazione delle spese di rappresentanza e la
totale mancanza di qualsiasi progetto per lo sviluppo della citta'.
Allora ci siamo posti, il Centro Impastato, il Centro sociale San Saverio,
il Cresm, il problema di dare un contributo in questo senso, presentando,
nel 1989, una bozza di "Programma integrato di sviluppo per una Palermo
produttiva" che si proponeva di raccogliere fondi di varia provenienza per
realizzare una serie di progetti che mirassero a rafforzare la rete
imprenditoriale cittadina e a formare quelli che allora, con terminologia
europea, si chiamavano "agenti dello sviluppo". Soltanto un motorino
d'avviamento per un programma necessariamente piu' ampio e piu' ambizioso.
Abbiamo avuto degli incontri con il vicesindaco (il sindaco non si e'
degnato), che e' stato tanto prodigo di apprezzamenti quanto avaro di
concretezza. Evidentemente la "primavera di Palermo" aveva altri fini
(essenzialmente una politica dell'immagine che trovava nella piazza
mediatica il suo amplificatore), e altri cantori, profeti ed eroi, che
sarebbero ben presto approdati nel porto del centrodestra. Conclusione non
nuova per tanti protagonisti dell'estremismo verbale in stagioni vecchie e
recenti.
L'analisi da cui partiva la proposta si basava sui dati ufficiali di quegli
anni che vedevano una popolazione in continuo aumento (642.814 nel 1971,
750.000 nel 1988), una popolazione attiva pari a un terzo della popolazione
complessiva, in gran parte parcheggiata nella pubblica amministrazione e nei
servizi. Il tasso di disoccupazione allora veleggiava su quasi il 35 per
cento e la disoccupazione giovanile toccava il 50 per cento. Ma non si
teneva conto dell'incidenza del lavoro nero.
*
Da allora cos'e' cambiato? I dati del censimento del 2001 danno un calo
della popolazione urbana (686.722), un incremento di quella dei comuni
confinanti e un invecchiamento complessivo sempre piu' accentuato. Il saldo
naturale, lo scarto tra nascite e morti, che aveva proiettato la citta' al
quinto posto in Italia, si e' ridotto pure a Palermo, che va allineandosi
con lo sciopero della procreazione che vede il Paese a crescita zero.
Una legge del 1999 ha introdotto i "sistemi locali di lavoro", costituiti da
aggregazioni di comuni risultanti dalle rilevazioni del pendolarismo, cioe'
degli spostamenti della popolazione; per Palermo la media degli ultimi anni
darebbe un tasso di disoccupazione oscillante tra il 26,7 del 2000 e il 22
del 2002, con una consistente presenza del cosiddetto lavoro
"parasubordinato", cioe' precario e flessibile: la provincia palermitana
sarebbe al primo posto in Sicilia con il 23,3 per cento.
Il mercato del lavoro attuale e' una selva di lavori atipici (i lavoratori
parasubordinati in Sicilia erano quasi 37.000 nel 1996, sono poco piu' di
136.000 nel 2003), mentre si registra la crisi perenne del Cantiere navale,
che rimane la maggiore riserva di proletariato classico, e in provincia
quella non meno preoccupante della Fiat. L'edilizia, che e' stata per anni
la valvola di sfogo, ristagna.
In questo quadro l'economia illegale non puo' non rappresentare una strada
che s'imbocca spesso e volentieri. Come non c'e' da sorprendersi se sia in
atto la corsa ad accrescere le file del precariato, con modalita' esasperate
e discutibili, rispetto alle quali le iniziative dei senzacasa rappresentano
un'eccezione.
*
In risposta alle considerazioni di Amelia Crisantino, che lamentava lo
scarso interesse dell'Universita' per la ricerca sulla realta' cittadina, il
professor Buccafusco ricorda che recentemente e' stato prodotto un "Rapporto
su Palermo", con finanziamento comunale, distribuito "a tutti gli attori
sociali e politici". Non ne ho notizia. Evidentemente i destinatari non
l'hanno tenuto in gran conto; se fosse stato inviato al Centro Impastato
(che e' tra i pochi ad aver mostrato interesse per queste tematiche, ma a
quanto pare non figura nell'indirizzario dell'Universita' e del Comune)
certamente l'avremmo esaminato con attenzione.
Palermo e' gia' in pista per le elezioni comunali e si profilano candidature
riciclate e nuove. E' troppo chiedere che i programmi dei candidati si
misurino con dati reali e non ripropongano compitini di buone intenzioni?
Facile prevedere che se non si e' capaci di confrontarsi con la realta', la
citta' continuera' a reggere il fanalino di coda, anche se la squadra di
calcio (che di Palermo ha solo il nome) e' in lizza per i primi posti.

5. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: SULLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente comunicato dal titolo "Richiesta di dimissione dei membri della
Commissione antimafia" del 4 dicembre 2006]

La presenza nella Commissione parlamentare antimafia di personaggi con
condanne definitive per reati contro la Pubblica Amministrazione inficia
gravemente la sua credibilita'.
Nel 1972, per la presenza in Commissione del democristiano Giovanni Matta,
che non era ne' condannato ne' sotto processo, ma era stato soltanto
ascoltato dalla precedente Commissione come testimone, in quanto assessore
ai Lavori pubblici al Comune di Palermo ai tempi di Lima e Ciancimino, i
commissari si dimisero e la Commissione fu sciolta.
Il Centro Impastato chiede che, per un fatto ancora piu' grave, come la
presenza di pregiudicati, i membri dell'attuale Commissione presentino le
dimissioni in modo che si possa formare una nuova Commissione senza presenze
squalificanti.
In nome di un malinteso garantismo, nel nostro Paese si e' tollerata
l'impunita' degli stragisti e, per lunghissimi anni, dei mafiosi. Il
riferimento alla "responsabilita' politica", anche in presenza di
comportamenti non configurabili come reati, e il richiamo
all'autoregolazione da parte dei partiti, che hanno candidato e fatto
eleggere anche politici condannati o sotto processo, e' stato e continua ad
essere una presa in giro.
Se si vuole dare un segnale di cambiamento bisogna dare almeno dimensione
politica a responsabilita' accertate o in corso di accertamento in sede
giudiziaria, disponendo sanzioni certe e inderogabili, come per esempio la
sospensione da ogni carica politica e istituzionale per chi e' indagato e
sotto processo, l'incandidabilita' di chi e' stato condannato.
Il berlusconismo ha codificato la legalizzazione dell'illegalita',
proclamando l'evasione delle tasse come un diritto e approvando le leggi ad
personam. Non vorremmo che il centrosinistra avallasse comportamenti
disdicevoli con il richiamo alla sacralita' del mandato parlamentare e a un
garantismo fuori luogo.
Vogliamo porre inoltre il problema di una ridefinizione dei compiti e del
funzionamento della Commissione. Invece di cercare unanimismi ad ogni costo,
di nominare consulenti lottizzati, di elaborare relazioni che nessuno legge,
proponiamo che venga redatto, pubblicato e diffuso adeguatamente un rapporto
annuale sulle attivita' delle mafie e soprattutto sui loro rapporti con il
contesto sociale e istituzionale, che registri le varie voci presenti nella
Commissione e attivi la collaborazione della societa' civile organizzata, in
particolare dei centri studi e delle associazioni impegnati seriamente nella
ricerca e nell'attivita' antimafia.
Il Centro Impastato chiede che queste proposte vengano discusse e condivise
da quanti rifuggono dalla retorica dell'antimafia-spettacolo e sono
quotidianamente e responsabilmente impegnati nell'azione di prevenzione e di
contrasto alle mafie.

6. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: DI CHIODI E DI LIBRI
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento gia' pubblicato nell'edizione palermitana del quotidiano
"La Repubblica" il 25 aprile 2007 con il titolo "Un fronte politico nella
lotta alla mafia" (e nel sito proposto col titolo "I cento chiodi di Olmi e
le verita' del procuratore Grasso").
Pietro Grasso, di origine palermitana, entra in magistratura nel 1969;
intorno alla meta' degli anni Settanta si occupa di indagini sulla pubblica
amministrazione e sulla criminalita' organizzata; diviene titolare
dell'inchiesta riguardante l'omicidio del presidente della Regione Sicilia
Piersanti Mattarella; giudice a latere nel primo maxiprocesso a Cosa nostra
del 1984; consulente della Commissione parlamentare antimafia, diventa in
seguito procuratore della repubblica di Palermo;  e' attualmente il
procuratore nazionale antimafia, subentrato nel 2005 a Pier Luigi Vigna.
Opere di Pietro Grasso: con Saverio Lodato, La mafia invisibile, Mondadori,
Milano 2001; (con Francesco La Licata), Pizzini, veleni e cicoria. La mafia
prima e dopo Provenzano, Feltrinelli, Milano 2007.
Francesco La Licata, giornalista, esperto di storia della mafia e inviato de
"la Stampa", ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per "L'Ora" di
Palermo e poi occupandosi delle piu' importanti vicende siciliane: la
scomparsa di Mauro De Mauro, l'assassinio del procuratore Pietro Scaglione,
la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All'inizio degli anni
Ottanta e' al "Giornale di Sicilia" e dal 1989 alla "Stampa". Ha scritto
(con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista
concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel
1993 ha scritto per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del
giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro -
che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno - e' stato riedito, nel
2003, da Feltrinelli. La Licata fa parte della redazione di "Blu Notte,
Misteri d'Italia", il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli. In passato
ha collaborato anche con "L'Espresso", "Epoca" e con il settimanale
televisivo "Mixer" di Giovanni Minoli. Opere di Francesco La Licata, Storia
di Giovanni Falcone, Rizzoli, Milano 1993, poi Feltrinelli, Milano 2002;
(con Pietro Grasso), Pizzini, veleni e cicoria. La mafia prima e dopo
Provenzano, Feltrinelli, Milano 2007.
Gian Carlo Caselli (Alessandria 1939), prestigioso magistrato impegnato
contro terrorismo e mafia, e' attualmente procuratore generale presso la
Corte d'appello di Torino; dal 1964 e' assistente volontario di Storia del
diritto italiano presso l'Universita' di Torino; entrato in magistratura nel
1967 ha cominciato la sua carriera in magistratura a Torino come giudice
istruttore impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle
Brigate rosse; nel 1984 fa parte della Comissione per l'analisi del testo di
delega del nuovo codice di procedura penale, dal 1986 al 1990 e' stato
membro del Consiglio superiore della magistratura, nel 1991 e' consulente
della Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e sulle cause
della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, ha diretto la
Procura di Palermo dal 1993 al 1999, dal 1999 al 2001 ha diretto il
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel 2001 e' stato nominato
rappresentante a Bruxelles nell'organizzazione comunitaria contro la
criminalita' organizzata Eurojust; svolge anche un'intensa attivita'
pubblicistica su quotidiani e periodici. Opere di Gian Carlo Caselli: (con
Antonio Ingroia), L'eredita' scomoda, Feltrinelli, Milano 2001; Un
magistrato fuori legge, Melampo 2005; (con Raoul Muhm), Il ruolo del
Pubblico Ministero. Esperienze in Europa, Vecchiarelli, Manziana (Roma)
2005; (con Livio Pepino), A un cittadino che non crede nella giustizia,
Laterza, Roma-Bari 2005. Opere su Gian Carlo Caselli: Vincenzo Tessandori,
Ettore Boffano, Il procuratore, Baldini & Castoldi, Milano 1995; Riccardo
Castagneri, "I miei anni a Palermo". La verita' di Gian Carlo Caselli, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2006]

Nel film I cento chiodi di Ermanno Olmi il protagonista, un giovane
professore che si atteggia a Gesu' Cristo, inchioda al pavimento codici
miniati e libri sacri ed enuncia una filosofia che vorrebbe essere profonda
ma non mi pare che lo sia: "Tutti i libri del mondo non valgono un caffe'
con un amico". Crocifiggere i libri ricorda un po' troppo da vicino i roghi
dei nazisti e basterebbe gia' questo per toglierci dalla testa l'idea di
imitare il professore, ma con l'alluvione di libri da cui siamo
continuamente sommersi non si puo' non pensare che il piu' delle volte
sarebbe preferibile risparmiare le foreste. Pensiero che spesso ci assale
davanti alle sfornate di libri sulla mafia. Per fortuna non sempre e' cosi'.
Sono certamente utili i libri, non molti a dire il vero, che sono frutto di
ricerche, che contengono una documentazione piu' o meno inedita o riportano
le testimonianze di protagonisti della lotta alla mafia. Tutti gli altri,
che nascono da esigenze commerciali e sono meramente occasionali, lungi dal
pensare di condannarli alla crocifissione o al rogo, si puo' semplicemente
non comprarli e non leggerli. Con la speranza che finiscano naturalmente al
macero.
Tra i libri piu' recenti c'e' il libro-intervista del procuratore nazionale
antimafia Pietro Grasso scritto con il giornalista Francesco La Licata. Nei
limiti del genere dialogico il libro spazia dall'antropologia, con ampi
squarci sulla morale sessuale dei mafiosi, alla storia, con le inevitabili
semplificazioni, alla sociologia, con la descrizione dell'articolazione
dell'organizzazione criminale e del sistema relazionale, alle riflessioni
sulle prassi giudiziarie.
E su questo punto si sviluppa la parte piu' intrigante e piu' "calda" del
libro. Grasso polemizza apertamente con quanti ritengono che Provenzano sia
un povero vecchio che probabilmente si e' autoconsegnato e ritengono tutto
il battage pubblicitario sulla sua cattura "un'arma di distrazione di
massa", ponendo unicamente l'accento sul rapporto tra mafia e politica.
Su questa diversa valutazione si innesta la polemica dell'ex procuratore
capo di Palermo con il suo predecessore Caselli e con i "caselliani". Grasso
dice di non condividere la legge contra personam del governo Berlusconi che
escluse Caselli dalla corsa a procuratore nazionale antimafia, e ribadisce
quello che aveva gia' detto o lasciato capire altre volte: i processi
debbono fondarsi su prove concrete e non debbono essere delle gogne
mediatiche.
Queste affermazioni hanno suscitato la reazione di Caselli che sulle pagine
del quotidiano "La Stampa" ha rilevato che solo ora Grasso esprime il suo
disaccordo con il provvedimento che lo taglio' fuori. Non si puo' non dargli
ragione: in effetti non risulta che a suo tempo Grasso abbia espresso il suo
dissenso. Sull'operato della Procura di Palermo sotto la sua gestione
Caselli elenca i risultati conseguiti e sul processo Andreotti ricorda la
conclusione: il reato di associazione a delinquere semplice e' stato
commesso fino al 1980 ma e' prescritto, per il resto Andreotti e' stato
assolto per insufficienza di prove. Anche Grasso sciorina i risultati
ottenuti e ricorda le diverse condizioni politico-istituzionali in cui si e'
trovato ad operare, con una serie di leggi che limitavano l'azione
giudiziaria.
Non c'e' da scandalizzarsi che i magistrati portino nella loro professione
culture, sensibilita', esperienze diverse, e sarebbe bene che si aprisse un
confronto, franco e ragionato, tra le pratiche giudiziarie messe in atto, ma
le polemiche a fior di pelle sono un pessimo esempio e rischiano di fare un
servizio ai mafiosi. Sarebbe consigliabile in ogni caso una maggiore
sobrieta'. Ma non va dimenticato che il rapporto mafia-politica dovrebbe
essere il terreno proprio della lotta politica e non puo' essere delegato
alla magistratura che ha strumenti inadeguati, come il concorso esterno,
definito solo in sede giurisprudenziale, e lo scambio elettorale
politico-mafioso.
Un'ultima osservazione: leggendo il libro capita abbastanza spesso di
incontrare giudizi che sembrano ricavati di peso dalle analisi di chi scrive
o di altri che hanno nome e cognome (qualche scampolo: borghesia mafiosa,
espressione diventata ormai quasi un luogo comune, intreccio di continuita'
e innovazione come filo che percorre l'evoluzione storica della mafia,
controllo totalitario sul territorio o signoria territoriale, pagine sulle
donne), anche se non c'e' il minimo accenno agli autori. Come pure non viene
ricordato che il primo che ha parlato di un certo Pino Lipari, "consigliori"
di Provenzano, si chiamava Giuseppe Impastato. E' gia' successo e continua a
succedere. Ci si sarebbe aspettato che quando Grasso ricorda le benemerenze
di alcune associazioni e fondazioni, dedicasse qualche parola all'attivita'
trentennale e autofinanziata del Centro Impastato. Evidentemente gli e'
sembrata meno importante di altre, forse perche' e' meno telegenica.
Sappiamo quanto siano importanti i mass media, pure per i magistrati. Anche
il riferimento ai "parenti americani" che consigliavano a Felicia Bartolotta
Impastato di rinunciare alla giustizia e rifugiarsi nella vendetta mafiosa
piu' che alla realta', popolata di parenti mafiosi residenti a Cinisi, e'
ispirato alle invenzioni del film I cento passi. Cento come i chiodi di Olmi
che ci guarderemo bene dall'usare per qualsiasi libro.

7. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: PORTELLA DELLA GINESTRA, SESSANTA ANNI DOPO
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento gia' pubblicato nell'edizione palermitana del quotidiano
"La Repubblica" il primo maggio 2007 con il titolo "Sulla strage piu' studi
meno passerelle" (e nel sito col titolo "Portella della Ginestra, 60 anni
dopo"]

Qualche mese fa, da un incontro con alcuni superstiti della strage di
Portella della Ginestra, organizzato dall'associazione Ali (Ambiente
legalita' intercultura) di Palermo, e' scaturito un appello al Presidente
della Repubblica, che ha raccolto qualche migliaio di firme. Nell'appello si
chiede che in occasione del sessantesimo anniversario della strage il
Presidente incontri i superstiti: "un gesto di grande valore simbolico e un
segnale in risposta a tutti coloro che ancora ricercano verita'". Dal
Quirinale hanno fatto sapere che il Presidente non potra' venire il primo
maggio, verra' a meta' giugno. Ci si augura che l'incontro con i superstiti
possa comunque aver luogo.
La tesi ufficiale sull'esecuzione della strage e' ben nota: a Portella
spararono soltanto i banditi della banda Giuliano e i processi di Viterbo e
di Roma si sono fermati qui. In vari interventi e pubblicazioni i
protagonisti di quel periodo, giornalisti e storici hanno evidenziato il
ruolo di mafiosi, agrari, partiti conservatori e di personaggi legati ai
servizi segreti americani. Il convegno del 1977 del Centro siciliano di
documentazione: "Portella della Ginestra una strage per il centrismo" mise
in luce la funzione della strage nel contesto che porto' alla svolta del
'47, con l'esclusione delle sinistre dal governo nazionale e regionale, e il
convegno del 1997 nel cinquantennale della strage ha portato ulteriori
approfondimenti. In seguito a una richiesta presentata dai partecipanti al
convegno del cinquantennale la Commissione parlamentare antimafia, che aveva
raccolto un'abbondante mole di documenti, li ha pubblicati, mettendo da
canto per una volta il segreto di Stato.
Nell'ultimo decennio sono apparsi degli studi che hanno utilizzato le carte
degli archivi americani e italiani. Penso in particolare ai libri di
Giuseppe Casarrubea: si concordi o meno con le sue tesi, in ogni caso si
tratta di ricerche su documenti inediti e gia' questo e' un merito
innegabile. La documentazione raccolta ha permesso di approfondire due temi:
l'azione dei servizi segreti e delle formazioni fasciste.
Sui servizi si riconferma, con una documentazione straripante, un dato gia'
noto da tempo (il libro di Faenza e Fini, Gli americani in Italia, e' del
1976). I servizi segreti americani ebbero certamente un ruolo rilevante
nell'offensiva anticomunista ma questo non vuol dire che gli ordini per la
strage di Portella, per le uccisioni di sindacalisti e militanti delle lotte
contadine e per l'estromissione delle sinistre dal governo siano venuti da
Washington. Si e' trattato di un matrimonio consensuale, in cui interessi
locali, nazionali e geopolitici si sono perfettamente incontrati.
Per cio' che riguarda il ruolo dei fascisti, su cui si sofferma gran parte
della documentazione pubblicata, piu' che puntare sulla fornitura delle armi
(le armi impiegate a Portella erano le stesse in dotazione della Decima Mas
di Junio Valerio Borghese ma quelle armi in realta' erano molto diffuse) o
sull'arruolamento del bandito Giuliano nelle file nere e sui rapporti
dell'Evis (l'esercito separatista) con i fascisti, o sul passato fascista di
personaggi come gli ispettori Verdiani e Messana e del colonnello Luca, e
sul peso delle formazioni dichiaratamente eversive e golpiste che certamente
facevano la loro parte, bisognerebbe sottolineare che il condizionamento
effettivo e' avvenuto attraverso la continuita' dell'apparato statale, gia'
analizzata dagli storici piu' attenti (Pavone, Gallerano), grazie anche
all'amnistia dell'allora ministro della Giustizia Togliatti. E in quel
grembo matureranno anche le stragi piu' recenti, ad opera di neofascisti e
piduisti annidati all'interno dell'assetto istituzionale. E questo spiega
anche la loro impunita', un filo lungo che da Portella arriva a Piazza
Fontana, a Brescia e alla Stazione di Bologna.
Non vedo una contraddizione tra una lettura degli avvenimenti degli anni '40
in chiave di lotta di classe, che vive una delle sue fasi piu' intense e
sanguinose, e un'interpretazione che mette in risalto gli aspetti politici.
Le due interpretazioni vanno necessariamente integrate se vogliamo
analizzare adeguatamente quel periodo storico decisivo per le sorti del
nostro Paese.
Come si diceva, quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario della strage
di Portella. Gli anniversari corrono sempre un rischio: quello della
retorica, sempre piu' ingessata e ripetitiva, e del rituale, sempre piu'
stanco e appassito. C'e' da augurarsi che l'occasione venga colta per tenere
aperta quella pagina, come tutte le altre pagine sulle stragi, sia a livello
istituzionale che a livello di analisi e di studio. In ogni caso
bisognerebbe dare un segnale, piccolo ma significativo. A Portella ogni anno
da quando ci vado sono annunciati autorita' e politici, candidati in
campagna elettorale per la prima volta a Portella. Non ho mai sentito
annunciare la presenza dei superstiti o dello stesso Casarrubea, figlio di
una delle due vittime nell'attentato a Partinico del 22 giugno sempre del
'47 (il padre si chiamava Giuseppe, come il figlio, e l'altra vittima si
chiamava Vincenzo Lo Jacono). Spero che quest'anno ci si ricordi di loro e
non si dia luogo a passerelle incongrue e stucchevoli.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 112 del 20 maggio 2007

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