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Minime. 100



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 100 del 25 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Non un giorno all'anno
2. Guido Viale: Rifiuti, che fare
3. Giobbe Santabarbara: Del servo encomio e del codardo oltraggio (un
discorsetto tra noi del tressette al centro anziani)
4. Normanna Albertini intervista Raffaello Zini
5. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
6. Letture: Giorgio Amico, Wifredo Lam
7. Riletture: Marcello Flores, 1956
8. Riedizioni: La favola antica. Esopo e Fedro
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. NON UN GIORNO ALL'ANNO

Opporsi alla guerra non e' emettere un urlo un giorno all'anno.
Costruire la pace e' lavoro diuturno, come il crescere delle foreste. E come
il crescere delle foreste, silenzioso, oscuro, tenace.
Ed insieme e' il prorompere incessante, ruscellante, brulicante, di ogni
forma di vita, in armonia e conflitto, in scacco e tragedia, in infinito
ricominciamento - il miracolo arendtiano -, terribile e meraviglioso.
*
Opporsi alla guerra e' il nostro compito oggi, e domani, ed ogni giorno e
ogni sera.
Poiche' solo se si fermera' la guerra l'umanita' si salvera' dalla
catastrofe.
Ed in quanto cittadini italiani il primo nostro dovere e' qui e adesso far
cessare la partecipazione militare italiana alla guerra terrorista e
stragista in Afghanistan, e ricondurre il nostro paese e le sue istituzioni
al rispetto della legalita' costituzionale e del diritto internazionale, ad
una politica di pace, di pace subito.
Pace, disarmo, smilitarizzazione dei conflitti, riconoscimento di tutti i
diritti umani a tutti gli esseri umani, etica della cura e principio
responsabilita': nonviolenza giuriscostituente.

2. RIFLESSIONE. GUIDO VIALE: RIFIUTI, CHE FARE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 maggio 2007.
Guido Viale e' nato nel 1943, e' stato uno dei leader della protesta
studentesca nel '68, lavora a Milano, si occupa di politiche attive del
lavoro in campo ambientale, fa parte del Comitato tecnico-scientifico dell’
Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (Anpa). Opere di Guido
Viale: segnaliamo particolarmente Il Sessantotto, Mazzotta, Milano 1978; Un
mondo usa e getta, Feltrinelli, Milano 1994, 2000; Tutti in taxi,
Feltrinelli, Milano 1996; Governare i rifiuti, Bollati Boringhieri, Torino
1999; A casa, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2001; Vita e morte
dell'automobile, Bollati Boringhieri, Torino 2007]

La questione dei rifiuti in Campania e' un concentrato di tutte le crisi del
nostro paese: crisi culturale, politica, amministrativa, economica,
occupazionale, ambientale, urbana, sanitaria, securitaria: insomma, una
bancarotta della democrazia.
La crisi nasce innanzitutto da una sottovalutazione della questione dei
rifiuti, che continua ancor oggi a essere considerata un ambito settoriale e
non un tema che incrocia tutti gli ambiti della vita, sia quotidiana che
istituzionale. Ci si riempie la bocca con le parole crescita e sviluppo,
senza rendersi conto che una gestione lungimirante del ciclo dei rifiuti e
delle filiere che li generano puo' trasformarsi in una fonte di occupazione
qualificata, di impresa innovativa, di reddito e di qualita' della vita e
dell'ambiente. Ma anche senza rendersi conto che non saper gestire i propri
rifiuti distrugge la principale industria del territorio, il turismo, e
"l'attrazione degli investimenti": quella capacita' che oggi mette in
competizione tutte le citta'-regioni del mondo. Cosi' le ambizioni di
Napoli, capitale del Mediterraneo, insieme al cosiddetto "Rinascimento
napoletano", sono state definitivamente affossate sotto un cumulo di
immondizia.
In materia, destra e sinistra non hanno fatto nulla che le distinguesse tra
loro. Quindici anni fa la giunta Rastrelli (An) aveva varato un piano dei
rifiuti che attribuiva la parte onerosa del ciclo (la raccolta) ai comuni e
ai loro consorzi, e quella in cui si guadagna (gli impianti) ai privati.
Anzi, a un privato, la societa' Fibe, che con un'unica gara (sulla cui
correttezza sono stati avanzati molti dubbi) si era aggiudicata costruzione
e gestione di tutti gli impianti previsti dal piano: tre inceneritori e
cinque impianti di trattamento meccanico-biologico (Mtb), comunemente
chiamati Cdr (da combustibile ricavato dai rifiuti: uno dei due prodotti,
quello destinato ad alimentare gli inceneritori, che dovrebbero uscire da
quegli impianti; l'altro si chiama Fos, frazione organica stabilizzata, ed
e' un terriccio usato per ricoprire cave e discariche).
*
L'infelice scelta di Acerra
Ma insieme agli impianti, alla Fibe era stato attribuita anche la scelta del
sito in cui costruirli (per aggiudicarsi l'appalto i concorrenti dovevano
gia' disporre delle aree) e questa, per convenienze sue, aveva scelto
Acerra, l'area piu' infestata dai tumori di tutta l'Europa.
L'amministrazione regionale aveva cioe' abdicato da quella che e' la
funzione per eccellenza di chi ha responsabilita' di governo del territorio,
ma le due giunte successive (Bassolino) non hanno mai messo in discussione
quelle scelte, nonostante che ve ne fossero tutte le condizioni (tanto e'
vero che il contratto con la Fibe alla fine e' stato rescisso); e nonostante
che i presidenti di tutte e tre le giunte fossero stati investiti dei poteri
straordinari connessi alla gestione commissariale.
Per 15 anni si e' lasciato che le cose corressero verso il baratro:
percentuali irrisorie di raccolta differenziata; dieci milioni di "ecoballe"
uscite dai Cdr: cioe' balle di immondizia, vere e proprie bombe ecologiche,
accatastate in immense piramidi, da fare invidia a quella di Cheope; quasi
mille discariche illegali, ma non clandestine, di rifiuti industriali e
ospedalieri provenienti da mezza Italia e gestite dalla camorra; altre
centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti che periodicamente si
accumulano per le strade, fino a quando qualcuno non le incendia spargendo
nell'aria piu' diossina di trenta inceneritori messi insieme; decine e
decine di treni per portare nel resto dell'Italia e in Germania un
gigantesco campionario dei nostri rifiuti made in Italy; decine di migliaia
di lavoratori, un vero e proprio esercito, in cui si sovrapponevano gestioni
comunali, appaltatori privati, consorzi a cui i comuni non hanno mai voluto
cedere le competenze e, dulcis in fundo, Lsu (lavoratori socialmente utili)
in carico alla giunta di destra, poi quelli delle giunte di sinistra; tutti
ingannati con la promessa di lavorare a una raccolta differenziata che non
si e' mai fatta. A riprova del fatto che i rifiuti sono il ricettacolo non
solo delle cose che non ci servono piu', ma anche delle persone di cui ci si
vuole sbarazzare: con politiche cosiddette di workfare senza capo ne' coda.
La gestione commissariale ha trasformato il cancro in metastasi, affidando
la soluzione del problema alle stesse persone - i presidenti della giunta
regionale - che, come titolari dell'ordinaria amministrazione ne erano stati
esautorati. Ma anche quando la palla e passata al prefetto Catenacci (in una
regione dove l'intreccio tra camorra e rifiuti e' il nodo da sciogliere) le
cose non sono cambiate. Non perche' lo scontro con la malavita organizzata
sia stato troppo aspro, ma perche' non c'e' stato: per non disturbare i
sindaci che non volevano "interferenze" nei loro feudi, fatti di appalti e
gestioni dirette che spesso non arrivavano nemmeno al tre per cento di
raccolta differenziata. Cosi' abbiamo visto tanti sindaci indossare la
fascia tricolore per mettersi alla testa di mobilitazioni contro le
discariche decise dal commissario, ma nessuno fare la stessa cosa per
impedire lo sversamento di rifiuti industriali mille volte piu' pericolosi
nelle cave abusive gestite dalla camorra, che tutti sanno dove sono e tutti
sanno di chi sono.
*
Uno spirito di delega
Oltretutto, la gestione commissariale ha accentuato nella popolazione uno
spirito di delega, per cui, a risolvere il problema, deve essere "lo Stato".
Questo offusca la responsabilita' diretta dei cittadini non solo rispetto
alla raccolta differenziata (che con amministrazioni latitanti e' peraltro
impossibile fare); ma anche rispetto alla regolare riconferma di maggioranze
e sindaci che nella gestione dei rifiuti vedono solo occasioni di malaffare
e di clientele.
L'attuale gestione del commissario Bertolaso non promette di meglio, perche'
non sono cambiati i presupposti che ne definiscono gli obiettivi: cioe'
prender tempo - come si e' fatto negli ultimi 15 anni - in attesa che siano
pronti i tre impianti di incenerimento definiti dalla nuova gara di appalto
da 4,5 miliardi di euro (avete letto bene: quattro virgola cinque miliardi
di euro), divisa in tre lotti, ma andata deserta gia' due volte. Tanto che
la Fibe, pur licenziata ed esclusa, e' ancora li' al suo posto; a "finire il
lavoro", come direbbe Bush. La Fibe, peraltro, si era aggiudicata la gara in
project-financing, cioe' anticipando il denaro dell'investimento, perche'
contava di recuperarlo con i proventi dell'inceneritore. Come ci insegna
infatti il caso da manuale dell'Asm di Brescia, l'inceneritore e' una
macchina per fare soldi: non solo a spese degli utenti - i comuni che
producono i rifiuti - ma anche dei contribuenti: attraverso i famigerati
incentivi denominati Cip6. Ma ora che gli inceneritori sono stati finalmente
esclusi dai benefici del Cip6, che senso ha continuare a costruirli?
All'incasso puo' ancora aspirare la Fibe, o chi la sostituira'; ma
l'inceneritore di Acerra, se mai entrera' in funzione, avra' il suo daffare
a bruciare - per i prossimi 15-20 anni: quanto e' l'arco della sua vita
utile - le "ecoballe" accumulate dagli impianti di Cdr; senza poter
accogliere nemmeno un grammo dei rifiuti che verranno prodotti da ora in
poi. E senza il Cip6 nessuno vorra' mai piu' finanziare con denaro proprio
nuovi inceneritori. D'altronde, per costruirne uno, tra gare, progettazione,
autorizzazioni e cantiere - ammesso, e ovviamente non concesso, che la
popolazione non frapponga ostacoli - ci vogliono almeno quattro anni. Tutto
il lavoro di Bertolaso per tappare i buchi in attesa dei nuovi inceneritori
campani e' dunque una fatica di Sisifo, che non fara' avanzare di un palmo
la situazione.
Che fare allora? La montagna di errori - per usare un eufemismo - accumulati
negli anni sono una pietra al collo di chiunque si cimenti con il problema.
La discarica che il nuovo commissario ha ottenuto di aprire a Serre (l'esito
della vicenda dimostra comunque che ricorrendo fin da subito al negoziato si
sarebbe probabilmente ottenuto lo stesso risultato in modo piu' rapido e
meno traumatico) e' appena sufficiente ad assorbire meta' del milione di
tonnellate di rifiuti che gia' ora si trova per strada. E poi?
*
Via gli imballi
Poi. Primo: bisogna ridurre drasticamente la produzione dei rifiuti. Non
c'e' alternativa: va vietata in tutta la regione, a tempo indeterminato e
fino alla ricostituzione di uno stato di normalita', la vendita al dettaglio
di prodotti imballati, sia alimentari che non (compresa l'acqua minerale e
le bibite gassate), introducendo l'obbligo dei contenitori riusabili per la
vendita dei prodotti sfusi, con esenzioni limitate ai soli casi in cui, per
ragioni sanitarie, il rischio supera quello determinato dall'attuale
accumulo di rifiuti per le strade. Si fa gia' da molte altre parti d'Italia
e d'Europa. In Campania bisogna solo rendere generale e obbligatoria la
cosa. Contestualmente, va fatto obbligo alla rete della distribuzione al
dettaglio, e alle relative associazioni di categoria, di spacchettare i beni
venduti e di avviare gli imballaggi agli impianti di recupero. Lo stesso
deve valere per tutti gli inutili supplementi dei quotidiani e per la
pubblicita' cartacea. Da soli, gli imballaggi costituiscono il 40 per cento
in peso dell'intera massa dei rifiuti urbani, ma fino al 60-70 per cento in
volume.
Ne potrebbe anche nascere del buono. 1: la sperimentazione, da parte della
cittadinanza, che si puo' vivere bene anche senza, o con molti imballaggi in
meno; 2: la costruzione di canali di reverse-logistic (restituzione agli
impianti di trattamento dei vuoti e dei prodotti dismessi) da parte dei
commercianti e delle loro associazioni; 3: il potenziamento di detti
impianti - molti possono essere realizzati e montati in pochi mesi; 4: lo
stimolo per i produttori di beni di consumo - durevoli e non - a mettere in
produzione articoli che comportino minor spreco di materiali. E' un
esperimento che potrebbe far compiere alla Campania il salto di un'intera
fase storica, trasformandola nel laboratorio di un'economia piu'
sostenibile.
Secondo: la raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta
porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo
utente ma anche, e soprattutto, degli addetti (alias, operatori ecologici).
A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro
problemi, e contribuire a trovare le soluzioni piu' acconce per ciascuna di
esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro.
E' una scelta organizzativa che professionalizza gli operatori,
trasformandoli in lavoratori cosiddetti front-line. Richiede
un'organizzazione capillare del servizio, la formazione continua degli
addetti e, ovviamente, personale motivato, economicamente incentivato, e
maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state
sprecate in anni di gestioni scellerate. L'esperienza insegna che si possono
raggiungere percentuali di raccolta differenziata del 60-70 per cento anche
in contesti urbani difficili in un anno o poco piu'. D'altronde alcuni
centri della Campania questi obiettivi li hanno gia' raggiunti grazie agli
sforzi dei loro amministratori: dunque, si puo' fare. La raccolta
differenziata i cittadini la fanno volentieri e ne sono orgogliosi.
Terzo: la costruzione di nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico
e/o la riabilitazione di quelli esistenti deve mirare a un ulteriore
recupero di materiali dal rifiuto residuo (frazione organica stabilizzata,
plastica, cartaccia e metalli). Le tecnologie per farlo sono disponibili e
gia' ampiamente sperimentate e il residuo da destinare alla discarica puo'
scendere fino al 10 per cento di quanto prodotto. A questo punto il miraggio
degli inceneritori che ci liberino finalmente (e quando?) dai rifiuti perde
ogni ragion d'essere: sia ambientale, sia anche, e soprattutto, economica.
*
Come le piramidi di Giza
Quarto: il pregresso, cioe' le montagne di ecoballe. Viene la tentazione di
dire: che restino la', come le piramidi di Giza; a perenne monito dei rischi
connessi alla riconferma di sindaci inetti. E invece no. Qui, in presenza di
un impegno concreto della popolazione campana, e di poteri sostitutivi nei
confronti di tutti i comuni e i consorzi inadempienti, si puo' chiedere per
l'ultima volta alle altre regioni italiane di farsi carico di una parte
almeno del loro smaltimento: in impianti dedicati (inceneritori e
discariche) e non (centrali a carbone, cementifici) che siano in grado di
contenere gli impatti di quel disastro. E' un debito che le altre regioni
hanno contratto nel tempo, perche' la maggior parte delle discariche abusive
che inquinano la Campania sono state riempite con rifiuti provenienti da
fuori.
Quinto: per quanto riguarda l'ordine pubblico, le cause della montagna di
rifiuti che invade la Campania sono camorra e corruzione o, piu' spesso, la
contiguita' tra camorra e amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli. Per
combattere entrambe non mancano le leggi (il codice penale), ne' gli
strumenti (prefetti, polizia, carabinieri, guardia di finanza,
magistratura).
Forse, qui come altrove, manca del tutto la volonta' politica e, a monte,
tra noi cittadini ed elettori, una cultura adatta ai problemi da affrontare.

3. LE ULTIME COSE. GIOBBE SANTABARBARA: DEL SERVO ENCOMIO E DEL CODARDO
OLTRAGGIO (UN DISCORSETTO TRA NOI DEL TRESSETTE AL CENTRO ANZIANI)

Coloro (e diciamo le persone perbene, non quelli che dovevano prendere il
finanziamentello o l'appaltuccio, presentare il progettino per la ricerca o
il convegno, avere appoggi alla carriera, guadagnarsi lo stipendio a corte,
pagare la cambiale di favori pregressi) che pensarono quasi un anno fa e poi
di nuovo qualche mese fa di aiutare il governo che non diremo "non
berlusconiano" ma semplicemente "senza Berlusconi" (perche' quanto a
berlusconismo neppure il cosiddetto centrosinistra scherza) prostituendosi
alla guerra e plaudendo alla politica estera imperialista, razzista,
militarista, riarmista, assassina e complice del terrorismo stragista
bushiano, misurino ora gli esiti catastrofici della loro sciagurata
condotta.
I prominenti a cui si son prostituiti li considerano appunto come servi, e
sciocchi - ed avendone purtroppo ben donde -, e nessun valore alla loro
parola attribuiscono, poiche' e' regola di palazzo che al sodale delle basse
opere basso si riservi trattamento; e naturalmente laddove alla guerra ci si
oppone a maggior ragione la loro parola non e' piu' ascoltata; cosicche' da
se stessi si sono condannati al silenzio e al rimorso, o peggio: a una
patologica ipocrisia che non riesce a persuadere neppure loro stessi. Che
escano al piu' presto dal labirinto in cui si sono da se medesimi
imprigionati e' il nostro piu' vivo e sincero e partecipe augurio.
Quanto sarebbe stato meglio anche dal loro punto di vista se il governo
senza Berlusconi, e nondimeno berlusconiano, e l'omologa maggioranza
parlamentare che questo governo sostiene (eletta col voto di tante e tanti
che alla guerra erano e restano contrari, ed alla Costituzione fedeli)
avessero in questi mesi avuto per cosi' dire un conflittuale bilanciamento e
un puntuale oppositore ed interlocutore in un movimento di massa -
oltretutto largamente coincidente con il loro referente elettorale -
nitidamente e intransigentemente impegnato contro la guerra. Ma il cedimento
dei callidi e dei pusillanimi troppi coinvolse, e travolse.
Avrebbero avuto, governo e coalizione parlamentare del cosiddetto
centrosinistra berlusconiano senza Berlusconi, se non altro un utile
contrappeso, e un deuteragonista critico e leale, e finanche un punto
d'appoggio quando cessata l'ubriacatura totalitaria si sarebbero rivolti
alla ricerca di una via per tornare a una politica di pace, al rispetto
della legalita' costituzionale, del diritto internazionale (e non diciamo
del diritto dei popoli, e dei diritti umani, che sarebbe chieder troppo a un
ceto politico cosi' imbarbarito).
E invece: la vasta e profonda demoralizzazione (nel senso della corruzione
morale), e la catastrofe intellettuale prima ancora che politica che tanti
ha folgorato e incenerito, ha come esito anche questo regredire vieppiu'.
*
E d'altro canto ben a poco possono servire a spostare equilibri parlamentari
e poltiiche governative certi  riti dereistici ed autoreferenziali di
soggetti rotti a tutte le acrobazie e le complicita' e che alla prima
concreta occasione ministeriale svenderebbero l'intero parentado, o i
saccheggiatori infiniti del pubblico erario che predicano benissimo ma si
nutrono ancor meglio, o i sempiterni tifosi dello squadrismo e del
terrorismo, o quelli che in nome di un astrattissimo e carnivoro
"antimperialismo" - che dell'antimperialismo e' solo atroce caricatura
totalitaria - gungono alla perversione e al delirio di accodarsi ai
terroristi fascisti se solo si dichiarano islamici o nazionalisti o
socialisti invece che cristiani o liberali.
Non costoro possono essere parte e interlocutore di un movimento di pace e
per la pace.
*
Occorre ben altro: occorre un movimento di pace e per la pace che faccia la
scelta della nonviolenza. La scelta politica e dialogica, conflittuale e
ricostruttiva, assiologica e metodologica, epistemologica ed operativa,
attuale e progettuale, la scelta materiale della nonviolenza.
Un movimento di pace e per la pace che ponga in modo rigoroso i temi della
sicurezza comune e della cooperazione internazionale, del diritto
internazionale e dei diritti umani: che proponga un progetto politico
complessivo all'altezza delle sfide terribili del XXI secolo; un movimento
di pace e per la pace che deve far perno sulla nonviolenza, e sulle sue
manifestazioni storiche decisive: la storia del movimento operaio nelle sue
luci (che e' storia di lotte prevalentemente nonviolente), la storia del
femminismo (che della nonviolenza e' la corrente calda e l'evento storico
decisivo), la coscienza ecologica, e l'opposizione ad ogni colonialismo e
razzismo e totalitarismo.
Occorre un movimento di pace e per la pace che proponga la nonviolenza come
lotta nitida e intransigente contro tutte le oppressioni, che proponga una
nonviolenza giuriscostituente: principio e criterio di organizzazione
sociale, inveramento e verifica di normativita' etica e giuridica, motore e
guida di azione politica, in grado di contrastare l'abominevole trionfo
postumo di Htler.

4. RIFLESSIONE. NORMANNA ALBERTINI INTERVISTA RAFFAELLO ZINI
[Ringraziamo Normanna Albertini (per contatti: normin56 at aliceposta.it) per
averci messo a disposizione questa sua intervista a Raffaele Zini realizzata
per un giornale locale emiliano.
Normanna Albertini e' nata a Canossa nel 1956, vive e lavora a Castelnovo
ne' Monti, insegna in un Centro territoriale permanente di educazione agli
adulti ("in parole povere: insegno italiano agli stranieri immigrati, e lo
trovo bellissimo, perche' vivo nella verita' del mondo, non in un mondo
virtuale"); e' impegnata nel gruppo di Felina (Reggio Emilia) della Rete
Radie' Resch, e quindi in varie iniziative di solidarieta', di pace, per i
diritti umani e per la nonviolenza; scrive da anni su "Tuttomontagna",
mensile dell'Appennino reggiano. Opere di Normanna Albertini: Shemal,
Chimienti Editore, Taranto-Milano 2004; Isabella, Chimienti Editore,
Taranto-Milano 2006.
Raffaello Zini, nato a Genova, e' impegnato nel dialogo che costruisce la
pace, teologo, biblista, esperto di multiculturalita', redattore della
rivista "Qol", tra i fondatori nel 1972 dell'esperienza di Neve'
Shalom/Wahat as-Salam. Tra le opere di Raffaello Zini: (a cura di),
Raccontare Dio, Aliberti, 2002; (a cura di), In ascolto del creato, Aliberti
2005]

La somiglianza con il brasiliano Leonardo Boff, tra i fondatori della
teologia della liberazione, e' indubitabile, a causa della bianca chioma
leonina e della folta barba, altrettanto canuta, da frate cappuccino. La
percezione di trovarsi di fronte ad una persona di profonda sensibilita'
religiosa e' la prima che si prova quando si incontra Raffaello Zini,
proprio a motivo del suo aspetto da profeta del vecchio testamento, chissa'
quanto consciamente voluto. E, quando si parla con lui, la sensazione trova
subito conferma. Nato a Genova, dove il padre, nel '46, era emigrato da
Gatta e la madre da Villaminozzo (come Gatta in provincia di reggio Emilia),
Raffaello Zini non giunge da una realta' di famiglia particolarmente
credente, anche se rivela che lo spirito santo ricevuto nella cresima
impartitagli dal cardinal Siri deve essere stato di quelli "doc". Puo'
sembrare insolito, eppure cio' che lo ha poi spinto a riavvicinarsi alla
fede, piu' avanti nella vita, e' stato l'incontro con differenti realta'
religiose, in particolare con il mondo protestante. Esperto di marketing
internazionale, competente anche in multiculturalita', in dialogo
interreligioso,  editorialista della rivista di cultura ebraica "Qol", tra i
fondatori, nel 1972, della bella realta' di Neve' Shalom/Wahat as-Salam, un
villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi di
cittadinanza israeliana, tra Gerusalemme, Tel Aviv e Giaffa, Zini e'
soprattutto un valido conoscitore di cio' che egli definisce "il grande
codice": la Bibbia. Lo incontriamo per conversare insieme del significato di
"dialogo", in particolare di "dialogo interreligioso".
*
- Normanna Albertini: Se dovesse presentarsi, come si definirebbe?
- Raffaello Zini: Se dovessi definirmi, direi che sono un vecchio arnese, un
vecchio catto-comunista, di quelli che usavano una volta, con un'esperienza
di vita su un doppio binario: da una parte un impegno politico e
amministrativo, dall'altra l'esperienza di fede, nella quale il dialogo e'
stato fondamentale, perche' e' venuta proprio dal dialogo con esperienze
religiose diverse dalla mia.
*
- Normanna Albertini: E' cosi' che e' nato questo suo interesse per la
Bibbia?
- Raffaello Zini: L'incontro con il mondo protestante e poi con quello
ortodosso hanno risvegliato in me l'interesse per certi argomenti e mi hanno
portato a riprendere in mano la mia formazione religiosa. Da li' la mia
attenzione per il testo biblico, in particolare per il vecchio testamento.
Ma leggere la Bibbia e' impresa complicata, perche' nessuna scrittura va
soggetta a privata interpretazione, altrimenti le si puo' far dire cio' che
si vuole. La scrittura, in realta', va sempre letta in comunita' e sempre
all'interno della fede della comunita'.
*
- Normanna Albertini: Perche' non da soli?
- Raffaello Zini: Basta guardarsi attorno e si vede, nel dilagare dei
fondamentalismi, questa lettura delirante, prima ancora che aberrante, delle
scritture, mentre il vangelo e' il portato della fede primitiva di una
comunita' alla luce della resurrezione, esprime, cioe', la fede di una
comunita'. Inoltre la Bibbia e' il prodotto di una tradizione e puo' essere
letta soltanto nella tradizione: "tutto quello che ho ascoltato dalla bocca
del mio maestro, che l'ha ascoltato dalla bocca del suo maestro, che l'ha
ascoltato dalla bocca del suo maestro", sono tre passaggi, e tutto questo e'
tradizione. Su questo ognuno puo' innovare, pero' io posso innovare solo su
cio' che ho ascoltato, altrimenti sono capace di far dire al testo cio' che
mi pare.
*
- Normanna Albertini: Ma puo' esserci una tradizione sbagliata?
- Raffaello Zini: La tradizione non e' una specie di vaglio che separa cio'
che e' giusto da cio' che e' sbagliato, Gesu' stesso si riferisce a se
stesso come allo "scriba sapiente" che tira fuori cose vecchie e cose nuove.
Le cose vecchie vengono dalla tradizione, le cose nuove sono cio' che io vi
aggiungo. Citando le parole di Geremia "La mia parola non e' forse come il
fuoco? Oracolo del Signore. Non e' forse come un martello che fracassa la
roccia?" (Ger. 23, 29), possiamo osservare che il senso preferito dalla
Tradizione "e' che il martello, il midrash (il maestro esegeta), fa uscire
dalla roccia della scrittura una infinita' di scintille. La scrittura,
parola incisa nella Roccia di Israele (Is. 30, 29), ha una potenza di
attualizzazione infinita che appartiene al midrash manifestare. Se la
scrittura ha settanta sensi, io ci devo portare il settantunesimo, che poi
e' il compito della mia vita, ma per fare cio' io devo confrontarmi prima
con gli altri settanta: la tradizione.
*
- Normanna Albertini: Quindi ha cominciato con la Bibbia...
- Raffaello Zini: Io sono partito dall'Italia che avevo 16 anni, sono andato
ad abitare a Londra, poi, nel '67, in Germania, a Colonia, poi a Parigi nel
'68. Quando, nel '75, sono tornato in Italia, ho cominciato, con alcuni
amici, a prendere in mano non la Bibbia, ma i padri della Chiesa. Tuttavia,
dopo molto studio, ci siamo resi conto che a piu' di tanto non ti portano,
che bisogna scegliere di aggiungere altre cose. Normalmente qual e' la
scelta? E' quella dell'ebraismo, di un ritorno alle fonti piu' antiche della
tradizione ebraica.
*
- Normanna Albertini: Ha studiato l'ebraico?
- Raffaello Zini: Si', ho studiato in Israele, a quella che allora era la
Pontificia facolta' di ebraistica, ma ero gia' stato in Israele e in Medio
Oriente parecchie volte per motivi di lavoro.
*
- Normanna Albertini: Che cosa pensa del dialogo interreligioso?
- Raffaello Zini: In realta', il primo dialogo e' semplicemente il dialogo
con l'uomo, con l'altro, col diverso da me. Una necessita' umana, prima
ancora che religiosa, di vedere l'altro non come un limite, ma come qualcosa
che da' un senso al mio esistere. Perche' l'uomo esiste soltanto in una
dimensione dialogica. Veramente, nella situazione attuale, quello che
preoccupa molto e' l'incapacita' nostra di dialogare non solo con i
"diversi", gli stranieri, ma il fatto che non si dialoga nemmeno piu' tra di
noi. Prendiamo la politica: e' fortemente marcata da questa incapacita' di
dialogare, di ascoltare gli altri. Quelli che io chiamo "i giorni cattivi
del dialogo", che sono questi, vengono da un'atmosfera non sana del nostro
paese, nella quale non abbiamo piu' voglia di stare ad ascoltare gli altri.
*
- Normanna Albertini: La causa?
- Raffaello Zini: Se non ho piu' bisogno di costruire una societa' o un
modello sociale, non c'e' piu' bisogno di dialogare; in realta', posso
chiudermi in casa e buonanotte al secchio. In fondo e' il prodotto piu'
evidente di un cambiamento culturale dovuto alla vittoria del libero
mercato. Alla fine non si vuole piu' avere un disegno di societa', ma si
lascia tutto alla libera iniziativa del mercato. Si mette tutto nelle mani
di chi e' piu' forte, e chi e' piu' debole si arrangia. Forse e' arrivato il
momento di pensare di riscrivere un contratto sociale, capire i motivi per
cui stiamo assieme. Per quale motivo io devo stare con gli altri. Questo lo
abbiamo dimenticato, non lo sa piu' nessuno. Lo scollamento tra il "popolo"
e il sistema politico e' tenuto in piedi da chi guadagna. Il sistema
politico, in realta', non esiste piu', oggi la politica conta tanto quanto
il due di coppe. Certo, se io cerco delle braccia, della forza lavoro, non
delle persone, su questo non c'e' bisogno di dialogare: con le braccia non
ho necessita' di comunicare. Se invece sono uomini che ho di fronte, bisogna
che il dialogo diventi la maniera normale  di rapportarmi, che riguarda la
religione, la politica, le relazioni con gli altri.
*
- Normanna Albertini: E che cosa pensa della presunta ingerenza della Chiesa
nelle cose dello Stato?
- Raffaello Zini: La chiesa dice la sua, non si tratta di ingerenza, e' che
dall'altra parte non c'e' una cultura "altra", non c'e' niente. E in questo
vuoto si e' inserita una supplenza incredibile, secondo me, quella degli
"atei devoti", "io non credo in Dio, pero'...": la religione di stato, in
cui la religione e' ridotta a collante dell'identita' nazionale e che,
secondo me, e' devastante soprattutto per la Chiesa. In piu', in Italia,
c'e' una sorta di sudditanza psicologica della sinistra nei confronti della
gerarchia ecclesiastica. Poi c'e' il dramma dell'ignoranza teologica,
perche' in Italia non esistono le facolta' di teologia, se uno studia
teologia lo guardano come se fosse un tipo strano, e questa mancanza di
cultura religiosa fa si' che uno accetti in maniera acritica quello che
viene dalla gerarchia, perche' si ha un'idea sbagliata di cio' che e'
Chiesa: non il "popolo di Dio" ma la gerarchia. Se non c'e' il convincimento
che "io sono Chiesa" e che la mia parola e' importante quanto quella del
vescovo, il clericalismo diventa una condizione inevitabile: la Chiesa come
organizzazione clericale. E' un dramma. I laici dovrebbero fare seriamente i
laici, ma per cio' dovrebbero studiare, conoscere la scrittura, pensare,
pregare. Fino a quando la religione e' una cosa cosi', sociologica, o, per
dirla con qualcuno "l'Italia e' un paese pagano con qualche superstizione
cattolica", il cristianesimo come valore sociologico, fatto dal campanile e
dalle case che ci stanno attorno, e' chiaro che non possiamo avere altro che
una Chiesa di stampo molto clericale.
*
- Normanna Albertini: Allora la nostra preoccupazione non deve essere tanto
quella del dialogo con le altre religioni, se ho ben capito?
- Raffaello Zini: A me preoccupa molto sapere che molti cristiani non
conoscano la Bibbia. Non conoscono neanche i vangeli. In compenso la Chiesa
sforna quantita' enormi di documenti. Una volta il vescovo di Friburgo mi
disse: "Beh, quando ero piccolo io c'era la Chiesa militante, la Chiesa
trionfante, la Chiesa purgante. Adesso ce n'e' anche una quarta: la Chiesa
fotocopiante". Se uno dovesse davvero provare a leggere i documenti della
Chiesa... In mezzo a tutto cio' abbiamo perso il senso del sacro, del
totalmente altro, il senso del mistero di Dio.
*
- Normanna Albertini: Crede che servirebbe lo studio della Bibbia a scuola?
- Raffaello Zini: Si', sono convinto che serva, dipende certo da come si fa.
Serve se diventa un momento in cui riesco a invogliare gli studenti ad
andare avanti. Al di la' di una preoccupazione di tipo religioso, ce n'e'
una di tipo culturale: come puo' uno capire Michelangelo se non conosce la
Bibbia? Come puo' uno capire Manzoni? Come puo' capire i grandi musicisti?
Lo studio della Bibbia dovrebbe diventare un esercizio quotidiano, e non e'
facile.
*
- Normanna Albertini: Di cosa si sta occupando ora?
- Raffaello Zini: In questo momento mi sto occupando di altre realta' in
Palestina, come il "Circolo dei genitori", un'organizzazione che mette
assieme genitori e fratelli di persone che sono state assassinate, ebrei che
hanno avuto i figli o i genitori morti in attentati con palestinesi che
hanno avuto i genitori o i figli uccisi dagli israeliani. Ci sono tante
esperienze come queste che vanno nascendo e questo e' il dialogo: la
capacita' di uscire dalle nostre paure e di aprirci alle speranze degli
altri. Il dialogo non e' voler convertire, ma vincere le paure che sono in
noi per poterci aprire agli altri e saper portare anche le speranze degli
altri, oltre che le nostre. Senza di questo il mondo diventa un luogo
spaventoso, se va bene claustrofobico, se va male destinato al macello. E
che tutto sia fatto con tenerezza, perche' oggi, di tenerezza, ce n'e' molto
poca.

5. PROPOSTA. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Si puo' destinare la quota del 5 per mille dell'imposta sul reddito delle
persone fisiche, relativa al periodo di imposta 2006, apponendo la firma
nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi destinato a "sostegno
delle organizzazioni non lucrative di utilita' sociale" e indicando il
codice fiscale del Movimento Nonviolento: 93100500235; coloro che si fanno
compilare la dichiarazione dei redditi dal commercialista, o dal Caf, o da
qualsiasi altro ente preposto - sindacato, patronato, Cud, ecc. - devono
dire esplicitamente che intendono destinare il 5 per mille al Movimento
Nonviolento, e fornirne il codice fiscale, poi il modulo va consegnato in
banca o alla posta.
Per ulteriori informazioni e per contattare direttamente il Movimento
Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212,
e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

6. LETTURE. GIORGIO AMICO: WIFREDO LAM
Giorgio Amico, Wifredo Lam. Il grande surrealista cubano (1902-1982),
Massari Editore, Bolsena (Viterbo) 2006, pp. 128, euro 8. Un'agile biografia
dell'illustre artista cubano e cosmopolita che visse anche lungamente in
Italia. Con un'utile bibliografia e videografia, e un elenco delle
principali mostre di Lam in Italia. Per richieste alla casa editrice:
Massari Editore, casella postale 144, 01023 Bolsena (Vt), e-mail:
erre.emme at enjoy.it, sito: www.enjoy.it/erre-emme

7. RILETTURE. MARCELLO FLORES: 1956
Marcello Flores, 1956, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 150, lire 13.000.
Dedicato alla memoria dell'amico e collega Nicola Gallerano, un agile studio
storico sugli eventi dell'anno del rapporto segreto al XX congresso del
Pcus, l'"ottobre polacco", la crisi di Suez, la rivolta ungherese: un anno
tragico e di svolta nella presa di coscienza di una crisi, di una catastrofe
e di una transizione.

8. RIEDIZIONI. LA FAVOLA ANTICA. ESOPO E FEDRO
La favola antica. Esopo e Fedro, Mondadori, Milano 2007, pp. 656, euro 12,90
(in supplemento a vari periodici Mondadori). In un unico volume le favole
esopiche a cura di Cecilia Benedetti (e con un saggio introduttivo di
Antonio La Penna), e quelle di Fedro a cura di Fernando Solinas (gia'
pubblicate dalla stessa casa editrice quelle esopiche nel '96 e quelle di
Fedro nel '92); con testo a fronte. Tanto abbiamo amato Esopo quanto poco ci
piacque Fedro: nella maschera di Esopo abbiamo sempre sentito un grido di
liberta', la gioia della scoperta del mondo, una sguardo nativo, una voce
sorgiva; in Fedro, chissa' perche', la storia di una sconfitta, di una
subalternita', di una rassegnazione. Cosicche' una stessa favola nella
residua, elementare, logorata (o distillata, se si preferisce) prosa della
tradizione esopica ci commuove, nei versi martellati di Fedro ci irrita e
fin indigna. Bizzarri sono i nostri pregiudizi. (E quando e' in La Fontaine?
o - che so - in Samaniego? Rispondo: li' e' altra operazione, con altri
occhiali leggo ed altra gioia, e altro tormento ancora).

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 100 del 25 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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