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Minime. 104



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 104 del 29 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. La guerra continua
2. Solidarieta' per Malalai Joya
3. Una lettera di solidarieta' con Malalai Joya da inviare alle autorita'
afgane
4. "Human Rights Watch" per Malalai Joya
5. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
6. Augusto Cavadi: Un'idea di societa'
7. Pina Nuzzo: Ripartiamo dalla cittadinanza duale e dalla democrazia
paritaria
8. Letture. Martin Suhr, Jean-Paul Sartre tra "esistenza" e "impegno"
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE.LA GUERRA CONTINUA

Tolti di mezzo gli scomodi testimoni di Emergency, la guerra continua.
La guerra terrorista e stragista in Afghanistan.
La guerra cui l'Italia illegalmente, criminalmente partecipa.
La guerra.
La guerra nemica dell'umanita'.
La guerra che la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico
ripudia.
La guerra che consiste nell'uccisione di esseri umani.
La guerra.

2. APPELLI. SOLIDARIETA' PER MALALAI JOYA
[Attraverso Gabriella Gagliardo (per contatti:
gabriella.gagliardo at fastwebnet.it) riceviamo e diffondiamo il seguente
comunicato del "Comitato di difesa per Malalai Joya" del 22 maggio 2007.
Gabriella Gagliardo, insegnante, impegnata nella Flc-Cgil, nell'associazione
Iemanja' ed in altre esperienze di impegno civile, e' particolarmente attiva
nella solidarieta' con le donne afgane, e in molte iniziative di
solidarieta' e per i diritti.
Malalai Joya e' una deputata e prestigiosa attivista per i diritti umani
afgana; un suo profilo scritto da Giuliana Sgrena e' nel n. 1313 de "La
nonviolenza e' in cammino"]

Nelle ultime settimane, dopo il rientro di Malalai Joya da un importante
tour internazionale e dopo una sua intervista con una televione locale di
Kabul, i signori della guerra e i criminali presenti nel parlamento e nel
senato afgano hanno provato in tutti i modi di mettere a tacere Malalai ed
espellerla dal parlamento.
E' stato utilizzato un recente commento di Malalai per giustificare questa
decisione. Nell'intervista, aveva detto che il parlamento afgano e' peggio
di una stalla tra i cui membri ci sono criminali e nemici del popolo afgano.
Il 21 maggio 2007, a larga maggioranza, il parlamento dominato dai signori
della guerra e dai narcotrafficanti ha sospeso Joya per tre anni e ordinato
alla Corte Suprema di aprire un'inchiesta nei suoi confronti. Essi hanno
anche richiesto al Ministro degli Interni di limitare gli spostamenti di
Malalai Joya; cio' significa che non le sara' concesso d viaggiare fuori
dall'Afghanistan.
In una conferenza stampa a Kabul, Malalai Joya ha dichiarato che questa e'
una cospirazione politica contro di lei, e che lei continuera' la sua lotta
contro i signori della guerra ed i nemici del popolo afgano. Si e' detta
pronta ad apparire di fronte ad una corte indipendente e ha dichiarato che
usera' questa opportunita' per denunciare i nemici dell'Afghanistan
attraverso la corte stessa. Malalai Joya ha pero' aggiunto che, con suo
grande dispiacere, non c'e' giustizia in Afghanistan e che anche il sistema
giudiziario e' controllato dai signori della guerra fondamentalisti.
Alcuni avvocati afgani che abbiamo contattato hanno dichiarato che la
decisione del parlamento e' illegale e solo un tribunale puo' decidere di
espellere dal parlamento un rappresentate eletto dal popolo.
Siamo contenti che la maggioranza della popolazione in Afghanistan sostiene
fortemente Malalai Joya, che sta ricevendo moltissime telefonate, lettere e
e-mail di solidarieta' dopo la decisione del parlamento.
Noi chiediamo a tutti i suoi sostenitori e simpatizzanti di aiutare subito
Malalai Joya.
E' possibile farlo nei seguenti modi:
- scrivendo alle istituzioni ufficiali, inoltrando una protesta per
l'espulsione e la persecuzione di Malalai Joya, mentre il mese scorso i
terroristi e coloro che violano i diritti umani hanno ottenuto un'amnistia
dal parlamento per i loro crimini passati;
- esprimere la nostra preoccupazione per la sicurezza di Malalai Joya
durante il processo in tribunale, dato che i fondamentalisti detengono le
posizioni-chiave all'interno del sistema giudiziario afgano;
- diffondere questa lettera e chiedere ad avvocati e difensori dei diritti
umani nella vostra area e nel vostro paese di farsi avanti ed aiutare
Malalai Joya difendendola durante il processo;
- fare una donazione al fondo per la sicurezza di Malalai Joya, al sito
https://www.malalaijoya.com/donor/donor_info.ph , per aiutarla a dotarsi dei
necessari strumenti di difesa, poiche' ora e' privata di qualunque mezzo di
protezione ufficiale

3. APPELLI. UNA LETTERA DI SOLIDARIETA' CON MALALAI JOYA DA INVIARE ALLE
AUTORITA' AFGANE
[Da Gabriella Gagliardo (per contatti: gabriella.gagliardo at fastwebnet.it)
riceviamo e diffondiamo. Scrive Gabriella Gagliardo accompagnando l'invio
del testo che segue: "Vi trasmettiamo una lettera di protesta in inglese da
inviare agli indirizzi che trovate piu' sotto. Potete firmarla sia come
singoli che come associazioni, e naturalmente modificarne il testo se lo
ritenete opportuno. Vi preghiamo di non sottovalutare l'importanza e
l'utilita' di questa semplice azione, sia per il suo valore politico, sia
per tutelare in qualche misura l'incolumita' di Malalai che ora e' piu' che
mai a rischio"]

Dear sir,
I express my support and solidarity to Ms. Malalai Joya, member of the
Wolesi Jirga, who, since long time, is one of the best examples of
resistance of women against taliban, fundamentalism and defender of human
and womenís rights.
Malalai Joya is internationally famous since 2003, when she spoke at the
Loya Jirga, accusing many of the elected members of being war criminals, and
already this speech meant 4 attempt to her life and many death threats,
intimidations and, just one year ago, one physical aggression within the
Parliament.
On 21st May 2007 Malalai Joya, 29 years old, is been suspended by the
Parliament of Afghanistan after an interview on TV in which she exposed once
more the war criminals that are present in the Parliament. The Parliament
also directed the Interior Ministry to restrict her movements to within the
country. This means she is not allowed to travel outside Afghanistan.
Moreover the Parliament ordered the High Court to file a case against her.
This is hardly damaging to the freedom of expression.
Malalai Joya is very well known in Italy, and since long time many people
here appreciate her work and commitment for afghan people. When she exposes
members of the Afghan Parliament she is telling the truth, as shown in many
reports written by international organization for the protection of human
rights like Amnesty International and Human Rights Watch.
For the above reasons I ask you to do your best to cancel the resolution of
the Parliament that expelled Malalai Joya from the assembly and also to do
your best to guarantee her security which is further compromised after the
last events.
*
Le lettere di protesta possono essere inviate ai seguenti indirizzi:
- President Hamid Karzai: khaleeq.ahmad at gmail.com e
president at afghanistangov.org
- Supreme Court of Afghanistan: aquddus at supremecourt.gov.af
- Afghanistan's Parliament: hasib_n786 at yahoo.com
- Interior Ministry: moinews at gmail.com e wahed.moi at gmail.com
- Justice Ministry of Afghanistan: info at moj.gov.af e hidayatr at moj.gov.af
*
Ringraziamo per l'aiuto e preghiamo di inviare una copia delle vostre
lettere all'e-mail: mj at malalaijoya.com

4. APPELLI. "HUMAN RIGHTS WATCH" PER MALALAI JOYA
[Riceviamo e diffondiamo la seguente presa di posizione, datata New York, 23
maggio 2007, della nota organizzazione umanitaria "Human Rights Watch"]

"Il parlamento afgano deve immediatamente reintegrare Malalai Joya,
parlamentare sospesa per aver criticato i suoi colleghi, e rivedere le norme
che limitano la liberta' di parola", ha dichiarato oggi Human Rights Watch.
Il 21 maggio 2007, il parlamento afgano ha votato la sospensione di Joya per
i commenti da lei espressi durante un'intervista televisiva il giorno
precedente. Non e' chiaro se la sospensione durera' fino alla fine della
corrente sessione del parlamento, prevista fra poche settimane, o se si
protrarra' fino alla fine del suo incarico, nel 2009. Oltre alla
sospensione, alcuni legislatori hanno suggerito che Joya sia processata in
tribunale per oltraggio.
"Malalai Joya e' una strenua paladina dei diritti umani e una forte voce
delle donne afgane, e non dovrebbe essere sospesa dal parlamento", ha detto
Brad Adams, direttore per l'Asia di Human Rights Watch. "I commenti di Joya
non giustificano la punizione che ha ricevuto e certo non giustificano un
processo in tribunale".
Joya aveva criticato il parlamento per i suoi fallimenti nei confronti del
popolo afgano, dichiarando che "una stalla o uno zoo sono meglio [del
parlamento], almeno la' c'e' l'asino che puo' trasportare un carico, e la
mucca che fornisce latte. Questo parlamento e' peggio di una stalla o uno
zoo".
Il 22 maggio, una versione registrata dell'intervista a Joya e' stata
mostrata durante una sessione del parlamento. Dopo di cio', la maggioranza
dei suoi colleghi l'ha ritenuta responsabile della violazione dell'articolo
70 del regolamento sulla condotta parlamentare, che vieta ai parlamentari di
criticarsi fra loro. Il reato specifico contestato a Joya e' l'"aver
insultato l'istituzione parlamentare".
Human Rights Watch fa notare che i membri del parlamento si criticano
continuamente l'un l'altro, ma nessun altro e' stato mai sospeso.
"L'articolo che proibisce la critica nei confronti dei parlamentari e' una
regola irragionevole che viola il principio di liberta' di parola sancito
dal diritto internazionale e diffuso in tutto il mondo", ha detto Adams. "Il
parlmento afgano dovrebbe fare da esempio, promuovendo e proteggendo la
liberta' d'espressione, non reprimendola".
Human Rights Watch ha chiesto al parlamento afgano di rivedere l'articolo 70
ed assicurarsi che i rappresentanti eletti possano parlare liberamente senza
paura di sospensione o azione legale.
Malalai Joya, 28 anni, e' la pi' giovane parlamentare del governo afgano. A
19 anni, profuga in Pakistan, teneva corsi di alfabetizzazione alle donne
afgane. Durante l'era dei Talebani, gestiva un orfanotrofio e una clinica in
Afghanistan. Nel 2003, si e' conquistata l'attenzione internazionale per
avere parlato pubblicamente contro i signori della guerra cooinvolti nella
stesura della Costituzione afgana. Due anni dopo, e' stata eletta nella
provincia di Farah con il numero piu' alto di preferenze nelle elezioni
parlamentari, ed e' diventata membro del parlamento.
Dal momento della sua elezione, Malalai Joya ha continuato a difendere e
promuovere strenuamente i diritti delle donne e dei bambini in Afghanistan.
Ha anche continuato a chiedere pubblicamente che i crimini di guerra siano
perseguiti in tribuale, anche quelli perpetrati dai suoi colleghi
parlamentari.
Malalai Joya e' sopravvissuta a quattro falliti attentati, viaggia con una
scorta armata e a quanto si dice dorme ogni notte in un luogo diverso.
"Malalai Joya e' un esempio di coraggio e un'ispirazione", ha detto Adams.
"Gli amici internazionali dell'Afghanistan non dovrebbero esitare a parlare
in sua difesa".

5. PROPOSTA. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Si puo' destinare la quota del 5 per mille dell'imposta sul reddito delle
persone fisiche, relativa al periodo di imposta 2006, apponendo la firma
nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi destinato a "sostegno
delle organizzazioni non lucrative di utilita' sociale" e indicando il
codice fiscale del Movimento Nonviolento: 93100500235; coloro che si fanno
compilare la dichiarazione dei redditi dal commercialista, o dal Caf, o da
qualsiasi altro ente preposto - sindacato, patronato, Cud, ecc. - devono
dire esplicitamente che intendono destinare il 5 per mille al Movimento
Nonviolento, e fornirne il codice fiscale, poi il modulo va consegnato in
banca o alla posta.
Per ulteriori informazioni e per contattare direttamente il Movimento
Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212,
e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

6. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: UN'IDEA DI SOCIETA'
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at alice.it) per averci
messo a disposizione questo suo articolo apparso sul settmanale messinese
"Centonove" del 25 maggio 2007 col titolo "Il vandalismo autolesionistico
dei sedicenti anarchici".
Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e'
impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a
Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di
problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia.
Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della
consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a
questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo,
Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad.
portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera,
Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad.
portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico,
ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa
puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova
edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la
lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A
scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze
didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza
cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain
fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo.
Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce
"Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie,
Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici.
Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000;
Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato
in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente
bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla
mafia, DG Editore, Trapani 2005; E, per passione, la filosofia, DG Editore,
Trapani 2006. Vari suoi contributi sono apparsi sulle migliori riviste
antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa)]

Anarchia non e' sinonimo di caos. Nonostante l'accezione volgare dominante
(per cui, davanti ad una situazione di conflittualita' generalizzata di
tutti contro tutti, ci scappa da dire: "Ma siamo in anarchia totale!"), con
questo termine si designa - concettualmente - un'idea di societa' in cui
ogni individuo e' talmente consapevole, responsabile e solidale da rendere
superfluo ogni apparato istituzionale. Una societa', insomma, in cui i
cittadini sono talmente maturi da non aver bisogno dello Stato. Atei come
Bakunin o cristiani come Tolstoj, gli anarchici dedicano la vita affinche' i
principi della Rivoluzione francese del 1789 trovino integrale e
contemporanea attuazione pratica: non la sola liberta' (come nelle societa'
liberali), non la sola uguaglianza (come nelle societa' comuniste), non la
sola fraternita' (come nei sogni delle anime belle), ma la liberta' e
l'uguaglianza e la fraternita' insieme.
Questo progetto di societa' senza Stato (dunque senza gerarchie
istituzionali fisse) e' realistico o utopistico? Se ne discute da un secolo
e mezzo, ci si divide talora vivacemente, se ne discutera' ancora per tanto
tempo. Non dovrebbe pero' essere difficile concordare almeno su un punto:
per tutti, anche per quanti non ci riconosciamo nella proposta anarchica,
sarebbe un impoverimento disastroso se tale proposta venisse cancellata
dallo scenario ideale. Sarebbe come se si spegnesse una stella  che indica
una direzione verso cui avanzare per uscire dalla barbarie attuale.
Chi potrebbe operare questa cancellazione dell'utopia anarchica dalla faccia
della terra? Un regime totalitario efficacemente repressivo. Oppure degli
individui stupidi, irresponsabili, che  - abusando dell'etichetta
"anarchia" - compiano gesti balordi. Inutilmente provocatori, gesti
autolesionistici, insomma: come, in queste ultime settimane, le scritte
intimidatorie contro l'arcivescovo di Genova o le mutilazioni delle statue
di papi davanti la cattedrale di Palermo. Gesti che alimentano complessi di
persecuzione in chi li subisce, reazioni esagerate in chi li strumentalizza
e che - comunque - gettano fango su un ideale al quale migliaia di uomini e
di donne hanno consacrato l'esistenza, cadendo non di rado martirizzati da
violenze di destra e persino di sinistra.

7. RIFLESSIONE. PINA NUZZO: RIPARTIAMO DALLA CITTADINANZA DUALE E DALLA
DEMOCRAZIA PARITARIA
[Dal sito www.50e50.it riprendiamo il seguente intervento tenuto da Pina
Nuzzo all'incontro svoltosi presso la Sala Olivetti, a Roma, il 19 maggio
2007.
Pina Nuzzo, apprezzata pittrice, e' una delle figure piu' prestigiose
dell'Unione delle donne in Italia (Udi)]

Appena una settimana fa ci sono state due manifestazioni. In due piazze di
Roma. La data scelta da quelle manifestazioni e' la stessa del referendum
promosso dai clericali per l'abrogazione della legge sul divorzio il 12
maggio 1974. Ciascuna a modo suo, quelle due piazze lo hanno voluto
ricordare.
Anch'io voglio ricordare quel referendum perche' ha avuto un'importanza
speciale per il movimento delle donne. Non solo nel merito della questione o
per i diritti civili. Ma perche' e' stata la prima occasione in cui le donne
hanno capito che se volevano "vincere" dovevano occupare la scena della
politica. Furono le donne, le donne organizzate, a trovare gli argomenti
piu' adeguati per condurre in termini di massa la campagna per il "no".
Potevano farlo perche' "il personale e' politico" aveva gia' cominciato a
fare presa. Svincolandoci, sempre piu', dai legami e dalle appartenenze di
partito. L'Udi aveva gia' alle spalle la lunga fase che va sotto il nome di
vertenze e continuava il suo impegno sull'occupazione, il lavoro casalingo,
i servizi sociali, la scuola. Con azioni politiche sempre piu' dirette, tese
a coinvolgere le donne dal basso, come si diceva una volta. L'Udi promuove
e organizza  il protagonismo delle donne in modo diffuso, di massa, dal
basso, appunto. Non delega piu' l'agenda dei problemi alle istituzioni e si
misura con esse da antagonista. Forti di quella esperienza, dei nuovi
rapporti  con le altre e con le associazioni femminili, le donne dell'Udi
trovano parole efficaci che superano gli schieramenti.
Le donne - tutte - usciranno da quella esperienza rafforzate. E troveranno
in questo nuovo protagonismo il coraggio necessario per uscire poi dal
tunnel dell'aborto clandestino e continuare la loro azione politica.
*
Voglio anche ricordare la grande manifestazione dell'Udi a Roma del 13
novembre di quello stesso anno perche' sia approvato finalmente il nuovo
diritto di famiglia. Quel nuovo diritto che eliminera' le forme piu' odiose
e arcaiche di soggezione  giuridica della donna cittadina nel matrimonio.
Che stabilira', nel 1975, che "i due coniugi hanno diritti e responsabilita'
uguali e sono ambedue titolari della potesta' genitoriale".
E' forse la legge piu' importante approvata dalla Repubblica per la
famiglia. Vecchi istituti, come la dote e la separazione per colpa vengono
aboliti, scompare il capofamiglia, l'autorita' maritale e paterna, lo "ius
corrigendi" - diritto del solo marito a "correggere" moglie e figli -, i
beni acquisiti durante il matrimonio sono di entrambi, vengono modificate
anche le norme sull'eredita'. La donna ha il diritto di conservare il
proprio cognome, a cui si "aggiunge" quello del marito. E viene cancellata
la vecchia distinzione fra figli legittimi e illegittimi.
Tutto questo non sarebbe avvenuto in Parlamento - spostando forze
politiche - senza un nuovo protagonismo delle donne italiane.
La titolarita' nuova, inedita, che la donna assume nella famiglia modifica i
rapporti tra i soggetti, tra l'uomo e la donna, tra la donna e i figli, e
apre la strada all'autodeterminazione anche nel concepimento.
Teniamolo a mente: l'autoderminazione della donna - da quel momento - e' il
problema della nostra societa'.
*
Nel 1978 sara' approvata la legge n. 194, che - forse e' utile ricordarlo -
si chiama per esteso: "Norme per la tutela sociale della maternita' e
sull'interruzione volontaria della gravidanza". Passata alle cronache come
la legge sull'aborto.
Per noi, allora come oggi, l'aborto e' un dramma e non un diritto civile.
Per noi, non era percio' proponibile alcun "percorso ad ostacoli" che
finisse per sottrarre la decisione alla donna su come, quando, dove,
perche', e soprattutto con quali autorizzazioni.
E questo lo abbiamo affermato, nei confronti di qualunque proposta di legge
e anche contro le pressioni di partiti della sinistra, segnatamente del Pci.
Sotto il segno dello slogan che aveva trovato un assoluto consenso tra
tutte, "aborto per non morire, contraccezione per non abortire", il
movimento delle donne ribadiva che era necessario istituire capillarmente i
consultori familiari per prevenire l'aborto e per diffondere  le metodologie
della contraccezione.
Infatti nel 1975 erano stati istituiti i consultori e la pillola
anticoncezionale sara' mutuabile.
Parallelamente alla discussione che si sviluppava in Parlamento, con vari
colpi di scena, i gruppi femministi e l'Udi intervengono ovunque con grandi
manifestazioni che raccolgono ed esprimono il crescente consenso delle
donne. Fino al grande corteo del 3 aprile 1976 a Roma, fatto insieme in nome
dell'autodeterminazione.
Anche per questa legge abbiamo dovuto affrontare un referendum, anzi due. Su
due sponde politiche completamente diverse. Il Partito radicale da un lato e
il Movimento per la vita dall'altro, raccolsero, in quegli anni, le firme
necessarie alla presentazione di due distinti referendum abrogativi. Il
Partito radicale voleva che l'aborto non fosse piu' reato e che fosse
possibile esercitarlo anche nelle cliniche private. Noi allora ci opponemmo
perche' volevamo obbligare la struttura pubblica, e quindi la societa'
intera, a farsene carico; se fosse passato il  principio - in se' non
assurdo - dei radicali il problema, pensavamo allora, sarebbe rimasto
privato anche nella percezione della donna. Il Partito radicale perse quel
referendum su quella che pure e' stata una battaglia di civilta' anche per
loro iniziativa. Forse anche per questo a piazza Navona, Marco Pannella,
annettendosi quella legge con un lapsus che gli fa onore, parlando della
194, ha detto "la nostra legge" e ha riconosciuto che grazie ad essa
l'aborto nel nostro Paese e' calato del 40%.
Noi, nel momento in cui eravamo impegnate per l'applicazione della legge,
fummo costrette ad una difesa senza mediazioni. Sapevamo i limiti di quella
legge, ma non potevamo correre il rischio di tornare indietro su un punto
cosi' faticosamente conquistato come l'autoderminazione. Partecipammo alla
campagna referendaria con la morte nel cuore. Convinte comunque che
bisognasse rispondere "no" in entrambi i casi. Si formarono comitati di
partiti di sinistra in difesa della 194 in cui noi dell'Udi decidemmo di non
entrare. Perche' per noi l'aborto non e' un diritto civile, certo. Ma
soprattutto perche' quei partiti - tutti quei partiti - "pur dichiarandosi a
parole a favore della 194, erano responsabili perche' nelle istituzioni non
si battevano per la sua piena attuazione. Ne' per l'istituzione dei
consultori fatti come le donne li volevano" (citazione dagli atti dell'XI
congresso dell'Udi).
Avevamo paura di perdere. Il 18 maggio 1981 i due referendum furono
respinti. Quello radicale con l'88,4% dei "no". Quello del Movimento per la
vita con il 68% dei "no". E noi provammo sollievo ma anche una sorta di
sbandamento. Eravamo a disagio perche' non eravamo state in grado di
prevedere l'atteggiamento delle donne. Ma in quel momento era difficile per
noi capire le donne, perche' noi eravamo le donne. Ricordo ancora la
felicita' e un comizio improvvisato nella piazza della mia citta' su un
camioncino di fortuna, con le donne che arrivavano da tutte le parti.
Da quel momento il  concetto di autoderminazione investe la percezione che
una donna ha di se' ovunque.
Sull'applicazione della legge sull'aborto e sulla questione della violenza
sessuale si muovera' e ruotera' il movimento delle donne in quegli anni.
*
Il partire da se', il dichiarare che il personale e' politico, il parlare
tra donne del proprio corpo, avevano fatto emergere il problema  di una
sessualita' stretta tra due paure: quella della maternita' indesiderata e
quella di un aborto clandestino.
Si sviluppa  una pratica, un parlarsi tra donne dove la sessualita' viene
raccontata spesso come subita, spesso in termini di aggressione, quando non
di vera e propria violenza.
Si esplicita e si condivide il timore di uscire la sera da sole.
Lo affronteremo poi con il corteo notturno a Roma del dicembre 1976, con lo
slogan "Riprendiamoci la notte", uno slogan di denuncia e anche gioioso.
Si da' parola politica all'indignazione e non si sopporta piu' che la
violenza sia considerata ovvia e persino "naturale".
Nel settembre del 1979 viene presentata una proposta di legge di iniziativa
popolare "relativa ai crimini perpetrati attraverso la violenza sessuale e
fisica contro la persona" elaborata dal Movimento di liberazione della donna
e fatta propria, dopo un acceso dibattito, dall'Udi, dal Collettivo romano
di via Pompeo Magno e dalle riviste "Effe", "Quotidiano donna", "Noi Donne"
e "Dwf". Le firme saranno solennemente consegnate al Parlamento in occasione
dell'8 marzo 1980 da un corteo aperto da decine di carriole piene di firme,
ne raccogliemmo 300.000, molte di piu' delle 50.000 necessarie.
Anche in questo caso, l'azione aveva dato luogo a fortissime discussioni
all'interno del movimento. Sia sull'opportunita' di avvalersi di un
meccanismo legislativo, sia nel merito di alcune procedure.
In Parlamento il dibattito durera' degli anni (fino al 1996) prima di
arrivare ad una legge che, almeno, parlera' finalmente di reato contro la
persona e non contro la morale pubblica e il buon costume.
Infatti  si devono a quell'azione politica  due risultati fondamentali: aver
fatto emergere il problema anche in termini culturali; far considerare lo
stupro un reato contro la persona e non semplicemente contro la morale.
Per noi, e per tutte, da allora e' chiaro che mettere in discussione un modo
maschile di concepire i rapporti in termini di potere, fino alla violenza,
e' qualcosa che tocca tutti gli aspetti delle relazioni tra uomo e donna,
compresa la prostituzione.
Anche oggi, come in altre situazioni, sono obbligata ad un racconto, ad una
premessa prima di entrare nel merito. Lo faccio perche' non posso piu'
assistere a dibattiti televisivi, ascoltare uomini e anche donne che fanno
politica, leggere saggi di studiosi, senza sentirmi risucchiata da una parte
o dall'altra. Lo devo fare perche' non sopporto il progressivo ridurre il
ruolo politico delle donne e delle loro associazioni, e non parlo solo
dell'Udi, a colore o a testimonianza, fino alla cancellazione. Non si puo'
andare, partecipare a nulla, senza essere sovrastate da questo o da quel
simbolo, senza poter dire una parola che sia ripresa o ascoltata fuori da
noi. Trovo doveroso per me oggi nominare davanti a voi e con voi fatti che
non sono mai degnamente rappresentati.
*
Sono percio' ritornata a quel 12 maggio - e alle date piu' significative
della nostra storia politica -  per ricordare che la laicita' dello Stato e'
un bene di tutti. Va difesa perche' rappresenta i soggetti tutti.
Quindi, fare politica e andare eventualmente in piazza, senza le ragioni e
senza le parole delle donne impoverisce la politica tutta. Perche', nella
migliore delle ipotesi, in questo modo, emergono solo le ragioni degli
schieramenti politici o delle appartenenze religiose. Andare in piazza cosi'
serve solo a rafforzare il fondamentalismo maschile - qualunque
fondamentalismo - che pensa di poter sempre parlare per due.
Qualcosa del genere e' avvenuto anche nella vicenda della procreazione
medicalmente assistita, dove le ragioni, le scelte delle donne sulla
maternita' sono passate in secondo piano, sommerse da uno scontro tra
scienza ed etica, tra nuovi stregoni e vecchi tromboni. La vita vera e'
sparita, annientata dall'ideologia, da due opposte ideologie, sulla pelle
delle donne. E questo accade quasi quotidianamente in tutti i dibattiti
politici dove le grandi questioni che attraversano il nostro tempo vengono
ridotte alla misura di questo o quel partito e i soggetti ricondotti in
schemi che li mortificano. Da tempo aspettiamo un colpo d'ala.
*
Abbiamo deciso che per noi era maturo il tempo di rischiare un gesto
politico, di  chiamare le donne ad un nuovo protagonismo e abbiamo anche
pensato che avevamo titolo per farlo.
In tutte le iniziative che abbiamo avviato, come per le forme politiche che
abbiamo adottato con il  XIV, abbiamo sempre avuto una grande attenzione per
le parole e per líuso che ne facevamo.
A volte, ci siamo rese conto che il nostro linguaggio risentiva di una
consuetudine  che ci rendeva meno libere nella politica. Per questo, ogni
volta che  ci veniva spontaneo usare una parola, ci siamo fermate a
ragionare, per poi decidere se mantenerla o meno.
Senza questo lavoro, non saremmo arrivate al "50e50 ovunque si decide" con
la liberta' di parlare di campagna. Lo abbiamo potuto fare perche' abbiamo
riattraversato altre parole altrettanto evocative come organizzazione,
rappresentanza, autonomia, autofinanziamento, separatismo...
E oggi siamo in grado di distinguere tra la nostra storia e quello che ci
serve adesso, senza rinnegare la nostra tradizione ma anche senza
appiattirci sul passato.
Questi ultimi vent'anni, forse venticinque, fanno di noi che abbiamo
incontrato la liberta' femminile donne capaci di fare leva proprio su di
essa per imporre una uguaglianza che prima non eravamo in grado di
immaginare. Una uguaglianza che per paradosso non produce liberta', ma e'
frutto della nostra liberta'. Una uguaglianza che - per intenderci ancora
meglio - non e' affatto incompatibile con la differenza, ma che anzi la
contiene prima per poter essere oggi, pienamente, uguaglianza. Del resto, la
liberta' femminile non sarebbe stata concepibile, in teoria e in pratica, in
questo Paese, senza le lotte di emancipazione.
Per questo le parole tornano! Tornano perche' come a un nuovo giro della
spirale, l'emancipazione e l'uguaglianza chiedono di essere riformulate.
Cosi', ripartiamo dalla cittadinanza duale e dalla democrazia paritaria.
E cosi', solo cosi', possiamo oggi, in una proposta di legge, parlare di
"attuazione" di un articolo della Costituzione che sessanta anni fa parlava
di "eguaglianza".
*
Ieri abbiamo depositato in Cassazione il titolo della nostra proposta di
legge. Quando siamo partite - molte di voi ricorderanno il seminario del 22
febbraio tenuto in questa stessa sala - avevamo paura, non lo nascondo;
paura di essere sole, paura di non avere il polso della situazione.
Sapevamo pero' che l'avvio della campagna sarebbe stato determinante per la
sua riuscita. Dovevamo mandare un segnale inequivocabile di liberta' e
autonomia e, se avevamo visto giusto, dovevamo fare leva sulla voglia di
partecipazione delle donne che oggi non trova forme e luoghi accessibili.
E guardando, prima di tutto noi stesse, ma anche intorno a noi, abbiamo
capito che, nonostante i convegni e le scuole e le case e le celebrazioni,
non eravamo in grado di produrre luoghi di reale partecipazione e dibattito
tra donne. Ormai da troppo tempo.
Siamo partite da noi, dalla indignazione che ciascuna di noi prova di fronte
a come si gestisce la cosa pubblica, a come si trattano e si abusa dei corpi
inermi, per come si tratta o dovrei dire maltratta l'ambiente, per sapere
che siamo solo donne normali e che ci sono sicuramente tante donne,
altrettanto normali, che trovano indecente quello che accade. E sicuramente
anche tanti uomini.
*
Con questo slancio abbiamo intrapreso la campagna "50e50" sottolineando
sempre "ovunque si decide".
Realizzando un percorso politico che potesse crescere insieme alle donne,
pensando, strada facendo, le diverse forme di accesso. A seconda delle
competenze, delle passioni ma anche della semplice voglia di esserci. Questo
e' il senso della nostra azione politica.
Una legge di iniziativa popolare perche' ci permette di avere un confronto
diretto con donne e uomini e di rendere esplicito a noi stesse prima di
tutto, e poi agli altri, il nostro ruolo e la nostra funzione politica. Non
ci sfugge che, oltre ad essere una associazione di donne, siamo una
istituzione femminile.
I Centri di raccolta non sono solo un modo organizzato per raccogliere
50.000 e piu' firme, ma daranno ad ogni donna, o gruppo di donne, che siano
dell'Udi o no, l'opportunita' di fare politica e di imparare come si fa
politica. Perche' per organizzare la raccolta delle firme e' necessario
avviare le pratiche necessarie, stabilire rapporti con il territorio e con
le altre, affidarsi a chi ne sa di piu', entrare in un progetto piu' grande
del gruppo o dell'esperienza politica a cui si e' fatto riferimento fino a
quel momento.
Il Consiglio delle donne non e' un insieme di sigle e rappresentanze, ma e'
e sara' reale condivisione del nostro progetto, e' e sara' la
rappresentazione che saremo capaci di offrire partendo insieme dall'ovunque
che ciascuna di noi abita per rinominare una dimensione collettiva. E sara'
un rappresentarci a noi stesse nelle nostre singolarita' non contrapposte,
per un tempo definito e circoscritto: quello della campagna.
E' tempo di darci semplicemente credito.
I prossimi appuntamenti saranno nelle piazze, ai tavolini quando partira' la
raccolta delle firme.
*
Ieri, lo sapete, abbiamo provveduto al deposito del Titolo in Cassazione. Ed
eravamo veramente emozionate, piu' di quanto avremmo potuto immaginare,
nell'ascoltare le parole rituali che due donne dirigenti leggevano in una
sala di udienza della Suprema Corte.
A proposito di momenti solenni e di date rituali, ci stiamo attivando per
riuscire a partire con la raccolta per il due giugno: e' una data che dice
molto, alle donne, alla Repubblica e alla laicita'.
Come dicevo prima: ripartiamo dalla cittadinanza duale e dalla democrazia
paritaria e questo, per noi, ha molto a che fare con la data del 2 giugno. E
con l'iniziativa di dare oggi attuazione a qualcosa che ieri parlava gia' di
eguaglianza.

8. LETTURE. MARTIN SUHR: JEAN-PAUL SARTRE TRA "ESISTENZA" E "IMPEGNO"
Martin Suhr, Jean-Paul Sartre tra "esistenza" e "impegno", Massari Editore,
Bolsena (Viterbo) 2005, pp. 144, euro 7. Il saggio, cursorio, di Suhr si
concentra su L'essere e il nulla, ripercorrendone e discutendone alcuni temi
a volo d'uccello. Lo accompagnano brevi scritti occasionali e pubblicistici
di Roberto Massari, "Polybios", Rupert Neudeck, ed una sintetica
bibliografia e cronologia. Per richieste alla casa editrice: Massari
Editore, casella postale 144, 01023 Bolsena (Vt), e-mail:
erre.emme at enjoy.it, sito: www.enjoy.it/erre-emme

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 104 del 29 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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