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Minime. 125



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 125 del 19 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Osvaldo Caffianchi: La guerra preventiva
2. Leela Jacinto: Donne in Marocco
3. Stefano Catucci ricorda Rudolf Arnheim
4. Laura Colombo presenta "Sessi e genealogie" di Luce Irigaray
5. Francesco Tomatis presenta "Essere e avere" di Gabriel Marcel
6. Sara Sesti presenta "La strada di Levi" di Davide Ferrario e Marco
Belpoliti
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. OSVALDO CAFFIANCHI: LA GUERRA PREVENTIVA

Dice la televisione che un raid aereo
della coalizione di buona volonta'
ha colpito una scuola in Afghanistan
assassinando sette bambini.

Ammazzarli da piccoli e' l'essenza
della guerra preventiva. Sara' lieto
di tanta lungimiranza il colto pubblico.

2. MONDO. LEELA JACINTO: DONNE IN MAROCCO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo dal
titolo originale "I diritti delle donne marocchine indossano vesti regali".
Leela Jacinto, giornalista indipendente esperta di affari mediorientali, e'
stata reporter internazionale per "Abc News" ed ha insegnato giornalismo per
l'agenzia  "Pajhwok Afghan News Service" a Kabul in Afghanistan]

Casablanca, Marocco. La frase che gira sulle strade di Casablanca,
l'affaccendata capitale commerciale del Marocco e': l'imperatore ha dei
nuovi vestiti. Ha anche una nuova bimba, e la stampa marocchina si e'
gettata a capofitto sull'evento. Dopo la nascita della sesta figlia di re
Mohammed VI, la principessa Khadija, il 28 febbraio scorso, due importanti
riviste femminili hanno offerto servizi fotografici in omaggio alla piccola
altezza reale. Raffigurando l'intera famiglia abbigliata negli squisiti
indumenti tradizionali, i servizi hanno dato un raro sguardo al mondo
privato di Mohammed VI, il diciottesimo re della dinastia Alauita, una delle
piu' antiche del pianeta.
"Si', ho comprato copia di entrambe le riviste", dice Botoul Sahli,
insegnante quarantaduenne, "Sono immagini bellissime. Adoro le vesti
tradizionali, cosi' preziose. Sua maesta' non da' importanza al velo. Sua
moglie e le sue sorelle non lo indossano. Queste donne sono esempi
importanti per noi, donne musulmane marocchine".
Salutato come una luminosa speranza per la modernizzazione araba quando e'
salito al trono sette anni fa, Mohammed VI ha da allora percorso una strada
che potremmo definire mista, ma persino i suoi critici piu' accaniti
riconoscono che le sue iniziative a sostegno dei diritti delle donne hanno
avuto un clamoroso successo.
Il 10 ottobre 2003, il re presento' al Parlamento un Codice di famiglia
riformato. Il sistema di leggi che comprendeva il matrimonio, il divorzio ed
i diritti ereditari (detto "mudawana") era stato un campo di battaglia per
decenni fra i laici fautori della modernita' ed i conservatori islamisti, i
quali avevano definito lo scontro "una guerra tra i credenti e gli
apostati". Fu il terribile 16 maggio 2003, con gli attacchi terroristici a
Casablanca, che probabilmente volse la questione a favore dei modernisti in
modo definitivo. Sfruttando l'ondata anti-fondamentalista seguita agli
attacchi suicidi, il re usci' con fermezza a favore dei diritti delle donne,
sostenendo i propri argomenti anche con il canone islamico. In un paese in
cui il monarca e' l'arbitro finale e sacrosanto del potere, il Codice di
famiglia modificato era cosa fatta. Alcuni mesi piu' tardi, il Parlamento lo
approvo'.
Considerato uno dei codici piu' progressisti del mondo arabo, esso
garantisce alle donne eguaglianza di genere, diritti familiari condivisi e
la possibilita' di divorziare o sposarsi senza il permesso di un membro
maschio della famiglia. Sul fronte strettamente politico, il Codice
elettorale del 2002 introduceva invece una nuova "lista nazionale", che
riservava il 30% dei seggi alle donne. Attualmente dei 35 seggi su 325 che
le donne occupano alla Camera dei deputati, 30 sono dovuti a tale lista,
mentre cinque sono stati vinti nei distretti locali.
Mentre il paese si prepara alle elezioni parlamentari del prossimo
settembre, Nouzha Skalli, deputata per il Pps (Partito del progresso e del
socialismo), ricorda la lunga strada fatta dalla seconda meta' degli anni
'70, quando inizio' la sua carriera politica: il Parlamento precedente, ad
esempio, contava solo due donne alla Camera dei deputati. Ma Skalli e' assai
svelta a far notare che una rappresentanza femminile di circa il 10% puo'
essere solo il primo passo. "Il Marocco deve avere almeno il 30% di donne in
Parlamento entro il 2015. Per raggiungere questo scopo dobbiamo fare molto,
molto di piu'. Persino per le donne che ci sono gia' entrate bisogna fare di
piu'". Skalli spiega che per i posti nelle Commissioni c'e' una continua
lotta di potere tra gli uomini. "A noi donne non piace lottare per questo".
Sebbene il nuovo Codice di famiglia abbia ottenuto lodi a livello
internazionale, le attiviste marocchine per i diritti delle donne notano che
ci sono grossi problemi per implementarlo in tutto il paese, con milioni di
donne marginalizzate ed ancora alla merce' dei male informati e reazionari
"adoul", i giudici familiari musulmani. A piu' di tre anni dalla conversione
in legge del Codice, le organizzazioni delle donne ne stanno misurando i
seri limiti, dovuti in primo luogo alla vaghezza di alcuni enunciati, che
inizialmente erano stati sommersi dall'euforia.
La poligamia, per esempio, non e' interamente abolita. E sebbene il nuovo
Codice fissi l'eta' legale per il matrimonio, per uomini e donne, ai
diciotto anni, eccezioni vengono permesse qualora i giudici familiari
musulmani possano offrire "una ben sostanziata spiegazione in merito agli
interessi ed alle ragioni che giustificano il matrimonio".
Uno dei piu' gravi limiti, documentato in modo esteso, e' la
criminalizzazione del sesso al di fuori del matrimonio: ma solo per le
donne. "Questo impone stigmi durissimi, legali e sociali, sulle madri
single", spiega Aicha Ech-Channa, fondatrice di "Solidarieta' femminile",
una ong con base a Casablanca che e' alla guida dell'attivismo per i diritti
delle donne, "Dobbiamo informare meglio le donne, pretendere informazione
dai media e far pressione sui politici affinche' la legge cambi. Ma ci
vorra' un mucchio di lavoro, perche' l'islamismo sta crescendo in Marocco".
Come molte donne laiche marocchine impegnate per i diritti umani, Ech-Channa
vede il re come un bastione contro i fondamentalismi: "Per me il re e' un
unificatore. Non c'e' vera democrazia nei paesi arabi, e nemmeno in Marocco:
probabilmente non siamo neppure pronti a gestire una vera democrazia.
Abbiamo una monarchia costituzionale e partiti politici, e il re e' un po'
quello che deve tenere insieme il tutto".
Altre ed altri dicono che il Marocco non e' neppure una monarchia
costituzionale. Tale sistema prevede infatti che il potere del re sia
bilanciato da istituzioni politiche forti, ma Mohammed VI non deve
fronteggiarne alcun controllo di questo tipo. Come discendente del Profeta,
il quarantatreenne monarca porta il titolo di "Comandante dei fedeli",
ovvero di capo religioso. Puo' formare e sciogliere sia il Governo sia il
Parlamento, indire elezione o governare tramite decreti. La Costituzione, in
effetti, gli garantisce un potere assoluto. Negli ultimi anni, una piccola
ma assai visibile parte della popolazione e' divenuta apertamente critica
della "makzhan" (termine popolare per la corte reale), che si configura come
un "governo ombra" dei consiglieri reali e degli anziani che controllano
l'economia marocchina. Questa parte della popolazione include due fazioni
che non sono in relazione tra loro e che spesso anzi si oppongono l'una
all'altra: i laici pro-democrazia, frustrati dalla mancanza di potere delle
istituzioni elettive marocchine, e gli islamisti fieramente anti-monarchici
che hanno dato vita al movimento "Giustizia e spiritualita'".
E' una situazione da post-guerra fredda, che mette due parti che si
sospettano a vicenda dallo stesso lato, mentre a contrastare entrambe ci
sono i sostenitori e le sostenitrici dei diritti umani delle donne, che si
posizionano largamente a sostegno del re.
Alcuni laici rassegnati al revival islamista sperano che un partito islamico
moderato come il Pjd possa fungere da ponte per le divisioni. Il primo test
verra' con le elezioni di settembre.
*
Per maggiori informazioni:
- Human Rights Education Associates: Moroccan Family Code:
www.hrea.org/moudawana.html
- National Democratic Institute: Morocco Democracy Online:
www.moroccodemocracy.org/en/index.aspx

3. LUTTI. STEFANO CATUCCI RICORDA RUDOLF ARNHEIM
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 giugno 2007 col titolo "I concetti
visivi orfani di Arnheim" e il sommario "Grazie al lavoro pionieristico di
Rudolf Arnheim, morto nel Michigan a centodue anni, sappiamo che il nostro
sguardo pensa per forme e configurazioni. In questa prospettiva scrisse
anche su cinema e radio, cercando i legami dell'arte con la vita corrente".
Stefano Catucci (Roma, 1963) si e' laureato in Filosofia all'Universita' di
Roma La Sapienza e ha studiato presso la Freie Universitat di Berlino e
l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, conseguendo il
dottorato di ricerca in Estetica all'Universita' degli Studi di Bologna. Ha
svolto attivita' didattica nelle universita' di Roma "La Sapienza", "Roma
Tre", e all'Universita' di Paris X Nanterre. Alla Facolta' di Architettura
dell'Universita' di Camerino insegna Estetica dal 1996. Oltre all'attivita'
di ricerca, e' attivo nel campo della saggistica e dell'organizzazione
musicale, collaborando con istituzioni quali il Teatro alla Scala di Milano,
il Teatro Carlo Felice di Genova e l'Accademia Filarmonica Romana, del cui
Comitato Artistico fa parte dal 1995. Per Rai-Radio3 conduce dal 1989
programmi musicali e culturali, mentre dal 2000, insieme a Michele
Dall'Ongaro, e' direttore artistico dei Concerti di Radio3 al Quirinale.
Opere di Stefano Catucci: le sue pubblicazioni vertono principalmente sulla
storia del pensiero filosofico ed estetico del Novecento francese e tedesco;
fra le altre si segnalano i volumi La filosofia critica di Husserl, Guerini
e Associati, Milano 1995; Introduzione a Foucault, Laterza, Roma-Bari 2000;
Per una filosofia povera. La Grande Guerra, l'esperienza, il senso: a
partire da Lukacs, Bollati Boringhieri, Torino; nonche' i saggi "Lukacs
lettore della Critica del Giudizio", in P. Montani, a cura di, Senso e
storia dell'estetica, Pratiche, Parma 1996; Gli animali di Celine, in
"Rivista di Estetica", 1996; Estetica della censura, in "Almanacchi Nuovi",
1997; ha collaborato al progetto e alla scrittura del Dizionario di
Estetica, curato da G. Carchia e P. D'Angelo, Laterza, Roma-Bari 1999,
curando, fra le altre, la voce "Teorie dell'architettura".
Rudolf Arnheim, nato a Berlino nel 1904, dal 1940 emigrato in America,
psicologo, illustre studioso delle arti visive, e' deceduto pochi giorni fa.
Opere di Rudolf Arnheim: Film come arte, Il Saggiatore, Milano 1960, poi
Feltrinelli, Milano 1983; Arte e percezione visiva, Feltrinelli, Milano
1962, 1997; Guernica. Genesi di un dipinto, Feltrinelli 1964; Verso una
psicologia dell'arte, Einaudi, Torino 1969; Il pensiero visivo, Einaudi,
Torino 1974; Entropia e arte, Einaudi, Torino 1974; La dinamica della forma
architettonica, Feltrinelli, Milano 1981; Il potere del centro. Psicologia
della composizione nelle arti visive, Einaudi, Torino 1984; Intuizione e
intelletto. Nuovi saggi di psicologia dell'arte, Feltrinelli, Milano 1987;
La radio. L'arte dell'ascolto, Editori Riuniti, Roma 1987; Per la salvezza
dell'arte. Ventisei saggi, Feltrinelli, Milano 1994]

Quando a morire e' un uomo di quasi centotre anni si ha l'impressione che
insieme a lui si spengano gli ultimi bagliori di un passato ormai troppo
lontano perche' altri testimoni possano ancora raccontarcelo. Se pero'
quell'uomo e' un protagonista della cultura del '900 come Rudolf Arnheim,
questa impressione si scinde subito in due sentimenti contrapposti. Perche'
da un lato sappiamo che l'intera costellazione dei suoi maestri e dei suoi
interlocutori si e' allontanata da noi di un altro, decisivo passo: Max
Wertheimer, la prima scuola della psicologia della Gestalt, Aby Warburg,
Erwin Panofsky, ma poi anche le vicende di un'intero secolo di arte che
Arnheim ha osservato e studiato nel momento stesso in cui si producevano, in
un ventaglio di esperienze che va dall'astrattismo alla pop art e al cinema.
Dall'altro lato siamo consapevoli che non potremmo neppure parlare di
quell'arte senza l'orizzonte concettuale da lui messo a punto e,
soprattutto, senza quel processo di educazione allo sguardo che ci ha
trasmesso lungo il filo dei suoi libri.
*
Lontano da ogni ortodossia
Da almeno cinquant'anni, cioe' da quando usci' la prima edizione di Arte e
percezione visiva (1954), tradotta in italiano nel 1962 grazie
all'insistenza di Gillo Dorfles, guardiamo ai fenomeni dell'arte con gli
occhi di Rudolf Arnheim e da quasi quaranta, cioe' da quando apparve Il
pensiero visivo (1969, tradotto nel 1974), sappiamo che il nostro e' uno
sguardo che pensa per configurazioni e forme, elaborando tramite il lavoro
dell'immaginazione anche quei contenuti percettivi solitamente considerati
primari, elementari, solo passivi.
All'Istituto di Psicologia dell'universita' di Berlino, dove Arnheim si era
formato negli anni '20 con i fondatori della teoria della Gestalt, l'arte
non costituiva un territorio di ricerca privilegiato, benche' avere di mira
lo studio del modo in cui la nostra psiche forma strutture di significato
ordinate alludesse gia', implicitamente, al campo dell'estetica. Arnheim non
ricordava pero' che qualche lezione saltuaria di Wertheimer sull'argomento e
un solo saggio di Kurt Koffka: niente che potesse valere per lui come un
punto di riferimento gia' consolidato. Per questo, fin dai suoi primi studi
sull'arte e dai suoi interventi sulla rivista "Die Weltbuehne", Arnheim
appare lontano da qualsiasi ortodossia di scuola e di indirizzo. Se la
teoria della Gestalt riecheggiava Husserl nel reclamare un ritorno "alle
cose stesse", Arnheim interpreto' questo richiamo come un invito a far
parlare l'arte senza costruirle attorno preventivamente una teoria, nella
convinzione che proprio da un'analisi concreta dell'arte potessero emergere
indicazioni preziose sul funzionamento generale dei nostri processi
psichici.
In questa prospettiva Arnheim guardo' al cinema in un libro pionieristico,
Il film come arte (1932), nel quale appunto si sosteneva che il flusso e il
montaggio delle immagini cinematografiche portano al livello dell'evidenza
percettiva un meccanismo profondo del nostro modo di pensare e di costruire
concetti. E fu sempre per il suo desiderio di rimanere aderente al
verificarsi di nuovi fenomeni nel campo dell'estetica e della comunicazione
che scrisse, nel 1936, un epocale saggio sulla radio pubblicato quando gia'
era esule dalla Germania nazista. Del fatto che la concretezza
fenomenologica del suo modo di accostarsi all'arte fosse in netta
controtendenza rispetto alle estetiche filosofiche del primo '900 Arnheim
era pienamente consapevole, cosi' come aveva coscienza del rischio di essere
considerato solo come uno psicologo prestato all'arte, un acuto
collezionatore di nozioni empiriche, se non proprio come un positivista post
litteram.
Conosceva molto bene la situazione italiana, avendo vissuto per cinque anni
a Roma prima di riparare a Londra e poi negli Stati Uniti: fino
all'approvazione delle leggi razziali, nel 1938, aveva insegnato nel Centro
Sperimentale di Cinematografia. Cosi', mentre si preparava la traduzione
italiana di Arte e percezione visiva, scrisse a Gillo Dorfles una lettera
nella quale esprimeva qualche timore sull'accoglienza che avrebbe trovato in
un paese "dove l'approccio alle teorie estetiche e' ancora subordinato a una
distinzione filosofica tra materia e spirito" ed esclude "le scoperte della
scienza esatta". Il libro, invece, ebbe un impatto sensazionale e ando'
incontro a un destino singolare, in Italia come fuori: a farlo proprio
furono non tanto i critici o gli studiosi di discipline estetiche, ma gli
artisti stessi, i quali trovarono nelle pagine di Arte e percezione visiva
un discorso che parlava la loro stessa lingua, che entrava nelle opere
cercando di estrarne gli effetti percettivi e la trama pensante, che
elaborava una grammatica capace di esprimere i rapporti di continuita' che
legano l'arte, anche la piu' ermetica, alla dimensione della vita corrente.
La visione "non e' solo una registrazione meccanica di elementi", ma un modo
di "afferrare strutture significanti", dunque di elaborare "concetti
percettivi". Avviene cosi' ogni volta che guardiamo, non importa se cedendo
in tutto o in parte alle nostre abitudini consolidate, ma a maggior ragione
avviene cosi' in quella forma "esaltata" della nostra visione "che conduce
alla creazione delle grandi opere d'arte", dunque per l'"occhio creativo"
dell'artista. Chiaro che, su questa base, il maggiore indiziato di tutta la
storia dell'estetica sia, per Arnheim, il concetto di imitazione, e con esso
il suo moderno surrogato, il naturalismo. La visione dell'artista non imita
mai nulla, e proprio per questo le cosiddette arti mimetiche del passato,
che pretendevano di raffigurare la realta', sono del tutto analoghe alle
arti che si dicono astratte, nelle quali ci sono pur sempre linee che
esprimono "significati visibili" e c'e', soprattutto, la concretezza "del
colore, della forma, del movimento", dunque di un pensiero che non procede
affatto per astrazioni, ma lavora su strutture simboliche rese fisicamente
percepibili. Non c'e' nulla, in un'immagine, che riposi sull'ovvieta' della
riproduzione, che non rinvii ai processi dell'immaginazione che la
costituiscono e le danno senso. Da una simile convinzione si potrebbe far
derivare una politica dell'immagine e una critica del modo in cui, oggi,
essa tende a spacciarsi per semplice realta'.
*
Un artigianato della visione
Arnheim ha esplicitato un passaggio di questo tipo pensando, pero', a una
funzione educativa dell'arte, alla sua capacita' di mettere in luce appunto
le dinamiche di montaggio e di selezione percettiva che sono alla sua base.
Ma la sua massima ambizione era piu' schiettamente artistica che politica,
piu' preoccupata di quello che potremmo definire un artigianato della
visione che non di problemi di critica sociale. Poche righe lo dicono
chiaramente, tratte dalla prefazione con la quale, nel 1974, licenziava una
versione ampiamente riscritta del suo capolavoro, Arte e percezione visiva:
"tutto sommato la mia sola speranza e' che questo libro continui a
giacere... sporco di colori e di gesso, sul tavolo di chi si occupa
attivamente di teoria e pratica dell'arte". Il riferimento ai colori e al
gesso non lasciano dubbi: Arnheim si rivolgeva prima di tutto agli artisti,
e sono stati proprio loro, in fondo, ad ascoltarlo meglio.

4. LIBRI. LAURA COLOMBO PRESENTA "SESSI E GENEALOGIE" DI LUCE IRIGARAY
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it).
Laura Colombo e' una delle animatrici della Libreria delle donne di Milano
ed insieme a Sara Gandini e' "webmater" del sito www.libreriadelledonne.it.
Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al Cnrs a Parigi, e'
tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni. Tra le opere di Luce
Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Questo sesso
che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina. Friedrich
Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981; Passioni elementari, Feltrinelli,
Milano 1983; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985;
Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987, Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2007; Il tempo della differenza, Editori Riuniti, Roma 1989; Parlare
non e' mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991; Io, tu, noi, Bollati
Boringhieri, Torino 1992; Amo a te, Bollati Boringhieri, Torino 1993; Essere
due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; La democrazia comincia a due, Bollati
Boringhieri, Torino 1994; L'oblio dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino
1996]

Luce Irigaray, Sessi e genealogie, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, pp.
231, euro 8,90.
Finalmente e' stato ripubblicato questo testo che ci introduce al pensiero
di Luce Irigaray in modo molto affascinante, perche' sta nel registro
dell'oralita' - tradotta in scrittura. Sono infatti dieci conferenze che
l'autrice tenne in diverse citta' tra il 1980 e il 1986. Qui per la prima
volta troviamo sviluppata l'idea delle genealogie femminili, che avra' molta
fortuna nelle pratiche politiche del femminismo della differenza. Secondo
Irigaray e' essenziale dar vita a un ordine etico fra donne, il quale avra'
una dimensione verticale nella linea genealogica madre-figlia. L'etica e'
concepita da lei come cio' che oltrepassa la morale e comprende il diritto,
le consuetudini, le leggi scritte e non scritte, la religione. Per essere
libere, infatti, non basta ribellarsi all'oppressione, o rivendicare
diritti; bisogna anche avere un intento proprio e alcuni strumenti.
Irigaray pone accanto alla necessita' di costruire un mondo etico tra donne,
l'esigenza della costruzione di un mondo etico di donne e uomini insieme. Le
due prospettive naturalmente non sono in contrapposizione, e' il pensiero di
Irigaray - essenzialmente politico - che ci conduce nella molteplicita'
della vita.
Mi fermo a queste poche suggestioni sul libro, vale la pena leggerlo
direttamente, ma voglio accennare al senso di forza che si trae dal testo:
ci regala la possibilita' di porci nei confronti della (nostra) vita e del
mondo che abitiamo in modo attivo, facendo perno sulla ricchezza che abbiamo
e non sull'eterno nemico da combattere.
Luce Irigaray e' francese. E' direttrice di ricerca in filosofia presso il
Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi. Ha una formazione
multidisciplinare: filosofia, linguistica, letteratura, psicologia e
psicanalisi. Ha lavorato sull'analisi del linguaggio a livello poetico,
patologico e sessuato. Da Speculum si e' dedicata alla costruzione di una
cultura a due soggetti, maschile e femminile, portatori di valori differenti
ma di equivalente importanza per l'elaborazione di legami e di civilta', sia
nell'ambito privato che in una comunita' umana mondiale. Il suo lavoro si
esprime in modo filosofico (Speculum, Etica della differenza sessuale, Amo a
te, Essere due), scientifico (Parlare non e' mai neutro), letterario
(Passioni elementari, Preghiere quotidiane) e politico (La democrazia
comincia a due). Per La Tartaruga ha pubblicato Sessi e genealogie.

5. LIBRI. FRANCESCO TOMATIS PRESENTA "ESSERE E AVERE" DI GABRIEL MARCEL
[Dal quotidiano "Avvenire" del 16 giugno 2000.
Francesco Tomatis e' nato a Carru' (Cuneo) nel 1964, laureato in filosofia
teoretica all'Universita' di Torino, poi dottore di ricerca in filosofia e
scienze umane presso l'universita' di Perugia, ha insegnato filosofia
contemporanea, metafisica e teologia filosofica allo Studio teologico
Interdiocesano di Fossano (Cuneo), attualmente insegna ermeneutica
filosofica all'Universita' di Salerno. Nel 1996 e' stato professore ospite
in Argentina, nelle Universita' di Cordoba e Mendoza, nel 1997 ricercatore
della Alexander von Humboldt Stiftung presso l'Universita' di Friburg i. Br.
Fa parte della redazione di "Paradosso", collabora con il quotidiano
"Avvenire", a Cuneo ha fondato il seminario "Angelus Novus"; e' membro del
comitato editoriale del Centro studi filosofico-religiosi "Luigi Pareyson"
per l'edizione delle Opere complete di Luigi Pareyson. Tra le opere di
Francesco Tomatis: (con Aldo Giordano), Cristianesimo ed Europa. La sfida
della mondialita', Citta' Nuova, Roma 1993; Ontologia del male.
L'ermeneutica di Pareyson, Citta' Nuova, Roma 1995; Kenosis del Logos.
Ragione e rivelazione nell'ultimo Schelling, Citta' Nuova, Roma 1995;
L'argomento ontologico. L'esistenza di Dio da Anselmo a Schelling, Citta'
Nuova, Roma 1997; Bibliografia pareysoniana, Trauben, 1998; Escatologia
della negazione, Citta' Nuova, Roma 1999; Pareyson. Vita, filosofia,
bibliografia, Morcelliana, Brescia 2003; Friedrich Schelling. Invito alla
lettura, San Paolo Edizioni, 2004; Filosofia della montagna, Bompiani,
Milano 2005; Come leggere Nietzsche, Bompiani, Milano 2006.
Gabriel Marcel (Parigi, 1899-1973), filosofo, saggista, drammaturgo. Dalla
Wikipedia, edizione italiana, riprendiamo la seguente scheda: "Gabriel
Marcel (Parigi 1889-1973) e' stato un filosofo e scrittore francese. Studio'
al Liceo Carnot ed alla Sorbona, dove risenti' dell'influenza di Leon
Brunschvicg e di Henri Bergson. Si laureo' con una tesi su L'influence de
Schelling sur les idees metaphisiques de Coleridge, svolse l'attivita' di
professore di liceo fino al 1923, insegnando a Vendome, Sens, Parigi e
Montpellier. Nel suo itinerario filosofico si e' dovuto spesso confrontare
con la riflessione filosofica di Heidegger e Jaspers, accogliendo alcune
istanze della corrente esistenzialista, ma senza per questo riconoscersi del
tutto in questo orientamento di pensiero. Nel 1927 ha pubblicato a Parigi il
suo Giornale metafisico, una sorta di diario filosofico in cui e'
documentata e svolta in maniera personale la riscoperta dell'esistenza. Di
origine ebraica, nel 1929 si e' convertito al cattolicesimo. Nel 1935
pubblica un'altra opera importante, introdotta dalla pubblicazione di poco
precedente del saggio Posizione e approcci concreti del mistero ontologico:
Essere e avere, in cui approda al tema dell'esistenza in rapporto all'essere
e all'avere, nonche' alla distinzione tra problema e mistero. In tutta la
sua opera e' chiara l'ispirazione religiosa del suo pensiero, volto al
rapporto tra uomo e uomo e tra uomo e Dio, e a rifiutare qualsiasi
oggettivazione possibile di tali rapporti, in una logica che concepisce
l'esistenza come dono e non come problema, aprendo l'uomo al mondo in una
dimensione dell'essere che si puo' scorgere e cogliere nei due fondamentali
momenti della fedelta' e dell'amore, che dunque fondano la soggettivita'
rivolta verso l'altro e verso Dio". Tra le opere di Gabriel Marcel: Giornale
metafisico (1927), Abete, Roma 1966, 1980; Essere e avere (1935), Guanda
1943, poi in traduzione integrale Edizioni scientifiche italiane, 1999; Dal
rifiuto all'invocazione (1940), Citta' Nuova, Roma 1976; Filosofia della
vita, Bocca, Milano 1943; Diario e scritti religiosi, Guanda, 1943; Homo
viator (1944), Borla, Torino 1967, Roma 1980; Il mistero dell'essere (1951),
Borla, Torino 1970-1971, 1987; Gli uomini contro l'umano (1951), Volpe, Roma
1963; Il declino della saggezza (1951); L'uomo problematico (1955), Borla,
Torino 1964, Roma 1992; Presenza e immortalita' (1959); La dignita' umana e
le sue matrici esistenziali (1964); Pour une sagesse tragique et son
au-dela' (1968); (con Paul Ricoeur), Per un'etica dell'alterita'. Sei
colloqui (1968), Edizioni Lavoro, 1998; En chemin vers quel eveil? (1971);
Percees vers une ailleurs (1973); Manifesti metodologici di una filosofia
concreta, Minerva Italica, 1973; La dignita' umana e le sue matrici
esistenziali, Elledici, 1983; (con Louis Lavelle e Rene' Le Senne), Lo
spiritualismo esistenziale, Ferraro, 1990; (con Emmanuel Levinas e Paul
Ricoeur), Il pensiero dell'altro, Edizioni Lavoro, 1999; Tu non morirai,
Casini, 2005. Opere su Gabriel Marcel: Pietro Prini, Gabriel Marcel e la
metodologia dell'inverificabile, Edizioni Studium, Roma 1950, 1977; Marco
Lancellotti, Marcel. Antinomie e metafisica, Edizioni Studium, Roma 2003]

A Jean-Paul Sartre che lo defini' "esistenzialista cristiano" replico' che
"non ci si annuncia cristiani, si cerca di esserlo". Gabriel Marcel (Parigi
1889-1973), "filosofo di soglia", come si autodefini', intese incarnare la
propria fede cristiana nel dubbio e nella ricerca filosofica, nel domandare
e mostrare l'irrappresentabile mistero della vita umana, ad esempio nelle
sue numerosissime opere teatrali. Quando il 23 marzo 1929 Gabriel Marcel, di
religione ebraica per tradizione familiare, riceve il battesimo cattolico
non sancisce quindi sacramentalmente un dato acquisito, ma nella piena
maturita' spirituale dei suoi quarant'anni accoglie la grazia che
alimentera' incessantemente la sua stessa interrogazione filosofica.
Prima e profonda testimonianza della ricerca filosofica di Marcel,
immediatamente successiva alla matura e libera scelta di accogliere la fede
cristiana, e' Essere e avere, libro uscito nel 1935 e soltanto ora tradotto
integralmente in italiano, a cura di Iolanda Poma, presso le Edizioni
Scientifiche Italiane (pagine 292, lire 38.000). Il volume si compone
infatti di un Diario metafisico scritto da Marcel fra il 1928 e il 1933 e di
alcune conferenze tenute fra il 1930 e il 1934. Temi principali: la fede
cristiana e l'irreligiosita' contemporanea, l'esistenza e la trascendenza,
la corporeita' e l'anima, l'incarnazione e il mistero, l'essere e l'avere.
L'avere riduce la realta' ad oggetto, a cosa da possedere o problema da
risolvere, limitando l'uomo a soggettivita' convinta sino alla disperazione
e al suicidio della propria autonomia. L'essere e' invece inoggettivabile,
impossedibile, trascendente. Ma l'essere appartiene all'uomo piu' che
qualsiasi realta' arbitrariamente possedibile o piu' ancora che lui a se
stesso, in quanto lo precede come il suo mistero piu' grande. All'essere si
accede infatti attraverso le esperienze piu' profonde che una persona possa
fare: la fedelta' e la fede, la speranza, l'amore. "L'amore, in quanto
distinto dal desiderio, opposto al desiderio, in quanto subordinazione di
se' a una realta' superiore - realta' che nel mio profondo e' piu' me di me
stesso - in quanto rottura della tensione che lega il medesimo all'altro, mi
si presenta come cio' che si potrebbe chiamare il dato ontologico
essenziale". Tuttavia "l'avere e' di fatto una condizione indispensabile del
progresso verso l'essere": "non avere niente significa non essere niente".
Non si tratta quindi di contrapporre manicheisticamente l'essere all'avere
come il bene al male. Piuttosto occorre comprenderne la differenza, fermo
restando la priorita' dell'essere rispetto all'avere.
La differenza sta nell'esercizio di liberta' a cui l'uomo e' chiamato
dall'essere stesso, dalla trascendenza misteriosa a cui puo' aprirsi,
facendosi egli stesso creatore, oppure sottrarsi. L'ambiguita' a cui e'
soggetta la liberta' umana incarnata nel mondo dell'avere e' la stessa a cui
deve sottoporsi l'anima di fronte alla scelta di fede. La fede non e'
infatti una qualita' riscontrabile in taluni soggetti, qualcosa di
possedibile o meno da parte dell'uomo. La fede implica una sua continua
attestazione, presuppone la fedelta', il continuo e libero esercizio di
fiducia in cio' che tuttavia ci trascende. La fede e' "atto libero con il
quale l'anima accetta o meno di riconoscere il principio superiore che in
ogni istante la crea, la fa essere, per il quale essa si rende o meno
permeabile a un'azione insieme intima e trascendente, fuori della quale essa
e' niente".

6. FILM. SARA SESTI PRESENTA "LA STRADA DI LEVI" DI DAVIDE FERRARIO E MARCO
BELPOLITI
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo la seguente recensione.
Sara Sesti, insegnante di matematica, fa parte dell'associazione Donne e
scienza e collabora con la Mathesis. Ha curato, per il centro di ricerca
Pristem dell'Universita' Bocconi, la mostra "Scienziate d'Occidente. Due
secoli di storia", e ha fatto parte della redazione delle riviste "Lapis" e
"Il Paese delle donne". Ha pubblicato con Liliana Moro il libro Donne di
scienza. 55 biografie dall'antichita' al duemila", Pristem - Universita'
Bocconi, Milano 2002. Tiene i corsi di informatica della Libera Universita'
delle Donne di Milano. E' una delle webmaster del sito
www.universitadelledonne.it, per cui cura la ricerca delle immagini e le
rubriche "Scienza e tecnologie", "Libri, film, Mostre" e Pensiamoci". Opere
di Sara Sesti: con Liliana Moro, Donne di scienza. 55 biografie
dall'antichita' al duemila, Pristem - Universita' Bocconi, seconda edizione
2002.
Davide Ferrario (Casalmaggiore, 1956) e' regista e sceneggiatore
cinematografico, saggista e scrittore. Dal sito www.mymovies.it riprendiamo
la seguente scheda: "Davide Ferrario (Casalmaggiore,26 giugno 1956). Dopo la
laurea in Letteratura angloameriacana all'Universita' Statale di Milano,
comincia ad occuparsi di cinema. Nei primi anni Ottanta, oltre alle
collaborazioni giornalistiche, organizza rassegne, eventi, festival. Nel
1984 pubblica una monografia su Rainer Werner Fassbinder ed entra in stretto
contatto con l'ambiente dei cineasti indipendenti americani. Come loro
agente importa in Italia opere di Jim Jarmusch, John Sayles, Susan Seidelman
e film come Atomic Cafe, Koyaanisqatsi. Nel 1985 scrive la sua prima
sceneggiatura per 45o parallelo di Attilio Concari, premio 'De Sica' a
Venezia '86 e protagonista del Festival di Berlino 1987. Nel 1987 dirige il
suo primo cortometraggio, Non date da mangiare agli animali, un film
acquistato dalla Rai. Scrive sceneggiature per altri registi, nel 1989
dirige il suo primo lungometraggio, La fine della notte, che ottiene il
premio 'Casa Rossa' al Festival di Bellaria quale miglior film indipendente
italiano del 1990. Nel 1990 realizza due cortometraggi per la serie Civilta'
di Raisat, intitolati La casa e Colors e una serie in sei puntate per Italia
1: American Supermarket, uno sguardo tra l'ironico e il grottesco
sull'America degli anni '50 attraverso cinegiornali e vecchi film
industriali. Nel 1991 realizza Lontano da Roma, un disincantato documentario
sul fenomeno della 'Lega Lombarda', successivamente acquistato e trasmesso
da Rai 3. Nel 1992 viene presentato alla Mostra di Venezia Manila Paloma
Blanca, un film di Daniele Segre, prodotto dall'Istituto Luce, di cui
Ferrario firma la sceneggiatura. A settembre del 1994 escono in
contemporanea il suo secondo lungometraggio, Anime fiammeggianti, ed il suo
primo romanzo: Dissolvenza al nero. Il film partecipa alla Mostra del Cinema
di Venezia ed e' l'unico italiano invitato al Sundance Film Festival. Nel
1995, oltre ad alcuni cortometraggi e programmi tv, produce e codirige con
Guido Chiesa il documentario Materiale resistente, un lavoro che sovrappone
rock ed inchiesta sulla memoria partigiana. Nel 1997 esce il suo terzo film,
Tutti giu' per terra, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Il
film e' presentato al Sundance Film Festival oltre che al Festival di
Locarno '97 dove Valerio Mastandrea vince il Pardo d'oro come migliore
attore protagonista. Al Festival di Venezia 1997 presenta Sul 45o parallelo,
film documentario sulla musica dei C. S. I., girato tra Mongolia ed Italia.
Nel marzo 1998 esce il film Figli di Annibale, con Diego Abatantuono, Silvio
Orlando e Valentina Cervi. Prima di Guardami, del 1999, di cui e'
sceneggiatore e regista, Ferrario ha realizzato due documentari: il primo,
per la serie 'Alfabeto italiano', intitolato Loro, e poi Comunisti,
codiretto con Daniele Vicari. Sono targate entrambe 2004 le sue due ultime
uscite: Dopo mezzanotte, girato interamente in digitale e con protagonista
una Torino da favola e Se devo essere sincera, una 'commedia col morto'
tratta dal romanzo di Margherita Oggero La collega tatuata". Tra le opere
cinematografiche di Davide Ferrario: La fine della notte, 1989; Anime
fiammeggianti, 1994; Materiale resistente, 1995; Tutti giu' per terra, 1997;
Figli di Annibale, 1998; Guardami, 1999; Fine amore mai, 2002; Dopo
mezzanotte, 2003; Se devo essere sincera, 2004; La strada di Levi, 2006.
Marco Belpoliti (Reggio Emilia, 1954), narratore e saggista, studioso della
letteratura italiana, docente di sociologia della letteratura presso
l'Universita' di Bergamo, condirettore della rivista "Riga"; negli ultimi
anni ha notevolmente contribuito allo studio e all'edizione delle opere di
Primo Levi (come editore in particolare curandone l'edizione in due volumi
delle Opere, Einaudi, 1997; e il volume di Interviste e conversazioni
1963-1987, Einaudi 1997). Tra le opere di Marco Belpoliti: Quanto basta,
Rusconi Libri, 1989; Storie del visibile. Lettura di Italo Calvino, Luise',
1990; Antonio Delfini, Marcos y Marcos, 1994; (con Elio Grazioli), Alberto
Giacometti, Marcos y Marcos, 1996; L'occhio di Calvino, Einaudi, 1996; Primo
Levi, Bruno Mondadori, 1998; Settanta, Einaudi, 2001; Doppio zero. Una mappa
portatile della contemporaneita', Einaudi, 2003; Crolli, Einaudi, 2005.
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel
1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto,
fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita'
umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di
sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu'
alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti
presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora
incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di
Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La
chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il
fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo
Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due
volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere
su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano
1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994;
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini,
Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992;
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere,
Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia,
Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta,
Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di
Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di
Primo Levi, Mursia, Milano 1976]

Il 27 gennaio 1945 lo scrittore Primo Levi viene liberato dal campo di
concentramento di Auschwitz. Dopo un anno di prigionia, riacquista la
liberta' e puo' tornare a casa. Mentre il ricordo di tutto quello che e'
accaduto rimane indelebile nella sua memoria, impossibile da cancellare,
Levi inizia un lungo viaggio di dieci mesi per rientrare nella sua Torino.
Attraversa Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria,
Austria e Germania, fino a tornare finalmente in Italia, incontrando
personaggi enigmatici che ritrarra' nel suo romanzo La tregua.
Sessanta anni dopo il regista Davide Ferrario, accompagnato dallo scrittore
Marco Belpoliti, compie lo stesso tragitto attraverso l'Europa di oggi
segnata dal post-comunismo. Il loro "viaggio della memoria" si intreccia con
il ritratto dei moderni paesi europei, in cui i resti dell'impero sovietico
si alternano alla sconcertante poverta' dei villaggi di emigranti, alla
devastazione nei dintorni di Chernobyl e al timore che il seme neonazista
stia attecchendo.
La voce narrante di Umberto Orsini legge le pagine toccanti di Primo Levi,
dando cosi' voce ai moltissimi deportati ammutoliti dal dolore e dall'orrore
come mio padre Carlo Sesti, deportato per motivi politici a Mauthausen
quando aveva 21 anni e liberato il 14 aprile 1945...

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 125 del 19 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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