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Minime. 130



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 130 del 24 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Pitocco Debusconi: A Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio
2. Nadia Fusini e Liliana Rampello in dialogo su Virginia Woolf
3. Carlo Augusto Viano ricorda Nicola Abbagnano (2001)
4. Franco Volpi ricorda Nicola Abbagnano
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. LE ULTIME COSE. PITOCCO DEBUSCONI: A SUA ECCELLENZA IL PRESIDENTE DEL
CONSIGLIO
[Il nostro buon amico Pitocco Debusconi, che parla solo il greve suo
dialetto del basso viterbese - tra la Botte e Mazzocchio -, e che in tal
sdrucita lingua ha la pretesa d'illustrare l'alta politica al colto e
all'inclita, difficilmente vincera' un concorso per un posto al ministero, o
alla televisione, mannaggia a li pescetti]

Ha ddetto Busce che tocca fa' lo scontro
de civirta'.
E ssi cce moreno 'na munchia de ciovili
che cce vo' fa'?

Quanno la Cia comanna d'anna' 'n guerra
ce s'ha d'anna'.
Tanto a mmori' so' que' negri afficani
che nun cianno diritto de campa'.

Si ppoi je serve p'ammazzalle mejo
che je damo Vicenza
che ce ne frega a nnoi che stamo a Rroma?
prima la panza, e doppo la coscenza.

*

Signora Sua Eccellenza Presidente
der Consijo
io si' cche vve capiscio e ve rispetto
e spero mo' de nun parevve gretto
a favve 'na domanna bell'e schietta
che llei me po' risponne senza fretta
(e fatti sarvi i conti dell'erario):
mica che ce sarebbe 'n posto libbero
nun dico de sottosegretario
magara de cocchiere, o de famijo.

Io pure cio' ffamija, e ttanta fame.

2. RIFLESSIONE. NADIA FUSINI E LILIANA RAMPELLO IN DIALOGO SU VIRGINIA WOOLF
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo la seguente conversazione gia' apparsa su "Leggendaria" n.
62/2007, col titolo "Scrivere la vita" e con la seguente presentazione:
"Autrici di due libri (Nadia Fusini, Possiedo la mia anima. Il segreto di
Virginia Woolf, Mondadori, Milano 2006; Liliana Rampello, Il canto del mondo
reale. Virginia Woolf, la vita nella scrittura, Il saggiatore, Milano 2005)
che, in modi diversi, fanno i conti con la difficolta' di raccontare
Virginia Woolf, non semplici biografie ma testi che si misurano con la
scrittura della vita come avventura dell'anima. A Mantova, nel corso del
Festivaletteratura 2006, Nadia Fusini e Liliana Rampello hanno dialogato tra
di loro mettendo a confronto i loro percorsi. Abbiamo trascritto questo
scambio che vi proponiamo come inusuale testo critico ma anche come
testimonianza della relazione tra due appassionate lettrici".
Nadia Fusini, nata ad Orbetello nel 1946, acuta intellettuale, fine
saggista, narratrice, traduttrice e curatrice di edizioni di classici,
docente universitaria (laureata in lettere e filosofia all'Universita' La
Sapienza di Roma nel luglio 1972 con Agostino Lombardo e Giorgio Melchiori
con una tesi sul tema dell'iniziazione nella letteratura del Novecento; dopo
un periodo di studi nel campo della letteratura americana negli Stati Uniti
presso le universita' di Ann Arbor e di Harvard, ha studiato Shakespeare e
il teatro elisabettiano presso lo Shakespeare Institute di Birmingham, in
Gran Bretagna; e' stata nel 1978-'82 professore incaricato di lingua e
letteratura inglese all'Universita' di Bari e dal 1982 ha la cattedra di
lingua e letteratura inglese all'Universita' La Sapienza di Roma; dal
2000-2001 insegna, oltre letteratura inglese, critica shakespeariana), e'
impegnata nelle esperienze del movimento delle donne. Opere di Nadia Fusini:
segnaliamo particolarmente (a cura di, con Mariella Gramaglia), La poesia
femminista, Savelli, Roma 1974; La passione dell'origine. Studi sul tragico
shakespeariano e il romanzesco moderno, Dedalo, Bari 1981; Pensieri di pace
e di guerra, Centro Virginia Woolf, Roma 1984; Nomi. Dieci scritture
femminili, Feltrinelli, Milano 1986, nuova edizione Donzelli, Roma 1996;
Due. La passione del legame di Kafka, Feltrinelli, Milano 1988; La luminosa.
Genealogia di Fedra, Feltrinelli, Milano 1990; B e B. Beckett e Bacon,
Garzanti, Milano 1994; La bocca piu' di tutto mi piaceva, Donzelli, Roma
1996; Due volte la stessa carezza, Bompiani, Milano 1997; Uomini e donne.
Una fratellanza inquieta, Donzelli, Roma 1996; Il figlio negato, Mondadori,
Milano; L'amor vile, Mondadori, Milano 1999; Lo specchio di Elisabetta,
Mondadori, Milano 2001; I volti dell'amore, Mondadori, Milano 2003; La bocca
piu' di tutto mi piaceva, Mondadori, Milano 2004; Possiedo la mia anima. Il
segreto di Virginia Woolf, Mondadori, Milano 2006. Ha curato traduzioni e
edizioni, tra gli altri, di testi di Mary Shelley, Keats, Ford, Shakespeare,
Wallace, Virginia Woolf (di cui ha curato l'edizione delle opere nei
Meridiani Mondadori).
Liliana Rampello e' un'autorevolissima intellettuale femminista, saggista e
docente, insegna Estetica all'Universita' di Bologna; ha collaborato a molte
riviste, tra cui "Il Verri", "Rinascita", "Studi di estetica", "Critica
marxista", "Via Dogana"; nel sito della Libreria delle donne di Milano
(www.libreriadelledonne.it) cura la stanza "Paradiso", dedicata a libri e
recensioni; per la casa editrice Pratiche ha diretto la collana "Strumenti
per scrivere e comunicare", e' consulente del gruppo editoriale Il
Saggiatore. Opere di Liliana Rampello: La grande ricerca, Pratiche, Milano
1994; (a cura di, con Annarosa Buttarelli e Luisa Muraro), Duemilaeuna.
Donne che cambiano l'Italia, Pratiche, Milano 2000; (a cura di), Virginia
Woolf tra i suoi contemporanei, Alinea, Firenze 2002; Il canto del mondo
reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura, Il Saggiatore, Milano 2005.
Virginia Woolf, scrittrice tra le piu' grandi del Novecento, nacque a Londra
nel 1882, promotrice di esperienze culturali ed editoriali di grande
rilievo, oltre alle sue splendide opere narrative scrisse molti acuti saggi,
di cui alcuni fondamentali anche per una cultura della pace. Mori' suicida
nel 1941. E' uno dei punti di riferimento della riflessione dei movimenti
delle donne, di liberazione, per la pace. Opere di Virginia Woolf: le sue
opere sono state tradotte da vari editori, un'edizione di Tutti i romanzi
(in due volumi, comprendenti La crociera, Notte e giorno, La camera di
Jacob, La signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Gli anni, Tra un
atto e l'altro) e' stata qualche anno fa pubblicata in una collana
ultraeconomica dalla Newton Compton di Roma; una pregevolissima edizione sia
delle opere narrative che della saggistica e' stata curata da Nadia Fusini
nei volumi dei Meridiani Mondadori alle opere di Virginia Woolf dedicati (ai
quali rinviamo anche per la bibliografia). Tra i saggi due sono
particolarmente importanti per una cultura della pace: Una stanza tutta per
se', Newton Compton, Roma 1993; Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1987 (ma
ambedue sono disponibili anche in varie altre edizioni). Numerosissime sono
le opere su Virginia Woolf: segnaliamo almeno Quentin Bell, Virginia Woolf,
Garzanti, Milano 1974; Mirella Mancioli Billi, Virginia Woolf, La Nuova
Italia, Firenze 1975; Paola Zaccaria, Virginia Woolf, Dedalo, Bari 1980;
Nadia Fusini, Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf,
Mondadori, Milano 2006; Liliana Rampello, Il canto del mondo reale. Virginia
Woolf, la vita nella scrittura, Il saggiatore, Milano 2005. Segnaliamo anche
almeno le pagine di Erich Auerbach, "Il calzerotto marrone", in Mimesis,
Einaudi, Torino 1977]

- Liliana Rampello: Nadia Fusini e' anche una traduttrice di Virginia Woolf,
della Woolf ci ha restituito finalmente la lingua dei suoi romanzi. Entrambe
siamo state sicuramente molto colpite dalla capacita' e possibilita' che i
suoi testi ci davano di entrare in viva relazione con una donna che non
abbiamo considerato alle nostre spalle ma in qualche modo capace di
camminare ancora accanto a noi, e noi di fianco a lei.
Io ho incontrato i testi della Woolf in un percorso stravagante rispetto a
quelli tradizionali perche' stavo studiando Walter Benjamin quando mi sono
imbattuta nei suoi testi.
Poi l'ho incontrata ovviamente tra le donne. Nel movimento delle donne la
sua presenza - soprattutto per i testi dichiaratamente politici, cioe' Una
stanza tutta per se' e Le tre ghinee - erano stati ripresi e riletti come
momento inaugurale di un pensiero che, piu' che della differenza femminile,
definirei della liberta' femminile.
Ero molto incuriosita da questi testi ma la lettura dei suoi romanzi,
soprattutto nelle traduzione allora esistenti, mi annoiava mortalmente e non
capivo come mai si parlasse tanto della scrittrice. In realta', mi sono
appassionata molto prima della Woolf delle lettere, dei diari, dei saggi.
Solo dopo aver fatto questo passaggio nella sua opera non narrativa sono
riuscita a capire che cosa diavolo aveva fatto nei suoi romanzi. Ovvero come
avesse una posizione di liberta' che non veniva semplicemente tematizzata
nel suo lavoro ma fosse proprio una postura della sua esistenza ed un
coraggio, un incredibile coraggio proprio nella capacita' di porsi rispetto
alla grande tradizione della letteratura inglese che conosceva molto bene.
Ho capito che rispetto alla grande avventura del pensiero maschile, che lei
ammirava, esprimeva la capacita' di "scappare", deviare, scartare. Con una
liberta' che, a mio avviso, le ha permesso di inventare un pensiero che non
aveva trovato fino a quel momento una voce. In lei c'e' una posizione
decisissima e consapevole - ma anche dolorosa -, la capacita' di essere
libera, di rendere se stessa libera.
La seconda cosa che mi aveva incuriosito moltissimo - perche' e' un altro
grande tema per chiunque si occupi di letteratura - e' il fatto che il suo
programma di poetica, il suo programma di lavoro artistico, si poteva
riassumere in pochissime frasi da lei spesso ripetute pero' assolutamente
difficili da afferrare. Vale a dire: l'affermazione esplicita di voler
"scrivere la vita" e "pensare le cose come sono". Se noi riflettiamo su
queste due frasi, su queste due affermazioni, la questione puo' apparire
quasi banale. In realta' "scrivere la vita" diventa un programma di enorme
difficolta' formale perche' il problema grande, essendo lei una grande
scrittrice, e' come si fa ad acchiappare la vita quotidiana, come si fa a
tradurre in forma, rendere esattamente e precisamente quella cosa che
sfugge, cioe' quello che ci sta attraversando e in ogni momento stiamo
vivendo e che afferrare e' particolarmente ed estremamente complesso. Questo
mi ha interessato molto perche' non solo e' appassionante vedere come lei ha
risolto questo problema, ma anche perche' implica una fortissima e
importante meditazione che in qualche modo la pone in una posizione diversa
dalla sua epoca e anche dagli autori della sua epoca.
Questo "scrivere la vita" a mio parere attraversa l'intera opera di Virginia
Woolf. Non solo il suo diario, apparentemente il registro piu' facile per
scrivere la vita. Non solo le biografie - come si fa a scrivere la vita di
un altro, di un'altra? - certamente le lettere. Le lettere sono squarci di
vita continuamente riportati attraverso una delle cose che lei adorava, la
conversazione. Le sue lettere sono vibranti di conversazione, sono
divertentissime, recuperano un'intera epoca, restituiscono il piacere che
lei aveva avuto nelle sue giornate, nella sua vita quotidiana. Ancora,
ovviamente, "scrivere la vita" e' un problema che riguarda i suoi romanzi
quindi l'invenzione di una forma e di un linguaggio.
Anche "pensare le cose come sono" implica un enorme coraggio, e' un'enorme
sfida. Che cosa vuol dire "pensare le cose come sono", visto che il lavoro
che fa Virginia Woolf, sia artisticamente sia come grande pensatrice e
saggista, non e' a mio parere la decostruzione del pensiero degli altri?
Negli ultimi anni siamo stati subissati dalle decostruzioni. Lei non
decostruisce assolutamente niente, lei si sposta e parla dal luogo in cui ha
deciso di mettersi. Ed e' in questo gesto che c'e' un movimento di liberta',
qualcosa attraverso il quale una donna ci fa vedere che c'e' bisogno di
conoscere e anche di ammirare la cultura, le tradizioni e le loro grandi
invenzioni, ma che, per trovare la propria voce, non si puo' stare chiusi
dentro una cultura e una tradizione. Bisogna operare un grande spostamento,
uno spostamento che fa si' che lei veda qualcosa che prima non era stato
visto. Questo significa allora "pensare le cose come sono", pensarle a
partire da cio' che io sono e non da cio' che gli altri dicono che io posso
essere o devo essere.
Infine, non mi piaceva, mi muovevo con poco agio, nelle interpretazioni di
Virginia Woolf che in gran parte il Novecento ci ha consegnato: una donna
malinconica, depressa, con una malinconia che, alla luce del suo suicidio,
in qualche modo oscurava l'intera grandezza della sua opera. Opera che io
invece avevo letto come quella di un donna che amava la vita e che per
questo voleva scriverne. L'opera di una donna che era riuscita comunque a
trasformare tutto cio' che le capitava nella forza di una risata, nella
forza di uno sberleffo, nella forza di una gioia di vivere continuamente
ritrovata. Il mio incontro con Virginia Woolf e' stato questo, e nel
percorso ovviamente ho incontrato Nadia Fusini, cui sono grata per il regalo
che ci ha fatto con le sue traduzioni, e anche con un'interpretazione con
cui non sempre concordo. Ma questo fa parte della lettura che liberamente si
vuol dare di una grandissima scrittrice.
*
- Nadia Fusini: Incontro qui per la prima volta Liliana Rampello, ma l'ho
sentita subito amica proprio perche' condivideva con me la passione,
l'ascolto, l'attenzione e un certo modo dell'attenzione nei confronti
appunto di questa scrittrice che anche io amo molto e a cui riconosco delle
qualita' che sono qualita' letterarie. La Woolf certamente non l'abbiamo
scoperta noi, sta nel Pantheon dei grandi scrittori del Novecento, pero' mi
pare che anche nel modo in cui la guarda Liliana ci sia un valore in piu',
c'e' un valore aggiunto che e' lo stesso che io le riconosco. Siccome
insegno letteratura inglese e' chiaro che non potevo non incontrare questa
scrittrice. Pero' il mio modo di ascoltarla non e' certamente di tipo
universitario o accademico: lei mi ha imposto un modo piu' intimo, non tanto
valutativo - di una tecnica, di una capacita', di una abilita'. A mio
avviso, se si legge con attenzione Virginia Woolf, e' lei ad imporre il modo
in cui noi dobbiamo ascoltarla.
Anche per me l'incontro risale a molto tempo fa ed e' continuato nel tempo.
Sono stata sua lettrice fin da ragazzina perche' m'erano stati regalati i
suoi libri, poi la lettura mi ha in qualche modo chiesto di risponderle ed
io non potevo che risponderle scrivendo. In un certo senso e' lei che mi ha
fatto scrittrice, per rispondere alla sua parola non potevo che ampliare
quella risonanza e cercare attraverso la parola, la parola scritta, di
mettermi in sintonia con lei. E' una scrittura quella della Woolf fortemente
evocativa e con dei tratti anche profondamente simbolici, nel senso che
richiede che a simbolo risponda simbolo, cioe' che ci si intoni a lei in una
stessa ricerca.
Poi forse l'incontro piu' intimo, piu' profondo e' stato quello di tradurla.
Avevo gia' tradotto altri scrittori e altri poeti, ma tradurre la Woolf e'
stata davvero un'esperienza di grande intimita'. Perche' tradurre e' entrare
un po' nella testa dell'autore, nel meccanismo creativo della lingua. Non
basta conoscere l'inglese per tradurre la Woolf, occorre entrare in quella
lingua che lei ha creato. E lei l'ha creata a partire da una lingua che
esiste ma scavandoci dentro, facendo accadere in questa lingua qualcosa che
non tutti sanno fare accadere.
E poi l'ho insegnata, la insegno e davvero ho capito quanto lei possa farsi
tramite di una scoperta. Per dei giovani ragazzi e giovani ragazze che
l'avvicinano, quello che lei scrive, l'esperienza che ci racconta, possono
diventare modi di pensare a se stessi, alla vita stessa. La Woolf ha una
strana capacita' di offrirsi come medium per una interrogazione anche sul
se' e a mio avviso questo e' uno dei motivi profondi per cui e' stata una
scrittrice cosi' amata dalle donne.
Naturalmente per me restano indimenticabili i seminari su di lei che
facevamo negli anni Settanta nel "Centro culturale Virginia Woolf" di Roma:
in quel centro di cultura femminista la Woolf e' stata per me veramente un
tramite di incontri molto importanti.
Ha ragione Liliana di ricordare che c'e' un certo volto canonizzato dalla
definizione letteraria della Woolf che ho cercato di sfatare: traducendo ho
cercato di recuperare tutto l'aspetto sperimentale della sua scrittura,
elemento che veniva opacizzato nelle precedenti traduzioni. Non perche'
fossero fatte male - non e' questo il punto - ma c'era un'idea della
scrittrice donna, cui si attribuiva una carattere sensibile, sognante, che
poi agiva come filtro. Faccio un esempio: se la Woolf in quel meraviglioso
romanzo che e' Al faro scrive che la signora Ramsey sta con i suoi
"children", veniva tradotto i suoi "piccini", ma tradurre "figli" e' meglio.
Ci sono tanti casi di questo genere dove chiaramente una certa idea della
scrittura di una donna faceva velo su quello che lei stava facendo sulla
lingua, quello che stava inventando. Quindi tradurla per me e' stato
importante.
Una tappa nel mio rapporto con la Woolf e' stato certamente questo ultimo
libro che ho scritto Possiedo la mia anima, che non definirei una biografia
romanzata perche' io non invento nulla, e' una biografia narrata. Anche qui,
ho fatto la scelta di non scrivere una di quelle biografie che vanno bene
per gli statisti, per gli uomini d'azione, persone la cui vita si e'
realizzata in grandi fatti. Per lo piu' la biografia di uno scrittore, ma in
particolare la biografia della Woolf, non registra grandi azioni, gesta
clamorose. Quindi quella che racconto e' piu' una vita, intanto che si fa
continuamente parola - e anche questo un problema in un certo senso per il
biografo - e in piu', appunto, una vita interiore.
Giustamente, lo ricordava anche Liliana, i Diari sono una miniera fantastica
per chi voglia avvicinare la Woolf, non sono scritti in una chiave
confessionale o sentimentale: sono la registrazione quotidiana di tutto
quello che le passa per il cervello, per il cuore. Come qualcuno che sia
sempre sveglio e vigile a registrare la vita. Virginia Woolf e' una donna
che fa della propria vita, di se stessa, una cavia perche' le interessa
analizzare l'atto del vivere. Vivere e' un verbo, vita e' un sostantivo. In
realta' lei sente molto piu' l'aspetto del verbo, cioe' dell'azione.
*
- Liliana Rampello: Hai detto che nel proporre ai tuoi studenti la Woolf
trovi una risposta positiva perche' in qualche modo i suoi testi permettono
a una persona giovane di pensare a se stessa: io penso che questo sia vero
perche' il suo pensare differentemente da un uomo implica che lei capovolge
la gerarchia del verbo stesso "pensare". Per lei pensare non significa che
ci deve essere in prima battuta un "Io" in senso filosofico forte, il Logos,
la ragione. Lei mette sempre al primo posto le emozioni e quindi mettendo le
emozioni al centro della possibilita' di pensare, in un'altra forma, in un
altro modo, ci permette di capire che il sentire, questa cosa cosi' grande
che e' il sentire, non e' un po' di piu' o un po' di meno del pensare. E' un
altro modo di pensare, un'altra forma del pensiero. Questo probabilmente nel
rapporto vivo tra una persona giovane e il testo permette l'emergere della
questione dell'emozione e credo sia una questione centrale.
*
- Nadia Fusini: Assolutamente, e devo dire che a me personalmente piace
molto questo pensiero, a me piace il "pensiero sensibile", forse perche'
sono una donna. Si', penso che questo c'entri. A me che piace anche molto
insegnare, insegnare a leggere, intendo, e leggere la Woolf e' comprendere
come nei suoi romanzi passi l'aspetto del pensiero. Io amo i libri, amo la
letteratura non come intrattenimento. Leggere non mi serve a divertirmi, mi
serve a svegliarmi. Devo trovare uno scrittore che sia capace di accendere
quel tipo di attenzione, quel tipo di sguardo sulla realta', e ho potuto
verificare che, quando lo trovo, anche i miei studenti capiscono e seguono.
In fondo io penso che tutti, uomini e donne, bambini e vecchi, ricchi e
poveri, vogliamo un'esperienza significativa, vogliamo tutti che la nostra
vita non sia banale, stupida, ripetitiva, oziosa. E chi ci sollecita in
qualche modo a cogliere questo aspetto dell'esperienza, beh! ci fa davvero
piacere incontrarlo. Per me sicuramente l'incontro con la Woolf e' stato di
questo tipo.
*
- Liliana Rampello: Vorrei fare un altro esempio: nella Signora Dalloway la
Woolf mette in scena una donna comune. Si tratta di una signora che da' una
festa, come si puo' cercare li' la famosa avventura dell'Io? Pensate a come
Balzac chiude meravigliosamente Papa' Goriot: Rastignac guarda Parigi e dice
"e ora, a noi due". Per quanto ne so, questo si trova difficilmente in un
romanzo scritto da una donna: non c'e' nessun eroismo, nessuna protagonista
che si fa eroe della propria vita. Ci sono piuttosto protagoniste che
conoscono l'etica della vita quotidiana. Il fatto che siano donne, e che
siano donne comuni che fanno cose comuni, consente loro, per via, appunto,
di quella centralita' del sentire come forma diversa del pensiero, di farci
accedere all'idea che il miracolo della vita sta nella sua quotidianita',
che non e' da cercare altrove. Non e' che la Woolf ignori che c'e' sempre un
altro e un oltre, ma questo lei lo riporta, lo lega, ne fa carne dei suoi
personaggi. Allora, di nuovo: non e' un caso che sia una donna a dirlo, a
farlo, e a proporlo come arte.
*
- Nadia Fusini: Pensate a uno scrittore sperimentale come Joyce: anche lui
fa quest'operazione di raccontarci la vita assolutamente quotidiana di un
personaggio che lui chiama l'uomo medio sensuale cioe' Bloom. E poi c'e'
Stephen, cioe' l'intellettuale: due personaggi, le due meta' dell'uomo
"intero". Si incontrano, passeggiano per Dublino. Cosa deve fare Joyce per
costruire il senso che pensa di dover dare a tutto questo? Ci mette dietro
Ulisse, in modo che l'insignificanza venga per cosi' dire elevata e inserita
in un codice di significati altissimo: allora noi dobbiamo capire a un certo
punto che Stephen e' Telemaco, Bloom e' Ulisse: cosi' tutta la struttura
acquista significato. Perche', come disse T. S. Eliot, c'e' l'ordine del
mito che lo sostiene. La Woolf ci da' una donna comune, una donna che fa una
festa, anche qui le unita' di luogo di tempo e di azione sono perfettamente
rispettate - e non e' che non ci siano all'interno del testo dei forti
richiami mitici, anche se bisogna veramente cercarli tanto sono nascosti. Se
lei non si serve di un richiamo esplicito al mito e' perche' in fondo non ha
un'idea gerarchica dei significati. Lei davvero si apre alla vita come se
fosse una grande avventura anonima, che riguarda tutti. Ora, questo e' un
grande tema letterario, molti scrittori in qualche modo sentono che il
grande compito, il dovere di uno scrittore e' dare vita, e' dare parola a
chi non ce l'ha. Ecco, Virginia Woolf lo fa, tenta di farlo veramente: dare
parola a chi non ha parola, a chi non ha lasciato tracce e in particolare a
chi non ha lasciato tracce di parola.

3. MEMORIA. CARLO AUGUSTO VIANO RICORDA NICOLA ABBAGNANO (2001)
[Dal: "Corriere della sera" del 15 luglio 2001, col titolo "Cento anni fa
nasceva l'autore di uno dei manuali di filosofia piu' diffusi. Fu tra i
primi a combattere l'egemonia di Croce. Abbagnano, l'esistenzialista che non
conosceva il pessimismo".
Carlo Augusto Viano ha insegnato storia della filosofia nelle Universita' di
Milano, Cagliari e Torino; e' stato membro del Comitato nazionale di
bioetica, fa parte del comitato direttivo della "Rivista di filosofia",
dell'Accademia europea e dell'Accademia delle scienze di Torino. Tra le sue
ultime pubblicazioni, Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni
(Torino 2005). Dal sito www.emsf.rai.it riprendiamo la seguente scheda:
"Carlo Augusto Viano e' nato ad Aosta il 10 luglio 1929 e si e' laureato in
filosofia nella Facolta' di Lettere dell'Universita' di Torino nel 1952. In
questa Facolta' e' stato allievo e assistente di Nicola Abbagnano; poi ha
insegnato nelle Universita' di Milano e Cagliari. Attualmente e' professore
ordinario di Storia della filosofia nella Facolta' di Lettere
dell'Universita' di Torino. E' anche membro del Comitato direttivo della
'Rivista di filosofia', del Comitato Nazionale di Bioetica, dell'Accademia
Europea e socio nazionale dell'Accademia delle Scienze di Torino. Carlo
Augusto Viano ha dedicato i propri studi alla storia della filosofia e
all'etica. Nel primo campo si e' occupato di filosofia antica e di filosofia
moderna classica. Al mondo antico ha dedicato i volumi: La logica di
Aristotele, Torino 1954 e La selva delle somiglianze. Il filosofo e il
medico, Torino, 1985, oltre a numerosi saggi; ha inoltre tradotto la
Metafisica, la Politica e la Costituzione di Atene, di Aristotele. Frutto
degli studi sulla filosofia moderna sono stati la monografia John Locke, Dal
razionalismo all'Illuminismo, Torino 1960, l'edizione di inediti e la
traduzione di scritti di Locke, la cura dell'edizione italiana delle opere
di Condillac e parecchi contributi minori. All'etica Carlo Augusto Viano ha
dedicato il volume Etica, Milano 1975 e molti saggi, soprattutto sulle
teorie utilitaristiche; ha anche curato il volume Teorie etiche
contemporanee, Torino 1990. Attualmente sta dirigendo in collaborazione con
Pietro Rossi, per l'editore Laterza, la pubblicazione di una grande Storia
della filosofia in sei volumi. Nel volume sull'antichita' Carlo Augusto
Viano ha scritto numerosi capitoli, sui filosofi presocratici, i sofisti,
Socrate, Platone, Aristotele ed Epicuro. Dalla sua esperienza di storico
della filosofia ha ricavato una serie di lavori sulla filosofia come
istituzione culturale, quale si e' venuta delineando nella tradizione
occidentale, con particolare attenzione per il linguaggio dei filosofi e il
loro pubblico. Come membro del Comitato nazionale di bioetica e nella
propria attivita' accademica Carlo Augusto Viano continua a interessarsi di
etica, con particolare riguardo alla bioetica, alla quale ha dedicato
diversi saggi".
Nicola Abbagnano (Salerno 1901 - Milano 1990), illustre filosofo e storico
della filosofia. Un'ampia notizia biobibliografica e' nelle "Notizie minime
della nonviolenza" n. 127. Utilissimo il sito alla sua figura ed alla sua
opera dedicato: www.nicolaabbagnano.it]

Cent'anni fa, il 15 luglio 1901, nasceva a Salerno Nicola Abbagnano,
scomparso nel settembre del 1990. Egli ha legato il suo nome a due opere
molto fortunate, una grande Storia della filosofia, pubblicata dal 1946 al
1950, e un Dizionario di filosofia, uscito nel 1961. Abbagnano aveva
studiato a Napoli con Antonio Aliotta, dal quale aveva ereditato l'interesse
per i rapporti tra filosofia e scienza, un tema che non gli avrebbe
procurato molta popolarita' nell'Italia dominata dalla filosofia
idealistica. Nei Ricordi di un filosofo, la sua ultima opera, uscita nel
1990, Abbagnano avrebbe indicato nell'opposizione alla filosofia crociana un
motivo costante della sua vicenda filosofica. Infatti, egli elaborava una
filosofia che, a differenza di quella idealistica, non aveva nessun legame
con la cultura storica e letteraria ereditata dall'Italia risorgimentale, e
guardava piuttosto alla filosofia contemporanea europea e americana.
Russell, Husserl, Einstein, i fondatori della meccanica quantistica, la
nuova epistemologia erano i suoi termini di riferimento.
Trasferitosi a Torino, nel 1939 Abbagnano diede inizio all'esistenzialismo
italiano, pubblicando La struttura dell'esistenza. Fino ad allora in Italia
si erano scritte opere di commento all'esistenzialismo, guardato con
diffidenza o utilizzato per ricavarne una filosofia religiosa, in buona
parte per depurare l'idealismo nostrano dallo spirito laico che aveva
ereditato dalla tradizione liberale. Abbagnano elaboro' invece una versione
originale di esistenzialismo e cerco' strade diverse da quelle battute da
Heidegger e da Jaspers, dei quali non condivideva il rifiuto della scienza e
della tecnica, ne' l'antimodernita': per questo chiamava il proprio
esistenzialismo positivo ed evitava i temi cupi dello scacco e della morte,
propri dell'esistenzialismo tedesco. L'esistenza era per lui non il teatro
dei fallimenti umani o il luogo in cui si smarriva il senso dell'essere, ma
il mondo in cui gli uomini operano e in cui si esplicano le tecniche che
essi inventano e usano. Dell'esistenzialismo Abbagnano sviluppava il tema
della fedelta' a una scelta: la liberta' umana non e' arbitrio o
indeterminazione, ma la realizzazione costante di una scelta.
Tra il 1939 e il 1943 l'esistenzialismo divento' un tema centrale nella
filosofia italiana e "Primato", la rivista della fronda fascista protetta da
Bottai, apri' un dibattito sulle posizioni di Abbagnano. Anche
l'esistenzialismo positivo riflette', nonostante tutto, gli anni cupi della
seconda guerra mondiale e, dopo la guerra, Abbagnano abbandono' il
riferimento all'esistenzialismo e avvio' con Norberto Bobbio il
neoilluminismo: ancora una volta la ripresa di temi illuministici si poneva
in contrasto con l'hegelismo dominante nella cultura italiana. Con questa
scelta Abbagnano intendeva anche resistere al progetto clericale di
controllare la cultura nazionale e alle ideologie che, come quella marxista,
si fondavano su interpretazioni ambiziose e arbitrarie del corso della
storia. Cosi' negli anni Cinquanta e Sessanta Abbagnano svolse un'opera
intensa di difesa dell'indipendenza della cultura, convinto che la filosofia
fosse un'attivita' da esercitare in modo professionale e non dovesse
diventare apologetica religiosa, esercizio ideologico o divagazione
saggistica.
I personaggi che parlano attraverso i libri trasmettono anche lasciti
minori, contenuti nelle loro conversazioni, tracce che purtroppo si perdono
con la scomparsa di chi le ha udite. Chi e' stato vicino ad Abbagnano lo ha
sentito dire con orgoglio di aver costruito la propria filosofia senza
ricorrere mai alle nozioni di spirito e di coscienza, e di aver cercato
soltanto le strutture dei concetti, che "sono piu' dure dell'acciaio". Di
queste massime c'e' da aver nostalgia oggi, circondati da filosofi intenti a
spalmare strati di spirito sulla materia che gli scienziati cercano di
capire, e a commuovere e coinvolgere piu' che aiutare a capire.

4. MEMORIA. FRANCO VOLPI RICORDA NICOLA ABBAGNANO
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 14 luglio 2001, col titolo " Il filosofo
ottimista. Il centenario di Nicola Abbagnano".
Franco Volpi e' docente e saggista. Dal sito www.emsf.rai.it riprendiamo la
seguente scheda: "Franco Volpi e' nato a Vicenza nel 1952. E' attualmente
professore di Storia della filosofia nell'Universita' di Padova. E' stato
visiting professor nell'Universita' Laval del Quebec (1989) e in quelle di
Poitiers (1990) e di Nizza (1993). Ha tenuto conferenze e seminari in
numerose altre universita' europee e americane. E' membro della consulta
scientifica delle riviste: "Philosophischer Literaturanzeiger", "Brentano
Studien", "Husserl Studien", "Les Etudes Philosophiques", "Internationale
Zeitschrift fuer Philosophie", "Iride", "Filosofia politica", "Informazione
filosofica". E' consulente per la filosofia della casa editrice Adelphi,
come specialista del pensiero tedesco contemporaneo. Nel 1989 gli e' stato
assegnato il premio Montecchio per la traduzione letteraria. Collabora al
quotidiano 'La Repubblica'. Opere di Franco Volpi: Heidegger e Brentano.
L'aristotelismo e il problema dell'univocita' dell'essere nella formazione
filosofica del giovane Martin Heidegger, Cedam, Padova 1976; La rinascita
della filosofia pratica in Germania, Francisci, Abano 1980; Heidegger e
Aristotele, Daphne, Padova 1984; Lexikon der philosophischen Werke, Kroener,
Stuttgart 1988; (con A. Arslan) La memoria e l'intelligenza, Il Poligrafo,
Padova 1989; (con E. Berti) Storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari 1991;
Sulla fortuna del concetto di Decadence nella cultura tedesca. Nietzsche e
le sue fonti francesi, Il Mulino, Bologna 1995; Il nichilismo, Laterza,
Roma-Bari 1996. Ha curato: Ars majeutica. Studi in onore di Giuseppe Faggin,
Neri Pozza, Vicenza 1985; Ansia per l'uomo. Riflessioni sul pensiero di
Romano Guardini, Gualandi, Vicenza 1987; Hegel e i suoi critici, Laterza,
Roma-Bari 1998. Ha tradotto e curato opere di Gadamer, Heidegger,
Schopenauer, Carl Schmitt e Rosa Luxemburg. Gli interessi di Franco Volpi
vertono soprattutto sul pensiero tedesco e sulla filosofia di tradizione
aristotelica, che si prolunga fin dentro la fondazione brentaniana della
psicologia da un punto di vista empirico e la riflessione heideggeriana
sulla fisica. Recentemente ha affrontato il problema del nichilismo, inteso
non come semplice corrente di pensiero o avventura di avanguardie
intellettuali, ma espressione di un piu' generale malessere della nostra
cultura"]

Esattamente cent'anni fa, il 15 luglio 1901, nasceva a Salerno Nicola
Abbagnano, uno dei pochi maestri della filosofia italiana del Novecento
capaci di dare respiro e visibilita' internazionali al proprio pensiero. A
distanza di un secolo - un secolo che la storia ha convulsamente e
contraddittoriamente riempito di progresso e barbarie, conquiste e tragedie,
benessere e dolori - che cosa rimane oggi della sua opera? E' chiaro che
essa non sopporta di essere ridotta in un'unica prospettiva, a uno degli
"ismi" con cui la si e' comodamente etichettata: "esistenzialismo",
"neoilluminismo", "pragmatismo" e quant'altro.
Il pensiero di Abbagnano non e' monofasico, ma si sviluppa in un itinerario
ricco e coerente, caratterizzato dall'apertura critica ai diversi problemi
di volta in volta centrali. Certo, sul piano della speculazione filosofica
il suo merito maggiore - quello per cui di solito viene ricordato - e' il
contributo che diede allo sviluppo dell'esistenzialismo in opere come La
struttura dell'esistenza (1939), Introduzione all'esistenzialismo (1942),
Esistenzialismo positivo (1948).
In Europa, con Jaspers, Heidegger e Sartre, la filosofia dell'esistenza
seduceva per i toni estremi e radicali, per la visione drammatica della
finitudine umana gettata nell'assurdo di una irredimibile fatticita'.
Abbagnano non importo' semplicemente tale motivo nella cultura filosofica
italiana allora dominata dal neoidealismo, ma lo elaboro' con originalita'
in un "esistenzialismo positivo". Per lui l'uomo e' esistenza, "esserci",
non tanto nel senso che deve essere il "ci" in cui e' gettato - la sua
condizione individuale, la sua situazione storica, la sua lingua, la sua
tradizione - ma nel senso che puo' interpretare e progettare questa sua
"gettatezza" come possibilita' d'essere positiva, scegliendo di volta in
volta che farne. La finitudine non e' insomma un'angusta prigione in cui la
vita umana e' ingabbiata, ma lo spazio aperto di possibilita' in cui
l'esistenza si slancia nelle sue aspirazioni e realizza i suoi progetti.
Quindi la consapevolezza del limite non schiaccia l'uomo, ma lo richiama
alla responsabilita' del suo "poter essere"; non lo chiude nell'amarezza e
nel disfattismo di una scepsi nichilistica, ma gli trasmette la fiducia
nelle capacita' della ragione umana che si apre al possibile. Nasce qui il
neoilluminismo di Abbagnano, ossia l'esigenza di un esercizio e un impegno
critico volto a combattere ogni forma di sonno della ragione.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta egli si attivo' per diffondere l'istanza
neoilluministica nella cultura italiana come alternativa alla
contrapposizione allora imperante tra marxisti e cattolici, e fu coadiuvato
in questo dagli allievi Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano, e da
intellettuali come Norberto Bobbio e Uberto Scarpelli. L'assunto secondo cui
la vita umana e' apertura al problema alimenta anche le meditazioni
dell'ultimo Abbagnano, soprattutto quelle raccolte nel libro La saggezza
della vita (1985), svalutate talvolta come espressioni di filosofia
popolare. Abbagnano intende invece stanare la filosofia dal rifugio eburneo
di un autocompiaciuto ed autoreferenziale esercizio, dai tecnicismi del
linguaggio disciplinare in cui volentieri si perde. La richiama percio' a
essere quello che anticamente era: non soltanto sapere teoretico puro, ma
anche esercizio concreto di saggezza, arte di ben condurre la propria vita,
saggezza pratica, dunque sapere consiliatorio e parenetico che insegna ad
affrontare scelte e problemi cui la vita ci pone di fronte.
*
Eppure, piu' che gli insegnamenti teoretici, cio' che oggi vive di Abbagnano
e' la sua Storia della filosofia. Essa riscosse prestigiosi apprezzamenti,
come quello di John Dewey che scriveva alla Utet: "Veramente poco, se non
nulla, e' sfuggito alla sua attenzione. E, quel che e' piu' importante, io
sono rimasto ugualmente impressionato dalla capacita' di giudizio
manifestata nelle scelte fatte e dalla competente penetrazione critica che
mostra nei sommari e nei commenti. I value the book highly".
Vastissima fu poi l'influenza che il manuale ebbe, nelle sue varie edizioni,
sulla scuola e sull'universita' italiana, essendo a lungo il piu' adottato.
Negli anni Settanta, con l'affermarsi di strumenti ideologicamente
impegnati, il suo successo subi' tuttavia una crisi che lo fece quasi
sparire dal mercato. Grazie pero' agli informati e intelligenti
aggiornamenti di Giovanni Fornero - l'allievo che Abbagnano designo' come
continuatore della sua opera - esso e' oggi di nuovo la storia della
filosofia piu' diffusa, ed e' stato tradotto anche all'estero.
Gli si affianca il celebre Dizionario di filosofia, aggiornato anch'esso da
Fornero, che ne ha fatto una indispensabile guida per la chiarificazione dei
concetti filosofici e la comprensione delle loro trasformazioni semantiche.
Entrambe le opere vivono perche' vive in loro lo spirito con cui Abbagnano
interpreto' il singolare ruolo dello storico della filosofia: un
imbalsamatore di idee, uno che per conservare deve inevitabilmente uccidere,
ma anche uno che deve cercare di tenere vivo il senso dei grandi problemi
dell'uomo.
Cio' vale piu' che mai nell'eta' della scienza e della tecnica, che non
hanno reso superflua la filosofia ma le hanno dischiuso nuovi spazi.
Abbagnano intendeva aprirsi al domandare nella consapevolezza non subita ma
positivamente esperita del limite. Era insita per lui nell'esistenza umana,
come per Platone, una motivazione originaria al filosofare. Sapeva che i
grandi problemi filosofici non assillano l'uomo perche' li risolva, ma
perche' li viva.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 130 del 24 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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