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Minime. 131



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 131 del 25 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Carogno Mozzarecchi: Una delazione
2. Brenda Gazzar: Donne a Gaza
3. Raniero La Valle: Ultime notizie da Vicenza
4. Peppe Sini: Due obiezioni al testo che precede
5. Carlo Augusto Viano ricorda Nicola Abbagnano (2004)
6. Renata Dionigi presenta "La scomparsa delle donne" di Marina Terragni
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. LE ULTIME COSE. CAROGNO MOZZARECCHI: UNA DELAZIONE
[Ringraziamo il nostro buon amico Carogno Mozzarecchi per averci messo a
disposizione copia della seguente sua lettera-esposto a varie autorita']

Gentile comandante della guerra
umanitaria, e lei signor ministro
e lei gentile signor direttore
della televisione, con gli ossequi
piu' deferenti alle eccellenze vostre
qui elenco altri presunti talebbani,
e li segnalo alle signorie loro
per i provvedimenti competenti.

Mi pare sia un presunto talebbano
il mio vicino che di notte fa rumore
(pregasi tuttavia non bombardare
l'appartamento, ma colpirlo mentre e' in auto).

Mi pare sia un presunto talebbano
tutto l'attacco del Real, l'intera
squadra del Chelsea (lo si noti bene:
giocano in Spagna e in Gran Bretagna, e' chiaro
che c'e' un rapporto con quegli attentati).

Mi pare sia un presunto talebbano
mio cugino che mi chiede sempre un prestito
(Goffredo, non Corrado che e' un brav'omo
e  non mi ha mai negato alcun favore).

Infine - ma se voi saprete agire
come si deve, da uomini veri,
di certo altri vi mandero' elenchi -
mi pare sia un presunto talebbano
quel Littel Tony Bler, quel Giorgio Busce,
e visto che ce so', pure Billade.

Gradiscano i saluti piu' distinti
e se ci fosse possibilita'
di comparire alla televisione
io sono sempre disponibile, anche
per qualche gioco a premi, e so cantare
e ballo il tango e il tuiste e gioco a bocce.

2. MONDO. BRENDA GAZZAR: DONNE A GAZA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Brenda Gazzar, giornalista indipendente, vive a Gerusalemme ed e'
corrispondente per "We News"]

Gerusalemme. In una situazione in cui crescono la violenza, l'inosservanza
delle leggi, la radicalizzazione politica ed il deterioramento generale dei
diritti umani, le attiviste per i diritti delle donne nella striscia di Gaza
si stanno attrezzando per l'escalation delle aggressioni nei loro confronti.
Lama Hourani, attivista per i diritti civili ed i diritti delle donne, non
velata, ha dichiarato la scorsa settimana che non uscira' di casa sino a che
non vedra' cosa accadra' sulle strade ora che le forze armate di Hamas hanno
preso il controllo della striscia di Gaza e del suo milione e mezzo di
abitanti. Poiche' membri di Hamas hanno tentato di forzare con la violenza
le donne ad usare il velo, durante la prima Intifada iniziata nel 1987,
Hourani sta aspettando di vedere se tenteranno la stessa cosa oggi: "Il
punto critico e' capire quali sono le regole di Hamas. Non sappiamo piu'
quali siano le leggi, qui, non solo come donne ma come palestinesi".
Hourani aggiunge che le violazioni dei diritti umani delle donne, collegate
ad una serie di fattori politici, economici e sociali, sono aumentate da
quando l'organizzazione islamista palestinese ha vinto le elezioni nel marzo
2006. Colpi di arma da fuoco risuonano alle sue spalle mentre mi parla al
telefono: "Le donne non velate sono state assalite per strada come mai era
accaduto in precedenza".
Dopo parecchi mesi di scontri, Hamas ha lanciato la scorsa settimana un
attacco su larga scala contro l'Autorita' nazionale palestinese. Il
presidente Mahmoud Abbas ha sciolto il governo di unita' nazionale, che
aveva tre mesi di vita, e dichiarato un governo d'emergenza. La striscia
costiera di Gaza, situata tra l'Egitto ed Israele, e la West Bank,
territorio sulla sponda occidentale del fiume Giordano, sono ora controllate
da forze rivali.
"Cio' che sta accadendo nella striscia di Gaza e' una terribile guerra
civile", dice Amal Kreisheh, direttrice della "Societa' delle donne
palestinesi lavoratrici per lo sviluppo" di Ramallah, "Ogni sforzo possibile
deve essere compiuto per mettere fine a questa follia".
Mercoledi' scorso, le forze israeliane hanno ucciso numerosi militanti a
Gaza, ed hanno intrapreso raid aerei in risposta ai razzi lanciati contro
Israele. Circa 160 persone sono morte a Gaza durante gli scontri tra fazioni
palestinesi tra il 10 ed il 17 giugno, inclusi 45 civili: sono i dati del
Centro per i diritti umani "Al Mezan" di Gaza. Undici dei quarantacinque
civili erano donne. Piu' di 400 persone sono morte a Gaza dal primo gennaio
2007.
Come risultato degli scontri dei mesi passati fra Fatah ed Hamas centinaia
di donne sono ora vedove. Improvvisamente vulnerabili ed isolate, si trovano
in una societa' lacerata da una guerra civile che divide le famiglie; le
istituzioni che dovrebbero sostenerle appaiono anch'esse vulnerabili. L'11
aprile scorso, la societa' di beneficenza al-Atta, che opera nella striscia
di Gaza a favore di donne e bambini, apri' un centro di formazione
professionale per le ragazze in cui venivano insegnate tecnologie
informatiche. Il giorno successivo i computer ed i materiali furono
trafugati e fu dato fuoco all'edificio. La polizia sostiene che non si sia
trattato di un crimine dell'odio di genere, ma le attiviste per i diritti
umani delle donne di Gaza la pensano altrimenti, e credono che i loro centri
potrebbero esseri i prossimi bersagli, ora che la striscia e' controllata da
Hamas. "Sono contrari alle agende delle donne, a che le donne siano in
posizioni di potere ed ai diritti delle donne", spiega  Rima Alrakhawi,
addetta alle pubbliche relazioni del Centro per le istanze delle donne di
Gaza, che si occupa di ricerca e formazione professionale. "Domenica abbiamo
riaperto il Centro dopo la settimana di combattimenti. Sappiamo che e' molto
pericoloso anche ora, pero'".
I cosiddetti "delitti d'onore" hanno avuto un picco di crescita durante
l'anno scorso, a Gaza. Tra il gennaio 2006 ed il marzo 2007, diciassette
donne sono state assassinate per motivi "d'onore". Di almeno cinque omicidi
si e' accertato che sono stati perpetrati da gruppi religiosi, anziche' da
membri delle famiglie delle vittime. Un fenomeno nuovo ed allarmante,
sostiene Mahmoud Abu Rahma, coordinatore del Centro "Al Mezan" per i diritti
umani di Gaza: "Il problema e' che non vediamo alcuna azione da parte di
istituzioni e governo per proteggere le donne da tanta violenza".
All'inizio di questo mese, un gruppo islamista che si autodenomina "Le spade
della verita'" aveva minacciato le lavoratrici televisive di decapitarle per
i loro "indumenti immodesti". I gruppi per i diritti umani hanno denunciato
la minaccia e le giornaliste in questione hanno organizzato ben due
manifestazioni di protesta a Gaza. Di recente anche gli uffici delle ong, i
caffe', i negozi di dischi, i punti internet e i saloni dei parrucchieri
sono stati attaccati o dati alle fiamme da gruppi religiosi. Uno di essi ha
attaccato un evento sportivo il 6 maggio scorso, evento che si dava in una
scuola gestita dal fondo umanitario delle Nazioni Unite, perche' le gare
includevano bambini e bambine: un adulto e' stato ucciso durante l'attacco e
sei sono stati i feriti, inclusi due giovanissimi studenti.
Le attiviste dicono che una seria escalation dell'insicurezza a Gaza e in
minor misura nella West Bank, incluso il rapido diffondersi della
criminalita' e l'incremento dell'uso di armi, ha avuto inizio nel 2003,
pochi anni dopo l'inizio della seconda Intifada. Esse indicano un numero di
fattori per tale escalation che includono il modo in cui l'occupazione
militare israeliana (le demolizioni di case, le detenzioni arbitrarie, la
tortura) ha impedito ai territori palestinesi di svilupparsi economicamente
e di stabilizzare le proprie istituzioni; e la diminuzione degli aiuti
dall'occidente accoppiata al boicottaggio economico imposto dagli Usa,
dall'Unione Europea e da Israele negli ultimi quindici mesi, fattore che ha
indebolito ulteriormente un'economia gia' in condizioni critiche (a Gaza, il
70% della popolazione vive sotto la soglia di poverta').
Mercoledi' scorso, dopo l'attacco israeliano ai militanti palestinesi a
Gaza, il governo israeliano ha posto fine all'embargo diplomatico ed aperto
un contatto con il governo d'emergenza palestinese. Gli Usa e l'Unione
Europea si stanno anche muovendo per riprendere il programma di aiuti e le
relazioni con il nuovo governo.
"In presenza di un tale disastro politico", dice Lama Hourani, "la societa'
palestinese, come molte altre nel mondo, tende ad enfatizzare tratti di
conservatorismo ed i diritti delle donne spesso non sono considerati una
vera priorita'".
"La radicalizzazione e' lo sbocco consueto per societa' che attraversano
conflitti militari prolungati", aggiunge Maha Abu Dayyeh Shamas, direttrice
del Centro d'aiuto e consulenza legale per le donne di Gerusalemme, "Non
solo la radicalizzazione, ma anche il crollo di ogni tipo di legge e di
ordine. Nelle societa' patriarcali, e tutte le societa' al mondo ancora lo
sono, le donne sono l'elemento 'debole'. Se non ci sono politiche adeguate,
sistemi di controllo, governo, le prime vittime del patriarcato e della
militarizzazione saranno le donne ed i bambini".
*
Per maggiori informazioni: Al Mezan Center for Human Rights: www.mezan.org

3. DOCUMENTAZIONE. RANIERO LA VALLE: ULTIME NOTIZIE DA VICENZA
[Ringraziamo Raniero la Valle (per contatti: raniero.lavalle at tiscali.it) per
averci messo a disposizione il testo della sua relazione introduttiva al
seminario nazionale di studio di "Vasti - Scuola di ricerca e critica delle
antropologie" sul tema "Il futuro della convivenza, Vicenza e la guerra
annunciata. Invece della base nucleare" svoltosi a Vicenza il 16 giugno
2007.
Raniero La Valle e' nato a Roma nel 1931, prestigioso intellettuale,
giornalista, gia' direttore de "L'avvenire d'Italia", direttore di "Vasti -
scuola di ricerca e critica delle antropologie", presidente del Comitato per
la democrazia internazionale, gia' parlamentare, e' una delle figure piu'
vive della cultura della pace; autore, fra l'altro, di: Dalla parte di
Abele, Mondadori, Milano 1971; Fuori dal campo, Mondadori, Milano 1978; (con
Linda Bimbi), Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli, Milano 1983; Pacem
in terris, l'enciclica della liberazione, Edizioni Cultura della Pace, S.
Domenico di Fiesole (Fi) 1987; Prima che l'amore finisca, Ponte alle grazie,
Milano 2003]

Questa volta e' inusuale la sede in cui teniamo questo seminario - tutti gli
altri si sono svolti a Roma - ed e' anche inusuale il rapporto tra le
"Ultime notizie", che sempre inaugurano i nostri incontri, e il contenuto
del seminario.
Inusuale la sede: siamo venuti infatti a Vicenza, e lo abbiamo fatto per
stare nel luogo dove il dramma accade, perche' nessuno possa dirci domani: e
voi dove eravate?
Vicenza e' oggi il crocevia delle contraddizioni che scuotono il nostro
tempo. Ed e' in qualche modo l'emblema conclusivo del nostro tema di
quest'anno, nel quale ci siamo interrogati sulla crisi della convivenza.
Abbiamo sviluppato il tema della convivenza - nella politica, nella
famiglia, nella scuola, nel rapporto di coppia, nella Chiesa - perche'
abbiamo avuto la percezione che oggi non solo la convivenza sia in crisi,
perche' non si riesce a vivere come pur si vorrebbe, ma addirittura che essa
abbia cessato di essere un valore, una naturale prospettiva di vita, e sia
diventata invece un ingombro, un ostacolo, l'oggetto di un rifiuto. Perfino
nelle fasi piu' acute della guerra fredda, sempre in procinto di esplodere
nella guerra nucleare, l'ideale della coesistenza era fuori discussione: si
voleva coesistere, nel presupposto che tutti avessero diritto ad esistere.
Oggi invece si vuole esistere, ma non coesistere; oggi c'e' solo la propria
esistenza vissuta come incompatibile con l'esistenza degli altri.
Allora la decisione di costruire la nuova base militare a Vicenza ha
incrociato la nostra riflessione, che non e' mai una riflessione astratta,
accademica, perche' per noi la cultura e' sempre innestata nella realta'. In
tale decisione abbiamo visto un caso limite di rottura e di rifiuto della
convivenza; ed e' per questo che siamo qui a discutere della convivenza nel
luogo dove oggi questo tema si riveste di tutta la sua pregnanza storica. Ed
e' per questo che il tema di queste "Ultime notizie", solitamente ricavato
da una sollecitazione che viene dalla cronaca, anche se non pertinente col
tema del seminario, si identifica oggi col tema stesso di questo seminario.
*
Tre rotture della convivenza
In tre modi la decisione di costruire la nuova base militare americana,
nonche' il modo in cui questa decisione e' stata presa e resa nota, rompono
la convivenza.
Prima di tutto rompono la convivenza interna della comunita' cittadina. La
passione con cui gia' oggi si discutono le due opposte prospettive che sono
di fronte alla citta', mostra che sempre piu' e' destinato a radicalizzarsi
e a imbarbarirsi il conflitto tra favorevoli e contrari alla base, finche'
la citta' stessa, rotta la pace sociale, si trovera' irrimediabilmente
divisa in due.
In secondo luogo si rompe la convivenza internazionale, per la sostituzione
della guerra alla politica come modalita' di rapporto tra i popoli.
Non siamo sicuri che a livello nazionale cio' sia stato percepito, che sia
stata colta la portata politica generale del sacrificio di Vicenza; non
crediamo che sia stato percepito  in che modo la nuova destinazione d'uso
della citta' di Vicenza diventi una grande questione nazionale, ne' e' stata
percepita la novita' nella quale viene a trovarsi la situazione
internazionale e mondiale per effetto di questo riarmo nucleare che qui
viene avviato della piattaforma territoriale italiana.
Il cuore del discorso sta infatti qui: non si tratta di un ampliamento e
neanche di un raddoppio di una base preesistente, non si tratta di un
accasermamento di altri duemila uomini di truppe aviotrasportate in modo che
siano piu' vicini agli scenari di guerra. Si tratta di una base per azioni
di deterrenza e ritorsione nucleare previste nel quadro di una
pianificazione militare chiamata "Punta di diamante". Lo ha detto l'ex
presidente Cossiga con quell'aria un po' beffarda con cui egli e' solito
rivelare delle verita' che gli altri tengono nascoste. Nella sua
dichiarazione di voto al Senato del 28 febbraio scorso, come si puo' leggere
nel resoconto stenografico della seduta, egli si e' rallegrato - "americano
e guerrafondaio come sono" ha detto con autoironia - della conferma della
concessione "al Pentagono" della base  militare di Vicenza, dalla quale
operera' "il 173o reggimento d'attacco 'Airborne', strumento del piano di
dissuasione e di ritorsione anche nucleare denominato 'Punta di diamante'".
Dunque cio' di cui si discute non e' una caserma, ma una base per la guerra
nucleare, ed una prospettiva politica secondo la quale il governo del mondo
e delle sue risorse nei prossimi decenni sara' affidato non alla politica,
ma alla guerra.
La terza rottura che in tal modo si e' prodotta e' quella tra la comunita' e
il governo. La domanda e' perche' il governo non ne ha voluto neanche
parlare. Come se si trattasse di materia non disponibile, di "affari
riservati" secondo una nomenclatura in uso in altri ordinamenti. Questo e'
un Paese in cui si discute di tutto, e questo e' un governo che ha discusso
su tutto. Per mesi si e' fatta e rifatta la finanziaria con trattative con
tutte le lobbies possibili e le parti sociali. Si e' discusso e poi si e'
cambiato il tracciato della Tav. Si discutono i piani di settore con
artigiani, professionisti, piccole imprese; si sono discusse le
liberalizzazioni di Bersani con benzinai, farmacisti, notai; si e'
rinunziato ad abolire il Pra sotto la spinta dei suoi difensori. Si fermano
i camion prima che arrivino alle discariche per non forzare la mano alle
popolazioni locali. Perche' solo sulla base militare di Vicenza non si puo',
non dico transigere, ma nemmeno discutere? La ragione e' evidente: perche'
il governo ritiene la cosa fuori della portata delle nostre decisioni. Esso
da' atto che l'Italia non ha la disponibilita' non tanto della propria
sovranita', ma di se stessa, del suo ruolo e del suo destino. Ma come non
discutere della decisione di installare in Italia la prima base nucleare
offensiva dopo la fine della guerra fredda, la rimozione del muro di Berlino
e la scomparsa della contrapposizione tra i blocchi?
*
La politica come occultamento
Il segreto mantenuto dal governo Berlusconi si capisce. Berlusconi crede che
il Paese sia suo, si e' impadronito del suolo di questo Paese - da Milano 2
alla tenuta di Arcore alle coste della Sardegna al palazzo di via del
Plebiscito a Roma - e anche dell'etere, paga 45 milioni di euro di tasse
allo Stato e crede di esserselo comprato, quindi prende del suo e lo da'
all'amico americano.
Ma il governo Prodi? Aveva tutto il diritto di discuterne. Perche' la
cessione di una parte della citta' di Vicenza agli Stati Uniti (e qui vale
come non mai che "la parte e' per il tutto") era avvenuta senza alcuna
deliberazione del governo e senza alcun dibattito parlamentare, solo in
virtu' di una lettera del 12 dicembre 2005 dell'allora capo di stato
maggiore della Difesa ammiraglio Di Paola al suo collega americano, dopo un
parere tecnico del Genio Dife; si poteva impugnare da parte del governo
successivo. Invece la decisione e' stata fatta passare per una "non
decisione": "per l'ampliamento di una base militare - ha detto Prodi - non
si pone certo un problema politico". Qui si apre una grande questione: la
politica come occultamento. E' una novita': prima a occultare erano i
Servizi deviati, non a caso detti segreti; oggi e' la politica che si fa
alla luce del sole che occulta la verita'. E' un occultamento della realta'
dire che Vicenza non e' un problema politico. E' il massimo dei problemi
politici, perche' riguarda la scelta di come stare al mondo nei prossimi
decenni; se vogliamo stabilire una data diciamo fino al 2050, data entro cui
secondo gli scienziati dovremmo trovarci un altro pianeta perche' questo
sara' esaurito.
Il mondo e' davanti a un'alternativa molto precisa: o la convivenza, la
decisione politica che tutti dobbiamo vivere, anche se giungeremo ad essere
dieci miliardi, oppure il rifiuto della convivenza, la rottura dell'unita'
umana, e la guerra dei diversi aggregati umani - che gia' viene chiamata
guerra di civilta' - per spartirsi l'ultima eredita' della terra.
Gli Stati Uniti hanno fatto quest'ultima scelta, con la lunga premeditazione
concepita dalla Nuova Destra americana e il suo progetto di instaurare "il
nuovo secolo americano", con la presidenza Bush W., con l'invasione
dell'Iraq e dell'Afghanistan, con lo scudo spaziale, con lo spostamento
delle frontiere militari e politiche del proprio Impero sempre piu' ad
Oriente. Non sappiamo se dopo gli evidenti fallimenti di questa linea essa
sara' confermata dalla prossima presidenza americana. In ogni caso Vicenza
appartiene a questa scelta, a questa ipotesi di guerra continua per i
prossimi decenni; una guerra a cui e' chiamato tutto l'Occidente, e in cui
gli atei devoti vorrebbero coinvolgere anche la Chiesa. I nemici non sono
ancora dichiarati, ma gia' si profilano: l'Iran, la Russia, la Cina. Vecchi
esperti del Pentagono hanno dichiarato ufficialmente che stanno preparando
la guerra con la Cina, che ci sara' tra 20 anni, e che si svolgera' "nei
cieli e sott'acqua" (la terra cinese e' infatti troppo grande, meglio
evitarla, visto come e' andata nelle terre invase finora).
E allora ecco perche' e' cosi' importante la base, da non potersene
discutere neppure. E' una base di intervento rapido nucleare, la casa madre
dell'unica unita' aviotrasportata del Comando europeo degli Stati Uniti la
cui area di responsabilita' abbraccia l'Europa, gran parte dell'Africa e del
Medio Oriente. Essa dipende dal comando Setaf, il cui quartiere generale e'
anch'esso a Vicenza, e che e' stato trasformato da comando di appoggio
logistico in comando di teatro, responsabile - come viene spiegato - "del
ricevimento, della preparazione al combattimento e del movimento avanzato
delle forze che entrano nella regione meridionale per una guerra". E cio' in
collegamento con le basi aeree di Aviano e Sigonella e con quella logistica
di Camp Darby, che insieme  vengono cosi' a formare il triangolo della
piattaforma italiana per la guerra nucleare annunciata.
La domanda e': puo' l'Italia opporsi a tutto questo? Non puo', il governo,
da solo. Puo' darsi, a voler guardare le cose con realismo, che per il
governo questa decisione fosse obbligata, perche' quella contraria, come ha
detto D'Alema, sarebbe apparsa "un atto di ostilita' verso gli Stati Uniti".
E non e' possibile una ostilita' con gli Stati Uniti perche' il Paese non e'
ostile, non ci sarebbe affatto una base di opinione pubblica in Italia per
alcuna ostilita' agli Stati Uniti, che e' un Paese amico; e nemmeno ce lo
potremmo permettere, perche' siamo entrati in un tempo in cui lo squilibrio
delle forze nel mondo e' tale per cui nessuno puo' sopravvivere
all'ostilita' degli Stati Uniti; in Italia, come si ricordera', gli anni di
Moro furono dominati dalla paura di una "sindrome cilena" per mano
americana: percio' i missili vennero installati a Comiso anche allora senza
alcuna obiezione ufficiale (ma con grandi lotte popolari).
Pero' queste ragioni dovevano essere discusse, anche col movimento della
pace. Il non farlo e' un'offesa per il Paese, ma soprattutto e' un atto di
rottura del governo con i cittadini, con una parte rilevante della sua base
elettorale, politica e perfino religiosa.
La resistenza alla base, quale si e' cosi' vigorosamente attivata qui a
Vicenza, non puo' ora servire da sola a rovesciare con la forza, con una
spallata, la decisione gia' presa. Ci vuole la politica. Percio' non
crediamo e anzi riteniamo un grave errore il ricorso a mezzi di lotta che
non siano non violenti. Crediamo alla politica. E la resistenza serve
appunto a rendere di nuovo possibile la politica, serve a impedire che sia
chiuso o dichiarato come non esistente il problema politico, serve a
rivendicare alla politica (ma anche alla cultura e alla fede) il compito di
esprimere e realizzare una alternativa allo strumento della guerra con cui
l'Occidente si sta preparando ad affrontare le future sfide mondiali. Il
Paese-comunita', non il governo da solo, puo' farcela. Insieme all'Europa,
puo' farcela. Non contro gli Stati Uniti, ma anche "per" gli Stati Uniti,
perche' siano distolti dal correre verso la rovina trascinandosi tutto il
mondo con se'.
Ma per fare questo non si puo' occultare la vera natura della scelta.
Bisogna parlare col movimento della pace, con l'elettorato, con i giovani,
con le donne, e anche con quella piccola Italia della provincia italiana che
viene cavalcata dalla destra e dalla Lega, nel presupposto che l'interesse
in gioco e' lo stesso per tutti, e allo scopo di riaprire tutti insieme il
problema politico, per vedere in che modo attraverso la politica, come
diceva don Milani, "se ne puo' uscire".
*
I frutti del rifiuto della convivenza: la questione palestinese
Proprio in questi giorni vediamo a quali tragedie portino delle politiche
che esplicitamente si pongono contro la convivenza.
Non era mai accaduto quello che ora sta avvenendo in Palestina: una lotta di
liberazione straordinaria condotta dal popolo palestinese per quarant'anni,
dal 1967, viene fatta a pezzi, distrutta, rottamata, gettata nel crogiuolo
di una guerra civile tra palestinesi, tra istituzioni palestinesi.
Chi in tutti questi anni ha congiurato per la cancellazione del popolo
palestinese e' riuscito ad ottenere ora che il popolo palestinese cambiasse
il proprio nemico, e si facesse nemico di se stesso.
Questo risultato e' stato perseguito fin dagli accordi di Oslo, che avevano
aperto una via politica alla costituzione di uno Stato palestinese, di cui
l'Autorita' Nazionale Palestinese doveva essere solo l'anticipazione.
Ma Israele non ha mai accettato questa prospettiva, non ha mai ammesso che
accanto a se', su quella che considera la terra d'Israele, nascesse un vero
Stato palestinese. Rabin fu ucciso per questo, e da allora lo scopo della
politica israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, e' stato quello di
rovesciare Oslo e di impedire che un'altra Oslo fosse mai possibile. Sharon
dichiaro' che gli accordi di Oslo erano stati il piu' tragico errore
strategico di Israele, e avvio' una strategia che chiudesse per sempre
quella strada. Non doveva esserci nessuna "road map" di questa strada. Cio'
doveva passare attraverso la liquidazione di Arafat, che rappresentava
appunto l'ala politica e negoziale, laica e statuale, nella dignita', del
movimento palestinese. Per Israele e per gli Stati Uniti la gestione di un
conflitto con un movimento laico di liberazione nazionale era diventata
troppo difficile, era in difetto di egemonia. Bisognava riuscire a togliere
il conflitto palestinese dalla sua singolarita' e riportarlo nella lotta
generale contro il terrorismo, e in particolare contro l'Islam, che fin dal
1991 nei nuovi "Modelli di difesa" occidentali elaborati dopo la fine della
guerra fredda, era stato individuato come il nuovo nemico dell'Occidente.
Nel Nuovo Modello di Difesa italiano nel 1991 - subito dopo la prima guerra
del Golfo - il conflitto israelo-palestinese veniva indicato come "il
paradigma" del futuro conflitto tra Islam e Occidente.
Occorreva che la resistenza palestinese fosse trasformata in estremismo
islamico. Cio' e' avvenuto non lasciando ai palestinesi altra strada che
quella di Hamas. Ed e' qui che il problema palestinese cessa di essere un
conflitto di indipendenza di un popolo i cui territori, pur ridotti al
minimo, sono occupati, e diventa un capitolo della grande sfida
dell'Occidente contro i suoi nemici: oggi l'Islam, sia arabo che iraniano,
domani di nuovo la Russia, tra vent'anni forse la Cina e l'India.
La guerra mondiale, guerra di eredita' tra i figli per aggiudicarsi le
ultimerisorse del pianeta che si stanno esaurendo (tra queste risorse c'e'
anche la democrazia), e' gia' cominciata. E' a questa guerra che serve la
base nucleare di Vicenza.
A noi tocca pensare e propugnare un altro futuro.

4. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: DUE OBIEZIONI AL TESTO CHE PRECEDE

Ci perdonera' un maestro illustre ed amatissimo come Raniero La Valle se ci
permettiamo di esprimere il nostro dissenso su due punti dell'intervento
sopra riportato.
*
Nel merito della vicenda vicentina una sola obiezione al ragionamento di un
maestro come La Valle, ma e' un'obiezione capitale: il governo italiano
poteva e doveva, puo' e deve opporsi alla decisione americana di fare di
Vicenza una cruciale servitu' militare che avra' un ruolo strategico
decisivo nelle guerre - anche nucleari - che la follia dei signori della
Casa Bianca e del Pentagono vanno preparando a distruzione dell'umanita'.
Il governo italiano poteva e doveva, puo' e deve opporsi.
De jure, in forza della stessa Costituzione della Repubblica Italiana:
poiche' - come nitidamente La Valle argomenta - la decisione americana su e
contro Vicenza e' una decisione ordinata alla guerra (e alla guerra
atomica), l'Italia, che - giusta il dettato costituzionale - "ripudia la
guerra", a tale decisione non puo' esprimere alcun consenso, anzi ad essa
deve assolutamente opporsi.
E de facto, poiche' e' veramente grottesco stare a questionare se un governo
di un ordinamento giuridico democratico puo' accettare di cooperare allo
sterminio dell'umanita'.
E quindi le dichiarazioni di Prodi e dei ministri suoi sono solo sofismi e
tracotanza, sofismi e tracotanza di complici degli stragisti, dei terroristi
di stato e di regime, sofismi e tracotanza indegni di essere discussi.
Sofismi e tracotanza le dichiarazioni, crimine scellerato la decisione
imposta come fatto compiuto. Infame decisione che e' giusto e necessario
rovesciare.
*
Una seconda obiezione sull'analisi della situazione in Palestina: finche' si
continuera' a non affermare con chiarezza che come la popolazione
palestinese anche la popolazione di Israele ha diritto alla vita ed al
proprio ordinamento giuridico statuale, non si fara' un passo avanti;
finche' si continuera' ad addossare all'intera popolazione israeliana le
certo gravissime responsabilita' del governo del loro stato, non si fara' un
passo avanti; finche' si continuera' a sottovalutare la concretezza della
minaccia - tanto di non pochi regimi arabi e islamici del Medio Oriente
quanto di tutti i movimenti fondamentalisti islamici in armi - di
distruggere Israele e la sua popolazione, non si fara' un passo avanti. So
bene che Raniero La Valle non commette questi errori, ma sarebbe di grande
utilita' se ogni volta che parla della tragedia palestinese ricordasse anche
questi aspetti della questione, proprio perche' la sua voce e' autorevole e
ci sono cose che occorre ripetere sempre. Soprattutto devono essere sempre
ripetute dagli europei, consapevoli che in Europa qualche decina di anni fa
e' stata realizzata la Shoah: e che coloro che minacciano la distruzione di
Israele e della sua popolazione alla scuola di Hitler - e dell'Europa romana
e cristiana e razzista della bimillenaria persecuzione antiebraica - si sono
messi.
Hic et nunc l'unica solidarieta' reale, coerente ed efficace col popolo
palestinese e' quella che solidarizza altresi' col popolo israeliano; hic et
nunc l'unica solidarieta' reale, coerente ed efficace col popolo palestinese
e' quella che sostiene le forze della pace e del dialogo dei due popoli
palestinese ed israeliano, e che si batte per il diritto all'esistenza, alla
sicurezza e al benessere dei due popoli palestinese e israeliano in due
stati liberi e indipendenti.

5. MEMORIA. CARLO AUGUSTO VIANO RICORDA NICOLA ABBAGNANO (2004)
[Dal quotidiano "La stampa" del 14 ottobre 2004, col titolo "Abbagnano,
laici con filosofia. Le risposte del neoilluminismo all'Italia del
dopoguerra".
Carlo Augusto Viano ha insegnato storia della filosofia nelle Universita' di
Milano, Cagliari e Torino; e' stato membro del Comitato nazionale di
bioetica, fa parte del comitato direttivo della "Rivista di filosofia",
dell'Accademia europea e dell'Accademia delle scienze di Torino. Tra le sue
ultime pubblicazioni, Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni
(Torino 2005). Dal sito www.emsf.rai.it riprendiamo la seguente scheda:
"Carlo Augusto Viano e' nato ad Aosta il 10 luglio 1929 e si e' laureato in
filosofia nella Facolta' di Lettere dell'Universita' di Torino nel 1952. In
questa Facolta' e' stato allievo e assistente di Nicola Abbagnano; poi ha
insegnato nelle Universita' di Milano e Cagliari. Attualmente e' professore
ordinario di Storia della filosofia nella Facolta' di Lettere
dell'Universita' di Torino. E' anche membro del Comitato direttivo della
'Rivista di filosofia', del Comitato Nazionale di Bioetica, dell'Accademia
Europea e socio nazionale dell'Accademia delle Scienze di Torino. Carlo
Augusto Viano ha dedicato i propri studi alla storia della filosofia e
all'etica. Nel primo campo si e' occupato di filosofia antica e di filosofia
moderna classica. Al mondo antico ha dedicato i volumi: La logica di
Aristotele, Torino 1954 e La selva delle somiglianze. Il filosofo e il
medico, Torino, 1985, oltre a numerosi saggi; ha inoltre tradotto la
Metafisica, la Politica e la Costituzione di Atene, di Aristotele. Frutto
degli studi sulla filosofia moderna sono stati la monografia John Locke, Dal
razionalismo all'Illuminismo, Torino 1960, l'edizione di inediti e la
traduzione di scritti di Locke, la cura dell'edizione italiana delle opere
di Condillac e parecchi contributi minori. All'etica Carlo Augusto Viano ha
dedicato il volume Etica, Milano 1975 e molti saggi, soprattutto sulle
teorie utilitaristiche; ha anche curato il volume Teorie etiche
contemporanee, Torino 1990. Attualmente sta dirigendo in collaborazione con
Pietro Rossi, per l'editore Laterza, la pubblicazione di una grande Storia
della filosofia in sei volumi. Nel volume sull'antichita' Carlo Augusto
Viano ha scritto numerosi capitoli, sui filosofi presocratici, i sofisti,
Socrate, Platone, Aristotele ed Epicuro. Dalla sua esperienza di storico
della filosofia ha ricavato una serie di lavori sulla filosofia come
istituzione culturale, quale si e' venuta delineando nella tradizione
occidentale, con particolare attenzione per il linguaggio dei filosofi e il
loro pubblico. Come membro del Comitato nazionale di bioetica e nella
propria attivita' accademica Carlo Augusto Viano continua a interessarsi di
etica, con particolare riguardo alla bioetica, alla quale ha dedicato
diversi saggi".
Nicola Abbagnano (Salerno 1901 - Milano 1990), illustre filosofo e storico
della filosofia. Un'ampia notizia biobibliografica e' nelle "Notizie minime
della nonviolenza" n. 127. Utilissimo il sito alla sua figura ed alla sua
opera dedicato: www.nicolaabbagnano.it]

A Torino, dopo la seconda guerra mondiale, dei filosofi veri e propri
immaginarono di poter risuscitare l'illuminismo, tanto che chiamarono se
stessi "neoilluministi".
Quello di loro che aveva un qualche legame con le radici gobettiane era
Norberto Bobbio, che era stato scolaro di Solari, aveva frequentato gli
ambienti cittadini nei quali il ricordo dell'esperienza gobettiana era
ancora vivo e aveva praticato l'antifascismo azionista. L'altro esponente di
spicco del neoilluminismo, anzi quello che aveva proposto la formula, era
Nicola Abbagnano, che riscopriva l'illuminismo dopo aver tentato molte
strade, nessuna delle quali sembrava dovesse portare qui. Da ultimo aveva
dato vita a una varieta' italiana di esistenzialismo, meno drammatico delle
filosofie dell'esistenza tedesche, "positivo", come lui stesso lo chiamava,
che aveva perfino preteso di essere una specie di filosofia nazionale e
fascista, capace di sostituire la dottrina gentiliana.
All'illuminismo Abbagnano si rivolse dopo la fine della guerra, quando
sposto' la propria attenzione dalla cultura tedesca, cui si era ispirato per
l'impresa esistenzialistica, a quella americana, che stava diventando
l'alternativa ideologica alla filosofia marxista e all'ideologia comunista.
Abbagnano associava il ricupero dell'illuminismo alla filosofia di John
Dewey, che considerava compatibile con l'esistenzialismo positivo. Erano
cose che non stavano insieme, perche' Dewey era un filosofo hegeliano, che
aveva sempre respinto l'empirismo settecentesco e tutto cio' che sembrava
derivare dalle teorie della conoscenza care agli illuministi. Del resto i
pragmatisti in generale diffidavano degli illuministi, nei quali vedevano
gli eredi del cartesianesimo o che consideravano insensibili ai temi
religiosi e all'esperienza interiore. Lo stesso Bobbio era stato educato
alla filosofia di Kant, di Fichte e di Hegel, ma anche al culto di Croce, e
aveva praticato Martinetti e fatto esperienza di fenomenologia: tutti
antidoti antilluministici. E, mentre Abbagnano costruiva l'esistenzialismo,
Bobbio lo aveva demolito con qualche simpatia per un personalismo
spiritualistico.
Era stato Abbagnano il vero animatore del programma neoilluministico. Bobbio
diceva di essersi fatto convincere quando Abbagnano aveva messo sotto il
segno dell'illuminismo un'interpretazione della conoscenza scientifica
diversa da quella del positivismo ottocentesco, per il quale la scienza
rivela l'ordine necessario della realta'. Nel loro piccolo i fondatori del
neoilluminismo torinese avevano gia' celebrato, ciascuno per proprio conto,
i dovuti scongiuri antipositivistici, ma ora era comparso il neopositivismo,
e il richiamo all'illuminismo poteva servire per esorcizzare anche
quest'ultimo fantasma. All'impresa guardava anche Ludovico Geymonat, un
vecchio amico di Bobbio, diviso tra interesse per il neopositivismo e
ideologia comunista. Quest'ultima lo rendeva diffidente verso una cosa che
il marxismo ufficiale considerava una faccenda borghese, ma guardava con
simpatia l'anticrocianesimo, antico in Abbagnano e piu' recente in Bobbio.
Frattanto all'orizzonte compariva la filosofia analitica, che al momento
della nascita del neoilluminismo non si sapeva tanto bene che cosa fosse, ma
che nasceva dal rifiuto del primato del linguaggio scientifico. Dunque un
altro alleato, ma anche un'altra associazione arrischiata dell'eredita'
dell'illuminismo con cose che non c'entravano.
Ricostruendo la propria adesione al neoilluminismo, Bobbio ne ha
recentemente individuato le radici nel rifiuto della "filosofia romantica,
idealistica, di Croce e Gentile" e delle "filosofie di ispirazione religiosa
come il neotomismo dell'Universita' cattolica del Sacro Cuore... filosofie
regressive anche perche' avevano in qualche modo accompagnato il fascismo, o
lo avevano giustificato e sostenuto". I neoilluministi inserivano la
polemica antidealistica nella polemica contro le filosofie ottocentesche
della necessita' e contro le filosofie della storia romantiche, nelle quali
la liberta' dello spirito universale prevale sulla liberta' dei singoli. In
un saggio importante Bobbio segno' il proprio distacco dal crocianesimo,
delineando un'interpretazione della democrazia liberale fondata sui principi
dell'89, ai quali Croce aveva sempre guardato con irriguardosa diffidenza.
Il neoilluminismo intendeva opporsi anche all'ideologia comunista.
L'anticomunismo di Abbagnano era piu' radicale, anche se meno esplicito,
mentre quello di Bobbio era piu' tormentato, perche' il richiamo all'impegno
politico degli intellettuali, cosi' forte per i comunisti, non lo lasciava
indifferente. Su questo terreno il riferimento all'illuminismo poteva
diventare particolarmente interessante, perche' gli illuministi costituivano
il caso tipico di intellettuali impegnati in progetti politici e tuttavia
non vincolati a qualcosa come i partiti di massa, che ovviamente non
conoscevano; ma essi avevano saputo resistere alle pretese di obbedienza che
despoti e chiese avevano fatto valere.
Ma il tema piu' sentito e piu' diffuso tra i neoilluministi era la
resistenza al controllo dei cattolici sulla cultura e sulla vita civile
dell'Italia del dopoguerra e la critica di ogni filosofia che presupponesse
il primato della religione sulle altre attivita' intellettuali. E si
trattava non soltanto della filosofia neoscolastica, come poi Bobbio avrebbe
detto, ma anche, e forse soprattutto, dello spiritualismo cattolico, in
parte erede dell'idealismo gentiliano, ampiamente presente nelle universita'
statali e non confinato nell'Universita' cattolica milanese. Piu' che contro
la filosofia neotomista il neoilluminismo cercava di mettere le premesse per
una cultura laica, cioe' indipendente dalle pressioni esercitate da
autorita' e intellettuali cattolici. Cio' che univa la difesa della laicita'
alla discussione dell'impegno politico era il rifiuto della sottomissione
degli intellettuali a qualsiasi autorita' che pretendesse di esercitare un
qualche potere sulla cultura: i potenti non dovevano pretendere di svolgere
una politica culturale, mentre gli intellettuali dovevano intervenire nella
politica, in primo luogo per salvaguardare la liberta' e l'indipendenza
della cultura.

6. LIBRI. RENATA DIONIGI PRESENTA "LA SCOMPARSA DELLE DONNE" DI MARINA
TERRAGNI
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it).
Renata Dionigi, intellettuale femminista, e' impegnata nell'esperienza della
Libreria delle donne di Milano.
Marina Terragni, giornalista, e' editorialista di "Io Donna" e scrive sul
"Corriere della Sera" e su "Il foglio". Opere di Marina Terragni: (con
Vittorino Andreoli), E vivremo per sempre liberi dall'ansia, Rizzoli, Milano
1997; La scomparsa delle donne, Mondadori, Milano 2007]

Marina Terragni, La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose
del genere, Mondadori, Milano 2007, pp. 235, euro 16.
"La differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la
nostra epoca ha da pensare" e' stato scritto nel 1984 dalla filosofa Luce
Irigaray.
Una differenza femminile che rischia di estinguersi, scrive oggi Marina
Terragni, perche' molte, troppe giovani donne si adeguano, imitano
comportamenti maschili come se l'unico modo di darsi valore e di esistere
socialmente sia la cancellazione dell'essere donna e l'agire come un uomo.
Partendo dalla sua esperienza di infelice emancipata, sempre di corsa per le
difficolta' di tenere insieme le mille cose della propria vita, l'autrice
analizza e riflette su molti testi del femminismo e pone domande sui tanti
temi d'attualita', dal rapporto con l'uomo alla sessualita', al lavoro, alla
maternita', alla religione, alla politica, alla bellezza... E racconta il
suo cambiamento, il suo imparare a "star ferma", a vivere il vuoto,
l'ascolto di se' e delle altre per capire il proprio desiderio e decidere di
stare felicemente e liberamente nel mondo come donna, senza passare
attraverso la competizione con gli uomini.
Un libro prezioso che getta un ponte tra generazioni diverse di donne e
anche verso gli uomini perche', per avere un rapporto nuovo tra i sessi,
"essere donna e' tutto quello che noi possiamo fare per loro".
Marina Terragni ha iniziato il lavoro di giornalista presso Radio Popolare
di Milano. Editorialista per "Io donna - Corriere della sera", "Il Foglio",
"Via Dogana" (periodico della Libreria delle donne di Milano). Opinionista
in trasmissioni tv e radiofoniche Rai (Domenica In, L'Italia sul 2) e La 7
(Otto e mezzo, L'Infedele). Ha condotto una trasmissione per la rete 2 Rai e
ha collaborato con radio Rai. Gia' autrice di un saggio sulla condizione
delle donne nella Chiesa (Vergine e piena di grazia, Gammalibri) e di un
libro-intervista con Vittorino Andreoli (E vivremo finalmente liberi
dall'ansia, Rizzoli). Ha lavorato per "Europeo", "Epoca", "Panorama mese",
"Linus", "Anna", per il quotidiano "Reporter" e per numerose altre testate.
Ha collaborato a un film documentario sulla Pirelli Bicocca diretto da
Silvio Soldini.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 131 del 25 giugno 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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