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Minime. 158



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 158 del 22 luglio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Luciano Capitini: Un convegno a Pienza sulla pedagogia di Aldo Capitini
tra profezia e liberazione
2. VIII premio "Laura Conti" per tesi di laurea sui temi dell'ecologia
3. Sergio Casali: Il pensiero e la critica letteraria femminista (parte
terza)
4. Francesco Tomatis: Franz Rosenzweig e la pedagogia dell'ascolto reciproco
5. Diana Napoli presenta "Storia di un tedesco" di Sebastian Haffner
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. INCONTRI. LUCIANO CAPITINI: UN CONVEGNO A PIENZA SULLA PEDAGOGIA DI ALDO
CAPITINI TRA PROFEZIA E LIBERAZIONE
[Ringraziamo Luciano Capitini (per contatti: capitps at libero.it) per questo
intervento.
Luciano Capitini e' impegnato nel Movimento Nonviolento, nell'associazione
nazionale "Amici di Aldo Capitini", nella Rete di Lilliput e in numerose
altre esperienze e iniziative nonviolente; persona di straordinaria mitezza
e disponibilita' all'ascolto e all'aiuto, ha condotto a Pesaro una
esperienza di mediazione sociale nonviolenta; e' tra i coordinatori della
campagna "Scelgo la nonviolenza".
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche
redazione at nonviolenti:org, sito: www.nonviolenti.org]

Si svolgera' a Pienza dal 5 al 7 ottobre 2007 un convegno su "La pedagogia
di Aldo Capitini, tra profezia e liberazione".
Ho avuto molti incontri con amici italiani della nonviolenza. Spesso nel
discorso si andava a parlare di Aldo Capitini - come e' ovvio e quasi
obbligatorio. Ne ho spesso ricavato l'impressione che la conoscenza di Aldo
(pensiero ed azione) in tanti che si dichiaravano suoi grandi estimatori,
fosse in realta' modesta.
Fu per questo motivo che anni fa entrai nell'Associazione Amici di Aldo
Capitini, di cui tuttora faccio parte, e condivido lo sforzo per diffondere
la "cultura capitiniana".
Recentemente ho avuto contatti con il "mondo" dei pedagogisti, incontrando
alcuni di loro che hanno focalizzato il proprio lavoro sulle opere e
l'insegnamento di Capitini, e che danno a vedere di aver introiettato tale
pensiero in maniera profonda e convinta.
Ho potuto notare che, basandosi sulla pedagogia di Aldo, tutto il resto del
pensiero si chiarisce notevolmente. E' stata allora forte la sollecitazione
a creare un ponte tra i pedagogisti capitiniani e gli amici della
nonviolenza, quelli che si dedicano al lato filosofico, quelli che ne
indagano il pensiero religioso, quello politico, chi studia l'omnicrazia,
eccetera.
*
Questo convegno che abbiamo indetto a Pienza (cittadina bellisssima in
provincia di Siena) per il 5-7 ottobre 2007, vuole proprio essere un primo
tentativo di porre in relazione tra di loro questi "esperti".
Per ora sara' la pedagogia di Aldo a presentarsi, per voce di molti
studiosi, ma se il traguardo che immaginiamo fosse raggiunto, si potrebbe
allora pensare ad incontri ripetuti e piu' "corali".
Vorrei sottolineare che la pedagogia riveste, in Aldo, anche un aspetto
"funzionale", in quanto risponde alla domanda che ogni persona amicadella
nonviolenza si pone: chi partecipera' alla costruzione della realta'
liberata? come arriveremo ad un "sovvertimento" di questa inadeguata
societa'?
La risposta di Aldo e' chiara: "un popolo informato ed adeguatamente
istruito"; e d'altronde l'accentuazione dell'aspetto profetico
dell'educazione (ma non e' la parola giusta) sarebbe quello di sottolineare
i difetti dell'esistente e aprire l'animo del discente ad intervenire, ad
impegnarsi nella ricerca di valori che ci facciano compiere i necessari
passi.
*
Saremo a Pienza massimamente grazie all'assessore alla cultura ed alla pace
di quel Comune, Massimo Pomi, poi grazie alla bella e generosa
disponibilita' della giunta tutta, dellla Regione Toscana, della Provincia
di Siena (mi fa piacere attestare la disponibilita' di questi enti, che ha
carattere di eccezionalita' nel panorama attuale).
Come non citare Gabriella Falcicchio, docente di pedagogia a Bari, che ha
costruito, praticamente da sola, il convegno, contattando tutti i molti
relatori, sfruttando a tal fine le pause imposte dagli ultimi giorni della
gravidanza, e poi "usando" i tempi dell'allattamento e della cura.
Spero che un "sapore" di questo impegno si colga durante lo svolgimento del
convegno, sarebbe la prova che Aldo e' ancora tra noi, in una forma di
compresenza.

2. INIZIATIVE. VIII PREMIO "LAURA CONTI" PER TESI DI LAUREA SUI TEMI
DELL'ECOLOGIA
[Dall'Ecoistituto del Veneto "Alexander Langer" (per contatti:
ecoistitutoitalia at virgilio.it) riceviamo e diffondiamo.
Laura Conti, nata a Udine nel 1921, partigiana, deportata e sopravvissuta al
lager. Medico, parlamentare, rappresentante autorevole dell'ambientalismo
scientifico e del movimento ecologista. E' scomparsa nel 1993. Opere di
Laura Conti: Assistenza e previdenza sociale, Feltrinelli, Milano 1958; La
condizione sperimentale, Mondadori, Milano 1965; Sesso e educazione, Editori
Riuniti, Roma 1975; Visto da Seveso, Feltrinelli, Milano 1978; Una lepre con
la faccia di bambina, Editori Riuniti, Roma 1978; Che cos'e' l'ecologia,
Mazzotta, Milano 1981; Il tormento e lo scudo, Mazzotta, Milano 1981;
Ambiente terra, Mondadori, Milano 1988. Opere su Laura Conti: un breve
profilo e' nel libro di Andrea Poggio, Ambientalismo, Bibliografica, Milano
1996. Indirizzi utili: presso l'Ecoistituto del Veneto e' istituito un
Premio ecologia "Laura Conti" a persone autrici di tesi di laurea impegnate
concretamente per un futuro sostenibile: viale Venezia 7, 30171 Mestre (Ve),
e-mail: info at ecoistituto.veneto.it]

Scade il 31 agosto il termine per partecipare al Premio Ecologia "Laura
Conti" per tesi di laurea sui temi dell'ecologia.
Il concorso, indetto dalla rivista "Gaia" e dall'Ecoistituto del Veneto, e'
giunto alla sua ottava edizione ed ha visto un numero via via crescente di
tesi partecipanti provenienti da tutta Italia.
I filoni di ricerca cui si rivolge il premio sono quelli legati
all'ecologia, nella sua concezione piu' ampia, dai parchi al turismo
naturalistico, dalla mobilita' intelligente alle energie rinnovabili, dalla
nonviolenza ai consumi sostenibili.
Il primo premio e' di 750 euro e segnalazione su "Gaia", la rivista
nazionale dell'Ecoistituto, con pubblicazione eventualmente per estratto. Il
secondo premio e' di 250 euro e segnalazione su "Gaia" con pubblicazione
eventualmente per estratto, il terzo premio e' con segnalazione su "Gaia".
Tutte le tesi partecipanti vengono archiviate in uno specifico database
consultabile on-line, in modo che attraverso una ricerca con parole chiave
possano essere rintracciate ed eventualmente divulgate da parte dei singoli
autori. Finore sono quasi mille le tesi inserite.
Il bando completo puo' essere scaricato nel sito dell'Ecoistituto del
Veneto: www.ecoistituto-italia.org
Per informazioni, contattare la segreteria al numero telefonico 041935666, o
per e-mail: info at ecoistituto.veneto.it

3. MATERIALI. SERGIO CASALI: IL PENSIERO E LA CRITICA LETTERARIA FEMMINISTA
(PARTE TERZA)
[Dal sito www.uniroma2.it riprendiamo la seguente dispensa predisposta
nell'aprile 2004 per il secondo semestre dell'anno accademico 2003/2004 del
corso su "Femminismo, studi di genere e letteratura latina".
Sergio Casali (Varazze, 1969) ha studiato alla Scuola Normale Superiore di
Pisa (corso ordinario e di perfezionamento) dal 1988 al 1997, con una
parentesi al St John's College di Oxford nel 1992/93; e' ricercatore
all'Universita' Roma Due "Tor Vergata" dal 1998, e professore associato di
Lingua e letteratura latina dal 2001. Si interessa soprattutto di poesia
augustea, in particolare Ovidio e Virgilio, della tradizione epica romana e
dell'esegesi antica dell'Eneide. Sta ultimando un sintetico commento a tutta
l'Eneide per la collana "Biblioteca della Pleiade" di Einaudi, e sta
lavorando a un commento in inglese al libro IV dell'Eneide per la collana
"giallo-verde" di Cambridge University Press. Ha tenuto conferenze e
partecipato a convegni su Ovidio e Virgilio in varie universita' italiane e
straniere, tra cui Harvard University, Columbia University, University of
Wisconsin at Madison, University of Colorado at Boulder, Keele University,
Bristol University, Institute of Classical Studies (London), Trinity College
(Dublin), University of Manchester, University of California at Los Angeles,
Cambridge University, University of Pennsylvania, University of Virginia.
Tra le opere di Sergio Casali: Publii Ovidii Nasonis Heroidum Epistula IX:
Deianira Herculi, a cura di Sergio Casali, Firenze: Le Monnier, 1995;
Commento a Virgilio: Eneide, in Virgilio: Opere, a cura di A. Barchiesi,
Torino: Einaudi (in preparazione); Virgil: Aeneid IV, ed. by S. C.,
Cambridge: Cambridge University Press (in preparazione)]

3. Il femminismo radicale americano e la nascita della critica letteraria
femminista (fine anni Sessanta - meta' anni Settanta)
Contenuto del capitolo
In questo capitolo tracceremo un profilo del cosiddetto "femminismo della
seconda ondata", quello che si sviluppa a partire dal 1968, detto anche
femminismo "radicale". Il nuovo movimento nasce negli Stati Uniti e si
diffonde rapidamente negli altri paesi occidentali. Vedremo alcune delle
principali figure di questa fase: Shulamith Firestone (La dialettica dei
sessi, 1970), Kate Millett (La politica del sesso, 1970), Germaine Greer
(L'eunuco femmina, 1970). Vedremo anche come in questo periodo si sviluppa
anche un femminismo lesbico, che trovera' in seguito una sistemazione
teorica per opera della poetessa Adrienne Rich. Chiudera' il capitolo
l'antropologa Gayle Rubin, che nel 1975 introduce nel dibattito corrente
l'opposizione tra sesso (determinato biologicamente) e genere (costruito
socialmente).
*
3. 1. Il femminismo radicale: "il personale e' politico"
Tra il 1968 e il 1969 nasce un nuovo femminismo, che sara' detto "radicale",
in quanto si pone come suo obiettivo quello di andare alle "radici" del
predominio maschile sulle donne: "Alle radici del predominio dei maschi c'e'
una supremazia assoluta nella sfera della sessualita' e della riproduzione,
nella quale una differenza biologica, anatomica, fisiologica, 'sessuale' nel
senso letterale del termine, viene trasformata dagli uomini, con tutti i
mezzi fino alla violenza piu' brutale (lo stupro e/o la minaccia di esso,
sempre incombente su qualsiasi donna), in differenza di 'ruoli' sociali e
familiari, di 'genere' che impone alla donna un ruolo subordinato all'uomo"
(Restaino (2002) pp. 32-3).
Dal Now e dalla "New Left" ai gruppi radicali. In parte il femminismo
radicale venne creato da donne che erano state attive nel Now ed erano
insoddisfatte da quello che ritenevano essere il conservatorismo di
quell'organizzazione. Nel 1967 al convegno annuale del Now un gruppo di
donne di New York abbandonarono il Now e formarono una prima organizzazione
femminista radicale, "The October 17th Movement" ("Il movimento 17
ottobre"), poi chiamato "The Feminists".
Il femminismo radicale era in larga parte costituito da donne la cui
precedente attivita' politica si era svolta in diverse organizzazioni della
"New Left" ("Nuova Sinistra"). E' il caso, per esempio, di donne come
Shulamith Firestone (vedi par. 3. 3) e Jo Freeman, che fondarono
l'organizzazione "Radical Women" a New York nell'autunno del 1967. Queste
due donne avevano in precedenza presentato una serie di richieste delle
donne a un convegno della New Left, nella primavera di quell'anno. Nessuna
delle loro richieste era stata considerata seriamente, e questo aveva fatto
credere loro che fosse necessario creare organizzazioni di donne separate.
L'inferiorita' della donna come fatto culturale. Le prime organizzatrici del
femminismo radicale condividevano con il resto della New Left la convinzione
che la natura di gran parte dell'ingiustizia politica fosse sistemica. Esse
usarono il termine "radicale" per esprimere la loro posizione, con
l'intenzione di significare appunto la loro volonta' di andare "alle radici"
del predominio maschile sulle donne. Le femministe radicali vedevano
l'attivita' delle donne del Now o di altre organizzazioni femminili negli
affari o nelle professioni come "riformista", utile e necessaria ma
fondamentalmente improduttiva. Esse pensavano infatti che le critiche che il
femminismo liberale muoveva alla relazioni tra uomo e donna sia nella vita
domestica che in quella pubblica non andassero abbastanza a fondo, e anche
che il femminismo liberale non tenesse conto dell'importanza del genere, e
delle relazioni sociali della vita domestica, nello strutturare tutta la
vita sociale. La fiducia nel potere della legge di porre rimedio alla
ineguaglianza donna-uomo testimoniava una mancanza di approfondimento del
"sistema sesso-ruolo", quelle pratiche ed istituzioni importanti nel creare
e mantenere le differenze sesso-ruolo. Di particolare importanza era la
famiglia, poiche' era la' che gli uomini e le donne biologiche imparavano i
costituenti culturali della mascolinita' e della femminilita', e imparavano
le differenze fondamentali di potere che erano una componente necessaria di
entrambe.
In sostanza, per le femministe radicali, lo status politico ed economico
inferiore delle donne non era che un sintomo di un problema piu'
fondamentale: uno status inferiore e una mancanza di potere inscritta nel
ruolo della femminilita'. Il femminismo radicale sfidava le credenza
dominanti secondo cui gli elementi costitutivi di questo ruolo, come le
capacita' e l'interesse delle donne nell'allevamento dei figli, o la
mancanza di aggressivita', o persino il contenuto degli interessi sessuali
delle donne, fossero "naturali". Si argomentava invece che tutte le
differenze tra uomini e donne, tranne certe differenze biologiche, fossero
culturali. Gli elementi costitutivi del sistema sesso-ruolo erano
costruzioni sociali, e, cosa piu' importante, tali costruzioni erano
fondamentalmente antitetiche agli interessi delle donne. Le norme
incorporate nella femminilita' scoraggiavano le donne dallo sviluppare le
loro capacita' intellettuali, artistiche e fisiche. Mentre la "mascolinita'"
incarnava certi tratti associati con lo stato adulto, come forza fisica,
razionalita' e controllo emotivo, la "femminilita'" in parte incarnava
tratti associati con l'infanzia, come debolezza e irrazionalita'. La fonte
del problema doveva essere trovata nella casa e nella famiglia, dove le
ragazze e i ragazzi ricevevano le loro prime lezioni sulle differenze tra i
sessi e dove le donne e gli uomini adulti mettevano in pratica le lezioni
che avevano imparato.
Nuove modalita' dell'organizzazione politica. Il femminismo radicale genero'
anche nuove forme di organizzazione politica. Le organizzazioni come il Now
usavano i tradizionali metodi politici per migliorare lo status delle donne:
mandavano telegrammi, facevano attivita' di lobbying al Congresso, talvolta
marciavano e facevano dimostrazioni. Anche le femministe radicali marciavano
e facevano dimostrazioni, ma l'intento era diverso: non volevano
necessariamente cambiare il modo di pensare della gente per farla votare in
modo diverso, ma cambiare il modo di pensare della gente per farla vivere in
modo diverso. Questo concetto di organizzazione politica era riassunto
nell'espressione "consciousness-raising" ("autocoscienza" in Italia). Nei
primi anni del femminismo radicale un metodo usato era lo "street theatre"
(teatro di strada). Nell'autunno del 1968 ci fu un evento che attiro'
l'attenzione dell'opinione pubblica sullo "Women's Lib": le femministe
radicali di New York fecero una manifestazione ad Atlantic City in occasione
del concorso di Miss America, incoronando una pecora come "Miss America", e
gettando accessori femminile come reggiseni, bigodini, ciglia finte e
parrucche in un "Freedom Trash Can" ("pattumiera della liberta'"). Fu in
seguito a questo evento che il movimento si guadagno' la qualifica di
"brucia-reggiseni" nei media.
I "gruppi di autocoscienza". La forma piu' diffusa assunta
dall'autocoscienza in quegli anni fu la discussione-confessione di gruppo
("gruppi di autocoscienza"). Le donne si riunivano per parlare dei problemi
che i ruoli sessuali ponevano loro nella vita quotidiana. Questa attenzione
all'"esperienza personale" (riassunta nello slogan "il personale e'
politico") ebbe grandissima influenza sulla direzione che il femminismo
statunitense imbocco'. A livello teorico, infatti, essa comporto' una
concentrazione di interesse sulla famiglia e sulla vita personale. Questo
porto' inevitabilmente a un confronto con la psicoanalisi, che venne
criticata da molte femministe in quanto accusata di riflettere in modo
acritico e non-politico i pregiudizi dominanti riguardo al genere, a partire
dalla posizione di supremazia ricoperta dall'uomo nella famiglia e nella
societa'.
*
3. 2. Il Redstockings Manifesto
Il nome "Redstockings" ("calze rosse") venne coniato negli Stati Uniti (a
New York) nel 1969. Esso combina "blue stockings", il termine attribuito con
intento denigratorio alle donne colte e progressiste nel Settecento e
Ottocento, con il "rosso" della rivoluzione sociale. Il gruppo Redstockings
e' stato uno dei primi gruppi radicali femministi della fine degli anni
Sessanta, creatore di alcuni degli slogan e delle parole d'ordine piu'
diffuse all'epoca. Il Redstockings Manifesto (datato 6 luglio 1969) e' la
loro dichiarazione di intenti. I primi articoli del manifesto possono dare
un'idea abbastanza chiara del tono della polemica del gruppo.
"I. Dopo secoli di lotta politica individuale e preliminare, le donne di
stanno unendo per raggiungere la loro liberazione finale dalla supremazia
maschile. Il movimento 'Redstockings' e' dedicato a costruire questa unita'
e a conquistare la nostra liberta'.
II. Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione e' totale, e
coinvolge ogni aspetto delle nostre vite. Siamo sfruttate come oggetti
sessuali, generatrici, serve domestiche, e forza-lavoro a basso costo. Siamo
considerate esseri inferiori, il cui unico scopo e' quello di allietare le
vite degli uomini. La nostra umanita' e' negata. Il nostro comportamento
prescritto e' forzato dalla minaccia della violenza fisica...
III. Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La
supremazia maschile e' la forma di dominio piu' antica e piu' basilare.
Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo,
capitalismo, imperialismo, etc.) sono estensioni della supremazia maschile:
gli uomini dominano le donne; pochi uomini dominano il resto degli uomini.
Tutte le strutture di potere attraverso la storia sono state dominate dagli
uomini. Gli uomini hanno controllato tutte le istituzioni politiche,
economiche e culturali, e hanno sostenuto questo controllo con la forza
fisica. Essi hanno usato il loro potere per mantenere le donne in una
posizione inferiore. Tutti gli uomini ricevono benefici economici, sessuali,
e psicologici dalla supremazia maschile. Tutti gli uomini hanno oppresso le
donne".
Nel 1973, veterane del gruppo rifondarono "Redstockings", e l'associazione
e' attiva ancora oggi (www.redstockings.org).
*
3. 3. Shulamith Firestone
Una delle personalita' piu' importanti di questo nuovo femminismo
statunitense e' Shulamith Firestone (1945). Nata in Canada da una ricca
famiglia ebraica, studio' all'Art Institute di Chicago, dove divenne
un'attivista nelle agitazioni per i diritti civili e contro la guerra in
Vietnam della meta' degli anni Sessanta. Delusa dal maschilismo dei
"rivoluzionari" della controcultura, fondo' a New York l'organizzazione
"Radical Women", che molti considerano il primo collettivo moderno
femminista. Nel 1969 e' tra le fondatrici del gruppo "Redstockings".
L'opera piu' importante di Firestone, scritta quando aveva 25 anni, e' The
Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution, intr. by Rosalind
Delmar, The Women's Press, New York-London 1970, dedicata a Simone de
Beauvoir. Il libro di Firestone si caratterizza per il suo fondarsi sulla
biologia come base per l'analisi. A suo parere, le cause ultime
dell'oppressione delle donne sono le differenze biologiche tra donne e
uomini. Il fatto che le donne generino e allattino i figli rende necessaria
una forma basica di famiglia in cui le donne sono sostanzialmente dipendenti
da altri in un modo in cui non lo sono gli uomini. Da questo sbilanciamento
basato sulla biologia risultano gli sbilanciamenti di potere che hanno
caratterizzato tutte le societa' umane. Tuttavia, per Firestone la biologia
non e' un destino ineluttabile. Gli sviluppi tecnologici nella riproduzione
dei figli uniti a cambiamenti culturali nell'allevamento dei figli porranno
fine alla "tirannia della famiglia biologica".
*
3. 4. Kate Millett: la "politica del sesso"
Il libro della saggista, scrittrice e scultrice Kate Millett (1934), Sexual
Politics, Avon, New York 1970, ha un'importanza particolare per il nostro
discorso, in quanto esso si puo' considerare il capostipite della critica
letteraria femminista.
Come moltre altre pensatrici del femminismo radicale, Millett vede la causa
principale dell'oppressione delle donne nella "politica del sesso", o
"sessismo", o "patriarcalismo", cioe' nel dominio sessuale dell'uomo sulla
donna. Nel suo libro (che derivava dalla sua tesi di dottorato alla Columbia
University) Millett analizza varie opere letterarie di autori come D. H.
Lawrence, Henry Miller, Norman Mailer e Jean Genet, mettendone in luce i
pregiudizi maschilisti e il sessismo.
*
3. 4. Germaine Greer: L'eunuco femmina
Un enorme successo di pubblico a livello internazionale ha nel 1970 il libro
di Germaine Greer, The Female Eunuch (1970), trad. it. L'eunuco femmina,
Bompiani, Milano 1972. Greer e' nata a Melbourne, Australia, nel 1939, ma si
e' trasferita per gli studi in Gran Bretagna, dove e' rimasta e ora insegna
Letteratura inglese e comparata all'universita' di Warwick. All'epoca,
L'eunuco femmina suscito' grande sensazione per l'irruenza polemica con cui
l'autrice attaccava l'istituzione del matrimonio ed esaltava la libera
espressione della sessualita'. Recentemente Greer ha pubblicato il "seguito"
del suo best-seller, The Whole Woman (1999), tradotto in italiano nello
stesso anno (La donna intera, Mondadori, Milano). Il libro ha suscitato un
certo sconcerto per quelli che sono sembrati dei voltafaccia della
scrittrice, e per certe prese di posizioni assai discutibili...
*
3. 5. Il femminismo lesbico e la nascita dei "Lesbian Studies"
Il femminismo lesbico e' una componente importante nel panorama del
femminismo radicale, anche se per almeno un decennio incontrera' molte
resistenze anche da parte dello stesso movimento femminista.
Il gruppo "Radicalesbians". Un articolo che contribui' in modo decisivo allo
sviluppo del femminismo lesbico e' "The Woman Identified Woman" ("La donna
identificata donna", 1971) del gruppo noto come "Radicalesbians". Questo
articolo sosteneva che le donne devono eliminare il bisogno
dell'approvazione maschile e la pratica di identificarsi con credenze e
valori maschili, entrambi componenti essenziali di una cultura misogina. Le
autrici ritenevano che un mezzo importante per raggiungere questi obiettivi
e rimuovere l'autodisprezzo che le donne hanno per se stesse fosse amare
altre donne, sia intellettualmente che sessualmente.
Adrienne Rich: esistenza lesbica e continuum lesbico. L'autrice che dara' il
maggior contributo teorico a questa corrente del femminismo e' la studiosa e
poetessa Adrienne Rich (1929; vedi anche parr. 4. 2, 9. 1) con il suo
articolo "Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence", in C. R.
Stimpson, E. S. Pearson (edd.), Women, Sex, and Sexuality, Chicago, Chicago
University Press, 1980, che contribuira' a dare alla teoria lesbica uno
status di "legittimita'" e rispettabilita' teorica. Rich vede
nell'eterossessualita' non la condizione naturale della sessualita'
femminile, ma un'"istituzione" imposta dal predominio maschile. La donna, in
realta', ha potenzialita' sessuali che non sono riducibili alla sola
eterosessualita'; tra queste, il lesbismo. Rich distingue due concetti:
l'"esistenza lesbica" e' "il riconoscimento della presenza storica delle
lesbiche" e "la nostra costante elaborazione del significato di tale
esistenza"; il "continuum lesbico" consiste invece in "una serie di
esperienze - sia nell'ambito di una vita singola di ogni donna che
attraverso la storia - in cui si manifesta l'interiorizzazione di una
soggettivita' femminile e non solo il fatto che una donna abbia avuto o
consciamente desiderato rapporti sessuali con un'altra donna". Per Rich sia
l'esistenza che il continuum dell'esperienza lesbica esprimono la
potenzialita' della donna in quanto donna. In questo l'autrice si
differenzia dalle femministe lesbiche piu' radicali (come Judith Butler,
vedi par. 7. 6), che respingeranno l'identificazione al femminile
dell'esperienza lesbica, che significherebbe sottomettersi al modello
maschile, e si dichiareranno "non-donne" e "non-uomini".
*
3. 6. Gayle S. Rubin e il sistema "sesso-genere"
Gayle S. Rubin, antropologa, esponente del femminismo lesbico, e' autrice di
un saggio enormemente influente (pare che sia in assoluto il piu' citato
articolo di antropologia, almeno negli Stati Uniti), "The Traffic in Women:
Notes on the 'Political Economy' of Sex", in M. Rayna Reiter (ed.), Towards
an Anthropology of Women, New York, Monthly Review Press, 1975, pp. 157-210.
Rubin, sulle orme di Mitchell, usa la psicoanalisi per una critica generale
della cultura patriarcale che si basa sullo scambio delle donne da parte
degli uomini. E' in questo saggio che viene introdotta per la prima volta
nel discorso scientifico l'espressione sex-gender system (sistema
sesso-genere) per indicare "quell'insieme di soluzioni con cui una societa'
trasforma la sessualita' biologica in un prodotto dell'attivita' umana".
Il concetto esprime dunque la distinzione (posta gia', come si e' visto
sopra, da Simone de Beauvoir) tra il "sesso" (sex) come fatto biologico e il
"genere" (gender) come fatto sociale, cui corrispondono, in inglese, le due
diverse coppie di aggettivi: female/male e feminine/masculine.
"'Femminilita'' e 'mascolinita'' sono, quindi, costruzioni socio-culturali a
partire dalla differenza biologica, che funzionano convertendo questa in
opposizione gerarchica, secondo un rapporto dominatore/dominato costante,
anche se i contenuti ideologici dell'opposizione variano storicamente e
geograficamente" (Izzo, in Izzo (1996) p. 57).
Rubin, nelle sue conclusioni, attenua la contrapposizione conflittuale
estrema con il maschio propria del femminismo radicale, suggerendo la
possibilita' di un "recupero" degli uomini che permetta di sorpassare il
"sistema sesso-genere". Un modo per raggiungere questo obiettivo e' comune a
varie pensatrici femministe dell'epoca (vedi par. 4. 3): la cura dei figli
dovrebbe essere responsabilita' comune ad entrmabi i genitori; in tal modo,
verrebbero meno le condizioni che originano il complesso di Edipo e il
conseguente formarsi dei "ruoli" di maschio e di femmina.
Negli anni successivi, Rubin dara' contributi allo sviluppo della
riflessione lesbica, soprattutto nel suo articolo "Thinking Sex" (1984).
(Parte terza - segue)

4. RIFLESSIONE. FRANCESCO TOMATIS: FRANZ ROSENZWEIG E LA PEDAGOGIA
DELL'ASCOLTO RECIPROCO
[Dal quotidiano "Avvenire" del 20 luglio 2001, col titolo "Rosenzweig e la
pedagogia dell'ascolto reciproco".
Francesco Tomatis e' nato a Carru' (Cuneo) nel 1964, laureato in filosofia
teoretica all'Universita' di Torino, poi dottore di ricerca in filosofia e
scienze umane presso l'universita' di Perugia, ha insegnato filosofia
contemporanea, metafisica e teologia filosofica allo Studio teologico
Interdiocesano di Fossano (Cuneo), attualmente insegna ermeneutica
filosofica all'Universita' di Salerno. Nel 1996 e' stato professore ospite
in Argentina, nelle Universita' di Cordoba e Mendoza, nel 1997 ricercatore
della Alexander von Humboldt Stiftung presso l'Universita' di Friburg i. Br.
Fa parte della redazione di "Paradosso", collabora con il quotidiano
"Avvenire", a Cuneo ha fondato il seminario "Angelus Novus"; e' membro del
comitato editoriale del Centro studi filosofico-religiosi "Luigi Pareyson"
per l'edizione delle Opere complete di Luigi Pareyson. Tra le opere di
Francesco Tomatis: (con Aldo Giordano), Cristianesimo ed Europa. La sfida
della mondialita', Citta' Nuova, Roma 1993; Ontologia del male.
L'ermeneutica di Pareyson, Citta' Nuova, Roma 1995; Kenosis del Logos.
Ragione e rivelazione nell'ultimo Schelling, Citta' Nuova, Roma 1995;
L'argomento ontologico. L'esistenza di Dio da Anselmo a Schelling, Citta'
Nuova, Roma 1997; Bibliografia pareysoniana, Trauben, 1998; Escatologia
della negazione, Citta' Nuova, Roma 1999; Pareyson. Vita, filosofia,
bibliografia, Morcelliana, Brescia 2003; Friedrich Schelling. Invito alla
lettura, San Paolo Edizioni, 2004; Filosofia della montagna, Bompiani,
Milano 2005; Come leggere Nietzsche, Bompiani, Milano 2006.
Franz Rosenzweig, filosofo illustre, nato a Kassel nel 1886, muore nel 1929
a Francoforte; con Martin Buber ha realizzato la traduzione tedesca della
Bibbia ebraica. Opere di Franz Rosenzweig: Hegel e lo stato (1920), Il
Mulino, Bologna 1976; La stella della redenzione (1921), Marietti, Casale
Monferrato 1981 (il suo capolavoro, come e' noto); Il nuovo pensiero (1925),
Arsenale, Venezia 1983. Opere su Franz Rosenzweig: segnaliamo almeno i saggi
di Scholem, Levinas, Cacciari; un'agile sintesi introduttiva (con una
perspicua bibliografia) e' quella di Giovanni Fornero nella Storia della
filosofia fondata da Nicola Abbagnano, IV volume, secondo tomo, Utet, Torino
1994, poi vol. IX, Tea, Milano 1996 (ivi alle pp. 3-19). Cfr. anche il
saggio di Paola Mancinelli in "Nonviolenza. Femminile plurale" nn. 40-43]

Come coniugare filosofia e teologia, o, meglio ancora, sapere e fede,
pensiero e azione? Come essere al tempo stesso ebrei e tedeschi, radicati
esistenzialmente nella tradizione ebraica e assieme nella cultura europea? A
questo compito dedico' la propria vita il grande filosofo tedesco di origine
ebraica Franz Rosenzweig (1886-1929) - e con tale vigore esistenziale, che
gli permise di combattere una gravissima paralisi progressiva lungo gli
ultimi otto anni della sua vita.
Noto in Italia grazie alle meritorie traduzioni delle sue principali opere,
curate da Gianfranco Bonola: dall'opera fondamentale scritta dal fronte
bellico nei Balcani, inviandola ai famigliari in forma di lettere, cioe' il
capolavoro La stella della redenzione (Marietti), alla raccolta di
importanti saggi intitolata La scrittura (Citta' Nuova), per indicarne solo
le due essenziali, Rosenzweig trae dalla spiritualita' dell'esistenza
concreta, dalla vita umana stessa, seppur conscio della sua soggezione alla
legge dell'entropia, alla morte, quella forza di unita' non ignara della
fecondita' della differenziazione capace di trasformare, di riconvertire
un'umanita' destinata all'autodissoluzione a un nuovo pensiero e a una nuova
speranza.
Tale spirito unitario cercato nell'uomo, al di la' delle specializzazioni
dei saperi e della razionalizzazione tecnica e utilitaristica della vita,
emerge con particolare efficacia dalla raccolta intitolata Ebraismo, Bildung
e filosofia della vita (Giuntina, pp. 232, lire 28.000), traduzione degli
scritti pedagogici o comunque legati alla sua fondazione e direzione a
Francoforte dal 1920, rifiutata la carriera universitaria prospettatagli dal
maestro Friedrich Meinecke, del "Freies juedisches Lehrhaus", una sorta di
Libero Istituto Superiore di Studi Ebraici, al quale collaborarono fra i
molti Martin Buber, Erich Fromm, Rudolf Hallo, Siegfried Kracauer, Gershom
Scholem e Leo Strauss.
Secondo Rosenzweig ogni uomo vive di entrambe le cose: credere e sapere.
Parlando riduttivisticamente per esse di religione e di filosofia, se ne
fanno meramente delle discipline specialistiche, una mera faccenda privata
che non toccherebbe la concretezza pubblica della vita. Non che fede e
sapere siano lo stesso: la fede e' dono, invece il sapere e' acquisizione.
Eppure anche la fede e' in relazione con un'attivita' e con il sapere.
"L'azione non e' opera di una liberta'... bensi' l'adempimento di una
preghiera". Nel rapporto fra docente e allievo indicato da Rosenzweig sta
forse il suo messaggio educativo ancora oggi innovatore: il docente non deve
soltanto insegnare, ma innanzitutto sapere ascoltare. Questo crea un
rapporto interpersonale fondato sull'oralita' capace di instaurare una vera
e propria amicizia e crescita reciproca.

5. LIBRI. DIANA NAPOLI PRESENTA "STORIA DI UN TEDESCO" DI SEBASTIAN HAFFNER
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti, presso il Mir - Movimento
Nonviolento di Brescia: mir.brescia at libero.it) per questa recensione.
Diana Napoli, laureata in storia con una tesi su Marc Bloch, abilitata
all'insegnamento delle materie di storia e filosofia, cura il sito di
ricerche storiografiche www.storiedellastoria.it ed e' attualmente
volontaria presso il Centro per la nonviolenza di Brescia.
Sebastian Haffner (1907-1999), giornalista e saggista, nato e cresciuto a
Berlino, ha scelto l'esilio nel 1938, al termine del percorso personale e
politico raccontato nelle sue memorie; ha lavorato a lungo in Gran Bretagna
come giornalista ed e' tornato in Germania nel 1954 con un ruolo di rilievo
nel mondo dell'informazione; e' autore di saggi storici di grande
diffusione. Il suo diario Storia di un tedesco, scritto alla fine degli anni
Trenta ma edito solo dopo la morte dell'autore dal figlio, e' stato
pubblicato in Gran Bretagna e in Germania nel 2000 e tradotto in venti
paesi. Tra le opere di Sebastian Haffner: Hitler. Appunti per una
spiegazione, Garzanti, Milano 2002, 2005;  Storia di un tedesco. Un ragazzo
contro Hitler dalla Repubblica di Weimar all'avvento del Terzo Reich,
Garzanti, Milano 2003]

Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti, Milano 2003: si tratta
del diario di Haffner, tedesco emigrato dalla Germania alla fine degli anni
Trenta, dato alle stampe, postumo, dal figlio, in cui l'autore racconta la
sua quotidianita', quella di un ragazzo tedesco della buona borghesia dalla
prima guerra mondiale all'ascesa del nazismo.
Il testo e' a mio avviso esemplare per come illustra il modo in cui si
diffuse nella mentalita' tedesca un'idea che Hitler sfrutto' abilmente: la
normalita' del cambiamento (il che e' un ossimoro semantico). Proprio
perche' non racconta la storia di una discriminazione o persecuzione
(presuntamente razziale), ne' quella di una vita eroica o sacrificale, il
diario mette a nudo senza retorica la quotidianita', e a volte anche la
banalita', se cosi' si puo' dire, del primato della coscienza e del modo in
cui si forgia, col tempo, l'incapacita' di resistere all'ingiustizia (e di
averne il sentimento, di riconoscerla) a partire dalle forme piu' stupide ed
evidenti nelle quali essa si manifesta.
Haffner non e' affatto (e ne e' consapevole) uno storico, eppure ha la
capacita' (e il merito) di raccontare anch'egli una "storia" che non sempre
e' stata adeguatamente scritta per la difficolta', talvolta, degli storici,
di penetrare e sostare in quella zona che un tempo si sarebbe detta
appartenere al privato e che, col nazismo, aveva finito per appartenere
semplicemente alla "societa'". Scrive l'autore: "E non e' possibile [certi
processi psicologici] coglierli senza seguirli la' dove hanno luogo: nella
vita privata, nei sentimenti e nei pensieri privati di ciascun singolo
tedesco. E la' tanto piu' hanno luogo in quanto gia' da un pezzo, dopo aver
sgomberato il campo della politica. lo stato conquistatore e vorace e'
penetrato in quelle che un tempo erano le zone private, e anche qui e'
all'opera per buttare fuori e per soggiogare il suo avversario, l'essere
umano recalcitrante... Quello che uno mangia e beve, di chi e' innamorato,
cosa fa nel tempo libero, con chi s'intrattiene, se sorride o se ha l'aria
cupa, cosa legge e quali quadri attacca alle pareti: questa e' la forma in
cui oggi in Germania si fa lotta politica".
Ovviamente, per ragioni gia' solo cronologiche, Haffner non puo' citare
Hannah Arendt, eppure a volte leggendo questo diario sono proprio le
riflessioni di questa filosofa sulla natura (e' bene ribadirlo, la natura e
non assolutamente la storia) del totalitarismo (ma non solo queste) ad
essere richiamate alla mente: la morte della politica che si consuma con la
cancellazione delle divisioni tra la sfera pubblica (politica) e quella
privata, in una ibrida mescolanza del tutto nel "sociale", una sfera che non
serve ne' ad accogliere l'imprevedibilita' dell'agire umano, ne' a
proteggere la vita, ne' a trascendere l'esistenza del singolo per
conservarne almeno il "mondo",  ma solo a fagocitare tutto nel divenire
processuale delle cose e in cui non c'e' posto ne' per la liberta' ne' per
l'azione, ma solo per il prevedibile e manovrabile comportamento.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 158 del 22 luglio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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