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Minime. 161



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 161 del 25 luglio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Sergio Casali: Il pensiero e la critica letteraria femminista (parte
sesta)
2. Raniero La Valle: Quattro pilastri
3. Thomas Casadei intervista Etienne Balibar
4. Francesca Rigotti presenta "L'idea di eguaglianza" a cura di Ian Carter
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. MATERIALI. SERGIO CASALI: IL PENSIERO E LA CRITICA LETTERARIA FEMMINISTA
(PARTE SESTA)
[Dal sito www.uniroma2.it riprendiamo la seguente dispensa predisposta
nell'aprile 2004 per il secondo semestre dell'anno accademico 2003/2004 del
corso su "Femminismo, studi di genere e letteratura latina".
Sergio Casali (Varazze, 1969) ha studiato alla Scuola Normale Superiore di
Pisa (corso ordinario e di perfezionamento) dal 1988 al 1997, con una
parentesi al St John's College di Oxford nel 1992/93; e' ricercatore
all'Universita' Roma Due "Tor Vergata" dal 1998, e professore associato di
Lingua e letteratura latina dal 2001. Si interessa soprattutto di poesia
augustea, in particolare Ovidio e Virgilio, della tradizione epica romana e
dell'esegesi antica dell'Eneide. Sta ultimando un sintetico commento a tutta
l'Eneide per la collana "Biblioteca della Pleiade" di Einaudi, e sta
lavorando a un commento in inglese al libro IV dell'Eneide per la collana
"giallo-verde" di Cambridge University Press. Ha tenuto conferenze e
partecipato a convegni su Ovidio e Virgilio in varie universita' italiane e
straniere, tra cui Harvard University, Columbia University, University of
Wisconsin at Madison, University of Colorado at Boulder, Keele University,
Bristol University, Institute of Classical Studies (London), Trinity College
(Dublin), University of Manchester, University of California at Los Angeles,
Cambridge University, University of Pennsylvania, University of Virginia.
Tra le opere di Sergio Casali: Publii Ovidii Nasonis Heroidum Epistula IX:
Deianira Herculi, a cura di Sergio Casali, Firenze: Le Monnier, 1995;
Commento a Virgilio: Eneide, in Virgilio: Opere, a cura di A. Barchiesi,
Torino: Einaudi (in preparazione); Virgil: Aeneid IV, ed. by S. C.,
Cambridge: Cambridge University Press (in preparazione)]

6. La teoria della differenza nel femminismo francese (dal 1968 a oggi)
Contenuto del capitolo
In questo capitolo ci spostiamo dagli Stati Uniti alla Francia per seguire
il movimento femminista francese, molto importante dal punto di vista della
produzione teorica, a partire dal 1968. Passeremo in rassegna le tre figure
principali del femminismo francese: sono Luce Irigaray (Speculum, 1974),
Helene Cixous (teorica della "scrittura femminile"), e Julia Kristeva,
psicolinguista e teorica della letteratura.
*
6. 1. Il movimento delle donne in Francia
Anche in Francia la "seconda ondata" del femminismo si ha fra il 1968 e il
1970.
Le tre esponenti piu' famose a livello internazionale degli anni Settanta
sono Luce Irigaray, Helene Cixous, e Julia Kristeva, tutte provenienti dal
gruppo "rivoluzionario" Psyc-et-Po ("Psychanalise et Politique"), guidato da
Antoinette Fouque. La caratteristica fondamentale di questa corrente del
femminismo francese e' l'attenzione che mostra ai problemi del linguaggio,
soprattutto per l'influenza importantissima del filosofo e teorico della
decostruzione Jacques Derrida, i cui scritti vengono pubblicati a partire
dal 1967. L'interesse per il linguaggio e la testualita' fa si' che questa
corrente di pensiero sia particolarmente importante per lo sviluppo della
critica letteraria femminista (par. 9. 5). Oltre a Derrida e alla
decostruzione, un'altra influenza fondamentale e' quella di Jacques Lacan, i
cui Scritti vengono pubblicati per la prima volta, dopo molti decenni di
insegnamento, nel 1966, e di cui sia Irigaray che Kristeva sono allieve.
Il contributo teorico piu' importante di questo femminismo francese consiste
nella compiuta elaborazione teorica di un concetto che abbiamo gia' visto
piu' volte affacciarsi nello sviluppo del pensiero femminista, cioe' l'idea
della "differenza" sessuale. L'alterita' della donna non viene piu' vista
come luogo di mistificazione e discriminazione, ma come luogo
dell'autocoscienza e della possibilita' di definizione di una specificita'
femminile.
*
6. 2. Luce Irigaray: teoria della differenza e critica del
"fallogocentrismo"
La psicoanalista e filosofa Luce Irigaray e' nata in Belgio nei primi anni
Trenta, e si e' spostata in Francia negli anni Sessanta. Nel libro Speculum.
De l'autre femme (1974), trad. it. Speculum. L'altra donna, Feltrinelli,
Milano 1975, che le costo' l'espulsione dall'Universita' di Vincennes,
procede a una "fondazione" di una teoria della differenza sessuale
attraverso una analisi critica di tipo decostruzionista prima della
psicoanalisi (freudiana e lacaniana), e poi dell'intera tradizione
filosofica occidentale, da Platone a Hegel. Lo "Speculum" del titolo fa
riferimento allo specchio concavo con cui in ginecologia si guarda
all'interno del corpo femminile, ed e' contrapposto allo "specchio" di Lacan
(il suo famoso saggio sullo "Stadio dello specchio" e' del 1937, viene
rivisto nel 1949, e reso noto al grande pubblico nel 1966), e richiama una
immagine di Virginia Woolf, che criticava l'idea della donne come "specchio"
in cui l'uomo vede riflessa la propria immagine ingrandita.
Una parola-chiave usata da Irigaray e' "fallogocentrismo", con cui viene
chiamato il discorso dell'uomo, rivolto a se stesso, ed espressione del suo
fallocentrismo.
Nei libri successivi, tutti tradotti in italiano (Irigaray intrattiene
rapporti stretti con le femministe italiane, vedi par. 8. 3), Irigaray pone
come compito della critica femminista quello di decostruire derridianamente
il linguaggio di tutti i saperi umani, svelandone il fallocentrismo. Le
donne devono costruire un "altro" linguaggio, portatore di valori femminili,
devono parler femme, "parlare donna", come si dice "parlare francese".
Tutti i libri di Irigaray sono tradotti in italiano (molti ad opera di Luisa
Muraro - par. 8. 3) presso vari editori, soprattutto Feltrinelli e Bollati
Boringhieri.
*
6. 3. Helene Cixous: la "scrittura femminile"
L'idea di un linguaggio specificamente femminile e' propria anche della
saggista e poetessa Helene Cixous (1938), che produce ella stessa esempi
creativi di ecriture feminine ("scrittura femminile"), che dovrebbe mostrare
la "differenza linguistica" delle donne rispetto agli uomini. I due
principali saggi in cui Cixous espone le sue idee sono Sorties e Le rire de
la Meduse, entrambi del 1975 (del secondo vi e' una traduzione parziale in
Baccolini et al. (1997) pp. 221-46). La tesi della necessita' di costruire
un linguaggio "sessuato" al femminile non incontrera' consenso unanime tra
le femministe (contraria e' per esempio Julia Kristeva).
*
6. 4. Julia Kristeva
Julia Kristeva (1941), linguista, critica e teorica della letteratura,
psicoanalista, romanziera, e' nata in Bulgaria nel 1941 e si e' trasferita a
Parigi nel 1966, dove si lega al gruppo di intellettuali di estrema sinistra
raccolto intorno alla rivista "Tel Quel", animato dal suo futuro marito
Philippe Sollers. E' famosa nella storia delle teorie letterarie del
Novecento anche per avere coniato il termine "intertestualita'" (in
Semeiotike'. Recherches pour une semanalyse, Seuil, Paris 1969; trad. it.
Semeiotike'. Ricerche per una semanalisi, Feltrinelli, Milano 1978), con cui
intendeva il modo in cui tutti i "testi", intesi come sistemi di
significazione, sono in interrelazione gli uni con gli altri (in seguito
Kristeva ha abbandonato l'uso del termine quando si e' resa conto che gli
altri lo stavano ormai usando in un senso diverso da quello in cui lei lo
intendeva, "le sens banal de 'critique des sources' d'un texte"). La sua
teorizzazione riguardo al soggetto femminile muove dalla distinzione
lacaniana tra lo stadio materno dei segni e dell'immagine, e quello paterno
dei simboli e del linguaggio. Kristeva intende rivalutare e privilegiare
quello che chiama l'"ordine semiotico" della madre, che sarebbe proprio
della fase pre-edipica, contro l'"ordine simbolico" del padre, proprio della
fase successiva, in cui al figlio e alla figlia vengono imposti il
linguaggio e le parole del padre (la Legge del Padre), che indicano loro i
"ruoli" cui sono destinati per la loro "natura".
(Parte sesta - segue)

2. LUTTI. RANIERO LA VALLE: QUATTRO PILASTRI
[Dal sito www.giuseppebarbaglio.it riprendiamo il seguente intervento di
Raniero La Valle.
Raniero La Valle e' nato a Roma nel 1931, prestigioso intellettuale,
giornalista, gia' direttore de "L'avvenire d'Italia", direttore di "Vasti -
scuola di ricerca e critica delle antropologie", presidente del Comitato per
la democrazia internazionale, gia' parlamentare, e' una delle figure piu'
vive della cultura della pace; autore, fra l'altro, di: Dalla parte di
Abele, Mondadori, Milano 1971; Fuori dal campo, Mondadori, Milano 1978; (con
Linda Bimbi), Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli, Milano 1983; Pacem
in terris, l'enciclica della liberazione, Edizioni Cultura della Pace, S.
Domenico di Fiesole (Fi) 1987; Prima che l'amore finisca, Ponte alle grazie,
Milano 2003.
Giuseppe Alberigo e' stato professore di Storia della Chiesa nella Facolta'
di Scienze politiche dell'Universita' di Bologna. Ha diretto l'Istituto per
le Scienze religiose di Bologna, fondato da Giuseppe Dossetti. Opere di
Giuseppe Alberigo: Lo sviluppo della dottrina sui poteri nella Chiesa
universale. Momenti essenziali tra il XVI e il XIX secolo, Herder, 1964;
(con Angelina Nicora Alberigo), Giovanni XXIII. Profezia nella fedelta',
Queriniana, 1978; (con Giannino Piana, Giuseppe Ruggeri), La chiesa italiana
nell'oggi della fede, Marietti, 1979; Chiesa conciliare. Identita' e
significato del conciliarismo, Paideia, 1981; (con Hubert Jedin), Il tipo
ideale di vescovo secondo la riforma cattolica, Morcelliana, 1985; La
riforma protestante. Origini e cause, Queriniana, 1988; Giovanni XXIII:
transizione del papato e della Chiesa, Borla, 1988; La chiesa nella storia,
Paideia, 1988; Nostalgie di unita'. Saggi di storia dell'ecumenismo,
Marietti, 1989; Il cristianesimo in Italia, Laterza, 1989, Mondadori, 1992;
(con Enzo Bianchi, Carlo Maria Martini), La pace: dono e profezia, Qiqajon,
1991; (diretta da), Storia del Concilio Vaticano II, 5 voll. Il
Mulino,1995-2001; (con Massimi Marcocchi, Claudio Scarpati), Il concilio di
Trento. Istanze di riforma e aspetti dottrinali, Vita e Pensiero, 1997;
Chiesa santa e peccatrice, Qiqajon, 1997; Dalla laguna al Tevere. Angelo
Giuseppe Roncalli da S. Marco a San Pietro, Il Mulino, 2000; Papa Giovanni
(1881-1963), Edb, 2000; Breve storia del concilio Vaticano II (1959-1965),
Il Mulino, 2005; (con Alberto Melloni, Eugenio Ravignani), Giuseppe
Dossetti. Un itinerario spirituale, Nuova Dimensione, 2006.
Giuseppe Barbaglio (1934-2007), illustre biblista, docente, saggista, e'
stato una delle figure piu' vive della riflessione teologica contemporanea;
nato nel 1934 a Crema, ha studiato a Roma, Gerusalemme e Urbino, conseguendo
la laurea in teologia, la licentia docendi in scienze bibliche e la laurea
in filosofia; partecipe di molte rilevanti esperienze di pensiero, di molte
e molti educatore. Tra le molte opere di Giuseppe Barbaglio: Fede acquisita
e fede infusa secondo Duns Scoto, Occam e Biel, Brescia 1968; (con Rinaldo
Fabris e Bruno Maggioni), I Vangeli, Cittadella, Assisi 1975; Le lettere di
Paolo, voll. I-II, Roma 1980, 1990; Paolo di Tarso e le origini cristiane,
Cittadella, Assisi 1987; Nuovo Testamento greco e italiano, Bologna 1990,
1991; Dio violento? Lettura delle scritture ebraiche e cristiane,
Cittadella, Assisi 1991; La teologia di Paolo, Dehoniane, Bologna 2001;
Gesu' ebreo di Galilea. Indagine storica, Dehoniane, Bologna 2002; Il
pensare dell'apostolo Paolo, Dehoniane, Bologna 2004. Cfr. anche il sito
www.giuseppebarbaglio.it
Maria Gallo, nella vita monastica nella comunita' di Dossetti, profonda
studiosa delle tre religioni del libro, e' stata costruttrice di dialogo e
di pace.
Luigi Sartori (1924-2007) sacerdote della diocesi di Padova, teologo tra i
piu' noti in Italia, per lunghi anni docente di ecclesiologia e sostenitore
convinto della causa ecumenica, e' stato a lungo presidente e voce
instancabile dell'Associazione Teologica Italiana. Tra le opere di Luigi
Sartori: Teologia nel quotidiano, Borla, 1977; (con Giuseppe Dal Ferro,
Traian Valdman), Primi elementi di ecumenismo, Istituto Rezzara, 1987; (con
Giuseppe Dal Ferro, Giovanni Cereti), Ecumenismo, religioni, mondo, Istituto
Rezzara, 1987; (con Giacomo Bravo, Giuseppe Dal Ferro, Nuove Chiese e
movimenti religiosi Istituto Rezzara, 1991; L'unita' dei cristiani. Commento
al decreto conciliare sull'ecumenismo, EMP, 1992; La "lumen gentium".
Traccia di studio, EMP, 1994, 2003; La chiesa nel mondo contemporaneo.
Introduzione alla "Gaudium et spes", EMP, 1995; Per una teologia in Italia.
Scritti scelti (1954-1996) voll. 1-3, EMP, 1997; (con Carlo Molari, Rinaldo
Fabris), Credo la Chiesa, Borla, 1985; (con Enrico Berti, Nicolo' Lipari),
Laici nella Chiesa per il mondo, Gregoriana Libreria Editrice, 1987;
Teologia ecumenica. Saggi, Gregoriana Libreria Editrice, 1987; (con Paolo
Doni, Pietro Scoppol), La costituzione conciliare Gaudium et spes vent'anni
dopo, Gregoriana Libreria Editrice, 1988; L'unita' della Chiesa. Un
dibattito e un progetto, Queriniana, 1989; (con Severino Dianich, Domenico
Mogavero), Dossier sui laici, Queriniana, 1991; Pace e teologia dopo
Basilea, Quattroventi, 1992; Il dito che annuncia il cielo. Una
spiritualita' della speranza, Gregoriana Libreria Editrice, 2006; (con
Giampietro Ziviani), Una mentalita' ecumenica. Luigi Sartori a colloquio con
Giampietro Ziviani, Ancora, 2006]

Nel giro di poche settimane, in questa prima parte del 2007, l'anno delle
Grandi Delusioni, sono venuti a mancare quattro pilastri della Chiesa
italiana, quattro Padri della Chiesa, potremmo dire. E la prima reazione e'
di sgomento: e adesso come facciamo? Non e' la stessa cosa procedere senza
di loro, siamo impoveriti, anche proprio come Chiesa, e altri non se ne
vedono sorgere di eguali. E la seconda reazione e' di dire: meno male che ci
sono stati.
*
Il primo a morire e' stato Giuseppe Barbaglio, un grande biblista innamorato
di Paolo di Tarso e della sua folgorante relazione con Gesu' di Nazaret; e
innamorato anche di Gesu', di cui ha rifatto la storia come "ebreo di
Galilea", in modo tale da potersi affermare che dopo le sue ricerche
conosciamo l'uomo Gesu' come mai lo avevamo conosciuto prima; e questo ha
fatto con rigore scientifico e fede, con liberta' e fedelta', cose che di
rado vanno d'accordo, e che sono invece ben presenti e armoniose in tutte e
quattro le persone che ci hanno lasciato.
*
Poi e' morto mons. Luigi Sartori, il patriarca dei teologi italiani, senza
il quale l'ecumenismo in Italia non sarebbe decollato, uomo di Chiesa e del
Concilio, sempre piu' persuaso che il futuro della teologia e della fede
stia nella grazia del pluralismo religioso.
*
La terza scomparsa e' stata di una donna, e pochi se ne sono accorti perche'
gia' stava nascosta. Ma la Chiesa vera vive di mille e mille di queste
persone che se ne stanno nascoste, ma sanno donare intelligenza e carita',
leggere le Scritture e pregare come nessun altro mai, e che cosi' generano
(padri o madri che siano) e fanno crescere la Chiesa di tutti.
Si chiamava Maria Gallo, e quando l'ho conosciuta era una ragazza che
studiava e amava come le altre di quella generazione. Poi ha scelto la vita
monastica nella comunita' di Dossetti, e ha continuato ad amare e studiare,
per parlare in ebraico a Gerusalemme con gli ebrei, in greco nei monasteri
ortodossi con i greci, in arabo con gli arabi in Palestina, leggendo e
commentando i loro testi, dai "midrash" al Corano alla "Vita in Cristo" di
Nicolas Cabasilas, ed elaborando i criteri di una "comunita' fondata sulla
Bibbia".
*
Infine e' venuto a mancare Giuseppe Alberigo, grande storico della Chiesa e
dei Concili. Senza di lui il Concilio Vaticano II sarebbe stata un'altra
cosa, perche' non avrebbe potuto avvalersi di una edizione critica di tutte
le decisioni dei precedenti Concili ecumenici, che egli predispose e
pubblico' giusto in tempo prima del suo inizio; ne' il Concilio sarebbe
stato agevolato nella ripresa del tema antico della collegialita'
episcopale, se egli non ne avesse dissodato il terreno con i suoi studi
sull'episcopato, il cardinalato e i poteri nella Chiesa universale; ne' il
Concilio ne' papa Giovanni avrebbero trovato chi subito ne mettesse insieme
la portata storica, i documenti e la memoria, quando ancora freschi erano i
ricordi e l'esperienza di quegli eventi.
Alberigo molto amava la Chiesa ed e' morto "supplicando" l'episcopato
italiano di non fare passi falsi e di non voler coartare la liberta' dei
parlamentari nelle sue incursioni nei problemi civili, cio' che definiva una
"sciagura". E novemila fedeli firmarono, d'accordo con lui. Per tutto questo
"L'osservatore romano" non lo amava, mentre molto lo apprezzava il cardinale
Ratzinger prima, Benedetto XVI poi, che in una recentissima udienza gli
aveva confermato la promessa di lasciare al suo Istituto bolognese le carte
personali relative alla sua partecipazione al Concilio.
Per Alberigo il punto vero non era che si dovesse fare la storia della
Chiesa, ma che la Chiesa fosse storia. Il giornale vaticano invece ha
continuato a preferire l'apologetica alla storia, molto disdegnando gli
storici. Per questo attaccava Alberigo ad ogni suo libro sulla storia del
Vaticano II che usciva; e da ultimo l'attacco' che gia' era in coma, col
pretesto di una riedizione ampliata (e, secondo il giornale, troppo
ampliata) delle decisioni degli antichi Concili. Erano passati i tempi in
cui il quotidiano della Santa Sede parlava bene di lui, come quando, nel
maggio 1971, pubblico' un articolo del grande Hubert Jedin, che riconosceva
l'importanza del suo apporto alle elaborazioni del Concilio, sulla "linea
genuina della tradizione".
Ma degli ultimi sgarbi ecclesiastici, romani e bolognesi, Alberigo non ha
potuto sapere; lo avra' saputo ora, quando pero', accolto dall'amore di Dio,
non ne poteva piu' essere ferito.

3. RIFLESSIONE. THOMAS CASADEI INTERVISTA ETIENNE BALIBAR
[Dal quotidiano "il manifesto" del 12 luglio 2007, col titolo "Il nuovo
apartheid della vecchia Europa" e il sommario "Il 'ritorno della razza' nei
paesi dell'Unione europea, le mobilitazioni possibili, l'incredibile forza
assimilatrice del modello statunitense. Dal nuovo semestrale 'Cosmopolis',
che arrivera' nei prossimi giorni in libreria, anticipiamo ampi stralci di
una intervista al filosofo francese Etienne Balibar: 'E' perche' vogliamo
credere che il razzismo sia solo un'eredita' del passato che esitiamo a
identificarne le nuove forme, i linguaggi rinnovati e minimizziamo la sua
gravita''".
Thomas Casadei e' direttore dell'Istituto Gramsci di Forli', dottore di
ricerca in Filosofia politica e assegnista di ricerca presso l'Universita'
degli Studi di Modena e Reggio Emilia; collabora con diverse riviste
specialistiche ed e' autore di numerosi saggi e articoli su Montesquieu,
John Dewey, Hannah Harendt, Guido Calogero e Michael Walzer. Tra le opere di
Thomas Casadei: (a cura di), Repubblicanesimo, democrazia, socialismo delle
liberta'. "Incroci" per una rinnovata cultura politica, Franco Angeli,
Milano 2004.
Etienne Balibar, pensatore francese, nato nel 1942, docente di filosofia
alla Sorbona, collaboratore di Althusser, ha fatto parte del Pcf uscendone
nel 1981 in opposizione alla politica del partito comunista francese iniqua
verso gli immigrati; impegnato contro il razzismo, e' uno degli
intellettuali critici piu' lucidi nella denuncia delle nuove e pervasive
forme di oppressione e sfruttamento. Tra le opere di Etienne Balibar: (con
Louis Althusser et alii), Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971;
Sulla dittatura del proletariato, Feltrinelli, Milano 1978; Per Althusser,
Manifestolibri, Roma 1991, 2001; Le frontiere della democrazia,
Manifestolibri, Roma 1993, 1999; La filosofia di Marx, Manifestolibri, Roma
1994, 2005; Spinoza e la politica, Manifestolibri, Roma 1995; (con Immanuel
Wallerstein), Razza, nazione e classe, Edizioni Associate, Roma 1996; La
paura delle masse. Politica e filosofia prima e dopo Marx, Mimesis, Milano
2001; Spinoza, il transindividuale, Ghibli, 2002; L'Europa, l'America, la
guerra, Manifestolibri, Roma 2003; Noi, cittadini d'Europa? Le frontiere, lo
stato, il popolo, Manifestolibri, 2004; Europa cittadinanza confini.
Dialogando con Etienne Balibar, Pensa Multimedia, 2006]

- Thomas Casadei: In diverse occasioni lei ha illustrato in maniera molto
analitica i termini in cui e' possibile parlare di un "ritorno della razza"
nell'ambito del discorso pubblico. Quali sono i caratteri essenziali di
questo ritorno? Quali le motivazioni e le implicazioni sul piano culturale
e, piu' specificamente, politico?
- Etienne Balibar: Di "ritorno della razza" ho parlato in due sensi
differenti, uno soggettivo, l'altro oggettivo. Prima di tutto quello che
voglio evocare e' una recrudescenza delle manifestazioni razziste
all'interno delle nostre societa', ma mi preme anche contribuire a rendere
oggetto di discussione approfondita le cause, le forme specifiche, e le
conseguenze politiche di questo fenomeno, capace di attraversare sia le
frontiere nazionali sia quelle continentali.
Ne ho parlato, inoltre, anche per rendere conto dei nuovi utilizzi dello
stesso termine "razza" o dei suoi sostituti, piu' o meno ufficiali,
all'interno dello spazio di discorso planetario. Essi sono ripresi con
intenzioni spesso opposte tra loro, ma in ogni caso inattese se confrontate
al consenso stabilitosi gia' da qualche decennio all'interno del mondo
accademico. Si tratta di un contesto che tende a riferirsi al razzismo come
a un fenomeno regressivo e alla razza come a un ideologismo confutato dalla
scienza e gettato nel discredito dalla storia.
Questi due aspetti non sono indipendenti l'uno dall'altro. E' perche'
vogliamo credere che il razzismo sia essenzialmente un'eredita' del
passato - di una qualche epoca, piu' o meno lontana, e all'interno di un
qualche sistema ideologico o sociologico, in cui ne localizziamo le
origini - che esitiamo a identificarne le nuove forme, i linguaggi rinnovati
o riattivati, e che minimizziamo la sua gravita'. Siamo spesso pronti - c'e'
da dire che in questo l'esperienza aiuta - ad ammettere che ci vorranno
ancora "molto tempo", "molti sforzi", per sbarazzarci del razzismo ereditato
dalle discriminazioni religiose, nazionali, coloniali ed economiche, dai
pregiudizi pseudo-scientifici della storia naturale o del darwinismo
sociale. Ma siamo molto meno pronti ad ammettere che il razzismo abbia un
avvenire, e persino un "radioso avvenire", inteso sia in senso quantitativo
sia qualitativo. E' proprio perche' minimizziamo questa novita' (anche
quando, in maniera quasi inconscia, ci serviamo dell'etichetta "razzista"
nei confronti di questa o quella organizzazione politica), che tardiamo a
intraprendere una seria critica epistemologica e l'analisi socioculturale
richiesta da questa nuova congiuntura in cui i sistemi politici sono entrati
in seguito alla "mondializzazione" e di cui fanno parte le nuove tecniche di
selezione umana, individuale o collettiva legate alla concorrenza mercantile
generalizzata: gli "scontri di civilta'" e le rappresentazioni
dell'alterita' legate a nuove divisioni strategiche del mondo, le divisioni
della specie umana in gruppi "utili" e "superflui", "produttivi" e
"assistiti" e via discorrendo.
*
- Thomas Casadei: Che tipo di analisi creda si debba sviluppare a proposito
della questione razziale nel contesto europeo? Molte normative e indirizzi
sembrano finalizzati a rimuovere le forme di discriminazione e a veicolare
"azioni positive" contro i molti volti dell'esclusione. Rappresenta forse
l'Europa un ambizioso progetto di democrazia autenticamente inclusiva,
capace di abolire le forme di esclusione, a partire da quella razziale?
Oppure essa si configura come un nuovo modello di democrazia esclusiva?
- Etienne Balibar: La prima domanda da porsi qui e' questa: di quale Europa
stiamo parlando? Da un lato, abbiamo una realta' istituzionale, anche se
fragile, eterogenea, in costruzione (per quanto niente ne assicuri, d'altra
parte, la permanenza). Dall'altro, c'e' invece un gioco di rappresentazioni
culturali, di narrazioni storiche - per non utilizzare la parola miti - che
per cosi' dire singolarizzano "un'identita'" europea. Queste permettono di
assegnarle una posizione nel mondo, anche se in maniera sempre piu'
difensiva oggi se paragonata a quanto era avvenuto nel corso dei secoli
passati. Il grande dibattito sull'identita' europea, in parte rilanciato
dall'avanzamento o dall'allargamento dell'Unione Europea, e in parte
esasperato dalle sue esitazioni e dalle sue ambiguita', oscilla tra le
diverse prospettive quali quella di un'Europa aperta, multiculturale, le cui
frontiere (per esempio il Mediterraneo) sono da millenni delle zone di
contatto tra popoli e civilta', e quella di un "nuovo ordine europeo"
assediato da nemici interni ed esterni contro i quali esso dovrebbe armarsi
e proteggersi. Si nota con chiarezza che quello che e' in gioco all'interno
del processo di auto-identificazione e', in maniera molto generale, la
questione della natura della comunita' politica, sia per le nazioni europee
prese singolarmente che per la stessa Unione sovranazionale. Occorrerebbe
qui, di nuovo, adottare un punto di vista storico al fine di mantenere
nitida la visione e ottenere al tempo stesso alcune indicazioni pratiche.
Cio' significa che occorre porre il problema del "comunitarismo" europeo in
termini di migrazioni e di conflitti, di cui il razzismo e' soltanto una
delle dimensioni, una delle linee di fuga.
Se e' vero che un ordine europeo e di auto-identificazione dell'Europa non
e' mai esistito senza che fosse messo in atto un principio d'esclusione
(basato su criteri religiosi, politici, culturali o su criteri derivati dai
rapporti di dominazione economica), occorre dire che il razzismo e', sotto
diversi aspetti, consustanziale all'Europa - e che, in un caso limite,
"Europa" e' una vera e propria categoria della razza (e cosi anche europeo).
In quello che ho chiamato altrove, in maniera chiaramente provocatoria, il
nuovo apartheid (nella misura in cui questo non si limita a sommare
aritmeticamente le cittadinanze nazionali preesistenti, ma arriva a
modificare lo statuto degli stranieri "extracomunitari" presenti sul suolo
europeo facendone dei cittadini "di troppo" o, quantomeno, di seconda
fascia), si ritrovano allo stesso tempo una continuazione di questa
modalita' di esclusione, in qualche modo rivolta verso la propria origine, e
una profonda mutazione.
Ne discende l'idea secondo cui l'Europa debba essere la sede di un dibattito
morale e politico tra un principio di esclusione dell'umanita' (attraverso
l'utilizzo della cittadinanza) e un principio d'inclusione inscindibile
dall'uguaglianza (o principio dell'identica liberta'). E' quanto sembra
suggerire Habermas quando parla di un'Europa fondata sul "patriottismo
costituzionale", abbozzo di una comunita' cosmopolita, contrapposta a
un'Europa alla ricerca della propria identita'. Personalmente sarei ancora
piu' radicale, poiche' sostengo da molti anni, sia l'idea dello sviluppo di
un apartheid europeo, che quella secondo cui l'Unione Europea non possa
costruirsi come sostenibile comunita' politica di nuova tipologia, se non
presentandosi come un organismo maggiormente democratico rispetto ai vecchi
Stati-nazione, o come fattore di democratizzazione degli Stati democratici
stessi. Occorre dunque affrontare esplicitamente l'apartheid europeo e
sconfiggerlo sul proprio terreno, quello della costruzione "identitaria".
Per giungere a questo occorre mobilitare allo stesso tempo sia le forze
interne sia quelle esterne, quelle degli inclusi cosi' come quelle degli
esclusi (questa differenza tuttavia attraversa sia gli stessi "stranieri"
sia i "cittadini nazionali"). Occorre fare dell'Europa multinazionale,
multiculturale, meticcia, un luogo di mobilitazione per i movimenti sociali
che mirano all'estensione dei diritti umani: essi dovrebbero essere gia' in
se' dei movimenti "misti", risultanti dalla fusione delle tradizioni
democratiche proprie della storia europea e delle forme di resistenza, di
presa di coscienza e di auto-emancipazione (empowerment) proprie degli
innumerevoli "altri" che tale Europa rifiuta. Questo lascia presagire come
l'avventura europea, oggi in una fase di stasi, non sia affatto al riparo da
mutazioni, forse anche molto forti.
*
- Thomas Casadei: La razza "conta" ancora negli Stati Uniti? Da qualche
anno, lei svolge le sue ricerche anche a stretto contatto con il mondo
americano, e tiene corsi nell'accademia americana, a Irvine in California.
Da questo osservatorio lei ha tratto ulteriori elementi per articolare la
sua analisi sul ritorno della razza e il razzismo? Quanto e come incide
ancora il fattore razziale nella vita pubblica degli Stati Uniti? Pare che
esso sia un elemento di particolare rilievo anche nell'imminente campagna
elettorale che vede coinvolta una figura come quella di Barack Obama, da
molti definito il "Kennedy nero": dunque la razza "conta" oppure e'
possibile, in qualche modo, "trascenderla"?
- Etienne Balibar: Vorrei relativizzare sin d'ora l'importanza della
testimonianza che posso darvi. I campus costituiscono, sotto molti aspetti,
un luogo isolato, "eterotopico", dentro la societa' americana (in uno stato
come la California, dove insegno un trimestre all'anno, si potrebbe tentare
di stabilire un'analogia - anche se un poco artificiale - con le vicine
"riserve" indiane, alcune delle quali del resto stanno vivendo un momento di
incredibile arricchimento grazie al loro statuto di autonomia giuridica). Le
universita' sono incontestabilmente delle comunita' multinazionali, a causa
dell'elevato numero di insegnanti e studenti venuti da ogni parte del mondo
(differenza considerevole, questa, rispetto all'Europa), ma non sono
assolutamente - al di la' dell'immaginazione - delle comunita'
multiculturali per via dell'incredibile forza assimilatrice del modello
americano. Esse inoltre non sono che in misura limitata delle comunita'
multirazziali: a Irvine, per esempio, quasi il 60% degli studenti e' di
origine asiatica, con o senza nazionalita' americana, ma i latinoamericani
sono sottorappresentati (quando il personale di servizio e' quasi
esclusivamente messicano, salvadoregno, nicaraguense), e i neri sono
praticamente introvabili. Non diversa la situazione a Berkeley, a due passi
dalla "citta' nera" di Oakland, dove e' stato inventato l'ebony (lo
specifico dialetto afro-americano), un poco diversa la situazione a
Riverside, il che mostra l'ambiguo statuto delle politiche di reverse
discrimination.
Queste sono le limitazioni da considerare per cercare di rispondere, se ne
avessi la competenza, alla vostra domanda sulla candidatura di Obama.
Personalmente riesco a percepire due fenomeni: questa candidatura, che si
situa piu' o meno al centro della concorrenza per l'investitura
presidenziale democratica (tra Hillary Clinton piu' "a destra" e John
Edwards piu' "a sinistra"), costituisce prima di tutto la cartina di
tornasole di un notevole cambiamento avvenuto nel corso delle ultime due
generazioni. Nel 1961 l'elezione di Kennedy, vinta di misura, fu considerata
come determinata dal sostegno che gli diedero in extremis gli elettori neri,
sui quali contava ugualmente Nixon, suo avversario. All'epoca, la sola idea
di un candidato nero, o meticcio, sarebbe stata chiaramente irrealistica.
Oggi questo eventuale sostegno resta un fattore importante, ma non
rappresenta che una delle constituencies "minoritarie" che occorre
raggiungere. D'altra parte non sara' un sostegno automatico dato dal solo
fatto che Barack Obama e' lui stesso nero: non soltanto perche' la sua
vicenda personale non e' rappresentativa della condizione della massa degli
elettori "afro-americani", ma perche' sara' per lui necessario mostrare che
"rappresenta", non solamente alcuni dei loro interessi, ma la possibilita'
stessa di un rilancio collettivo del movimento di emancipazione.

4. LIBRI. FRANCESCA RIGOTTI PRESENTA "L'IDEA DI EGUAGLIANZA" A CURA DI IAN
CARTER
[Dal quotidiano "Il sole - 24 ore" del 4 marzo 2001 riprendiamo la seguente
recensione, col titolo "I classici dell'eguaglianza" del libro L'idea di
eguaglianza, introduzione e cura di Ian Carter, testi di Richard J. Arneson,
Ronald Dworkin, Thomas Nagel, Amartya Sen, Bernard Williams, Feltrinelli,
Milano 2001, pp. 214, lire 35.000.
Francesca Rigotti (Milano 1951) dopo aver insegnato presso la facolta' di
Scienze politiche dell'Universita' di Goettingen, e' attualmente docente di
dottrine e istituzioni politiche presso la facolta' di Scienze della
comunicazione dell'Universita' di Lugano; ha pubblicato diverse monografie
dedicate alla metaforologia filosofico-politica e all'etica; suoi saggi sono
comparsi in numerose riviste italiane e straniere; svolge attivita' di
consulenza editoriale e di recensione libraria, soprattutto per il
quotidiano "Il Sole - 24 Ore". Dal sito della facolta' di scienze della
comunicazione dell'Universita' della Svizzera italianariprendiamo la
seguente scheda: "Francesca Rigotti e' docente alla Facolta' di Scienze
della comunicazione; incarichi didattici: docente di Dottrine politiche;
incarichi in istituti e laboratori: docente all'Istituto Media e
Giornalismo. Laureata in Filosofia (Milano 1974), Dr. rer. pol. (I. U. E.
1984), Dr. habil. (Goettingen 1991), e' stata docente alla Facolta' di
Scienze politiche dell'Universit‡ di Goettingen come titolare di un
'Heisenberg Stipendium' della Deutsche Forschungsgemeinschaft e visiting
fellow al Department of Politics dell'Universita' di Princeton. Tra le sue
pubblicazioni si segnalano otto monografie edite da Bibliopolis (1981), Il
Mulino (1989, 2000 e 2002), Feltrinelli (1992, 1995 e 1998), Interlinea
(2004), alcune delle quali tradotte in spagnolo, tedesco, greco, coreano,
tutte pertinenti ad argomenti di storia del pensiero politico-filosofico, di
metaforologia e di comunicazione politica, oltre a numerosi articoli, saggi
e recensioni su riviste specializzate internazionali. Svolge un'intensa
attivita' di critica libraria in riviste e quotidiani. Principali
pubblicazioni: a) Libri: L'umana perfezione. Saggio sulla circolazione e
diffusione dell'idea di progresso nell'Italia del primo ottocento.
Bibliopolis, Napoli 1981; Metafore della politica. Il Mulino, Bologna 1989;
Il potere e le sue metafore. Feltrinelli, Milano 1992 (trad. ted.: Die Macht
und ihre Metaphern. Ueber die sprachlicher Bilder der Politik, Campus
Verlag, Frankfurt 1994); (a cura di, con W. Euchner e P. Schiera), Die
politische Metaphorik in historischer Perspektive, Dunker & Humblot, Berlin
1993; La verita' retorica. Etica, conoscenza e persuasione. Feltrinelli,
Milano 1995; (a cura di, con P. Schiera), Die vier Elemente und ihre
Metaphern, Dunker & Humblot, Berlin 1995; L'onore degli onesti. Feltrinelli,
Milano 1998; La filosofia in cucina. Piccola critica della ragion culinaria.
Il Mulino, Bologna 1999 e 2002 (Beck, Muenchen 2002 e 20042; Herder,
Barcelona 2001; Korean trans. 2003; Studia Humanitatis, Lubiana, 2006); Il
filo del pensiero. Il Mulino, Bologna 2002; La filosofia delle piccole cose.
Novara, Interlinea, 2004 e 2005; (con G. Ferraro), Agli estremi della
filosofia. Mantova, Tre Lune, 2005; (a cura di), La vita straordinaria.
Analisi e comunicazione del quotidiano, Milano, Guerini e associati, 2006;
Il pensiero pendolare. Bologna, il Mulino, 2006; Il pensiero delle cose.
Milano, Apogeo, 2007. b) Contributi a libri: Giacomo Matteotti. Rede vor dem
Parlament am 24.6.1924. Mit einem Essay von Francesca Rigotti, Europaeische
Verlaganstalt, Hamburg 1996. c) Conferenze con proceedings: con R. Guldin,
Mehrsprachigkeit und Uebersetzung. Vilem Flusser, Philosoph des
Vielfaeltigen. Ascona, Monte Verita' (26.-28 ottobre 2001). d) Altre
pubblicazioni: (con R. Guldin), Flusser nella valigia, Cenobio,
(aprile-giugno 1999), p. 167-172; (con R. Guldin),. Tutto e' artificiale
naturalmente: Tra Brasile e Provenza, una fenomenologia della natura come
costrutto mentale. Sole 24 ore, 2002".
Ian Carter, filosofo della politica, docente universitario, saggista, nato e
cresciuto in Gran Bretagna, ha studiato alle universita' di Newcastle e
Manchester e ha conseguito il dottorato presso l'Istituto universitario
europeo di Firenze; attualmente insegna filosofia politica all'Universita'
di Pavia do po aver insegnato in quelle di Manchester e Oxford; fa parte dei
comitati di redazione delle riviste "Filosofia e questioni pubbliche",
"Notizie di Politeia", "Il politico", "Quaderni di scienza politica". Dal
sito dell'Universita' di Pavia (www.unipv.it) riprendiamo i seguenti
stralci: "La ricerca di Carter si e' concentrata su alcuni concetti
normativi fondamentali della filosofia politica contemporanea. Un primo
ambito di ricerca riguarda la definizione, valutazione e misurazione della
liberta'. Gli esiti di questa ricerca sono stati presentati in vari articoli
pubblicati negli anni '90 e nel libro A Measure of Freedom (1999).
Discutendo i lavori di autori quali Oppenheim, Berlin, Dworkin, Rawls,
Taylor e Steiner, Carter ha costruito una teoria sul valore 'non-specifico'
della liberta' e ha fornito una risposta dettagliata alla questione fino a
che punto e in quali modi sia possibile descrivere un individuo o gruppo
come 'piu' libero' di un altro. Successivamente, Carter si e' impegnato in
un progetto di ricerca interdisciplinare con alcuni economisti e teorici
della scelta sociale, dal quale sono risultati lavori sul concetto di
'liberta' di scelta' e sulla teoria delle 'capacita'' di Amartya Sen.
Inoltre, ha partecipato a dibattiti sul libro A Measure of Freedom (in
particolare con Martin van Hees, Sebastiano Bavetta, Matthew Kramer e Robert
Sugden, scrivendo gli articoli Freedom and its Specificity e Value-free
Freedom, e ha tentato di applicare la sua analisi della liberta' al problema
del rapporto tra liberta' e potere sociale. Un secondo ambito di ricerca
riguarda le idee di eguaglianza e di diritto soggettivo. Per quanto riguarda
l'eguaglianza, il lavoro di Carter si e' concentrato sul confronto tra
utilita', risorse, liberta' e capacita' come eventuali oggetti di politiche
egualitarie (in autori quali Dworkin, Sen, Cohen e Arneson), e sul ruolo
della responsabilita' individuale nell'individuazione di situazioni di
ineguaglianza accettabili. Per quanto riguarda i diritti, Carter ha
analizzato la struttura logica del diritto alla liberta' (in autori quali
Hohfeld, Hart, Raz, Kramer e Steiner), il rapporto tra tale diritto e i
diritti di proprieta', e la disputa tra la teoria dei diritti 'basata sulla
scelta' e quella 'basata sugli interessi'. Queste ricerche sull'eguaglianza
e sui diritti sono state presentate, nonche' connesse, a quella precedente
sulla liberta', in una monografia sul diritto all'eguale liberta' dal titolo
La liberta' eguale. Un terzo ambito di ricerca, connesso soprattutto con il
secondo, riguarda il rapporto tra filosofia politica e metaetica. In primo
luogo, Carter si e' concentrato sul rapporto tra 'dovere' e 'potere',
analizzando e criticando sia il realismo politico di Oppenheim, sia
l'utopismo egualitario di Cohen. In secondo luogo, ha indagato
sull'incommensurabilita' dei valori, esaminando le sue implicazioni per le
teorie dei diritti". Tra le opere di Ian Carter: a) volumi: (a cura di, con
Mario Ricciardi), L'idea di liberta', Feltrinelli, Milano 1996; A Measure of
Freedom, Oxford University Press, Oxford 1999; (a cura di), L'idea di
eguaglianza, Feltrinelli, Milano 2001; (a cura di, con Mario Ricciardi),
Freedom, Power and Political Morality. Essays For Felix Oppenheim, Palgrave
Macmillan, London 2001; La liberta' eguale, Feltrinelli, Milano 2005; (a
cura di, con Matthew H. Kramer e Hillel Steiner), Freedom: a Philosophical
Anthology, Blackwell, Oxford 2006; b) raccolte di articoli curate per
riviste: Functionings and Capabilities: Normative and Policy Issues, numero
speciale di "Notizie di Politeia", vol. 12, n. 43/44 (1996), curato insieme
ad Alessandro Balestrino; Liberta' e scelta. Analisi concettuale e filosofia
applicata, in "Filosofia e questioni pubbliche", 8 (2003), pp. 3-148, curato
insieme a Corrado Del Bo']

Vale la pena di leggere la ricca e interessante raccolta di testi presentata
in questo volume se non altro per imbattersi in un'affermazione del seguente
tenore: "Nel nostro mondo, questi atteggiamenti (quelli di cercare di
accumulare denaro e di ammirare chi ci riesce) sono nutriti e incoraggiati
dalla convinzione che una vita dedicata all'accumulazione di ricchezze o al
consumo di generi di lusso... sia una vita di valore per persone che
vivranno una volta sola. E' difficile che una teoria della vita buona si
avvicini cosi' tanto all'assurdita' pura e semplice". Queste parole sono di
Ronald Dworkin e suonano come balsamo per i fautori, per nascita, scelta o
vocazione, dell'egualitarismo e per coloro che pensano che una vita dedicata
all'accumulo e al consumo di beni sia da compatire piuttosto che da
invidiare e imitare.
E' ovvio comunque che la citazione di Dworkin non esaurisce ne' rende conto
della complessita' di questi studi sull'eguaglianza che Ian Carter ha voluto
raccogliere con un'operazione analoga a quella da lui condotta qualche anno
fa, presso il medesimo editore, per "liberta'" (L'idea di liberta', a cura
di Ian Carter e Mario Ricciardi, Feltrinelli, Milano 1996).
Nella eccellente panoramica finale, che porta il modesto titolo di Letture
ulteriori ma rivela un alto grado di conoscenze e preparazione, il curatore
fa capire in quali complessi meandri si sia dovuto insinuare per ripescare i
concetti e le concezioni di eguaglianza tra i quali si muove la filosofia
politica normativa odierna e disporli secondo un itinerario plausibile e
percorribile.
Prediligendo la selezione di testi quasi classici a scapito dei novissimi,
Carter propone scritti non recentissimi, tutti di autori di formazione
anglo-americana, tutti aderenti a uno stesso dibattito e tutti parlanti la
stessa lingua e lo stesso linguaggio. In questo senso la scelta rende poco
conto - trovo - delle tendenze della letteratura egualitaria degli ultimi
anni, comprese la sua tendenza a spostarsi dal momento dell'arrivo al
momento della partenza della storia - ovvero dall'eguaglianza dei risultati
all'eguaglianza di opportunita' - e compreso l'approccio delle capacita' -
nelle due versioni di Amartya Sen e di Martha Nussbaum, con le forti
critiche che entrambi rivolgono al welfarismo -, e nessun conto dei
risultati prodotti in altre lingue e in altri linguaggi.
Considerazioni che nulla tolgono tuttavia al pregio di questa antologia
delle analisi e delle proposte di alcuni grandi egualitari contemporanei
impegnati nell'esaminare l'eguaglianza coniugandola con temi e fattori che
ne modellano e ne arrichiscono il significato: eguaglianza di beni primari,
risorse e benessere, ma anche eguaglianza di opportunita' e responsabilita',
e soprattutto eguaglianza di liberta' (al singolare), il binomio
probabilmente piu' interessante oggi per un'etica politica normativa: penso
solo, per esempio, al contributo offerto su questo punto dalla dottrina del
neo-repubblicanesimo, per la quale liberta' e eguaglianza, o assenza di
liberta' e assenza di eguaglianza non sono che due facce della stessa
medaglia.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 161 del 25 luglio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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