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Nonviolenza. Femminile plurale. 119



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 119 del 26 luglio 2007

In questo numero:
1. Alessandra Tigano: Legalita', educazione e buone pratiche di cittadinanza
2. Laura Colombo: Ieri, oggi, domani... la politica

1. RIFLESSIONE. ALESSANDRA TIGANO: LEGALITA', EDUCAZIONE E BUONE PRATICHE DI
CITTADINANZA
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per
contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax:
0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it) riprendiamo
il seguente saggio.
Alessandra Tigano e' dottoranda di ricerca presso la facolta' di Scienze
della formazione dell'Universita' di Catania]

"Fare memoria" e ri-pensare l'identita' comunitaria
Che cosa vuol dire, oggi, educare alla legalita'? Vuol dire solo avere cura
della memoria storica o si puo' anche approdare a pratiche filosofiche che
esercitano il pensiero e la logica della domanda? Quale ruolo puo' avere la
filosofia come pratica formativa che educa alla legalita'? Quali sono le
azioni possibili per educare alla cittadinanza democratica, nella
prospettiva lipmaniana di una comunita' di ricerca, che ci renda piu'
consapevoli e capaci di incidere sulla realta'?
Queste domande aprono la riflessione intorno al tema dell'educazione alla
legalita' che da sempre si identifica con le pratiche formative del "fare
memoria" e dell'educazione ai valori e alla coscienza civica.
La prima prospettiva coincide con il dovere civile e morale di ricordare
alle nuove generazioni tutte quelle esperienze storiche che hanno segnato
tragicamente la nostra societa'. Ricordarsi di ricordare (1) tutte le
vittime di mafia e' un obbligo morale per chi si occupa di educazione e
formazione tant'e' che, ormai, nelle scuole e' stata istituzionalizzata la
giornata del 21 marzo; una giornata-simbolo scelta come metafora della
rinascita e del risveglio della natura e delle coscienze civili, per non
dimenticare il sacrificio di chi ha lottato e speso la propria vita per la
giustizia e la legalita'. Ma se questo primo fondamentale livello educativo
della memoria non e' accompagnato da pratiche formative che aiutino gli
studenti ad impadronirsi, kantianamente, del loro intelletto e della
facolta' di saper pensare e ragionare, di saper scegliere e orientarsi in
situazioni moralmente significative, l'educazione alla legalita' rischia di
diventare retorica e autoreferenziale. Per riscattare la memoria non basta
solo commemorare ma, soprattutto, sollecitare gli studenti a chiedersi
perche' cio' che si riteneva impossibile si e' potuto realizzare. Perche' e'
stato possibile attraversare esperienze cosi' tragiche come quelle di Via
D'Amelio o di Capaci; perche' il pensiero umano e' stato capace di poter
pensare con tanta forza e determinatezza un male cosi' feroce e banale.
Per tali motivi il fare memoria deve essere accompagnato dalla formazione di
un pensiero responsabile e democratico che sappia ricostruire le identita'
individuali e il senso della comunita' ferita da esperienze cosi' dolorose.
Il fine deve essere quello di costruire una societa' piu' giusta e legale
che riparte dalle individualita' di ciascuno per creare e re-inventare
esperienze comuni e condivise che danno un senso al vivere sociale. Una
societa' che riconosca le differenze di tutti nel pieno rispetto della
convivenza e delle buone ragioni. Riprendendo la lezione lipmaniana di
comunita' di ricerca si puo' ripensare la comunita', non solo come un
contesto per interventi individuali o collettivi, ma come il soggetto e
l'oggetto stesso dell'intervento sociale.
Cio' significa porre l'enfasi sugli aspetti che ricompongono il senso della
comunita' e sul fatto che, insieme ai fattori geografici-territoriali, il
concetto di comunita' riflette un processo dialogico, costruttivo e
intersoggettivo. La ruota della legalita' e del fare memoria deve, dunque,
camminare di pari passo con quella della cultura e della scuola. Cultura che
e' in primo luogo consapevolezza dell'identita' individuale e comunitaria
nel rispetto di ogni persona umana (2). Del resto e' attraverso l'educazione
che si costruisce la persona e la societa' e che si educa, realmente, al
bene comune e al senso della vita. Per ricomporre il nesso tra comunita' e
societa' e' necessaria un'idea di educazione intesa come strumento possibile
per intervenire nella struttura sociale.
Il concetto di consapevolezza dell'identita' comunitaria ci introduce nella
seconda prospettiva formativa dell'educazione alla legalita': quella che si
rivolge alla formazione di un pensiero democratico, responsabile e, al tempo
stesso, orientato al valore.
*
Le potenzialita' formative della Philosophy for children
Sulla base dell'esperienza didattica svolta da chi scrive nell'ambito della
scuola primaria (3) si puo' affermare che il curriculum della philosophy for
children (4) ideato da Lipman puo' dare un contributo sostanziale sia alla
ricerca del come educare alla legalita' (quali strategie e metodologie
scegliere) che a quella epistemologica che possa fondare teoreticamente e
praticamente un discorso educativo sulla formazione delle coscienze ai
valori della giustizia e della democrazia. La P4C e' un curriculum destinato
ad alunni di ogni ordine e grado di scuola, ma e', soprattutto, una pratica
filosofica auto-educativa ed etero-educativa che educa a pensare; essa
riesce a coniugare l'esercizio del filosofare con la costruzione di una
nuova cultura della legalita' che si sostanzia attraverso buone pratiche di
cittadinanza finalizzate ad un cambiamento culturale ed etico. Pertanto, se
si analizzano le prerogative fondamentali del programma della P4C, si
possono subito notare le attinenze formative con l'educazione alla
legalita'. Le prerogative formative "forti" del programma della P4C da
utilizzare nella pratica della educazione alla legalita' sono l'esercizio di
pratiche democratiche, condivise e responsabili all'interno di una comunita'
riflessiva e interpretante; e lo sviluppo del thinking caring o pensiero
orientato al valore.
Per quanto riguarda il primo punto fare esercizio di democrazia significa,
sostanzialmente, coltivare la logica del fare domande (5), del chiedere
ragioni e cercare risposte ai perche'; significa, come sostiene John Dewey,
"educare le menti alla giustizia" (6), in antitesi con una cultura
dell'omerta', del silenzio, della connivenza e della prepotenza. Obiettivo
della P4C, afferma A. Cosentino, e' quello di "educare individui capaci di
pensare con la propria testa e di assumere decisioni consapevoli e
responsabili come membri di una comunita' secondo lo spirito proprio della
democrazia" (7).
Responsabilita', liberta' e democrazia sono, dunque, concetti chiave del
curricolo Lipman. Concetti e idee che non rimangono sul piano
dell'astrazione ma che si concretizzano attraverso il filosofare e la
relazione dialogica. Infatti, come ribadisce e sostiene F. Pulvirenti "la
P4C promuove un pensiero complesso e responsabile e si pone come stimolo
indispensabile per un agire responsabile" (8). Pensare e agire sono, dunque,
strettamente connessi. Il curricolo della P4C serve per sperimentare con gli
alunni che si cresce all'interno di una comunita' e che si diviene grandi
davvero quando si e' capaci di accettarne i limiti e le regole. Innanzitutto
le regole della comunicazione, dell'ascolto e del dialogo reciproco che,
costantemente, si costruisce dentro la comunita' pensante.
Una delle prerogative del curriculum e' quella di utilizzare dei racconti
che sono, soprattutto, racconti da discutere, un pre-testo per filosofare e
fare domande. Nelle sessioni nascono domande radicali che rompono equilibri
e modi di pensare certi e pregiudiziali; domande che sfidano il pensiero, i
soggetti e le loro coscienze a rivedere i propri convincimenti, ad assumersi
responsabilita' individuali e sociali, ad accogliere l'altro e la sua
differenza. Domande che attivano processi riflessivi, costruttivi e
de-costruttivi di conoscenze alla ricerca di percorsi epistemici di
responsabilita' verso se stessi e gli altri. Processi di negoziazione delle
conoscenze che consentono di uscire dalla passivita' dei pregiudizi per
sedersi attorno ad un cerchio che riesce ad adunare le soggettivita'
disperse. Dentro il cerchio i membri della comunita' diventano cittadini
negoziatori, ossia soggetti ed attori sociali che si incontrano e si
interrogano su tematiche esistenziali e valoriali.
Il gruppo classe si trasforma in una comunita' di ricerca (9) che si
interroga su questioni piccole e grandi: che cos'e' l'amore, che cos'e'
l'amicizia, che cos'e' la guerra, la pace, la giustizia, l'ingiustizia, le
leggi, la democrazia, il potere, la liberta', la legalita'. Un domandare
radicale che costringe ogni membro della comunita' a sottoporre il proprio
pensiero ad una logica popperianamente aperta e fallibilista, ponendosi,
coerentemente, in una prospettiva di evoluzione culturale. La logica del
fare domande si esercita all'interno della CdR, la quale nell'affrontare i
testi lipmaniani si appresta ad assumere il ruolo di comunita' interpretante
grazie alle suggestioni filosofiche evocate dalla lettura.
La formula tradizionale della centralita' del testo (che implica
notoriamente un atteggiamento piu' passivo, oggettivo e descrittivo da parte
dell'interprete che legge il testo) viene sostituita con quella della
centralita' della lettura e dell'ascolto, che esalta, invece, il momento
della partecipazione interpretante. Usare i racconti come pre-testo del
filosofare significa, dunque, coinvolgere i lettori nell'orizzonte della
domanda. Significa ricercare ermeneuticamente "un altro" significato, quel
significato che si libera dal testo e che viene attivato dalle pratiche
riflessive dei lettori. La comunita' interpretante ha cosi' la possibilita'
di conoscere il pensiero dell'altro, accostandosi, attraverso la dialettica
del dialogo, al comprendersi e al comprendere (10). Prospettive pensanti,
ermeneutiche, che educano al dialogo, allenano alla democrazia e alla
capacita' di rispondere con consapevolezza e responsabilmente delle proprie
scelte cognitive e delle proprie azioni. Infatti, nessun pensiero o
interpretazione della realta' deve prevaricare sugli altri poiche' e'
fondamentale la negoziazione democratica delle idee di tutti. Un dialogo,
dunque, autocorrettivo e paritario, profondamente etico, orientato da
interessi condivisi. Un dialogo che prende forma come pratica educativa
finalizzata a dare la parola, in cui nessuno e' educato da nessuno; ci si
educa insieme avventurandosi in un'esperienza che svela e scopre prospettive
diverse di verita'. L'azione dialogica assume, dunque, il valore di pratica
intersoggettiva che educa all'etica del riconoscimento e della reciprocita'.
Essa viene, cosi', intesa come la dimensione pragmatica del comprendere che
si manifesta nelle visioni del mondo che ciascuno possiede. In questa
visione pragmatistica l'esperienza della CdR diventa un mezzo importante e
fondamentale per formarsi e accordarsi con l'altro reciprocamente e
consapevolmente. La CdR assume il valore di cornice pragmatica entro la
quale si manifestano i processi di comprensione propri del mondo della vita.
Essa diventa un importante contesto di relazione che mette in gioco, non
solo le pre-comprensioni di tutte le soggettivita' che ne fanno parte, ma la
struttura e i processi stessi della comprensione; essa attiva dei processi,
individuali e collettivi, di re-interpretazione del proprio modo di pensare
le cose e di agire. Questi due aspetti si compenetrano a vicenda producendo
un lavoro interpretativo che non e' piu' del singolo ma di tutta la
comunita' che cosi' arricchisce continuamente il proprio sapere.
All'interno della CdR la comprensione si chiarisce e si libera da
atteggiamenti inadeguati per cui si puo' affermare, ancora una volta, con
Gadamer che "l'interpretazione comincia con dei pre-concetti", individuabili
gia' nella fase dell'agenda, "i quali vengono via via sostituiti da concetti
piu' adeguati" (11) attraverso il dialogo intersoggettivo che caratterizza
la discussione vera e propria. Ma per rendere conto di questo pensiero in
movimento, che dalla pre-comprensione si dirige verso una comprensione piu'
consapevole e' necessario che ciascun membro della comunita' sia aperto
all'ascolto, al pensiero dell'altro e alle suggestioni filosofiche che i
testi lipmaniani evocano. E per aprirsi all'ascolto e al dialogo vero e'
necessario lasciarsi dire qualcosa dal pensiero dell'altro; non si tratta di
rimanere nel solco di un accordo superficiale tra i membri della comunita',
ma di allargare e ottenere, attraverso la "relazione io-tu", una genuina
conoscenza di se'. Detto in altre parole cio' significa che, attraverso il
dialogo, non si comprendono i testi lipmaniani, ma questi diventano degli
strumenti preziosi per acquistare nuove idee, per comprendere se stessi e
gli altri in senso etico-esistenziale e per conoscere delle verita'
nascoste. Il comprendere e', dunque, non un metodo della CdR ma un'azione
intersoggettiva che produce comunanza e fonda la possibilita' stessa della
comunicazione.
E' questo il valore profondo della CdR: produrre comprensione attraverso
un'azione dialogica intersoggettiva. Un'azione di comprensione che viene
applicata da chi comprende alla sua corrispondente situazione ermeneutica e
a quella della sua comunita'.
Si puo', dunque, affermare che il valore intrinseco della comunita'
interpretante e' quello di educare al dialogo ermeneutico e questo implica,
innanzitutto, una precisa presa di coscienza delle proprie pre-supposizioni
e pregiudizi, i quali attraverso il confronto con gli altri, il disaccordo e
l'intendersi reciproco, si modificano profondamente. Da questa prospettiva
si deve apprezzare il valore della CdR: un'occasione preziosa che consente
di abitare il parlare del nostro linguaggio e di vivere l'esperienza del
linguaggio come un dono riconoscente che concede alla comunita'
interpretante in situazione, la possibilita' di riconciliarsi attraverso la
forza del dialogo e il potere della parola (12).
Ricordando il famoso auspicio di Jacques Delors (13), l'educazione sara'
cosi' intesa come un tesoro che aiuta le persone, non solo a "sapere, saper
fare e sapere essere", ma, principalmente, a "saper vivere insieme con gli
altri", superando conflittualita', differenze e alterita'. Del resto, in
sintonia con quanto afferma Delors, anche Lipman sostiene che "un efficace
programma di educazione morale non puo' arrestarsi alla critica dicotomica
tra pensare e fare ma deve insistere necessariamente sull'indissolubile
legame tra pensare e sentire" (14). E il pensiero filosofico conserva in se'
una forte valenza formativa, etica e politica poiche' il terreno in cui si
muove e' quello del giudizio e del pregiudizio, del dialogo e del confronto,
dell'interrogarsi e del continuo domandare che va alla ricerca dei perche'.
Alla ricerca del legami tra pensare, agire e sentire. Un legame finalizzato,
essenzialmente, a ricomporre il valore e il senso dell'identita'
comunitaria.
Un altro aspetto interessante della P4C, da tenere presente per educare alla
legalita', e' lo sviluppo del thinking caring o pensiero orientato al
valore. Da questo punto di vista Lipman afferma che, "imparare a pensare in
valori e' diverso dal pensare sui valori. Si impara a pensare valorialmente
cosi' come si impara a pensare storicamente, geograficamente,
narrativamente" (15). Il pensiero caring e' un pensiero valoriale,
affettivo, normativo e attivo che assegna valore al valore (16), un pensiero
che assegna valore alla bellezza, all'amore, alla sensibilita',
all'amicizia, alla sofferenza, alla giustizia, alla responsabilita', alla
legalita', dunque. Infatti, pensare valorialmente significa pensare alle
conseguenze delle proprie azioni nel mondo, significa prestare attenzione
agli aspetti etici ed estetici del pensiero sempre coniugato alla sua
prassi; equivale ad un pensiero logico rafforzato dalla riflessivita'
sull'azione orientata al valore. L'orientamento al valore non e' una
condizione casuale del pensiero ma un aspetto del pensiero stesso poiche'
non c'e' qualita' etica senza qualita' conoscitiva: la prima e' comprensiva
della seconda; e' un genere di pensiero che da' luogo ad operazioni
cognitive quali esaminare alternative, scoprire e inventare relazioni,
istituire connessioni, valutare differenze, soppesare e vagliare. Pertanto,
se l'educazione del pensiero non si coniuga alla sua componente valoriale,
se non include i giudizi di valore rischia di trattare i suoi contenuti in
modo apatico e indifferente. Il ruolo dei valori e' fondamentale per il
pensiero perche' esso viene messo in gioco tutte le volte che siamo chiamati
a scegliere, a decidere, ad esprimere giudizi tra cio' che e' bene e cio'
che e' male e l'orientamento al valore (caring) e' questo tipo di pensiero
che ha a che fare con cio' che e' importante per noi e per la nostra
comunita' civile e politica. Un pensiero valoriale che viene praticato
concretamente dentro la CdR attraverso il dialogo intersoggettivo che
rivaluta il rispetto e la reciprocita' nelle sue tre aree fondamentali:
rispetto per se stessi, rispetto per gli altri, rispetto per la comunita'.
Del resto se non si e' capaci di agire con rispetto e col senso della
reciprocita' non ci potra' essere consapevolezza dei diritti propri, delle
proprie responsabilita'. Non c'e' legalita', non c'e' legame sociale e si ci
trova esposti alle azioni violente ed arroganti.
*
Il compito della scuola: promuovere buone pratiche di cittadinanza
Le ragioni e le potenzialita' formative a favore dell'utilizzo del curricolo
nel campo dell'educazione alla legalita' sono, dunque, molteplici. Tant'e'
che gia' in Italia la P4C e' stata inserita all'interno di progetti
ministeriali pensati per le "aree a rischio" di emarginazione e di devianza.
In queste realta' l'apprendere a filosofare si configura come un'attivita'
altamente formativa che orienta i minori sul concetto di cittadinanza e
sulla fioritura della loro umanita' (17) fortemente posta in discussione dal
vivere in realta' illegali.
Con la riforma degli ordinamenti scolastici (legge n. 53 del 28 marzo 2003)
la P4C bene si inserisce nell'organizzazione laboratoriale delle attivita'
opzionali allo scopo di raggiungere competenze personali nel campo della
convivenza civile e dell'educazione alla cittadinanza. Infatti nelle
indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola
primaria (decreto legislativo n. 59 del 19 febbraio 2004) tra gli obiettivi
generali del processo formativo troviamo l'adozione di buone pratiche in
tutte le dimensioni della vita umana, personale e comunitaria. La scuola,
pertanto, deve promuovere dei percorsi di riflessione critica che, a partire
dall'esperienza, si propongono di arricchire sul piano analitico e sintetico
il confronto interpersonale e le visioni del mondo e della vita. In questo
senso il programma di Lipman consente di sperimentare sia il valore
dell'impegno personale, sia quello del dialogo costruttivo, attivo e
solidale che consente di rispettare, accettare e riconoscere l'altro. Questi
obiettivi formativi trovano un esito naturale nell'esercizio competente di
buone pratiche richieste dalla convivenza civile in una prospettiva locale,
nazionale ed europea e attraverso l'esercizio della responsabilita'
intellettuale, morale e sociale. A cominciare dalla cura e il miglioramento
di se' e della realta' in cui gli alunni vivono come la scuola e la
famiglia. Competenze che permetteranno agli alunni di raggiungere quelle
capacita' che garantiscono conoscenze durature e dignita' sociale. Capacita'
che siano soprattutto modi di essere riconosciuti validi sia dall'individuo
che li mette in pratica che dalla comunita' tutta.
*
Conclusioni
La P4C, puntando l'attenzione sull'esercizio di pratiche democratiche
orientate alla condivisione di valori da' un contributo forte e sostanziale
alla formazione di una coscienza civile, che si riconosce attraverso questi
concetti-base dell'educazione alla legalita'. La democrazia e' qui intesa
innanzitutto come esercizio del rispetto dell'altro, come dialogo, relazione
autocorrettiva e paritaria che si esercita nelle istituzioni familiari,
scolastiche e giudiziarie. Da operatori del mondo della scuola e delle
universita' non ci resta altro da fare che assumere questo impegno sul piano
esistenziale e professionale nell'esercizio del filosofare quotidiano. Per
trasformare la scuola in una comunita' di pratiche (18) qualificate che
rispondono ai nuovi bisogni della societa' dell'incertezza, del rischio,
della differenza e delle disuguaglianze. Delle pratiche che per vivere hanno
bisogno di un contesto educativo che sia abitualmente democratico, critico,
nonviolento e collaborativo. Un contesto educativo che includa tutte le
agenzie educative presenti in un territorio che condividono, in una
direzione costruttiva e pluralistica, dei percorsi educativi ove si pensa e
si fa esperienza di democrazia (19).
*
Note
1. Cfr. Santino U., Ricordati di ricordare, in Sicilia 102, Centro siciliano
di documentazione "G. Impastato", Palermo 1995, pp. 72-78.
2. Cfr. Brighina M., Dragotta F., Rizzo E. (a cura di), Educare alla
legalita'. Fatti e protagonisti del Premio Rocco Chinnici, Terzo Millennio
Editore, Caltanissetta 2004, pp. 50-57.
3. Chi scrive ha avuto modo di sperimentare il curriculum della P4C in due
classi seconde nell'anno scolastico 2003/2004. (cfr. A. Tigano, Pensare in
cerchio. Un'esperienza educativa di Philosophy for children, in "Apprendere
con...", rivista bimestrale per i docenti della scuola primaria, Anicia
2005, numero 2, pp. 54-60; A. Tigano, Un percorso didattico sul tema della
giustizia, in "Bollettino SFI", 2003, n. 178, pp. 62-68).
4. In acronimo P4C.
5. Platone nel Protagora mette in luce l'importanza dell'essenza della
domanda. All'opposto di ogni opinione comune il domandare e' socraticamente
piu' difficile del rispondere. La domanda agisce sull'oggetto dislocandolo
verso una prospettiva che si apre problematicamente al senso. Il logos che
si dispiega in questa apertura costituisce il senso del domandare (cfr.
Platone, Protagora, 335 e sgg).
6. Dewey J., Democrazia ed educazione, La Nuova Italia, Firenze 2000, p.
113.
7. Cosentino A., Prefazione al manuale di Pixie, Liguori, Napoli 2000, p. 6.
8. Pulvirenti F., Responsabilita' e formazione. Epistemologie personali in
reti d'incontro: Bateson, Lipman, Novak, Ets, Pisa 2004, p. 50.
9. In acronimo CdR.
10. Cfr. Gadamer H. G., Il primato ermeneutico della domanda, in Verita' e
metodo, tr. it. Bompiani, Milano 1983, pp. 418-437.
11. Gadamer H. G., Il circolo ermeneutico e il problema dei pregiudizi, in
Verita' e metodo, pp. 312-8.
12. Cfr. Ricoeur P., Se' come un altro, Jaca Book, Milano 1993, p. 453.
13. Cfr. Delors J. (a cura di), Nell'educazione un tesoro. Rapporto della
Commissione internazionale sull'educazione del XXI secolo (1996), ed. it.
Armando, Roma 1997.
14. Lipman M., Sharp A. M., Oscanyan F. S., Philosophy in the classroom,
Temple University Press, Philadelphia, cit. p. 161.
15. Lipman M., in Cosentino A. (a cura di), Filosofia e formazione, dieci
anni di Philosophy for children in Italia (1991-2001), p. 35. Prima
pubblicazione in "Inquiry", Vol. XV, n. 1/1995, trad. italiana di A.
Cosentino, pubblicata in "Comunicazione Filosofica" n. 3.
16. Ivi, p. 36.
17. Cfr. Nussbaum M., Coltivare l'umanita'. I classici, il
multiculturalismo, l'educazione contemporanea, Carocci, Roma 2001, p. 18 e
ss.
18. Cfr. Wenger, M., Communities of Pratices, Cambridge University Press,
1998, in Deiana G., Insegnare l'etica pubblica. La cultura e l'educazione
alla cittadinanza: una sfida per la scuola, Erickson, Trento 2003, p. 12.
19. Cfr. Cavadi A., L'essenziale e' il contesto educativo-democratico, in
Strappare una generazione alla mafia, Di Girolamo, Trapani 2005, pp. 18-9,
24-5.

2. RIFLESSIONE. LAURA COLOMBO: IERI, OGGI, DOMANI... LA POLITICA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo l'intervento di Laura Colombo al seminario su Carla Lonzi "Ti
darei un bacio", svolto in occasione della prima edizione delle Giornate di
studio dedicate a Gina Guietti, Ferrara, 20-21 aprile 2007.
Laura Colombo e' una delle animatrici della Libreria delle donne di Milano
ed insieme a Sara Gandini e' "webmater" del sito www.libreriadelledonne.it
Carla Lonzi e' stata un'acutissima intellettuale femminista, nata a Firenze
nel 1931 e deceduta a Milano nel 1982, critica d'arte, fondatrice del gruppo
di Rivolta Femminile. Opere di Carla Lonzi: Sputiamo su Hegel, Scritti di
Rivolta Femminile, Milano 1974, poi Gammalibri, Milano 1982; Taci, anzi
parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978;
Scacco ragionato, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1985. Opere su Carla
Lonzi: Maria Luisa Boccia, L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla
Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990]

Quello che diro' oggi - voglio precisarlo subito - e' il risultato di scambi
in libreria e riflessioni condivise con altre donne e alcuni uomini, ma
soprattutto e' frutto del confronto stretto e costante con Sara Gandini, una
mia coetanea che fa politica con me alla Libreria delle donne di Milano.
*
L'origine non e' l'inizio
Io appartengo a una generazione che e' venuta dopo le lotte femministe degli
anni Settanta e Ottanta. Se c'e' una cosa alla quale le donne della mia
generazione non possono rinunciare e' proprio la forza femminile messa al
mondo dal movimento delle donne. Questa forza ha origine dal lavoro politico
dei primi gruppi di autocoscienza, caratterizzati dalla ricerca di
un'autonomia dallo sguardo maschile e dal tentativo di trovare un senso
libero di se' e della propria posizione nel mondo ("Liberarsi per la donna
non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perche' e' invivibile, ma
esprimere il suo senso dell'esistenza" Manifesto di Rivolta Femminile).
Leggendo Carla Lonzi si vede chiaramente come la consapevolezza della
mancanza di uno spazio politico per una rappresentazione libera di se' e la
necessita' di creare uno spazio simbolico per una narrazione autentica sono
elementi essenziali che hanno portato all'invenzione di pratiche politiche
ancora oggi essenziali. La prima scoperta e' stata la pratica di una parola
scambiata tra donne a partire da se', senza astrazioni e nel tentativo di
restare fedeli a se', di non alienarsi, partendo dai propri scacchi, dalle
proprie contraddizioni, cosa che implica il mettersi in gioco con i propri
desideri, la propria sessualita', le fantasie, le paure, l'inconscio, il
rimosso che normalmente non trova parola. (Carla Lonzi parlava di "Far
esistere cio' di cui si aveva bisogno").
A partire da una pratica cosi' dirompente ha avuto origine un cambiamento
profondo della nostra civilta', una vera e propria rivoluzione. Spostando
l'asse dalla rivendicazione della parita' con l'uomo alla scelta di stare
tra donne, all'accettazione dell'autorita' femminile, alla ricerca di
nutrimento dal pensiero e dalle parole di altre donne, la politica delle
donne si e' mossa nella ricerca di un ordine simbolico e nel riconoscimento
delle genealogie femminili.
Quello che capita a me oggi e' la possibilita' concreta di sentirmi radicata
in una genealogia femminile, che e' legame vivo con le donne che mi hanno
preceduta, cosa ben diversa da una tradizione imposta. Ma l'origine non e'
l'inizio...
*
Il sito della libreria
Il sito e' nato qualche anno fa dall'idea di un gruppo di giovani donne, e'
partito da un nostro progetto, dal nostro volerci essere e fare politica -
la politica delle donne - con linguaggi e mezzi che sentiamo nostri. E'
un'invenzione fatta con la dinamica del presente, perche' non si e' trattato
solo di aprire uno spazio web, ma di trovare una modalita' differente di
essere presenti sulla rete, rendendo vivo e visibile a chi ci visita il
lavoro relazionale e politico che facciamo costantemente.
Nel gruppo di redazione del sito giochiamo una scommessa alta, che e' quella
di fare politica in rete senza annullare la differenza sessuale, senza
rinunciare al senso critico necessario di fronte alla velocita' delle
informazioni e senza rinunciare alla corporeita'. Non basta la virtualita' a
nostro avviso, ma portare il proprio corpo e stare in presenza e'
fondamentale per la passione politica, una cosa che le donne hanno ben
presente (redazione carnale, non solo spazio web). Il percorso e' partito
dal nostro gruppo di giovani donne, e si e' sviluppato arrivando a un
coinvolgimento differente. E' nata una redazione composta da donne diverse
per eta' e per storia, con differenti sensibilita' e modalita' di vivere il
presente. Nel collettivo abbiamo vissuto momenti di difficolta' e conflitto
profondo, nei quali pero' ci siamo chiarite sempre piu' che la nostra
relazione e' fondamentale (parlo della mia relazione con Sara), cosi' come
il riconoscimento reciproco della capacita', della forza, della possibilita'
di pensare insieme. La pratica scardinante e' che noi mettiamo in primo
piano la relazione tra noi, la mettiamo davanti anche a una presunta
relazione privilegiata con quelle venute prima. Per stare con agio nello
spazio politico del sito, che condividiamo con donne che hanno fatto la
storia del femminismo, abbiamo trovato indispensabile una certa
discontinuita', la possibilita' di avere uno spazio separato, altro, tra noi
ma anche con altre donne. Questo ha permesso che in questo spazio politico
si scompaginassero le carte, e adesso la nostra relazione e' la cifra del
rapporto tra sito e Libreria.
Non si tratta di smantellare quanto di prezioso e' stato fatto da chi ci ha
preceduto, ma di stare nel presente con una misura che ci appartenga
pienamente. Si tratta del desiderio di sperimentare il presente in prima
persona. Questo puo' dare la possibilita' di elaborare, prendere posizioni
diverse che richiedono invenzioni di nuove pratiche, che non cancellano
quelle vecchie, ma allargano il campo, aumentando la ricchezza dell'agire
politico.
Internet e la rete - per esempio - rappresentano modalita' di comunicazione
che hanno modificato la pratica e il linguaggio della politica, anche la
politica delle donne. La rete ha il grande vantaggio che facilita la
possibilita' di fare politica in prima persona, pensiamo alla grande
quantita' di siti, mailing list, liste di discussione, blog, comunita' di
condivisione dei saperi (wiki)... La modalita' tradizionale dei volantini,
riunioni, convegni e' stata modificata profondamente da questi nuovi
linguaggi, che permettono un'immediatezza e una velocita' di scambio delle
informazioni che per certi aspetti agevola la comunicazione, specialmente
per le piu' giovani. Non mancano i rischi, in particolare quello di una
mistificazione della pluralita', dell'uguaglianza, un altro rischio e' la
mancanza della fisicita'...
Assumendoci in prima persona la sfida della pratica del sito, siamo arrivate
a una differenziazione tra sito e Libreria: questa e' il luogo storico
creato e pensato da alcune che hanno pratiche trentennali e una grande
esperienza politica, il sito e' invece qualcosa che ci appartiene piu'
direttamente, che puo' mostrare uno scarto, altre aperture rispetto ad altre
posizioni, pur essendo legato alla Libreria, e pur essendo un'esperienza
condivisa anche da alcune piu' grandi (per esempio: noi non ci portiamo
dietro conflitti segnati dalla storia come chi ci ha precedute...).
La sfida e' fare politica, internet e' uno dei modi in cui si puo' giocare.
Questa sfida - pero' - presenta una contraddizione difficile da sciogliere.
*
Tenaglia
C'e' un punto del libro di Maria Luisa Boccia su Carla Lonzi (L'io in
rivolta) che mi ha colpito e coglie nel segno una realta' che io e altre
viviamo oggi. Dice: "Tutta la vita di Carla Lonzi, e tutto il suo
femminismo, e' stretto in questa tenaglia, tra l'aspirazione a segnare di
se' il mondo e la rinuncia a esso, pur di non tradirsi, di non venir meno
alla sua verita'" (p. 160).
Questa contraddizione io sento di viverla profondamente, e sento che
l'esperienza importante del sito, ricca del confronto con le donne venute
prima di me, e' stata ulteriormente arricchita nel momento in cui con Sara e
altre della mia generazione, ho tentato di dare inizio a qualcosa di solo
mio, un gruppo nato dal desiderio di confronto fra donne che scelgono
differenti pratiche politiche. Era un luogo nato anche per interrogare il
nostro vissuto in questo mondo cosi' diverso da quello degli anni in cui e'
nata la seconda ondata del femminismo. La scansione temporale rispetto al
mondo delle donne venute prima di noi, quello che c'e' di mezzo, fa la
differenza, crea un salto che in parte e' incommensurabile, non permette
sempre di percepire l'ampiezza dei cambiamenti e soprattutto del nostro
vissuto rispetto a questi. Si tratta essenzialmente di una diversita' di
percezione pur essendo in prossimita' e in presenza dello stesso mondo. Il
tentativo e' quello di trovare parole e pratiche che corrispondano a una
nostra misura, e per tentare queste invenzioni abbiamo bisogno di metterci
al centro e autorizzarci a dire. Lo scacco, rispetto al gruppo, e' stato di
pretendere dal collettivo un desiderio di politica che non poteva esprimersi
li' (qui per politica intendo una ricerca che non si ferma ai vissuti, ma
trova le parole per dire l'essenziale di una contraddizione, trova il modo
per raccontarsi al di la' del gruppo, segnando il mondo con quella verita',
sopportando il rischio di essere travisate). Quel desiderio apparteneva
fortemente a me e Sara, e sul gruppo ha avuto un effetto inibitore, fino
alla fine di questa esperienza.
*
Dov'e' la tenaglia?
La scena politica del movimento delle donne e' caratterizzata da molti
gruppi e realta' con cui siamo venute in contatto, che sentono fortemente il
desiderio di politica, e pongono la loro lotta a livello dell'immaginario
tentando in tutti i modi di "bucare" i media, creando provocazioni che sono
molto spesso fantasiose e divertenti, ma che incidono solo per opposizione e
sensazionalismo. Il fine di questa politica e' la rivendicazione e la lotta
per i diritti, e spesso questi gruppi seguono posizioni puramente
movimentiste stile anni '70 (centri sociali...). E' una posizione che io
ritengo debole - se si ferma a questo.
Il mio desiderio, invece, e' la lotta a livello del simbolico, fatta con le
armi del partire da se' e della fedelta' a se', che permettono di arrivare a
una propria verita'. E' una verita' che modifica la percezione che hai di
te, ti fa trovare la coscienza, il pensiero. E' una lotta che passa
attraverso il nominare e il rinominare le contraddizioni, e questo porta a
una verita' che ti trascende, e puo' essere condivisa da altre, porta a un
sapere irriducibilmente diverso dalle rappresentazioni date.
*
Pratica di relazione con l'altro
Ci sono due punti del Manifesto di Rivolta Femminile che segnano la distanza
del tempo in cui e' stato scritto. Uno dice: "Dopo questo atto di coscienza
l'uomo sara' distinto dalla donna e dovra' ascoltare da lei tutto quello che
la concerne". E l'altro: "Non saltera' il mondo se l'uomo non avra' piu'
l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione".
Stando alla cronaca, il mondo e' saltato, eccome!
Grazie alla scelta della separazione dagli uomini degli anni '70, le donne
hanno iniziato un percorso di autonomia dal giudizio dell'uomo, e questa
rottura relazionale ha permesso la nascita della liberta' femminile nelle
relazioni tra donne. A partire da questa mossa si sono create le condizioni
per un possibile rapporto libero con l'uomo. Il gesto della separazione era
quindi un gesto di chiamata all'interlocuzione nella liberta' e non piu'
nella complementarieta', nella subordinazione. La liberta' nella relazione
tra donne ha creato un senso di forza tale che oggi salta agli occhi lo
svantaggio maschile, a dispetto delle mistificazioni delle Pari
Opportunita'.
Questo svantaggio maschile e' un problema o puo' essere un'occasione?
E' un grosso problema nel momento in cui la mia forza diventa
autosufficienza, e allontano l'altro, non creo possibilita' di conflitto con
l'altro (per inciso, se vissuto come esclusione da parte maschile, e'
frequente l'esplosione della violenza. Ma non voglio addentrarmi in questo
aspetto, lo segnalo solamente). La prima frase del Manifesto che citavo,
dovrebbe essere capovolta: oggi sono le donne che - se vogliono - si mettono
all'ascolto di lui che parla (vedi il numero di "Via Dogana" Parla con lui).
Io ritengo tuttavia che lo svantaggio maschile possa essere un'occasione se
ce lo giochiamo, se non rimane un fantasma. In che modo? Innanzitutto
assumendoci la grandezza femminile nella ricerca di relazioni non
strumentali con alcuni uomini. La mia esperienza nel gruppo misto di
riflessione, nato ancora una volta dalla mia relazione con Sara, e' quella
di un credito "in bianco" dato a uomini che sono gia' trasformati
dall'avvento della liberta' femminile, e che di questa trasformazione sono
coscienti. Anche questo gruppo e' nato da un desiderio di nuovo, dalla
fiducia in noi e nel fatto che possa capitare qualcosa con gli uomini, nel
momento in cui fai una scommessa di cambiamento, nel momento in cui ti
giochi la passione politica, le ricchezze che senti di avere.
Per esempio, grazie al femminismo abbiamo conquistato una liberta' che ha
permesso una consapevolezza e una contrattualita' all'interno della coppia
che rende sempre piu' esplicita e di valore la disparita' fra i sessi. La
forza acquisita dalle donne ha portato anche un guadagno anche per gli
uomini grazie alla scoperta di una sessualita' poliedrica, in cui l'altra e'
diventata un soggetto autorevole, con precise richieste. Certo, non e' tutto
cosi' pacifico e lineare. Infatti il desiderio femminile autonomo puo' fare
problema quando una donna lo esprime liberamente e lo rappresenta nella sua
autenticita', perche' l'altro si trova di fronte a qualcosa che non capisce
(per esempio nell'ultima riunione una donna ha posto questa questione del
desiderio, e un uomo ha risposto parlando di fratellanza e sorellanza, di
fatto estromettendo il desiderio - che e' sproporzione e disparita' - dalla
relazione. Quindi il desiderio viene fatto fuori, e si fa fuori anche la
disparita').
Rispetto agli anni Settanta sono cambiate tante cose, ma soprattutto e'
cambiata l'interpretazione delle cose, lo sguardo sulla realta'. Una volta
si parlava molto della frigidita', ora dell'impotenza o dei problemi legati
alla fecondita'. Credo che chiunque abbia una casella di posta elettronica
sia stata inondata dalla pubblicita' del viagra: quando il patriarcato era
l'unico sistema simbolico, l'uomo non aveva bisogno di un supporto fisico,
mentre l'isterica manifestava sintomi corporei a causa di un deficit di
simbolico. L'acquisizione della liberta' da parte delle donne ha fatto si'
che ora per molte anche la sessualita' vaginale possa rientrare in una
libera scelta basata sulla ricerca del piacere tanto quanto per gli uomini.
E il concepimento ora piu' che mai chiama in causa la responsabilita' di
entrambi. Non possiamo piu' dire che la contraccezione o il sesso vaginale
sono un problema solo degli uomini, che non ci riguardano. Non possiamo piu'
dire che le donne vogliono essere lasciate in pace o che cercano godimento
in altro modo. Ora quella parola libera che abbiamo conquistato bisogna
scambiarla.
Il punto essenziale e' quindi la liberta' femminile, la forza femminile, che
rende possibile la relazione politica con l'altro. Ma questo non significa
che la rende obbligatoria: infatti, da una posizione di liberta', e'
possibile anche scegliere la non relazione con l'altro, e questa continua a
essere la scelta di molte donne.
Dal mio punto di vista penso che non si possano piu' lasciare fuori gli
uomini da questa lotta per un senso comune dove la posta in gioco e' una
civilta' in cui la donna non sia colpevolizzata per la sua liberta' e l'uomo
accetti profondamente - e non solo intellettualmente - lo squilibrio in
gioco e l'asimmetria tra i sessi (per esempio quando c'e' in ballo il suo
desiderio di paternita', quando si toccano i temi che riguardano la vita e
la riproduzione, ma non solo, quando si vuole affrontare il diverso rapporto
col potere, il lavoro, i soldi ecc.). A mio parere, oggi e' necessario
scambiare con gli uomini quella parola libera che abbiamo conquistato, per
non limitarci a difendere diritti e proporre invece come posta in gioco un
cambiamento nel sentire comune e la creazione di una nuova cultura, di una
nuova civilta'.
Lo scambio - ripeto - all'interno di una relazione non strumentale, puo'
avvenire se ci giochiamo lo svantaggio maschile assumendoci la forza
femminile. Se invece lo svantaggio maschile resta un fantasma, puo'
ritornare in varie forme: nella strategia che ci mette alla ricerca di
relazioni strumentali con gli uomini, per arrivare la' dove noi non vogliamo
o non ci interessa arrivare (ma questo ci toglie la possibilita' di vedere
che molti uomini "la'" non ci sono piu'); ritorna anche nel tentativo di
annullare questo svantaggio, nel momento in cui ci giochiamo l'attrazione
erotica verso l'altro (chi ce l'ha) per ridimensionare la nostra grandezza;
oppure nella forma di un certo maternage, spesso stucchevole, che vuole
indicare all'altro la strada buona e giusta da compiere.
Noi abbiamo deciso di giocarci una scommessa al buio. L'altro e' diverso,
misterioso, non sotto controllo, quindi proviamo attrazione, curiosita'
perche' sentiamo una distanza che non sara' mai colmabile. L'alterita' e'
tale anche con l'altra donna, ma e' in qualche modo regolata da pratiche
politiche consolidate da tempo (la disparita', l'autorita' femminile). Con
gli uomini c'e' alterita' radicale, e il terreno della relazione e' piu'
oscuro, vischioso, opaco. Ma questa scommessa ce la vogliamo giocare.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 119 del 26 luglio 2007

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