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Minime. 187



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 187 del 20 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Rete Lilliput: Ripensateci
2. Giovanna Borrello: Angela Putino, un desiderio d'infinito
3. Wanda Tommasi: Il segno della differenza nella storia della filosofia
4. Diana Napoli presenta "Evidence de l'histoire" di Francois Hartog
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. RETE LILLIPUT: RIPENSATECI
[Dal nodo della Rete Lilliput di Vicenza, attraverso la segreteria nazionale
della Rete Lilliput (per contatti: segreteria at retelilliput.org), riceviamo e
diffondiamo questa proposta di iniziativa.
Ci corre l'obbligo di segnalare che essa non ha le caratteristiche di
un'azione diretta nonviolenta - come pure da alcuni e' stata definita -; e'
semplicemente una legittima iniziativa democratica per avere informazioni su
una questione che tutti riguarda e per far sentire la volonta' di conoscere
e di partecipare da parte dei cittadini in ordine a una decisione di grande
rilevanza pubblica, decisione che se avesse come esito quello auspicato dai
governi statunitense e italiano sarebbe non solo un gravissimo danno e
pericolo per Vicenza e per l'Italia, ma configurerebbe un ennesimo
sciagurato vulnus alla legalita' e alla democrazia e un ulteriore passo
verso una guerra generalizzata che puo' distruggere la civilta' umana.
Quindi l'iniziativa proposta e' palesemente apprezzabile pur avendo alcuni
limiti (e forse anche, sotto alcuni specifici profili, dei margini di
discutibilita' in punto di diritto). Ma un'azione diretta nonviolenta e'
un'altra cosa, e richiede una responsabilizzazione, una formazione,
un'adesione ai principi della nonviolenza che in questo caso non sono
presupposti. Agli amici della nonviolenza vicentini, che ringraziamo, va
tutta la nostra solidarieta'; e ad essi chiediamo di intensificare quanto
piu' possibile l'impegno alla formazione alla nonviolenza, e di portare
sulle posizioni della nonviolenza l'insieme del movimento democratico che si
oppone a questa ignobile, illegale e pericolosissima soperchieria che due
governi italiani e un governo statunitense gia' macchiatisi di gravissimi
crimini pretendono commettere in danno della comunita' locale e
dell'umanita' intera. La nonviolenza e non altro che la nonviolenza e' il
metodo e la via, la verita' e la forza della lotta da condurre in difesa
della democrazia, della civilta', della vita dell'umanita' intera e di ogni
persona (p. s.)]

Proponiamo l'iniziativa "Stop. Ripensaci. Perche' la nuova base militare Dal
Molin?".
Se hai dubbi sulla realizzazione della nuova base, se vuoi saperne di piu'
in merito alle conseguenze ambientali e sociali, se hai delle osservazioni
da fare su tale progetto, se vuoi esprimere la tua contrarieta': telefona e
fai telefonare tutti i lunedi' dalle ore 9 alle ore 12:
- al Comune di Vicenza: segreteria del Sindaco 0444221330 (se interrompono
la comunicazione richiamare per protestare); Ufficio per le relazioni con il
pubblico 0444221360;
- all'Associazione industriali: 0444232500 (ed e-mail: assind at assind.vi.it)
- all'Rco (Regional Contracting Office) Lerino-Torri Di Quartesolo
(Vicenza), Italy: Call DSN 634-3911/3915 or Commercial 0444-219-911 oppure
cercate "Caserma Ederle" (e-mail: webmaster at rco.vic.usacce.army.mil)
- alla Presidenza del Consiglio dei Ministri:
http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_presidente.asp
*
Nell'ottica della trasparenza delle informazioni chiediamo chiarimenti in
merito alla realizzazione della nuova base.
Se risulta occupato non scoraggiatevi e riprovate fino a quando non
riceverete una risposta.
*
E' un'azione semplice che tutti possono fare. Vi chiediamo di aderire.
Questa proposta e' stata elaborata al termine del campo nazionale su "Teoria
e pratica della nonviolenza" svoltosi a Vicenza di recente.

2. MEMORIA. GIOVANNA BORRELLO: ANGELA PUTINO, UN DESIDERIO D'INFINITO
[Da "Per amore del mondo", rivista on line della comunita' filosofica
femminile "Diotima" (www.diotimafilosofe.it), estate 2007 riprendiamo il
seguente saggio di Giovanna Borrello dal titolo "Angela Putino: un desiderio
d'infinito. La filosofia che si racconta".
Giovanna Borrello (Napoli, 1947), filosofa, docente, opera presso
l'Universita' "Federico II" di Napoli; e' partecipe di molte esperienze
educative, culturali, sociali, sindacali, politiche, istituzionali, ed e'
autorevole collaboratrice di molte riviste. Tra le opere di Giovanna
Borrello: "Il corpo sessuato", in AA. VV., Essere donna nella scuola oggi,
Esi, Roma 1980; (con C. Fiorillo), Il pensiero parallelo. Analisi dello
stereotipo femminile, Liguori, Napoli 1986; (con B. Moroncini, C. Papparo),
L'ineguale umanita', Liguori, Napoli 1990; "Il soggetto epistemico
femminile", in C. Fiorillo, Discorso sulla donna e l'architettura, Ulisse e
Calipso, Napoli 1990; Memoria di un passato, scelta di un presente, Arti
grafiche Chiarizia, Portici 1990; "La politica come aspirazione al bene", in
AA. VV., Obbedire al tempo, Esi, Napoli 1996; 'con P. Schiano), La mente a
banchetto, Tempo lungo, Napoli 1999; "La filosofia e la relazione amorosa",
in AA. VV., La genealogia dell'umano, Guida, Napoli 2000; Il lavoro e la
grazia. Un percorso attraverso il pensiero di Simon Weil, Liguori, Napoli
2001; Il desiderio tra inconscia paticita' e dimensione politica, in AA.
VV., Eticita' del senso, Napoli 2003.
Angela Putino, filosofa femminista, saggista, impegnata nelle iniziative del
movimento e del pensiero delle donne, docente di bioetica all'Universita' di
Salerno, acutissima studiosa di Michel Foucault e di Simone Weil, promotrice
del sito www.adateoriafemminista.it , e' deceduta il 16 gennaio 2007. Tra le
opere di Angela Putino: (a cura di, con Sergio Sorrentino), Obbedire al
tempo. L'attesa nel pensiero filosofico, politico e religioso di Simone
Weil, Esi, 1995; Simone Weil e la passione di Dio. Il ritmo divino
nell'uomo, Edb, 1997, 1998; Amiche mie isteriche, Cronopio, 1998; Simone
Weil. Un'intima estraneita', Citta' Aperta, 2006.
Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa,
militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria,
operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti,
lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a
lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione,
sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna
come quella che precede non rende pero' conto della vita interiore della
Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Eadem, Simone Weil. Un'intima estraneita', Citta' Aperta, Troina
(Enna) 2006; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia,
Milano 1994]

Io e Angela, l'una di fronte all'altra, eravamo solite parlare di filosofia
fino all'estenuazione, sedute ad un tavolo, sotto una finestra aperta sul
mare di Napoli. Io rivolta verso il mare, in posizione di ascolto, lei di
spalle, assorta nel discorso, instancabile: nonostante anch'io non rifugga
dal parlare a lungo, era sempre lei a parlare, s'interrompeva solo per
inforcare gli occhiali, per allungare una mano a  prendere, nella vicina
libreria, un testo che mi raccomandava di leggere e che contemporaneamente
mi offriva in prestito.
Grande era la sua generosita' (era: mi sembra dolorosamente inverosimile
questo verbo essere declinato al passato) - come mi mancano quelle sue
lunghissime conversazioni -;  dimostrava generosita', soprattutto, nel
dispensare idee, ma anche libri, articoli e saggi suoi e di altre. Aveva,
pero', un sogno ricorrente: sognava di vuotare un sacco, quello grande delle
poste, e poiche' spesso si arrabbiava nel ritrovare idee sue riferite da
altre/i a cui ne aveva parlato, io le consigliavo di non elargire
gratuitamente le sue idee, ma di preservarle, perche' questo "vuotare il
sacco" era un chiara allusione al senso di svuotamento che subiva  quando
esprimeva le sue idee, soprattutto quelle in nuce, che avevano ancora
bisogno del sostegno del suo pensiero acuto e raffinato.
*
Non conoscevo Simone Weil prima dell'incontro con il femminismo della
differenza; il mio orizzonte filosofico era quello
fenomenologico-esistenziale.
La prima a parlarmene fu Alessandra Bocchetti che mi suggeri' di leggere La
Grecia e le intuizioni precristiane. Ma quel libro non mi disse nulla;
dentro non ci ritrovai nulla, se non un ennesimo racconto ed interpretazione
della guerra di Troia. Devo dire che ne fui delusa; era intanto uscito anche
il testo collettaneo di Diotima su Simone Weil.
Parlai della mia delusione ad Angela  - a chi se no? Non sono una persona
che si maschera, sono sincera, ma con Angela addirittura potevo mettere a
nudo me stessa con me stessa, perche' lei, che nei dibattiti pubblici non
consentiva nemmeno sbavature a nessuna/o e passava subito all'attacco, nel
privato aveva una capacita' di comprensione inaudita. Parlare con lei
assumeva per me anche il carattere di una vera e propria confessione; le
confessavo le mie difficolta' a stare negli schemi del potere,  il mio
assurdo desiderio di fare la deputata; lo trovo solo ora assurdo: vivevo
prima in dipendenza dalla politica istituzionale, i miei umori erano molto
condizionati da fallimenti preavvisati, eppure rimanevo in quella
costrizione.
Ritorniamo alla Weil. Erano gli anni in cui Angela studiava la Weil e
scriveva su dei quaderni ininterrottamente, senza cesura, gli anni in cui
fece quel viaggio nel Tibet da cui alcune temevano che non ritornasse. Ebbi
il privilegio di custodire questi quaderni con l'impegno di curarli e di
pubblicarli qualora non fosse tornata. Luisa, Alessandra, Chiara, Wanda mi
chiedevano di convincerla a non partire. Angela era testarda e noncurante
della sua salute, comunque  mi assicuro' che sarebbe ritornata. Diceva:
"sono abituata a non prendere cibo, perche' dovrei mangiare di piu' proprio
la'? Berro' whisky". E cosi' fece, e riporto' a casa la pelle. Io pensavo,
tra me e me, che aveva proprio lo spirito dei gatti (cosa che avevo
costatato in piu' occasioni) e che sarebbe tornata.
In quei quaderni era in nuce tutto cio' che Angela avrebbe pubblicato sulla
Weil fino a Simone Weil e la passione di Dio, ma anche di piu', persino le
intuizioni del suo ultimo prezioso saggio.
Angela di fronte alla mia delusione, mi consiglio' di leggere la Weil
partendo dagli ultimi testi, ovvero dai Cahiers, e cosi' feci. I Cahiers
sono i testi weiliani piu' difficili, ma per me furono i piu' facili.
Perche'? Perche' ne avevo la chiave di lettura. E' stata Angela a fornirmi
questa chiave, trasmettendomi, come un contagio, la sua passione per
l'infinito, passione condivisa, ma che era rimasta sepolta dentro di me a
lungo.
*
Il mio amore  per la filosofia e' un amore infantile, quasi connaturato.
Ricordo che, piccolissima, giocavo con il pensiero, seduta sulla grande
sedia a dondolo di mia nonna; giocavo all'astrazione, partivo da me ed
astraevo me da me, chiedendomi: se io non ci fossi? E poi per successive
astrazioni: c'e' il mondo, e se non ci fosse il mondo? C'e' l'universo, e se
non ci fosse l'universo? C'e' il nulla. Per me questo nulla aveva il
carattere dell'essere; c'e' il nulla - pensavo - e li', infatti, collocavo
proprio il vero essere, quel Dio di cui i grandi mi parlavano e che io
desideravo vedere, contemplare, noncurante della morte.
Angela, ecco, ha riportato a me quella bambina che si era  smarrita: a lungo
avevano agito su di me Pirandello, letto a dieci anni, Dostoevskij in una
lunghissima influenza, l'esistenzialismo ai tempi del liceo, Marx, Hegel, la
fenomenologia, l'antipsichiatria all'universita', prima del mio incontro con
il femminismo.
La mia passione per l'infinito non sarebbe potuta rinascere se non
attraverso la mediazione di un'altra donna, una grande filosofa come Angela,
nella lettura di un'altra  grande filosofa donna come Simone Weil.
I miei primi e brevi saggi sulla Weil (La politica: un desiderio d'infinito;
La concezione dell'azione in Simone Weil; La politica come aspirazione al
bene) (1) sono contemporanei al testo di Angela, Simone Weil e la passione
di Dio; il mio testo Il lavoro e la grazia (2) invece e' stato pubblicato un
po' dopo di quel suo testo e prima di Simone Weil. Un'intima estraneita'.
Durante la stesura del mio ultimo libro gia' ascoltavo le riflessioni di
Angela, che si spingeva ad analizzare l'infinito attraverso Cantor.
*
Ho avuto il privilegio di ascoltare Angela per ore intere. Era solita
affrontare un tema partendo da un punto che sembrava preso a caso,
approfondirlo nelle sue infinite sfaccettature, con voli in avanti e
passaggi repentini indietro, per riacciuffare qualcosa sfuggita al suo fitto
e fine argomentare. Le argomentazioni si affiancavano, a volte sembravano
sovrapporsi, accavallarsi, rimanevano sospese e si ricongiungevano come i
cerchi di una danza, e, pur stringendoti in una morsa, erano leggere, appena
appena sussurrate.
La Politica, la Forza, la Fabbrica, la Grazia, l'Amore sono i temi della
Weil di cui si parlava. L'infinito era il nostro tema preferito, anche se,
quando lei si sospingeva sul piano della matematica e di Cantor, io non la
seguivo piu', un po' perche' fermata dal mio blocco infantile verso la
matematica, un po' perche' ero pressata da un interrogativo piu' terreno, da
un'urgenza dettata dal mio vivere piu' direttamente dentro i meccanismi del
potere di una politica che mi appariva sempre meno convincente, e avvertivo
il bisogno di avere strumenti non solo teorici ma anche di orientamento
pratico per agire nel qui ed ora. Quando si allontanava dalle mie urgenze,
pazientemente aspettavo il momento opportuno per riagganciarmi ad un lembo
del suo ragionamento che improvviso, come il classico lampo nelle tenebre
notturne, tornava a rischiarare le mie idee.
I miei interrogativi finivano sempre per ricondursi sul "come" l'infinito
operi nell'ordine delle cose del mondo, nella politica, nella nostra singola
esistenza.
*
I miei primi tre saggi sono tutti e tre protesi a ricercare punti di
contatto, nel pensiero della Weil, tra la politica e l'infinito: Angela era
maestra su pensieri che appunto riguardavano l'infinito che entra nelle cose
mondane, il legame tra limite/illimitato, quella concezione di limite che,
appoggiato agli infiniti cantoriani, diverra' "un niente" sottratto
all'enumerazione aritmetica, quell'infinitamente piccolo che struttura
"un'intima estraneita'".
Ma solo nel testo Il Lavoro e la Grazia affronto piu' direttamente questo
nucleo attraverso l'operare del soprannaturale nel mondo e nella politica
come unica prospettiva per sospendere i meccanismi costrittivi del lavoro
alienato, del sociale e del potere.
*
Come sono arrivata a questo concetto di "sospensione"?
Non leggendo il libro di Angela, gia' stampato, ma ascoltando, in anticipo,
piccoli racconti di cui avrebbe intessuto il suo testo Simone Weil e La
passione di Dio, e che e' stato, per me, un testo piu' ascoltato che letto.
In definitiva anche questa mia relazione ha la forma di una narrazione, e'
come un racconto.
Il nucleo teorico dei tre racconti di Angela riguarda proprio l'infinito,
ovvero il movimento dell'amore, unico ostacolo alla potenza della forza.
Angela mi parlava delle cose del mondo,stoffa intessuta, dono d'amore di
Zeus, della pieta' del poeta Omero, dell'amore di Dio e dell'incarnazione di
Cristo e dell'amore del guerriero Arjuna, come azioni non-agenti, ossia
gratuite, non finalizzate. Ho appreso da lei che l'infinito non e' al di la'
ma agisce nel mondo proprio sullo stesso terreno della forza ma con altre
modalita', ossia con le modalita' dell'amore in quanto Grazia, che e',
appunto, gratuita e non finalizzata.
Nel mio testo Il Lavoro e la Grazia i racconti di Angela non sono riportati,
ma  sono stati essenziali per me per entrare nell'ambito del pensiero
weiliano. Pur non essendo mai stata comunista, comunque mi muovevo
all'interno di categorie come dialettica, rivoluzione. Angela ha spostato il
mio punto di vista, mi ha insegnato che non c'e' possibilita' di
ribaltamento della situazione per chi subisce la costrizione. La costrizione
e' come una morsa che ti toglie il respiro, annienta ogni volonta' di
reazione, annienta lo stesso io.
L'oppressione lavorativa, la crudelta' della guerra in cui non ci sono
vincitori ma sono tutti vinti, la sventura, sono condizioni invalicabili.
"Weil tiene a distanza la parola rivoluzione perche' propone un
capovolgimento interno. E non una frattura verso l'estraneita'" ha sostenuto
poi Angela nel suo libro Un'intima estraneita' (3).
*
Ma e' proprio nel punto in cui l'io viene annientato, e' nel vuoto dall'io
che s'incunea la misericordia divina, l'amore di Dio, l'infinito.
E' sempre l'amore cio' che sospende il gioco della forza e della sua
riproduzione, che spezza in due parti l'uomo, il poeta, l'eroe, il guerriero
e finanche Cristo, figlio di Dio: Omero che prova pieta' sia per i greci che
per i troiani, ma che non abbandona il campo di battaglia, Cristo redentore
che spezza l'essere umano in innocente e criminale e prende su di se' la
parte del crimine per non propagare la forza, Arjuna lacerato tra il suo
dharma di guerriero e l'amore per l'impotenza rappresentato da Krsna. E' la
ferita che apre il passaggio al soprannaturale inteso non come ascesa, ma
come discesa nel singolo granello di senape, o chicco di melograna.
Nel libro Un'intima estraneita' il passaggio al soprannaturale  diverra' "un
niente", un infinitamente piccolo cantoriano, che e' "come un foro nella
realta' per accedere al reale" (4).
Noi esseri umani siamo un campo di battaglia in cui si combatte una guerra
tra un granello di senape contro tutto l'impero della forza, occorre allora
come suggerisce Krsna ad Arjuna "non godere dei frutti dell'azione... egli
deve agire per l'atto, distaccandosi anche dallo stesso agire" (5), ossia
annientare la volonta'. Questo e' l'atto di de-creazione o azione
non-agente.
Ma non e' facile, pero', che l'io di fronte alla ferita accetti la
de-creazione, e' piu' facile che si aggrappi alla massa, perche' associa la
de-creazione alla disgregazione, a quella percezione di un fondo primordiale
decomposto, ossia l'Apeiron che Angela,  interpretando in modo estremo il
frammento di Anassimandro, ci descrive come il cominciamento, "un luogo
ingovernato, aperto a qualunque occorrenza, tenuto in balia del tempo" (6).
L'io che crede di essere ancorato ad  un fondamento, che in quanto tale
dovrebbe avere una sua forte stabilita', nell'avvertire, invece, di stare su
un fondo tutt'altro che solido, pur di non subire il naufragio, si aggrappa
alla massa; l'io di fronte alla ferita  cerca il legame  nella massa "quale
antitodo alla sventura" (Un'intima estraneita', p. 83).
*
Solo l'amore, collocando la singolarita' nel centro di una contraddizione
sbilanciata, apre il passaggio all'infinito. Il tema dell'infinito si
intreccia con quello della contraddizione come bilancia di bracci diseguali,
ma soprattutto si intreccia con il desiderio. Un desiderio che non parte
dall'io, che fa vuoto dell'oggetto ma anche del soggetto e attraversa la
singolarita', dall'infinito verso l'infinito.
La forza si attaglia all'interno di un oggetto, promuovendo una
conciliazione indebita e percio' irreale o anche sognata. La
centralizzazione sulla figura di un capo, che subentra al posto della
ferita, e' "il tratto distintivo della suggestione di massa" (7). Il
movimento dell'amore e' il movimento opposto a quello della massa che per
non percepire il vuoto lo colma: l'amore del poeta l'amore del guerriero
l'amore di Dio fa vuoto, de-crea.
L'amore e' come la grazia, e' un evento non previsto che muove da una parte
opposta ai meccanismi della forza, e agisce dall'interno sospendendone gli
effetti.
L'amore e' la proposta politica che la Weil matura ci porge, altro che
abbandono del campo di battaglia in una fuga nel misticismo, come sostiene
una certa critica weiliana.
*
L'ultimo capitolo dell'ultimo libro di Angela, ossia Un'intima estraneita',
parla di lutto, del morto. Mi sono chiesta banalmente se Angela avesse
presentito la morte. Ma approfondendo la lettura ho rilevato che non e'
forte il legame tra morto e  morte, ma tra il morto come passaggio
dell'infinito nel finito e il morto come estraneita' vissuta nell'intimita'
singolare.
Gli infiniti si danno secondo l'interpretazione che Angela fa della Weil sia
nella politica come molteplice che nella relazione duale. La relazione duale
si da' nell'incontro, in un incontro in cui i due non diventano mai un noi,
sono in una relazione  che si da' nella sua sospensione, mai
nell'unificazione, ossia si da' nel lutto. Il lutto esprime non la mancanza
dell'altro che non puo' piu' soddisfarci, ma "la separazione da cui non
possiamo dividerci e che non possiamo eliminare" (Un'intima estraneita', p.
158).
La relazione si afferma  proprio nel suo essere impossibile.
Non e' l'impossibilita' della comunita' batailliana - in cui non si puo'
incontrare l'altro se non nella morte e quindi nell'annientamento dei due -
ad orientare il pensiero di Angela, ma la comunita' impossibile di Blanchot
che Margherite Duras mette in scena in un luogo senza tempo, immortalando
l'incontro di due amanti che s'incontrano senza incontrarsi e vivono
l'impossibilita' della fusione in un noi, insieme all'impossibilita' di un
definitivo distacco. E' il morto che li unisce nella separazione, non e' la
morte in cui l'io e il tu si annientano e si fondono: Angela non a caso
riprende le parole di uno degli amanti che dice: "Ho visto che lo
guardavo... Sapevo che sapeva. Sapeva che a ogni ora del giorno io pensavo:
Non e' morto..." (8).
E continua sostenendo che desideriamo l'altro, non malgrado sia
irrimediabilmente diviso, estraneo a un noi, ma grazie a cio'. Questo non ci
conduce, alla considerazione maschile del desiderio come mancanza e  ricerca
continua di riempire con il possesso questa mancanza, ma a considerare lo
spazio della separazione come struttura affermativa del desiderio.
Un desiderio che non si consuma nell'oggetto, ne' si attaglia all'io inteso
nella sua insuperabile atomicita', ma che attraversa la singolarita', una
singolarita' depurata dall'io, gia' in relazione con un tu. Un desiderio che
come la grazia giunge da un altrove.
Non c'e' nessun movimento d'ascesi nel pensiero della Weil, perche' e'
sempre il soprannaturale, l'infinito a scendere ed a piegarsi nel finito,
"le cose del mondo sono le pieghe dell'infinito", come le onde del mare rese
dalle pieghe della stoffa di Zeus.
Simone Weil e la passione di Dio si conclude con la lacerazione, con "la
lotta interiore" e la de-creazione, dentro cui fa capolino l'infinito. Cosi'
si conclude anche Un'intima estraneita', con la ferita come piega
dell'esistenza che non si chiude nell'intimita' e si apre all'altro da se',
ferita che tiene insieme i due momenti non nella conciliazione, ma come
campo di battaglia.
*
Cosi' si legge nel libro di Angela: "Nonostante alcune posizioni della
critica weiliana siano a favore di una presunta costruzione armonica e
unitaria dell'essere umano, quello che mi sembra evidente e' che invece lei
faccia agire sempre una dimensione conflittuale, irriconciliata. La
soggettivita' si produce a partire dal dividersi. E solo la materia del
separarsi e' quella che da' intimita'" (9).
E' questo un pensiero neutro ed e' per caso che siano due donne  a parlarne?
No.
Non e' ininfluente che sia una donna a parlare ed una donna a farsi
interprete di questo parola: "donna", il cui  significante parte da un
fuori, proprio da un'estraneita', "un'esteriorita' che ci previene e si
raccoglie in un interno - scrive Angela -, un'infinita' che s'inaugura a
partire dal non contabile" (10).
Nel gioco fra gli amanti della Duras, gioco del sapere e del non sapere, del
si sa e del non sapere del si sa, e' la donna che sa: una donna sa, perche'
ha gia sperimento come suo, prima di saperlo, l'accadimento di
un'estraneita' che non e' un assoluto essere fuori, e di un'intimita' che
non e' un assoluto essere dentro. Proprio come gli infiniti cantoriani che
non si presentano mai come puro "fuori", ne' come assoluto "dentro".
Vivere e' stare in questa ferita e in questa lacerazione, non
nell'omologazione del contabile e della numerazione del piu' uno.
Angela ha vissuto la lacerazione e la ferita prima di descriverla, l'ha
interpretata veramente fino in fondo, ha vissuto fino in fondo la vita.
Per noi che dobbiamo continuare a vivere anche nella lacerazione e nella
separazione data dalla sua morte, la cosa migliore da farsi per seguirla
nella sua ispirazione e non solo in uno sterile ricordo, e' coltivare e far
lievitare quel granello di senape, quell'infinitamente piccolo che e' in
ognuno di noi, preso nella sua assoluta singolarita', aperto al
soprannaturale, a quell'infinito amore, che ancora ci lega ad Angela e a
Lucia  [che - ricordando le parole di Angela sul concetto di "limite " -
potremmo dire che si sono appena svegliate dall'altra parte]. Angela e
Lucia, accomunate  in una relazione che si muove  in quell'infinito che
ignora la barriera tra  vita e morte.
*
Note
1. Nell'ordine seguente: "Iride", n. 10, sett. 1992 - dic. 1993; Atti del
convegno internazionale "Filosofia, Donne, Filosofie", Milella, Lecce 1994;
AA. VV., Obbedire al tempo, Esi, Napoli 1996.
2. Giovana Borrello: Il Lavoro e la Grazia. Un percorso attraverso il
pensiero di Simone Weil. Liguori, Napoli 2001.
3. Angela Putino, Un'intima estraneita', Cittaa' aperta, Troina (Enna) 2006,
pp. 152-3.
4. Cfr , Angela Putino, cit., p. 112.
5. Angela Putino, Simone Weil e la passione di Dio, Edb, Bologna 1996, p.
69.
6. Angela Putino, cit., p. 68.
7. Angela Putino, cit., p. 87.
8. Angela Putino, cit., p. 159.
9. Angela Putino, cit., p. 169.
10. Cfr. Angela Putino, cit., p. 168.
*
Testi consigliati
- Angela Putino, Simone Weil e la passione di Dio, Edb, Bologna 1997.
- Angela Putino, Simone Weil. Un'intima estraneita', Citta' Aperta, Troina
(Enna) 2006.

3. RIFLESSIONE. WANDA TOMMASI: IL SEGNO DELLA DIFFERENZA NELLA STORIA DELLA
FILOSOFIA
[Da "Per amore del mondo", rivista on line della comunita' filosofica
femminile "Diotima" (www.diotimafilosofe.it), estate 2007.
Wanda Tommasi e' docente di storia della filosofia contemporanea
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica di "Diotima".
Opere di Wanda Tommasi: La natura e la macchina. Hegel sull'economia e le
scienze, Liguori, Napoli 1979; Maurice Blanchot: la parola errante, Bertani,
Verona 1984; Simone Weil: segni, idoli e simboli, Franco Angeli, Milano
1993; Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori,
Napoli 1997; I filosofi e le donne, Tre Lune, Mantova 2001; Etty Hillesum.
L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002; La scrittura del
deserto, Liguori, Napoli 2004]

Come modificare i manuali di storia della filosofia, uscendo dal
neutro-universale e rendendo conto della differenza di essere uomini/donne
nel pensiero? Il compito non e' facile, dal momento che il soggetto
filosofico e' stato quasi sempre l'Uomo, inteso come neutro-universale, ma
in realta' modellato secondo la prospettiva androcentrica, che considera
l'uomo - il maschio - come il modello piu' alto di umanita'. (Cfr. Adriana
Cavarero, Il principio parita', "Polite. Saperi e liberta'"). Alcuni manuali
danno gia' ora spazio, nel Novecento, a figure di donne pensatrici (Simone
Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano, Edith Stein) e al pensiero della
differenza sessuale. E' indubbio che e' nella contemporaneita' che si e'
aperta la prspettiva della differenza sessuale: ma, se assunta fino in
fondo, essa obbliga a guardare con altri occhi anche il lascito di tutta la
tradizione.
*
I modi in cui il pensiero della differenza sessuale potrebbe farsi valere,
nel rileggere criticamente la storia della filosofia, sono a mio parere
fondamentalmente due, da assumere entrambi, in modo complementare (entrambi
mi hanno guidato nel mio libro I filosofi e le donne. La differenza sessuale
nella storia della filosofia, Tre lune, Mantova 2001).
Il primo e' un filo conduttore molto ricorrente nei filosofi della
tradizione, ma quasi sempre passato sotto silenzio, cioe' la loro misoginia
o il loro androcentrismo. Questo puo' essere un filo conduttore molto
persistente: segnalare la misoginia di alcuni filosofi e l'androcentrismo di
molti altri non dovrebbe essere tanto un atto d'accusa nei loro confronti,
quanto piuttosto un modo di mostrare un lato oscuro della civilta'
occidentale, il disagio di uomini nei confronti delle donne e la mancata
elaborazione della differenza sessuale come segni del predominio storico
maschile e, nel contempo, come prezzi pagati all'astrazione, alla ricerca
dell'oggettivita' e all'elaborazione del neutro-universale. Inoltre, tenere
presente questo filo conduttore permetterebbe di far risaltare, in positivo,
i pochi esempi di filosofi - come John Stuart Mill, Marx ed Engels - che
hanno spezzato una lancia a favore delle donne.
Il secondo approccio, che dovrebbe essere complementare al primo, consiste
invece nel sottolineare positivamente la presenza femminile in alcuni
momenti della storia della filosofia. Faccio alcuni esempi: l'importanza
della mistica femminile, da Ildegarda di Bingen a Margherita Porete (la
quale influisce su Eckhart, il quale a sua volta e' ripreso da filosofi come
Cusano ed Hegel), a Teresa d'Avila; gli scambi epistolari fra Cartesio ed
Elisabetta di Boemia e Cristina di Svezia, che mostrano alcune donne come
interlocutrici privilegiate del cartesianesimo nascente; l'attenta recezione
femminile del pensiero di Rousseau (il quale pure e' stato un pensatore
androcentrico, se non misogino); la nascita del pensiero emancipazionista
con Mary Wollstonecraft; l'importanza di alcune figure femminili nel primo
romanticismo, come Bettina Brentano e Karoline von Guenderode.
Questi sono solo alcuni esempi di come si potrebbero mostrare in positivo un
protagonismo e un'interlocuzione femminile in diversi passaggi della storia
della filosofia. Non che quest'ultimo possa costituire un elemento di totale
continuita': la presenza di donne nella storia - anche nella storia della
filosofia - e' segnata dall'intermittenza, e questa va accettata come segno
di una storicita' originale (cfr. Diotima, Approfittare dell'assenza,
Liguori, Napoli 2002).
Che, nonostante l'impronta misogina o androcentrica di gran parte della
tradizione occidentale, diverse donne siano riuscite anche in passato a
elaborare un pensiero originale resta come testimonianza di una liberta'
femminile, che i pesanti condizionamenti socio-simbolici non sono riusciti a
spegnere.

4. LIBRI. DIANA NAPOLI PRESENTA "EVIDENCE DE L'HISTOIRE" DI FRANCOIS HARTOG
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti: e-mail: mir.brescia at libero.it,
sito: www.storiedellastoria.it) per questa recensione.
Diana Napoli, laureata in storia presso l'Universita' degli studi di Milano,
e' attualmente volontaria presso il Centro per la nonviolenza di Brescia.
Francois Hartog, prestigioso storico, e' directeur d'etudes presso l'Ecole
des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi; si occupa di storiografia
antica e di ordini della temporalita' nell'elaborazione del pensiero
storico. Tra le opere di Francois Hartog: Lo specchio di Erodoto, Il
Saggiatore, Milano 1992; Memoria di Ulisse. Racconti sulla frontiera
nell'antica Grecia, Einaudi, Torino 2002; Regimi di storicita'. Presentismo
e esperienze del tempo, Sellerio, Palermo 2007]

Francois Hartog: "Evidence de l'Histoire", Ehess, 2005, Gallimard, 2007.
Che cos'e', ed esiste, un'evidenza della storia?
Questo libro, oltretutto coinvolgente per la scrittura piacevole e precisa
dell'autore, attraversa la storiografia occidentale all'insegna di questa
domanda: cos'e' questa famigerata e presunta evidenza e come gli storici (ma
non solo) l'hanno, nel corso dei secoli, variamente intesa.
Partendo dai significati e gli usi assunti nel mondo greco dal termine che
noi traduciamo come "evidenza", Hartog indica come essi, riferendosi al
rendersi visibile dell'invisibile, o a una sfera del necessariamente vero,
oppure, nel campo dell'oratoria, alla capacita' di produrre l'illusione
della realta' (far sembrare o dire come se fosse vero), siano legati non
solo alla nascita della storia, ma anche a tutte le questioni da sempre e
ancor oggi materia di riflessione e discussione all'interno del dibattito
storiografico. Esiste una verita' della storia? Ha a che fare con la
giustizia? E' una persuasione, un'illusione di realta'? E quali sono gli
strumenti a disposizione dello storico per cogliere e mostrare l'evidenza di
cui, per una ragione o per l'altra, viene "in possesso"?
*
Questo viaggio di Hartog, da Omero a Michel de Certeau, non ha pero'
l'intenzione di mostrare con scetticismo un'eventuale inconsistenza delle
problematiche attualmente all'attenzione della storiografia e della
filosofia della storia, come se si trattasse in fondo di questioni, se non
regolate definitivamente, quantomeno gia' affrontate qualche millennio fa.
Al contrario questo va-et-vient, prima di tutto semantico, tra l'antichita'
e la contemporaneita', permette non solo di meglio comprendere le poste in
gioco dell'attualita' cosi' come la fecondita' delle intuizioni gia' di
Erodoto e Tucidide, ma  soprattutto (ed e' questo l'aspetto piu'
affascinante) delinea una Storia continuamente alla ricerca di se stessa,
continuamente in bilico tra l'ansia di comprensione e la domanda sul senso
della propria ricerca, mai dato per scontato e cosi' ben formulato, per
esempio, quasi quarant'anni fa, dalle parole dello storico Moses Finley in
una sua lezione inaugurale a Cambridge e che lo stesso Hartog riporta: "Quel
est l'effet de l'etude de l'histoire? Cui bono? Qui ecoute? Pourquoi?
Pourquoi non?".
E tuttavia questo libro non intende fornire una risposta definitiva, un
vademecum per l'apprendista storico.
Anzi, partendo dalla constatazione che la messa in discussione della
disciplina storica e' stata condotta principalmente dagli "addetti al
mestiere", che hanno continuamente riflettuto sul proprio rapporto nei
confronti del passato e del modo di coglierlo, Hartog ci conduce attraverso
una "visione" (che e' ancora un termine appartenente al campo dell'evidenza)
dei diversi volti e ruoli assunti dalla storia e dagli storici: limitandoci
all'epoca moderna e contemporanea, e solo per fare qualche esempio, prima la
fiducia di un Thierry, per cui il passato parlava da se' nei fatti e nei
documenti che era necessario solo lasciar parlare; poi l'attualissima
tragicita' di Michelet (cui e' dedicato un intero e suggestivo capitolo),
per cui l'evidenza della storia non risiedeva mai nei documenti lasciati
parlare, ma nella capacita' dello storico di "rifare la vita", celebrando
"l'office des morts", frequentando gli abissi e i silenzi della storia e
lasciando parlare piuttosto questi ultimi; fino al ripiego (ricordiamo che
scriveva dopo Sedan) nell'animo umano di Fustel per cui l'invisibile da
portare alla luce, l'evidenza che lo storico aveva il compito di indicare,
era da ricercare nella natura umana, solo territorio in cui si potevano
"vedere la storia" e i cambiamenti intervenuti.
Fino all'ultimo capitolo dedicato a Michel de Certeau (meno descritto e
raccontato che evocato) in cui si intravede l'immagine dello storico come
viaggiatore sempre ai confini del presente, seguendo solo le tracce che
hanno testimoniato del passaggio dell'altro e producendo un discorso che
"organizza una presenza mancante".
*
Ma quella di Hartog non e' una semplice panoramica di modi diversi di fare o
concepire la storia: sono ben altre, in questo attraversare a passo svelto
la storia della storiografia occidentale, le questioni ad essere messe in
luce.
Non solo il dialogo che essa (seppur sulla difensiva) ha intrattenuto con la
filosofia, in particolare lo strutturalismo, ma in genere con tutta la
riflessione filosofica che a partire dalla problematica del tempo e del
linguaggio ha finito per mettere in discussione lo statuto epistemologico
della disciplina storica (e, in effetti, da questo punto di vista, fu anche
un dialogo tra sordi per il modo assai diverso in cui storia e filosofia
concepivano termini e concetti che pure entrambe utilizzavano); ma
soprattutto sono abbordati, in maniera sempre problematica, alcuni dei
luoghi tra i piu' controversi al centro del dibattito storiografico oggi
(luoghi non nuovi, e infatti per spiegarli uno dei migliori interlocutori e'
considerato nientemeno che Peguy) e per districarsi nei quali Hartog non
dimentica mai di lasciarsi illuminare dall'insegnamento dei maestri greci:
lo storico e il testimone, lo storico e il giudice, lo storico e la
giustizia e infine la tematica piu' d'attualita', la coppia da sempre
litigiosa e difficile di storia e memoria, su cui pesa ormai l'ombra lunga
di Auschwitz e la rincorsa all'ultimo testimone (in Francia poi la questione
si intreccia a quella che in storiografia e stata chiamata la "sindrome di
Vichy") nel tentativo di scongiurare in anticipo tutti i possibili
revisionismi, rincorsa che pero' (ed e' per questo che la responsabilita',
la presunta capacita' di "evidenza" degli storici viene richiamata con
forza) spesso e' operata, anche se in buona fede, senza cognizione di causa,
senza essere sorretta dalla consapevolezza, fondamentale quanto tragica,
espressa nei versi di Paul Celan che anche Hartog riporta, dell'impasse che
avvolge la condizione del testimone: "Niemand/ zeugt fuer den/ Zeugen"
(Nessuno/ testimonia per il/ testimone).

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 187 del 20 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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