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Nonviolenza. Femminile plurale. 123



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 123 del 23 agosto 2007

In questo numero:
1. Ancora una opportuna premessa
2. Rosi Braidotti, Donna Haraway, Juliet Mitchell, Joan Scott. Un dibattito
nel 2000 su "Sapere, sesso, politica" (parte seconda e conclusiva)

1. RIFLESSIONE. ANCORA UNA OPPORTUNA PREMESSA

Alcune delle riflessioni svolte nel dibattito che di seguito riportiamo
inducono a qualche perplessita'. Senza ripeterle qui, rinviamo alle
considerazioni svolte nella premessa al n. 122 di questo stesso foglio, in
cui e' pubblicata la prima parte del dibattito.

2. RIFLESSIONE. ROSI BRAIDOTTI, DONNA HARAWAY, JULIET MITCHELL, JOAN SCOTT.
UN DIBATTITO NEL 2000 SU "SAPERE, SESSO, POLITICA" (PARTE SECONDA E
CONCLUSIVA)
[Dal sito www.caffeeuropa.it riprendiamo il seguente dibattito su "Sapere,
sesso, politica" apparso su "Caffe' Europa" 114 del 28 dicembre 2000, e
corredato di ulteriori materiali nella rivista "Reset" che lo ha promosso
(la traduzione e' di Anna Tagliavini).
Rosi Braidotti, nata in Italia, cresciuta in Australia, Rosi Braidotti ha
studiato a Parigi e oggi vive e insegna in Olanda, presso l'Universita' di
Utrecht, dove e' docente di Women's Studies e dirige la Netherlands Research
School of Women's Studies; e' coordinatrice di "Athena", il progetto di
scambi e ricerche di Women's Studies nell'ambito del programma "Socrates"
della Commissione dell'Unione Europea. Opere di Rosi Braidotti in edizione
italiana: (con Patrizia Magli e Nancy Huston), Le donne e i segni, Il Lavoro
Editoriale, 1985, Transeuropa, 1988; Dissonanze. Le donne e la filosofia
contemporanea, La Tartaruga, Milano 1994; Soggetto nomade. Femminismo e
crisi della modernita', Donzelli, Roma 1995; Madri, mostri, macchine,
Manifestolibri, Roma 1996, 2005; Per un femminismo nomade, Stampa
Alternativa, Viterbo 1996;Nuovi soggetti nomadi. Transizioni e identita'
postnazionaliste, Luca Sossella, 2002; In metamorfosi. Verso una teoria
materialistica del divenire, Feltrinelli, Milano 2003.
Donna Haraway, influente pensatrice femminista americana, docente
universitaria, saggista, e' nota soprattutto per il suo Manifesto cyborg,
edito in Italia da Feltrinelli. Da un articolo apparso su "La nonviolenza e'
in cammino" n. 907 riprendiamo la seguente noitizia "E' nata in Colorado da
una famiglia cattolica di origine irlandese. Si laurea in biologia e dopo la
seconda guerra mondiale, rendendosi conto dei risvolti politici della
militarizzazione della scienza, inizia ad impegnarsi attivamente per i
diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Tiene il suo primo corso su
donne e scienza nel 1971 all'Universita' di Honolulu. Si trasferisce
all'Universita' di Baltimora ed entra in un gruppo femminista socialista
cominciando a sviluppare il suo pensiero antirazzista, non sessista e
critico delle applicazioni di elettronica, chimica e biologia dell'industria
bellica. Pubblica il suo primo libro (Cristal, Fabrics and Fields: Metaphors
of Organicism in Twentieth-Century Developmental Biology, Yale University
Press, New Haven, 1976) sulla biologia evolutiva e successivamente scrive
Primate Visions: Gender, Race and Nature in the World of Modern Science,
Routledge, New York and London, 1989, sui vari aspetti della primatologia.
Nel 1980 si trasferisce all'Universita' della California a Santa Cruz per
insegnare teoria femminista ed inizia a lavorare sul cyborg e, come da lei
stessa indicato, 'su altre ibridizzazioni e fusioni tra l'organico, l'umano
ed il tecnico, e il modo in cui il materiale, il letterale e il tropico
implodono'. Il frutto dei suoi studi e' pubblicato in una raccolta di
scritti intitolata: Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature,
Routledge, New York 1991. Piu' recentemente ha pubblicato nel 1995 un saggio
sulla critica femminista della scienza. Attualmente insegna teoria
femminista, studi femministi e cultura e storia della scienza e della
tecnologia nel dipartimento di Storia della coscienza all'Universita' della
California a Santa Cruz. Una bibliografia minima in italiano: Donna Haraway,
Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli,
Milano 1995; Donna Haraway, Testimone - modesta @ femaleman - incontra -
Oncotopo. Femminismo e tecnoscienza, Feltrinelli, Milano 2000; Rosi
Braidotti, Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernita', Donzelli,
Roma 1995; Rosi Braidotti, Madri, mostri e macchine, Manifestolibri, Roma
1996; Rivista Decoder, Shake Edizioni Underground, Milano, www.decoder.it;
Susan Faludi, Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne,
Baldini e Castoldi, Milano 1992; Pat Cadigan, Mindplayers, Shake Edizioni
Underground, Milano; Pat Cadigan, Sintetizzatori umani, Shake Edizioni
Underground, Milano, 1998; Pat Cadigan, Folli, Shake Edizioni Underground,
Milano, 2000". Sempre da "La nonviolenza e' in cammino" n. 907 riportiamo la
seguente scheda estratta da Franco Restaino, Adriana Cavarero, Le filosofie
femministe, Paravia, Torino 1999, p. 238: "Studiosa di biologia e
biotecnologie in una universita' californiana dove ha come colleghe altre
femministe (Angela Davis, Teresa de Lauretis), Donna Haraway, dopo alcuni
libri specialistici, pubblica nel 1985 l'ormai famoso A Manifesto for Cyborg
Science, technology, and Socialist Feminism in the 1980s, cui si fa risalire
il 'cyberfemminismo', una delle 'correnti' interne al femminismo degli
ultimi quindici anni. Haraway propone una 'giocosa' utopia femminista e
socialista radicata nella consapevolezza che siamo al di la' della
modernita', siamo nel sistema che l'autrice definisce 'informatica del
dominio'. Tutti i concetti 'moderni' di classe, sesso, razza, vengono
'superati' nel concetto di 'cyborg' (individuo meta' macchina - cyb - e
meta' organismo - org), che va al di la' del 'genere' e della 'genesi' e
consente di guardare a un tipo di societa' con ruolo mobili e
intercambiabili e con lavori non piu' 'pesanti' ma 'leggeri' (la cibernetica
e' la tecnologia che rendera' possibile il compimento di un processo gia'
avanzato in questa direzione). Stiamo tutti diventando dei 'cyborgs', nel
senso che la vita di ognuno di noi e' sempre piu' condizionata dalle
macchine e dall'informatica. Non bisogna esorcizzare o demonizzare questo
processo, ma assecondarlo e utilizzarlo in senso femminista e socialista,
trasformandolo in un processo rivoluzionario verso una societa' accettabile
e 'gioiosa'".
Juliet Mitchell, nata in Nuova Zelanda nel 1940, vissuta in Inghilterra fin
dall'infanzia, pensatrice e militante femminista, docente universitaria,
saggista, psicoanalista; dopo gli studi a Oxford, ha insegnato fino al 1970
nelle Universita' di Leeds e Reading, insegna ora Genere e societa' presso
l'Universita' di Cambridge, e' fellow al Jesus College di Cambridge, e'
visiting professor di Letteratura comparata presso la Yale University;
redattrice della "New Left Review", impegnata nel gruppo londinese del
Women's Liberation Workshop, fa parte della British Psycho-Analytical
Society e dell'International Psychoanalytical Association (Ipa). Opere di
Juliet Mitchell: Woman's Estate, Penguin, 1971; Psychoanalysis and Feminism.
Freud, Reich, Laing and Women,1974, riedito come Psychoanalysis and
Feminism: A Radical Reassessment of Freudian Psychoanalysis, Basic Books
2000;  Women: The Longest Revolution, Virago Press 1984; (a cura di),
Feminine Sexuality. Jacques Lacan and the ecole freudienne, W. W. Norton &
Company, 1985; (a cura di), Selected Melanie Klein, The Free Press, 1987; (a
cura di, con Ann Oakley), Who's Afraid of Feminism?: Seeing Through the
Backlash, New Press, 1997; Mad Men and Medusas: Reclaiming Hysteria, Basic
Books, 2001; Siblings, Sex and Violence, Cambridge, Polity Press, 2003; in
italiano: La rivoluzione piu' lunga, Savelli, Roma 1972; La condizione della
donna, Einaudi, Torino 1972; Psicoanalisi e femminismo. Freud, Reich, Laing
e altri punti di vista sulla donna, Einaudi, Torino 1976; Pazzi e meduse.
Ripensare l'isteria alla luce della relazione tra fratelli e sorelle, La
Tartaruga, Milano 2004.
Joan Scott, pensatrice femminista, storica, docente universitaria a
Princeton, ha dato un fondamentale contributo alla concettualizzazione e
alla pratica della storiografia di genere. Opere di Joan Scott: The
Glassworkers of Carmaux: French Craftsmen and Political Action in a
Nineteenth Century City, Cambridge, Ma,  Harvard University Press, 1974
(trad. francese: Flammarion, 1982); (con Louise Tilly), Women, Work and
Family, New York, Holt, Rinehart and Winston, 1978, Routledge, 1987
(tradotto in italiano nel 1981 e in francese nel 1987); Gender and the
Politics of History, New York, Columbia University Press, 1988, nuova
edizione, 1999 (trad. giapponese: Heibonsha 1992); Only Paradoxes to Offer:
French Feminists and the Rights of Man, Harvard University Press, 1996
(trad. fr.: Albin Michel, 1998; trad. portoghese: Editora Mulheres, 2002;
trad. coreana: Sang Sanchi, 2006; Parite': Sexual Equality and the Crisis of
French Universalism, Chicago, University of Chicago Press, 2005 (tr. fr.:
Albin Michel, 2005; The Politics of the Veil, Princeton University Press,
2007; The Fantasy of Feminist History: Essays, Durham, Duke University
Press, 2008. Opere curate da Joan Scott: (a cura di, con Brian Tierney),
Western Societies: A Documentary History, 2 voll., New York, Alfred Knopf,
1983, 1999; (a cura di, con Jill Conway e Susan Bourque), Learning about
Women: Gender, Power and Politics, University of Michigan Press, 1987; (a
cura di, con Judith Butler), Feminists Theorize the Political, New York,
Routledge, 1992; (a cura di), Alper, Benedict S. Love and Politics in
Wartime: Letters to my Wife, 1943-5, University of Illinois Press, 1992; (a
cura di, con James Gilbert, Amy Gilman, Donald Scott), The Mythmaking Frame
of Mind: Social Imagination and American Culture, San Francisco, Wadsworth,
1992; (a cura di), Feminism and History, Oxford University Press, 1996; (a
cura di, con Cora Kaplan e Debra Keates), Transitions, Environments,
Translations: Feminisms in International Politics, Routledge, 1997; (a cura
di, con Debra Keates), Schools of Thought: Twenty-five Years of Interpretive
Social Science, Princeton University Press, 2001; (a cura di, con Debra
Keates), Going Public: Feminism and the Shifting Boundaries of the Private
Sphere, Champaign, IL, University of Illinois Press, 2004; (a cura di),
Women's Studies on the Edge, Durham, Duke University Press, 2007. In
italiano: "Genere: un'utile categoria di analisi storica", in "Rivista di
storia contemporanea", n. 4, 1987, ed anche in Paola Di Cori (a cura di),
Altre storie, Clueb, Bologna 1996; "Uguaglianza versus differenza", in
"Memoria", n. 1, 1989; "La storia delle donne", in P. Burke (a cura di), La
storiografia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1993]

- "Reset": Consentitemi di chiarire ancora una volta la domanda a proposito
delle visioni politiche che il femminismo intende oggi assumere. Forse voi
rifiutate il paragone tra femminismo e democrazia sociale, nel senso che le
due principali rivoluzioni del secolo scorso sono state la rivoluzione
femminile e la rivoluzione sociale? Possiamo affermare che esiste un declino
di questi due soggetti - il movimento operaio e il movimento delle donne -
perche' in un certo senso hanno raggiunto entrambi i loro obiettivi
principali? C'e' una sorta di fine temporanea di questi movimenti perche'
hanno conseguito i loro scopi istituzionali, cioe' lo stato sociale e una
nuova condizione per le donne? Oppure rifiutate questo parallelo?
- Donna Haraway: Non e' vero che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti.
Penso al mercato internazionale del sesso, alle miserabili condizioni di
donne e bambini che lavorano in aziende che li sfruttano ignobilmente in
tutto il mondo, certamente anche a Los Angeles e a San Francisco, non
soltanto a Manila. Questi obiettivi sono ben lontani dall'essere acquisiti,
sia che si tratti degli obiettivi tradizionali della socialdemocrazia, sia
di quelli del femminismo. Sono stati solo da poco - anche se moderatamente -
raggiunti, istituzionalizzati, ma solo in alcune regioni del mondo.
- Rosi Braidotti: In merito al movimento operaio, io, che vengo dal Friuli,
mi chiedo oggi: "Chi e' il lavoratore del terzo millennio nel nord-est di
questo paese?". Non e' forse una domanda interessante? La classe operaia si
e' completamente fusa con il concetto di etnia, immigrazione, cittadinanza
parziale e flessibilita', che significa insicurezza strutturale. Ma non
possiamo dire che non esista il movimento operaio, perche' esiste: sono gli
addetti alle pulizie dei ristoranti McDonald, a salario zero...
- Joan Scott: Penso che dissociare il soggetto politico dal contesto storico
in cui lavora sia un grosso errore. Non possiamo dire che il soggetto
politico del XIX e XX secolo - lavoratori e donne - abbiano raggiunto i loro
obiettivi, per cui non sia rimasto loro piu' nulla da fare. Significherebbe
ignorare il contesto storico ed economico in cui operano o hanno operato.
Cio' che sta descrivendo Rosi e' la trasformazione dell'economia e della
politica, che rende obsoleti questi soggetti come modalita' di stabilire una
serie di richieste politiche e sociali. Quel che vogliamo dire e' che oggi
ci troviamo in una situazione nella quale le forme tradizionali
dell'organizzazione e della soggettivita' politica non sono piu' adeguate
per affrontare le questioni della razza, dell'etnia, del capitalismo
globale, delle nuove forme di tecnologia, delle nuove abitudini e delle
nuove concezioni del corpo e cosi' via. C'e' bisogno di qualcosa d'altro,
diverso da quello che aveva funzionato benissimo nel XIX secolo e
parzialmente nel XX secolo.
*
- "Reset": La risposta, quindi, e' "no, perche' abbiamo nuove priorita'".
- Rosi Braidotti: E un mondo di compiti nuovi.
- Donna Haraway: ... basato su problemi diversi.
- Juliet Mitchell: Concordo su quanto e' stato detto. Penso pero' che sia
molto importante sottolineare anche la specificita' delle donne in relazione
alle domande poste. In Gran Bretagna, di fatto, le donne si trovano sempre
piu' spesso al livello piu' basso di incertezza economica; la loro
situazione sociale va peggiorando; le madri singole stanno molto peggio
degli operai o di molti gruppi di disoccupati. Le madri singole occupano una
ben distinta categoria di poverta'. E questo avviene nel Primo mondo. Altre
domande, cui non pensiamo quando parliamo di "globalizzazione", e lo trovo
terribile, riguardano l'incremento della mortalita' e malnutrizione. Quindi,
mentre i paesi occidentali diventano sempre piu' ricchi, in altri paesi i
bambini continuano a morire e a essere denutriti, anzi lo sono sempre di
piu'. Faccio riferimento al lavoro di una collega e amica che opera in
Ghana, ed e' consulente dell'Ilo per le tematiche femminili. Ha preso in
esame la globalizzazione considerandola nel contesto di quanto e' accaduto a
donne e bambini. Ora, se le donne sono madri e i loro figli muoiono sempre
di piu' mentre la ricchezza aumenta, questo ci dice qualcosa riguardo alla
condizione delle donne. Studiando le fasi iniziali dell'industrializzazione,
gli storici hanno sottolineato che i nuovi modelli di occupazione femminile
avevano trasformato i modelli di mortalita' dei bambini e delle dimensioni
delle famiglie. Quel che accade oggi, e' che il lavoro femminile sta
cambiando. Si stanno in parte urbanizzando per poter lavorare, cambiando
anche la natura del lavoro agricolo femminile, in quanto non stanno piu' a
casa e non possono dunque allattare al seno i propri figli. Pertanto,
l'allattamento al seno diminuisce, il latte Nestle' aumenta. Il problema e'
che si tratta di latte in polvere. Ma per il latte in polvere ci vuole
l'acqua, che deve essere sterilizzata, e ovviamente sterilizzare l'acqua in
queste condizioni e' difficile e pericoloso. E poi non c'e' abbastanza
acqua. A questo si aggiunge il fatto che viene meno la contraccezione
naturale che si verifica durante l'allattamento al seno, ma anche la
contraccezione culturale, che deriva dall'evitare i rapporti sessuali
durante l'allattamento. Le gravidanze diventano quindi molto piu'
ravvicinate, e di conseguenza diminusice l'assistenza per i bambini. Si
tratta di problemi che riguardano da vicino anche le madri singole, le
ragazze madri del Primo mondo, mentre nei paesi in via di sviluppo le
questioni sono soprattutto correlate al cambiamento dei modelli di
occupazione femminile. C'e' quindi un legame, ritengo, tra le donne di tutto
il mondo. Percio' sono d'accordo con l'apertura alle questioni etniche e
razziali, cosi' da poter considerare e mettere a tema, in modo estremamente
concreto, l'attuale condizione delle donne.
- Donna Haraway: Posso confermare cio', anche sulla base di un libro di
Nancy Shepherd dal titolo Death without Weeping (Morte senza piangere). La
Shepherd ha dato un nome a questo fenomeno: la "modernizzazione della
mortalita' infantile". Qui si sostiene che per quanto riguarda la mortalita'
infantile e materna il miglioramento e' di norma un segno distintivo,
caratteristico della diffusione della democrazia, degli stati nazionali e
del benessere sociale. Ma esiste una forma molto specifica di mortalita'
infantile dovuta a diarrea, che e' direttamente collegata ai paesi
occidentali, e non solo al Terzo mondo. Si tratta ovviamente di
preoccupazioni che sono cruciali per le femministe, ma non soltanto per
loro.
- Rosi Braidotti: Vorrei rispondere alla stessa domanda, a partire da un
diverso punto di vista. Se la domanda e' "Ci sono nuove generazioni
politiche impegnate nel rinnovamento del femminismo?", "Esiste un nuovo
femminismo politico in fieri o e' gia' attivo?", allora la risposta e'
certamente "Si'". Oggi sono gia' attive diverse generazioni di nuove
femministe politiche. Se ne possono osservare alcune in questa conferenza;
altre si possono incontrare un po' ovunque. Sono molto inserite nel tessuto
locale, molto localizzate, ma anche dis-locate. Sono le figlie dell'Unione
Europea, in questo continente; sono le figlie dell'economia globale in un
continente di nuovo tipo, dove si sentono perfettamente a loro agio davanti
a fatti verso i quali noi proviamo ancora disagio: la nostra generazione non
e' a suo agio davanti alle identita' ibride. Anche nella loro sessualita',
sono perfettamente abituate alla non-definizione, a rifiutare ogni
etichetta. Hanno un atteggiamento molto critico nei confronti delle
etichette, anche verso quelle radicali delle generazioni che le hanno
precedute. Pensiamo alla performance che e' stata preparata per questa
conferenza dal gruppo "Next/Genderation". Stanno percorrendo una strada che
e' tutta loro, perfettamente consapevoli dei gap generazionali, del loro
venire cinque o sei generazioni dopo il primo femminismo, e ne sono fiere.
Sono anche corporative per quanto riguarda l'eta': l'eta' e' una categoria
politica nell'Europa di oggi. In un certo senso, non era cosi' per chi ha
fatto le rivoluzioni del '68 e nemmeno nel '77. Oggi l'eta' e' una categoria
politica in termini di salute, di aspetto esteriore e di possibilita' di
lavoro, e anche in termini di prospettive elettorali. C'e' maggiore
solidarieta' nei gruppi di pari eta' di quanta ve ne sia in gruppi
accomunati dall'appartenenza sessuale. Ragazzi e ragazze della stessa eta'
sono piu' legati tra loro di quanto potrebbero esserlo con persone dello
stesso sesso, ma di una diversa generazione. C'e' un gran bisogno di
radicalismo. Loro salgono sui treni e si accalcano in piedi per dieci ore a
Praga perche' vorrebbero fare a pezzi l'Fmi. C'e' un gran bisogno di azione
diretta. Almeno, questo e' quello che vedo io oggi in Olanda, e mi preoccupa
profondamente. In effetti, se vai e spacchi qualche vetrina o finestra, dopo
ti senti meglio? La realta' virtuale e' diventata per loro troppo virtuale,
e si avverte fortemente la sensazione che le istituzioni vanno usate
principalmente come mezzi per i propri fini. C'e' una specie di pragmatismo,
quando si sa come sfruttare la situazione per conseguire i propri scopi.
Questa generazione sa anche come usare le risorse dei media. Sanno come
realizzare una presentazione efficace, come vendere qualsiasi cosa. Sono
perfettamente a loro agio con i poteri istituzionali, anche se non si
definiscono, fondamentalmente, in rapporto a cio'. Hanno modi completamente
diversi di fare politica e assumono posizioni totalmente diverse nei
confronti della societa', modi che sono certamente molto diversi dai miei e
da quelli della mia generazione di quarantenni. Non parliamo poi di quelli
delle generazioni precedenti.
*
- "Reset": Sulla base delle vostre considerazioni, quale potrebbe essere il
modello dei rapporti di genere che ci sta venendo incontro nei prossimi anni
dal punto di vista delle abitudini, dello stile di vita, dei rapporti di
forza tra i generi e cosi' via?
- Rosi Braidotti: Qui possiamo osservare diverse generazioni di femministe.
La generazione X piu' vecchia, la generazione Y piu' radicale e arrabbiata.
La generazione X non va a Praga. La generazione Y va a Praga, e ha appena
dai 20 ai 23 anni. Hanno troppa internet, troppi modem. Adesso vogliono un
po' di vita vera, vogliono che succeda qualcosa. La generazione X quindi e'
pronta ad andare in pensione, perche' non e' vendibile, non e' capace di
vendersi ai media. Si infuria con i media che sfruttano i loro corpi: Calvin
Klein, le anoressiche, i corpi perfetti. Ci tengono al loro corpo, ma sono
furiose per il modo in cui le ragazze sotto i trenta sono state fabbricate,
impacchettate e date in pasto ai media sotto forma di corpi da desiderare.
La generazione Y non si preoccupa minimamente di come si veste, e rifiuta
completamente l'estetica della generazione X: Uma Thurman e' "passe'". Le
questioni intergenerazionali e il pronto consumo stanno conoscendo una
accelerazione rapidissima. Le nuove generazioni sono formate da consumatori
accorti, di buon senso. La generazione X ha consumato quella dei
baby-boomers, la generazione Y ha gia' consumato la generazione X. E chissa'
come sara' e che cosa fara' la generazione W. Di conseguenza, c'e' una
fortissima accelerazione in termini di moda, di pastiche, di collage, di
riciclaggio dei media, di spaventosa capacita' di cancellare e riscrivere.
Dove troveranno la loro identita', dobbiamo ancora scoprirlo.
*
- "Reset": Rispetto al tema della trasformazione dell'identita' di genere e
dei rapporti tra i sessi, una domanda potrebbe riguardare anche il fatto che
gli uomini si stanno prendendo sempre piu' cura del loro corpo. Secondo voi,
perche' anche gli uomini hanno sviluppato questa sorta di sensibilita'
psicofisica nei confronti del loro corpo? E' possibile che la trasformazione
del corpo femminile abbia contagiato anche gli uomini?
- Rosi Braidotti: I pochi uomini che hanno accettato che il processo di
cambiamento entrasse nelle loro esistenze non erano baby-boomers. I baby
boomers si sono aggrappati alla loro identita' come si fa in tempo di crisi.
La mascolinita' era in crisi, ma era pur sempre mascolinita'. La crisi, per
i baby-boomers, e' diventata il modus vivendi della mascolinita'. Prendiamo
il pensiero debole, il postmodernismo, prendiamo Bill Clinton: sono
perennemente in crisi, e vanno avanti benissimo cosi'. La crisi e' diventata
il modus vivendi di una generazione che dal cambiamento e' stata appena
scalfita. Io tendo ad essere molto dura con questa generazione che non ha
raccolto la sfida del cambiamento. La generazione successiva e' tutta
un'altra storia. Adoro questi ragazzi. Sono i figli dei baby-boomers; hanno
modelli di mascolinita' del tutto diversi. Hanno lavorato molto di piu' per
distruggere alcuni stereotipi, per cercare di inventare modi diversi di
essere uomini, e in realta' sono estremamente produttivi. Se ne vedono
alcuni qui attorno. Alcuni diventano piu' androgini, alcuni sono indecisi,
alcuni sono decisamente gay. Ma c'e' piu' di una rinegoziazione in corso.
- Joan Scott: Hai trascurato pero' quello che piu' mi colpisce nelle
avanguardie, almeno negli Stati Uniti, cioe' la questione del
"trans-genere". Ci sono studenti, appena ventenni o poco piu', che rifiutano
di essere catalogati in un genere ben preciso, o in entrambe le direzioni.
In alcuni casi adottano semplicemente un abbigliamento trasversale all'altro
sesso; in altri casi assumono farmaci e ormoni per ottenere le
caratteristiche secondarie del sesso a cui non appartengono. I ragazzi
stanno realmente trasformando i loro corpi, per rifiutare una semplice
assegnazione diretta a una categoria di genere piuttosto che a un'altra. Ci
sono ragazzi con barba e vagina, che hanno rapporti tra loro, che non hanno
una posizione specifica, chiaramente assegnata, maschile o femminile, almeno
per come noi pensiamo di conoscere questi termini. Sono queste persone
quelle che mettono piu' radicalmente in discussione gli standard
dell'assegnazione del genere.
- Donna Haraway: Ragazzi cosi' frequentano anche le mie lezioni. Li
riconosco. Non posso nemmeno dire ragazzi o ragazze, perche' so che ci sono
anche queste persone, e sono persone estremamente interessanti. Possiamo
vedere tipi incredibili, tutti intenti a costruirsi enormi muscoli in
palestra, che adottano stili di espressione facciale, di pettinatura e di
abbigliamento, di prestanza fisica e di elementi olfattivi tipici di una
mascolinita' giovane, a volte molto razzista, anche se c'e' uno
straordinario influsso della cultura africana e afroamericana sui ragazzi
bianchi. Insomma, credo che il ritratto della categoria di genere sia oggi
estremamente complesso.
- Juliet Mitchell: Mi sento una vecchia reazionaria. Credo infatti che
dobbiamo collocare questo tema anche nel contesto del fatto che il mondo
occidentale si sta avvicinando alla crescita zero. Questo fenomeno esula
dalla riproduzione e dal fatto che la gente abbia o meno figli. Quindi non
possiamo accontentarci di celebrare questa sorta di natura rivoluzionaria,
perche' ancora non abbiamo avuto modo di metterla alla prova.
- Donna Haraway: Io festeggerei la fine di una eccessiva riproduzione.
- Rosi Braidotti: Io festeggerei il fatto che a livello sociale si sia
realizzata la separazione tra sessualita' e riproduzione, che almeno sia
stata accolta e assorbita la lezione della psicanalisi freudiana. Quali sono
le implicazioni di questo genere di sessualita', nel senso del divenire
disincarnati? O ancora, che cosa significa ottenere un altro corpo, che non
e' piu' il corpo riproduttivo, adatto alla procreazione? C'e' un grosso
salto, un vuoto nel nuovo millennio.
- Juliet Mitchell: E' esattamente questo che volevo introdurre in questo
dibattito. Non si tratta piu' del corpo riproduttivo, anzi va direttamente
contro il corpo riproduttivo, e mettendolo alla prova. In tal caso, la
sperimentazione diventa alla portata di tutti, ma non e' piu'
sperimentazione.
- Joan Scott: Credo che sarebbe un errore porre un'enfasi eccessiva sul
determinismo della riproduzione, perche' per centinaia di anni, e
addirittura prima dell'avvento di un sistema affidabile di controllo delle
nascite, una forma di separazione tra sessualita' e riproduzione e' sempre
esistita. Pensiamo a quello che facevano le famiglie borghesi, e addirittura
quelle aristocratiche: la famiglia legittima in contrapposizione alla
famiglia illegittima. Penso quindi che possiamo scorgere ora nuovi aspetti,
ma che si tratti comunque di un'altra manifestazione di quella separazione
tra sessualita' e riproduzione che ha una lunga storia - una storia molto
piu' lunga di quella recente.
- Juliet Mitchell: Quello che c'e' oggi di diverso, secondo me, e' che
questo fenomeno sta diventando centrale. La separazione tra sessualita' e
riproduzione sta diventando la forma egemone, centrale e borghese. Non e'
emarginata; non riguarda la differenza tra vita domestica e prostituzione.
Non ci sono prostitute separate, non finalizzate alla procreazione, non
riconosciute per la sessualita' riproduttiva. La sessualita' senza
procreazione oggi e' al centro della famiglia borghese.
- Joan Scott: Ma sai bene che le famiglie borghesi non esistono piu'.
- Donna Haraway: Ce n'e' ancora qualcuna in circolazione.
- Rosi Braidotti: Ma non tra quei ragazzi.
- Donna Haraway: Penso comunque che ci sia un'altra serie di temi che si
vanno affacciando: la riformulazione di corpi che non saranno biologicamente
in grado di riprodursi. E' ben altra cosa dal dire: 'Quelli non vogliono
prendersi cura dei bambini', oppure non vogliono essere coinvolti nel fare e
partorire bambini. Penso anzi che la questione dei bambini sia separata dal
tema della procreazione, anche se spesso in modi che vengono eccessivamente
gonfiati nei vari dibattiti sulla clonazione, l'ingegneria genetica, la
riproduzione in vitro o altre forme di procreazione assistita. Sono problemi
che sono allo stesso tempo reali e gonfiati. Entrambi assolvono la funzione
di una sorta di metafora paradigmatica, per quanto si tratti di pratiche
concrete, reali. Vedo anche, tra i miei studenti e in molte altre persone,
nuove forme di rapporto con i bambini, per quanto riguarda non solo l'avere
figli, ma anche l'aver cura di loro. Non mi e' quindi chiaro se queste nuove
"incarnazioni" rimarranno senza figli per il fatto che non sono in grado di
riprodursi.
- Rosi Braidotti: Per me non e' chiaro se queste nuove forme di incarnazione
debbano codificare necessariamente o esclusivamente una immagine
transessuale. Penso che l'iconografia transessuale eserciti un grande
fascino in questo periodo, che le proviene da un numero di fonti diverse. Mi
sembra - tra le altre cose - che si possa considerare come l'ultima ondata
di una immaginazione di tipo gotico, che abbiamo ricevuto tramite il
post-modernismo. E' un fascino che contiene diversi tipi di incrostazioni,
di inclusioni frankensteiniane, mostruosita', tecno-teratologie della
postmodernita', come le ho chiamate nel mio ultimo libro. Ma questa non e'
che una delle molteplici iconografie attuali. Vi sono anche immagini di
fusione, di confusione; vi sono immagini di esseri angelici che restano al
di sopra e al di fuori dei giochi, immagini di metamorfosi in insetti,
immagini di imitazione delle macchine. Possiamo trovare iconografie di ogni
genere, ma oggi nel femminismo esiste una egemonia della immagine
transessuale che non mi sento di condividere. E' solo per via della mia
genealogia, del mio essere profondamente e concretamente incarnata in un
corpo, del mio sentirmi molto femmina. Mi preoccupa: perche' dovrebbe essere
questo il paradigma della ridistribuzione dell'identita' sessuale? Perche'
il modello deve essere questo, e non quello di una trasformazione in
insetti, che significherebbe uscire dal puramente umano? Puo' essere un po'
provocatorio, ma io la inserirei tra le possibili immagini. E' in corso una
lotta a proposito di quale sara' l'immagine sessuale che finiremo per
innestare su queste forme radicali di nuova incarnazione.
- Juliet Mitchell: Non credi che la gente sia gia' arrivata a un qualche
insieme di cambiamenti immaginati? Voglio dire: sesso e procreazione sono
sempre stati separati. Ma oggi noi attraversiamo questo confine secondo
modalita' diverse. La gente ha sempre immaginato figure androgine,
chimeriche e grottesche. Nella Metamorfosi di Kafka, Gregor Samsa e' una
specie di scarafaggio. Come sapete, esiste una lunga storia di modalita' di
immaginare i cambiamenti genetici. In un certo senso, quel che c'e' oggi di
diverso e' il fatto che possediamo gli strumenti tecnologici per
realizzarli, per attraversare i confini tra generi e specie. Nel suo
discorso, Donna ha parlato di questo tema in termini di genoma canino e di
donna/cane. Questi temi sono oggi, di fatto, tecnologicamente possibili.
- Donna Haraway: La salute e' una delle fonti principali di nuova ricchezza.
Non si tratta solo di mezzi tecnologici, per quanto in questo settore
vengano investite enormi quantita' di denaro. La riformulazione della
bio-materia come forma di ricchezza e' un tema gia' grandissimo, destinato a
diventare ancora piu' grande. Questo significa che non e' solo questione di
possibilita' tecnologica; ci sono anche interessi estremamente seri su
questo, dal punto di vista delle nuove forme di accumulazione di capitale.
- Rosi Braidotti: Direi che abbiamo nuove tecnologie, ma stiamo innestando
su di esse le immagini sbagliate. Il problema e' che non abbiamo le immagini
adatte al genere di incarnazioni che gia' viviamo, e al tipo di tecnologie
che noi stessi abbiamo inventato: perche' queste tecnologie, di fatto,
vengono da noi. Abbiamo quindi un ritardo del nostro immaginario e delle
leggi a questo riguardo. Dobbiamo riscrivere il copione dell'immaginario,
perche' la nostra realta' materiale incarnata e' in una fase di transizione.
Non tutto il nostro mondo e' un mondo alieno. Perche' allora dobbiamo
servirci di un immaginario del XIX secolo, per una situazione del XXI
secolo? Perche' non inventiamo nuovi paradigmi? In filosofia, questa e' una
domanda cruciale da cinquant'anni a questa parte: noi non stiamo
rappresentando queste realta' a noi stessi, all'interno della nostra
creativita'. Di conseguenza, ce ne usciamo con vecchi copioni. E allora,
ecco sempre lo stesso racconto gotico dell'Ottocento, mentre noi ci troviamo
invece sull'orlo di qualcosa di completamente altro. Il fatto e' che ci
manca il repertorio.
- Juliet Mitchell: Vorrei tornare su questo tema citando il mio lavoro
clinico di consulente in un ospedale inglese. Nel mio reparto ho a che fare
con molte persone che si vogliono sottoporre ad esperimenti di cambiamento
transessuale. Mi trovo dunque di fronte anche ad una quantita' enorme di
documenti. Tuttavia c'e' una necessita' assoluta di opporsi a quel che sta
facendo la gente. Vi e' quindi anche questa specie di guerra contro i
cambiamenti di sesso.
- Rosi Braidotti: Stai sostenendo allora che l'immaginario transessuale
potrebbe non essere, in realta', il corpo transessuale?
- Juliet Mitchell: Be', in effetti volevo dire proprio questo. Ma e' anche
il suo contrario. Il nostro immaginario ci puo' essere, ma in un certo senso
la tecnologia limita questo immaginario rendendolo possibile e reale. E cio'
in certo modo limita l'immaginario in se'.
- Rosi Braidotti: Allora secondo te il principio di realta' e' all'interno
della tecnologia?
- Juliet Mitchell: Si', esatto.
*
- "Reset": Pensate che l'immaginario visionario sia oggi utile? E perche'?
Potrebbe esserlo anche l'utopia?
- Donna Haraway: Le fantasie di speranza sono sempre utili. Ma non credo in
realta' che le utopie siano necessarie oggi. Penso piuttosto a qualche
genere di percezione di come le cose potrebbero stare altrimenti. Abbiamo
bisogno di persone in grado di immaginarlo per noi - realizzandolo,
mettendolo in pratica. Credo che ne abbiamo bisogno come parte del nostro
lavoro congiunturale, e allo stesso modo ci occorrono immaginazioni fervide,
in grado di percepire come il mondo non dovrebbe essere. Ci occorrono
immaginazioni al di fuori delle determinazioni. Non e' la stessa cosa
dell'aver bisogno di un'utopia. Sono stanca della trasgressione fine a se
stessa.
- Joan Scott: Siamo arrivati storicamente a un punto in cui ogni
possibilita' di immaginare intere utopie di trasformazione in grado davvero
di redimere, di cambiare il mondo intero e di renderlo migliore, e' svanita
del tutto. Sono perfettamente d'accordo con Wendy Brown, una politologa
americana, che sostiene come sia ormai venuta meno quell'idea di progresso -
appartenente alla visione ottocentesca della storia - secondo la quale a
salvarci sara' il cammino della storia sempre rivolto verso il progresso,
verso un mondo migliore. Ed e' venuta meno per una serie di motivi, tra i
quali c'e' il fallimento della possibilita' comunista come alternativa al
capitalismo. Quindi la diffusa fiducia della gente nella storia come
progresso, e nel fatto che la storia ci portera' qualcosa di meglio rispetto
all'esistente, e' ormai finita. E cio' solleva un'altra domanda: come e'
possibile immaginare il futuro? In mancanza di un quadro completo del
futuro, che e' stato estremamente negativo ma anche estremamente positivo,
nella sua capacita' di mobilitare politicamente tante persone, che cosa
possiamo fare? Come potremo capire verso quale direzione stiamo andando?
Come potremo comprendere i cambiamenti, se non pensiamo di avere una
direzione storica necessaria? Credo che sia questo il dilemma della politica
del XXI secolo.
*
- "Reset": Abbiamo quindi a che fare con nuove iconografie, dovute anche
alla fine di forme tradizionali di pensiero teleologico. Ma per tornare alla
tecnologia, all'immaginazione e alla sperimentazione, vorrei ritornare
all'intervento di Haraway fatto qui a Bologna, in merito al rapporto tra i
cani e gli esseri umani, alla possibilita' di mischiare organismi, macchine
e genere. Mi sembra si tratti piu' che altro di una specie di quadro
visionario, di fantasia piu' che di realta'.
- Donna Haraway: Invece e' lavoro quotidiano per molti laboratori in tutto
il mondo. E' una fantasia gia' molto realizzata. Penso che abbiamo
sopravvalutato l'immaginario, e sottovalutato la pratica materiale mondana.
La prassi di inserire pezzetti di un organismo in un altro organismo, con
uno scopo preciso, e' diventata ormai del tutto normale. Frammenti di genoma
del lievito sono stati trapiantati negli organi di una pecora allo scopo di
produrre determinate immunoglobuline destinate a essere vendute per una
particolare nicchia di mercato, collegata a certe malattie del metabolismo.
E questo e' solo il procedimento di un progetto particolare, ma questo tipo
di prassi e' ormai comune e diffuso. In realta' coinvolge molti interessanti
tipi di nuove discipline, procedure di laboratorio e problemi di marketing.
Sbaglieremmo di grosso a considerare questo fenomeno come una sorta di mondo
fantastico. Quel che cercavo di spiegare nella mia conferenza, era la
necessita' di insistere sul mondano, sul comune e consueto. La necessita' di
comprendere e afferrare il quotidiano. Stiamo sopravvalutando la natura del
fantastico nel nostro mondo, e sottovalutando la realta'. Il gioco che
dobbiamo giocare gia' si chiama cosi', e non e' ne' buono ne' cattivo: per
potervi partecipare, e' necessaria la nostra miglior capacita' immaginativa,
il massimo dei nostri sforzi fisici e dei nostri interessi intellettuali.
Capite quel che sto cercando di fare? Sto cercando di rendere meno
apocalittiche queste nuove realizzazioni.
*
- "Reset": Mi piacerebbe riprendere la domanda sull'utopia, l'immaginario,
la realta' e la fine della teleologia nella storia. Ma cio' significa anche
la fine della filosofia della storia per il movimento femminista in quanto
soggetto politico compatto. Oggi abbiamo scuole di pensiero differenziate,
storie e culture differenziate. Abbiamo diverse modalita' di femminismo:
esperienze provenienti dall'Europa, dall'America ma anche da paesi in via di
transizione o di sviluppo. All'inizio del nostro dibattito abbiamo
cominciato col dire che al di la' delle differenze culturali e
generazionali, il pensiero e il movimento femminista resta sempre
trasversale rispetto ai confini nazionali e culturali. Ma rimane non
soltanto in quanto pensiero politico e critico, ma anche in quanto
riflessione teoretica ed epistemologica, capace al tempo stesso di
riformulare la tradizionale teoria della conoscenza e di comprendere lo
sviluppo delle nuove tecnologie. Come possiamo concludere questa conferenza?
Forse semplicemente chiedendo: che facciamo ora? E dopo?
- Rosi Braidotti: Non si puo' fare. Sarebbe impossibile concludere una
conferenza come questa, stabilendo una linea. Quel che speriamo di riuscire
a fare e' di offrire una buona cartografia delle tendenze attuali, di quello
che sta accadendo, di quali siano le forze in gioco. Esiste certamente una
generazione del rinnovamento. Siamo certamente alla fine di un certo tipo di
modo progressista teleologico di guardare al movimento sociale del
femminismo. Siamo certamente alla fine della differenza sessuale
essenzializzata della femminilita', che in Italia ha prodotto un impatto
enorme. Siamo certamente in presenza di un nuovo rapporto con le tecnologie.
Ma speriamo che ci sia anche un nuovo dialogo con le femministe americane, e
queste sono alleanze transatlantiche, transnazionali, davvero importanti.
Sarebbe comunque molto ingiusto considerare Joan Scott e Donna Haraway
semplicemente come "le americane". Sono cosi' vicine a noi, cosi' in
sintonia con noi, che questa e' davvero un'etichettatura che dovremmo
evitare. Il nostro obiettivo era di delineare una mappatura, una sorta di
lettura, l'istantanea di una situazione, sapendo che e' un po' come una
mappa meteorologica, destinata a cambiare gia' domani perche' la situazione
si evolve con una rapidita' vertiginosa. Se riuscissimo a far capire con
chiarezza ai media che stanno accadendo tante cose nuove; se riuscissimo a
far vedere che cosa sta succedendo tra le giovanissime, che si considerano
ancora come femministe anche se voi operatori dei media e noi, vecchie
femministe, possiamo non riconoscerle come tali. Se questo messaggio
riuscisse a superare i confini di questa conferenza, potremo dire che e'
stata un successo. Nel corso della sua performance durante questa
conferenza, il gruppo Next/Genderation, composto da donne piu' giovani, ha
ben chiarito questo punto: "Vogliamo questa etichetta, vogliamo questa
categoria, ma intendiamo ridefinirlo in modo tale, che voi rischiate di non
riconoscerlo". Il femminismo sta andando avanti, e quanto piu' diventa
diverso, tanto piu' puo' diventare migliore.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 123 del 23 agosto 2007

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