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Minime. 191



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 191 del 24 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Diana Napoli: Sulle "Tesi sul concetto di storia" di Walter Benjamin
2. Valentina Dolara: Due conferenze del Dalai Lama ad Amburgo
3. Enrico Peyretti presenta "Ama il prossimo tuo" di Erich Maria Remarque
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. DIANA NAPOLI: SULLE "TESI SUL CONCETTO DI STORIA" DI WALTER
BENJAMIN
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti: e-mail: mir.brescia at libero.it,
sito: www.storiedellastoria.it) per averci messo a disposizione questo suo
saggio.
Diana Napoli, laureata in storia presso l'Universita' degli studi di Milano,
e' attualmente volontaria presso il Centro per la nonviolenza di Brescia.
Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892, saggista di sconvolgente
profondita', all'avvento del nazismo abbandona la Germania, si uccide nel
1940 al confine tra Francia e Spagna per sfuggire ai nazisti. Opere di
Walter Benjamin: in italiano fondamentale e' la raccolta di saggi e
frammenti Angelus novus, Einaudi, Torino; e quella che prende il titolo da
L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilita' tecnica, Einaudi,
Torino. Sempre presso Einaudi (che ha in corso la pubblicazione delle Opere,
a cura di Giorgio Agamben) cfr. anche: Avanguardia e rivoluzione, Critiche e
recensioni, Diario moscovita, Il concetto di critica nel romanticismo
tedesco (Scritti 1919-1922), Il dramma barocco tedesco, Immagini di citta',
Infanzia berlinese, Metafisica della gioventu' (Scritti 1910-1918), Ombre
corte (Scritti 1928-1929), Parigi capitale del XIX secolo, Strada a senso
unico, Sull'hascisch, Teologia e utopia (Carteggio 1933-1940 con Gershom
Scholem), Tre drammi radiofonici, e le Lettere (1913-1940). Presso Adelphi
cfr. la sua antologia di lettere commentate di autori del passato, Uomini
tedeschi. Opere su Walter Benjamin: per la bibliografia: M. Brodersen,
Walter Benjamin. Bibliografia critica generale (1913-1983), Aesthetica,
Palermo 1984; R. Cavagna, Benjamin in Italia. Bibliografia italiana,
1956-1980, Sansoni, Firenze 1982. Saggi: cfr. almeno AA. VV. (a cura di
Franco Rella), Materiali su Walter Benjamin, Venezia 1982; AA. VV., Paesaggi
benjaminiani, fascicolo monografico della rivista "aut aut", nn. 189-190,
1982; AA. VV., Walter Benjamin. Tempo storia linguaggio, Editori Riuniti,
Roma 1983;  Hannah Arendt, Il pescatore di perle, Mondadori, Milano 1993
(saggio incluso anche in Hannah  Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino,
Bologna); Fabrizio Desideri, Walter Benjamin. Il tempo e le forme, Editori
Riuniti, Roma 1980; Hans Mayer, Walter Benjamin, Garzanti, Milano 1993;
Gershom Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi, Milano 1978;
Gershom Scholem, Walter Benjamin. Storia di un'amicizia, Adelphi, Milano
1992. Cfr. anche Paolo Pullega, Commento alle "Tesi di filosofia della
storia" di Walter Benjamin, Cappelli, Bologna 1980]

"La mia ala e' pronta al volo
tornerei volentieri indietro
perche', rimanessi anche tempo vivo,
avrei poca felicita'"
(Gerhard Scholem)

Hannah Arendt parla in un suo bellissimo saggio di Benjamin come del
"pescatore di perle": "come un pescatore di perle che si cala sul fondo del
mare, per liberare quel che in esso c'e' di ricco e inconsueto, le perle e
il corallo degli abissi, e ricondurlo in superficie, questo pensiero [di
Benjamin] scava nei recessi del passato, ma non allo scopo di resuscitarlo a
cio' che era e di contribuire al rinnovamento di epoche estinte. Cio' che
guida questo pensiero e' la convinzione che benche' i viventi siano soggetti
alla rovina del tempo, il processo di decadimento e' contemporaneamente un
processo di cristallizzazione, che sul fondo degli abissi, ove affonda e si
dissolve cio' che un tempo era vivo, certe cose subiscono un 'sortilegio del
mare' e sopravvivono in nuove forme cristallizzate immuni agli elementi,
come se aspettassero solo il pescatore di perle che un giorno scendera' da
loro per ricondurle al mondo dei vivi -  quali 'frammenti di pensiero', cose
'ricche e strane' e forse, addirittura, eterni Urphaenomene".
Pur trovando suggestiva quest'immagine, io amo ricordarlo con dei versi di
Celan, anche se non furono scritti per lui: "Tu cerchi asilo /
nell'indissolubile stella / ereditaria - ti sara' / concesso - ora /
sopravvivi la tua seconda / vita".
Come tutti sanno, nell'impossibilita' di trovare un luogo per lui abitabile
e nella disperazione per non riuscire ad oltrepassare la frontiera spagnola
cercando di raggiungere gli Stati Uniti, Benjamin si diede la morte il 25
settembre 1940.
*
Le Tesi sul concetto di storia sono state per molti anni considerate una
sorta di testamento spirituale di Benjamin. In ogni modo, come scrivono
Bonola e Ranchetti, curatori dell'edizione italiana, costituiscono il
tentativo di colmare il vuoto di senso cui sembrava destinata la storia alla
fine degli anni Trenta del Novecento. Non era intenzione di Benjamin
ritrovare in essa un fine o una teleologia, quanto individuare, nonostante
gli eventi per nulla rassicuranti, una "chiave" che rendesse comprensibile
lo svolgersi dei fatti e offrisse una speranza alle possibilita' dell'agire
umano.
Per questo obiettivo Benjamin volta le spalle allo storicismo e a tutte le
teorie , piu' o meno sue varianti, che si erano accontentate di postulare
uno sviluppo dell'umanita' verso una meta ideale e prende le distanze dalla
visione marxista, in primis quella incarnata dalla socialdemocrazia, che,
proponendo una versione del tutto secolarizzata del tempo, aveva spostato in
un futuro sempre di la' da venire la liberazione (nella fattispecie delle
masse lavoratrici).
Anche se questo modo di rapportarsi al tempo non era stata un'invenzione
recente, a renderla quasi grottesca e a sabotarla (e dunque a rendere
necessaria un'alternativa) era intervenuto lo scoppio del secondo conflitto
mondiale che, preceduto dal patto Ribbentrop-Molotov, aveva vanificato le
speranze di tutti coloro che si erano rivolti ai partiti della sinistra
convinti di trovarvi una guida per le proprie rivendicazioni relative al
miglioramento delle condizioni di vita, cosi' come un baluardo contro il
fascismo e il nazismo. Tutti coloro che avevano, per un motivo o per
l'altro, riposto la propria fiducia nei comunisti, ma anche nei socialisti
(miseramente falliti in Francia e abbattuti d'un sol colpo in Germania), si
trovarono costretti in un atteggiamento di attesa, soprattutto in un primo
momento, di fronte ad eventi inspiegabili e che smentivano tutte le
possibili teorie e strategie sullo svolgimento e il fine della storia, la
rivoluzione, la crisi del capitalismo e quant'altro.
*
Eppure, leggendo le Tesi, si induce come per Benjamin la storia conservasse,
nonostante tutto,  un "profilo di sensatezza": bastava solo essere in grado
di coglierlo modificando, in un certo senso, il modo di concepire l'ordine
del tempo. In luogo di un tempo "omogeneo e vuoto" (secolarizzato) in cui
linearmente gli eventi si inanellassero secondo un ordine di causa-effetto o
dialettico (come sostenevano storicismi e marxisti), occorreva ricercare e
cogliere, nella storia, le costellazioni, ovvero la compresenza in un
determinato attimo del presente delle epoche passate, che si presentavano
all'appuntamento con la storia, col futuro, cariche del loro indice di
redenzione. Redimere il tempo trascorso, cogliendo quest'attimo fugace,
costituiva per l'uomo una chance rivoluzionaria, la possibilita', per
ciascuno, di agire nella storia dando un senso alla propria azione, rendendo
giustizia ad un passato in attesa di riscatto e ad un presente in attesa di
significato.
Tra le Tesi sul concetto di storia, particolarmente emozionante a questo
proposito e' la seconda (tra l'altro le tesi vanno lette assolutamente
insieme e, in un certo modo, quasi in parallelo l'una con l'altra; come
fanno notare i curatori dell'edizione italiana, esse si chiarificano a
vicenda e risulta difficile ripartirle per temi: "Il loro calcolato
intreccio di intuizioni illuminanti, riflessioni spregiudicate e sapienti
metafore si e' rivelato nel tempo capace di ben altro e ben piu' che
suscitare quel 'fraintendimento esaltato' che Benjamin paventava da una loro
pubblicazione nello stato frammentario in cui le presentava nel 1940 agli
amici francofortesi". La Arendt nel suo saggio si dilunga molto sul Benjamin
collezionista e sulla sua aspirazione a comporre un'opera fatta solo di
citazioni che, opportunamente poste, si illuminassero vicendevolmente; e,
per certi versi, queste tesi, ognuna cosi' ricca di significati e di
rimandi, sono un abbozzo di questa aspirazione poiche' esse si spiegano
l'una con l'altra in maniera tale da rendere superfluo, o per contro, un po'
paradossalmente, oscuro e ingarbugliato se tenta di farsi sistematico, il
commento).
*
"'Una delle peculiarita' piu' notevoli dell'animo umano - dice Lotze, - e',
accanto a un cosi' grande egoismo nel singolo, la generale mancanza
d'invidia di ogni presente per il proprio futuro'. Questa riflessione
comporta che l'immagine di felicita' che custodiamo in noi e' del tutto
intrisa del colore del tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della
nostra esistenza. Felicita' che potrebbe risvegliare in noi l'invidia c'e'
solo nell'aria che abbiamo respirato, con le persone a cui avremmo potuto
parlare, con le donne che avrebbero potuto darsi a noi. In altre parole,
nell'idea di felicita' risuona ineliminabile l'idea di redenzione. Ed e' lo
stesso per l'idea che la storia ha del passato. Il passato reca con se' un
indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un
soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'e', nelle
voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute? Le donne che
corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non piu' conosciute? Se e'
cosi', allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono
state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi,
come a ogni generazione che fu prima di noi, e' stata consegnata una debole
forza messianica a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si puo'
eludere a poco prezzo. Il materialista storico ne sa qualcosa".
Al di la' delle considerazioni che a partire da questa tesi si potrebbero
fare relativamente al tempo biografico, e' evidente quanto Benjamin
criticasse l'atteggiamento della politica della sinistra che aveva indotto
intere generazioni non a lottare in nome delle sofferenze e dello
sfruttamento passati, ma per una liberazione cha sarebbe spettata a delle
imprecisate generazioni future (cfr. anche le tesi IV, VIII, XII, XII),
mentre solo l'ansia di redimere un passato non proprio felice sarebbe stata
la piu' potente spinta ad agire per un tempo ancora da venire.
*
Molto suggestivo e' il filone di studi che ha giustamente messo in luce
l'appartenenza di Benjamin alla tradizione ebraica, ampliando cosi' lo
sguardo su queste tesi, troppo spesso considerate parzialmente e
sottolineate solo nei loro aspetti presuntamente "materialisti"  (quando e'
proprio Benjmain ad utilizzare questo termine in un significato estremamente
profondo, ricco e non sempre allineabile al pensiero marxista piu' o meno
"ortodosso" del tempo: come esempio valga pensare al posto occupato dalla
"teologia" cosi' com'e' suggestivamente descritta nella tesi I).
Basti pensare al concetto di redenzione, pur inteso in maniera affatto
trascendente: sulla terra, compiuta innanzitutto dagli uomini, ha in se'
sempre un elemento di violenza poiche' consente di strappare al proprio
contesto frammenti di passato restituendoli alla vita, ma e' un'azione
assolutamente messianica poiche' salva (redime, appunto) in uno stesso
istante il presente ed il passato che ad esso si e' fatto incontro. Ed e',
naturalmente, un'azione politica: nulla di piu' politico della salvezza. E,
infine, azione conoscitiva perche' solo attraverso questa redenzione il
passato si rende conoscibile.
D'altronde, come scrive Bonola: "... all'interno della cultura ebraica e'
tutt'altro che assurdo pensare il messianismo in termini storico-politici
cosi' terreni e concreti da poter ipotizzare anche una qualche forma di
materialismo messianico o di messianismo materialistico. Se pero' riassume
questa compatibilita' come fulcro dell'interpretazione, le riflessioni
dell'ultimo Benjamin vengono piu' nettamente ricondotte nell'alveo di una
dimensione di pensiero ebraico mai del tutto abbandonata, il cui lungo
percorso sotterraneo ritorna ad affiorare con forza proprio nelle Tesi.
Mentre per decenni dell'ebraismo di Benjamin, troppo frettolosamente
classificato come residuale, e considerato semmai responsabile solo delle
sua discutibile propensione alla teologia, piu' di un interprete era stato
lieto di sbarazzarsi giudicandolo un prodotto dello strabismo ermeneutico di
Scholem, ispirato dalla nostalgia".
*
E un discorso simile vale per il significato particolare attribuito,
potremmo dire, al ricordo: quello di essere, prima di tutto, rammemorazione.
Essa, a differenza del primo, non si limita a tramandare un passato, ma
svela un passato nel cui grembo e' celato l'indice che rimanda ad un
altrove, ad un'altra epoca, nell'attesa di essere redento. La
rammemorazione, dunque, libera gli uomini dal terrore del futuro perche'
indica loro che ogni suo momento potrebbe essere la porta da cui potrebbe
entrare il Messia.
Rammemorazione, ovvero ripresa della speranza (e dell'invito) della
redenzione: "Il tempo che gli indovini interrogavano, per carpirgli cio' che
celava nel suo grembo, da loro non era certo sperimentato ne' come omogeneo
ne' come vuoto. Chi tiene presente questo forse giunge a farsi un'idea di
come il tempo passato e' stato sperimentato nella rammemorazione: e cioe'
proprio cosi'. E' noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La
Torah e la preghiera li istruiscono invece nella rammemorazione. Cio'
liberava per loro dall'incantesimo il futuro, quel futuro di cui sono
succubi quanti cercano responsi presso gli indovini. Ma non per cio' il
futuro divento' per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiche' in esso
ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il
messia" (tesi 18 B).
*
In questo modo, carico di rimandi e tutt'altro che lineare, di guardare alla
storia e al tempo, la conoscenza storica ha il compito di aiutarci a
cogliere le costellazioni e di fornirci la chiave di lettura per accedere
alle stanze del passato. Queste, infatti, non sono disponibili a nostro
piacimento, poiche' esiste un rimando preciso tra ognuna di esse e un
determinato momento del presente: basterebbe distrarsi e non cogliere le
famose compresenze, per averle perdute per sempre e con esse la possibilita'
di salvezza. La storia dunque, e' solo una conoscenza al servizio
dell'azione, per far si' che gli uomini si sentano finalmente "attesi" sulla
terra, trovando un significato per il loro stare al mondo e una speranza
relativamente al proprio agire, chiamato in causa, quest'ultimo,
dall'anelito di redenzione del passato.
In altre tesi, per esprimere questo stesso concetto Benjamin utilizza il
termine "adesso": parla di un passato carico di "adesso" (da vedere a questo
proposito l'analisi che Bonola ne fa nei lemmi, in appendice all'ultima
edizione italiana delle Tesi), ovvero di una capacita' di (ri)vivere oltre
la propria epoca, oltre il proprio accadere temporalmente misurato. Cio'
significa, ritornando a cio' che si diceva prima, che il tempo non e'
"omogeneo e vuoto", come pretendeva lo storicismo e perfino il marxismo,
procedente in modo stabilito e magari anche prevedibile, ma e' costellato di
"schegge di tempo messianico". Il rapporto tra passato e presente sta tutto
in questa corrispondenza che si stabilisce tra il passato carico di adesso
la cui immagine "balena", "guizza" nei momenti di pericolo e la seppur
debole forza messianica di cui ogni presente, ogni attimo e' dotato che
consente di cogliere e afferrare questa immagine.
Scrive Benjamin: "Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere
tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli afferra
la costellazione in cui la sua epoca e' venuta a incontrarsi con una ben
determinata epoca anteriore. Fonda cosi' un concetto di presente come
quell'adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo
messianico".
Benjamin dice "lo storico". Noi diciamo "ogni uomo".
Sulle caratteristiche del passato e del suo rapporto al presente, Benjamin
utilizza molte altre espressioni. Solo per riportare brevemente un altro
esempio, parla delle immagini attraverso cui si manifesta la "costellazione"
come di "monadi", ovvero frammenti di passato ognuno dei quali contiene in
se' l'intera epoca in cui e' stato forgiato: parla per tutto il passato, per
tutta la sua epoca e cosi' si fa incontro al presente; la sua citazione e'
la redenzione dell'intera epoca.
*
Hannah Arendt spiega questo rapporto particolare che Benjamin istituisce col
passato con la perdita della tradizione che si verifico' nel XX secolo
(perdita che, iniziata a meta' del XIX, si consumo' definitivamente con la
seconda guerra mondiale). Avendo perduto la tradizione, gli uomini avevano
perso la bussola che li guidava nel passato: come poteva questo essere
recuperato senza una guida che ordinasse gli eventi e senza un'autorita' che
aiutasse a collocarli nel bene e nel male? O, per usare le parole del poeta
Char che la stessa autrice cita, come procedere con un presente che altro
non era se non "un'eredita' senza alcun testamento"?
La risposta di Benjamin fu, a suo avviso, un nuovo modo di mettersi in
relazione col passato: questo invece che "ordinabile" e trasmissibile,
diventava "citabile" (proprio perche' e' Benjamin stesso ad utilizzare in
questo senso la parola "citazione" nelle tesi; per esempio scrive che ogni
presente cita un determinato passato. Oppure che ci sara' un "giorno del
giudizio" in cui tutti i momenti del passato diverranno citabili e questo
sara' possibile per un'umanita' completamente redenta) afferrando l'"adesso"
di cui e' carico in un'esperienza che e' sempre unica, dato che ogni
presente ha il suo indice di conoscibilita' del passato, la sua chance
rivoluzionaria realizzabile in un momento sempre irripetibile.
*
C'e' un'altra tesi, che merita d'essere riportata per la sua tragica
bellezza e che chiarifica ulteriormente l'assoluta distanza di Benjamin
dalla pratica e dalla visione della storia incarnata dalla filosofia
marxista e dalla socialdemocrazia. Come gia' detto, la pratica della
socialdemocrazia (ma non solo) si era innestata su un modo di concepire il
tempo come secolarizzato e che vedeva la liberazione possibile solo nel
futuro, fino ad innalzare questa "liberazione" a ideale di la' da venire,
mummificandolo in un'infinita attesa del momento rivoluzionario, laddove
l'ansia di redimere i sacrifici passati avrebbe costituito, per il movimento
operaio, la piu' sicura spinta all'azione rivoluzionaria.
Su come Benjamin considerasse il progresso, su cosa fosse per lui questo
vuoto ideale temporalmente rigettato in un futuro indelineato, basti leggere
la tesi IX, il cui exergo e' costituito da quattro versi di una poesia di
Scholem ("La mia ala e' pronta al volo / tornerei volentieri indietro /
perche', rimanessi anche tempo vivo, / avrei poca felicita'"): "C'e' un
quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi e' rappresentato un angelo
che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo
sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca e' aperta e le ali sono
dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso
rivolto al passato. La' dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti,
egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su
macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi,
ridestare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una
bufera, che si e' impigliata nelle sue ali, ed e' cosi' forte che l'angelo
non puo' piu' chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel
futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo
delle macerie davanti a lui. Cio' che noi chiamiamo il progresso e' questa
bufera".
*
Il progresso e' solo "questa bufera" e la tradizione non e' che macerie, che
solo la "citazione" puo' recuperare. La Arendt fa notare che questo modo di
pensare il passato era tipico del collezionista quale era Benjamin (in
particolare di libri, ma non solo). Colui che colleziona sostituisce, nella
scelta dei suoi oggetti, il contenuto con l'originalita' e l'autenticita'.
Le macerie della storia che l'angelo puo' solo amaramente contemplare
possono essere ricomposte, riprese e conservate solo dall'amorevole perizia
del collezionista che potrebbe chinarsi a raccoglierle (d'altronde, benche'
in altro contesto, come scrive Marguerite Yourcenar, solo la passione
dell'intenditore gli consente di "collezionare ceramiche ritenute comuni").
E questo saper collezionare per la Arendt e' l'essenza del citare che e', a
suo avviso, un modo per nominare, cioe' fare luce sulla verita' delle cose.
Nominare tramite le citazioni sarebbe il solo mezzo per confrontarsi col
passato privo di un testamento che ce lo tramandi poiche' il linguaggio
contiene il passato in modo inestirpabile. Scrive la Arendt che per Benjamin
il linguaggio non e' da intendersi come il dono della parola che distingue
l'uomo dagli altri esseri viventi, ma e' la natura del mondo dalla quale
nasce il parlare.
In questo senso, pur non avendolo conosciuto (scrive Agamben che Heidegger
gli disse, dietro sua esplicita domanda, di non aver mai conosciuto
Benjamin), Benjamin da' ragione in parte a Heidegger quando costui ci rivela
che "l'uomo e' in grado di parlare soltanto finche' e' colui che dice". Il
senso del passato dimora pur senza che ci sia qualcuno in grado di
accoglierlo: la pretesa di Benjamin e' che nel presente, piu' che
accoglierlo lo si raccolga, lo si afferri, restituendogli la sua verita' e
dando un senso, un contenuto, riempiendo l'attesa di cui, solo per il fatto
d'essere nati, siamo portatori.

2. RIFLESSIONE. VALENTINA DOLARA: DUE CONFERENZE DEL DALAI LAMA AD AMBURGO
[Ringraziamo Valentina Dolara (per contatti: vdolara at libero.it) per averci
messo a  disposizione il seguente articolo scritto per la rivista "Siddhi",
col titolo "Una nuova visione per questo millennio dalle conferenze
'Imparare la pace' e 'La compassione nell'era della globalizzazione', tenute
ad Amburgo nel luglio 2007".
Su Valentina Dolara riportiamo la seguente scheda risalente al 2003:
"Valentina Dolara e' giurista, con specializzazione in diritto
internazionale, in particolare sulla protezione dei diritti umani ed i
sistemi preventivi di mantenimento della pace; formatrice sui temi legati
alla legalita' democratica, la cittadinanza attiva, la gestione dei
conflitti, ha tenuto conferenze, seminari e corsi per scuole, istituzioni,
associazioni; fa parte dell'associazione fiorentina "Apple. Associazione per
promuovere la legalita'", collabora con Arci servizio civile, con
l'associazione Kreddha, fondata a San Francisco, che si occupa di gestione e
risoluzione nonviolenta dei conflitti tra stati e minoranze; ha lavorato per
due anni a Ginevra al Tibet Bureau, agenzia ufficiale del governo tibetano
in esilio che si occupa delle attivita' relative alle Nazioni Unite e di
tutto quanto spetterebbe ad una ambasciata - se i tibetani avessero la
possibilita' di amministrare il loro paese - per l'Europa sud-orientale, e
continua a collaborare e organizzare iniziative di sostegno alla causa
tibetana. A Firenze ha contribuito ad organizzare diversi eventi, spesso
insieme ad Amnesty International o altre associazioni sia laiche che
religiose; tra quelli di maggior rilievo, nel 1999 ha coordinato l'incontro
pubblico del Dalai Lama a Firenze all'interno del progetto "The Way of
Peace"; lo scorso inverno ha partecipato all'organizzazione dell'evento
relativo agli insegnamenti e iniziazione di Kalachakra a Graz in Austria; ha
fatto da interprete in alcuni incontri privati tra il Dalai Lama e esponenti
politici italiani durante le visite degli scorsi anni; ha tradotto testi e
funge da interprete per insegnamenti buddhisti dall'inglese per il centro
buddhista tibetano di Firenze (Centro Ewam); fa parte della commissione di
studio per l'otto per mille dell'Unione Buddhista Italiana per conto dei
centri di tradizione Ghelupa, all'interno della scuola Vajrayana".
Sul Dalai Lama riportiamo alcuni stralci da un profilo curato per il nostro
foglio da Valentina Dolara nel 2003: "Sua santita' il XIV Dalai Lama, Tenzin
Gyatzo, e' il capo di stato e la guida spirituale del popolo tibetano. E'
nato il 6 luglio 1935, in un piccolo villaggio del nord-est del Tibet,
chiamato Taktser, da una famiglia di contadini, che gli avevano dato il nome
di Lhamo Dhondrub. Viene riconosciuto, in accordo alla tradizione tibetana,
prima ancora di aver compiuto tre anni, come la reincarnazione dei suoi
tredici predecessori, manifestazioni terrestri di Cenresig, il Buddha della
compassione... A quattro anni Tenzin Ghiatso viene posto sul trono di Lhasa,
capitale del Tibet, con lo scopo di assumere, all'eta' consentita, la
direzione del suo popolo. A sei anni diviene monaco e riceve un'educazione
estremamente qualificata, per essere formato spiritualmente e preparato a
dirigere il paese. Ottiene il titolo di Gheshe Larampa (dottore in filosofia
buddhista) nel 1959. Il 17 novembre 1950 la Cina invade il Tibet e il popolo
tibetano reclama l'assunzione dei pieni poteri da parte del Dalai Lama che
e' ancora adolescente. Nel 1954 si reca a Pechino per aprire un negoziato di
pace con Mao Tse-tung e altri leader cinesi, tra i quali Chou En-Lai e Deng
Xiaoping. A dispetto di tutti gli sforzi compiuti per un dialogo aperto,
egli comprende che un'intesa fra la Cina e il Tibet si rende piu' che mai
difficile. Rifiuta tuttavia ogni lotta armata, certo che le conseguenze
potrebbero essere catastrofiche e rimane fedele all'intento del Buddha,
facendosi portavoce di un'assoluta nonviolenza. Secondo lui qualsiasi
soluzione basata sull'uso della forza, per sua stessa natura, puo' essere
soltanto temporanea. "Il disarmo esteriore proviene dal disarmo interiore.
L'unica garanzia di pace si trova dentro di noi". I suoi sforzi per trovare
una soluzione pacifica al conflitto sino-tibetano sono vanificati dalla
brutale repressione portata avanti dall'esercito di liberazione popolare [le
forze armate cinesi - ndr] nel Tibet orientale. Il 10 marzo 1959, a Lhasa ci
fu la piu' grande manifestazione della storia tibetana, contro la presenza
cinese in Tibet, per la riaffermazione dell'indipendenza del Tibet. La
rivolta venne repressa nel sangue. Il Dalai Lama deve rassegnarsi a lasciare
il paese e a chiedere asilo politico in India. Circa 80.000 tibetani lo
hanno seguito in esilio. Oggi il loro numero supera i 120.000. Dal 1960
risiede a Dharamsala nella regione dell'Himachal Pradesh, India del nord,
sede del governo tibetano in esilio. Durante i primi anni dell'esilio, il
Dalai Lama ha fatto ripetutamente appello alle Nazioni Unite per la
risoluzione della questione tibetana, ottenendo tre successive risoluzioni
dell'assemblea generale, nel 1959, 1961 e 1965, che richiamano la Cina al
rispetto dei diritti umani dei tibetani e al loro desiderio di
autodeterminazione. Nel 1963 il Dalai Lama ha promulgato una Costituzione
democratica, basata sui principi buddhisti e la Dichiarazione universale dei
diritti umani come modello per un futuro Tibet libero. L'attuale sistema
politico tibetano in esilio prevede un parlamento eletto dal popolo che
nomina un governo, responsabile di fronte al Parlamento. Il Dalai Lama ha
piu' volte reso noto che una volta riacquistata l'autonomia del suo paese
non manterra' alcuna carica politica. Nel 1987 ha proposto un piano di pace
in cinque punti quale primo passo per risolvere il futuro status del Tibet:
questo prevede la designazione del Tibet quale zona di pace, la cessazione
dei massicci trasferimenti di popolazione cinese nel paese, la
riaffermazione dei fondamentali diritti umani e liberta' democratiche e la
cessazione dell'uso del territorio tibetano per la produzione di armi e come
discarica di rifiuti nucleari. Nel dicembre 1989 sua santita' il Dalai Lama
ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo impegno incondizionato
alla soluzione nonviolenta della questione tibetana. Il Comitato lo ha
insignito del premio sulla base della "coraggiosa battaglia che lo ha
contraddistinto come eminente difensore dei diritti umani e della pace
mondiale. Il suo continuo sforzo per porre fine alle sofferenze del popolo
tibetano attraverso negoziati pacifici e la riconciliazione hanno richiesto
un enorme coraggio e sacrificio"... Il Dalai Lama di se stesso dice: 'La mia
religione e' la gentilezza. Sono semplicemente un monaco tibetano. Niente di
piu', niente di meno'... Tra le opere del Dalai Lama in italiano: La
liberta' nell'esilio. La mia vita, Sperling & Kupfer; La mia terra, la mia
gente, Sperling & Kupfer; La rivoluzione pacifica. Etica per un nuovo
millennio, Sperling & Kupfer; La comunita' mondiale e la necessita' di una
responsabilita' universale, Chiara Luce Edizioni; L'arte di essere pazienti.
Il potere della pazienza in una prospettiva buddhista, Neri Pozza; Il mondo
del buddhismo tibetano, Mondadori; Incontro con Gesu', Mondadori; Il
buddhismo del Tibet e la chiave per la via di mezzo, Ubaldini;  Il sentiero
per la liberazione, Chiara Luce Edizioni; La scienza della mente. Un dialogo
Oriente-Occidente, Chiara Luce Edizioni"]

Sua santita' il Dalai Lama viene accolto da una lunghissima ovazione
all'interno dello Stadio del tennis di Amburgo, gremito fino alle piu' alte
gradinate di un pubblico curioso, attento e, da quanto hanno verificato gli
organizzatori, solo in minima parte buddhista.
In Germania sua santita' e' amato e rispettato per le qualita' umane che ha
dimostrato incessantemente di possedere e praticare nel corso della sua
lunga vita da persona pubblica, e dunque, anche se non condividono la sua
fede religiosa, 10.500 persone non vogliono perdere l'occasione di ascoltare
le sue riflessioni su temi tanto attuali e difficili quali la pratica e
l'utilita' della nonviolenza e la compassione nell'era della
globalizzazione. Entrambe le conferenze hanno registrato il tutto esaurito
da mesi, la stampa copre l'evento con grande rilievo, dovizia di particolari
e accuratezza per tutta la settimana.
Non e' un'accoglienza convenzionale e non sono convenzionali gli applausi
commossi e liberatori che segnano alcuni passaggi particolarmente
significativi per la sensibilita' del pubblico tedesco: e' vera e profonda
la gioia e l'entusiasmo suscitati dalle parole di questo uomo di pace,
dotato di mente vasta e conoscenza profonda che ci incita ad assumerci la
responsabilita' di delineare le caratteristiche del futuro che ci attende.
Sua santita' si rivolge ai tedeschi facendo appello alle doti che hanno
dimostrato di possedere nel corso degli ultimi cento anni: hanno fatto i
conti con le ferite strazianti lasciate dalla folle ideologia del nazismo,
hanno saputo ricostruire un paese dalle sue ceneri, lo hanno riunificato e
possono contare su un'economia forte e un alto livello di benessere. Ma
l'appello si rivolge a tutti gli europei che con la Germania hanno condiviso
questa storia: dagli orrori e divisioni della seconda guerra mondiale
all'unione economica e si spera anche sociale nell'arco di poco piu' di 60
anni.
Ci ricorda che possediamo quel livello di benessere economico che anche se
non e' sufficiente a garantirci una felicita' stabile e completa, comunque
ci permette di essere affrancati dall'urgenza di soddisfare bisogni primari
come il trovare cibo, possedere un adeguato riparo, lottare per la
sopravvivenza quotidiana, che ancora affliggono tante parti di questo
pianeta.
Possediamo anche una tradizione culturale che si e' resa responsabile di
aberrazioni come il colonialismo o i regimi totalitari, ma e' anche riuscita
a produrre un pensiero filosofico che ha elaborato il concetto di diritti
umani, di principio di legalita', di democrazia.
Siamo stati responsabili di efferatezze e grandi errori, ma abbiamo
dimostrato anche altre volte di possedere gli strumenti e la capacita' di
produrre pensieri ed azioni che innalzano l'umanita' verso un livello
superiore: a noi la responsabilita' di riprendere un ruolo di guida nel
promuovere nuove visioni per questo millennio appena iniziato, ispirate
dalla compassione e dal buon cuore, e scegliere di trasformarlo nel
millennio del dialogo e della pacifica convivenza.
*
Sua santita' ci ricorda come la maggior parte dei gravi problemi che
affliggono il mondo in questo momento - come il pericolo di un disastro
ambientale, la paura del terrorismo e le guerre infinite - in ultima analisi
vengono dalle attitudini mentali distorte degli esseri: la rabbia, l'odio,
la paura alimentate anziche' depotenziate. Esse non fanno parte
necessariamente della natura umana, non sono un tributo ineliminabile
dell'esistenza; il loro potenziale e' sempre presente, ma solo una miope
attitudine le porta ad esprimersi in tutta la loro violenza.
L'entita' di tanti degli attuali problemi che ci troviamo ad affrontare deve
considerarsi il risultato della negligenza con cui sono stati gestiti dati
della realta' come la scarsita' di risorse naturali, le attivita' umane che
producono il riscaldamento globale, i conflitti ecc. La maggior parte di
essi sono il frutto delle nostre azioni, non dipendono da fattori naturali
indipendenti dall'essere umano, ma abbiamo gli strumenti per ridurli o
eliminarli completamente.
La tecnologia da sola non puo' farlo, e' soltanto uno strumento che viene
diretto verso lo scopo per cui e' utilizzata. Lo sviluppo tecnologico unito
alle emozioni disturbate hanno prodotto finora l'aggravarsi di una serie di
situazioni di squilibrio economico, politico e sociale peggiorando la
qualita' della vita di tutti, in tutte le parti del mondo.
Sua santita' fa notare con lucidita' come la forza, la violenza usata per
affrontare questi problemi non abbia portato alcun risultato utile, come
abbia inasprito le emozioni, reso piu' difficile trovare una soluzione
armonica: abbiamo bisogno di dialogare, analizzare e vedere quali siano le
opzioni che portano a risultati migliori, duraturi, stabili.
La possibilita' di ottenere un futuro piu' felice dipende in ultima analisi
dalla nostra attitudine mentale: dalla capacita' di comprendere quanto la
felicita' altrui corrisponda alla nostra, quanto la separazione tra "noi" e
"gli altri" non sia piu' adeguata per il nostro mondo attuale divenuto cosi'
piccolo e interdipendente.
Con la disarmante semplicita' che lo caratterizza ci esorta a coltivare una
mente piu' ampia, che vede come non esistono i confini delle nazioni, delle
tradizioni culturali o delle religioni: siamo solo un'unica umanita' che
vive su questo pianeta e cerca di raggiungere la maggior felicita'
possibile.
Anche per questo straordinario maestro il significato della vita a livello
profondo e' in gran parte sconosciuto, ma lo scopo e' senz'altro quello di
ottenere la felicita'.
Dobbiamo riuscire a comprendere quali sono gli strumenti per sperimentarla.
Se ci rendiamo conto che il nostro benessere dipende da cio' che riceviamo
dagli altri,  sulla base di questo possiamo ragionevolmente sviluppare un
genuino senso di attenzione nei loro confronti, a prescindere anche dalla
loro attitudine verso di noi. "Distruggere i nostri vicini e' distruggere se
stessi".
*
La nuova visione per questo millennio parte da ciascun individuo, dalla
consapevolezza che il vero disarmo deve avvenire prima all'interno del
proprio mondo interiore, delle proprie emozioni.
Da li', acquisisce l'autorevolezza e le qualita' necessarie per permeare la
societa' intera.
Il futuro piu' felice dell'umanita' dipende dalla capacita' di provare amore
per il prossimo, conclude con forza sua santita'.
"Siate saggiamente egoisti. Pensate piu' in grande, assumete un ruolo
attivo: sviluppate buon cuore e responsabilita' universale".

3. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "AMA IL PROSSIMO TUO" DI ERICH MARIA
REMARQUE
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento, dal titolo originale "Ama il profugo tuo".
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di
pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato
con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di),
Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?,
Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'.
Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'
volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi sono anche nei
siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia
degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.
68.
Erich Maria Remarque, scrittore tedesco (1898-1970), combattente nella prima
guerra mondiale, nella sua successiva opera letteraria fu costantemente
impegnato a denunciare gli orrori della guerra, dei poteri violenti, delle
strutture e delle pratiche della disumanizzazione; giornalista a Berlino,
oppositore del nazismo e costretto all'esilio, nelle sue intense opere
letterarie afferma i valori pacifisti, democratici, della solidarieta'
umana. Opere di Erich Maria Remarque: il suo libro piu' noto e' Niente di
nuovo sul fronte occidentale, Mondadori, Milano]

Erich Maria Remarque, Ama il prossimo tuo, Oscar Mondadori, 1969 (1941).
Un libro di umanita': di crudelta', di resistenza, di dolore, di sentimenti,
di gioia e amicizia, anche di amore, sotto la persecuzione del potere. Non
so come i critici valutano Ama il prossimo tuo, romanzo di Erich Maria
Remarque (Liebe deinen Naechsten, 1941). Per me e' anzitutto un documento e
un insegnamento di umanita'.
*
Germania 1935: ebrei e comunisti non sono piu' cittadini, espulsi vagano
senza patria ne' documenti, senza pane ne' tetto. Risorsa unica l'ingegno,
l'aiuto reciproco, l'astuzia dell'esperienza e l'incontro con alcuni esseri
dotati di umanita'. Gli stati che toccano (Cecoslovacchia, Austria alla
vigila dell'Anschluss, Svizzera, Francia; l'Italia e' piu' pericolosa),
ottusi come ogni sistema astratto, non sai se piu' feroci o piu' stupidi, li
sbattono da una frontiera all'altra, tuttavia in modo abbastanza gentile,
non come oggi vengono brutalmente respinti gli immigranti. Questo e' il
romanzo degli emigrati, immigrati, profughi, mai accettati, sempre
ricercati, sempre impauriti da ogni uniforme. Senza un popolo di cui
sentirsi parte, senza diritti, senza protezione, praticamente senza nome, la
legge esiste soltanto per disconoscerli.
Seguire le loro storie di quegli anni e' per il lettore di oggi
immedesimarsi nei sans papier, nei clandestini, nei profughi, quel popolo di
nessuno, che ha la strada come casa e il cielo come tetto. Cosa hanno fatto
di male? Nulla, ed e' proprio per questo che sono cacciati via, dice
Remarque (p. 370). Apre e chiude l'animato romanzo la coppia di Maria e
Josef: il loro separarsi per salvarsi, senza neppure potere abbracciarsi per
non essere scoperti, commiato descritto in alcune poche pagine tra le piu'
drammatiche sulla minacciosita' del potere tirannico; e il loro ritrovarsi
nel momento estremo di morte e di forza. E, di mezzo, tante altre vive
figure: con le virtu' e i vizi che il patire suscita.
E' un romanzo della resistenza tedesca, che ci fu, piu' difficile di quella
italiana e piu' forte, piu' sofferta e piu' colpita di quella francese. Ci
fu, oltre che nei martiri, anche nella letteratura. Fu resistenza al
nazismo, e anche alla guerra come tale, che e' sempre nazismo: Bertolt
Brecht, Ernst Bloch, Heinrich Boell. Di Erich Maria Remarque visitai con
emozione, nel 1998 (centenario della nascita) la casa-museo a Osnabrueck.
*
Inesperto come sono di letteratura (ignoro quella inglese e americana;
quella poca che ho assimilato e' solo francese, tedesca e russa), consiglio
ad un eventuale lettore che come me cerca nei libri umanita', forza di
resistenza, piu' che diletto estetico, di ascoltare questa storia che ti
avvince nelle traversie degli esclusi, ed e' nel contempo inframezzata di
battute, di sentenze, di aforismi di quella saggezza e ironia che sprizza
come scintille sorprendenti dai colpi del dolore sulla materia viva umana.
E' una risorsa di resistenza alla violenza. Un libro semplice, drammatico,
umano, in cui trovi il saper vivere e il saper morire.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 191 del 24 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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