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La domenica della nonviolenza. 126



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 126 del 26 agosto 2007

In questo numero:
1. Il programma del convegno del Centro educazione alla mondialita' che
inizia oggi a Viterbo
2. Elena Loewenthal ricorda Raul Hilberg
3. "Una citta'" intervista Andrea Canevaro

1. INCONTRI. IL PROGRAMMA DEL CONVEGNO DEL CENTRO EDUCAZIONE ALLA
MONDIALITA' CHE INIZIA OGGI A VITERBO

Programma del XLVI convegno del centro educazione alla mondialita' sul tema
"Umano, disumano, post-umano. Corpo a corpo nell'educazione", La Quercia
(Viterbo), 26-30 agosto 2007
*
Domenica 26 agosto 2007
Dalle ore 9: Accoglienza dei convegnisti
Ore 17: Apertura del convegno
- Introduzione di Brunetto Salvarani
- Intervento del sottosegretario al Miur Letizia De Torre
- Tavola rotonda con Davide Bazzini, Antonella Fucecchi e Aluisi Tosolini,
coordinata da Antonio Nanni
- Presentazione dei laboratori
Serata
- Proiezione di un film attinente al tema del convegno
- Danze popolari dal mondo con il gruppo "Il Salterio"
*
Lunedi' 27 agosto 2007
Ore 9.30: Relazione sul tema: Mauro Ceruti
- Introduzione di Roberto Morselli
Ore 15: Laboratori
Serata
- Spettacolo teatrale "Bambole" di e con Candelaria Romero (con il
patrocinio di Amnesty International)
- Danze
*
Martedi' 28 agosto 2007
Ore 9: Laboratori
Ore 15: Laboratori
Serata
- Momento dello Spirito
- Il corpo di fronte a Dio. "Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia
madre", Carmine di Sante
- "Labirinto: i passi del sacro", esperienza meditativa di costruzione,
percorso danza nel labirinto, guidata da Rita Roberto
*
Mercoledi' 29 agosto 2007
Ore 9: Laboratori
Ore 15: Laboratori
Serata
- Festa finale
*
Giovedi' 30 agosto 2007
Ore 9.30: Incontro con Alberto Abruzzese
- Introduzione di Aluisi Tosolini
Conclusione
*
Organizzazione
Direzione Convegno: Patrizia Canova, Roberto Morselli, Antonio Nanni,
Brunetto Salvarani, Lucreza Pedrali, Aluisi Tosolini
Coordinamento laboratori: Rita Vittori
Segreteria: Michela Paghera
Libreria: Gianni Zampini
Animazione: Luciano Bosi, Patrizia Canova, Riccardo Olivieri
*
Segreteria organizzativa: Cem Mondialita', via Piamarta 9, 25121 Brescia,
tel. 3493624217, fax 0303772781, e-mail: cemconvegno at saveriani.bs.it, sito:
www.cem.coop

2. MEMORIA. ELENA LOEWENTHAL RICORDA RAUL HILBERG
[Dal quotidiano "La Stampa" del 9 agosto 2007 riprendiamo il seguente
ricordo.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Raul Hilberg, nato a Vienna nel 1926, esule negli Stati Uniti con la
famiglia dal 1939, nel 1944 come volontario nell'esercito americano
combatte' in Europa nella guerra contro il nazismo. Allievo di Franz
Neumann, docente universitario, storico, e' il piu' autorevole studioso
dello sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti. E' deceduto nell'agosto
2007. Opere di Raul Hilberg: la sua opera fondamentale e' La distruzione
degli Ebrei d'Europa, Einaudi, Torino 1995, un libro che e' indispensabile
leggere. Cfr. anche Carnefici, vittime, spettatori, Mondadori, Milano 1994]

Se n'e' andato qualche giorno fa, coperto da quell'omerta' che sotto
l'ombrellone, quand'e' tempo di vacanze, avvolge le notizie tristi. Raul
Hilberg e' morto il 4 di agosto, a ottantuno anni. Aveva lasciato Vienna
adolescente insieme alla famiglia, nel famigerato 1939. Ma torno' in Europa
qualche anno dopo, con l'uniforme dell'esercito americano. A Monaco venne
incaricato dai suoi ufficiali di badare ai locali del partito nazista ormai
disfatto: la scoperta di casse e casse di carta stampata - la biblioteca
personale di Hitler - segno' la sua vita.
E' raro, infatti, trovare una carriera di storico votata cosi' come la sua
interamente a un'unica - per quanto enorme - questione. Gia' la sua tesi di
laurea, infatti, porta il titolo dell'opus magnum in piu' volumi che uscira'
alcuni anni dopo di allora: La distruzione degli ebrei d'Europa apparve in
inglese nel 1961 ma solo nel 1982 venne tradotta in tedesco. L'edizione
italiana, in due volumi, arrivo' nel 1999 per le edizioni Einaudi e continua
a rappresentare il punto di riferimento principale nella storiografia della
Shoah. Un'opera monumentale ma dalla scrittura densa, profonda, sempre in
stretto contatto con una smisurata mole di documentazione d'archivio.
Sin dai tempi della sua tesi di laurea, al Brooklyn college e sotto la guida
di Franz Neumann, Hilberg era convinto che questa storia, questa mostruosa
frattura nella modernita', non potesse restare affidata ai racconti dei
sopravvissuti, a una labile tradizione orale. A partire dal rifiuto del
termine "olocausto", carico di un'inadeguata valenza religiosa, in favore
del piu' asettico ma anche drastico "distruzione", Hilberg traccia i confini
del metodo storiografico nel contesto di quegli anni e di quella tragedia.
La stessa Hannah Arendt, durante la sua esperienza d'ascolto al processo
Eichmann, ha modo di citare come esempio l'indefessa ricerca di Hilberg. Che
resta tuttora un modello di equidistanza armata di pathos: lo storico non e'
certo distante dalla bruciante materia che affronta. La sua esperienza di
vita e' anzi parte integrante, e sofferta, di questa storia. Eppure la
precisione documentaria, la fedelta' all'immenso bagaglio di fonti raccolte
lungo tutto una vita, non cedono mai il passo al grido di dolore. Hilberg si
tenne sempre distante da ogni radicalismo, vuoi sentimentale vuoi
metodologico. La sua storia di quegli anni, vista attraverso l'obbrobriosa
lente della soluzione finale, e' un immenso affresco della memoria.

3. RIFLESSIONE. "UNA CITTA'" INTERVISTA ANDREA CANEVARO
Dal sito di "Una citta'" (www.unacitta.it) riprendiamo la seguente
intervista apparsa nel n. 147 dell'aprile  2007 della rivista col titolo "I
rituali inutili".
Andrea Canevaro, nato nel 1939, docente di pedagogia speciale
all'universita' di Bologna, e' uno dei piu' illustri pedagogisti italiani.
Dal sito www.mediamente.rai.it riprendiamo la seguente scheda: "Andrea
Canevaro (1939) ha svolto studi umanistici (laurea in lettere e filosofia),
con alcuni anni di borsa di studio presso l'Universita' Lyon 2, e in
particolare ha seguito gli studi in pedagogia speciale del professor Claude
Kohler. Ha lavorato come educatore nel settore della devianza giovanile. Ha
avuto un incarico di insegnamento di Pedagogia Speciale nel 1975 presso il
corso di laurea in Pedagogia della Facolta' di Magistero dell'Universita'
degli Studi di Bologna; presso la stessa sede dal 1973 era assistente
incaricato; e, sempre nella stessa sede, come vincitore di concorso di
professore di prima fascia, e' stato chiamato nel novembre 1980 a ricoprire
la cattedra di Pedagogia Speciale come professore straordinario dal 1980 al
1983, e successivamente come professore ordinario. Dal 1983 e' stato eletto
presidente del corso di laurea in Pedagogia; e dal 1987, per due mandati
triennali, e' stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione,
presso lo stesso Ateneo. Nel novembre 1996 e' stato nominato nuovamente
direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione. Ha all'attivo una
vasta attivita' di ricerca, che ha prodotto un elevato numero di
pubblicazioni. E' membro di associazioni scientifiche internazionali e
nazionali, direttore di collane editoriali, e nel comitato scientifico di
alcune riviste nazionali ed internazionali". Dal 1966 al 2000 ha fatto parte
del gruppo tecnico dell'Osservatorio del Ministero della Pubblica Istruzione
per l'integrazione scolastica degli studenti e studentesse in situazione di
handicap; ha fatto parte della Commissione insediata dal Ministero della
Sanita' (1997 - 1998) per la definizione di un protocollo per le
riabilitazioni di soggetti in situazione di handicap; relatore in numerosi
Congressi ed in particolare al Congresso Unesco di Salamanca (1988) dove e'
nata la "Carta di Salamanca" per i disabili; e' membro di numerose
associazioni scientifiche nazionali ed internazionali e in particolare del
Collectif de Recherches sur le Handicap et l'Education Specialisee; e' stato
ed e' collaboratore/consulente di Progetti in Cambogia (1997/1998), Bosnia
(1995/2000), Rwanda (1999/2000), Bielorussia (1999 ad oggi) in stretto
rapporto con il Ministero degli Affari Esteri; ha svolto attivita'
seminariali in diverse Universita' (Montreal, Minsk, Tuzla, Buenos Aires);
ha collaborato e collabora alla valutazione di progetti nel settore della
Pedagogia Speciale per l'Universite' du Quebec a Montreal. E' autore di
numerosi volumi pubblicati su: educazione ed handicappati, manuale per
'íintegrazione scolastica, la formazione dell'educatore professionale,
scuola dell'infanzia - handicap - integrazione, pedagogia speciale
dell'integrazione, potenziali individuali di apprendimento, la relazione di
aiuto, ecc. Tra le principali pubblicazioni di Andrea Canevaro: L'illusione
pedagogica, Armando, Roma 1974; Il bambino che non sara' padrone, Emme,
Milano 1975; I bambini che si perdono nel bosco. Identita' e linguaggi
nell'infanzia, La Nuova Italia, Firenze 1976, 1997; I ragazzi scomodi, Edb,
Bologna 1977; Il banco dell'asino e del poeta, Emme, Milano 1978; Educazione
e handicappati, La Nuova Italia, Firenze 1979; (con Raffaella Bassi Neri),
Programmazione e difficolta' scolastiche, Bruno Mondadori, Milano 1979;
Handicap e scuola. Manuale per l'integrazione scolastica, Nuova Italia
Scientifica (Nis), Roma 1983; (con Maria Angiolini, Franco Frabboni), Mi
hanno preso a scuola. Nell'handicappato c'e' un bambino e uno scolaro: sono
tre, Franco Angeli, Milano 1985; Handicap e identita', Cappelli, Bologna
1986; (con A. Rubinelli), Per l'handicap. Un modello pedagogico complesso,
Pellegrini, Cosenza 1986; (con Jean Gaudreau), L'educazione degli
handicappati. Dai primi tentativi alla pedagogia moderna, Nis, Roma 1988,
poi Carocci, Roma 2002; (a cura di, con Maria Angiolini, Maria Saragoni),
Handicap, ricerca e sperimentazione. La realizzazione di un progetto
educativo per l'integrazione, Nis, Roma 1988; Handicap e luoghi
dell'educazione, Eit, Teramo 1989; La formazione dell'educatore
professionale, Nis, Roma 1991; Quel bambino la'... Scuola dell'infanzia,
handicap e integrazione, La Nuova Italia, Firenze 1996; (con Cristina
Balzaretti, Giancarlo Rigon), Pedagogia speciale dell'integrazione.
Handicap: conoscere e accompagnare, La Nuova Italia, Firenze 1996;
Potenziali individuali di apprendimento, La Nuova Italia, Firenze, 1996;
Pedagogia speciale. La riduzione dell'handicap, Bruno Mondadori, Milano
1999; (con Emanuela Cocever, Petra Weis), Le ragioni dell'integrazione.
Inserimento scolastico di alunni con handicap. Una ricerca in tre aree
dell'Unione Europea, Utet, Torino 1996; (con Arrigo Chieregatti), La
relazione di aiuto. L'incontro con l'altro nelle professioni educative,
Carocci, Roma 1999; (con Giacomo Cives , Franco Frabboni), Fondamenti di
pedagogia e di didattica, Laterza, Roma-Bari 1999; La seconda vita delle
cose. Percorsi di educazione ambientale. Volume per l'alunno, Centro Studi
Erickson, 1999; (con Andrea Gamberini), Esploro il mio corpo e l'ambiente.
Giochi e attivita' per bambini dai due ai sette anni, Centro Studi Erickson,
2002; (con Augusto Battaglia, Michelangelo Chiurchiu'), Figli per sempre. La
cura continua del disabile mentale, Carocci, 2002, 2005; (con Dario Ianes),
Diversabilita'. Storie e dialoghi nell'anno europeo delle persone disabili,
Centro Studi Erickson, 2003; (con Marianna Mandato), L'integrazione e la
prospettiva inclusiva, Monolite, 2004; Le logiche del confine e del
sentiero. Una pedagogia dell'inclusione (per tutti, disabili inclusi),
Centro Studi Erickson, 2006]

La memoria che oggi sembra perdersi nell'attualita', nel consumo degli
oggetti, nel non aver piu' tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche
positivo dell'oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di
un gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e
al dialogo. La pena puo' essere proprio nello sguardo dell'altro che sa; la
scoperta delle complicita'. Intervista ad Andrea Canevaro.
Andrea Canevaro, educatore, docente all'Universita' degli studi di Bologna,
ha pubblicato, tra l'altro, Le logiche del confine e del sentiero. Una
pedagogia dell'inclusione (per tutti, disabili inclusi), Centro Studi
Erickson, 2006.
*
- "Una citta'": Vorremmo parlare della questione della memoria, quella
personale e quella civile, e di tutti i problemi anche politici che questa
pone.
- Andrea Canevaro: Parto dallo specifico su cui piu' lavoro e mi impegno, le
persone con disabilita'. Spesso non c'e' memoria, nel senso di memoria
collettiva, non c'e' l'idea che ci sia stato un passato in cui le persone
con disabilita' avevano una certa identita', un certo tracciato nella
storia. Esistono i luoghi, ma non le persone, e poi a volte neanche i
luoghi: noi abbiamo fortunatamente fatto un passo in avanti rispetto alle
istituzioni totali, che non ci sono piu', ma mancano i luoghi per poter
dire: "La' c'erano delle persone disabili". E quindi si vivono le persone
disabili come un dato sempre attuale, senza un passato, e questo e' il
presupposto per non avere neanche l'idea di un futuro, l'idea di un
progetto. Ovviamente questo non vale per coloro che se ne occupano, che
hanno l'idea che c'e' stato un passato, e che da questo passato abbiamo
preso una strada, eccetera, eccetera, pero' non e' una memoria diffusa, e'
una memoria circoscritta a poche persone e questo permette di avere dei
giudizi a volte fuori contesto, perche' la memoria e' anche un meccanismo
molto semplice, nella testa di ciascuno, non e' neanche frutto di un gran
ragionamento. La memoria permette di avere sempre un giudizio comparato. Ad
esempio, quando uno arriva in una casa dopo un po' di tempo, vede un bambino
e nota come e' cresciuto, fa un giudizio comparato, nota cose che forse chi
ha vissuto giorno dopo giorno in quella casa non ha avvertito, perche' vive
dell'attualita', non fa memoria, se non perche' magari bisogna comperare un
nuovo paio di scarpe. Ci sono dei segnalatori del tempo che passa e la
memoria e' richiamata da qualche necessita'.
La possibilita' di far crescere una memoria e' anche la possibilita' di
scoprire qualcosa di cui nel tempo sono sparite le tracce.
C'e' una bella poesia o preghiera, che credo sia brasiliana, che parla di
una persona che ripercorre le tracce della sua vita ed e' sempre in
compagnia del suo Dio, pero' ad un certo punto di tracce, sulla sabbia della
vita, ce n'e' una sola e allora questa persona dice: "Mi hai lasciato
sola?", "No, eri stanco e ti ho preso in braccio". Questa bella poesia mi ha
fatto riflettere e ragionare proprio sul problema della memoria. Troppe
volte ci siamo sentiti, noi normali, come dei padreterni e abbiamo pensato
che si poteva prendere in braccio qualcuno, non limitandosi ad
accompagnarlo. A volte si puo' fare ed e' una buona cosa, a volte pero' lo
facciamo senza rispettare il desiderio dell'altro di lasciare una traccia:
portando qualcuno, spesso pensiamo di compiere un gesto eroico, sara'
eroico, forse, ma non e' civile.
Per compiere un gesto civile bisognerebbe accompagnare e permettere che
ognuno lasci le sue tracce, che vuol dire rallentare, appoggiarsi: questo mi
pare che sia un elemento da tenere presente per la memoria, perche' poi fa
parte delle altre memorie cancellate, memorie che non sono entrate nella
memoria comune.
Un tempo, quando eravamo piu' fermi, meno agitati, meno nomadi, c'era la
possibilita' di dire che un oggetto era stato costruito da un bisnonno, da
qualcuno che, senza volerlo, aveva fatto in modo di lasciare una traccia.
Poi cosa e' successo? Intanto, magari abbiamo cambiato tante volte casa e a
ogni trasloco sei costretto a buttar via, e la memoria va via anche in quel
modo. C'e' gia' una sensazione di dover abitare il presente senza avere
degli elementi che fanno parte del passato. Altre volte, poi, cambiando casa
si cambia anche paese e si arriva in un posto dove tutti i segni di una
memoria civile, un monumento, il nome di una strada, rimandano a una memoria
che non mi appartiene. Arrivo, egiziano, in una cultura che non mi dice
niente della mia memoria: ho detto "egiziano" a caso, in effetti credo che
molte delle nostre abitudini derivino proprio dagli egiziani. Allora, forse,
si potrebbe rintracciare qualche cosa che e' egiziano e noi non lo sappiamo.
Mi chiedo da dove viene lo spazzolino da denti, non certamente da
un'invenzione "italica", come anche il pigiama... Oggetti e abitudini della
quotidianita' vengono da altri paesi; arrivano adesso delle persone da quei
paesi, non trovano un monumento, ma potrebbero trovare qualcosa di molto
piu' indicativo per la memoria, come appunto il pigiama o lo spazzolino da
denti. Credo che ci sia un compito, che non e' quello pedante di costruire
una didattica della memoria, che ha dei limiti, ma di avere uno stile di
vita che permetta le domande e le risposte.
*
- "Una citta'": La memoria corre continuamente il rischio di essere
alterata...
- Andrea Canevaro: E' cosi'. E io capisco umanamente benissimo chi, ad
esempio, avendo avuto un incidente, avendo subito un trauma che gli ha tolto
la mobilita', che lo ha costretto alla sedia a rotelle, avendo avuto un
lungo periodo di riabilitazione, ha ricostruito la propria vicenda
alterandola leggermente, mettendo in luce l'incomprensione degli altri,
l'incapacita' professionale, le angherie, i ritardi, segnalando tutto quello
che lo ha reso vittima e a volte convincendosi di essere una vittima per
incuria, per cui quello che e' accaduto poteva anche non accadere.
La memoria non e' mai una memoria storica, e' una memoria molto personale
con molti errori, e allora si pone il problema, molto serio, di come
dialogare con chi ha una memoria alterata, che esige comprensione umana: "Ti
capisco, avrei fatto anch'io cosi', mi sarei anch'io domandato: ma e' il
destino o l'incuria, doveva proprio accadere o qualcuno e' colpevole?". E'
giusto, umano domandarselo, dopodiche' il dialogo non si ferma, non posso
essere compiacente, devo anche trovare gli elementi che permettano di
ricostruire con piu' verosimiglianza, con piu' verita', e li' e' difficile.
Io ho un'idea mia, che non posso neanche proporre a tanti, perche' ognuno
poi ci deve arrivare con la sua esperienza. La mia idea e' che sia molto
importante la ricerca dei mediatori, che a volte sono utili per riaprire
qualcosa che si era chiuso, che era rimasto nell'ombra. Ora, mediatore puo'
essere qualsiasi cosa, anche un oggetto particolare, ad esempio. Se vuoi ti
racconto un episodio che va oltre quello che ho appena detto, perche' non si
tratta di traumi fisici, ma di traumi di altro tipo, riguarda le vicende
bosniache, in cui a volte un mediatore e' apparso e nessuno l'aspettava, e
quello che sembrava ormai definito si e' riaperto ed e' venuto fuori quello
che non si osava dire, quello che era troppo pesante da tradurre in parole.
A Tuzla incontrai una signora, che mi aveva cercato, come cercava tanti
altri, perche' aveva bisogno di trovare una sistemazione per la figlia, di
16 anni, affetta da sindrome di Down. Loro non avevano spazi per questa
ragazzina, erano sfollati, non sapevano come organizzarsi.
Io, fortunatamente, avevo saputo che proprio in quei giorni si apriva un
centro occupazionale dove si fabbricavano stoffe, ceramiche e altro, e feci
in modo che potesse andare la'. L'operazione sembrava facilmente risolta, mi
preoccupai pero' di dire a questa signora che, se credeva, poteva andare
anche lei a dare una mano, come volontaria, ovviamente non mettendosi
accanto a sua figlia. Capi' subito, aveva un volto duro, doloroso, di una
persona che aveva molto sofferto. Il colloquio sembrava concluso
positivamente, e, come d'abitudine nei Balcani, alla fine dell'incontro,
visto che ero io che ospitavo, offrii qualcosa da bere e andai a preparare
il caffe'. Tornai con il vassoio e tre tazzine. Le tazzine furono un
mediatore inaspettato, non previsto. La signora, prendendo la tazzina, disse
che era come quelle che lei aveva avuto e che non aveva piu', che erano
nella casa che aveva avuto e che non aveva piu'... In questa casa lei e il
marito avevano investito tutto per il futuro della figlia, avevano avuto un
conto in banca che non c'era piu'... insomma, rivelo' quello che non aveva
previsto di dire in una razionalita' di previsione, grazie a un oggetto
apparso inaspettatamente. E li' salto' fuori tutto questo, con molto dolore,
ma anche liberazione. Pero' a quel punto io non avevo piu' carte da giocare,
perche' se prima potevo farmi forte della possibilita' di conoscenze per
sistemare i loro problemi rispetto alla figlia, li' potevo solo ascoltare e
condividere, umanamente, il suo dolore, la sua memoria, che cominciava ad
essere un po' anche la mia. Lei si soffermo' sul fatto che aveva fatto tutto
questo per assicurare un futuro alla figlia e aveva aggiunto che anche
l'educazione nei confronti della figlia era stata un po' spartana, che le
aveva sottratto dell'affetto, pensando che "se viviamo troppo nell'affetto,
il giorno in cui rimarra' sola ne soffrira', per cui e' meglio che io sia
meno affettuosa".
Ora constatava il fallimento, perche' si accorgeva di non avere piu' i beni
materiali e di non essere stata capace di dare affetto alla figlia. Su
questo ritrovai un po' piu' di elementi per far la mia parte. Le spiegai,
anche con esempi, che si potevano fare delle ginnastiche. Certo, il corpo a
corpo non avrebbe potuto certo essere lo stesso, perche' non poteva piu'
farla tornare bambina e prenderla in braccio, i 16 anni si dovevano
rispettare, ma si poteva trovare il modo di avere un calore, di sentirsi
vicini col corpo. Su questo si apri' ancora, ma lanciava degli sguardi di
timore verso l'interprete. Io capii che dovevo dire due parole
sull'interprete e le spiegai che l'interprete era croata e che era venuta a
Tuzla per uscire dal fascismo di Tudjman. Questo la rincuoro' e allora
rivelo' che la sua era una famiglia "mostruosa": lei, serba non ortodossa,
credo musulmana, e anche il marito, croato, ma non cattolico, non stavano
dentro l'impianto degli accordi di Dayton, con serbi ortodossi, bosniaci
musulmani, croati cattolici e questo forse era l'elemento piu' complicato da
dire, per lei, in quel momento.
Queste situazioni esigono intanto un po' di tempo, perche', se si corre, se
si e' troppo funzionalisti: io ti dovevo sistemare la figlia, te l'ho
sistemata, adesso chiudiamo perche' ho altro da fare, ho i miei impegni...
Tra l'altro questo succede sempre piu' spesso, siamo tutti oberati di
lavoro. E io per primo predico bene e razzolo malissimo. Quindi un po' di
tempo e poi un po' di rituali inutili. L'inutile e' necessario. Offrire un
caffe', stare attenti agli oggetti, a che la troppa funzionalita'
razionalistica non impedisca l'imprevisto, perche' spesso e' soprattutto
nell'imprevisto che ci arriva la memoria.
*
- "Una citta'": Si puo' anche avere un certo timore verso una memoria che
arriva imprevista...
- Andrea Canevaro: La memoria che noi vogliamo e' una memoria gia' sagomata
e addomesticata, a volte appunto e' una memoria solo persecutoria, come nel
caso della persona che ha avuto un incidente. Bisogna andare un po' oltre,
bisogna aprire all'imprevisto, ed e' complicato, perche' l'imprevisto non lo
posso giocare in maniera artificiosa - ti porto un elemento che ti spiazza e
ti frego, oppure facciamo un incontro e sentiamo cosa viene fuori -, ci
vuole un percorso, che a volte richiede anni e anni, stare insieme in
un'elaborazione, non un'elaborazione del lutto, espressione che ha assunto
un tono un po' irritante, ma l'elaborazione di una storia, del tuo romanzo.
Chi e' che ha detto che ciascuno si racconta la storia della sua vita, in un
romanzo che non ha piu' niente di vero, ma e' del tutto reinventata? Puo'
darsi che sia sempre cosi', ma se e' cosi', fa parte di una struttura
portante all'interno della nostra antropologia di sopravvivenza. La memoria,
che non e' solo la verita', ma e' la ricostruzione, la voglia di seguire un
filo, di capire come va a finire, puo' essere un grande elemento di
speranza, perche' vuol dire rimettere in ordine dei giudizi che erano
spietati, per cui i giusti e gli ingiusti erano separati in maniera secca e
netta.
Siamo al ventesimo anniversario della morte di Primo Levi, il maestro di
questa dubitosita' dei giudizi secchi e netti che significa anche che chi
era dalla parte sbagliata deve essere capito; capire, piu' che giudicare, mi
pare che fosse l'espressione usata da Primo Levi... E' la cosa piu'
difficile.
*
- "Una citta'": Memoria e oblio: l'oblio rischia di avere sempre una
connotazione negativa. L'oblio puo' avere un senso nella vita, o e' sempre
meglio prendere un filo e tirarlo?
- Andrea Canevaro: Con la memoria c'e' anche l'oblio, che ha una funzione
positiva. Io spesso ho usato, scherzando, l'espressione "memoria da
condominio" per raffigurare una caricatura della memoria, cioe' quella di
chi non saluta piu' la tal persona perche' "il 12 aprile del 1981 mi fece
inciampare", e questa memoria non e' una bella cosa, sarebbe meglio
dimenticare. Intendiamoci, questa e' evidentemente una caricatura, esistono
altre cose, piu' serie e complicate, che esigono ugualmente una capacita' di
dimenticare. Intanto, nella memoria ci sono sfumature. Il regista del film
"Le vite degli altri" mi e' sembrato straordinariamente bravo. Il film
racconta la storia della Stasi, la polizia segreta della Germania dell'Est,
il finale e' straordinario. Una delle figure centrali di questo film, un
ufficiale della Stasi, che spia uno scrittore di teatro, ad un certo punto,
proprio ascoltando giorno e notte le conversazioni, le intimita' e avendo
contatto con i suoi capi, fa la comparazione, e senza passare dall'altra
parte, si rende conto della loro volgarita', della loro arroganza,
desiderosi solo del potere, mentre dall'altra parte si accorge della
finezza, dell'estetica degli scrittori (siccome ha la possibilita' di
introdursi anche nelle case, porta via un libro di poesie di Brecht e se lo
legge) e allora li protegge, fino a falsificare le cose, in modo tale che
quella che poteva essere la rovina totale di questo scrittore finisce nel
nulla. E quando, dopo la caduta del muro, questo scrittore, curioso di
capire un po' meglio tutta la vicenda della sorveglianza che aveva subito
senza rendersene conto, va a vedere i dossier e scopre la sigla dell'uomo
che lo aveva sorvegliato, risale al nome, lo cerca, lo va a vedere da
lontano, e qui potrebbe finire con un abbraccio di riconoscenza, e la
memoria avrebbe una tangibilita' in un abbraccio fisico, ma lui fa un'altra
cosa, scrive un libro che ha un immediato successo, e la dedica iniziale e'
alla sigla della spia, "con riconoscenza". Quando l'ex agente vede il libro,
chiude il cerchio della memoria: c'e' anche una memoria capace di
incamminarsi su una strada che non obbliga ad avere una memoria completa. E'
piu' complicato dirlo che farlo. A volte non c'e' bisogno di rimettere tutto
in chiaro, si puo' semplicemente far capire che si e' capito, e chiudere. E
questo puo' essere stato anche il rituale di riconciliazione del Sudafrica,
forse del Salvador, che pero' e' piu' complicato, perche' e' una terra
insicura, ancora piena di delitti. Comunque c'e' stata una riconciliazione:
la figlia dell'assassino del cardinal Romero e' in un gruppo di lavoro con i
guerriglieri che si ispiravano al cardinal Romero. Lavorano insieme: ognuno
sa, ma vuol dimenticare una parte per poter andare avanti; e' piu'
importante l'andare avanti.
La memoria e' anche complicita': le complicita' sono vaste. Nel nostro
passato europeo abbiamo avuto fascismo e nazismo, ogni famiglia, se
vogliamo, ha delle complicita' piu' o meno intense, e se noi rivanghiamo
tutto, rimettiamo tutto in moto, avremmo un avvelenamento dei rapporti
inguaribile. Dobbiamo far capire che sappiamo avere memoria, ma che sappiamo
anche dimenticare. Non e' semplice, perche' questo esige un progetto.
Tragedia e progetto sono parole che si rincorrono: la tragedia e il progetto
esigono una memoria che sappia anche dimenticare, sembra un paradosso, ma e'
cosi'.
*
- "Una citta'": Mi viene in mente un'immagine molto bella, da un'intervista
a un professore tedesco che organizzava incontri di giovani tedeschi con
giovani ebrei, anche da Israele. E lui chiedeva: "Cosa deve succedere quando
il nipote di un deportato ad Auschwitz incontra il nipote di una Ss?". Se la
colpa si proietta su quest'ultimo, il dialogo finisce subito, diventa
impossibile. Allora, forse, dopo un po' di tempo e' necessario dimenticare
il criminale per ricordare il crimine.
- Andrea Canevaro: Questa immagine e' straordinaria. Io ho un esempio piu'
vicino. Giancarlo Randi, dirigente di Hera. Qualche anno fa la moglie fu
ammazzata e trovata in un campo, in condizioni tali per cui la prima idea fu
che fossero stati degli stranieri, albanesi, eccetera. Due giorni dopo, chi
aveva commesso il delitto (quasi col desiderio di farsi prendere) utilizzo'
la carta di credito della signora, fu riconosciuto subito, era uno del
posto. Il marito spiego' tutto alla figlia, che era in classe con la figlia
di chi aveva ucciso la moglie e disse: "La tua compagna forse non sa ancora
niente, sarebbe meglio che tu glielo dicessi, prima pero' devi capire che
dovete essere ancora piu' amiche, perche' viviamo lo stesso dolore".
Riconoscere che il dolore di una bambina il cui padre ha commesso un delitto
e' lo stesso di un marito e di una figlia che hanno avuto la moglie e la
mamma ammazzata, e' una cosa che mette i brividi. Quest'uomo, veramente una
grande persona, non ha mai voluto esporsi, per evitare, lui che e'
religioso, che della sua religiosita' si facesse un "santino". La memoria e'
anche un'organizzazione mentale che va padroneggiata, non puo' essere
qualche cosa che viene sempre fuori impropriamente, perche' in questo modo
si fa uno sciupio della memoria, che invece e' troppo importante, preziosa.
*
- "Una citta'": Ma quando abbiamo a che fare proprio col colpevole? Vidal
Naquet e' stato categorico: solo la pena autorizza a "chiudere", a
dimenticare. Un documentario sul Sudafrica mi ha impressionato: un
palazzetto dello sport molto grande, gremito negli spalti, al centro un
tavolo e due sedie. La telecamera inquadra due donne, di spalle, sedute
vicine e poi due persone in camicia bianca entrano e si avviano verso il
tavolo. Una delle due signore da' di gomito all'altra: "Ecco, e' entrato
l'assassino di tuo marito". Il racconto delle modalita' del fatto era poi
agghiacciante. Fa rabbrividire l'idea che quella persona, se dira' la
verita', di li' a poco andra' via libera. Certo, c'e' il futuro del paese a
cui pensare, ma che la politica sia cosi' superiore alla giustizia puo'
lasciar perplessi. O c'e' anche qualcos'altro?
- Andrea Canevaro: Sono portato a dire che ci sia anche qualcosa di piu',
qualcosa legato a una cultura che sa che la pena e' gia' compiuta nel
momento in cui io confesso di aver commesso il crimine. Circolero' ancora,
ma gli altri mi guarderanno, e il loro sguardo mi dira': "Tu sei il
torturatore, ormai lo sappiamo, non ti nascondere". Ricordo di avere letto
delle cose di Francoise Dolto, nota come straordinaria psicanalista: lei ha
sempre sostenuto, a proposito, ad esempio, dell'infanticidio, che e' chi ha
commesso il crimine ad aver bisogno del carcere, non la societa' per
difendere se stessa, perche' l'infanticida e' una persona che non sopporta
piu' lo sguardo degli altri, che ha bisogno di poter espiare.
Questo cambierebbe un po' le cose, farebbe capire che se il Sudafrica ci da'
una lezione e' proprio questa. Puo' essere una pena ancora maggiore quella
di essere sempre esposto allo sguardo degli altri, avendo detto: "Sono io il
torturatore" e con la possibilita' di incontrare due signore che si diano di
gomito e ti indichino come il torturatore del marito. Qual e' la pena piu'
grossa? Essere sottoposto agli sguardi o stare vent'anni in prigione, visto
solo dai secondini e dai parenti? In questo caso certamente si e' piu'
protetti al riparo dagli sguardi e avrebbe quindi ragione Francoise Dolto a
sostenere che la prigione e' utile in primo luogo per l'infanticida.
Probabilmente c'e' qualcosa di profondo nella scelta culturale che hanno
fatto gli africani e che non smentisce l'idea che ci voglia una pena: forse
stanno elaborando una pena che e' piu' difficile, pero' mi auguro che loro
siano una societa' diversa dalla nostra.
*
- "Una citta'": Perche'?
- Andrea Canevaro: La nostra e' una societa' malandata da questo punto di
vista. Se pensi che il belga pedofilo Dutroux, assassino spietato, aveva
ricevuto montagne di lettere d'amore, questo fa capire che questa societa'
dello spettacolo spettacolarizza tutto, sovverte tutto: si ammirano le
persone piu' capaci di volgarita', di prepotenza e allora non so se siamo
adatti a fare un'operazione come quella sudafricana. Magari fossimo adatti,
ma il rischio e' - adesso esagero - che una persona che ne fa di tutti i
colori possa diventare Presidente del Consiglio!
E' come se fossimo arrivati a una sorta di saturazione... I mezzi di
comunicazione attualmente sono per la liquidazione della memoria, i fatti
non vengono connessi, bensi' precipitosamente enumerati, e basta.
L'elaborazione, i collegamenti, la capacita' di dire: "Ma quel politico di
destra, non e' lo stesso che aveva espresso solidarieta' a Milosevic?". Si',
e' lo stesso, puo' essersi sbagliato, per carita', ma questo fatto e' stato
completamente dimenticato, quindi gli si fa fare sempre la parte del grillo
parlante sull'attualita'. Guido Sarchielli e' uno psicologo del lavoro che
ha studiato, qualche anno fa, le slot machines, e ha capito che se queste
macchinette avessero una pausa, un'interruzione, uno si salverebbe dal
rovinarsi, dallo sperperare soldi: la pausa permette la connessione,
permette di dire: "Cosa sto facendo?". Allora e' evidente che noi temiamo le
pause, perche' le connessioni comportano qualche impegno.
*
- "Una citta'": Pero' c'e' anche la memoria delle cose positive, che forse
si e' un po' persa, una volta la stima degli altri, l'onore, anche della tua
famiglia (casomai con risvolti molto negativi) era un valore assoluto,
vitale... Non so, andar in guerra e non imboscarsi, rispettare sempre la
parola data, dir sempre la verita'... Questo ha a che fare con la memoria, e
il riconoscimento, delle cose positive...
- Andrea Canevaro: Mi viene in mente Nuto Revelli. La sua ricerca era
proprio improntata a questo: lui partiva da Cuneo, da una citta', e si
recava in queste case isolate, faceva dei chilometri, doveva essere
presentato (non aveva l'abitudine di entrare se non aveva la referenza di
qualcuno) e poi domandava se le persone che incontrava potevano raccontare
le loro storie, chiedeva delle lettere che arrivavano dalla Russia. Ebbene,
quasi sempre trovava persone che gli dicevano: "Ma perche' lo domanda a noi?
Lei sa piu' di noi, perche' lei e' della citta'". E allora lui doveva
spiegare che, si', lui sapeva delle cose, ma loro ne sapevano altre e quelle
che loro sapevano erano importanti, proprio perche' c'era di mezzo una loro
bonta', una loro validita', un loro essere persone che avevano delle regole,
delle fedelta', dei valori, dell'onore. E lui diceva: "Ero noioso a me
stesso", perche' questa spiegazione veniva fatta tutte le volte, ripeteva
sempre queste cose, ci teneva a farle capire alle persone, e voleva capire
lui stesso. Queste modalita' ricordano un po' Paulo Freire, quel suo rompere
lo schema secondo il quale si deve insegnare tutto al contadino analfabeta,
mentre ci sono cose che io so e cose che lui sa e io no. Insomma, tu hai dei
valori, e il riconoscimento di questo e' un elemento di grande importanza.
La memoria e' connessioni, sta nel riconoscere i valori di chi si ritiene
spacciato in partenza e dice: "Ma io cosa conto? Io tutti i giorni lavoro,
magari ho un banco al mercato e vendo la verdura, cosa porto di valori?".
Beh, se fai il tuo lavoro onestamente, non ci speculi, per cui non metti sul
banco della merce non buona, eccetera: questo non ha valore? E in che
maniera ti viene riconosciuto? Esercitando la tua memoria perche' uno
l'ascolti; questa circolazione e' vitale anche per poter riprendere fiato,
altrimenti abbiamo solo immagini negative, distruttive, vince solo la
prepotenza...
*
- "Una citta'": Tu insisti molto sulle pause, sul prendersi un po' piu' di
tempo, sulla pazienza, sul non decidere subito il giudizio su una persona...
Sbaglio?
- Andrea Canevaro: Beh, conta molto. Ti faccio un esempio. Nelle situazioni
in cui un collega specialista ha un atteggiamento prevaricante, disprezza un
genitore, gli educatori (di cui faccio parte), perche' lui e' appunto
l'esperto, so che bisogna trovare il tempo per chiedergli qualche cosa che
vada oltre quello che lui crede di dover rappresentare: quali film gli
piacciono, cosa mangerebbe volentieri in questo momento, che vacanze ha
fatto? Parlar d'altro.
Allora si entra in una dimensione che apre al riconoscimento di qualcosa che
non si avrebbe avuto la possibilita' di sapere; alla possibilita' di trovare
(e' un'espressione scout) "quel 5% di buono che c'e' in ogni essere umano e
quel 5% e' sufficiente per salvare il mondo". E' un po' retorica, e
certamente, se non abbiamo neanche il tempo di cercarlo, si fa fatica. Se il
collega ti presenta sempre soltanto quello che lui ritiene essere il volto
duro di una disciplina giuridica o neuropsichiatrica, da' fastidio e la
collaborazione e' zero. Per collaborare bisogna stimare e bisogna fare uno
sforzo per recuperare memoria di qualcosa che tu dimentichi. Ci sono due
pagine straordinarie di Primo Levi in Se questo e' un uomo, sul dottor
Pannwitz, lo specialista che doveva esaminare i deportati per capire se
potevano ancora avere un utilizzo. Levi a un certo punto vede un libro di
chimica, lo stesso che lui aveva usato a Torino all'Universita' e resta
quasi senza fiato per lo stupore: quel libro lo proietta in uno scenario che
non pensava potesse essere presente li'. Parliamo di una situazione
compromessa, e' un campo di sterminio, quindi c'e' poco da fare, ma quella
e' l'apertura a un capire che l'altro ha degli elementi in comune: ci sono
dei libri amati da entrambi. Se dovesse esserci un seguito, che li' non
c'e', quell'elemento piccolissimo permetterebbe di arrivare a dire: "C'e'
una parte stimabile in costui? Come mai fa quello che fa? E' costretto? L'ha
scelto? E come lo fa? Magari sta anche cercando di salvare qualcuno,
chissa'...".
Di lui non sappiamo niente di piu', pero' lo stesso Levi di altre persone ha
poi avuto modo di dire: "Il tale era certamente un Ss, ma, tra tutti, almeno
cercava di permettere che qualcuno andasse in infermeria", eccetera. Queste
cose sono complicate, perche' pur non vivendo noi in una situazione cosi'
tragica, la conflittualita' e' alta, e nasce proprio anche dal fatto che non
c'e' tempo di grattare la vernice e di vedere se l'altro, sotto una patina
aggressiva, poco gradevole, non contenga invece anche qualcosa di
piacevolmente evocante...
La memoria come complicita' e' forse uno degli elementi che ci trattiene,
perche' nella memoria potremmo scoprire che non siamo cosi' a posto come
vorremmo, come ci piace rappresentarci. Non sto parlando, ovviamente, di un
lavoro da storici sulla memoria, la memoria ha sempre un filtro personale
cosi' come la utilizziamo e ha bisogno di facilitatori, ma certamente la
memoria e' collegabile a tutti gli altri e con gli altri si hanno dei
rapporti che io chiamo di complicita' nel senso che anche le cose piu'
brutte, se arrivo a capirle, non risultano mai totalmente lontane da me.
C'era qualche elemento che mi tocca, che condivido, che mi permette di
avere, appunto, un briciolo di complicita'. Questo naturalmente non
significa arrivare a dire: "Siamo tutti complici e quindi nessuno puo' dare
giudizi". Credo che l'esercizio della giustizia in questa complicita'
diventi ancora piu' importante, perche' vuol dire dare alla giustizia un
ruolo ancora piu' nobile e importante, con la possibilita' di indicare i
gradi di colpevolezza senza con questo pensare che la condanna sia mai
definitiva. La colpevolezza e' una quota, non e' un assoluto, e la giustizia
amministra quote, non amministra l'assoluto, l'assoluto non e' della
giustizia, e' un altro criterio. Complicita' e giustizia per me sono due
cose che vanno bene insieme. Giustizia e complicita' sono alleati, non
opposti.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 126 del 26 agosto 2007

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