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Minime. 197



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 197 del 30 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Ilaria Ciriaci: Una mozione all'assemblea ecumenica di Sibiu
2. Remo Cantoni: La crisi dell'uomo nel pensiero di Dostoevskij (1948)
3. Un colloquio tra Vamik Volkan e Umberto Galimberti su conflitti e
identita'
4. Riletture: Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg
5. Riletture: Paul Froelich, Rosa Luxemburg
6. Riletture: Daniel Guerin, Rosa Luxemburg e la spontaneita' rivoluzionaria
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. DOCUMENTI. ILARIA CIRIACI: UNA MOZIONE ALL'ASSEMBLEA ECUMENICA DI SIBIU
[Da Ilaria Ciriaci (per contatti: paoloeilaria at aliceposta.it) riceviamo e
diffondiamo.
Ilaria Ciriaci e' presidente del Movimento internazionale della
riconciliazione (Mir), uno dei principali movimenti nonviolenti]

Carissimi tutti,
qui sotto riporto la mozione 8d che il gruppo misto di delegati italiani
proporra' a Sibiu nella prossima terza assemblea ecumenica (4-9 settembre).
Sembra che le nostre richieste siano state accolte.
Ilaria Ciriaci, presidente del Movimento internazionale della
riconciliazione (Mir)
*
Mozione 8d. Dichiarare il possesso di armi atomiche peccato contro Dio e
l'umanita'
Il n. 8 della Charta oecumenica afferma che "di fronte ai numerosi conflitti
e' compito delle Chiese assumersi congiuntamente il servizio della
riconciliazione anche per i popoli e le culture".
Da cio' deriva l'impegno "per un ordine pacifico, fondato sulla soluzione
nonviolenta dei conflitti" e la condanna di "ogni forma di violenza contro
gli esseri umani, soprattutto donne e bambini". Gia' il Messaggio finale
della II Assemblea ecumenica europea aveva dichiarato che "il nostro impegno
personale in questo processo di riconciliazione ci porta a sollecitare i
responsabili politici e i cittadini a incoraggiare il disarmo e lo sviluppo
di una gestione nonviolenta dei conflitti, e promuovere tempestivamente i
negoziati volti alla completa eliminazione delle armi nucleari in
conformita' con il Trattato di non proliferazione" (n. 8).
A tal fine si propone che le Chiese d'Europa sottoscrivano un documento
comune per dichiarare la guerra atomica nonche' la fabbricazione e il
possesso di armi nucleari un peccato contro Dio e un crimine contro
l'umanita', e per promuovere e sostenere l'impegno dei cristiani a favore
del disarmo totale.

2. MAESTRI. REMO CANTONI: LA CRISI DELL'UOMO NEL PENSIERO DI DOSTOEVSKIJ
(1948)
[Da "Materiali di estetica" n. 9 (disponibile nel sito
www.accu.mi.it/riviste) riprendiamo la Prefazione di Remo Cantoni al suo
volume Crisi dell'uomo. Il pensiero di Dostoevskij, Mondadori, Milano 1948
(prefazione riprodotta anche alle pp. 19-23 della seconda edizione del 1975
presso Il Saggiatore, Milano).
Remo Cantoni, filosofo italiano (1914-1978), docente di filosofia morale,
fondatore con Antonio Banfi della rivista "Studi filosofici" di cui fu
redattore capo, fondatore e direttore della rivista "Il pensiero critico".
Il suo approccio filosofico e' noto come umanesimo critico e apporta
cospicui contributi ad una cultura della pace e della nonviolenza. Opere di
Remo Cantoni: Antropologia quotidiana, 1975; Che cosa ha veramente detto
Hartmann, 1972; Che cosa ha veramente detto Kafka, 1970; Crisi dell'uomo. Il
pensiero di Dostoevskij, 1948, 1975; Illusione e pregiudizio, 1966, 1970; Il
pensiero dei primitivi, 1968, 1974; La coscienza inquieta. Soeren
Kierkegaard, 1949, 1976; La vita quotidiana, 1966, 1973; Mito e storia,
1953; Tragico e senso comune, 1963; Umano e disumano, 1958]

Nella cerchia, non molto ampia, dei "letterati" e dei "filosofi"
professionali, questo libro rischia di trovare pochi consensi. Ai primi, che
respirano l'atmosfera incantata ed eccelsa dell'arte "pura", il ragionar di
Dostoevskij come di un rappresentante della crisi del nostro tempo - che e'
una crisi di classi e di istituti, di strutture e di ideologie - sembrera'
un ragionare profano e irriverente. Se l'arte, infatti, e' il tempio delle
verita' prime e assolute, metafisiche, l'irruzione delle verita' seconde e
relative - quelle storiche - in tale spazio consacrato, non puo' non
sembrare sconveniente. Se l'arte circola in un empireo, che e' il cielo del
tempo "maggiore", quel tempo "minore", in cui vive la cronaca e la commedia
degli uomini sublunari, e' un tempo eterodosso e impertinente, che non ha
diritto di cittadinanza nel regno dello spirito. E i chierici della
universalita' della filosofia si troveranno, a loro volta, solidali coi
"letterati" in nome del pensiero "puro", nella protesta contro coloro che
infangano, con la "feccia di Romolo", il cristallino mondo delle idee, che
e' tanto piu' terso quanto meno le idee sono tributarie della realta' troppo
empirica del vivere sociale. I "letterati" muoveranno il rimprovero di aver
storicizzato, e quindi avvilito, il messaggio eterno dell'arte di
Dostoevskij, di aver assunto le immagini assolute della poesia - valide in
se', fuori del tempo e dello spazio - quali simboli di un dramma storico e
occasionale. E lo stesso rimprovero muoveranno quei "filosofi" pei quali
l'universalita' della filosofia e' un comodo asilo contro gli assalti di una
realta' sempre mutevole e che sempre si ripropone come tema di meditazione
all'intelligenza umana, avida piu' di sogno e di tregua che di ricerca e di
inquietudine.
Eppure, proprio oggi occorre sommuovere le acque ferme della cintura
accademico-tradizionale, e questo processo di sommovimento non puo' essere
che un rifluire copioso dei fiumi della storia in tali acque che minacciano
di impaludare. Ma, con non minore cautela, occorre guardarsi dai retori
della storia, che intendono come storia le quotidiane oscillazioni della
politica, alle quali vorrebbero rimorchiare, momento per momento, i moti
della cultura. Proiettata nel passato, questa tendenza da' origine a quel
sociologismo volgare che vuol ritrovare una correlazione meccanica e
categorica tra i ritmi della vita sociale e quelli della vita artistica e
ideologica, dogmaticamente asseriti come sincronistici.
La lotta contro l'autonomia dello spirito e delle sue forme ha un
significato nella cultura soltanto se e' la lotta di un pensiero critico che
illumina il processo reale col quale la vita ideologica e artistica si
nutre, spesso inconsapevolmente, dei succhi della vita storica. Vi e' una
vera e propria legge di convergenza tra i fenomeni ideologico-artistici e
quelli economico-politici, ma tale legge e' un postulato metodologico per la
ricerca e non una ricetta aprioristica da applicare indiscriminatamente
prima di aver compiuto la ricerca stessa. Inoltre, i fenomeni della vita
ideologica e artistica non sono epifenomeni che riflettano una realta'
statica alla quale essi non concorrono, ne' effetti passivi di cause
economiche, politiche o sociali che costituiscano una realta' di un ordine
piu' "reale". La realta' concreta e' l'intreccio vivente di "strutture" e
"sovrastrutture" - se si vuole usare la terminologia marxista - quel
processo cioe' di Wechselwirkung di cui parla Engels e sul quale ha tanto
insistito nei suoi scritti il nostro Antonio Labriola. In particolare, le
immagini dell'arte riflettono, e' vero, delle realta' sociali, ma tale
processo di Wiederspiegelung non e' illustrato nella sua natura se non
quando si sia tenuto il debito conto degli strumenti, dei modi e delle forme
originali in cui avviene il processo, che non e' un copiare o un ricalcare o
un riflettere come in uno specchio, bensi' un creare e rivelare. Le immagini
di ogni vero artista sono sempre "nuove" e irripetibili e contribuiscono a
illuminare aspetti della realta' che, senza di esse, sarebbero eternamente
rimasti nella penombra. L'arte non e' "autonoma", come non e' "autonoma" la
filosofia, perche' nessuna sfera ideale e' un mondo impenetrabile che abbia
in se', e in se' soltanto, la legge della propria nascita e del proprio
svolgimento. L'arte e la filosofia sono piante che crescono sul terreno
della vita storica, dal quale traggono, in modi spesso inconsci, il loro
necessario alimento. Esse sono autonome solo in un senso "relativo" e
"condizionato", in quanto cioe', come le piante, trasformano i nutrimenti
della terra in qualcosa che non e' terra, seppure dalla terra nasca e con
essa concresca indissolubilmente. I poemi omerici, come la Divina Commedia,
il Don Chisciotte, la Comedie humaine o i romanzi dostoevskijani, hanno le
loro radici nell'humus storico-sociale del loro tempo, ma trasfigurano in
immagini originali e insostituibili gli elementi dai quali hanno tratto la
loro origine. E tali immagini hanno il potere di illuminare la realta'
storica divenendo esse stesse "documenti" di natura singolarissima, che
tuttora vivono nella nostra memoria come un patrimonio indelebile a cui
continuamente ricorriamo.
Cio' che ho detto, valga ad assolvermi presso i "letterati" e presso i
"filosofi", piu' o meno "puri", piu' o meno intinti di metafisica platonica,
per aver considerato Dostoevskij prevalentemente alla luce di un interesse
ideologico e sociologico.
*
Quale sia il campo preciso al quale appartiene l'opera dostoevskijana, in
quale sfera dello spirito essa si inserisca, per rimanervi crocifissa, io
non so, ne', a dire il vero, mi interessa gran che di sapere. La distinzione
tra le varie forme o attivita' della cultura corrisponde a una esigenza
didattica e classificatrice, che ha la sua giustificazione soprattutto nel
bisogno della societa' contemporanea di specializzare e dividere il lavoro.
Ma la realta' delle opere non tiene, spesso, nessun conto delle distinzioni
che noi facciamo per nostro comodo, e vi sono opere che possono appartenere,
nello stesso tempo, a piu' campi della cultura. L'opera di Dostoevskij e'
l'esempio vivente di quanto siano fluide e arbitrarie le barriere che siam
soliti elevare tra un dominio e l'altro della cultura. Di fronte a un autore
della complessita' di Dostoevskij, il critico che si pone da una prospettiva
particolare deve conoscere il limite del proprio orizzonte e non ignorare
l'esistenza di altri possibili orizzonti. In questo libro Dostoevskij e'
studiato come il sismografo di una profonda scossa ideologica e sociale. I
personaggi dostoevskijani sono, infatti, attraversati da tutta la tensione
ideologica e sociale di cui e' carica la loro epoca. Questa tensione non e'
solo nelle idee che i personaggi hanno o enunciano. Essa e' la sostanza del
loro stesso modo di essere nel mondo e risulta evidente solo dal corso della
loro esistenza e dal significato che tale esistenza assume. Per questo
motivo un'analisi dei motivi ideologici, astrattamente considerati, e'
insufficiente a penetrare la vita degli uomini dostoevskijani, e, per tale
motivo, la mia critica tenta di aderire intimamente a quella che e' la
vicenda esistenziale dei personaggi.
Se il rilievo topografico della crisi ideologica, come e' vissuta nell'opera
di Dostoevskij, non e' sempre chiaro e nitido, questo e' dovuto alla natura
particolare della crisi stessa, alla sua complessita', all'intreccio caotico
dei motivi che la compongono. Il genio problematico di Dostoevskij ritrae
l'uomo nel suo ininterrotto movimento, nelle sue contraddizioni, nella
convivenza sconcertante degli opposti, in una dialettica che nessun filo
logico puo' comporre facilmente. Tener dietro alla ridda di elementi che
compongono il quadro dell'uomo in una societa' sconvolta, ricomporre
un'unita' da una molteplicita' frammentaria, e' il compito arduo della
critica. Forse non sempre sono riuscito nel tentativo di dare compattezza a
uni materiale cosi' frantumato.
L'interpretazione di Dostoevskij, sostenuta in questo volume, e' chiaramente
antitetica alle interpretazioni classiche della critica "edificante" - da
Berdjaev a Ivanov - per non citare che due soli esempi tra i moltissimi che
si potrebbero ricordare. I critici "edificanti" - l'assoluta maggioranza -
danno come gia' risolta la crisi ch'io ho voluto illuminare. Dostoevskij, se
rinascesse, darebbe loro ragione. Ma, assai spesso, l'opera di un grande
artista ci interessa per motivi che sfuggono alla sua consapevolezza. La
critica ha anche il diritto di non essere d'accordo con l'interpretazione
che un artista da' di se stesso, sebbene questa posizione di partenza sia
svantaggiosa per chi l'assume.
Per evitare il rischio dell'arbitrarieta' della interpretazione, si sono
richiamati nel volume molti testi dostoevskijani, specialmente quando,
attraverso le citazioni, venivano in luce motivi di critica filosofica,
religiosa o sociale. I testi sono stati sempre citati nella loro integrita'
allo scopo di non deformare il pensiero di Dostoevskij con citazioni monche
e arbitrarie. Il mio proposito e' stato quello di scrivere un libro utile,
nel quale al lettore siano offerti i temi principali della problematica
dostoevskijania. Il lettore che non consente in talune interpretazioni, o
nell'impostazione generale del saggio, ha, pero', dinnanzi a se', i
materiali sui quali ho lavorato e puo' ripercorrere, con questa traccia, il
mondo del nostro autore. Questo saggio, in altre parole, e se non mi illudo,
apre un discorso su Dostoevskij che puo' essere ripreso anche dagli
avversari, servendosi della mia stessa documentazione.

3. RIFLESSIONE. UN COLLOQUIO TRA VAMIK VOLKAN E UMBERTO GALIMBERTI SU
CONFLITTI E IDENTITA'
[Da "D. La Repubblica delle donne" n. 556, supplemento settimanale al
quotidiano "La Repubblica" del 7 luglio 2007, riprendiamo il seguente
colloquio, li' apparso col titolo "Due punti di vista per un obiettivo:
trovare soluzioni ai conflitti" e il sommario "Ottenendo l'indipendenza si
riconquista la propria identita'? quali sono i confini della mente? abbiamo
davvero bisogno di un leader? ne parlano Vamik Volkan e Umberto Galimberti".
Va da se' che alcune opinioni ed espressioni di questo colloquio possono
essere non condivisibili, chi legge sapra' discernere, interpretare,
valutare e proseguire la riflessione.
Vamik D. Volkan e' nato a Nicosia (Cipro) nel 1932, docente emerito di
psichiatria all'Universita' della Virginia (Usa), didatta e analista
supervisore emerito presso il Washington Psychoanalytic Institute, gia'
presidente della International Society of Political Psychology e della
Virginia Psychoanalytic Society, e' noto non solo per i suoi contributi alla
psicoanalisi clinica, ma anche e soprattutto per i suoi contributi
interdisciplinari in cui ha proposto una riflessione da un punto di vista
psicoanalitico sulla storia, la politica, la sociologia, le relazioni
internazionali, i temi della guerra e della pace. Tra le opere di Vamik D.
Volkan: The Infantile Psychotic Self: Understanding and Treating
Schizophrenics and Other Difficult Patients, Jason Aronson,  Northvale NJ
1995; Bloodlines: From Ethnic Pride to Ethnic Terrorism, Farrar, Straus, and
Giroux, New York 1997; (con Gabrielle Ast e William Greer), The Third Reich
in the Unconscious: Transgenerational Transmission and its Consequences,
Bruenner-Routledge, New York 2002.
Umberto Galimberti, filosofo, saggista, docente universitario; materiali di
e su Galimberti sono nei siti http://venus.unive.it e www.feltrinelli.it
(che presenta molti suoi interventi sia scritti che audio e
videoregistrati). Dal sito www.feltrinelli.it riprendiamo la seguente scheda
aggiornata: "Umberto  Galimberti e' nato a Monza nel 1942, e' stato dal 1976
professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore
associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 e' professore ordinario
all'universita' Ca' Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia
della Storia. Dal 1985 e' membro ordinario dell'international Association
for Analytical Psychology. Dal 1987 al 1995 ha collaborato con "Il Sole-24
ore" e dal 1995 a tutt'oggi con il quotidiano "la Repubblica". Dopo aver
compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e di psicologia, ha
tradotto e curato di Jaspers, di cui e' stato allievo durante i suoi
soggiorni in Germania: Sulla verita' (raccolta antologica), La Scuola,
Brescia, 1970; La fede filosofica, Marietti, Casale Monferrato, 1973;
Filosofia, Mursia, Milano, 1972-1978, e Utet, Torino, 1978; di Heidegger ha
tradotto e curato: Sull'essenza della verita', La Scuola, Brescia, 1973.
Opere di Umberto  Galimberti: Heidegger, Jaspers e il tramonto
dell'Occidente, Marietti, Casale Monferrato 1975 (Ristampa, Il Saggiatore,
Milano, 1994); Linguaggio e civilta', Mursia, Milano 1977 (II edizione
ampliata 1984); Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979; Il
corpo, Feltrinelli, Milano, 1983 (Premio internazionale S. Valentino d'oro,
Terni, 1983); La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo,
Feltrinelli, Milano 1984 (premio Fregene, 1984); Antropologia culturale, ne
Gli strumenti del sapere contemporaneo, Utet, Torino 1985; Invito al
pensiero di Heidegger, Mursia, Milano 1986; Gli equivoci dell'anima,
Feltrinelli, Milano 1987; La parodia dell'immaginario in W. Pasini, C.
Crepault, U. Galimberti, L'immaginario sessuale, Cortina, Milano 1988; Il
gioco delle opinioni, Feltrinelli, Milano 1989; Dizionario di psicologia,
Utet, Torino 1992 (nuova edizione: Enciclopedia di Psicologia, Garzanti,
Milano, 1999); Idee: il catalogo e' questo, Feltrinelli, Milano 1992; Parole
nomadi, Feltrinelli, Milano 1994; Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano
1996; Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica, Feltrinelli, Milano
1999; E ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera dialogica
con Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi, Torino 2000; Orme
del sacro, Feltrinelli, Milano 2000 (premio Corrado Alvaro 2001); La lampada
di psiche, Casagrande, Bellinzona 2001; I vizi capitali e i nuovi vizi,
Feltrinelli, Milano 2003; Le cose dell'amore, Feltrinelli, Milano 2004; Il
tramonto dell'Occidente, Feltrinelli, Milano 2005; La casa di psiche. Dalla
psicoanalisi alla consulenza filosofica, Feltrinelli, Milano 2006. E' in
corso di ripubblicazione nell'Universale Economica Feltrinelli lí'intera sua
opera. Traduzioni all'estero: in francese: (Il corpo) Les raisons du corps,
Grasset Mollat, Paris, 1998; in tedesco: (Gli equivoci dell'anima) Die
Seele. Eine Kulturgeschichte der Innerlichkeit, Verlag Turia + Kant, Wien,
2003; (Le cose dell'amore) Liebe, Beck, Monaco, 2006; in greco: (Storia
dell'anima) Historia tes psyches, Apollon, Thessaloniki, 1989; (Paesaggi
dell'anima) Topia psyches, Itamos, Athina, 2001; (Gli equivoci dell'anima)
Parermeneies tes psyches, University Studio Press, Athina, 2004: in
spagnolo: (Dizionario di psicologia) Diccionario de psicologia, Siglo
Veintiuno Editores, Citta' del Messico 2002; (Le cose dell'amore), Las cosas
del amor, Imago mundi, Madrid, 2006; in portoghese: (Orme del sacro) Rastros
do sagrado, Paulus, Sao Paulo, Brasil, 2003; (I vizi capitali e i nuovi
vizi) Os vicios capitais e os novos vicios, Paulus, Sao Paulo, Brasil, 2004;
(Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica) Psiche e techne. O homen
na idade da tecnica, Paulus, Sao Paulo, Brasil, 2005; in giapponese: I vizi
capitali e i nuovi vizi, Tokio, 2004"]

- Vamik Volkan: Nelle aree di conflitto non si puo' dire che oggi manchi il
dialogo. Anzi, c'e' una comunicazione costante: ci sono i governi impegnati
in questo, ci sono le organizzazioni non governative (ong) e le diverse
fondazioni. Sono tutti concentrati a far dialogare tutti con tutti. Io
stesso, da psicoanalista, sono stato coinvolto in colloqui con diplomatici e
personalita' politiche e mi e' stato chiesto di capire come mai nei grandi
gruppi avvengano certe dinamiche di tensione.
Esistono scambi ufficiali e altri che non lo sono, ma che comunque possono
essere determinanti. Durante la guerra tra Israele ed Egitto, un ruolo
importante l'ha avuto per esempio un giornalista della Cbs news, che ha
fatto da vero trait d'union tra i due Paesi, piu' di quanto forse non
abbiano fatto i rispettivi assetti istituzionali. Oggi poi ci sono molte,
forse troppe, ong. Sono ovunque: alcune non appartengono a nessuno, altre
sono affiliate a gruppi religiosi, altre sono legate all'Onu. E se e' vero
che queste associazioni smuovono parecchie cose e sono in grado di riunire
moltissimi ragazzi, e' anche vero che spesso scivolano in errori che stanno
diventando sempre piu' lampanti.
Penso alla gestione dei rapporti tra serbi e croati: e' stato un disastro.
Alcune ong si sono impegnate ad avvicinare i ragazzini serbi ai croati,
facendo fare loro dei viaggi insieme od organizzando partite di pallone in
giro per il mondo. Poi pero' quando ognuno di loro tornava in patria, a casa
sua, veniva trattato dagli altri quasi alla stregua di un traditore. Si sono
creati non pochi problemi in seguito a queste iniziative alternative. E'
diventata una moda del XXI secolo: si vogliono creare ponti, accordi,
alleanze e amicizie. Ma bisogna saper fare le cose, bisogna avere un
approccio sistematico e i diplomatici ufficiali sono stanchi di queste
persone che pretendono di dire la loro, con modalita' non sempre corrette.
- Umberto Galimberti: Per dialogare la precondizione e' che io riesca a
catturare la simbolica dell'altro, i suoi valori di fondo, la cultura che
sostiene la sua posizione. Questa simbolica dell'altro e' inconscia e si
verifica anche nei rapporti duali, d'amore. Per cui due innamorati si
comprendono al di la' delle parole perche' conoscono i valori di riferimento
a partire dai quali l'altro parla. E' la stessa condizione da cui e' nata la
filosofia che ha inaugurato il dialogo, il dialogo socratico: per parlare ci
deve essere un rapporto di philia, ovvero l'atteggiamento non deve essere
quello di superare l'avversario e vincere la partita (eristica), ma di
comprendere le ragioni per cui l'altro sostiene le sue tesi. Ne consegue che
la comunicazione e' un'impresa assolutamente difficile e finche' non si
perviene alla comprensione di queste ragioni, il dialogo e' solo una forma
di buona educazione dove ciascuno resta dalla sua parte.
*
La conquista dell'indipendenza
- Vamik Volkan: Molte etnie sono state colonizzate e sono diventate
indipendenti. Per alcune e' stato un bene e hanno reagito positivamente, per
altre e' stato un danno, una rovina. Detto questo e' vero che ci sono
problemi condivisi nel momento in cui si recupera la propria indipendenza.
Un popolo che vive sotto un altro popolo, e' come se si appropriasse
dell'identita' del Paese che lo sta colonizzando, si identifica con questo.
Allo stesso tempo, pero', come nel caso dell'Estonia, della Lettonia e della
Lituania, ognuno ha comunque la sua singola identita'. Dopo il crollo
dell'Impero Ottomano, gli europei fecero delle linee dritte - che si possono
notare ancora adesso - per dividere il loro territorio dal Medio Oriente. E
in Africa, con queste demarcazioni cosi' nette, sono stati divisi interi
gruppi etnici che si sono ritrovati separati da una parte e dall'altra del
confine. E questo, di necessita', ha creato un'assoluta disgregazione delle
tribu'.
Poi puo' succedere come e' accaduto alla Georgia e all'Ossezia. Dopo aver
conseguito l'indipendenza, nel 1991, la Georgia ha abolito l'enclave
autonoma osseta provocando una migrazione di molta parte della popolazione
dall'Ossezia del Sud (della Georgia) all'Ossezia del Nord (della Russia).
Gli abitanti dell'Ossezia del Sud, che si sono trovati in conflitto con la
Georgia, hanno pensato di fare fronte comune con gli abitanti dell'Ossezia
del Nord, che, sebbene fossero "diversi" perche' facevano parte della
federazione russa, erano, pero', comunque osseti e non georgiani.
Un'indipendenza, dunque, che ha messo sul piatto tutto il problema
dell'identita'.
Un'altra questione e' che noi occidentali ci sentiamo cosi' onnipotenti,
cosi' forti, che quando decidiamo di aiutare i Paesi in via di sviluppo
pretendiamo che questi diventino a nostra immagine e somiglianza. Per queste
popolazioni invece ci vogliono decenni per imparare cose che noi diamo per
scontate.
- Umberto Galimberti: Rispetto ai popoli, il singolo e' piu' disposto a
cedere la propria indipendenza per ragioni di protezione. E' il caso di
molte donne che, soprattutto nelle generazioni che ci hanno preceduto, pur
di garantirsi la protezione economica rinunciavano alla propria
indipendenza. E questo, che era particolarmente evidente un tempo, non e'
comunque estinto neppure oggi. Jung istituisce come scopo di un percorso
analitico il conseguimento della propria individuazione, seguendo il detto
di Nietzsche: "diventa cio' che sei". Pero', per riuscirci, ci vogliono dei
vantaggi sociali, come la ricchezza, la forza di carattere, la capacita' di
non dipendere dall'altro. L'indipendenza e' cosi' un privilegio di chi ha le
condizioni oggettive per esserlo. Sarebbero piu' facili le separazioni
coniugali se le condizioni oggettive di indipendenza fossero disponibili
come invece non sempre sono. Nel caso dei popoli, invece, l'indipendenza
coincide rigorosamente con la propria identita' e l'identita' affonda le sue
radici nel dato antropologico che antecede quello politico e persino quello
economico. In un mondo globalizzato noi occidentali, che abbiamo fatto del
denaro il generatore simbolico di tutti i valori, possiamo tranquillamente
prescindere dal dato antropologico dell'identita' a differenza invece dei
Paesi poveri dove l'unico dato di riconoscimento e' nell'appartenenza alla
stessa cultura, la condivisione della stessa tradizione.
*
Che cos'e' l'appartenenza?
- Vamik Volkan: Ci sono diversi elementi che creano un'identita' di gruppo.
Un grande gruppo e' fatto da milioni di persone che non si incontreranno
mai. E, nonostante le sue divisioni interne, un gruppo e' capace velocemente
di ricompattarsi. Prendiamo l'Italia per esempio. C'e' l'Italia del Nord e
l'Italia del Sud, che ci tengono a essere ben distinte. Poi pero'
immaginiamo che gli albanesi vengano in Italia e invadano l'Italia del Sud.
Bene, in realta' l'Italia intera si sentirebbe attaccata: non farebbe piu'
differenza se l'attacco e' stato al Nord o al Sud. La verita' e' che quando
c'e' un trauma, le differenze si annullano e il trauma diventa condiviso.
Ogni Paese individua dei simboli, che possono essere degli animali, una
montagna, un piatto caratteristico, e li identifica come simboli della
propria appartenenza. Cosi', per esempio, per i finlandesi lo e' la sauna e
per gli italiani i maccheroni o la pizza: sono elementi di coesione,
nonostante tutte le altre differenze, magari anche piu' sostanziali.
Guardiamo ai Paesi che io chiamo "sintetici", come puo' esserlo Israele.
Israele ha una forte connessione religiosa, ma e' composto da realta' molto
disparate: ci sono gli askenazi, i sefarditi, le vittime dell'Olocausto e
quelli che non hanno vissuto l'Olocausto, ci sono quelli che arrivano
dall'Etiopia, e i russi. Ma come si fa a creare un'identita' israeliana e
tenere unite tutte queste realta'? In Israele hanno addirittura un ministro
che se ne occupa: c'e' il cosiddetto ministero dell'assorbimento. Ero ospite
al cinquantesimo anniversario dello Stato ebraico e, in quell'occasione, il
tema dominante era proprio questo: come mettere tutti insieme? Spesso,
infatti, per creare coesione si ha bisogno di focalizzare un nemico comune:
il nemico serve a rafforzare la propria identita'. E lo stesso vale per i
palestinesi, per i musulmani in generale, per gli americani. Se non si
capisce questo scoglio, non ci sara' mai una reale soluzione del conflitto.
- Umberto Galimberti: Stabilire identita' e appartenenza a partire
dall'individuazione di un nemico e' la macchina piu' antica del mondo, e
siccome anche noi occidentali procediamo secondo questo schema il nostro
"progresso" sembra faccia acqua da tutte le parti. Di per se' identita' e
appartenenza sono tra di loro antitetiche. Nel senso che l'identita' e' cio'
che si individua a scapito dell'appartenenza. L'adolescente che cerca la sua
strada e' obbligato a sganciarsi dalla famiglia di appartenenza (i genitori
ne sanno qualcosa).
Ancora una volta pero' dobbiamo dire che l'identita' e' di coloro che si
possono permettere di prescindere dall'appartenenza, come ad esempio i
ricchi: i deboli sono invece costretti a reperire la loro identita'
nell'appartenenza. Questa e' la ragione per cui noi occidentali, essendo i
piu' ricchi del mondo, e avendo sviluppato per secoli il concetto di
individuo, siamo facilitati nel prescindere dall'appartenenza. Un giocatore
nero che sia valido sul campo e' piu' legato alla sua identita' che al
legame con la sua "tribu' d'origine". I ricchi si intendono al di la' delle
appartenenze etniche. Per cui potremmo dire che l'appartenenza e' il
sostegno dei poveri, e invece l'identita' che prescinde dall'appartenenza e'
il privilegio dei ricchi.
*
Trovare il proprio leader
- Vamik Volkan: Quando una societa' e' in crisi, di solito crea un leader
con una personalita' narcisistica. La gente cerca un salvatore. D'altra
parte un buon leader deve essere un narcisista, perche' si deve sentire a
suo agio nell'essere il numero uno. E un buon leader deve essere anche un
po' paranoico, perche' deve avere sempre sotto controllo la propria
popolazione. Poi, di certo, e' bene che sia intelligente e che abbia sense
of humor.
Caratteristiche non facili da avere tutte insieme. La personalita' del capo,
nelle situazioni difficili, e' importante, determinante direi. Se il leader
regredisce a livello della societa', se arriva a provare le stesse ansie che
prova la sua nazione, e' grave e negativo. Colui che sta al comando deve
distinguere i pericoli reali dai pericoli fantasticati ed esagerati: solo
cosi' la societa' puo' trarne beneficio.
Faro' due esempi, per capirci meglio. Un caso positivo e' sicuramente quello
di Nelson Mandela: lui di certo non si e' ridotto a provare le paure e le
umiliazioni della sua gente. Raccontero' un episodio esplicativo: tre mesi
prima che lui prendesse il potere, era a un meeting con il suo futuro
governo. Ricevette una telefonata e dovette uscire per un quarto d'ora.
Quando torno', gli altri gli dissero: "Abbiamo preso una decisione mentre tu
non c'eri: cambieremo l'inno nazionale. Quello che c'e' e' pensato per i
bianchi...". Mandela si contrario': "Non potete farlo, umiliereste la nostra
gente: l'inno e' un simbolo della loro identita'". Era riuscito ad avere una
visione piu' ampia. Al contrario George Bush, quando ci fu l'11 settembre,
cedette ai timori del suo popolo e contribui' ad incrementarli.
All'improvviso questo grande Paese era stato umiliato e per lui si tratto'
di un'umiliazione personale. Fu li' che perse la sua battaglia da leader.
- Umberto Galimberti: Confermo che il leader per essere tale deve essere un
po' narcisista e paranoico e cio' in omaggio a quanto ci racconta Jung
secondo il quale non tutte le nevrosi devono essere guarite, alcune possono
essere utilizzate. Il problema e' che il leader crea una societa' di massa.
Il solo fatto che la massa desideri un leader rivela la condizione infantile
del bambino che senza il padre non sa sopravvivere. Il leader era
particolarmente in auge nella societa' umanistica, che io ritengo conclusa
con la seconda guerra mondiale, in cui si riteneva che un uomo potesse
risolvere i problemi di un Paese. Questo spiega perche' in Occidente un
Hitler, un Mussolini, uno Stalin non possono piu' affermarsi: nelle societa'
complesse, come quelle di oggi, le dinamiche sono troppo complicate perche'
un singolo uomo possa tenerne il controllo.
Nella stessa America il presidente degli Stati Uniti e' un leader costruito.
In realta' e' un rappresentante della composizione di interessi che stanno
alle sue spalle. E cosi', anche nel campo del lavoro la figura del leader e'
pressoche' sparita: al massimo abbiamo a che fare con dei capoufficio dove
la dimensione del mansionario e della procedura prevale sulla personalita'
di chi comanda.
Troviamo invece dimensioni da leader in quelle forme sociali primitive come
la mafia, dove la personalita' del singolo e' decisiva per l'organizzazione.
Il leader infatti e' tale se riesce a muovere le paure e le fascinazioni dei
suoi subordinati, quindi se opera su fattori irrazionali. Leader ad esempio
sono i capi religiosi (di qualsiasi religione), ma si sa che le religioni
affondano le loro radici nella parte irrazionale di ciascuno di noi,
giocando sulle nostre paure, le nostre ansie, il nostro desiderio di
reperire un senso. In ogni caso dove c'e' un leader si ha la regressione
infantile di un popolo a massa. Consiglio di leggere, in proposito, il
bellissimo saggio di Freud sulla psicologia delle masse.
*
L'odio perpetuo
- Vamik Volkan: L'odio e' necessario per creare un'identita' di popolo. E
questo odio viene portato avanti per anni e anni. Si e' notato come non si
riesca a capovolgere la propria umiliazione, ne' la propria impotenza, ne'
si riesca a elaborare il lutto fino in fondo se si sono avute delle perdite
gravi. Cosi', se le madri e i padri non risolvono questi nodi, li delegano
ai propri figli. E se i figli si dovessero trovare nella stessa situazione
di crisi, passerebbero la questione alla generazione successiva. Finche'
queste situazioni di conflitto non diventano croniche, insite nell'essere di
quel popolo: ci si sente in diritto di provare odio e di considerare il
nemico quasi non umano. I confini fisici diventano confini della mente. Ma
benche' tutto cio' sia risaputo, e' come se mancasse uno sforzo sistematico
e globale per risolvere la grande questione del conflitto.
- Umberto Galimberti: Odio e vendetta sono le grandi macchine che
garantiscono identita' e appartenenza. Infatti nell'odio e nella vendetta
sono in gioco le soggettivita' dei contendenti. E questo vale nel rapporto
tra i vicini di casa fino all'odio dei popoli. Questa situazione e' stata
pensata e tematizzata dalla cultura greca prima dell'avvento della
filosofia, nella grande stagione della tragedia. Le tragedie avevano un
andamento triadico, raccontavano la storia dei padri, quella successiva dei
figli e la terza dei nipoti in cui si perpetuava il rapporto dell'odio e
della vendetta.
Il superamento di questa dimensione e' stato istituito con l'inaugurazione
del dikasterion (tribunale) dove dike, la giustizia, toglieva il conflitto,
la carica soggettiva, e giudicava i fatti oggettivamente: cosa che non puo'
essere fatta dai due contendenti ma solo da un terzo, che non e'
soggettivamente coinvolto. Questo e' il grande lavoro della mediazione, che
prevede sempre un terzo, che, esonerato dalle cariche soggettive di odio e
di vendetta, sia in grado di computare colpe e pene su un piano oggettivo.
I greci l'avevano capito e in questa direzione si e' mosso l'Occidente che
ha fondato un ordine giuridico laico, anche se ancora questo ordine
giuridico subisce le pressioni della soggettivita' di solito politica o
affaristica. Per cui il superamento dell'odio e della vendetta nella
direzione della giustizia (il terzo) e' un cammino ancora da compiere.

4. RILETTURE. LELIO BASSO (A CURA DI): PER CONOSCERE ROSA LUXEMBURG
Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg, Mondadori, Milano
1977, pp. LXXI + 360. Per un accostamento a Rosa Luxemburg guidati dal suo
maggior studioso italiano.

5. RILETTURE. PAUL FROELICH: ROSA LUXEMBURG
Paul Froelich, Rosa Luxemburg, La Nuova Italia, Firenze 1969, Rizzoli,
Milano 1987, pp. 474. Scritta nel 1939, una monografia ancora fondamentale.

6. RILETTURE. DANIEL GUERIN: ROSA LUXEMBURG E LA SPONTANEITA' RIVOLUZIONARIA
Daniel Guerin, Rosa Luxemburg e la spontaneita' rivoluzionaria, Mursia,
Milano 1974, pp. 176. Pubblicato nel 1971, questo libro dell'acuto studioso
e militante francese contiene un suo saggio e vari utili materiali.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 197 del 30 agosto 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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